Il Conte che accontenta

L'ex premier prepara nuove regole ecumeniche per i 5Stelle. Biden spinge l'Occidente contro la Cina. Ma Draghi resta pragmatico. Az, De Luca ora fa di testa sua ma aveva fatto un Open day

Cominciamo dai numeri, perché già dicono tanto. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 432mila 105 somministrazioni di vaccini. Tenuto conto della flessione domenicale, non è un cattivo risultato. A leggere certi commenti di politici ed opinionisti, ci si poteva aspettare un “no show” di massa per i prenotati dei vaccini. Ma per ora non c’è stata una mancata presenza di massa. E i numeri dell’epidemia sono buoni: nessun decesso per Covid registrato ieri in 12 Regioni. Oggi finisce anche il coprifuoco in tre quarti del Paese, in zona bianca. Ieri Draghi ha sfruttato la conferenza stampa del G7 per incoraggiare la campagna vaccinale. I problemi non mancano. Col senno di poi, il Presidente della Campania Vincenzo De Luca vieta oggi per tutti AstraZeneca, anche agli over 60. Contravvenendo alle indicazioni, per una volta chiare e tassative, del Ministero. Eppure la Campania, qualche giorno fa, aveva proposto AstraZeneca ai giovani, insieme a qualche altra regione. De Luca non sente il dovere di spiegare quella decisione. L’altro grande imbarazzo nella lettura dei giornali è provocato dalle interviste contradditorie agli scienziati e agli esperti. Chiediamo una moratoria, almeno di qualche giorno.

Le conclusioni del G7, tutte centrate sulla nuova guerra fredda alla Cina, suscitano reazioni contrastanti. Come si muoverà l’Europa nei nuovi scenari internazionali? Sergio Romano guida la schiera dei nostalgici di Trump: Biden sta incalzando tutti, non solo gli “autocrati”. Nelle prossime ore il presidente Usa incontrerà Erdogan e Putin e si capirà qualcosa in più. Mentre, per un solo voto alla Knesset, ieri è stato approvato il nuovo governo di Gerusalemme. Finisce l’era di “Bibi” Netanyahu dopo dodici anni.

La politica italiana fa i conti con i sondaggi, che danno l’idea di un quadro in evoluzione. Giuseppe Conte sta preparando il nuovo Movimento e Di Maio spiega a La Stampa che i 5 Stelle rappresentano il ceto medio. Silvio Berlusconi lancia una campagna di firme per abbassare le tasse, battaglia identitaria per Forza Italia “unico movimento” con certi ideali. La Versione si chiude con l’incontro fra Luigi Manconi ed Edith Bruck. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Alcuni titoli ancora sul vertice dei 7 Grandi, concluso in Cornovaglia. La Repubblica: «Il G7 contro gli autocrati». Per La Stampa: Draghi: Cina, bisogna cooperare. Ma la maggioranza dei quotidiani si dedica alla storia incredibile di cronaca, accaduta ad Ardea, vicino a Roma: uno squilibrato ha ucciso i figli di un vicino di casa ed un anziano. Corriere della Sera: Mira ai bimbi e li uccide. Il Messaggero sottolinea l’allarme sociale cui però non aveva fatto seguito una necessaria prevenzione: Tragedia annunciata. Per Il Mattino è stata: La strage dell’indifferenza. Sulla campagna vaccinale, tornano il Quotidiano nazionale: Dubbi sul mix di vaccini, medici divisi. Libero: Speranza ci manda il vaccino di traverso. E La Verità stigmatizza l’ennesima presa di posizione dell’Ema: Ultima giravolta sui vaccini. «Vietare AstraZeneca a tutti». Tema diverso dagli altri sia per il Sole 24 Ore: Assegno unico al via da luglio: ecco chi vince. Sia per Il Fatto che rivela una missiva del boss alla Ministra: Graviano scrive alla Cartabia una lettera con avvertimento. Della tragica situazione in Myanmar si occupa Il Domani: Il grande fratello birmano.

CASO ASTRAZENECA, DRAGHI DAL G7

Parlando con i giornalisti alla conferenza stampa finale del G7 in Cornovaglia, Mario Draghi ha cercato di rilanciare la campagna vaccinale. La morte di Camilla “non doveva accadere” ma non è facile identificare le responsabilità del caso. Fabio Savelli e Francesca Basso sul Corriere.

«Qualche timore per la crescita dei contagi in Gran Bretagna a causa della variante indiana. Il premier Mario Draghi, al termine del G7, fa sapere che la situazione viene monitorata: «Se dovessero aumentare anche noi dovremmo reinserire la quarantena per chi arriva dall'Inghilterra, ma questa situazione al momento non c'è», tranquillizza il premier. Ma è chiaro che è un altro elemento di incertezza. In una giornata di conferme ed adesioni. E di eccezioni, in cui c'è sempre qualche Regione che decide per suo conto. Sotto la lente la «vaccinazione eterologa», cioè il richiamo con Pfizer o Moderna dopo una prima dose con AstraZeneca. Il mix farmacologico è stato appena sdoganato dal Comitato tecnico-scientifico e accolto dal ministero della Salute. Ieri il titolare del dicastero, Roberto Speranza, si è sentito costretto a chiarire il fondamento scientifico della scelta dopo le rimostranze di alcune Regioni, Lombardia in testa, che attendono la pubblicazione del parere dell'Aifa, l'agenzia per il farmaco. «Vi sono alcuni studi che testimoniano come la risposta immunitaria sia addirittura migliore», ha detto Speranza riferendosi a due indagini condotte in Spagna e in Gran Bretagna che hanno portato la Germania a decidere sulla bontà della combinazione tra i preparati. La Campania però intende non allinearsi alle scelte di Roma. Il Lazio si adegua, la Lombardia anche ma ha bisogno di indirizzare le nuove forniture negli hub vaccinali. È chiaro che i dati di vaccino-vigilanza sul mix sono ancora embrionali. Però la direzione è presa e gli scienziati assicurano sia quella giusta soprattutto per gli under 60 che hanno ricevuto Vaxzevria in prima dose. La discrezionalità però non dovrebbe esistere. Draghi smonta anche le incertezze sugli approvvigionamenti di vaccini ora che AstraZeneca e probabilmente J&J (di cui non c'è esclusione per gli under 60 ma un parere del Cts interlocutorio che ipotizza sospette correlazioni con trombosi) potrebbero diventare marginali. Draghi ammette le «difficoltà nel ricostruire le responsabilità» della morte della diciottenne Camilla Canepa a pochi giorni dall'inoculazione di una dose Vaxzevria: «È stata una cosa tristissima che non doveva accadere». Sarà la magistratura ad accertarlo, nel frattempo si adotta il principio precauzionale. Perché nell'analisi costi-benefici sui più giovani la letalità Covid è quasi irrilevante e dunque conviene indirizzarsi su vaccini come Pfizer nonostante l'approvazione dell'Ema, l'agenzia europea del farmaco, a tutti i preparati». 

