Il Cav: Draghi fino al 2023

Mossa di Berlusconi dopo l'uscita draghista di Brunetta. Sullo sfondo la corsa al Quirinale. Gere testimone al processo monstre contro Salvini. Montesano leader dei No Vax. Erdogan sfida l'Occidente

È il momento degli attori. L’americano Richard Gere testimonierà al processo contro Salvini a Palermo per il caso Open Arms. Hollywood contro la Lega. Mentre l’italiano Enrico Montesano ha tenuto un comizio da leader a Roma alla manifestazione contro il Green pass. Una Mandrakata (copyright Febbre da cavallo) contro Draghi. È la regola della società dell’immagine. Macché scienziati, tecnici, competenti, “migliori”… la nuova democrazia digitale è fatta da influencer. Datemi un attore e vi cambierò il mondo.  

I giornali si concentrano ancora sulla trattativa che riguarda la necessaria riforma delle pensioni. Non ci sono certezze, anche se Draghi ha spiegato che vuole superare quota 100. Cgil e Lega vorrebbero però difendere quella misura, mentre la Confindustria la contrasta decisamente. La Versione, lo sapete, attende che le decisioni diventino tali. La settimana che inizia domani dovrebbe portare il Governo ad una riforma, nel quadro dei conti che sono già stati presentati all’Europa.

A proposito di Europa, oggi Prodi sul Messaggero spiega bene la questione della “Polexit”. Ancora una volta il destino della Polonia è centrale per tutta l’Europa: da una parte gli europeisti e dall’altra i sovranisti (Lega e FdI compresi). Anche qui siamo alla vigilia di decisioni importanti e decisive per il destino delle istituzioni comunitarie.

Il derby sovranisti/populisti si gioca anche nella maggioranza di governo, tanto più dopo l’intervista di Brunetta di venerdì scorso. Oggi la mossa di reazione è quella di Silvio Berlusconi. Il Cav risponde ai ministri di Forza Italia su diversi punti: è palesemente contrario all’elezione di Draghi al Quirinale ma non lo dice. Sostiene però che Draghi non può lasciare Palazzo Chigi fino alla fine naturale della legislatura. Lo aveva già detto Letta. Stefano Feltri sul Domani osserva: non sono i partiti che devono dire a Draghi che cosa fare, è lui che dirà ai partiti che cosa vuole fare.

Dall’estero arriva una notizia bomba da Ankara: il presidente Erdogan ha espulso 10 ambasciatori di Paesi occidentali perché avevano preso le parte di un dissidente del regime in carcere turco. Mica male come biglietto d’ingresso al G20 di Roma. I Talebani sono in affanno a due mesi dalla presa del potere. In Francia è lanciatissimo il giornalista di destra Zemmour, potrebbe gareggiare lui contro Macron.

Da Taranto arriva un Manifesto dei giovani alla Settimana sociale dei cattolici. Mentre oggi a Rimini ci sarà la beatificazione della 23enne Sandra Sabattini, seguace di don Oreste Benzi.  

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Pensioni, Erdogan, il caro vita… Tanti i temi sui giornali di domenica. Avvenire sottolinea il Manifesto dei giovani alla Settimana sociale di Taranto: Rigenerazione dal basso. Il Corriere della Sera fa ancora il punto sulla trattativa che riguarda le nuove regole sulla previdenza: Pensioni, riforma a ostacoli. Il Manifesto inserisce nel tema il processo contro Salvini: Quota 147. Il Mattino ne fa una questione politica: Manovra, no di Draghi alla Lega. Il Messaggero invece di coerenza del premier: Draghi: la manovra non cambia. Repubblica vede una convergenza Salvini-Landini: Pensioni, su Quota 100 Lega e Cgil contro Draghi. Il Domani fa una rivelazione sulle violenze nelle prigioni: Una lettera riapre il caso della strage misteriosa nel carcere di Modena. Il Fatto scava nel patto siciliano fra Italia Viva e Micciché: Dell’Utri lavora per B. al patto Renzi-Cuffaro. Il Giornale tematizza il maxi processo di Palermo contro il capo della Lega: Gere fa la comparsa nel processo a Salvini. Il Quotidiano Nazionale va sul caro consumi: Aumenta tutto, stangata sulla spesa. Il Sole 24 Ore invece si occupa di finanza: Fondi super liquidi a caccia di aziende. Prezzi al massimo spingono alla vendita. La Stampa fa il titolo principale sul presidente turco che espelle 10 ambasciatori: La sfida di Erdogan all’Occidente. La Verità ha uno scoop giudiziario: Indagato il capo delle forze armate. Libero critica il reddito di cittadinanza: Ogni lavoratore grillino ci costa 400 mila euro.

BERLUSCONI RISPONDE A BRUNETTA E CONVOCA I MINISTRI

Silvio Berlusconi reagisce alla provocazione di Renato Brunetta che nell’intervista a Repubblica di venerdì aveva attaccato l’anima sovranista del centro destra. Ribadisce che ha lui la leadership e che Draghi deve restare premier fino alla fine della legislatura. Lo fa attraverso un’intervista a Paola Di Caro del Corriere della Sera.

«Dice no a qualsiasi ipotesi di voto anticipato che sarebbe «irresponsabile». Difende i suoi alleati Salvini e Meloni dalle accuse ma non affida a nessuno il ruolo di «federatore»: «Hanno entrambi profili fortemente caratterizzati. Troveremo la soluzione migliore. Ma il centrodestra dovrà distinguersi per equilibrio e proposte, non per questioni interne». Nega sdegnato di aver confermato le alleanze per avere consensi per il Quirinale e rimanda ogni discorso al futuro. E ai suoi ministri che scalpitano chiede di smetterla con le «polemiche». Ribadendo che Forza Italia la rappresenta lui e solo lui, certo che la sua linea «non è messa in discussione da nessuno». Silvio Berlusconi è tornato in campo, e oggi quel che lo fa «sentire meglio è l'idea di poter fare qualcosa per il mio Paese. Da questo punto di vista la calorosa accoglienza che ho trovato a Bruxelles fra i miei amici leader del Ppe credo possa essere - al di là della soddisfazione personale - una buona cosa per l'Italia. In un'Europa ancora ferita dalla Brexit, e che con l'uscita di scena di Angela Merkel perde un grande punto di riferimento, il nostro Paese può e deve giocare un ruolo importante». E come la fa sentire l'assoluzione al processo di Siena? «Semplicemente si conferma quello che dico da tempo: i magistrati seri, onesti e competenti sono la maggioranza. Ora posso solo augurarmi che la sentenza di Siena sarà confermata negli altri processi aperti, che si basano sullo stesso assurdo teorema». Intanto, anche dopo il vertice, il centrodestra mostra crepe. Salvini dice a Meloni di «non rompere», lavora a un nuovo gruppo con Le Pen mentre lei in Europa garantisce per lui. Crede davvero che abbia messo da parte il sovranismo? «Io non chiedo a nessuno di mettere da parte alcunché. Non mi permetterei mai. Dico una cosa diversa, e cioè che l'Italia ha bisogno di un centrodestra liberale, cristiano, europeista, garantista. Sta a noi costruirlo e rafforzarlo, perché la politica italiana ha bisogno di questo. Poi, Salvini fa legittimamente la sua parte - che è diversa dalla nostra - e la fa bene, con efficacia». Anche Meloni è stata al centro di polemiche per una «vicinanza pericolosa» di FdI ad ambienti neo-fascisti. Si sente di garantire anche per lei e il suo partito? «Giorgia Meloni non ha bisogno di garanti. Se Fratelli d'Italia non fosse un grande partito democratico non saremmo alleati con loro. Io ho detto un'altra cosa: l'Europa sa, e me lo hanno confermato in questi giorni a Bruxelles, di poter contare su di noi per un'Italia pienamente inserita nei valori e nelle regole su cui si fonda l'Unione Europea». Nel suo partito c'è chi non la pensa come lei e la sfida quasi. Gelmini, Carfagna, Brunetta sono a capo di un'area che auspica un diverso assetto politico. Brunetta propone una coalizione fra socialisti, liberali e popolari a sostegno di Draghi. Che ne pensa? «In verità, io non ho sentito nessuno in Forza Italia - voglio ripeterlo, nessuno - contestare la nostra linea politica, che è quella di lavorare per il Paese, sostenendo con forza il governo Draghi, e facendo tutto il necessario, magari anche qualche sacrificio, perché il Paese sia unito in questi mesi difficili. Lo facciamo da forza di centrodestra che ha un profilo distinto da quello dei suoi alleati». Ma allora perché c'è scontento nel suo partito? «Si tratta di incomprensioni personali, che vanno ricomposte, non di conflitti sulla linea politica che, lo ripeto, è condivisa da tutti e non ha alternative. Sinceramente - lo dico con stima e affetto per amici che collaborano con me da molti anni - preferirei non leggere sui giornali notizie di polemiche che non ci rappresentano e che non credo interessino gli italiani. Abbiamo ben altre questioni da affrontare, stiamo uscendo faticosamente dalla più grave crisi del dopoguerra e le ricadute sono dietro l'angolo. L'Europa e il mondo vivono un momento molto difficile e delicato. Dobbiamo attrezzarci ad affrontare nuove sfide planetarie, a partire da quella cinese, che ci riguardano direttamente. Sono sfide ideologiche, geopolitiche, economiche, militari. Sfide che riguardano le materie prime, le tecnologie, l'energia che usiamo ogni giorno, l'ambiente e la transizione ecologica. L'Italia presiede il G20 e in parternariato con il Regno Unito avrà un ruolo centrale alla Cop26 di Glasgow. Dobbiamo occuparci di queste cose». Anche in FI c'è chi sospetta che lei mantenga ferma l'alleanza con Salvini e Meloni soprattutto pensando alla corsa al Quirinale. È così? «Il centrodestra è stato fondato da me, 28 anni fa, per ragioni di ben altro respiro. Di Quirinale, come sa, non intendo parlare né occuparmi fino a quando un presidente come Sergio Mattarella sarà nel pieno delle sue funzioni». Ma le ipotesi di un Mattarella bis o di Draghi al Colle le trova convincenti? «La regola di non parlare del successore di Mattarella vale anche in questo caso». Ma può dire se si aspetta il voto anticipato, nel caso Draghi salisse al Quirinale? Ed esclude qualunque modifica della legge elettorale? «Questo governo sta portando l'Italia fuori dall'emergenza sanitaria ed economica. È un lavoro difficile che sta procedendo con buoni risultati grazie al senso di responsabilità di tutte le forze politiche. Sarebbe davvero irresponsabile pensare di interromperlo prima del tempo per bloccare il Paese in una campagna elettorale. Per la stessa ragione, parlare ora di legge elettorale significa far circolare veleni, mentre l'Italia si aspetta che la politica si occupi di tutt' altro, di vaccini, di Pnrr, di tasse, di pensioni, del benessere e della sicurezza degli italiani». A proposito di Draghi: andrà anche lei dal premier? E significherebbe che FI la rappresenta solo lei? «Il fatto che sia io a rappresentare Forza Italia mi pare non sia messo in discussione da nessuno. Peraltro, collaborano con me un coordinatore nazionale e un gruppo dirigente di eccellente qualità. Sull'incontro del centrodestra con il presidente Draghi dobbiamo ancora ragionare, ma naturalmente il mio rapporto con il premier è costante nel tempo. Gli ho parlato anche da Bruxelles». Lei è stato il federatore e il leader del centrodestra per oltre 20 anni. È vero che oggi pensa di poter essere lei stesso a indicare un nuovo federatore? E Salvini e Meloni potrebbero diventarlo? «Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno entrambi grandi capacità e un profilo fortemente caratterizzato. Da qui alle elezioni, che non sono imminenti, si troverà la soluzione migliore. Il centrodestra però deve distinguersi per l'equilibrio, la serietà, la coerenza delle sue proposte, non per le sue questioni interne». Qual è oggi il suo obiettivo politico, a breve e lungo termine? «Mantenere unito il Paese, in uno stretto rapporto con l'Europa, per ripartire davvero: dobbiamo garantire che i nostri figli e i nostri nipoti possano vivere meglio di noi, così come i nostri padri e i nostri nonni lo hanno garantito a noi. Oggi, per la prima volta da secoli, questo non è affatto scontato».

