Il Black friday della Tim

Mentre Draghi e Macron firmano il nuovo Trattato Italia-Francia, si decidono le sorti della Tim. L'altro grande nodo è quello dei migranti. Accordo dei partiti sul Fisco. Pedofilia, lettera choc

Chi segue questa Versione sapeva già da ieri che le difficoltà dei controlli sui bus, i ritardi della macchina degli hub e dei centri vaccinali, le proteste dei No Vax sarebbero stati i tre principali nodi critici del Super Green Pass. Oggi ne parlano tutti i quotidiani. Nel frattempo è arrivata la notizia che l’Ema ha dato il via libera ai vaccini per i bambini dai 5 agli 11 anni. Una decisione importante che, come spiega bene Daniele Banfi della Fondazione Veronesi, ha molte buone ragioni. Interessante sul tema anche la Gabanelli nel suo Data Room sul Corriere che trovate nei pdf. Se tutte le autorizzazioni arriveranno, si comincerà prima di Natale. Intanto va detto che c’è stata una scossa positiva nei numeri della campagna vaccinale, nelle ultime ore. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 369 mila 694 vaccinazioni. È già il terzo giorno che si superano le 350 mila dosi giornaliere. Sono stamattina più di 5 milioni le persone che hanno già fatto il richiamo. Sono cifre che non si vedevano dai primi di settembre.

Vedremo che cosa il Viminale, le Regioni e i Comuni riusciranno a fare per i controlli sui trasporti e in genere per l’ordine pubblico. Da qui al 6 dicembre ci sono pochi giorni e dovrà essere pronta anche la nuova applicazione per controllare il Green pass nelle due versioni, normale e rafforzato. L’orientamento degli enti locali è riportare all’obbligo delle mascherine anche all’aperto, almeno nelle grandi città.

Firma stamattina al Quirinale del Trattato Italia-Francia, di cui finalmente conosceremo meglio i contenuti. I Parlamenti di Roma e Parigi dovranno esaminarli. Sicuramente fra i temi di collaborazione internazionale ci saranno la crisi umanitaria dei migranti e le partnership economiche. Sul primo tema Macron, sotto pressione per lo choc dei morti nella Manica, si incontrerà anche col Papa, nella visita oggi in Vaticano. Sul secondo argomento, una coincidenza incredibile fa sì che proprio in queste ore si decida il destino di Tim e dell’offerta americana del fondo Kkr, cui si oppongono i francesi di Vivendi. Gubitosi ha scritto ai consiglieri che è pronto a dimettersi purché si esamini l’Opa americana.  

Oggi col Papa Macron parlerà anche dei casi di pedofilia in Francia, così almeno scrive la stampa d’oltralpe. Francesco ha diffuso l’impressionante testimonianza di una vittima a preti e seminaristi, lettera che La Stampa pubblica stamane. Sempre sulla Stampa segnalo ancora un bell’articolo di Domenico Quirico su quella ragazza afghana dagli occhi verdi, ritratta da Steve Mc Curry 36 anni fa, quando aveva 12 anni e che oggi, da profuga, è approdata a Roma a quasi 50 anni. Una vita in fuga.  

È ancora disponibile on line il settimo episodio della serie Podcast Le Vite degli altri da me realizzata con Chora media, in collaborazione con Vita.it e con Fondazione Cariplo. Il titolo è: LA CUOCA COMBATTENTE. È la storia affascinante di una 50enne di Palermo, Nicoletta Cosentino, che è sopravvissuta a una relazione abusante, di cui si è liberata a fatica. Oggi Nicoletta accompagna altre donne sullo stesso percorso. Insieme a chi ha avuto una storia simile alla sua ha messo in piedi a Palermo un’impresa sociale che produce dolci, conserve e marmellate. Si sono chiamate “Le cuoche combattenti” e su ogni loro vasetto scrivono una frase, un motto che aiuti le altre a essere più consapevoli. Potete trovare i loro prodotti sul web (https://www.cuochecombattenti.com), grande idea per Natale. Cercate questa cover…

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il via libera dell’Ema per la vaccinazioni dei piccoli tiene banco ma anche la riforma del fisco interessa. Il Corriere della Sera spiega: Il vaccino dai 5 anni in su. Avvenire va sintetico: Sì ai baby-vaccini. La Verità va controcorrente: Super Green pass alleato del virus. Il Domani si occupa delle conseguenze politiche del decreto nella Lega: Salvini evita il processo interno grazie al tanto odiato Green pass. Il Fatto accusa, citando il virologo sempre critico Crisanti: “Governo in ritardo di quattro mesi sui richiami”. Quasi tutti gli altri quotidiani si occupano di fisco. Il Giornale ironizza: Sforbiciatina alle tasse. Il Quotidiano Nazionale invece la prende sul serio: Svolta Irpef, giù le tasse al ceto medio. Anche il Manifesto gioca con le parole, ma il riferimento è al non aver coinvolto i sindacati: Me ne infisco. Il Mattino è positivo: Taglio tasse, tutti i risparmi. Il Messaggero è ottimista: Tasse, c’è l’intesa: ecco i tagli. Anche il Sole 24 Ore, nonostante le perplessità della Confindustria, valorizza: Nuova Irpef, risparmi fino al 7,5%. La Repubblica sostiene: Giù l’Irpef risparmi fino a mille euro. La Stampa è quasi sociologica: Giù le tasse al ceto medio. L’Irpef cala di sette miliardi. Libero sospende il giudizio di merito: Cambiano le tasse. Ecco chi ci guadagna. Italia Oggi invece ci dà la vera notizia economica della giornata, fra poco infatti si decide il destino di Tim: Il Black Friday di Gubitosi.

SUPER GREEN PASS, CORSA CONTRO IL TEMPO

La coperta del Viminale è corta. Il giorno dopo il decreto si ragiona su come si farà ad attuare i tanti controlli richiesti dalle nuove norme sul super green pass. La cronaca di Fabio Tonacci per Repubblica.

«La coperta del Viminale è corta. La direttiva del premier Draghi di aumentare dal 6 dicembre i controlli sul Green Pass, sia quello ordinario sia quello rilasciato solo ai vaccinati e ai guariti dal Covid, spiazza il ministero dell'Interno, che già adesso fa i conti con carenze nell'organico nella Polizia e un monte ore di straordinario ancora da pagare. «Faremo il possibile», «ci attrezzeremo », «garantiremo tutti i servizi» vanno ripetendo in queste ore al dicastero guidato da Luciana Lamorgese, dove tra le ipotesi allo studio per salvare il Natale ci sono l'utilizzo dell'esercito e l'allungamento dei turni del personale in strada. Ma l'aver inserito autobus e metropolitane nella lista degli accertamenti di cui si dovranno occupare poliziotti, carabinieri, finanzieri e vigili urbani preoccupa chi, contestualmente, è chiamato a garantire la sicurezza e l'ordine pubblico. Nella bozza del nuovo decreto approvato dal governo si prevedono infatti verifiche a campione sul possesso e sulla autenticità del Qr code in bar, ristoranti e palestre, ma anche su convogli locali, metro e pullman cittadini. Che però ogni giorno sono utilizzati da milioni di passeggeri, soprattutto pendolari e studenti, e il traffico maggiore è concentrato in ridotte fasce orarie. Stando al decreto, l'onere dell'accertamento ricadrà sulle forze di polizia nella logica di non gravare su autisti e controllori, ma è illusorio pensare che possa essere sostenuto senza scoprire altri settori cruciali, come le indagini giudiziarie, il presidio del territorio e le attività sull'immigrazione. «Rischiamo di compromettere le inchieste o di comprimere troppo servizi cruciali per la comunità », osserva Felice Romano, del sindacato di polizia Siulp. La parabola discendente delle piante organiche, del resto, non ha bisogno di spiegazioni: la riforma Madia ha portato il numero di agenti da 117.000 a 111.000, e oggi sono ancora di meno, circa 94.000. «La lotta al Covid merita ogni sforzo - dice Romano - ma il governo non può far finta di non sapere che servono con urgenza risorse aggiuntive e il pagamento degli straordinari del secondo semestre 2021». Nel corso di quest' anno sono state controllate quasi 29 milioni di persone per questioni legate alla pandemia (green pass, documenti, uso di mascherine laddove obbligatorio) e 3,1 milioni di esercizi commerciali. Le sanzioni circa 200.000. Con 94.000 poliziotti, 104 mila carabinieri, 57 mila finanzieri e 64 mila vigili urbani sparsi su tutta la penisola ma impegnati nell'ordine pubblico e nelle attività ordinarie, difficilmente i prefetti riusciranno a garantire un numero soddisfacente di verifiche a campione. A meno che non siano coinvolte anche le società che gestiscono il trasporto. L'Unione delle Province, per bocca del suo presidente Michele De Pascale, chiede il supporto alle aziende. «Credo che in questo caso vada fatto un mix di uomini in campo. E bisogna prevedere sanzioni esemplari ». Le modalità sono però ancora un'incognita. E il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, pur promettendo collaborazione non nasconde che l'eventuale coinvolgimento del personale del trasporto pubblico locale «comporterebbe un problema ». Per Giuseppe Tiani, segretario del sindacato di polizia Siap, «la parola d'ordine dev' essere proprio "collaborazione", soprattutto con i sindaci e la municipale, altrimenti non ce la faremo». Il piano del Viminale, dunque, è in realtà un insieme di piani. Saranno fornite ai prefetti delle generiche linee guida nazionali, ma poi sarà in sede del Comitato provinciale di ordine e sicurezza che saranno decise le zone delle città, l'orario e la tipologia di servizi da monitorare. Il massimo sforzo, questo è certo, sarà concentrato nei weekend e nei quartieri della movida, così da funzionare da deterrente. Ogni violazione comporta una multa da 400 a 1.000 euro per chi è sprovvisto del Qr code e per il titolare del locale che non gliel'ha chiesto all'entrata. Con il doppio regime Green Pass e Super Green Pass, ovviamente, è necessario l'aggiornamento della app di verifica C19, che al momento riconosce solo il certificato verde prima maniera. Il nuovo software, con algoritmo modificato, sarà rilasciato a breve, assicurano dal ministero dell'Innovazione».

La maggiore criticità emersa in poche ore è quella dei controlli sul trasporto urbano. Tutti dovranno avere il Green pass, quello normale, anche da tampone. Ma chi controllerà e come? Il giallo della prima bozza del decreto. Simone Cannettieri per Il Foglio.

