Il filo spinato europeo

Dodici Paesi scrivono a Bruxelles per avere i soldi e fare muri anti-migranti. La Raggi vede Michetti e sconfessa Conte. Draghi e Berlusconi concordano sul fisco. I Vescovi francesi sulla pedofilia

L’Europa si riscopre egoista. Dodici Paesi chiedono ufficialmente in una lettera finanziamenti e sostegno a Bruxelles per costruire muri e mettere filo spinato per fermare l’arrivo dei migranti. Fra i firmatari Paesi come Austria, Ungheria, Polonia, Grecia… A Ceuta, a suo tempo, gli spagnoli avevano ottenuto fondi Ue per erigere barriere contro gli africani che cercavano di passare lo Stretto. Forse abbiamo archiviato troppo in fretta il sovranismo e il populismo. Dopo il Covid tornano forti. Anzi, il ritiro degli occidentali dall’Afghanistan ha avuto un doppio effetto: una catastrofe umanitaria, con conseguente ondata di migranti verso l’Europa, e un liberi tutti nelle relazioni internazionali. Gli Usa pensano al Pacifico e sono poco attenti ai problemi del nostro continente. Per ora Bruxelles, e i Paesi guida come Francia, Germania, Spagna, Italia, respingono la provocazione di chi fa i muri (e ha già iniziato a erigerli come la Polonia al confine con la Bielorussia), ma fino a quando?

In Italia la buona notizia è che la pandemia è alla fine. Lo ha confermato Draghi, dopo che anche l’Istituto superiore di Sanità ha certificato un’ulteriore discesa dei contagi. Ma c’è tensione con gli imprenditori privati in vista dell’obbligo del Green pass per i lavoratori, che scatta da venerdì prossimo. Il presidente della Regione Veneto Zaia chiede al Governo di snellire le procedure per i tamponi fai da te nelle aziende. E l’appello è condiviso anche da Massimiliano Fedriga. «Facciamo in modo che le scelte del governo siano applicabili nella vita reale». Ma il vero scandalo è lo squilibrio con l'Occidente: «L'Africa ha avuto solo il 2% dei vaccini». Per Mattarella «l'Europa ha compiuto grandi e gravi errori con l'Africa».

Nella politica italiana monta il caso Raggi. La sindaca uscente di Roma ha incontrato il candidato del centro destra al ballottaggio Michetti e sembra contestare, nei fatti e nei comportamenti, la linea ufficiale pro Dem di Giuseppe Conte. Pare di capire che lei non vede i 5 Stelle nel Nuovo Ulivo di Letta, alleati con Pd, Renzi e Calenda. Intanto nel centro destra si registra un cordiale colloquio Berlusconi-Draghi proprio sul tema del Fisco, che aveva portato ai distinguo di Salvini.

Il Premio Nobel per la pace è stato assegnato a due giornalisti: una filippina anti Duterte e un russo anzi Putin. L’informazione libera è un fondamento per la democrazia, minacciata dall’autoritarismo e dalle fake news tanto diffuse in rete. Nuovo attentato a Kabul dell’Isis-K, i Talebani stentano a controllare il Paese. Gli americani sono sbarcati a Taiwan, minacciato dalla Cina, mentre l’Ocse ha dato il via libera alla minimun global tax al 15 per cento. Il Presidente della Conferenza episcopale francese spiega all’Avvenire il senso del rapporto sulla pedofilia nella Chiesa.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’Europa egoista e la pandemia nell’ultima fase, con le polemiche sul Green pass, determinano le scelte dei giornali del sabato. Avvenire sceglie i muri invocati dai dodici europei: Egoismi d’Europa. Il Domani vede il ritorno dei populismi: Il fronte sovranista usa lo strappo della Polonia per picconare la Ue.  Il Manifesto sceglie un titolo da brividi: L’Unione dei fili spinati. Anche Libero è impressionato: L’Europa dà il via libera ai muri anti-immigrati. Di emergenza Covid si occupa la Repubblica per rassicurare: Draghi: pandemia quasi finita. Ma la Stampa è preoccupata: Green pass, 5 milioni senza vaccino. Per la Verità è il momento di sottolineare lo scontento padronale, visto che il 15 scatta l’obbligo sul la voro: Industriali pentiti, fermate il pass. Il Corriere della Sera va liscio sul richiamo: La terza dose ai sessantenni. La riforma fiscale è al centro dell’interesse del Giornale, ieri Draghi e Berlusconi si sono parlati: Patto sulle tasse. Mentre Il Fatto è irridente: Draghi consulta B. come esperto di fisco. Quotidiano Nazionale sceglie anch’esso l’economia ma per avvertire: Effetto petrolio, spesa a prezzi stellari. Il Mattino è concentrato sul meridione: Ue, indagine sui fondi al Sud. Il Messaggero sui piccoli tagli previsti: Bolli e licenze, stop ai mini tributi. Il Sole 24 Ore sottolinea la decisione dell’Ocse: Nel 2023 scatta la Global tax al 15%.