Anche i Ministri di Forza Italia si preparano all’incontro diretto con Berlusconi e Salvini. Anche se non danno l’impressione di voler cedere. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Preparano insieme il super vertice tra Lega e Forza Italia. Si muovono come un corpo unico. "Coperti" politicamente da Gianni Letta, il vero punto di riferimento nel rapporto con Mario Draghi. Maria Stella Gelmini, Renato Brunetta e Mara Carfagna si sentono, chattano, si risentono. La linea emersa in questi scambi ruota sempre attorno a un concetto, che porteranno a quel tavolo e che diventerà anche posizione pubblica dei prossimi giorni: «Coordinarsi con i membri del governo della Lega è un fatto positivo. Ma sempre fedeli a una linea riformista. Nel solco della lealtà al Paese e a Draghi». Significa che non chineranno il capo. Che mai e poi mai abbandoneranno in nome del sovranismo la stagione inaugurata dal premier. Anche la Lega è in fermento. Giancarlo Giorgetti - sostenuto da Massimo Garavaglia - è l'altro protagonista di queste ore. Ha intensificato il rapporto con i ministri berlusconiani, con i quali condivide ogni scelta di governo. Spera che il passaggio unitario serva a tirarlo fuori da una posizione scomoda, quella dell'amico di Draghi a dispetto del suo leader. Cerca sponda nei ministri azzurri, insomma. Nonostante Salvini. Queste le premesse. Poi però c'è anche la politica. Dice che l'esito più logico del vertice convocato da Berlusconi e Salvini è una tregua generale. Più che armata - è evidente che sarebbe armata, visto lo stato dei rapporti interni al centrodestra e nei singoli partiti - si tratterebbe di un armistizio fondato sull'interesse. Il Cavaliere ha bisogno di mostrarsi comandante in capo, non un capo esautorato dalle sue truppe. Presente sulla scena, come a Bruxelles per il vertice del Ppe, in modo da coltivare il sogno impossibile del Colle. E quindi si appresta a derubricare le polemiche con i ministri a «incomprensioni personali, non di posizionamento politico». A ribadire l'affidabilità europeista del centrodestra. A difendere il bipolarismo come scelta «ineluttabile ». E, dunque, l'alleanza con Salvini e Meloni. Il segretario del Carroccio vive malissimo il doppio registro interno alla Lega. Soffre disperatamente il legame speciale tra Giorgetti e Draghi, così come l'affermarsi di posizioni governiste a scapito del suo movimentismo antieuropeo. Per questo ieri si è sentito con Berlusconi, confermando l'appuntamento con cui pensa di imbrigliare i suoi ministri: «Lo chiedo da mesi», dice, giurando che servirà a coordinarsi sui provvedimenti più importanti. È evidente che il leghista prova ad allontanare i governisti del centrodestra dal governo. «Ho messaggiato con Meloni - confida non a caso - perché voglio una coalizione compatta. Vogliamo governare appena si tornerà a votare ed essere determinanti per il Quirinale. Per farlo dobbiamo dire basta ai litigi». È lo stesso mandato che ha dato ai suoi capigruppo, che ormai nelle riunioni di maggioranza bloccano ogni vertice con questa formula: «Dobbiamo sentire cosa ne pensa Fratelli d'Italia». Resta il fatto che una tregua è possibile. Per raggiungere lo scopo ai due leader basterebbe mettere nero su bianco questo coordinamento settimanale. Non costerebbe poi molto, visto che un accordo di governo su legge di bilancio e pensioni è vicino. Quanto alla riforma elettorale, i capi del centrodestra hanno già chiarito il loro no al proporzionale: è facile accordarsi, in questa fase, perché l'eventuale strappo di FI arriverebbe comunque dopo il Colle. Poi, certo, nella villa del Cavaliere la situazione potrebbe sempre sfuggire di mano. Antonio Tajani e Licia Ronzulli, a capo della fazione filoleghista, sono assai ascoltati da Berlusconi. Lo scontro interno a Forza Italia, ormai due partiti in uno, rischia di detonare ancora di più prima del vertice, a margine del vertice, dopo il vertice. Ma lo scenario della tregua d'interesse è comunque lì, a portata. Comodo per tutti, per certi versi, perché consente di spingere un po' più in là la possibile frattura: fino all'elezione del Capo dello Stato. Quando si capirà davvero quale delle due anime di Forza Italia sceglierà Berlusconi, una volta preso atto dell'impossibilità di diventare Capo dello Stato. E quando nella Lega si consumerà l'ultima resa dei conti».

Stefano Feltri sul Domani ribalta la prospettiva: è Draghi che decide. Tocca a lui dire ai partiti qual è la decisione su Quirinale o palazzo Chigi.

«Da alcuni giorni si consuma sui giornali e via agenzie di stampa un negoziato ormai scoperto che ha come oggetto Mario Draghi: deve rimanere a palazzo Chigi per sempre? Deve essere traslocato, volente o nolente al Quirinale? O magari tenuto a bagnomaria un paio d'anni con la promessa del Colle dopo un breve bis di Sergio Mattarella? Oppure ancora ammansito con promesse impossibili da mantenere di presidenze della Commissione europea o del Consiglio europeo nel 2024? Quando il premier ha detto che era "offensivo" speculare sulla successione a Mattarella ha inteso, in modo neanche troppo implicito, che era altrettanto offensivo elucubrare sul suo futuro come se fosse un oggetto passivo della discussione. Alla fine, sarà Draghi a decidere che fare. Non perché siamo in un presidenzialismo di fatto, ma perché si tratta del primo presidente del Consiglio che dà la fiducia ai partiti della coalizione di maggioranza invece che riceverla. Si tratta di rapporti di forza, puri e semplici. Se Draghi dicesse: «Mi dimetto perché con questi partiti non si possono fare le riforme e realizzare gli obiettivi del Pnrr», all'istante la percezione (troppo) idilliaca degli investitori e dei partner internazionali di questa Italia draghiana si ribalterebbe. Con le conseguenze immaginabili, tra aumento del costo del debito, ostilità da Bruxelles, fuga degli investitori. Se invece Draghi scegliesse di trasmettere un messaggio rassicurante, di riforme ben avviate, imbullonate al Pnrr e non reversibili, creerebbe il contesto perché anche una nuova maggioranza con dentro tutti i sovranismi residui - Fratelli d'Italia e Lega - possa essere considerata accettabile da chi teme una replica del caos gialloverde. Il Pd, in questi scenari, è quasi soltanto spettatore, costretto al sostegno responsabile al governo e alle riforme e anche ad accettare le scelte di un premier che vorrebbe tenere a palazzo Chigi il più a lungo possibile. Di certo Draghi non gradisce sentirsi merce di scambio in un suk quotidiano animato dalle ambizioni personali dei vari capicorrente che pensando di usare il Quirinale per sciogliere i tanti nodi interni al partito, dalla legge elettorale al futuro dei parlamentari che non saranno rieletti causa taglio dei seggi. Peraltro, nessuno ha pensato di chiedere a Draghi se lui sarebbe disposto a rimanere alla guida di questa singolare coalizione di partiti in caso al Quirinale arrivasse un presidente della Repubblica diverso da Mattarella (e da Draghi stesso). Il premier continuerebbe come se niente fosse senza più il suo dante causa? O agirebbe come molti amministratori delegati quando cambia l'azionista, cioè andrebbe a rimettere il mandato considerando comunque chiusa una fase di eccezione? Il secondo scenario sarebbe destabilizzante e renderebbe nulli i giochi parlamentari per prorogare in modo surrettizio la legislatura evitando il passaggio di Draghi al Colle, ma nessuno sembra considerare questa ipotesi. Il fatto che il sistema dei partiti non sia stato rigenerato dalla cura Draghi è provato dal fatto che nessuno può far a meno di lui. E neanche controllarlo. Quando Draghi avrà deciso cosa fare, lo capiremo».