Le Regioni in ordine sparso? Mentre dalle colonne de La Verità il governatore del Friuli-Venezia Giulia chiede maggiore autonomia alle Regioni, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca fa di testa sua sulle seconde dosi. Del resto la Campania, insieme a Liguria, Lazio, Basilicata, Molise, Calabria, Sicilia e Puglia aveva spinto con gli open Astra day, dedicati ai giovani, prima dello stop imposto tassativamente da Roma. Sul Mattino Alfonso Pappalardo.

«Il governatore della Campania, determinato come al solito, stoppa il mix di vaccini e scatena un fronte di polemiche iniziato già da qualche giorno. Non solo. Perché la Campania non somministrerà più vaccini a vettore virale, dunque stop ad Astrazeneca e a J&J, neanche a chi ha più di 60 anni. «Su Astrazeneca le autorità sanitarie hanno ulteriormente precisato che va evitato per chi ha meno di 60 anni, rendendo perentoria la raccomandazione che già c'era. L'indicazione dei nostri scienziati insieme al ministero della Salute, e insieme all'Aifa, vanno nella direzione che ho indicato e cioè sull'utilizzo di AstraZeneca sopra i 60 anni sia per la prima che per la seconda dose. Per questo chiediamo alle autorità regionali di allinearsi ai piani. Le indicazioni degli scienziati - ribadisce il ministro della salute Speranza - vanno assolutamente rispettate». Poi riferendosi al mix di vaccini chiarisce: «La vaccinazione eterologa è già utilizzata da Paesi importanti come la Germania da diverse settimane, ma anche in altre aree del mondo, e i risultati sono incoraggianti. Vi sono alcuni studi che testimoniano come la risposta immunitaria sia persino migliore di quella con due dosi dello stesso vaccino». (…) Fine della questione? No, come dimostrano le parole di Vincenzo de Luca che già venerdì ha accusato ministero e commissariato sulla vicenda AstraZeneca: «Stiamo assistendo a una vicenda sconcertante», prima di annunciare il blocco del farmaco agli under 60. Poi ieri la nuova presa di posizione «perché - spiega l'ex sindaco di Salerno - il livello di confusione esistente rischia di pregiudicare lo stesso prosieguo della campagna vaccinale». E annuncia un cambio di marcia. E quindi per gli under 60 che sono stati vaccinati con AstraZeneca «non si somministrano vaccini diversi dalla prima dose, sulla base di preoccupazioni scientifiche che invieremo al governo» dice il presidente della Campania annunciando anche un'altra scelta contraria a quelle del governo: la regione non somministrerà più vaccini a vettore virale, dunque AstraZeneca ma anche J&J, neanche a chi ha più di 60 anni. Mentre prosegue la vaccinazione di massa con vaccini Pfizer e Moderna e solo «chi ha fatto la prima dose di AstraZeneca sopra i 60 anni, può completare il ciclo con una seconda dose AstraZeneca». Questo perché «occorre dunque - attacca De Luca - ricostruire il rapporto di fiducia verso lo Stato, oggi fortemente compromesso. Al tal fine sarebbe irresponsabile ogni atteggiamento di minimizzazione dei problemi. La realtà è che da oggi cambia completamente la programmazione vaccinale». Mentre ritorna sul suo cavallo di battaglia: «Si riconduca la funzione del commissario a un lavoro esclusivamente tecnico-operativo, relativo alla distribuzione dei vaccini e la comunicazione medico-scientifica al solo ministero della Salute, che deve assumersi la responsabilità di fornire gli orientamenti, facendo parlare una sola persona incardinata nel ministero stesso. E ci dicano semplicemente se il farmaco è consentito oppure vietato». Mentre da Santa Lucia fanno trapelare che il blocco non rallenterà la campagna di vaccinazione anche se a metà della prossima settimana sono in arrivo 50mila dosi di AstraZeneca. Che da oggi possono andare solo agli over 60. Ma per la seconda dose».

ITALIA IN BIANCO, DODICI REGIONI SENZA VITTIME

Da oggi gran parte dell’Italia è in bianco, cambiano le regole e non c’è più il coprifuoco. In 12 Regioni ieri (anche se la domenica i dati arrivano con più fatica) è stata una giornata senza vittime per Covid. Gran bella notizia. Alessandra Ziniti su Repubblica:

«Dodici Regioni senza vittime, più di mezza Italia con il segno zero nella casella domenicale del bollettino Covid. Nel Lazio è la prima volta nel 2021, a 500 giorni ormai dal ricovero dei due coniugi cinesi allo Spallanzani che segnò l'inizio dell'incubo pandemia nel nostro Paese. I 26 morti di ieri (la metà rispetto a sabato) segnano il punto più basso della curva della mortalità in Italia dall'inizio della terza ondata e segnano uno spartiacque nell'Italia che la prossima settimana (unica eccezione la Val d'Aosta che ritarderà di sette giorni) tornerà tutta in bianco. Era dall'11 ottobre 2020 che non si registrava un numero di vittime così basso. «Finché non avremo zero decessi, avremo una sfida tutta da giocare», aveva detto il ministro della Salute Speranza venerdì, firmando le ordinanze che decretano da oggi il passaggio in bianco di Piemonte, Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Puglia e provincia autonoma di Trento che portano a 41 milioni il numero di italiani che saluterà il coprifuoco e la maggior parte delle restrizioni. Il calo dei decessi è il segno tanto atteso a sei mesi dall'inizio della campagna vaccinale. Nelle ultime 24 ore in più di mezza Italia non si sono registrati decessi da coronavirus. Tornano a zero per la prima volta dopo nove mesi anche grandi regioni come il Lazio e il Veneto, un traguardo salutato con emozione dall'assessore alla Salute del Lazio D'Amato proprio nei giorni in cui la campagna vaccinale subisce il nuovo scossone AstraZeneca: «Anche il numero dei positivi delle ultime 24 ore (127) è il più basso degli ultimi 9 mesi, la campagna vaccinale sta andando spedita: tra ieri e oggi oltre 20.000 vaccinazioni alla fascia d'età 12-16 anni». Lazio e Veneto, ma non solo. L'ultimo bollettino registra il segno zero nella casella dei morti in altre dieci regioni: Puglia, Friuli Venezia Giulia, Marche, Liguria, Abruzzo, Umbria, Trentino Alto Adige. Basilicata, Molise e Valle d'Aosta. Sabato erano state nove e tra queste, per la prima volta dopo mesi anche l'Emilia Romagna. Un trend positivo, che va di pari passo con il calo dei contagi e dei ricoveri. Così continuando a fine giugno l'Italia sarà tutta in bianco, ultima a raggiungere il traguardo proprio la Val d'Aosta nonostante sia la regione senza vittime da più giorni. Da oggi dunque anche in Piemonte, Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Puglia e provincia autonoma di Trento cade il limite del coprifuoco e riaprono tutte le attività ancora ferme nel rispetto però delle linee guida valide anche per le zone gialle. La fine del coprifuoco in regioni dove ogni weekend (così è stato anche sabato e domenica a Roma e Milano) si ripetono episodi di movida violenta pone più di un problema di ordine pubblico. I servizi di controllo più serrati disposti dai comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica, l'utilizzo sempre più frequente di Daspo urbani per allontanare dalle zone calde i responsabili di risse ed episodi di violenza, le nuove ordinanze che vietano la vendita di alcolici per strada già da metà pomeriggio non sono bastati: a Roma a Campo de' Fiori sono dovuti intervenire i reparti in tenuta antisommossa per disperdere gruppi che si sono affrontati a colpi di bottiglia e anche ad Ancona la movida del weekend è stata militarizzata». 