«La rassegnazione del Viminale piomba sul tavolo dei prefetti e poi rimbalza a Porta Pia, dalle parti del ministero dei Trasporti. Come si farà dal 6 dicembre a controllare il green pass (normale) su autobus, metropolitane, tram e treni locali? La risposta l'ha fornita il premier Mario Draghi l'altro giorno in conferenza stampa: "Si procederà a campione". Ma a chi spetterà l'onere di dire "prego, favorisca il green pass?". A Roma, capitale dei portoghesi e cioè di coloro che non fanno il biglietto, a molti già vien da ridere. Su 1.500 autobus in circolazione al giorno, l'azienda può contare su 220 controllori, divisi in almeno due turni. Dunque: un controllore ogni 150 autobus. Da nord a sud gli amministratori aprono le braccia. In Lombardia, l'assessore regionale ai Trasporti Claudia Terzi già parla, con ragione, "di complessità" delle verifiche nelle ore di punta. Tutti aspettano il decreto. Compreso Beppe Sala. Il sindaco di Milano è consapevole che potrebbe essere "un problema". La ministra Luciana Lamorgese, abituata da quando è scoppiata la pandemia a veder riempire il sacco del Viminale di incombenze, l'altro giorno in Consiglio dei ministri ha provato a sollevare qualche dubbio sulla fattibilità dei controlli. Draghi le ha risposto indirettamente parlando in conferenza stampa di "forze di sicurezza che dovranno essere mobilitate in maniera completa, piena". L'adozione del super green pass - valido dal 6 dicembre fino al 15 gennaio - porterà sicuramente uno sforzo in più per le forze dell'ordine. Perché per concerti, ristoranti, stadi, feste, cerimonie pubbliche servirà essere vaccinati o guariti dal coronavirus. I sindacati di polizia già protestano: dovranno, tra le altre cose, adeguarsi alle nuove direttive che prevedono l'obbligo vaccinale per gli agenti di pubblica sicurezza. Ma il problema rimangono i trasporti locali. Quelli a cui si ricorre tutte le mattine, specie nelle grandi e medie città per andare a scuola o a lavorare. C'è un piccolo giallo. Nel decreto, anticipato da Palazzo Chigi e poi illustrato dal premier, si fa riferimento al trasporto pubblico locale dove diventerà obbligatorio il green pass normale, quello cioè che attesta la vaccinazione o il tampone negativo. Nel testo però ancora non è specificato. Dal Viminale e dal ministero dei Trasporti assicurano che alla fine questa norma, nonostante di complicata attuazione, diventerà legge e quindi finirà in Gazzetta ufficiale. A ieri era in forse, nelle more di articoli che richiamavano a precedenti provvedimenti. Almeno così risultava, per esempio, ai vertici di Atac, la più grande azienda italiana di trasporto pubblico locale. Ma alla fine Palazzo Chigi in serata ha fugato qualsiasi dubbio: nel decreto entrano anche gli autobus e le metropolitane. Dunque spetterà alle forze dell'ordine, con controlli a campione, richiedere il green pass ai viaggiatori. E i controllori cosa faranno? Anche su questo punto si brancola un po' nel buio. Perché la divisione dei compiti non è chiara. C'è ancora tempo per cercare di oliare la macchina, questo sì. Ecco perché tutte le prefetture iniziano a fare ricognizioni con tavoli specifici per capire i punti più critici. Draghi sembra intenzionato ad andare più che dritto per "salvare il Natale". In questi giorni Palazzo Chigi e il ministero della Salute stanno lavorando a una comunicazione specifica e a doppia gittata. Da una parte il ministro Roberto Speranza farà partire una campagna di sensibilizzazione per incentivare la vaccinazione fra i giovani e i bambini; dall'altra il governo si occuperà di spiegare l'importanza di tutti i provvedimenti che scatteranno dal 6 dicembre. Saranno previsti spot sulle tv nazionali. E si cercano ancora una volta testimonial che possano convincere e creare empatia con chi guarderà gli spot, magari mosso da dubbi. Manco a dirlo il caso più complicato da gestire e controllare rimane Roma. Da questo fine settimana nel centro della città ci sarà un filtraggio per evitare assembramenti. E inoltre sempre in centro, nelle vie dello shopping, la mascherina all'aperto tornerà obbligatoria. I controlli per il super green pass, uniti a quelli per metro e bus con gli stadi tornati a ospitare il pubblico chiederanno uno sforzo straordinario. "L'impegno - dice il prefetto Matteo Piantedosi - è raddoppiato rispetto allo scorso anno, ma riusciremo a razionalizzare al meglio le forze".».

OK DELL’EMA ALLA VACCINAZIONE PER I BAMBINI

Ok europeo per la vaccinazione nella fascia d’età 5-11 anni. Secondo gli studi dell’Ema il vaccino è efficace al 90 per cento. La cronaca di Paolo Foschi sul Corriere.

«È partito il conto alla rovescia per le vaccinazioni dei bambini dai 5 agli 11 anni. Ieri l'Ema, l'Agenzia europea per i medicinali, ha dato il via libera con il farmaco della Pfizer-Biontech, con modalità simili a quelle degli adulti: doppia somministrazione con iniezione a distanza di tre settimane l'una dall'altra, ma con dosaggio ridotto a un terzo. Adesso mancano l'ok della Commissione europea e nel nostro Paese quello dell'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, che ha convocato il comitato tecnico scientifico dall'1 al 3 dicembre. Superati gli ultimi passaggi autorizzativi, le prime fiale a uso pediatrico dovrebbero essere disponibili dal 23 dicembre. La notizia è stata accolta con favore quasi unanime dal mondo medico scientifico. Il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha però messo in guardia dal rischio di «scaricare le colpe degli adulti sui bambini. Io non contesto il vaccino sui bambini, ma non possiamo pensare che qualcuno abbia il salvacondotto perché si vaccina il bambino». Sempre ieri il ministero della Salute con una circolare ha raccomandato a partire dal primo dicembre la terza dose dai 18 anni, ma dopo almeno cinque mesi dalla seconda somministrazione. È inoltre prorogata al 31 dicembre la validità dei certificati di esenzione. Secondo l'Ema, nella fascia 5-11 anni «i benefici superano di gran lunga i rischi, soprattutto nei bambini con condizioni che aumentano l'esposizione al Covid grave». L'Agenzia ha esaminato uno studio condotto su 2.000 bimbi, «il vaccino è risultato dunque efficace al 90,7% nel prevenire il Covid sintomatico». Gli effetti indesiderati più comuni riscontrati «sono simili a quelli osservati negli adulti, ma in forma comunque lieve». E cioè dolore al sito di iniezione, stanchezza, mal di testa, arrossamento e gonfiore al sito di iniezione, dolore muscolare e brividi. «Utilizzeremo gli hub esistenti con percorsi dedicati, ma apriremo anche ai medici pediatri e alle farmacie» ha annunciato Pierpaolo Sileri, sottosegretario alla Salute. Paolo Biasci, presidente della Federazione italiana medici pediatri, ha consigliato «fortemente la vaccinazione ai bambini perché l'infezione Covid-19 può essere pericolosa anche per questa fascia di età». Secondo Annamaria Staiano, presidente della Società italiana di pediatria, il via libera dell'Aifa «è una bella notizia» perché «va tutelata la salute dei bambini e va bloccata la circolazione del virus». Roberto Cauda, direttore di Malattie infettive al Gemelli di Roma, ha ricordato che l'uso del vaccino sui bambini «è già stato autorizzato negli Usa e in Israele e in Cina sono già partiti. È un vaccino sicuro ed efficace che ci aiuterà ad uscire prima possibile dalla pandemia». Per Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive al San Martino di Genova, il vaccino per i bambini «ha tre scopi fondamentali: evitare le complicanze di un'infezione, che sono meno gravi rispetto agli adulti ma possono esserci; poi con la vaccinazione si rendono le scuole più sicure; terzo, potremmo raggiungere l'immunità di gregge». Il virologo Fabrizio Pregliasco, docente della Statale di Milano, ha affermato che per convincere i genitori sarà «importante una campagna informativa seria. La variante Delta colpisce abbastanza i bambini e può creare qualche problema anche a loro. Il vaccino ha senso per ridurre la diffusione del contagio e garantire ai più piccoli una vita sociale e scolastica serena e in presenza». Secondo Maria Rita Gismondo, direttrice del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'ospedale Sacco di Milano, invece «al momento non ci sono dati sufficienti per poter avvalorare la scelta dell'Ema. Questo lo dico per i bambini in buona salute. Discorso diverso per i fragili, perché tutti i fragili, di qualsiasi età, dovrebbero essere vaccinati». Prudente il virologo Andrea Crisanti: «Sono convinto, e lo ripeto, che non ci siano problemi a vaccinare i bambini. Solo, non credo che i dati a disposizione siano sufficienti per giustificare questa decisione».