LA CINA NON VUOLE DRAGHI AL QUIRINALE

Curioso articolo di Francesco Galieti sulla Verità. Il giornale di Belpietro sostiene che la Cina, tanto influente nel primo e nel secondo governo Conte, sarebbe contraria all’elezione di Mario Draghi al Quirinale.

«Non potendo fare affidamento su presidenti del Consiglio dalla breve vita politica, le cancellerie internazionali da tempo hanno preso come riferimento il Quirinale. Anche in Cina, a cui Roma fa gola, sanno che il presidio dell'Italia passa dal Quirinale. Allungata com' è al centro del Mediterraneo, contenuta a Nord dalla cortina delle Alpi, costretta a osservare l'orizzonte di un Est vicino e un Ovest lontano, l'Italia unisce il vettore euro-cinese e quello afro-cinese. Proprio dal punto di vista degli equilibri internazionali e delle ombre cinesi, il settennato di Sergio Mattarella, che si concluderà a breve, non è di agevole lettura. Per un verso, Mattarella ha chiamato a battesimo ben due esecutivi di fila con forti venature eurasiste e filo-cinesi. Il Conte I accolse trionfalmente Xi Jinping a Roma e firmò un accordo sulle Vie della Seta, il Conte II non fece a sua volta abiura di queste posizioni. L'avvicendamento di Salvini con Zingaretti non impresse alcuna svolta dal punto di vista di Pechino: in altre parole, vi fu «continuità nella discontinuità». Come mai? Forse perché il presidente del Consiglio era rimasto lo stesso. O forse perché a Roma Pechino può contare non solo sui grillini ma anche sulla rete cattolica di sinistra. Essa annovera figure-chiave delle istituzioni e della politica italiane. Come Giuseppe Conte, l'ex presidente del Consiglio discepolo del cardinale Silvestrini, padre della Ostpolitik vaticana. E come lo stesso Sergio Mattarella, che è molto legato al ricordo di Vittorino Colombo, il democristiano che teorizzò l'avvicinamento a Pechino. Senza contare, inoltre, che papa Bergoglio ha ripetutamente dato segno di volere un'intesa storica tra Cina e Vaticano. L'attuale pontefice, insomma, non si colloca affatto nel solco di Giovanni Paolo II, che durante la Guerra Fredda si schierò risolutamente nel campo occidentale contro l'Unione sovietica. Per il verso opposto, con il terzo esecutivo varato da Mattarella, grazie al decisivo arrivo di Draghi, si è finalmente registrata una netta discontinuità rispetto al triennio precedente della legislatura. Con Draghi a Palazzo Chigi, l'euro-atlantismo ha ripreso il posto dell'eurasismo. Non vi è dubbio: Xi è tra i pochi leader mondiali a non aver accolto con piacere l'avvento di Draghi. Non stupisce la sua assenza al vertice dei capi di Stato e di governo del G20 che si terrà a Roma il 30 e 31 ottobre. D'altra parte, già nel discorso di esordio di Draghi alle Camere, la Cina era nominata solo di sfuggita, e per giunta esprimendo preoccupazione per le tensioni geopolitiche in Asia. Il discorso non conteneva nemmeno un riferimento allo status di «partner» della Cina, né ai rapporti commerciali tra la Cina e l'Italia. Per la Cina, essere snobbati è come noto un affronto mortale».

Maria Teresa Meli racconta come a sinistra, Conte e Letta, con Bettini, stiano ragionando sulle prossime mosse. Corsa al Quirinale in testa.

«Martedì ha parlato con Enrico Letta (i due si vedranno prossimamente), qualche giorno dopo, venerdì, ha telefonato a Goffredo Bettini, come ha rivelato Il Foglio ieri: Giuseppe Conte cerca di prendere le misure all'alleato dem. In ballo ci sono troppi passaggi importanti - la durata della legislatura, l'elezione del capo dello Stato, la (eventuale) riforma della legge elettorale - e il leader del Movimento Cinque Stelle vuole capire come il Partito democratico intenda attraversarli per affrontarli insieme. Non sono stati però colloqui decisivi perché gli stessi dem devono ancora comprendere quali siano le prossime mosse da mettere in campo. Con il segretario Letta i rapporti sono sempre eccellenti, ma è con Bettini che Conte ha maggiore confidenza: i due si sentono e si confrontano spesso. Non solo, l'ex europarlamentare, che continua ad avere una certa influenza sui dem, ha fatto più volte intendere che l'idea di eleggere Mario Draghi al Quirinale e di andare alle elezioni anticipate non può essere considerata a priori un tabù. «Dobbiamo essere pronti a ogni evenienza», è solito ripetere. Ma i gruppi parlamentari dei Cinque Stelle, per la maggior parte, vedono come il fumo negli occhi l'ipotesi del voto anzitempo. Conte e Bettini hanno discusso i pro e i contro di un simile scenario e hanno ragionato sulle possibili mosse di Matteo Salvini: il leader della Lega andrà veramente fino in fondo con questo governo o, piuttosto, a un certo punto strapperà? Bettini propende per la seconda ipotesi, o quanto meno ritiene che occorra mettere nel conto anche questa eventualità. Ma se, invece, la legislatura proseguisse si riproporrebbe, inevitabilmente, il tema della riforma elettorale. Letta è convinto che alla fine non se ne farà niente: «Resterà la legge che c'è» è il suo convincimento. Ma il Rosatellum potrebbe costringere i Cinque Stelle a un'alleanza forzata non a tutti gradita nel Movimento, tanto più adesso che i rapporti di forza si sono rovesciati e che ora giocano a favore dei dem. Meglio il proporzionale. Al segretario del Pd, però, non piace: «Io sono per il maggioritario». La pressione per questo sistema, però, nel Partito democratico è molto forte. Base riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti spinge per il proporzionale, che non dispiace nemmeno ai franceschiniani. Bettini non ha mai fatto mistero di preferire il proporzionale all'attuale sistema anche se, come Letta, «vede pochi spazi nel corso di questa legislatura». Ma non ha abbandonato le speranze. Come si dice ancora convinto che alla fine i veti reciproci, tra Conte da una parte e Carlo Calenda e Matteo Renzi dall'altra, dovranno cessare. A sentire il leader di Azione, che in questi giorni ha parlato dell'argomento con Letta, però il suo movimento veleggia per altri lidi: «Enrico, vedrai che quando finirà la partita del Colle e Berlusconi non sarà eletto anche il suo no al proporzionale cadrà. E allora si apriranno altri spazi di manovra per me». Già, l'elezione del successore di Mattarella è il terzo passaggio da affrontare. «Dobbiamo farlo uniti», dice Letta a Conte, che è d'accordo con lui: «Non bisogna lasciare spazi a chi vuole fare giochini». E il pensiero del leader del Movimento Cinque Stelle va a Matteo Renzi, che, però, è già pronto a entrare in campo...».

LE PROTESTE GREEN PASS DA MILANO A ROMA

 «La situazione è sotto controllo», rasserena Silvio Brusaferro, numero uno dell'Istituto superiore di Sanità. Il tasso di positività rispetto ai tamponi (ne sono stati fatti tantissimi) resta basso seppur con un leggero rialzo dallo 0,6 allo 0,8% negli ultimi sette giorni. Occorre fare ancora attenzione visto lo scenario internazionale e i casi preoccupanti di Regno Unito (alto numero di positivi) e Russia (che registra un alto numero di decessi, ormai oltre quota mille al giorno). Ieri cortei e proteste a Milano, Roma e Trieste. La cronaca del Corriere racconta che nel capoluogo lombardo alla testa del corteo è comparso un Ex Br.