BIDEN AL G7: “ALTERNATIVA DEMOCRATICA ALLA CINA”

Si è concluso un G7 di portata storica. Federico Rampini per Repubblica ne sottolinea i risultati politico diplomatici :

«Abbiamo dimostrato al mondo che esiste un'alternativa democratica all'influenza cinese». Joe Biden considera il G7 un grande successo per l'America. Missione compiuta. Tornando ad abbracciare il multilateralismo, a valorizzare le alleanze, Biden incassa un comunicato dei Sette Grandi dove la questione cinese ha un peso senza precedenti. La reazione da Pechino indirettamente gli dà atto del successo: «Un piccolo gruppo di Paesi non detta legge al mondo», è il commento cinese che sottolinea una verità (quando nacque oltre 40 anni fa il G7 rappresentava il 70% del Pil mondiale, oggi il 40%), ma al tempo stesso prende atto che il G7 ha dato prova di unità. Tra le conclusioni del G7 sulla Cina almeno tre sono i punti più forti, e potenzialmente controversi. Un appello al governo di Pechino perché rispetti i diritti umani a Hong Kong e nello Xinjiang (anche se non si è arrivati fino a formulare una vera e propria condanna degli abusi, come avrebbero voluto gli americani). La richiesta di un'indagine «trasparente» sulle origini del Covid, cosa che equivale ad accusare Pechino di aver ostacolato la prima inchiesta dell'Oms, e ad accusare l'Oms stessa di aver pubblicato conclusioni inaffidabili. Un terreno esplosivo per i cinesi, Xi Jinping ha più volte respinto le accuse, fino ad alimentare una sua contro-teoria del complotto sulle origini occidentali del Covid. Infine c'è Build Back Better declinato su scala mondiale, cioè la versione planetaria del piano di investimenti in infrastrutture e sostenibilità che Biden sta cercando di far passare al Congresso di Washington. Dal punto di vista ideologico è il tentativo di offrire un'alternativa democratica, ambientalista, e rispettosa dei diritti, ai Paesi emergenti che la Cina sta modernizzando con i cantieri delle sue nuove Vie della Seta (Belt and Road). Concretamente è solo un titolo, perché nessuno ha stanziato nuovi fondi e molti di questi investimenti nei Paesi in via di sviluppo dovrebbero venire da organismi multilaterali già esistenti come la Banca Mondiale, o da capitali privati con qualche garanzia pubblica. Dentro l'offensiva per il rilancio delle democrazie si colloca la donazione di un miliardo di dosi di vaccini ai Paesi poveri, metà dei quali già acquistati dall'Amministrazione Biden. Al presidente americano è stato obiettato, nella conferenza stampa conclusiva, che il fabbisogno è di 11 miliardi. Biden ha riconosciuto che l'obiettivo di immunizzare il pianeta slitterà al 2022 e forse oltre. Sul fronte economico il fiore all'occhiello del vertice resterà la global minimum tax, l'obiettivo di un'aliquota-pavimento del 15% da adottare di comune accordo per la tassazione delle multinazionali. È solo un accordo politico di principio perché le leggi fiscali vanno ratificate dai Parlamenti nazionali. A chi obietta che il 15% è poco, il G7 è servito a ricordare che l'imposizione sui profitti delle imprese transnazionali oggi è molto più bassa, talvolta vicina allo zero. È un passo incompleto ma senza precedenti dagli anni Ottanta, per armonizzare la fiscalità delle imprese, frenare la concorrenza tra Stati che a furia di sgravi e sconti ha spostato il carico delle tasse sul ceto medio. Biden vede questo come il passaggio essenziale per dimostrare che le democrazie "funzionano": dando risultati concreti per recuperare consensi tra i cittadini». 

DRAGHI AL G7: CONTRO GLI AUTOCRATI, CON REALISMO

E l’Italia? Con Mario Draghi presidente del Consiglio, il nostro Paese esce dal vertice dei Grandi con un peso maggiore, rispetto al recente passato. Ilario Lombardo per la Stampa: 