Il giornalista scientifico Daniele Banfi (non è mio parente), che lavora alla Fondazione Veronesi, ha proposto ieri sul “Magazine” della Fondazione un articolo ragionato sui vaccini ai bambini. Ecco uno stralcio: 

«A differenza di quanto accaduto inizialmente, dove i nuovi contagi nei bambini rappresentavano una percentuale estremamente bassa, oggi a causa delle mutazioni accumulate nel tempo Sars-Cov-2 colpisce indistintamente adulti e bambini. Due dati su tutti: negli Stati Uniti il 25% dei nuovi casi riguarda la fascia di età 5-11 anni; nel nostro Paese da un confronto con i dati pubblicati dall'Istituto Superiore si Sanità il 25 agosto, emerge che in poco più di due mesi, l'incidenza più elevata di nuovi casi si è registrata nella fascia di età sotto i 12 anni, ovvero nella popolazione non ancora vaccinabile. Affermare dunque che Covid-19 è una malattia che non colpisce i bambini è totalmente infondato.
Che i bambini superino la malattia con maggiore successo rispetto alle fasce di popolazione anziana è  un dato di fatto. Attenzione però a non confondere il messaggio
. Come spiegano Jeffrey S. Gerber (professore di pediatria ed epidemiologia presso la University of Pennsylvania Perelman School of Medicine) e Paul A. Offit (direttore del "Vaccine Education Center" presso il Children’s Hospital di Philadelphia) in un editoriale apparso su Science, «negli Stati Uniti per Covid-19 sono già morti 700 bambini. Sars-Cov-2 è entrato nella lista delle prime dieci cause di morte in età pediatrica. Nessun bambino è invece deceduto per la vaccinazione. Come per gli adulti, anche i bambini che superano la malattia possono sviluppare forme di long-covid, la sindrome post infezione che può debilitare una persona sotto molti aspetti anche per parecchie settimane dopo la negativizzazione. Secondo uno studio inglese pubblicato sulle pagine del British Medical Journal, un bambino su 7 infettato con Sars-Cov-2 presenta ancora disturbi a 15 settimane dall'infezione. C'è poi tutto un altro aspetto che dovrebbe far propendere per la vaccinazione in questa fascia di età. «Durante la pandemia -scrivono i due esperti- l'interruzione delle attività scolastiche ha danneggiato i bambini più di qualsiasi effetto avverso della vaccinazione. Questi danni comprendono il peggioramento della salute mentale, l'aumento delle lacune nell'istruzione e la diminuzione dell'attività fisica. Danni indiretti del virus che sono risultati addirittura più marcati nelle fasce più povere della popolazione». Non solo, fungendo da veicolo del contagio i bambini possono mettere in pericolo gli adulti con cui vivono. Da vaccinati le probabilità di infettarsi sono inferiori e dunque nell’economia della circolazione del virus, che ricordiamo circola meglio laddove non trova ostacoli, ovvero tra i non vaccinati, la vaccinazione in questa fascia di età contribuirà a tenere sotto controllo ulteriormente la pandemia. Ma un altro motivo che dovrebbe far propendere per la vaccinazione nei bambini riguarda, più in generale, la storia delle malattie infettive. I numeri ci dicono che, anche se è vero che la maggior parte dei bambini sperimenta una malattia asintomatica o lieve, alcuni si ammaleranno e un piccolo numero andrà incontro a decesso. Ad oggi i bambini vengono vaccinati, ad esempio, per l'influenza, la meningite, la varicella, il morbillo, la parotite e la rosolia. Nessuna di queste malattie, ancor prima della disponibilità delle vaccinazioni, ha causato ogni anno il numero di decessi che invece ha portato Sars-Cov-2 da inizio pandemia. Partendo da questo presupposto, «Non vaccinare un bambino per il nuovo coronavirus -concludono gli esperti nell'editoriale su Science- non è affatto una scelta esente da rischi. Al contrario è una scelta che implica la decisione di esporsi ad un rischio maggiore rispetto a ciò che può accadere con la vaccinazione».

IL TRATTATO CON LA FRANCIA

Viene firmato stamattina al Quirinale il Trattato tra Italia e Francia. Parigi e Roma siglano un'intesa su economia, migranti e difesa. Antonella Coppari per il Quotidiano Nazionale.

«Il trattato del Quirinale, in realtà, con il Colle non c'entra nulla. L'antico Palazzo dei Papi sarà solo il luogo della firma che stamani metteranno il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro italiano Mario Draghi. Il padrone di casa, Sergio Mattarella, si limiterà ad osservare senza proferire verbo. In realtà l'iniziativa nonché la responsabilità appartiene al governo della Repubblica, l'attuale e quelli che l'hanno preceduto. Soprattutto, l'esecutivo presieduto nel 2017 da Gentiloni che, assieme allo stesso Macron, lanciò l'idea. A cosa mira? A migliorare i rapporti con i cugini d'Oltralpe eliminando una serie di «malintesi», che nel corso degli degli anni ci sono stati fino a esplodere sulla Libia. Ma anche a limitare comportamenti predatori sulle nostre aziende. Grazie a questo trattato la cooperazione sarà più stretta ma anche più equilibrata e può costituire un vantaggio per entrambi. Senza perdere di vista il quadro europeo, orfano della cancelliera Merkel: si tratta di costruire un'alleanza in grado di controbilanciare i Paesi del Nord, roccaforti della «frugalità», dando maggior peso ai Paesi mediterranei. Ma non mancano le obiezioni di chi vede, nella rafforzata cooperazione industriale ed economica, il rischio di un effetto boomerang che spinga i giganti francesi verso acquisizioni dei gioielli di famiglia italiani. «Non siamo una colonia», lamenta la Meloni (Fd'I), assai critica anche per quanto riguarda il metodo: «Non ne sappiamo niente. Se ne sono occupati esponenti del Pd». Netta la replica di Palazzo Chigi: il Parlamento dovrà ratificare il trattato, avrà modo di discuterne. Procedura comune a ogni accordo internazionale. Il testo - che verrà illustrato oggi in conferenza stampa - è composto di 11 capitoli che vanno dagli esteri all'Economia all'immigrazione; tra gli argomenti anche una cooperazione transfrontaliera tra le due polizie e il nuovo consiglio di difesa italo-francese, che riunirà i rispettivi ministri degli Esteri e della Difesa. Nel concreto, Italia e Francia non solo si consulteranno periodicamente, terranno un vertice governativo bilaterale ogni anno (tradizione interrotta dalla crisi tra Roma e Parigi ai tempi del primo governo Conte e dal Covid) con Draghi che propone addirittura lo scambio di ministri una volta a trimestre, ma cercheranno posizioni comuni nei vertici internazionali e si rappresenteranno a vicenda nei fori in cui non sono presenti. La firma è stata preceduta ieri da due colloqui di Macron, prima con Mattarella e poi con Draghi (due ore di confronti) quindi tutti di nuovo sul Colle a cena dal capo dello Stato, che osserva: «Un legame più forte e strutturato tra Italia e Francia contribuirà a costruire un'Europa più forte». Vero è che il risultato non sarà in nessun caso paragonabile a quell'asse franco-tedesca cui con tutta evidenza si guarda, a partire dal nome, e cioè il trattato dell'Eliseo firmato nel 1963 da de Gaulle e Adenauer, e aggiornato ad Aquisgrana nel 2019 da Macron e Merkel. Si tratta, in compenso, di un passo avanti verso il raggiungimento di quella locomotiva a tre italo-franco-tedesco dell'Unione che è in questo momento l'obiettivo».

In che cosa è strategica l’alleanza sancita oggi dal Trattato? Ne scrive Andrea Bonanni su Repubblica.

«Da che mondo è mondo, i trattati internazionali si firmano per tre motivi: per porre fine ad un conflitto, per sancire un'alleanza in vista di potenziali conflitti futuri, oppure per garantirsi contro un nemico comune. Il trattato tra Italia e Francia, che si firmerà al Quirinale, risponde a tutte e tre queste esigenze. E su tutti e tre i fronti potrebbe avere effetti benefici per i Paesi firmatari e per l'Europa, come è già accaduto con il trattato franco-tedesco dell'Eliseo. Come la Francia e la Germania degli anni Sessanta, l'Italia e la Francia hanno spesso interessi nazionali divergenti, ma anche la consapevolezza che la persecuzione unilaterale e conflittuale di questi interessi fa male ad entrambi i Paesi e danneggia il raggiungimento di obiettivi comuni, che pure esistono e sono rilevanti. Nel passato, anche recente, i motivi di conflitto non sono mancati. C'è stata la Libia, dove Roma e Parigi sostenevano fazioni opposte. Ci sono state le rivalità sulle acquisizioni industriali strategiche, come il veto francese all'acquisto dei cantieri militari Stx da parte di Fincantieri o le polemiche attuali sulle offerte francesi per Oto Melara e sul ruolo di Vivendi nelle telecomunicazioni italiane. Ci sono state polemiche per l'asilo dato da Parigi ad ex terroristi italiani. C'è stata la pagina buia degli sgangherati attacchi del governo grillino-leghista e di Di Maio contro Macron, che spinse il governo francese a ritirare l'ambasciatore a Roma nel febbraio del 2019. Ci sono state incomprensioni e accuse reciproche sulle vicende dei migranti e dei rifugiati. Il Trattato del Quirinale ha lo scopo di porre fine a tali conflitti e di prevenirne di nuovi. Se fosse stato firmato dieci anni fa, o anche solo nel 2017, quando Gentiloni e Macron ne discussero per la prima volta a Lione, molte di queste frizioni avrebbero potuto essere evitate. Ma l'accordo italo-francese non ha solo un valore pacificatorio. Proprio come avvenne per il trattato franco-tedesco, ha anche il significato di una alleanza in vista delle battaglie che attendono i due Paesi nella Ue. L'Europa è alla vigilia di cambiamenti importanti e controversi, che vedono Francia e Italia sulla stessa sponda di fronte all'incognita di un nuovo governo tedesco le cui scelte future non sono ancora chiare. In campo economico c'è la riforma delle regole finanziarie e la necessità di decidere se rinnovare il Next Gen Eu, rendendo permanente la creazione di un debito pubblico europeo. Draghi e Macron hanno idee convergenti, ma il confronto con i falchi sarà duro e ancora non si sa quale sarà la posizione di Berlino, che ha affidato al rigorista Lindner il ministero delle Finanze. Ancora più importante, i governi Ue dovranno prendere decisioni cruciali sull'autonomia strategica dell'Europa, sulla creazione di una vera difesa comune e di una politica estera sottratta alla regola dell'unanimità. Potrebbe essere il prossimo, rivoluzionario, salto di qualità dell'Unione. Anche qui, Macron e Draghi sono sulla stessa lunghezza d'onda. Ma le resistenze sono molte e non si sa quanto il nuovo governo del socialdemocratico Scholz, col ministero degli Esteri affidato alla verde Annalena Baerbock, sia disposto a rischiare in campo militare e diplomatico. Intendiamoci, l'intesa italo-francese non potrà mai sostituire, né intende farlo, l'asse franco-tedesco che resta il cardine della politica europea. Ma spesso un'azione coordinata di Roma e Parigi può sbloccare le indecisioni di Berlino, come avvenne quando Monti e Hollande convinsero Merkel ad accettare lo scudo anti-spread nel 2012, che spianò la strada all'intervento di Draghi per salvare l'euro. C'è infine una terza valenza "difensiva", ed eminentemente politica, nel Trattato del Quirinale. Nel campo dei valori, infatti, la resa dei conti con i sovranisti polacchi e ungheresi, alleati a quelli italiani e francesi, è ormai inevitabile. Macron dovrà misurarsi alle elezioni presidenziali di primavera con la Le Pen, amica di Orbán e nemica dell'Europa. Draghi gestisce una coalizione in cui i populisti convertiti all'europeismo dell'ultima ora sono una maggioranza perennemente inquieta. Iscrivere in un Trattato bilaterale la comune scelta europeista e valoriale di Francia e Italia non offre una garanzia assoluta di continuità politica. Ma costituisce una piattaforma comune per affrontare con maggior determinazione la sfida esterna dei sovranisti anti-Ue e spiazzare i loro alleati interni sia a Roma sia a Parigi». 