FORTEZZA EUROPA, “VOGLIAMO SOLDI PER NUOVI MURI”

Dodici Stati europei hanno chiesto all'Ue nuovi strumenti per proteggere le frontiere esterne di fronte ai flussi migratori, anche col finanziamento europeo di recinzioni e muri. Con una lettera inviata alla Commissione e alla presidenza del Consiglio Ue da parte dei ministri dell'Interno. Emanuele Boni sulla Stampa.

«Si scrive immigrazione, si legge divisione e scontro. L'Unione europea litiga sull'utilizzo delle risorse del bilancio comune, che tredici Stati su ventisette vorrebbero disponibili per la costruzioni di muri anti-migranti. Una proposta che indispettisce la Commissione europea, e che sfocia in aperto conflitto col Consiglio, peraltro spaccato al proprio interno. A gettare nel caos l'Unione ci pensano Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, e Slovacchia, con la lettera comune che chiede risorse Ue per le barriere, a detta loro «un'efficace misura di protezione». A loro si unisce la Slovenia. Lubiana non sottoscrive l'iniziativa per ragioni istituzionali, in ragione della presidenza di turno del Consiglio che detiene. Ma «ho sostenuto pubblicamente questa lettera», tiene a far sapere il ministro degli Interni sloveno, Ales Hojs, al termine di un consiglio Affari interni incandescente. La riunione ministeriale viene stravolta dalla lettera dei 12, che plana sul tavolo del Consiglio, costretto a modificare l'ordine dei lavori in corso d'opera. Ma finisce pure negli uffici della Commissione europea, dove non viene accolta affatto bene. Il primo commento ufficiale è secco e seccato: «Abbiamo ricevuto la lettera e risponderemo tempo debito», la reazione del capo dei portavoce, Eric Mamer. «La posizione in merito è stata spiegata più volte da questo podio, e non è cambiato nulla». A Bruxelles non si riconosce quella priorità che vorrebbero nelle dodici capitali più una. La replica non si esaurisce nella parole di Mamer. In Commissione ricordano che l'esecutivo comunitario «non finanzia recinzioni», e che i fondi europei si usano sempre «laddove hanno il più alto valore aggiunto». La richiesta degli Stati è irricevibile, e infastidisce perché insiste su un tasto già battuto in altre occasioni, con lo stesso esito. Infastidisce poi l'atteggiamento dei governi, e la commissaria per gli Affari interni lo dice a chiare lettere in serata. «Non trovo carino che i ministri mettano sul tavolo nuove proposte quando ci sono ancora le nostre. Adottino o emendino le nostre». Il team Von der Leyen ha presentato la proposta per un nuovo patto per l'immigrazione ormai più di un anno fa, il 23 settembre 2020. Da allora gli Stati non hanno saputo far avanzare il file, bloccato dai veti e dalle divergenze di opinioni. Uno smacco per la Commissione, e allora Johansson alza voce e toni dello scontro. «Gli Stati membri hanno il diritto e la responsabilità di proteggere le proprie frontiere interne. Se ritengono opportuno costruire una recinzione, possono farlo. Farlo attraverso il nostro budget limitato, questa è un'altra questione». Tradotto: non se ne parla. Lo strappo è di quelli senza precedenti. Mai tredici Stati erano arrivati a chiedere la costruzione di muri, e a lavorare per un'Unione europea che intende arroccarsi su sé stessa. Sulla disfida entra anche il leader della Lega Matteo Salvini: «Se ben 12 Paesi Europei con governi di ogni colore chiedono di bloccare l'immigrazione clandestina, con ogni mezzo necessario, così sia. L'Italia che dice?» Ma l'esecutivo comunitario non intende cedere. Anche perché la storia legislativa comunitaria insegna che senza i grandi Paesi - Germania, Francia, Italia, Spagna - trovare accordi è praticamente impossibile. L'iniziativa rischia di non produrre effetti. Anche per questo a Bruxelles si prende tempo. Certo si rischiano tensioni e strascichi. Sullo sfondo aleggia il modello Trump, vale a dire Stati che erigono muri anti-migranti lungo la frontiera. Avendo facoltà in tal senso, se non dovessero arrivare i soldi europei i governi potrebbero decidere di procedere da soli. Uno scenario a scapito della credibilità dell'Ue, che di fronte ad una crisi migratoria non più solo limitata a Italia e Grecia ma divenuta veramente europea, non sa trovare risposte all'altezza della situazione. Il blitz del gruppo dei 12 più uno non si esaurisce certo nel consiglio Affari interni di Lussemburgo. Si attende la risposta della Commissione, e non è escluso che di muri a finanziamento Ue si parli al vertice dei capi di Stato e di governo, tra due settimane (21 e 22 ottobre)».