«Mario Draghi insiste a guardare con «realismo» all'approccio da tenere verso la Cina. La parola traduce tutto il pragmatismo della linea italiana ed europea, incarnata nel G7 della Cornovaglia soprattutto da Germania e Italia, in contrapposizione all'irriducibilità degli Stati Uniti. «Il comunicato finale rispecchia perfettamente la nostra posizione - spiega il presidente del Consiglio al termine dell'ultima giornata del summit prima di tornare a Roma -. Non abbiamo preso una strada particolarmente dura verso la Cina. Perché con la Cina bisogna cooperare, in vista del G20, degli impegni sul clima, e per la ricostruzione del mondo dopo la pandemia, ma lo faremo in maniera franca, dicendo cosa non va bene secondo noi, e che cosa non si concilia con la nostra visione del mondo». Questa è la linea che secondo Draghi alla fine ha prevalso, nel quadro comunque di una mediazione con le pretese di Joe Biden. E in un certo senso non poteva andare diversamente visto che il presidente americano, gli riconosce il premier, ha voluto ricostruire con l'Unione europea «quell'alleanza tradizionale che il periodo di Trump aveva seriamente incrinato». Sul realismo come metodo d'azione per declinare il ritrovato spirito multilaterale Draghi insisterà per tutta la conferenza stampa. E così se Biden, durante il vertice, come ricorda il premier, ha ammonito i colleghi che «il silenzio sulla Cina è complicità», l'ex banchiere si prende una manciata di secondi per condannare con durezza «le autocrazie che inquinano l'informazione, interferiscono nei processi elettorali, usano la disinformazione, fermano gli aerei in volo, rapiscono, uccidono, non rispettano i diritti umani, usano il lavoro forzato». Non manca nulla delle violazioni della Cina ma anche della Turchia, della Russia e della Bielorussia, e l'elenco che ne fa Draghi è il suo modo di riconoscersi nella battaglia di Biden. «Tra i Paesi del G7 - assicura - il risentimento verso le autocrazie è condiviso». È su come delineare i rapporti con Pechino, però, che resta differente la strategia tra Europa e Usa. L'Italia è l'unico Paese europeo che ha firmato, ai tempi del governo sovranista del Conte I, il memorandum sulla Via della Seta cinese, contro il quale Biden ha proposto un gigantesco piano alternativo di investimenti. Draghi si limita a dire che l'atto firmato dal suo predecessore «verrà esaminato con attenzione». Come per la cancelliera tedesca Angela Merkel e la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, anche per il premier però non deve essere lo spirito di antagonismo alla Cina a muovere le democrazie occidentali. L'approccio va «fondato su tre principi fondamentali». «Di cooperazione, di competizione e di franchezza».

L’ambasciatore e grande analista Sergio Romano viene intervistato da Libero. Romano esprime tutta la sua nostalgia per Trump, l’isolazionista che lasciava l’Europa più libera. La sua analisi è, come sempre, interessante.

«Abbiamo chiesto a Sergio Romano, ambasciatore e accademico, tra i massimi esperti di politica internazionale, di spiegarci come si sta muovendo la nuova Casa Bianca. Da Trump a Biden è cambiato lo stile o la sostanza? «C'è un cambiamento enorme: il presidente democratico ha detto che vuole ridare agli Stati Uniti la posizione centrale nella leadership mondiale che hanno avuto dal 1945 in poi. Trump no. E per questo preferivo il repubblicano». Biden a parole sostiene l'unità europea ma nei fatti le mette i bastoni fra le ruote? «Una leadership globale significa sempre sottrazione di potere ad altri soggetti, in particolare nel nostro caso all'Europa. Trump poteva risultare scontroso e talvolta volgare - a me era poco simpatico - ma la sua posizione contraria all'egemonia, al prendere decisioni per gli altri, era chiarissima. Biden, in modi stilisticamente migliori, vuole ristabilire la posizione centrale di Washington. È questo il vero significato del progetto dell'amministrazione democratica di restituire alla Nato il suo ruolo. Rilanciare l'alleanza atlantica ha un solo significato: alla politica di sicurezza globale ci pensiamo noi Stati Uniti, noi abbiamo il monopolio della forza e prendiamo le decisioni. Anche: noi proteggiamo i nostri alleati. Ma tutto questo è un intralcio all'integrazione europea». Gli europei del G7 come la stanno prendendo? «Alla Gran Bretagna tutto sommato va bene uno con le idee di Biden. Londra è ormai fuori dall'Unione e anche quando era dentro lo faceva a modo suo». E la Francia? «Macron si è speso a favore di una maggiore integrazione europea, anche a livello militare. Per questo ha persino usato parole durissime con la Nato che sarebbe in stato di "morte cerebrale". Parigi ha capito che può riconquistare una posizione importante nella politica mondiale solo ponendosi alla guida di una Europa unita». E la Germania? Non ambisce alla stessa posizione? «In questa fase dell'integrazione continentale convivono obiettivi nazionali e istanze sovranazionali. E sarà così ancora per un pezzo, purtroppo. La Germania non abbandonerà gli scopi della sua politica nazionale e per questo non vedrà mai di buon occhio, come non ha mai visto, una presenza militare americana troppo estesa in Europa. D'altra parte anche l'Italia ha le sue ambizioni e ha cercato di rinforzare il rapporto privilegiato con Washington nell'Incontro fra Draghi e Biden». La solita Europa zoppa? «La politica europea si muove su due piani in contraddizione: spinte nazionali da una parte, dall'altra movimenti centripeti anche sorprendenti. Quando la Germania di Angela Merkel ha accettato la mutualizzazione del debito - nel caso del piano Recovery and Resilience - dopo decenni di opposizione non si può non vedere una svolta importante». La politica nazionale tedesca ci porta alla Russia, fornitrice di gas combustibili all'Europa e soprattutto a Berlino. Biden incontrerà anche Putin. «Per la Russia è già una buona cosa che ci sia un summit. Il Cremlino, è presto detto, vorrebbe una Nato meno pressante nel Baltico e nell'Est europeo. Sente la presenza militare ai confini come obiettiva ostilità. Ma se Biden arriva a comprendere le preoccupazioni di Putin potrà esserci un netto miglioramento dei rapporti. Per ora, dal punto di vista russo è già un successo il parlarsi». 

DI MAIO: “I 5STELLE RAPPRESENTANO IL CETO MEDIO”

Torneremo sull’attualità di politica estera. La politica italiana è alla vigilia di un passaggio importante: il nuovo Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte. Andrea Malagutti su la Stampa ha intervistato Luigi Di Maio, che delinea un identikit:

«Allora le dico seriamente che siamo l'unica forza politica che ha fatto parte degli ultimi tre governi, contribuendo in modo significativo a ottenere i risultati che cominciamo a vedere. Penso alla gestione della pandemia, alle proiezioni di crescita economica al 4% o ai dati record sull'export. Penso anche alla capacità di mettere al centro dell'agenda Draghi il tema della transizione ecologica di cui in questi giorni si è discusso al G7 e di cui si discuterà ancora al G20 di Napoli». Conte I con Salvini, Conte II con Zingaretti, Draghi I con l'avanti-tutti. Siete un abito buono per qualunque stagione. «Siamo cambiati senza mai rinunciare a noi stessi, soprattutto ai nostri valori. Rappresentiamo quella parte del Paese che ha più bisogno del cambiamento, il ceto medio che paga le tasse, che non si tira mai indietro e che porta ogni giorno sulle spalle il peso della collettività. Noi parliamo a loro e lo faremo ancora a lungo». Dieci anni fa volevate radere il Palazzo al suolo. «Lei ovviamente esagera, ma avere acquisito una cultura di governo significa farsi carico delle responsabilità, non prenderne le distanze. Per ottenere risultati utili ai cittadini servono nobili mediazioni». Nobili? «Esatto. Non al ribasso». Comunque mediazioni. «Sì. Dieci anni fa era una parolaccia. Oggi non più. I cittadini vedono che il centrodestra è diventato destra e non è più in grado di combattere le loro battaglie. Noi vogliamo tutelare le imprese, le professioni dimenticate, le partite Iva. E crediamo nella riforma fiscale e in quella della giustizia. Tutti temi che non possono essere affrontati in modo ideologico». Democristiani, appunto. «No. Siamo anche noi figli di quel ceto medio che paga le tasse per tutti e di cui non si occupa più nessuno». Le piace il nome "5 Stelle ConTe"? «Parlo con Conte continuamente e non mi risulta che ci sia in cantiere il cambio di nome. Mi risulta invece che ci sia in atto un tentativo per fare finalmente del Movimento una forza responsabile, organizzata e ragionevole. Uniti possiamo raggiungere l'obiettivo». Responsabile, organizzata e ragionevole. Il contrario del beppegrillismo. «Beppe rappresenta la creatività. Le sue idee sono sempre avanti 20 anni. Lui è la mente e lascia volentieri l'organizzazione agli altri». Grillo La Mente dice: vietato togliere il limite dei due mandati. «E' una questione di cui si sta occupando Conte e io sono l'ultima persona che ne può parlare. Faccio il ministro degli esteri e servo il Paese dando il meglio di cui sono capace. Quando il popolo mi dirà di farmi da parte smetterò di servirlo». Se il popolo lo facesse davvero? «Cosa, darmi il benservito? Prima o poi capita a chiunque. Neanche le dittature restano vita natural durante». 

Conte vuole accontentare tutti. “Ac-Conte-ntare” potrebbe essere il suo slogan, da affiancare a quel “ConTe”, che qualcuno vorrebbe nel nuovo simbolo. Matteo Pucciarelli su Repubblica.   

«Il Giuseppe Conte che tra pochi giorni prenderà ufficialmente la guida del M5S prova a far contenti tutti: le vecchie glorie che non vogliono appendere le poltrone al chiodo e Beppe Grillo, i nuovi alla ricerca di una ribalta (vedi ad esempio Dino Giarrusso che lo definisce «strepitoso») e gli attivisti. Gli argomenti spinosi sul piatto erano e sono diversi in un partito nato liquido, in continua trasformazione e quindi alle prese con contraddizioni e problemi identitari mai risolti. E così dall'"uno vale uno" all'idea stessa di movimento - per definizione orizzontale - si arrivò al capo politico onnipotente, poi gli Stati generali cambiarono marcia e vararono il direttivo votato dal basso ma poi mai nato, ora si torna a chiedere la guida ad una leadership forte; la quale però essa stessa decide di dotarsi di una segreteria, di una squadra che lo affianchi. Che sarà di cinque o sei membri: tre saranno nominati da Conte (si parla già di Lucia Azzolina, Alessandra Todde e Chiara Appendino, probabilmente Luigi Di Maio invece si defilerà) e il resto eletti direttamente dagli attivisti via web. Ecco quale dovrebbe essere la mediazione. Stessa cosa per il più ampio Consiglio nazionale, che sarà in parte composto dai portavoce nelle istituzioni e in parte anche in questo caso da persone elette dagli iscritti. «Un mix equilibrato», secondo la definizione dello stesso Conte. Si tratta di un esercizio di equilibrismo che ha l'effetto - per ora - di non scontentare o comunque di non rompere né con gli integralisti della rete né con chi ormai pubblicamente dice basta alla "cliccocrazia", la stessa che però a suo tempo li portò ad essere eletti nel Movimento. Stesso discorso sul grande dilemma del tetto ai due mandati: toglierlo o no? Conte farà una sua proposta, ha detto. Cioè delle deroghe che "salveranno" una ventina di meritevoli, ma poi comunque alla fine toccherà alla base ratificare o meno il superamento parziale del vecchio dogma. Anche qui: un paziente lavoro di mediazione, non scontentando troppo il garante, contrario a rimuovere il limite, e al contempo non dandola vinta completamente neanche a chi dice che è ora di cambiare e passare oltre. Il "riformismo radicale" evocato da Conte negli ultimi giorni, un po' un ossimoro e un po' la ricerca di un centro di gravità permanente, è a conti fatti applicato anche alla fisionomia che dovrà avere il prossimo Movimento, nella speranza di tenere dentro tutti quanti e anzi, magari recuperare i delusi, Alessandro Di Battista in primis. Un Movimento che sta al governo, ma battagliando. Che parla con la Cina, ma anche con gli Usa. Alleato del centrosinistra ma non sempre e non per forza».

IL PD A TORINO SCEGLIE CONTRO I 5S

A proposito del centro sinistra e di un’alleanza coi 5S in cui pochi credono, il PD a Torino ha scelto ieri, attraverso le primarie, il suo candidato sindaco. Bocciando colui che era stato sostenuto dalla Appendino. La cronaca: 