CRISI MIGRANTI 1, CHARTER ONU DALLA LIBIA

Uno dei temi sul tavolo del viaggio in Italia di Macron è l’emergenza migranti. Molte notizie oggi su questo fronte. Avvenire dà conto che grazie ai corridoi umanitari si parte dalla Libia in sicurezza. L’Italia ha riattivato i canali umanitari grazie a Cei, Caritas e Sant’Egidio.

«Con l'arrivo a Fiumicino del primo charter Onu dalla Libia con 93 richiedenti asilo è partito ieri il corridoio umanitario in attuazione del protocollo firmato ad aprile dal governo con Unhcr, Comunità di Sant' Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche e Tavola Valdese. In 12 mesi arriveranno con canale sicuro e legale 500 persone vulnerabili tra cui bambini, vittime di tratta, di tortura e malati. Alcuni sono stati liberati dalla detenzione, altri erano in mano ai trafficanti. Dopo l'arrivo saranno accolti da Comunità di Sant' Egidio, Fcei e Tavola Valdese nelle comunità locali potranno chiedere lo status di rifugiato. «È un forte messaggio anche per l'Ue - sottolinea Marco Impagliazzo, presidente di Sant' Egidio - finora in ordine sparso e spesso insensibile di fronte a un fenomeno come l'immigrazione che è necessario affrontare con urgenza e umanità». Dal 2016 i corridoi umanitari hanno permesso l'arrivo in Europa di 4.023 persone (3.313 in Italia). Il prossimo volo dovrebbe tenersi a gennaio in base alla situazione in Libia dove, a meno di un mese dalle elezioni, la tensione è alta. Un tribunale militare di Misurata ha condannato ieri a morte in absentiail generale Khalifa Haftar, candidato alle presidenziali come Saif al-Islam Gheddafi, escluso con altri 24 candidati per crimini di guerra. Intanto nelle acque tra Tunisia e Malta è in corso un'azione di salvataggio della Marina tunisina che ha informato Alarm Phone di aver inviato 4 navi verso le 430 persone in pericolo rispondendo alla richiesta di aiuto. Su Twitter, l'Ong ricorda che i naufraghi vanno portati nella Ue.

Paolo Lambruschi per Avvenire racconta le storie di chi oggi arriva in Italia.

«Dopo quattro anni stasera Abhram (nome di fantasia) potrà finalmente rivedere la moglie e la figlioletta a Roma grazie ai corridoi umanitari della Cei. La loro storia è un piccolo miracolo di questo canale di ingresso sicuro e legale. Perché l'uomo, 25 anni, profugo eritreo in Etiopia, le aveva lasciate nel 2017 in un campo profughi nel Tigrai, quando aveva deciso di raggiungere il Sudan e da lì la Libia per arrivare in Ue. Il progetto era di ricongiungersi, ma i trafficanti lo hanno imprigionato e torturato per mesi e dopo la liberazione è riuscito ad essere evacuato dall'Acnur in Niger dove si è 'spiaggiato'. Nel frattempo moglie e figlia sono riuscite a raggiungere l'Italia dall'Etiopia con il primo corridoio umanitario finanziato con l'otto per mille della Cei. Tutto sembrava perduto, con un deserto e un mare (tombe di oltre 60 mila migranti) a separarli. Ma Abhram ha accennato alla sua famiglia in Italia ai mediatori Onu in Niger, i quali ne hanno parlato la scorsa estate agli operatori della Caritas italiana e di Gandhi Charity che hanno ricostruito la storia e ritrovato moglie e figlia. Oggi, quando atterrerà il volo charter che porta 50 profughi dal Niger, tra cui 16 bambini, le ritroverà. Il programma dei corridoi umanitari della Caritas Italiana, frutto della collaborazione tra Unhcr, governo e Cei, ha permesso l'arrivo in sicurezza di centinaia di rifugiati, molti dei quali, dopo persecuzioni e violenze che li hanno portati a fugggire dai paesi d'origine (Sudan, Centrafrica, Somalia, Sud Sudan, Eritrea, Camerun, Yemen), sono stati detenuti in condizioni estreme nelle carceri libiche dalle quali sono scappati o sono stati evacuati. Causa pandemia, nel 2020 i corridoi si sono bloccati, quello odierno è il secondo volo del 2021 dal Niger. Ad attendere i 60 profughi a Roma ci saranno le Caritas diocesane di Vigevano, Crema, Avellino, Venezia, Matera e Verona che con l'accoglienza comunitaria garantiranno ai beneficiari percorsi di prossimità e integrazione. Il Boeing 787 partito da Niamey per Roma è stato messo a disposizione dalla Onlus Solidaire. Il fondatore della compagnia aerea, Enrique Piñeyro, ha voluto sostenere l'iniziativa ricordando che «la nostra missione è anzitutto fornire appoggio logistico alle missioni umanitarie garantendo l'arrivo in sicurezza dei rifugiati». Il volo porterà al sicuro anche Charlotte, camerunense della minoranza anglofona ridotta in schiavitù lungo la rotta occidentale che porta al Mediterraneo attraverso il Sahara. Fuggita nel novembre 2017, quando gruppi armati hanno attaccato il villaggio, è stata vittima di trafficanti e violenze. Venduta e rivenduta, raggiunge Agadez, in Niger, dove lavora mesi come schiava per trovare i soldi per raggiungere l'Algeria. Nel Sahara il furgone su cui viaggia viene intercettato dai banditi che rapinano e abbandonano tutti nelle sabbie. Un camion li soccorre e li porta a Bani Walid, in Libia dove la donna viene comperata da un uomo al mercato degli schiavi. Rimasta incinta, il padrone la scaccia pagandole il viaggio nel Mediterraneo. In riva al mare, a Sabratha, perde il bambino. Sfollata a Zwara, riesce a imbarcarsi, ma lo scafo viene intercettato dalla cosiddetta guardia costiera libica e i passeggeri portati in carcere a Tripoli. Qui l'Onu la trova e la porta nel 2018 in Niger. La sua odissea è finita oggi. Prossima tappa dei corridoi a febbraio in Giordania».

CRISI MIGRANTI 2. LA TRAGEDIA SULLA MANICA

Francia e Gran Bretagna sono ancora sotto choc per i migranti morti nella Manica. I governi si rinfacciano le responsabilità. Leonardo Martinelli per La Stampa.

«È ancora choc all'indomani della tragedia di mercoledì in mare, il naufragio di un barcone nella Manica, con almeno 27 migranti annegati, perlopiù curdi. Tra loro c'erano anche tre bambini e una donna incinta. Ma ieri, sotto una pioggia glaciale e battente, continuavano i tentativi di gommoni (in pessime condizioni e con troppi passeggeri a bordo) di lasciare la costa francese alla volta di quella inglese: almeno una quarantina di migranti sono sbarcati a Dover. Che fare? Londra e Parigi continuano a promettere più cooperazione, ma in maniera più o meno velata fanno a scaricabarile sulle responsabilità. Tanto più che a raffreddare le relazioni fra Emmanuel Macron e Boris Johnson riaffiora un altro dossier pendente, quello delle licenze di pesca del post Brexit, che i britannici si rifiutano a concedere a diversi pescherecci francesi. Sì, a complicare le cose ci si mettono i pescatori. La loro organizzazione nazionale in Francia ha annunciato che oggi bloccheranno per alcune ore l'arrivo dai traghetti dall'Inghilterra ai porti di Saint-Malo, Ouistreham e Calais e in questa città, da terra, impediranno l'accesso dei treni merci all'Eurotunnel. Sulla base dell'accordo firmato per la Brexit con Londra, i pescatori francesi che già operavano nelle acque inglesi possono continuare a farlo, ma sulla base di licenze concesse dal Regno Unito. Secondo Parigi, dal primo gennaio scorso, ne sono state attribuite 960 e ne mancherebbero ancora all'appello 150. Intanto la Commissione europea ha lanciato un ultimatum alle autorità britanniche perché si metta in regola al massimo entro il 10 dicembre. Il dossier pesa indirettamente sul fronte migranti. Su questa sponda, Johnson ha puntato il dito sulla responsabilità della Francia, facendo capire che «non è all'altezza della situazione». Londra ha rinnovato la sua offerta a organizzare pattuglie di polizia comuni con i francesi sulla costa di Calais, ma Parigi ha finora rifiutato, per una questione di sovranità. Da parte sua Macron ha detto di attendere che i britannici «cooperino pienamente con noi e si astengano dallo strumentalizzare una situazione drammatica per dei fini politici». Ad alimentare le polemiche ci pensano i tabloid britannici, come il Daily Mail, che ieri ha pubblicato in prima pagina una foto che mostra un'auto con a bordo poliziotti francesi che guarderebbero inermi (da verificare) i migranti imbarcarsi verso il Regno Unito. Il titolo era: «State lasciando che gli assassini la facciano franca». È un'accusa frequente a Londra. Per i francesi sarebbe un vantaggio che i migranti abbandonassero la loro costa. Macron ha lanciato pure un appello per «migliorare la cooperazione europea, in particolare con il Belgio, i Paesi Bassi, la Germania, oltre al Regno Unito. Proprio a Calais, domenica, è prevista una riunione dei ministri di tutti questi Paesi e della Francia, responsabili dell'immigrazione, oltre che dei rappresentanti della Commissione europea, per discutere dell'emergenza nella Manica. «La Francia è un Paese di transito - ha sottolineato Macron -. Dobbiamo batterci contro le reti di passeurs, i trafficanti di uomini, che utilizzano la disperazione, ma per combattere questa battaglia dobbiamo migliorare la cooperazione internazionale».

CRISI MIGRANTI 3. LA RAGAZZA DAGLI OCCHI VERDI

La ragazza afghana dagli occhi verdi del celebre scatto di Steve Mc Curry, copertina memorabile di National Geographic del 1985, è profuga a Roma. Sharbat Gula, questo il suo nome, allora aveva 12 anni oggi ne ha 49. Domenico Quirico per La Stampa.