Marta Serafini sul Corriere della sera disegna una mappa dell’Europa in cui i muri già ci sono. Come i lettori della Versione sanno, il caso del confine tra Polonia e Bielorussia non è isolato.

«Non bastavano i mille chilometri già esistenti di filo spinato che circondano la fortezza Europa (sei volte il muro di Berlino) eretti dopo il 2015, quando più di un milione di siriani in fuga dalla guerra si presentarono alle porte del Vecchio Continente. A spaventare soprattutto i Paesi balcanici e dell'Europa Orientale, ora, è la possibilità che la crisi afghana generi nuovi flussi. L'ultimo muro a essere completato è quello che il governo di Atene ha eretto quest' estate al confine con la Turchia: una barriera dotata di un sistema di sorveglianza militare ad alta tecnologia che vede in campo droni, video camere termiche e radar, lungo 40 chilometri. La barriera - che si va ad aggiungere ai 400 agenti di Frontex impiegati in mare - arriva dopo che negli ultimi due anni la Grecia ha accusato Ankara di facilitare i flussi di migranti come strumento di pressione politica. Altra rotta battuta dai migranti è quella che passa dalla Bielorussia per raggiungere l'Unione Europea. L'hanno percorsa già coloro che sono andati via dall'Afghanistan prima del ritiro statunitense: poche migliaia finora, secondo Frontex. Ma a inizio agosto, il Parlamento di Vilnius ha autorizzato la costruzione di 508 chilometri di barriera che separeranno definitivamente il Paese dalla sua ex vicina sovietica, la Bielorussia. Il muro dovrebbe essere completato entro la fine del 2022, nonostante le proteste delle organizzazioni umanitarie che ricordano come lo Stato del presidente Alexander Lukashenko sia già soggetto a sanzioni europee per le repressioni a danno dei dissidenti politici. Il progetto lituano potrebbe anche ricevere finanziamenti europei, dopo che i vari ministri degli Esteri del blocco hanno espresso solidarietà sulla costruzione della nuova barriera. Ad essere preoccupata è anche la Polonia, altra nazione che confina con la Bielorussia e accusa Minsk di usare i migranti come un'arma di pressione su questi Paesi, promuovendo il loro arrivo in Bielorussia e il loro transito attraverso il confine dell'Unione Europea. Per questo Varsavia ha già inviato 900 soldati al suo confine con l'ex Repubblica sovietica. E non solo. Varsavia ha annunciato che innalzerà a sua volta un muro sulla frontiera, alto due metri e lungo circa 130 chilometri. L'opera assomiglierà a quella costruita dall'Ungheria lungo il confine con la Serbia. Sbagliato però pensare che i muri anti-migranti siano una novità per l'Europa. Caso che fa scuola sono le barriere di Ceuta e Melilla, finanziate dalla stessa Unione Europea con ben 30 milioni di euro per bloccare i migranti che dal Marocco tentano di raggiungere la Spagna, o meglio le enclave di Madrid in Africa. Tra Bulgaria e Turchia esistono già circa 200 chilometri di filo spinato, torrette presidiate da militari e videocamere a infrarossi e sensibili al calore. L'Ungheria di Viktor Orbán da sola ha già eretto più di 500 chilometri di recinzione lungo il confine con Croazia e Serbia, scatenando un vero e proprio effetto domino: l'Austria ne ha costruita una di 3 chilometri con la Slovenia, che a sua volta ne ha innalzata un'altra di 200 con la Croazia. Il tutto senza tenere conto del muro marittimo più letale, quello del Mediterraneo».