«Un'affluenza ai minimi storici. Un risultato combattuto fino all'ultimo - qualcuno ha parlato di «vittoria mutilata» - per quello che era stato indicato come il favorito del Pd. Il popolo delle primarie - ridotto a un quinto rispetto ai 53 mila delle consultazioni che dieci anni fa decretarono la vittoria di Piero Fassino - si è pronunciato. Per un pugno di voti - appena 300 - il candidato sindaco del centrosinistra, a Torino, è Stefano Lo Russo, da sempre ostile all'alleanza con il Movimento 5 Stelle. L'outsider civico sostenuto dalla sinistra, Francesco Tresso, gli è stato alle calcagna fino alla fine, incassando larghi consensi soprattutto nei quartieri del centro, un tempo fortino di quel «partito della Ztl» spesso identificato nel Pd, ma il sorpasso non è riuscito. Professore di Geologia al Politecnico, 45 anni, Lo Russo ha dovuto fare i conti, come gli altri tre candidati, con l'afa estiva e un voto post-pandemia, ma anche con una certa disaffezione registrata soprattutto nelle periferie: tutti fattori che hanno fatto crollare il numero di votanti a quota 11.631. Un record storico, in negativo. Al dem, incoronato nei gazebo con appena 4.229 voti (pari al 37%), toccherà il compito, non facile, di affrontare il candidato del centrodestra, l'imprenditore Paolo Damilano. Il suo sfidante interno, Tresso, 59 anni, ironicamente definito il «signor Nessuno» da uno dei suoi principali sostenitori, il musicista dei Subsonica Max Casacci, ha fatto impallidire il Pd e i suoi dirigenti con il 35 per cento dei consensi (3.932 preferenze). E ha lasciato indietro anche l'altro dem in gara, Enzo Lavolta, che a dispetto degli endorsement arrivati dai 5 Stelle, attraverso le parole della sindaca Chiara Appendino e della viceministra Laura Castelli, si è fermato al 25 per cento con 2.863. Per il segretario del Pd, Enrico Letta, si è trattato in ogni caso di «una bella competizione». Ora però il centrosinistra torinese dovrà rimettere insieme i pezzi, ritrovare l'unità e cercare di recuperare terreno in quelle periferie un tempo operaie che sono rimaste fredde davanti al richiamo delle primarie. «È stato complicato, la pandemia e il caldo non hanno aiutato - riconosce il neo candidato sindaco Lo Russo -. Però non bisogna far mistero che soprattutto nelle periferie l'affluenza è stata sotto le aspettative e questo deve essere un elemento di riflessione per impostare correttamente la campagna elettorale». Un appello, quello ad aprirsi nuovamente alla città, che viene rilanciato anche dal secondo arrivato: «Il centrosinistra non può fare a meno di una forza civica che sia capace di ampliare il nostro campo di gioco - afferma Tresso -, avvicinando mondi che altrimenti non troverebbero adeguata rappresentanza». E voterebbero per una destra che ha deciso di presentarsi alle Comunali con il volto rassicurante e moderato dell'imprenditore del vino e delle acque minerali Paolo Damilano».

BERLUSCONI LANCIA LE FIRME PER UNA RIFORMA FISCALE

Silvio Berlusconi lancia una raccolta di firme per una riforma fiscale che dovrebbe riportare Forza Italia al centro della politica. “Unico movimento politico” che sia coerente espressione dei principi liberali, cristiani, europeisti, garantisti.

«Quando molti anni fa abbiamo usato il fortunato slogan «meno tasse per tutti», non esprimevamo una semplice promessa elettorale, ma un'idea di politica economica ed anche qualcosa di più. L'idea era quella di cambiare radicalmente il rapporto fra lo Stato e il cittadino, a favore di quest' ultimo. Nella nostra visione liberale i cittadini non sono sudditi, sono persone titolari di diritti, fra i quali quello di disporre liberamente dei frutti del proprio lavoro. L'obbligo di versarne una quota allo Stato è una limitazione della libertà e dei diritti di proprietà, che è inevitabile, ma che va contenuta al massimo. Ne deriva che promuovere la riforma fiscale è anche uno degli obbiettivi con i quali partecipiamo al governo Draghi. Un governo che non è il nostro e che tuttavia sosteniamo con forza e convinzione, anche perché è nato proprio per nostra iniziativa come risposta alla più grave emergenza sanitaria ed economica del dopoguerra, ma un esecutivo dal quale non possiamo naturalmente attenderci l'applicazione delle stesse politiche che metteremmo in atto se governassimo o da soli o con i nostri alleati naturali. Tuttavia è assolutamente evidente che la riforma fiscale - insieme ad un uso accorto delle risorse del Recovery Plan (che non esisterebbe, o almeno non in questa misura senza il nostro intervento in sede europea) e ad altre riforme essenziali come quelle della pubblica amministrazione e della giustizia - è la condizione assolutamente necessaria perché le aziende possano tornare a fare utili e a creare occupazione, perché le famiglie possano riprendere a consumare e a risparmiare. E quando parliamo di riforma fiscale essa significa semplicemente un alleggerimento della pressione fiscale su cittadini, famiglie e imprese. La nostra proposta finale rimane quella della flat tax, la realizzerà il futuro governo di centrodestra, ma fin d'ora è indispensabile un robusto taglio delle imposte. (…)  È una battaglia importante per il Paese che sottolinea ancora una volta la funzione essenziale di Forza Italia, unico movimento politico che sia coerente espressione dei principi liberali, cristiani, europeisti, garantisti. Per questo, a fianco del lavoro che stanno svolgendo i nostri vertici nazionali e i nostri rappresentanti al governo, abbiamo mobilitato i nostri quadri e i nostri militanti in tutte le province italiane fin da questa domenica per spiegare e far conoscere le nostre proposte. Raccoglieremo le firme nelle piazze di tutte le maggiori città per far sentire con maggior forza la voce di un Paese che ha già sofferto troppo e che soffoca sotto una pressione fiscale incompatibile con lo sviluppo». 

Ilvo Diamanti su Repubblica analizza gli ultimi dati dei sondaggi. E vede, nel centro destra, una clamorosa mancanza di “capi”, di leader che riscuotano davvero il consenso.

«Nel Centrodestra si osservano movimenti significativi, intorno a una prospettiva apertamente delineata da Matteo Salvini. La costruzione di una federazione "parlamentare" che associ le forze politiche di Centrodestra attualmente al governo. Quindi, anzitutto, Forza Italia, insieme alla Lega. Ma guardi oltre. In particolare, ai FdI di Giorgia Meloni. Oggi: l'unico partito all'opposizione. Salvini, in questo modo, intende avviare un progetto condiviso, per trasferire sul piano elettorale il peso "maggioritario" assunto dal Centrodestra, secondo i principali sondaggi. In vista delle prossime elezioni amministrative. E di quelle "politiche". Le prime reazioni, tuttavia, mostrano atteggiamenti distinti e distanti. Giorgia Meloni, in particolare, non pare intenzionata a rinunciare alla "rendita di opposizione", che ha permesso ai FdI di superare (almeno: affiancare) la Lega. E a Meloni stessa di scavalcare Salvini, negli indici di popolarità personale. Mentre Silvio Berlusconi ha aderito apertamente alla proposta, ma deve far fronte ai dissensi, generati, nel partito, dal timore di finire isolati. Nel governo e nel Centrodestra. Tuttavia, per costruire un progetto condiviso occorrono un soggetto politico "di riferimento" e (o) un leader riconosciuto. Condizioni ancora "incompiute" fra gli elettori e i simpatizzanti del Centrodestra. Ma "possibili", se consideriamo i dati di un recente sondaggio di Demos. Il primo aspetto che emerge, a questo proposito, è, infatti, la capacità di "coalizione" della Lega, alla quale si dicono e si sentono vicini gli elettori dell'area. In larga maggioranza. Anche i FdI, peraltro, attraggono settori significativi della base leghista e di FI. Tuttavia, l'atteggiamento degli elettori dei FdI verso FI appare più distaccato. Così, per immaginare un'intesa solida nel Centrodestra non bisogna sottovalutare la diffidenza che pervade una parte significativa degli elettori verso gli altri partiti dell'area. Questa "distanza" appare più evidente quando si affronta la questione della leadership. Decisiva, come si è detto, per una possibile coalizione. Perché viviamo in tempi di personalizzazione politica».