«Tentano l'assedio alla Camera del Lavoro, provano a sfondare il cordone di polizia che protegge la sede della Cgil e per cinque ore bloccano il traffico in centro e sulla circonvallazione. Per il 14esimo sabato consecutivo i no pass tornano in corteo. E dopo gli incidenti della scorsa settimana sono ancora diecimila i manifestanti che scendono in piazza. Tra loro, alla partenza da piazza Fontana, c'è anche l'ex irriducibile delle Brigate rosse, oggi 76enne, Paolo Maurizio Ferrari. Alla guida del corteo tiene lo striscione «Lavoratori contro green pass e obbligo vaccinale. Ora e sempre resistenza». Componente del gruppo storico delle Br, Ferrari è stato scarcerato nel 2004 dopo 30 anni, di nuovo arrestato nel 2012 e condannato per vicende legate ai no Tav. Ma in piazza, oltre ai soliti anarchici sparpagliati, c'erano gli estremi opposti. Con una dozzina di neonazisti del gruppo Do.Ra, la comunità militante dei Dodici raggi di Varese guidati da Alessandro Limido. Anche loro sono per lunghi tratti nelle prime file del corteo anche se non prendono parte ai disordini finali. Lì, invece, ci sono alcuni militanti dell'area anarchica. Ma sono soprattutto le frange più estreme dei no pass a guidare il tentativo di arrivare alla Camera del Lavoro. La giornata si divide in due. Prima un lungo corteo in centro fino a corso Buenos Aires e piazzale Loreto. Qui viene aggredita una troupe di Mediaset e il giornalista Enrico Fedocci circondato e spintonato da alcuni militanti no pass. Pesanti disagi per il traffico e proteste dei commercianti per l'ennesimo sabato di passione e affari a singhiozzo. Alle 19.30 il corteo riparte in modo incontrollato e blocca la circonvallazione in viale Abruzzi: stop alle due corsie e a quella riservata a taxi e mezzi di emergenza. La manifestazione sembra vagare a vuoto per lunghi tratti. Ma l'obiettivo è sempre la Camera del Lavoro, già sabato scorso gli anarchici avevano cercato di raggiungere la sede del sindacato ed erano stati fermati da due cariche della polizia. Quando il corteo, composto da 3-4 mila manifestanti, arriva in corso XXII Marzo l'obiettivo diventa chiaro. La polizia blocca l'accesso al viale che porta alla sede della Cgil e al Tribunale con blindati e idranti. I manifestanti fronteggiano gli agenti, un paio di esagitati provano a sfondare ma non ci sono cariche. Poi il dietrofront e il nuovo tentativo dalle vie laterali. Qui, in via Dandolo e in via Respighi, ci sono tafferugli: una parte del corteo prova a sfondare il cordone degli agenti ma viene respinta. Un militante no pass viene fermato dalla polizia. La Camera del Lavoro resta inviolata».

Il leader dei portuali di Trieste, Puzzer, ha incontro il ministro Patuanelli. Patricia Tagliaferri sul Giornale.

«Nessun compromesso, avanti tutta con le proteste. Facendosi sentire pacificamente, però, senza mai ricorrere alla violenza. A Trieste è tornata la calma, ma i portuali non hanno intenzione di tirare i remi in barca o di accettare «accordi accomodanti». Vogliono che il green pass per lavorare sia abolito e anche l'obbligo vaccinale, ora previsto solo per i sanitari. Inoltre pretendono le scuse del governo per come sono stati gestiti i disordini dello scorso lunedì. Sono i punti emersi ieri mattina dall'incontro tra Stefano Puzzer, portavoce del Coordinamento 15 ottobre, e il ministro dell'Agricoltura, Stefano Patuanelli, che come rappresentante del governo si è impegnato a portare le richieste dei portuali in Consiglio dei ministri e ha ringraziato Puzzer per il senso di responsabilità dimostrato con la decisione di annullare, per questioni di sicurezza, le manifestazioni che erano in programma il 22 e 23 ottobre. Tutti concordi sull'importanza di mantenere le proteste distanti da ogni tipo di violenza. «Abbiamo visto persone che con Trieste e la nostra manifestazione non c'entravano nulla», lamenta il portuale commentando i recenti disordini. La stessa lettura dei fatti data dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese: «Da una parte c'erano i portuali, che volevano lavorare e volevano entrare nel porto, dall'altra alcuni antagonisti, frange che erano arrivate da varie parti d'Italia e anche da fuori, che volevano fare di questa guerra del green pass una guerra di carattere nazionale. A quel punto c'era da decidere tra due diritti: il diritto di manifestare e il diritto del cittadino di lavorare, con tutte le precauzioni del caso, che erano state garantite dall'autorità portuale, noi siamo intervenuti con la massima attenzione alle persone, usando solo idranti». Le proteste andranno avanti pacificamente finché il governo non accoglierà le richieste del Coordinamento. E non solo a Trieste, che intanto ieri ha visto nuovamente riempirsi piazza dell'Unità. C'erano almeno un migliaio di persone, tenute a bada da un imponente schieramento di forze dell'ordine. Ma quanto sta accadendo a Trieste, ci tiene a sottolineare Puzzer, non è una lotta solo triestina ma di tutti i portuali italiani. «Il popolo - spiega - ha deciso che questa cosa non va bene e che è giusto iniziare a manifestare pacificamente per arrivare all'obiettivo: l'abolizione del green pass, una misura economica che non ha nulla di sanitario, e del vaccino obbligatorio per i sanitari in particolare e per tutti in generale. Finché non saranno tolti, non ci si ferma con nessuna manifestazione, anzi bisognerà protestare ancora di più e con più forza. E il diritto di tutti a manifestare non dovrà mai essere messo in dubbio». Per questo il Coordinamento pretende le scuse ufficiali dal governo per quello che è successo: «C'erano famiglie, nonni, persone inermi assaltate senza scusanti». Martedì, dopo il Cdm, è attesa la risposta di Patuanelli. E in base a quella si deciderà come procedere. «Queste misure, che dicono essere sanitarie, stanno uccidendo l'economia delle famiglie», insiste Puzzer, facchino del porto prestato alla lotta per i diritti di tutti i portuali. Ma senza mire politiche, dice: «Non mi sono montato la testa, rimango un facchino. Voglio solo, come voi, che i miei diritti vengano rispettati». Sull'abolizione del certificato verde è prevedibile la risposta dell'esecutivo, come anticipa a RaiNews24 il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa. «Non credo il governo abbia spazio per prendere in considerazione questa richiesta, così come quella di togliere l'obbligo vaccinale laddove previsto».

ENRICO MONTESANO LEADER NO VAX

Non c’era proprio una folla oceanica ad ascoltarlo (700 persone) ma l’attore Enrico Montesano si è proposto ieri a Roma come leader politico dei No Vax. Rinaldo Frignani sul Corriere.  

«Il comizio di Enrico Montesano, il messaggio dell'ex M5S Sara Cunial. In piazza oltre 700 persone, davanti al Roseto comunale: no green pass organizzati dal movimento Liberi cittadini che già nelle settimane scorse aveva rivendicato la paternità di altre iniziative analoghe al Circo Massimo. Nessun incidente ieri pomeriggio nella Capitale, a sette giorni dal G20 che si terrà all'Eur, fra la Nuvola di Fuksas e il Palazzo dei Congressi, in un'area di massima sicurezza: per sabato e domenica prossimi non si escludono altre proteste che potrebbero avere come scenario proprio il Circo Massimo. Dove ieri c'erano due iniziative, quella dei Liberi cittadini e un'altra - nella cosiddetta «Zona libera» - di una trentina di appartenenti a Forza Nuova, «orfani» dei loro leader arrestati dopo l'assalto alla sede della Cgil. Slogan, striscioni, di nuovo cartelli con il simbolo delle «Ss» accomunato al green pass, insulti ai fotografi (alcuni dei quali si sono rifiutati di seguire la manifestazione), fischi quando Montesano ha fatto i nomi del premier Draghi e del ministro dell'Interno Lamorgese, quindi un tentativo di corteo abbozzato in direzione della Fao e dell'Aventino, seguito dallo scioglimento della manifestazione, controllata a vista dalle forze dell'ordine. «Trieste chiama, Roma risponde», era scritto sugli ombrelli, mentre la piazza scandiva i cori utilizzati dai movimenti di lotta per la casa - «La gente come noi non molla mai» - e Montesano in veste di tribuno spiegava alla folla che «noi i morti li rispettiamo, sono loro che non li rispettano perché hanno lasciato morire persone da sole in ospedale senza neanche un parente. Non voglio fare un elogio alla polizia che a Trieste ha usato maniere troppo forti ma la responsabilità è di chi dà gli ordini». Poi l'attore ha chiuso con un'invocazione: «Basta con le divisioni fra vaccinati e non vaccinati: siamo tutti uguali. Il futuro è creare una nuova forza che ci rappresenti».

RICHARD GERE TESTIMONE CONTRO SALVINI

Sembra una boutade, ma è vero: anche l’attore americano Richard Gere testimonierà al processo contro Matteo Salvini per la vicenda Open Arms. Che a questo punto si annuncia “monstre”. Saul Caia sul Fatto.

«Anche Richard Gere sarà testimone contro Matteo Salvini al processo di Palermo sul caso Open Arms. L'attore aveva espresso solidarietà in favore della Ong spagnola, salendo sulla nave ad agosto 2019 poco dopo un salvataggio. La Ong però restò al largo per sei giorni, senza ottenere un place of safety (porto sicuro) per lo sbarco. Per questo motivo l'ex ministro Salvini è imputato per rifiuto di atti d'ufficio e per il sequestro dei 147 migranti, lasciati al largo di Lampedusa. Ma il lungo elenco dei testi, quasi 50, poteva essere ridotto come aveva chiesto la Procura guidata da Francesco Lo Voi che voleva evitare la "spettacolarizzazione del processo", e la testimonianza di figure "ininfluenti" e "irrilevanti" per il dibattimento. Il giudice Roberto Murgia però ha accolto tutte le richieste, comprese quelle delle 22 parti civili. Così sfileranno a luci spente, visto il divieto di riprese, l'ex premier Giuseppe Conte, i ministri Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio, gli ex ministri Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta e Giovanni Tria, il sottosegretario all'Interno Nicola Molteni, i senatori Stefano Candiani, Gregorio De Falco e Stefano Lucidi, il prefetto di Agrigento Dario Caputo, l'ambasciatore Maurizio Massari, l'ex premier maltese Joseph Muscat, l'ex commissario europeo per le migrazioni Dimitris Avramopoulos, l'ex vicepresidente del Consiglio di presidenza libico Ahmed Omar Maiteg, e i giornalisti Nancy Porcia e Nello Scavo. Un processo monstre, che potrebbe pian piano diventare incandescente. Da una parte, la difesa di Salvini sostenuta dall'avvocata Giulia Bongiorno, ritiene che l'Italia non avesse la competenza di assegnare il pos a Open Arms, e che la Ong avrebbe rifiutato di dirigersi a Malta e Spagna. Per tentare di provare la malafede delle Ong, produrrà gli atti delle inchieste di Trapani (Juventa) e Ragusa (Mare Jonio), in cui si indaga sui presunti interessi economici nei salvataggi. Per i pm di Palermo invece l'azione dell'ex ministro fu un atto amministrativo e non politico, senza nulla a che vedere con l'agenda politica nazionali e le strategie europee in tema di accoglienza e ridistribuzione dei migranti. Nel copioso fascicolo processuale sono entrati anche le trascrizioni del caso Gregoretti, in cui Salvini è stato assolto dall'accusa di sequestro e le archiviazioni agrigentine di Sea Watch 3 e Mare Jonio, in cui le Ong sarebbero intervenute in mare solo per salvare vite».