«In fondo l'Afghanistan e la sua tragedia lunga quarant' anni per noi sono stati soltanto questo: una splendida fotografia e due occhi di una bambina di cui non conoscevamo nemmeno il nome. L'estetica di una tragedia, non il suo cuore spietato e colpevole, che un grande fotografo di guerra fermò, verrebbe davvero da dire per sempre, in un campo di profughi vicino a Peshawar in Pakistan. La lunga storia degli afghani erranti per trovare pace. Era il 1985 l'Afghanistan era sceso in uno dei tanti gironi del suo inferno, la guerra contro la modernizzazione brutale, involontaria imposta a colpi di bombe e di guerra dall'Unione sovietica. Sharbat Gula guardava, la macchina fotografica, l'occidentale, ciò che gli stava intorno: intensa interrogativa, come la sua vita. Il rifugio Dopo quarant' anni e un'altra tragedia Sharbat riappare: ancora profuga, ancora fuggiasca salvata dal paradiso spietato dei taleban di nuovo padroni di Kabul e questa volta arriva in Occidente, a Roma. In fondo anche lei attraverso quella fotografia ci appartiene, le dobbiamo un rifugio come agli altri centomila afghani che abbiamo portato via nei giorni senza gloria della ritirata da Kabul. In lei possiamo leggere come in uno specchio non solo i segni che il tempo ha lasciato su quel volto ma anche le nostre dimenticanze, i nostri compromessi, gli errori e le colpe. Come anche noi come Occidente siamo invecchiati dentro smarrendo forse la giovinezza e il vigore di ciò che eravamo. I suoi occhi come l'infinito istante di una fotografia continuano a interrogarci: che cosa avete fatto di noi in questo tempo? Sharbat ha vissuto allora, quando era bambina e oggi quando ormai è una donna, la straordinaria, terribile condizione della vittima: sospesa in un terribile presente, aggrappata alla sopravvivenza di un giorno, costretta a non avere sogni perché sottoposti alla spietata usura del disincanto. In questi anni il suo volto ha continuato a essere l'Afghanistan sulle copertine dei libri delle riviste delle mostre di reportage: la bambina afgana. McCurry ha vinto premi prestigiosi, e lei intanto passava, giorno dopo giorno anno dopo anno, attraverso le stazioni del calvario del suo Paese, la guerra con i russi, la lotta fratricida tra i mujaheddin, la vittoria dei taleban, la invasione americana, il ventennio della democrazia falsa e bugiarda. Ma era come se si fosse disumanizzata fosse diventato un simbolo astratto non richiamava neppur più l'Afghanistan ma un asettico universo di bellezza atemporale. Tra guerra e fanatismo Attorno a lei senza soluzione di continuità c'è stato solo guerra odio fanatismo promesse mirabolanti e mai mantenute. La sua condizione di eterna bambina simbolo e poi di donna viva era emarginazione sopraffazione assenza. A quel tempo, la fine del secolo scorso, a noi occidente che tifavamo per gli eroici mujaheddin, jihadisti ma che tenevano testa al comunismo sovietico di tutto questo non importava nulla. I burqa e i volti delle bambine erano uno straordinario gioco estetico dei reporter di guerra negli intervalli delle battaglie: l'azzurro de vestiti-prigione era così scenografico sull'aspro colore delle rocce e della terra, con i profili aguzzi degli indomabili guerrieri di Allah. E gli occhi delle bambine incastonati nella scenografia degli scialli. Una splendida copertina appunto. Nulla ci importava allora del destino di quelle bambine anche se sapevamo che il burqa non era una esotica curiosità ma uno strumento di segregazione. I mujaheddin erano "i nostri", erano alleati utilissimi: che fossero fanatici amministratori della Sharia era un particolare infondo trascurabile. Sharbat e il suo volto caravaggesco sono stati una parte di quella propaganda e di quella ipocrita narrazione. In fondo è sempre stato il destino degli afghani: servire a qualcos' altro essere lo strumento di disegni che loro non avevano scelto. Essere in fondo degli sconosciuti. Dobbiamo molte spiegazioni a Sharbat».

MANOVRA, LE CONSULTAZIONI DI DRAGHI

È finita che le consultazioni sulla legge di Bilancio che aveva proposto Enrico Letta, le farà Mario Draghi. In vista del Quirinale? Se lo chiede Wanda Marra sul Fatto.

«Alla fine, il tavolo sulla manovra tra i partiti proposto dal segretario del Pd, Enrico Letta, lo farà Mario Draghi, a Palazzo Chigi. Ieri pomeriggio è stato varato un calendario di incontri con i partiti, in vista della legge di Bilancio, che assomiglia a delle vere e proprie consultazioni. Draghi, insieme al ministro dell'Economia Daniele Franco e al ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D'Incà, incontrerà la prossima settimana i capigruppo parlamentari - sia Camera sia Senato - e i capi delegazione delle forze politiche di maggioranza. Lunedì 29 inizierà il Movimento 5 Stelle, il 30 toccherà a Lega, FI , Pd. Il primo dicembre sarà la volta di Coraggio Italia, Italia Viva e LeU. La decisione arriva il giorno dopo il varo del Super Green pass. Sull'emergenza Covid si è presa una decisione, il prossimo ostacolo è la manovra. Ci sono una serie di nodi da sciogliere, a partire dal fisco, sui quali i partiti hanno posizioni diverse. Ma soprattutto ormai tutti, compreso lo stesso premier, hanno la testa all'elezione del presidente della Repubblica. Draghi non solo non ha mai detto pubblicamente di essere indisponibile al Quirinale (che è già un segnale), ma anzi ha fatto filtrare che la sua permanenza a Palazzo Chigi non è scontata, anche se non sale al Colle. La sua maggioranza appare sempre più sfilacciata e il prossimo anno si preannuncia sempre più difficile. Negli incontri della settimana prossima, dunque, Draghi avrà modo di vedere da vicino non i leader, ma i capigruppo in Parlamento. E dunque di cominciare a costruire le condizioni per la sua elezione. Perché se Letta e Giuseppe Conte, ma anche Giorgia Meloni e magari Matteo Salvini cominciano a considerare la sua candidatura inevitabile (chi per arrivare a elezioni, chi per reale mancanza di alternative, chi perché lo considera un competitor), la tenuta dei gruppi parlamentari resta la principale incognita. Senza contare che a Palazzo Chigi hanno messo a fuoco un'altra questione: se il premier dovesse trasferirsi al Quirinale, bisognerà lavorare a un altro governo. Per arrivare a fine legislatura o per portare il Paese alle urne, da esecutivo sfiduciato. Proprio ieri, comunque, il Cinque Stelle Stefano Patuanelli (ministro delle Politiche Agricole) ha dato voce a perplessità e preoccupazioni: Mario Draghi al Quirinale? "Nessuno ha la sfera di cristallo, quello che accadrà è difficile da prevedere, anche per la fluidità delle forze politiche, l'importanza di gruppi misti totalmente eterogenei: gestire quella fase sarà totalmente un'incognita". Comunque vada, però, "io credo non si possa tornare al voto perché vi sono degli elementi di necessità che debbono per forza prevedere una continuità". Va notato anche che la convocazione degli incontri arriva dopo l'incontro di Letta con Draghi di mercoledì. Al Nazareno l'ipotesi che il premier vada al Quirinale non sembra così peregrina. Ma soprattutto le consultazioni sembrano "un metodo intelligente nelle modalità e nel timing", perché "l'importante è stemperare le tensioni e concentrare l'attenzione del Parlamento e le forze politiche sul merito delle scelte da compiere". Anche se - aggiungono - sarebbe stato meglio farlo prima».

ACCORDO SUL FISCO, MA SOLO FRA PARTITI

Andrea Colombo sul Manifesto sostiene che l’accordo sul Fisco piace solo ai partiti. Forza Italia e Pd si intestano la mini-riforma delle tasse che dovrebbe favorire il ceto medio. Critiche da Confindustria e sindacati, da fronti opposti.

«Piace ai partiti, spiace alle parti sociali, che fanno diluviare critiche, opposte tra loro, sull'accordo politico raggiunto ieri al Mef sulla riforma fiscale. Ora la parola passa a Palazzo Chigi, che ha già convocato i capigruppo di maggioranza per la settimana prossima e presumibilmente si deciderà a incontrare anche i sindacati che per ora non hanno visto palla. «L'accordo con noi non è stato trovato. Non siamo stati consultati. Restiamo in attesa», segnala gelido Landini per la Cgil. Altrettanto dura la Cisl: «Qualsiasi impostazione releghi i sindacati in ruolo consultivo è irricevibile». La riforma fiscale è in realtà poco incisiva, e non poteva essere diversamente dato l'investimento esiguo: 8 miliardi, uno, al posto dei due previsti, per il taglio dell'Irap, 7 per l'Irpef. È una riforma che premia i ceti medio-alti, con reddito intorno ai 50 mila euro annui ma ignora la fascia più bassa e concede le briciole a quella medio-bassa. È infine una riforma sulla quale grava un'incognita determinate: del previsto riordino delle detrazioni, che hanno un peso enorme sulla fiscalità complessiva, si sa pochissimo. Di certo il nuovo sistema riassorbirà, eliminandolo, il bonus di Renzi, i famosi 80 euro passati poi a 100. LA RIFORMA porta le aliquote dalle 5 attuali a 4, eliminando quella del 41% per lo scaglione tra i 55 mila e i 75 mila euro di reddito: dai 50 mila in su l'aliquota sarà per tutti del 43%. Resta intatta l'aliquota più bassa, quella del 23% per chi guadagna fino a 15 mila euro. Si tratta di 30 milioni di contribuenti per i quali non cambia niente. Il ragionamento che ha portato a questa scelta non è privo di fondamento: i più poveri sono talmente tanti che sollevarli sarebbe stato costosissimo in cambio di un incremento della busta paga invisibile anche col microscopio. Comprensibile, ma resta il fatto che chi più avrebbe bisogno di un vero effetto redistributivo è stato completamente ignorato. I redditi tra i 15 mila e i 28 mila vedono l'aliquota scendere dal 27 al 25% e anche in questo caso i vantaggi saranno insignificanti, nell'ordine di circa 21 euro al mese. Tre punti percentuali in meno, dal 38 al 35% per lo scaglione tra i 28mila e i 50mila euro che, soprattutto intorno alla punta alta, arriverà a risparmi tripli rispetto all'area interessata dall'aliquota precedente. «Alcune fasce di questo scaglione potranno risparmiare sino a 700 euro l'anno», si congratula il responsabile economico del Pd Misiani. IL VICEMINISTRO dell'economia Pichetto spiega che avrà carattere strutturale, cioè non limitato al prossimo anno, ed è comunque il primo passo «verso un percorso di armonizzazione della progressione fiscale che prevede il superamento dell'Irap per le imprese». Al momento, tuttavia, lo stanziamento per il taglio dell'Irap è dimezzato rispetto alle previsioni della vigilia ed è dunque limitato alla tassa sulle persone fisiche, circa 850 mila tra lavoratori autonomi e ditte individuali. Salvini comunque brinda all'intesa: «Irpef più semplice e leggera per tutti, via l'Irap per le persone fisiche: la Lega è al governo per difendere famiglie e imprese». Più esuberante il plauso di Pd e Fi, che sgomitano per piazzare la loro targa. «Accolte le nostre proposte sul fisco. Saranno aiutate le famiglie in difficoltà», esulta la capogruppo al Senato del Pd Malpezzi anche se dette famiglie, per la verità, della riforma quasi non si accorgeranno. «Ricalca le nostre proposte», proclamano in coro i forzisti e hanno qualche motivo di soddisfazione in più del Pd. A GUASTARE la festa della maggioranza sono le parti sociali, il cui verdetto è invece il pollice verso. «Sono scelte che suscitano forte perplessità perché senza visione per il futuro dell'economia del paese», attacca Confindustria che avrebbe voluto il taglio concentrato sulle imprese. Altrettanto insoddisfatta, per motivi opposti, la Cgil: «Gli 8 miliardi dovrebbero andare tutti a lavoratori dipendenti e pensionati, inoltre ribadiamo la nostra contrarietà alla riduzione dell'Irap». La riforma, senza fondi a disposizione, non poteva che avere un valore indicativo, prospettando e scegliendo un orizzonte. Il governo decisionista di Draghi ha scelto di non scegliere».