ISRAELE, FINISCE L’ERA NETANYAHU

Ieri voto di fiducia alla Knesset per il nuovo Governo del dopo Netanyahu. La cronaca del Giornale:

«Il lungo regno di Benjamin Netanyahu si è concluso ieri sera. La Knesset, con un margine risicatissimo, ha votato la fiducia al governo di Naftali Bennett e Yair Lapid. La nuova maggioranza, che mette assieme partiti disparati per idee e storia, è passata con il sostegno di 60 parlamentari, mentre 59 si sono opposti, un deputato del partito islamico Raam si è astenuto. E subito sono arrivate le congratulazioni di Joe Biden. Ma ora oltre a chiudere dodici anni di governo di «King Bibi», l'esecutivo «del cambiamento» inaugura anche la staffetta fra premier. Bennett servirà come primo ministro per due anni con Lapid come ministro degli esteri. Poi Lapid assumerà la premiership per i due anni successivi con Bennett ministro degli interni. La nuova coalizione di governo includerà 27 ministri, nove donne. Il dibattito è stato acceso, al limite dello scontro fisico.». 

Repubblica raccoglie la reazione del grande scrittore Abraham b. Yeoshua.

«Non mi chieda cosa accadrà, nessuno si sarebbe aspettato quattro elezioni in due anni, non è più possibile fare previsioni in questo Paese. Ma è importante ora sanare le ferite». Anche il grande scrittore Abraham B. Yehoshua, un po' come tutti gli osservatori della politica israeliana che ancora esitano a dichiarare conclusa l'era Netanyahu, si tiene distante da pronostici su ciò che attende Israele il giorno dopo il giuramento del primo governo non guidato dal premier più longevo del Paese. Come vede il nuovo governo? «Molto eterogeneo, ma c'è un elemento determinante che lo unisce: la volontà di provare a portare un cambiamento e di abbassare il livello della tensione tra sinistra e destra, dando la possibilità anche a chi è stato lontano dal governo per anni, come Meretz, di provarsi con fatti e non solo a parole. E la cosa più importante è che ci sono rappresentanti arabi, un risultato che va riconosciuto a Netanyahu che ha avviato il dialogo. Se la cooperazione funzionerà, aprirà le porte a un maggiore coinvolgimento degli arabi nella politica israeliana e non c'è dubbio che questa è una svolta». Ma si potrà reggere aldilà del collante "tutto tranne Bibi"? «Bennett, Shaked, Liberman hanno esperienza di governo, non sono sprovveduti. Ma non credo vedremo grandi cambiamenti, di certo non rispetto alla politica estera, alla questione palestinese. Si focalizzeranno su questioni interne». Quali? «Per esempio ridurre l'asservimento ai partiti ultraortodossi. Ma penso che più che altro saranno impegnati a cercare di convivere tra loro e a tirare avanti. Forse potranno limitare le costruzioni illegali nei Territori, ma credo che l'opposizione metterà in atto una provocazione dopo l'altra e gli renderà la vita dura. Netanyahu ha scelto di combattere dall'opposizione e lo farà con tutta la determinazione con cui ha portato il Paese a quattro elezioni per tutelarsi nel processo a suo carico». Che eredità lascia Netanyahu dopo questi 12 anni? «È un personaggio di grande abilità e talento, estremista per quanto riguarda la questione palestinese, molto divisivo. Non c'è dubbio che abbia ottenuto ottimi risultati nella sua carriera politica. Li ha ricordati nel suo intervento, ovviamente omettendo i problemi, ma sui risultati ha ragione: in primis nella politica estera, nel rapporto con gli Stati Uniti, gli Accordi di Abramo, la sua posizione ferma contro l'Iran». L'Iran è il primo problema d'Israele? «Non sono un esperto di Iran, ma prendo qualsiasi minaccia con serietà. Gli eventi terribili che ci hanno segnati non mi consentono di sottovalutare alcuna minaccia di distruzione rivolta contro Israele».

IL PAPA ALL’ANGELUS E IL DRAMMA DEL TIGRAY

Alberto Bobbio sull’Eco di Bergamo sottolinea come la voce di papa Francesco sia rimasta sola a denunciare l’orrore del Tigray.

«Uno solo non resta a guardare. Uno solo parla e prega. Uno solo alza la voce sullo scandalo dell'Africa massacrata, sul Mediterraneo «più grande cimitero d'Europa», sullo sfruttamento del lavoro dei bambini, «150 milioni», ricorda ai distratti, cioè una popolazione minorile pari a quella di Spagna, Francia e Italia. Tre tragedie che inghiottiscono persone, fatti noti sui quali Francesco, all'Angelus, insiste a sollevare il velo dell'oblìo, tre drammi perfettamente intrecciati. L'ultima guerra dimenticata si combatte nel Corno d'Africa, Etiopia, Eritrea e vicini già turbolenti, guerra di etnìe storicamente rivali, guerra per posizioni di privilegio in un'area strategica per la penetrazione del nuovo colonialismo africano. Chi soffre di più abita nel Tigray, territorio di rivalsa di interessi contrapposti, grumo di problemi mai risolti dalla fine del colonialismo novecentesco, stabilità impossibile tra Stati alla ricerca di credito internazionale, ma mai impegnati a smetterla di considerarsi nemici, nonostante accordi e un Premio Nobel per la Pace assegnato forse con troppa disinvoltura a due leader, l'etiope Abiy e l'eritreo Afewerki, che ne hanno approfittato per risolvere la questione secolare del Tigray a modo loro. Il risultato è un anno di guerra, un groviglio di eserciti, massacri criminali, blocco di qualsiasi aiuto umanitario, profughi a milioni che sfideranno il mare e, ultimo, l'uso della carestia come arma decisiva. Bergoglio ha chiesto di fermarsi e lo ha fatto nel bel mezzo del G7. La tragedia in questi ultimi mesi si è aggravata con migliaia di stupri, arma dell'orrore essenziale e risolutiva. L'emergenza è totale: strutture sanitarie fuori gioco e gli operatori umanitari internazionali espulsio impotenti. Le Nazioni Unite denunciano una situazione oltre ogni limite e per la prima volta, alcuni giorni fa, è stata pronunciata la parola carestia, declinata come ultima arma di guerra. I soldati eritrei, che nel Tigray non dovrebbero stare, bruciano i raccolti, rubano e uccidono il bestiame, saccheggiano depositi di granaglie alimentari. (…) In nessun altro posto del mondo oggi si sta così male ed è la più grave carestia dal 2011, quando 250 mila somali morirono di stenti, anche allora nel silenzio assoluto. Nessuno tuttavia può raccontare il dramma. I giornalisti stranieri non entrano nella zona, quelli locali vengono uccisi o imprigionati. Trapelano notizie di crimini orrendi, tra cui il massacro di 78 preti ortodossi, città occupate e gli abitanti uccisi per strada. L'Onu ne ha certificati 131 e il 10 giugno il sottosegretario generale del Palazzo di vetro, Mark Lowcock, durante una tavola rotonda Usa-Ue sulla crisi del Corno d'Africa, ha aggiunto che andando avanti «sarà molto peggio». Ma tutti stanno a guardare, dopo un iniziale interessamento americano, timbro generoso a futura memoria della nuova amministrazione Biden. L'Italia, che ha una storia da quelle parti, da mesi sta zitta. Nessuna iniziativa del governo, solo un sommesso tweet della nostra ambasciata ad Addis Abeba per assicurare l'adesione all'appello internazionale per il cessate il fuoco e per la protezione della popolazione civile. Troppo generico, troppo poco, troppo flebile davanti alla fermezza di un Papa che invece nulla dimentica».