VACCINI, IL MONDO SPACCATO IN DUE

Dossier a due anni dalla comparsa del virus. È stato raggiunto con la vaccinazione solo il 50% della popolazione globale. La guerra dei brevetti e le promesse tradite, nonostante gli sforzi degli Usa. Ne scrive Elena Dusi su Repubblica.

«L'umanità oggi si divide in due, fra chi ha ricevuto un vaccino contro il Covid e chi no. Le persone immunizzate con almeno una dose sono 3,8 miliardi e sfiorano il 50%. Il 38% ha ricevuto anche il richiamo. A due anni dall'arrivo del coronavirus - il primo caso noto in Cina risale al 17 novembre 2019 - e quasi un anno dalle prime iniezioni - in Gran Bretagna si è partiti l'8 dicembre 2020 - il pianeta è diviso in due, con una faccia illuminata - Americhe, Europa occidentale, parte di Medio Oriente e Asia - e una in ombra: soprattutto l'Africa, ma anche Russia ed Europa dell'Est. Alti e bassi Con 6,8 miliardi di iniezioni si sono immunizzati il 98% dei cittadini degli Emirati Arabi, l'80% degli europei (il Portogallo da record è all'88%, l'Italia al 77%) e il 65% degli americani. La Cina è al primo posto per dosi somministrate: 2,2 miliardi e l'India - già prima del Covid la più grande produttrice di vaccini - ha festeggiato la scorsa settimana con feste e balli in strada la miliardesima iniezione. In quel Paese, all'inizio dell'anno, con le fabbriche locali immobilizzate dai blocchi all'export delle materie prime, la variante Delta ha messo il turbo ai contagi nel mondo. La lezione della Delta - vaccinare tutti per prevenire le varianti - non è stata imparata appieno. Eritrea e Corea del Nord sono a zero dosi. Il Burundi ha fatto la prima iniezione giovedì. In Africa la media dei vaccinati con una dose è del 4% e 15 Paesi non sono neanche al 3%. Dal 23 agosto - approvazione negli Usa del primo vaccino, Pfizer - si sono contati 3 milioni di morti. L'appello al G20 «Le nazioni ricche hanno promesso 1,8 miliardi di vaccini, ma si sono fermate a 261 milioni», denunciano le ong Oxfam, Emergency, Amnesty International e Unaids. L'Italia si è fermata a «6,1 milioni rispetto ai 45 promessi ». Sono soprattutto fiale Astra-Zeneca non più usate da noi e vicine alla scadenza. Al G20 di Roma il 30-31 ottobre si parlerà della pandemia. «I Paesi del gruppo devono mantenere i loro impegni» ha esortato il direttore dell'Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. E l'ambasciatore per la salute dell'Oms, Gordon Brown: «Mancano 500 milioni di dosi all'obiettivo del 40% di immunizzati in ogni Paese a metà 2022. Intanto 240 milioni di dosi giacciono inutilizzate in Occidente». C'è un unico Paese cui è risparmiato il biasimo dell'Oms. Nonostante i cattivi rapporti fra l'Organizzazione di Ginevra e gli Usa, Ghebreyesus ieri ha ringraziato Washington per «la leadership nella condivisione dei vaccini». Gli Usa hanno già consegnato al programma Covax per i paesi poveri 200 milioni di dosi, soprattutto Pfizer. Hanno ottenuto dalla Big Pharma un totale di 500 milioni di dosi per i Paesi poveri a prezzo di costo. E la Casa Bianca giovedì scorso è tornata a chiedere una sospensione dei brevetti, tema sul quale la World Trade Organization discute - inutilmente - da giugno. Il punto dei brevetti Quanto è centrale il tema dei brevetti? Uno sprazzo di chiarezza arriva dalle parole di Noubar Afeyan, cofondatore di Moderna. L'azienda Usa ha fin dall'inizio cercato di lustrare la sua immagine rendendo libero il brevetto. «Ma è difficile per me - ha ammesso Afeyan all'Associated Press - immaginare che qualcuno usandolo possa raggiungere una produzione in tempi brevi». Il vero tema, in un settore pionieristico come i vaccini a Rna, è il know how. E qui le aziende, di fronte alle richieste di condividere la loro tecnologia, fanno muro. «Non condivideremo la nostra ricetta» dice chiaro Afeyan. L'Oms ha provato a superare l'ostacolo affidando a due centri per le biotecnologie in Sudafrica, Afrigen e Biovac, il compito di "craccare" i segreti del vaccino usando le parole del brevetto. Ma i risultati non sono attesi in tempi brevi. Le ire della Casa Bianca, fatte filtrare sui principali giornali americani, si concentrano al momento su Moderna, più riluttante di Pfizer nelle donazioni. Una lettera di 12 membri del Congresso ricorda all'azienda di aver «ricevuto 10 miliardi di finanziamento federale». Con i suoi centri di ricerca, «il governo ha tenuto Moderna per la mano» nello sviluppo del vaccino. Eppure «l'azienda ha rifiutato di condividere la sua tecnologia ». Le sue promesse di costruire un impianto in Africa «non porteranno a dosi effettive se non fra molti anni». Il governo federale, secondo i parlamentari, avrebbe l'autorità di diffondere i segreti industriali di Moderna. Difficilmente la minaccia sarà messa in atto. Ma, riflette il consigliere speciale dell'Oms Bruce Aylward, «se la pandemia andrà avanti anche nel 2022, è anche perché con le vaccinazioni non siamo sulla buona strada».

ERDOGAN ESPELLE 10 AMBASCIATORI

Violento segnale del presidente turco Erdogan rivolto a diversi Paesi occidentali. Ha espulso dieci ambasciatori, tra loro quelli di Usa e Germania, perché chiedevano la liberazione di un dissidente. Monica Ricci Sargentini sul Corriere.

«I segnali di tempesta erano arrivati già giovedì scorso quando il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva minacciato di espellere gli ambasciatori in Turchia perché colpevoli di aver firmato un comunicato per il rilascio del filantropo turco Osman Kavala, che è chiuso in carcere in attesa di giudizio dal 2017 con l'accusa di aver finanziato le proteste di Gezi Park nel 2013 e di aver avuto un ruolo nel fallito golpe del 2016, nonostante una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu) ne avesse decretato il rilascio già nel 2019. Si tratta dei rappresentanti di Stati Uniti, Francia, Germania, Olanda, Canada, Finlandia, Svezia, Norvegia, Danimarca e Nuova Zelanda. Paesi importanti per Ankara. In primis Washington, definito proprio ieri dal ministro della Difesa turco Hulusi Akar «un alleato strategico» nell'ambito della procedura per l'acquisto di aerei da combattimento F-16. Ma l'appoggio a Kavala è «inaccettabile» per Erdogan che considera l'imprenditore un suo nemico giurato. «Perché questi 10 ambasciatori fanno tali dichiarazioni - aveva dichiarato il 21 ottobre -. È affar vostro insegnare qualche lezione alla Turchia? Chi siete? Lasciate che assassini, terroristi e banditi rimangano nei vostri Paesi?». Ieri, poi, durante un discorso presso il Centro Congressi della Camera di commercio ad Eskisehir, nel nord ovest del Paese, è passato dalle parole ai fatti: «Ho ordinato al nostro ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, di dichiarare immediatamente questi dieci ambasciatori "persona non grata". Per stare qui devono conoscere e capire la Turchia». Il Sultano è un fiume in piena: «Dalla mattina alla sera ripetono: "Kavala, Kavala, Kavala". Ma quello di cui parlate è l'agente di Soros in Turchia!». Parole dure vengono riservate a Parigi: «La Francia non può dare lezioni di umanità alla Turchia - dice - perché ha massacrato un milione di persone in Algeria e un milione di persone in Nigeria». I primi Paesi a reagire sono stati la Svezia e la Norvegia, che hanno dichiarato di non avere avuto nessuna comunicazione ufficiale sull'espulsione. Martedì scorso i dieci ambasciatori erano stati convocati dal ministero degli Esteri per una protesta formale sul comunicato. Nella polemica interviene anche il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che su Twitter scrive: «L'espulsione di dieci ambasciatori è un segno della deriva autoritaria del governo turco. Non saremo intimiditi. Libertà per Osman Kavala». Critico anche il capo dell'opposizione turca, il leader del Partito Popolare Repubblicano Kemal Kiliçdaroglu: «L'esplulsione degli ambasciatori rischia di far precipitare il Paese nel baratro. Così non si proteggono gli interessi nazionali e si rischia di distruggere l'economia». Dalla sua cella nel carcere di Silivri, non lontano da Istanbul, Kavala venerdì scorso ha fatto sapere che non parteciperà alle udienze sul suo caso, il 26 novembre, perché «un processo giusto non è possibile in queste circostanze». Solo pochi giorni fa Ankara aveva respinto il rapporto dell'Unione Europea che denunciava seri problemi a livello di stato di diritto e indipendenza della magistratura nel Paese. A fine novembre la Turchia rischia poi di andare incontro a un procedimento disciplinare da parte del Consiglio d'Europa per non aver rispettato la sentenza di Strasburgo sul rilascio di Kavala. Con queste premesse Erdogan sarà a Roma la prossima settimana per partecipare al G20. A margine del vertice, il Sultano, come viene chiamato, desidera avere un colloquio personale con il presidente americano Joe Biden «con cui i rapporti non sono iniziati bene». E, forse, è difficile che proseguano meglio».