I 5 STELLE E IL FINANZIAMENTO PUBBLICO

Terremoto nel Movimento dei 5 Stelle per la decisione di aderire al 2 per mille, cioè al finanziamento pubblico del partito. Emanuele Buzzi per il Corriere.

«Una decisione storica. Almeno per il Movimento. L'assemblea congiunta di deputati e senatori M5S ha dato il via libera alla scelta di aderire al due per mille: il finanziamento pubblico fino ad ora era stato visto dai pentastellati come un vero e proprio tabù. La decisione è arrivata un po' a sorpresa, dopo un resoconto del tesoriere Claudio Cominardi e di Vito Crimi davanti agli eletti. Lo stesso leader Giuseppe Conte ha fatto intendere come il passaggio non sia una sua iniziativa. «Prendo atto di questa vostra richiesta di fare domanda per il finanziamento del due per mille - ha detto il presidente - e prendo anche atto che la questione pendeva dagli Stati generali, ma non possiamo trascurare che cosa significa per la storia del Movimento». Proprio per questo il presidente dei Cinque Stelle - forte dell'alto numero di sì alla proposta, i contrari raccontano sono stati solo tre - ha sottolineato come un voto degli iscritti (in programma all'inizio della prossima settimana) sia «non solo opportuno ma necessario». Tra i parlamentari ci sono stati molti consensi, qualche perplessità (da parte di M5S storici come Laura Bottici e Alberto Airola) e pochi no. Tra questi, Danilo Toninelli. L'ex ministro durante la riunione ricorda: «Si tratta di soldi pubblici che lo Stato non incassa e che vanno ai partiti». Anche Alessandro Di Battista, dopo l'intervista al Corriere , torna a pungere i suoi ex colleghi: «Il Movimento votò contro la legge del governo Letta che istituiva il 2X1000 ai partiti sostenendo che fosse un finanziamento pubblico mascherato (sempre soldi pubblici sono) ed era un bel Movimento». All'indomani dell'assemblea, però, nei gruppi sono iniziati a circolare i primi forti dubbi. Due i punti messi in discussione. Anzitutto, la tempistica: il M5S avrebbe pochi giorni per completare l'iter (la scadenza è a fine novembre) e poter usufruire già dal prossimo anno del finanziamento, ma non è detto che riesca ad espletare per tempo tutti i passaggi. In secondo luogo l'opportunità. «Ci svendiamo per poche migliaia di euro», attacca un Cinque Stelle. E poi domanda: «Ne valeva la pena? Forse una decisione del genere avrebbe meritato una discussione più ampia». La base rumoreggia e le discussioni rischiano di protrarsi fino all'esito della consultazione, che - ha detto Conte - «sarà dirimente». Una sconfitta del fronte del sì suonerebbe come uno schiaffo dei militanti all'intero gruppo parlamentare. I Cinque Stelle spiegano che dietro alla scelta ci sarebbe anche la necessità di foraggiare l'attività politica sui territori, spesso in difficoltà in passato. Ma molti parlamentari puntano l'indice sulla situazione delle casse pentastellate, al momento in difficoltà e in prospettiva (con il minor numero di eletti dalla prossima legislatura) più difficili da riempire. Ecco allora l'attacco a chi è in ritardo con le restituzioni: «Tra i sì al due per mille, c'è chi non dà soldi al Movimento da oltre un anno: chissà come mai...». I super ritardatari sono secondo le stime circa una ventina, ma non incorrono in nessun rischio sanzione. Cominardi ha ricordato in assemblea la situazione e ha invitato i ritardatari a ottemperare i loro impegni, sottolineando solo che non essere alla pari esclude i ritardatari dal giro di nomine interne. Sullo sfondo c'è sempre l'addio alla regola dei due mandati. «Credo si debba far ragionare gli organi deputati sulla eventuale necessità», commenta all 'Adnkronos il ministro Stefano Patuanelli».

LA LEGA ANNULLA L’ASSEMBLEA DELL’EUR

La Lega ha deciso di annullare l’Assemblea che doveva svolgersi a Roma l’11 e il 12 dicembre. La cronaca sul Corriere è di Cesare Zapperi.

«Doveva essere l'occasione per «sancire, aggiornare e decidere i binari su cui viaggiamo». Ma la grande assemblea programmatica della Lega che Matteo Salvini voleva tenere a Roma l'11 e 12 dicembre all'Eur a Roma è finita su un binario morto. Sulla strada dell'appuntamento che avrebbe dovuto radunare oltre duemila persone tra parlamentari italiani ed europei, consiglieri regionali, sindaci e rappresentanti di enti e istituzioni si sono piazzati due ostacoli: uno non certo inedito come la pandemia con il ritorno ad un livello di contagi da allarme, e l'altro nuovo nelle forme del super green pass varato mercoledì dal governo. Sul primo piano, i vertici leghisti hanno ritenuto che sarebbe troppo rischioso concentrare così tante persone in un unico contesto. Né si vuol passare per coloro che offrono una occasione di contagio. Ma è il secondo ostacolo che lascia spazio anche ad interpretazioni maliziose. C'è chi sostiene, infatti, che l'assemblea è stata fatta saltare perché qualcuno, e forse non proprio pochi, con le nuove regole non avrebbe potuto parteciparvi. Il super green pass, infatti, esclude l'utilizzo del tampone per chi si raduna in spazi pubblici al chiuso. Si può entrare solo se vaccinati o guariti. Non è un mistero che dentro la Lega ci sia una componente che, pur con varie motivazioni, da sempre si dichiara no vax (o per la libertà di scelta che dir si voglia) e, soprattutto, no green pass. Una componente trasversale, che si ritrova sia in Parlamento che nei Comuni e che il segretario Salvini non ha mai sconfessato o criticato. Per chi ha quel tipo di posizione, sarebbe stato impossibile prendere parte all'assemblea. Nessuno ufficialmente conferma questa interpretazione. Si preferisce far discendere la scelta del rinvio a data da destinarsi al senso di responsabilità che una forza di governo non può non avere. Ma la scelta dei tempi induce ad avere qualche dubbio. Guarda caso la decisione di Salvini è arrivata poche ore dopo che il Consiglio dei ministri, al termine di una giornata caratterizzata da tensioni con il Carroccio, poi rientrate grazie ad una mediazione cui ha dato un rilevante contributo il presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, ha varato il green pass rafforzato da mostrare anche nelle zone bianche (seppur, grazie al compromesso raggiunto, solo dal 6 dicembre al 15 gennaio). Anche dopo l'ok sofferto, la Lega a tutti i livelli ha manifestato le sue perplessità per una scelta ritenuta penalizzante. Ma evidentemente c'è stato anche un risvolto interno. Ai più attenti e sensibili, è parso chiaro che con quei limiti l'assemblea dell'11 e 12 dicembre avrebbe registrato un bel numero di assenze, anche non irrilevanti. Meglio, allora, annullare tutto e rinviare la discussione a tempi migliori. Il tema del super green pass resta comunque al centro dell'attenzione. «La Lega, facendo propria la linea dei governatori, ha lavorato per tutelare la salute pubblica e per evitare nuove chiusure che avrebbero rimesso in ginocchio l'economia» ha detto il presidente del Veneto Luca Zaia ieri pomeriggio a Milano presentando il suo libro «Ragioniamoci sopra». Per spiegare le tensioni interne al Carroccio e la linea politica a volte divergente sulla pandemia, il governatore ha fatto leva sulla doppia anima, di lotta e di governo. «Noi amministratori abbiamo il polso della gente e siamo chiamati ad assumerci le responsabilità. Un anno fa abbiamo fatto scelte coraggiose che lì per lì ci hanno attirato anche forti critiche. Ma se ci siamo risollevati è perché ci siamo rivoltati le maniche». Oggi che la pandemia rialza la testa per Zaia c'è un pericolo in più da scongiurare: la frattura sociale. «La società è spaccata, perfino nelle famiglie non si discute più perché le posizioni si sono radicalizzate. Chi ha posizioni no vax ha atteggiamenti molto aggressivi. Ma noi abbiamo bisogno di una pacificazione. Dobbiamo remare tutti dalla stessa parte se vogliamo mettere fine a questa tragedia (5 milioni di vittime in tutto il mondo)».