Antonio Maria Mira per Avvenire, documenta la nuova ondata anche da noi. Secondo gli investigatori sarebbe legata alla fuga da Kabul.

«Preoccupa molto l'ultimo sbarco di immigrati in Calabria. Perché quasi sicuramente è il segnale dell'inizio di un forte flusso di profughi afghani. Sullo scassato peschereccio individuato in acque internazionali e poi soccorso a tre miglia dalla costa c'erano, infatti, 202 persone, tra le quali ben 144 afghani. Tutti fatti poi sbarcare, ancora una volta, nel porto di Roccella Jonica. Sono partiti dal porto turco di Iskenderun (Alessandretta), come si legge sulla poppa della barca, al confine con la Siria. Una località nuova, perché finora le barche, soprattutto a vela, sono arrivate da località molto più a nord. Proprio la zona di imbarco fa ritenere agli investigatori italiani che si tratti di nuovi profughi, fuggiti dopo la vittoria dei taleban, e non di persone in viaggio da tempo o da mesi in Turchia. Oltretutto una presenza così massiccia non si era mai vista sulle barche in arriva dalla rotta turca. Afghani sono sempre arrivati ma in piccoli numeri. Una barca col 70% per cento di afghani è la prima volta. E anche la forte presenza di donne e bambini, intere famiglie. Tra i 144 profughi afghani ci sono 30 donne, 20 minori (metà maschi e metà femmine), anche bambini di meno di sei anni, e altri 20 minori non accompagnati. A completare i 'passeggeri' 43 iraniani, 7 somali (una presenza rara su questa rotta), 6 siriani, un pakistano e un turco, probabilmente gli scafisti. Raggiunti dalle motovedette della Guardia costiera e della Guardia di Finanza, gli immigrati sono stati trasbordati sulle navi militari e il peschereccio lasciato alla deriva. Troppo malridotto per essere trainato, e il porto di Roccella Jonica è ormai pieno di una trentina di barche, sia a vela che a motore, che hanno trasportato i migranti. Con l'arrivo di ieri è salito a 37 il numero degli sbarchi nel solo tratto di costa della Locride negli ultimi tre mesi e mezzo, e di questi ben 33 a Roccella. Proprio per questo si è svolta ieri, presieduta dal prefetto, Massimo Mariani, una riunione nel corso della quale è stata trattata la problematica relativa allo smaltimento delle numerose imbarcazioni utilizzate dai migranti, attualmente custodite presso i porti di Reggio Calabria e Roccella Jonica. All'incontro hanno preso parte i Procuratori di Reggio Calabria e Locri, Bombardieri e D'Alessio, il Direttore Generale dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Minenna, i responsabili provinciali delle Forze dell'ordine. I due procuratori hanno annunciato una direttiva per assicurare la tempestiva assegnazione all'Agenzia delle imbarcazioni utilizzate dai migranti e sottoposte a sequestro, per la successiva demolizione. Un problema risolto, non quello dell'accoglienza. «La nostra struttura può ospitare al massimo 120 persone - denuncia il sindaco Vittorio Zito -. Duecento non ci stanno. È un problema anche di sicurezza e sanitario. Oltretutto con molte donne a bambini. L'ho segnalato ma per ora non ho avuto risposte. E noi siamo sotto pressione da giugno». Ricordiamo che la struttura comunale, gestita dalla Protezione civile locale, è comunque inadatta all'accoglienza. Invano da mesi il sindaco ha chiesto al governo che sia realizzata una vera struttura. «Ora mi hanno detto che sono in arrivo 110mila euro ma il Comune finora ne ha spesi più di 250mila». Ma questa rotta continua a non fare notizia».