EDIT BRUCK: “UN TURBINE A 90 ANNI”

Luigi Manconi per Repubblica incontra e intervista Edith Bruck, poetessa ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, finalista del Premio Strega. È un colloquio che riguarda anche il venir meno della vista dei due interlocutori. Ma soprattutto il “turbine” che ha investito la Bruck negli ultimi mesi.

«Ti ritrovo oggi, splendida novantenne, appena nominata Cavaliere di Gran Croce, Ordine al Merito della Repubblica Italiana, visitata di recente a casa tua da Papa Francesco e finalista dello Strega, e decine di migliaia di copie vendute del Pane perduto, pubblicato dalla Nave di Teseo. Ma che cosa è successo? Edith Bruck esita e sorride: «Di tutto. Non so che dire; un turbine. Mi è cambiata la vita, stravolta. Sono capitate, tutte insieme, cose molto belle. L'inizio è stato, forse, quella mia "Lettera a Dio", pubblicata dal Messaggero. Il Papa l'ha letta e ha voluto conoscermi. Ma chi mai poteva pensare che sarebbe stato lui a venire qui da me! Eravamo come ammattiti quel pomeriggio del 20 febbraio: cosa ti metti? cosa mi metto? Poi il Pontefice è venuto, è rimasto qui oltre un'ora, mentre una vera folla si radunava davanti al portone e gridava: "Papa, Papa"». Che cosa c'era scritto nella lettera a Dio? «Che, al di là di tutte le pene, le tentazioni e i dubbi che hanno accompagnato la mia vita, io mi sento libera dall'odio». Edith Bruck mi mostra lo strettissimo ascensore che ha portato Francesco a casa sua: «Poteva entrarci solo di profilo». Scusa Edith, l'Osservatore Romano ha recensito in termini molto lusinghieri il mio ultimo libro, a casa mia c'è un ascensore molto ampio, eppure il Papa mica si è fatto vivo con me. «Ma tu non sei ebreo! Non sei un perseguitato della storia». In questa fase di vitalità e serenità, tuttavia c'è un'ombra, una brutta ombra. «Da un po' di tempo perdo progressivamente la vista». Ma tu eri miope? «No, ero solo astigmatica, non avevo mai avuto problemi gravi. Poi, improvvisamente, un giorno, ho chiuso gli occhi, li ho riaperti e sul soffitto ho visto una macchia nera. Finché riuscivo a leggere andava bene. A un certo punto ho notato che le lettere cominciavano a "saltare" nel mezzo di una frase e dovevo indovinare la parola. L'oculista ha diagnosticato la maculopatia e ha fatto la prima iniezione, poi dopo due mesi la seconda, la terza e così via. E dire che con la cecità ho avuto a che fare già molto tempo fa. Uno dei miei lavori televisivi è stato un documentario, realizzato per la Rai, intitolato Dietro il buio, e dedicato alla vita dei non vedenti. Mentre giravo, il capostruttura mi raccomandava di tenere a mente la lezione di Luis Buñuel: ricorda di far cadere il cieco». Cioè ti chiedeva di creare artificialmente situazioni tragicomiche? «Qualcosa del genere. Voleva che inserissi circostanze di pericolo che inducessero al riso o alla pietà. Ma io: mai nella vita. Per dire quanto fossi interessata e affascinata dalla diversità e dalla sofferenza umana, ricordo che un altro mio lavoro riguardava le persone affette da nanismo. I nani, insomma. Non quelli del circo, ma quelli che tutti quanti ignorano. Anche perché tendono a nascondersi, a fare una vita ritirata e riservata, a muoversi in una sorta di mondo parallelo. E, per la verità, non ho mai ricevuto tanto amore, mentre facevo un lavoro, come in quella circostanza. Come ti dicevo, sin da bambina, ero attratta da chi non appariva "normale": pazzi, ciechi, sordi, nani, emarginati per tutte le condizioni e per tutte le ragioni. Immagino che c'entri Auschwitz e la mia esperienza nei lager». Edith Bruck, ebrea ungherese, nel 1944, a 13 anni, viene deportata - insieme alla famiglia - ad Auschwitz. Da lì passerà attraverso altri cinque campi di concentramento (Kaufering, Landsberg, Dachau, Christianstadt e, infine, Bergen-Belsen) per poi essere liberata, insieme alla sorella (unica altra sopravvissuta della famiglia), nell'aprile del 1945. Dopo il ritorno in Ungheria e soggiorni in Cecoslovacchia e Israele, si trasferisce in Italia dove risiede dal 1954. «Senti, dopo tutto ciò che ho visto e patito, non sarà certo lo Strega a sconvolgermi la vita. E nemmeno questo problema agli occhi, almeno per ora. Leggo i titoli dei giornali con la lente di ingrandimento, scrivo ogni giorno. E finché vedo tutti gli oggetti di casa, la Tv un po' confusamente, i fiori, il gigantesco olmo oltre la finestra, va tutto bene. Diventassi completamente cieca, non so come reagirei».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.