CASO TIM, LA MOSSA DI GUBITOSI PRO KKR

Giornata decisiva per il destino di Tim. L’Ad Gubitosi, nell’immediata vigilia del board, ha scritto ai consiglieri dicendosi pronto al passo indietro  purché non sia rimandata la decisione sull’offerta del fondo americano Kkr. Federico de Rosa per il Corriere:

«L'amministratore delegato di Tim, Luigi Gubitosi, è pronto a fare un passo indietro rimettendo le deleghe al consiglio. Ieri sera il manager ha inviato una lettera ai consiglieri del gruppo in vista della riunione di oggi, in cui ha dato la disponibilità a lasciare l'incarico di amministratore delegato, qualora fosse necessario per agevolare la trattativa con Kkr. Gubitosi resterebbe comunque in consiglio. Dalla lettera traspare il livello dello scontro in consiglio, anche a livello personale. I rappresentanti di Vivendi, primo azionista di Tim, accusano il manager di aver sollecitato l'offerta del fondo Usa. Gubitosi parla di «stupore generato da alcune posizioni assunte» nel corso della riunione di domenica scorsa in cui è stata portata la proposta di Kkr, che «dimostrano la totale mancanza di rispetto verso il mercato che non può appartenere alla cultura di Tim». Non ci sono riferimenti diretti a Vivendi, ma è evidente che il contenuto della lettera ruota attorno al ruolo dei francesi. Gubitosi richiama il board alle proprie responsabilità riguardo alla proposta di Kkr, ricordando che «il destinatario di una eventuale offerta non è la Società ma i soci che decideranno nella loro autonomia come comportarsi. In questo caso - scrive il l'amministratore delegato di Tim -, il Consiglio di Amministrazione deve rigorosamente attenersi alle regole, atteso che non ha un ruolo attivo ma deve assicurare la trasparenza e corretta informazione al mercato». «Atteggiamenti dilatori da parte del Consiglio, che possono essere interpretati come volti a difesa degli interessi di taluni azionisti, sono da evitare e sarebbero tali da ingenerare significative responsabilità sugli organi della Società» aggiunge il manager, segnalando in tal senso come la discussione della proposta di Kkr sia stata inserita all'ultimo punto dell'ordine del giorno del consiglio di oggi, in cui si dovrebbero nominare gli advisor per la valutazione dell'offerta. Gubitosi si dice disponibile a fare un passo indietro per evitare che lo scontro con Vivendi pregiudichi l'esame dell'offerta e mette a disposizione del consiglio le deleghe «per vostra opportuna valutazione. Se questo passaggio consentirà una più serena e rapida valutazione della non binding offer di Kkr, sarò contento che sia avvenuto». Il consiglio farà le sue valutazioni. Vivendi nel frattempo avrebbe trovato i voti per proporre la sfiducia in consiglio e dunque a Gubitosi potrebbe essere ritirate le deleghe. E' lo scenario più probabile. La lettera tuttavia spariglia in qualche modo il tavolo. Non è infatti una mera disponibilità a fare un passo indietro, ma prima ancora un richiamo ai consiglieri e un atto di contestazione di comportamenti «sospetti». La riunione di oggi sarà decisiva. Non solo per Gubitosi - che resterebbe nel board - ma anche per il destino dell'offerta di Kkr e soprattutto per Tim».

DOMANI LA COLLETTA ALIMENTARE

Domani in tutta Italia ci sarà la Colletta nazionale alimentare in tutti i supermercati. Un appuntamento importante ricordato oggi da Giorgio Paolucci sulla prima pagina di Avvenire.

«Un altro segnale di ripartenza e un altro sintomo della voglia di costruire qualcosa di utile per sé e per gli altri: domani, 27 novembre, torna la Giornata Nazionale della Colletta Alimentare. All'indomani del Black Friday, il venerdì trasformato in sede planetaria (almeno nel Nord del mondo) del grande rito dello shopping per se stessi, ecco il sabato della spesa d'ogni giorno condivisa. E sarà in presenza, dopo l'edizione 2020 quando, a causa dell'emergenza Covid, venne 'dematerializzata' e realizzata con carte prepagate poi convertite in cibo. Davanti a 11.000 supermercati saranno all'opera 145.000 volontari, distanziati e muniti di Green pass seguendo le necessarie regole di sicurezza. I prodotti donati verranno poi distribuiti alle 7.600 strutture caritative convenzionate con il Banco Alimentare (mense per i poveri, comunità per i minori, banchi di solidarietà, centri d'accoglienza) che sostengono 1.700.000 persone. I numeri dicono di un gesto imponente e molto partecipato, che vede in azione studenti e pensionati, professionisti e casalinghe, tutti a offrire un po' del loro tempo e delle loro energie per aiutare a rispondere a un bisogno elementare: donare cibo a chi è in difficoltà. All'insegna della condivisione, che è principio di convivenza e origine di una socialità nuova. Come ha scritto papa Francesco nel messaggio per la quinta edizione della Giornata mondiale dei poveri, «la condivisione genera fratellanza [...] è duratura [...] rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia [...] uno stile di vita individualistico è complice nel generare povertà [...] se i poveri sono messi ai margini il concetto stesso di democrazia è messo in crisi». Oltre al valore economico dell'iniziativa (nel 2020 sono state donate 2.600 tonnellate di cibo, equivalenti a 5,2 milioni di pasti) c'è dunque la sua forte valenza civile, il richiamo a sentirsi parte di un popolo, a farsi carico delle necessità di quanti non ce la fanno. E forse anche l'interrogarsi su quanto è davvero necessario per campare e su quante cose invece potremmo rinunciare a possedere senza che la nostra vita ne soffra. Ma soprattutto c'è il valore educativo di un gesto semplice, così piccolo e così grande, alla portata di tutti, capace di arricchire tanto chi dona quanto chi raccoglie il cibo. In un mondo dove dilaga l'assenza di senso, abbiamo tutti bisogno di educarci alla gratuità e alla dimensione del dono, e riscoprire che è nella natura profonda dell'uomo interessarsi al prossimo. In un libricino intitolato 'Il senso della caritativa', don Luigi Giussani - che insieme al presidente della Star, Danilo Fossati, è all'origine del Banco Alimentare - scrive: «Quando si vedono altri che stanno peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti, e noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza. Interessarci degli altri, comunicarci agli altri, ci fa compiere il supremo, anzi unico, dovere della vita, che è realizzare noi stessi, compiere noi stessi... Ma Cristo ci ha fatto capire il perché profondo di tutto ciò svelandoci la legge ultima dell'essere e della vita: la carità. La legge suprema del nostro essere è condividere l'essere degli altri, è mettere in comune se stessi». Partecipare alla Giornata della Colletta Alimentare, come donatori o come volontari, è un'occasione per vivere l'esperienza della condivisione, per riscoprire la stoffa che ci costituisce come uomini. Per dare una mano alla ripartenza da tutti invocata. E perché il primo a ripartire sia il nostro cuore».

CINA, ZHANG PAGA CARA LA VERITÀ SUL VIRUS

Dall’estero. Sono drammatiche le notizie su Zhang Zhan, in prigione in Cina perché aveva denunciato la situazione del virus a Wuhan.  Sabina Provenzani per Il Fatto.

«Il 13 maggio 2020, Zhang Zhan, avvocata e già attivista del movimento pro-democrazia di Hong Kong, diventata citizen journalist - il giornalismo partecipativo di chi grazie alla diffusione capillare dei nuovi media porta a conoscenza verità scomode per i regimi - pubblica il suo ultimo video da Wuhan, l'epicentro della pandemia di Covid. Nelle immagini un po' sgranate, la giovane donna viene minacciata da un poliziotto che le ingiunge di smettere di riprendere e postare online il suo materiale su WeChat, Twitter, YouTube e altri social media. Quello del 13 maggio è infatti uno dei tanti video di denuncia già diffusi da Zhang Zhan, che dalla nativa Shanghai si è spostata a Wuhan, fin dal febbraio precedente, per contrastare la narrazione ufficiale. Per mesi l'attivista ha intervistato testimoni e descritto la gestione dell'epidemia da parte del governo cinese per com' è davvero, quella crisi che le autorità vogliono nascondere a tutti i costi. Nei giorni in cui Pechino rassicurava il mondo parlando di un virus sotto controllo, Zhang raccontava di crematori al lavoro giorno e notte, della falsificazione al ribasso del reale numero delle vittime, di giornalisti indipendenti o familiari in cerca di verità vessati e ridotti al silenzio. E senza remore nel criticare il governo locale e nazionale. Quello del 13 maggio è anche il suo ultimo video. Il giorno dopo scompare: a lungo non si sa nulla di lei. Come ricostruisce in seguito Chinese Human Rights Defender, un'associazione internazionale non governativa che difende i diritti umani di dissidenti cinesi, è stata fermata dalla polizia il 15 maggio e arrestata formalmente il 19 giugno. L'accusa? Nelle fiorite definizioni del governo cinese per reprimere il dissenso, il suo crimine è picking quarrels and provoking trouble, "aver attaccato briga e provocato disordini". È l'articolo 293 del Codice penale cinese: una definizione abbastanza vaga da tornare utile per la repressione di qualsiasi forma di dissenso, usata quindi come grimaldello legale per colpire attivisti pro-democrazia e dal 2013 estesa dallo spazio fisico a quello online. Prevede una pena fino a 5 anni di carcere. Zhang avrebbe inviato 'una mole di notizie false sui social, concesso interviste a media stranieri come Radio Free Asia e Epoch Time, tutto con lo scopo di disturbare la gestione della pandemia. Lei respinge queste accuse ribattendo di non essersi inventata nulla, di aver visto tutto di persona. Il processo è una farsa di tre ore. La condanna? Arriva il 28 dicembre: 4 anni nel carcere di Pudong. Ma secondo la testimonianza del suo avvocato Zhang Keke, riportata da Amnesty International, mentre è in attesa di giudizio Zhang viene torturata con cappuccio sulla testa e manette ai polsi per 24 ore di seguito. Da giugno 2020, quindi poco dopo il fermo, lei inizia uno sciopero della fame e viene alimentata a forza. L'avvocato riesce a visitarla in due occasioni, a novembre e dicembre 2020: ha un sondino per l'alimentazione forzata che le esce dalla narice, le mani bloccate perché non possa rimuoverlo. Secondo il legale, Zhang è debole, soffre di emicranie, dolori all'addome, alla bocca e alla gola, dove passa il tubo che la alimenta. Dice di soffrire e di essere esausta. I magistrati negano a un secondo avvocato, Ren Quanniu, l'accesso alle carte per preparare la difesa. Lei intanto la scorsa estate finisce in ospedale per malnutrizione. Secondo le ultime notizie dello scorso ottobre, sta continuando lo sciopero della fame ed è ormai in pericolo di vita. Ha 38 anni, è alta un metro e 77, pesa solo 40 chili: secondo i familiari, che l'hanno vista il 28 ottobre in videoconferenza, è troppo debole per camminare da sola e perfino per sollevare una mano. I suoi video sono scomparsi dal web cinese. Nel suo Paese è un fantasma. Il mondo, si fa per dire, si mobilita: chiedono formalmente la sua liberazione il governo degli Stati Uniti, le Nazioni Unite, l'Unione europea, anche il governo britannico tramite l'ambasciata a Pechino. Ma i dossier cruciali nei rapporti fra le potenze occidentali e la Cina sono altri, e la pressione diplomatica non arriva nelle carceri cinesi. Reporter senza frontiere cerca di tenere alta l'attenzione assegnandole il suo Press Freedom Award 2021 'per il coraggio nel praticare, difendere e promuovere il giornalismo'. A settembre diffonde un appello al presidente cinese Xi Jinping per la liberazione di Zhang Zhan, firmato da altre 45 organizzazioni internazionali per i diritti umani. Ma i giornalisti finiti dietro le sbarre delle case di detenzione per il loro lavoro indipendente su Wuhan sono 47. 114 in totale i reporter detenuti nelle carceri cinesi. Almeno 10 di loro, condannati a pene lunghe e ormai quasi dimenticati in carcere, rischiano la vita se non saranno liberati al più presto.».