Alberto Negri sul Manifesto sottolinea l’ipocrisia degli Stati occidentali e spiega perché l’Italia non è fra i Paesi colpiti dalla Turchia.

«l'Italia non aveva firmato, forse perché impegnata in un dialogo con la Turchia sul sullo sfruttamento delle risorse del gas offshore e soprattutto sulla Libia, dove Ankara è saldamente insediata militarmente in Tripolitania e dove l'Eni ha il gasdotto Greenstream e importanti risorse petrolifere. Un'assenza italiana di solidarietà a Kavala che può apparire vergognosa ma che forse non è casuale, data la mancanza di solidarietà europea e americana per le vicende Regeni, Zaki, per la stessa Libia e la tragedia dei migranti. Queste sono le politiche degli Stati: stritolano vite di esseri umani senza ritegno e reclamano la solidarietà a intermittenza. Tutto questo accade alla viglia del G-20 di Roma del 29 ottobre che con queste premesse potrebbe non essere la solita ipocrita sfilata di buone intenzioni, visto che in agenda è annunciato l'incontro «clou» tra il presidente Usa Biden ed Erdogan. Un faccia a faccia a lungo rinviato e che viene dopo il vertice tra Putin e il leader turco a Sochi, sul Mar Nero, dove Erdogan ha annunciato l'acquisto di altre batterie anti-missile russe S-400, uno schiaffo evidente alla Nato di cui la Turchia è membro da oltre mezzo secolo. Perché il fondo della vicenda è questo: la diffidenza profonda tra Erdogan e gli Usa. Senza volere affondare nella storia e nelle tormentate relazioni tra impero russo e ottomano, Ankara e Mosca hanno iniziato a sviluppare la loro intesa tattica nel luglio del 2016 dopo che venne archiviato l'incidente del 24 novembre 2015 quando i caccia F-16 turchi colpirono un bombardiere russo Sukhoi Su-24 nello spazio aereo ai confini tra la Siria e la provincia turca di Hatay. Due potenze sull'orlo di un conflitto che vengono calorosamente riavvicinate dal fallito golpe contro Erdogan del 15 luglio 2016. Putin è tra i primi a congratularsi con Erdogan per lo sventato pericolo mentre gli Usa e le potenze europee stanno zitte. Il leader russo è sempre pronto a tendere la mano a Erdogan mentre Washington diffida di Ankara che pure ospita la base Usa di Incirlik, testate nucleari comprese. Con Joe Biden alla Casa Bianca, poi, l'ostilità con il leader turco è radicata. Fu proprio Biden, da vicepresidente di Obama, ad accusare Erdogan nel 2014 di essere stato responsabile dell'ascesa del Califfato in Siria e in Iraq in un discorso all'università di Harvard. Biden si scusò e due anni dopo fece anche un incontro con il leader turco a Istanbul. In realtà Biden sapeva di avere detto la verità ma soltanto a metà: era stata Hillary Clinton, allora segretario di Stato Usa, a incoraggiare Erdogan per facilitare l'afflusso di jihadisti in Siria contro il regime di Assad. Con Biden alla leadership le cose non sono andate meglio. Il presidente Usa ha fatto infuriare Erdogan quando ha riconosciuto ufficialmente il genocidio armeno in una dichiarazione diffusa dalla Casa Bianca: poco prima Erdogan aveva attaccato Biden dichiarando inaccettabile la sua intervista in cui definiva Putin «un killer». L'ostilità è palpabile. «Le relazioni tra Turchia e Usa non promettono nulla di buono», ha detto Erdogan parlando all'inaugurazione della Casa Turca a New York, dove si trovava in occasione dell'Assemblea Generale Onu. Ed ecco che ieri Erdogan ha sparato la sua bordata. (…) Di tutto questo coacervo di interessi geopolitici, di ambizioni imperialiste, di complottismo, di ricatti turchi sui profughi e di ipocrita perbenismo occidentale, che ignora Giulio Regeni - perché l'egiziano al-Sisi è un alleato da lisciare per le forniture di armi - alla fine fa le spese un uomo, Osman Kavala. Kavala è stato un fondatore della Open Society Foundation in Turchia, una rete internazionale di donazioni creata dal miliardario americano-ungherese George Soros. Nel 2018 la Fondazione ha cessato tutte le sue attività in Turchia. In un'intervista Kavala ha affermato di «rispettare Soros» e che «le nostre opinioni si sovrappongono su questioni come il corretto funzionamento delle istituzioni legali, la protezione e l'estensione dei diritti civili, il sostegno alle organizzazioni della società civile e ai difensori dei diritti e le politiche sull'immigrazione». In realtà stanno esplodendo enormi contraddizioni di quel mondo atlantista occidentale che in questi anni ha fatto guerre ovunque pensando di usare gli attori regionali a suo vantaggio. E ora si paga il prezzo».

LA POLEXIT NUOVO INCUBO DELL’UNIONE EUROPEA

Romano Prodi sul Messaggero interviene sulla “Polexit”, la questione polacca che ha segnato l’ultimo Consiglio Europeo.

«Il conflitto con la Polonia ha mobilitato le istituzioni europee durante tutto il corso della settimana. Un evento non certo sorprendente perché, fin dal primo anno di vita del governo sovranista polacco, le tensioni con Bruxelles e Strasburgo si sono ripetute senza sosta fino a toccare i capisaldi fondamentali delle regole democratiche. Nell'ambito della Commissione, del Consiglio e del Parlamento europeo si era più volte ventilata l'ipotesi di comminare sanzioni alla Polonia, ma il timore di provocare rotture irreparabili aveva sempre consigliato di adottare misure molto contenute, nella speranza di un ravvedimento del figliol prodigo. Questa volta però la Polonia è andata oltre misura, dal momento che l'Alta Corte polacca ha sancito che il suo giudizio debba prevalere sul giudizio della magistratura europea. La conseguenza è semplice: mettendo in discussione il primato del diritto comunitario si distrugge ogni solidarietà europea, passando automaticamente ad un'Europa alla carta, in cui ogni Paese prende quello che gli conviene e ogni regola di convivenza è annullata. Di fronte a questo stato di cose le forze politiche si sono ovviamente divise in due opposti fronti: da un lato tutti i grandi partiti filo-europei (dai popolari ai socialisti, dai verdi ai liberali) e, dall'altro, tutti i partiti sovranisti, a partire dalla Lega e da Fratelli d'Italia. Con questi rapporti di forza si potrebbe pensare alla prospettiva di una ferma azione per ristabilire la supremazia della legge di fronte al sovvertimento delle regole comunitarie. Costituirebbe quindi una reazione certamente appropriata applicare l'articolo del trattato che porta alla sospensione del diritto di voto della Polonia nel Consiglio europeo. Lo stesso trattato prevede tuttavia che l'applicazione di questa misura debba essere approvata all'unanimità. Una via evidentemente non percorribile, in quanto l'Ungheria non sarebbe mai disposta a concedere il proprio voto. Un'altra strada sarebbe quella di avviare procedure di infrazione contro la Polonia con sanzioni pecuniarie, una volta verificata la violazione di vincolanti leggi europee. Questa misura sarebbe sicuramente efficace nei confronti di uno Stato che ha fondato il proprio straordinario sviluppo soprattutto sulle risorse dell'Unione. Per mettere in atto questa decisione non occorre l'unanimità, ma è tuttavia necessaria una lunghissima procedura che deve obbligatoriamente passare attraverso il pronunciamento della Corte di Giustizia Europea. Per costringere la Polonia all'immediato rispetto delle regole europee rimane quindi un unico strumento: non versare al Paese le ingenti risorse economiche previste in suo favore dal NextGenerationEU, risorse assolutamente necessarie perché la Polonia sia in grado di superare la crisi prodotta dal Covid. Questo sarebbe possibile dato che, da gennaio di quest' anno, è stato adottato un regolamento che prevede la sospensione di questi fondi in caso di violazioni dello stato di diritto talmente gravi da mettere a rischio il loro uso corretto. La mancanza di indipendenza della magistratura rientra certamente tra questi casi. Dovrebbe bastare la semplice minaccia dell'applicazione di questa misura per fare rientrare la Polonia nell'ambito delle leggi comunitarie, tanto più che oltre l'85% dei polacchi è favorevole all'appartenenza del proprio Paese all'Unione. Resta quindi il problema di spiegare il comportamento del governo polacco, e soprattutto del Primo Ministro Mateusz Morawiecki che, con espressioni inaccettabili, ha fatto di tutto per provocare la presidente della Commissione Europea, pur sapendo che la strada dell'uscita della Polonia dall'Unione è economicamente e politicamente impraticabile. Quest' apparente assurdità trova alcune plausibili spiegazioni. La prima è che l'attuale governo, come spesso accade, è spinto soprattutto da ragioni contingenti di politica interna e che, trovandosi sfidato da una crescente opposizione che ha portato nelle vie di Varsavia decine di migliaia di dimostranti, vuole forse preparare un'anticipata campagna elettorale agitando la bandiera dell'antico patriottismo calpestato da intollerabili interferenze esterne. A questa si aggiunge la più fondata ipotesi che il Primo ministro polacco sia convinto che il Consiglio Europeo, subissato da tanti problemi impellenti, non sia in grado di aggiungere ad essi una drammatica battaglia istituzionale, soprattutto nei confronti di un Paese che, più di ogni altro, tiene alta la pressione contro la Russia. Ci si prepara quindi all'ennesima, inevitabile, e forse necessaria, mediazione. Bisogna tuttavia tenere presente che, come ha dichiarato il presidente del Parlamento Europeo, le regole fondamentali dell'Ue non sono mai state messe in gioco in modo così radicale. Il compromesso sarà quindi probabilmente raggiunto, ma la capacità decisionale delle istituzioni europee riceverà un'ennesima sconfitta e, in futuro, si moltiplicheranno i casi di diserzione nei confronti delle regole comuni e dei principi fondamentali dell'Unione. La difficoltà di adottare le misure appropriate di fronte a un comportamento che vìola una regola fondante dell'Ue, dimostra palesemente che queste regole debbono essere cambiate. Soprattutto la necessità dell'unanimità è ancora una volta l'elemento che impedisce l'adozione di una politica comune, anche quando l'assoluta maggioranza dei Paesi la ritiene indispensabile. Dobbiamo infatti tenere ben presente che, se obbligati da questa regola, saremo costretti a ricercare una paralizzante mediazione anche nel caso di ogni nuova trasgressione dei principi più sacri e condivisi. Non resta che augurarci che la conferenza sul futuro dell'Europa, finalmente entrata nel pieno dei suoi lavori, possa rimuovere una volta per tutte questo ostacolo».