DI MAIO: “PONTE ITALIA-AFRICA”

Intervista del nostro ministro degli Esteri Luigi Di Maio all’Avvenire sui rapporti con l’Africa, coinvolta dall’Italia nel prossimo G20. Nella pandemia è  stato drammatico lo squilibrio con l'Occidente: «L'Africa ha avuto solo il 2% dei vaccini. La vera risposta è stimolare l'industria farmaceutica africana. L'Italia ha deciso di investire un miliardo di euro per stimolare il vaccino africano. Nessuno ne sarà fuori se non ne saremo tutti fuori». Per il presidente Mattarella «l'Europa ha compiuto grandi e gravi errori con l'Africa», ma oggi «si apre una stagione di leale collaborazione ».

«Abbiamo fortemente voluto ascoltare la voce dell'Africa alla vigilia della Conferenza di Glasgow sulla Cop26 e del Summit di Roma del G20 del 31 ottobre a cui su iniziativa italiana, è invitato il presidente della Commissione dell'Unione Africana. Lo sviluppo sostenibile del continente africano riveste infatti un ruolo di primo piano all'interno dei lavori della presidenza italiana del G20. In occasione della ministeriale Esteri che ho presieduto a Matera il 29 giugno abbiamo discusso delle numerose sfide che l'Africa si trova oggi a fronteggiare tra cui lotta al cambiamento climatico, transizione energetica, crescita economica, istruzione e lavoro, debito e sicurezza alimentare. Su quest' ultimo tema abbiamo adottato, con i ministri degli Esteri e dello Sviluppo del G20, la Dichiarazione di Matera sulla sicurezza alimentare, piattaforma di impegni per rendere i sistemi alimentari più sostenibili e resilienti». Esordisce così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, poco dopo il suo intervento al vertice. Ma quale lavoro, quale partnership è possibile immaginare insieme per un futuro comune davvero sostenibile? «Siamo consapevoli che le responsabilità per quanto riguarda il cambiamento climatico sono comuni ma differenziate, a seconda dell'impatto di ogni Paese sull'ambiente. Nel caso dell'Africa, quelle responsabilità si limitano al 3% del riscaldamento climatico. L'Africa è però anche il Continente che, per crescita demografica e potenziale umano ed economico, ha addirittura più degli altri la necessità di una crescita basata su energie pulite. Ci troviamo oggi di fronte, come forse mai prima nella storia, all'opportunità di un modello di crescita, che, invece di replicare i guasti prodotti da uno sfruttamento insostenibile delle risorse del pianeta, conduca la stessa razionalità economica a considerare conveniente il ricorso alle energie rinnovabili, all'idrogeno verde, ad una maggiore efficienza energetica, ed alle molteplici altre vie che si aprono grazie alla ricerca, al progresso tecnologico ed alla finanza verde. L'Italia svolgerà un ruolo di primo piano, anche attraverso il contributo di alcune nostre grandi società italiane che operano in Africa, e che grazie al loro know-how e a tecnologie all'avanguardia nel campo dell'energia pulita hanno fatto della transizione energetica la propria priorità». Da tempo l'Italia è impegnata nel Sahel, in particolare in Paesi come Mali e Niger dove si assiste a una forte penetrazione del terrorismo islamico. Come contribuire alla stabilità della regione? «La stabilità del Sahel e la risposta alle esigenze dei Paesi che ne fanno parte è una priorità assoluta per l'Europa e per l'Italia, come ho avuto modo di ribadire anche nel corso delle mie recenti missioni in Mali e Niger. Alla ministeriale della