ETIOPIA, LA GUERRA DEL NOBEL PER LA PACE

Ritratto del premier etiope Abiy Ahmed. Fu lui a firmare la fine del conflitto ventennale con l'Eritrea, tanto da ottenere il Nobel. Ma poi con le riforme attirò i nemici e ora è in guerra coi ribelli tigrini. Pietro Veronese per Repubblica.

«Il premio Nobel per la pace va alla guerra. Il primo ministro etiopico Abiy Ahmed ha smesso il completo scuro, ha indossato la mimetica e si è avviato al fronte di un conflitto che un anno fa ha ordinato senza averlo voluto e oggi sta miseramente perdendo. Non sono bastati l'appello alla mobilitazione nazionale, la chiamata alle armi degli abitanti della capitale, la proclamazione dello stato d'emergenza: il premier ha ritenuto necessario questo gesto estremo, esemplare, quasi l'annuncio di un sacrificio. Ha lasciato il Paese nelle mani del ministro degli Esteri e si è allontanato dal governo. Nulla meglio della sua decisione può illustrare il dramma dell'Etiopia, che rischia l'implosione, la disintegrazione. Uno Stato che pur attraverso rivoluzioni e drastici cambiamenti può vantare - unico nel continente africano - una continuità bimillenaria; il solo ad aver attraversato il secolo del colonialismo mantenendo la propria indipendenza (eccettuato il triennio dell'aggressione fascista 1936-39), è oggi sull'orlo del baratro. Il gesto del premier etiopico non ha un valore soltanto dimostrativo. Per quindici anni, prima di diventare un politico, Abiy Ahmed è stato un militare. Quand'era ancora adolescente combatté contro il regime militar-comunista del Derg, crollato nel 1991. Ricevette poi un addestramento vero e proprio, fu inquadrato nelle nuove Forze armate e salì su per i ranghi fino al grado di tenente colonnello. Prima di lasciare l'uniforme, nel 2006, contribuì a disinnescare gli scontri tra musulmani e cristiani nella sua città natale di Beshasha, costati diversi morti. Seppe convincere i leader delle opposte fazioni a sedersi a parlare, fino al raggiungimento di un compromesso. Da lì la fama di mediatore e uomo di pace, poi confermata da atti ben più eclatanti. E il primo disegnarsi del tragico paradosso della sua vita: da militare favorì l'armonia tra i connazionali; da civile li ha fatti precipitare nella guerra. Quando ascese al potere nel 2018, a 43 anni, il nuovo primo ministro fu una sorpresa. Il suo nome era una scelta di compromesso, che risolse un lungo stallo tra le contrapposte fazioni della coalizione al potere. E qui si radica il secondo paradosso, il secondo atto della tragedia di Abiy Ahmed. Per la prima volta un Oromo, esponente dell'etnia maggioritaria che non aveva mai governato il Paese, anzi in passato era stata trattata alla stregua di un ceto servile, raggiungeva la poltrona più alta. Mai nella storia etiopica un cambiamento così significativo era avvenuta senza conflitto, senza spargimento di sangue, bensì con un consenso politico. Tuttavia il grande perdente di quella svolta, il gruppo dirigente tigrino, che fino ad allora aveva esercitato un potere sproporzionato rispetto alla minoranza etnica che rappresentava, non accettò di essere messo da parte. Così da quell'intesa incruenta si avviò il concatenarsi di vicende che in capo a tre anni avrebbe portato alla guerra. Il terzo paradosso è ovviamente il più crudele. Il figlio di un padre musulmano e di una madre cristiana, l'uomo che aveva costruito la propria carriera sulla cultura della mediazione e dell'accordo, il leader che a pochi giorni dal suo insediamento aveva abbracciato la vicina Eritrea, mettendo fine a un conflitto ventennale (di qui il premio Nobel per la pace); quella stessa persona vede oggi il suo Paese diviso da una guerra feroce, che non risparmia i civili anzi ne fa il proprio campo di battaglia, commettendo stupri, violenze, massacri e lasciando corso a una carestia devastante. Non c'è dubbio che quell'uomo sorridente, dall'apparenza mite, motivato da una fede zelante (aderisce alla Chiesa evangelica pentecostale), che ha invano chiamato i suoi connazionali a un patto di unità capace di trascendere le identità etniche (o meglio "nazionali" nel linguaggio politico etiopico), sia oggi una figura degna di una tragedia shakespeariana. Perché guardando retrospettivamente quello che è accaduto dal giorno della sua ascesa al potere a oggi, il suo cammino appare segnato dall'ineluttabilità della tragedia. Il consenso, anzi l'entusiasmo che accompagnarono i suoi primi passi - le riforme liberali, la liberazione dei detenuti politici, l'apertura ai media, il ruolo accresciuto delle donne nel governo - rafforzarono l'odio dei suoi nemici. E le loro provocazioni, fino agli atti di aperta ostilità contro le Forze armate federali, finirono per non lasciargli alternativa a una risposta militare. Che domani potrebbe travolgerlo».

LA LETTERA DI UNA VITTIMA DIFFUSA DAL PAPA

Domenico Agasso sulla Stampa pubblica la lettera di una ragazza che papa Francesco ha ricevuto. La missiva di una vittima (di cui per riservatezza non è nota la nazionalità) si rivolge agli uomini di Chiesa. Il Papa ha voluto diffondere la missiva a preti e seminaristi, per «mostrare la via del servizio a beneficio dei vulnerabili», ha spiegato il cardinale O' Malley. Ecco la testimonianza impressionante:

«Mi chiamo... e per anni sono stata maltrattata da un prete che avrei dovuto chiamare "fratellino" ed io ero sua "sorellina". Sono venuta qui perché vorrei che vincesse la "verità amabile". Sono qui anche nel nome delle altre vittime... dei bambini che sono stati profondamente feriti, a cui hanno rubato la loro infanzia, purezza e rispetto... che erano traditi e hanno approfittato della loro fiducia sconfinata... dei bambini dei quali i cuori battono che respirano vivono... ma li hanno uccisi una volta (due, più volte)... le loro anime sono fatte a piccoli pezzi insanguinati. Sono qui perché la Chiesa è mia Madre e mi fa tanto male quando è ferita quando è sporca. Gli adulti che hanno sperimentato questa ipocrisia da bambini non potranno mai cancellarla dalle loro vite. Potrebbero dimenticarsene per un po', provare a perdonare, provare a vivere una vita piena, ma le cicatrici rimarranno sulle loro anime, non scompariranno. Cerco di sopravvivere, di provare gioia, ma in realtà è una lotta incredibilmente difficile... Ho un disturbo dissociativo dell'identità, un grave disturbo post-traumatico complesso (PTSD), depressione, ansie, paura delle persone, e non dormo, e se riesco ad addormentarmi in tal caso, ho sempre gli incubi. A volte ho degli stati, quando sono "fuori", non percepisco "qui" e "ora". Il mio corpo ricorda ogni singolo tocco... Ho paura dei preti, di stare nella loro vicinanza. Ultimamente non posso andare alla Santa Messa. Mi fa molto male... Chiesa, quello spazio sacro era la mia seconda casa e lui me l'ha tolta. Ho una gran voglia di sentirmi al sicuro in chiesa, di riuscire a non aver paura, ma il mio corpo, le emozioni reagiscono in modo completamente diverso... Vorrei chiedervi di proteggere la Chiesa, corpo di Cristo! Quello che è tutto pieno di ferite e cicatrici. Per favore, non permettete che quelle ferite siano ancora più profonde e che se ne verifichino di nuove! Siete uomini giovani e forti. Chiamati! Uomini chiamati da Dio, a servire Dio, e per mezzo di lui alle persone... Dio vi ha chiamati a essere il suo strumento tra gli uomini. Avete una grande responsabilità! Una responsabilità che non è un peso, ma un dono! Per favore, trattatelo secondo l'esempio di Gesù con l'umiltà e l'amore! Per favore non spazziamo le cose sotto il tappeto, perché poi inizieranno a puzzare, marcire, e il tappeto stesso si decomporrà. Rendiamoci conto che se nascondiamo questi fatti, quando ne tacciamo, nascondiamo lo sporco e diventiamo così un cooperatore. Se vogliamo vivere la verità, non possiamo chiudere gli occhi! Vivere nella verità è vivere secondo Gesù, vedere le cose attraverso i suoi occhi. Ed Egli non chiudeva i suoi occhi davanti al peccato davanti al peccato e al peccatore, ma viveva la verità con l'amore. Con la verità amabile ha indicato il peccato e il peccatore. Per favore, rendetevi conto che avete ricevuto un regalo enorme. Il dono di essere un "alter Christus", di essere l'incarnazione di Cristo qui nel mondo. Le persone, e specialmente i bambini, non vedono in voi una persona, ma Cristo, Gesù, di cui confidano comunque senza limiti. È qualcosa di enorme e forte, ma anche molto fragile e vulnerabile. Per favore sii un buon sacerdote!».

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