I GIOVANI SEGUACI DI ZEMMOUR

Eric Zemmour, è il giornalista di estrema destra, che potrebbe concorrere con Macron alle prossime elezioni presidenziali francesi, scalzando la Le Pen. Leonardo Martinelli sulla Stampa ci racconta i suoi giovani supporter.

«C'era una volta la Francia dove i giovani di destra non esistevano o almeno non si palesavano. Oggi, in quella di Eric Zemmour, giornalista e sovranista, che certi sondaggi danno al ballottaggio contro Emmanuel Macron alle presidenziali, fra poco più di cinque mesi, i giovani di destra ci sono, eccome. Sono stati i primi sui social a chiedere al loro beniamino di candidarsi (non l'ha ancora fatto, si fa desiderare: probabile strategia di comunicazione). E i giovani francesi sovranisti ormai ci mettono la faccia. Eccoli, in carne e ossa. È passata da poco mezzanotte. Un gruppo di affiliati a «Génération Z», i ventenni di Zemmour, si ritrova a Parigi, dietro Porte Maillot. Le auto sfrecciano sulle grosse arterie che corrono verso la periferia. La luce giallastra dei lampioni appanna anche il volto dello pseudo-candidato sui manifesti che stanno incollando ai muri (sotto c'è scritto «Zemmour président»). Victor, 28 anni, cameriere, appare il più deciso della compagnia. «Ci siamo incontrati su Internet - racconta -. L'associazione è stata creata intorno a un sito. E il link è stato diffuso sui social». Ormai sono più di 3 mila. Victor nel 2017 aveva votato Emmanuel Macron, «perché parlava di giovani e rinnovamento, ma non mi frega più». «Siamo tutti cresciuti vedendo Zemmour alla tv - dice Pierre, 29 anni, che lavora nelle scenografie del cinema -. Era l'unico a dire le cose chiaramente». Per questo è stato condannato due volte per discriminazione razziale e incitazione all'odio contro i musulmani. Razzista? «No, ritiene solo che si debba fermare l'immigrazione - afferma Violaine, 22 anni, studentessa di management -, perché non riusciamo più ad accogliere correttamente queste persone». E le sue critiche sulla «femminizzazione» della società? «Il femminismo oggi è troppo aggressivo. Non mi ci riconosco». Violaine nel 2017 aveva votato Marine Le Pen «ma ormai ha perso slancio e, a differenza di Zemmour, ha cambiato troppe volte opinione». Altro elemento polemico, l'apertura alla pena di morte. «È orribile sottrarre la vita a un individuo - osserva Raphael, vent' anni, studente di Economia -. Ma se qualcuno della mia famiglia fosse morto nel Bataclan, sarei per la pena di morte. Un terrorista compie un atto di guerra. Una corte marziale dovrebbe punire con la morte i nemici che ci fanno la guerra». Intanto Thonia, 24 anni, se ne sta a più di 300 km a Ovest di Parigi. È nata ad Hayange, zona siderurgica in profonda crisi. Vive ancora lì e dalla sua cameretta è diventata una star di TikTok e di Instagram, come «influencer politica». Sostiene in rete la causa di Zemmour. «Lo faccio per la Francia», dice compassata. Ma nei post ci mette sempre un bel po' di umorismo. «Noi influencer di destra lo facciamo spesso - dice -. Quelli di sinistra, per niente». Dice che «molti giovani non s' interessano alla politica. Ma se uno chiede loro qualcosa in merito, ti tirano fuori riflessioni di sinistra: è l'ideologia dominante alla scuola pubblica. Ora, però, i giovani di destra non hanno più paura a esprimere le loro idee». Rémi Lefebvre, politologo, docente all'Institut politique di Lilla, nota «una forma di radicalizzazione di una parte dei giovani in Francia, in particolare quelli delle classi sociali più agiate». Fréderic Dabi, direttore dell'istituto di sondaggi Ifop, ha appena pubblicato un libro sui giovani e la politica («La fracture», edizioni les Arènes), che si basa su alcune inchieste nella fascia d'età 18-30 anni. Il 52% ritiene che solo la violenza possa smuovere qualcosa in Francia e il 32% auspica un regime militare invece di uno democratico. «Oggi la vita politica è molto confusa - osserva Lefebvre -. Così si spiega l'identificazione a un uomo che ha un discorso deciso ed esplicito. E che incarna una forma di autorità. Piace anche la trasgressione rispetto a cose che non si possono dire». Zemmour alimenta costantemente questo mito. Nei giorni scorsi, in una tirata anti-atlantista, ha sferzato gli Usa, alleati che «intercettano i nostri dirigenti, lasciano la Turchia minacciarci, ci impediscono di stabilire una relazione sana con la Russia e ci fanno perdere miliardi di euro del contratto dei sottomarini australiani». Per Lefebvre «Zemmour incarna l'ordine in un mondo molto ansiogeno». Per certi giovani diventa rassicurante».

AFGHANISTAN IN CERCA DI FINANZIAMENTI

Dopo poco più di due mesi dalla conquista di Kabul, i Talebani stentano ad ottenere il riconoscimento internazionale e la stabilità economica del Paese, ancora nel caos. Andrea Nicastro sul Corriere.

«A nove settimane dalla conquista talebana di Kabul, l'Afghanistan è sia sull'orlo di una crisi umanitaria sia nel caos politico. Senza scorte per l'inverno, il Paese resta al bivio tra un Emirato compatibile con la comunità internazionale e la guerra civile. Le posizioni dei tanti protagonisti sono ambigue. I talebani, nuovi padroni, promettono moderazione per ottenere i miliardi afghani depositati all'estero, ma la loro politica verso minoranze e diritti umani è, nei fatti, ancora quella intollerante e fanatica del primo Emirato Anni 90: nessun diritto a donne, minoranze etniche e oppositori politici. I Paesi vicini, Cina, Russia, Iran e Pakistan, vorrebbero un Afghanistan stabile che non esporti terrorismo nei loro territori. E magari anche guadagnare qualcosa dalle miniere o dalle strade del Paese. Dialogano con i talebani, concedono qualche milione (Pechino), ma insistono (Putin questa settimana) che a pagare il conto sia chi ha creato questa crisi (cioè Washington). Gli europei, con Draghi in testa, chiedono agli «studenti coranici» un governo che includa tutte le etnie e i gruppi politici. La priorità è evitare una crisi umanitaria che porti a milioni di profughi in marcia verso l'Unione. I terroristi dello Stato Islamico del Khorasan si fanno sentire a forza di attentati suicidi. Solo ieri gli attentati sono stati tre con quasi una decina di morti tra cui un bambino. Non ci sarà crescita economica fino a che il Paese sarà così pericoloso. Anche i vecchi signori della guerra si offrono sul mercato delle ingerenze internazionali. Venerdì si sono dati il nome di Consiglio Supremo di Resistenza Nazionale della Repubblica Islamica dell'Afghanistan. Chi vuole destabilizzare il Paese (o liberarlo) può ora scegliere se finanziare loro, l'Isis-K o il figlio del comandante Massoud. Il Consiglio è formato dal maresciallo ed ex vicepresidente Rashid Dostum, dall'ex comandante ed ex governatore Atta Noor, dall'ex parlamentare ed amico di Bin Laden, Abdul Rab al-Rasul Sayyaf, dall'ex mujaheddin ed ex vicepresidente Mohammad Mohaqiq. Uno è uzbeko, l'altro tagiko, l'altro pashtun e l'ultimo hazara. Sono stati tutti parte di quell'Alleanza del Nord che resistette 4 anni ai primi talebani e poi conquistò Kabul con l'aiuto dei B52 statunitensi. Vero è che ad agosto, anche questi signori della guerra, al pari dell'esercito regolare, sono scappati senza combattere e devono ancora dimostrare di avere capacità militari per disturbare gli studenti coranici. I loro curricula pieni di nefandezze e lunghi 40 anni parlano di battaglie, stragi, distruzioni, cadaveri e milioni arrivati dall'estero. I vecchi combattenti ora hanno accanto i figli pronti a ereditarne i finanziatori segreti. È una storia che si ripete: qualunque potenza vicina o lontana sa che, armando una delle tante fazioni interne, la vittoria dell'avversario in Afghanistan diventa impossibile. Il «Consiglio» è stato annunciato via Facebook, forse dalla Turchia (grande protettrice di Dostum), ma esclude, a sorpresa, l'altro «figlio d'arte», Ahmad Massoud, che, ad agosto, è stato l'unico ad abbozzare una resistenza armata nella sua valle. Il giovane Massoud, con l'ex vicepresidente Amrullah Saleh, è fuggito in Tagikistan, sotto la protezione del presidente Emomali Rahmon. Fonti del Panshir dicono al Corriere che per Massoud Jr qualunque gruppo di resistenza è benvenuto, basta che distragga i talebani e gli permetta di riconquistare la sua valle».

IL MANIFESTO DEI GIOVANI A TARANTO

A Taranto, alla Settimana sociale dei cattolici, manifesto dei giovani in cui propongono: connessione, condivisione e contemplazione per risvegliare l'Italia. La cronaca per Avvenire di Mimmo Muolo.

«A come alleanza. C come connessione, condivisione e contemplazione. Eccole le parole chiave di Taranto 2021. E a metterle nero su bianco in un Manifesto offerto a tutti i delegati sono i giovani, protagonisti insieme con suor Alessandra Smerilli e padre Francesco Occhetta della mattinata di sabato. "Manifesto dell'Alleanza" (di cui a parte diamo un'ampia sintesi) che tutti possono firmare e che dagli stessi estensori viene definito «un work in progress», aperto cioè all'apporto di idee di chi vuole rendersi protagonista del cambiamento. L'idea dell'alleanza ricollega l'assise di Taranto al Convegno ecclesiale di Firenze. Là fu oggetto dell'intervento del Papa e ripreso anche nei gruppi coordinati dal teologo Giuseppe Lorizio. Qui, sulla riva dei due mari, il vocabolo viene declinato sia in riferimento alle diverse realtà ecclesiali, sia come espressione di una Chiesa in uscita nella società. Dice ad esempio padre Occhetta, docente alla Gregoriana e membro del Comitato scientifico e organizzatore: «Abbiamo bisogno di connessione tra le nostre parrocchie e diocesi, perché la dimensione del lavoro dal basso è la premessa per avviare grandi processi. Abbiamo bisogno di condivisione. E in questo senso la settimana sociale è un atto di amore che vogliamo of- frire al Paese. Abbiamo bisogno di contemplazione, sulla natura e anche sull'uomo». Aggiunge suor Smerilli, anche lei membro del Comitato e segretario ad interim del Dicastero per lo sviluppo umano integrale. «La parola alleanza è quella che ci porteremo da queste giornate. E dentro l'alleanza la connessione. Tantissime realtà del nostro mondo non riescono a mettersi insieme e per questo non superano quella massa critica che è richiesta per innescare i processi di cambiamento. I giovani sono capaci di farlo. A noi adulti il compito, come dice papa Francesco, di essere terra fertile che permette ai semi piantati da loro di portare frutto ». In altri termini, spiega la religiosa economista, «non dobbiamo inscatolare il futuro, ma piuttosto creare connessioni e spazi aperti per collaborare, interrogandoci su che cosa ci viene chiesto dagli stessi giovani». Suor Smerilli annuncia anche una piattaforma che verrà lanciata il 14 novembre dal suo Dicastero. «Un cammino di sette anni per sette gruppi di persone (famiglie, religiosi e religiose, imprenditori e altre categorie) per sette obiettivi che abbiamo chiamato "Laudato si'": risposta al grido dei poveri, risposta al grido della Terra, una economia ecologica, nuovi stili di vita, una spiritualità ecologica e via dicendo». «Occorre preparare il futuro - conclude sull'esempio del Pontefice -, che è diverso dall'essere preparati al futuro. Significa fare la nostra parte perché il futuro vada nella direzione che noi vogliamo». In questa direzione vanno anche le indicazioni dei giovani. Alessandra Luna Navarro, professore associato all'Università politecnica di Delf (Olanda) spiega: «Alleanza è un remare insieme, andare verso un obiettivo, creare un processo rigenerativo che riesca a risvegliare il Paese. La nostra vita quotidiana è già fatta di tante piccole e grandi alleanze, ad esempio quelle educative e intergenerazionali. Si tratta di riscoprire l'altro, creando unità nella diversità a tutti i livelli. Vogliamo credere in un'Italia che rinascerà attraverso le alleanze». Per Pietro Rufolo, commercialista e anch' egli membro del gruppo giovani, questo processo è già in atto. «La Chiesa è uscita fuori, ha incontrato organizzazioni di settore e parti sociali, dalla Confcommercio alla Confindustria ai sindacati. E naturalmente anche altri giovani. È stato un processo in cui tutti ci siamo messi insieme per costruire l'alleanza. Dobbiamo continuare su questa strada anche dopo Taranto». Il Manifesto dell'alleanza «è un documento che veicola l'unica voce di un coro. Non è definito, ma vuole generare processi di collaborazione. E c'è già un primo appuntamento. «Il 26 novembre, giorno del black friday - annuncia Rufolo - vivremo non un momento di consumismo, ma un incontro online di riflessione».

SANDRA, UNA RAGAZZA DELLA “GIOVANNI XXIII”

Sandra Sabattini, morta a 23 anni in un incidente stradale, oggi sarà proclamata beata in una cerimonia nel Duomo di Rimini. La sua santità è maturata nell'incontro con don Oreste Benzi e la comunità "Papa Giovanni XXIII". Paolo Guiducci per Avvenire.

«Non è mia questa vita che sta evolvendosi ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia. Non c'è nulla a questo mondo che sia tuo. Sandra, renditene conto! È tutto un dono su cui il "Donatore" può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l'ora». Sandra Sabattini annota queste parole sul suo "Diario" appena due giorni prima del terribile incidente che le causerà la morte. «Questa vita non è la mia» è la profezia di questa ragazza non ancora 23enne, che oggi alle 16 diventerà la prima fidanzata beata. «È una profezia di cui abbiamo bisogno - spiega il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi - specialmente in questo tempo post-Covid». La beatificazione, nella Cattedrale di Rimini, sarà presieduta dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, e sarà «una festa per la chiesa e per tutta la società riminese», sottolinea il vicario generale, don Maurizio Fabbri. Quella di Sandra Sabattini è un esempio di santità straordinariamente quotidiana. «Scelgo Te e basta» un'altra delle fulminanti frasi della giovane riminese, che abbracciando Dio, non si è però chiusa in se stessa bensì si è aperta a tutto il mondo, a cominciare da povertà, indigenza, fragilità, società malata. Nata a Riccione il 19 agosto 1961, Sandra a 12 anni incontra don Oreste Benzi e la comunità "Papa Giovanni XXIII"; due anni dopo partecipa ad un soggiorno per adolescenti sulle Dolomiti con disabili gravi, dal quale ritorna con le idee chiare: «Ci siamo spezzati le ossa, ma quella è gente che io non abbandonerò mai». Si spende nel servizio per i disabili e per i tossicodipendenti, e va a cercare i poveri di casa in casa. Nel 1980 si iscrive alla facoltà di medicina all'Università di Bologna: uno dei suoi sogni è di essere medico missionario in Africa. Fidanzata con Guido Rossi dall'agosto 1979, anch' egli membro della "Papa Giovanni", vivono insieme una relazione improntata ad un amore tenero e casto, alla luce della Parola. Dirà Sandra: «Oggi c'è un'inflazione di buoni cristiani, mentre il mondo ha bisogno di santi». Sempre protesa verso una scelta radicale di vita, nell'estate del 1981 inizia la condivisione con i ragazzi tossicodipendenti nel centro di ascolto e accoglienza attraverso i colloqui, e all'interno delle comunità di recupero. Amante della corsa e del canto, brava a districarsi sui tasti del pianoforte (nonostante la mancanza della prima falange dell'anulare e dell'indice della mano sinistra), capace di instaurare relazioni, Sandra si assume tanti impegni, ma tutti vissuti nella chiarezza dell'unica scelta: «Signore scelgo te e basta». La presenza viva di Gesù è il fondamento della sua esistenza, dalla preghiera alla fraternità, dalla contemplazione alla condivisione con i poveri. Il 29 aprile 1984 Sandra viene investita da un'auto a Igea Marina, a Rimini nord, mentre si reca a un evento dell'associazione. Muore all'ospedale Bellaria di Bologna il 2 maggio. «La figura di Sandra - fa notare Lambiasi - può essere segnalata come icona credibile e attraente della santità della porta accanto, compresa da papa Francesco come "la santità di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio"». Per una siffatta santità, prosegue Lambiasi, «non occorrono esperienze eccezionali di impegno ascetico o di contemplazione mistica. A Sandra è bastata la trama di una vita ordinaria, tessuta di fede viva, sostenuta da una preghiera intensa e diffusa. Una vita spesa nel lieto e fedele compimento del proprio dovere, punteggiata da piccoli gesti di un amore teso all'estremo, in una appassionata amicizia con Cristo "povero e servo", in un servizio generoso e infaticabile a favore dei poveri. Una volta incontrato Gesù personalmente, lei non ha più potuto fare a meno di amarlo, di puntare su di lui, di vivere per lui, nella Chiesa».

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