Coalizione Globale Anti Daesh, che abbiamo ospitato e co-presieduto a Roma lo scorso giugno, abbiamo sostenuto la necessità di rafforzare il focus sull'Africa, nella consapevolezza dei rischi di radicalizzazione e terrorismo cui sono esposte alcune aree del conti- nente. Stiamo pertanto promuovendo la costituzione di una «Piattaforma per l'Africa», finalizzata a rafforzare le capacità di analisi e il coordinamento interno alla Coalizione rispetto alla minaccia terroristica purtroppo crescente nel Continente africano. Ricordo che l'Italia è parte della missione bilaterale di addestramento e di supporto nella Repubblica del Niger (Misin) e della missione che si occupa del controllo del territorio e delle frontiere tra Burkina Faso, Mali e Niger (Takuba). Al tempo stesso, sosteniamo la necessità di coniugare gli aspetti securitari con iniziative volte a sradicare le cause profonde che portano alla radicalizzazione e all'estremismo violento, in particolare dei soggetti più vulnerabili. Siamo, ad esempio, tra i Paesi donatori del Global Community Engagement and Resilience Fund (Gcerf ), che conduce attività di prevenzione nelle comunità più a rischio. Anche la nostra attività di cooperazione allo sviluppo è da sempre in prima linea nel continente africano con iniziative volte a migliorare la vita quotidiana delle popolazioni locali e favorire uno sviluppo economico e sociale equo e sostenibile». Si parla molto spesso dell'emigrazione dall'Africa e molto poco dei progetti di reinserimento nei Paesi di origine. Questi programmi funzionano davvero? «Da anni la Farnesina sostiene programmi di reinserimento di migranti presenti nei Paesi di transito con l'obiettivo di consentire loro di fare ritorno nei Paesi d'origine in condizione di sicurezza e nel rispetto della dignità umana. Grazie al Fondo Migrazioni della Farnesina, abbiamo contribuito alle operazioni di rimpatrio volontario assistito condotte da Oim per oltre 85000 migranti. Abbiamo inoltre attivato meccanismi di reintegrazione sociale ed economica, facilitando l'avvio di micro-attività a beneficio degli interessati e delle comunità locali in cui fanno ritorno. Complessivamente, dalla sua creazione nel 2017, il Fondo Migrazioni ha finanziato più di 90 progetti in 14 Paesi africani». Gran parte degli africani sono sconnessi da quella che può definirsi crescita economica dei loro Paesi: non la vedono e non ne beneficiano. È un problema che ha a che fare con la struttura stessa dell'economia africana o relativo soprattutto alla "bad governance"? «Malgrado la battuta d'arresto provocata dal Covid sul processo di crescita economico, sociale e culturale, ci sono stati alcuni risultati importanti. Nel 2020, seppur in piena pandemia, l'Ue ha rappresentato il principale partner commerciale del continente africano e ha assorbito il 28% della quota di import ed export dell'Africa. Guardando all'interscambio tra Italia e Africa Subsahariana, i dati relativi ai primi sei mesi del 2021 sono piuttosto incoraggianti con un incremento intorno al 26%, grazie soprattutto al ruolo trainante delle nostre importazioni. Ricordo anche che negli ultimi anni, il nostro Paese è risultato costantemente ai primi posti per volume di investimenti diretti esteri in Africa, superando i 27 miliardi di euro nel 2020. Abbiamo una grande occasione per cogliere insieme ai partner africani le grandi potenzialità del Continente. Siamo pronti, quindi, ad ampliare gli accordi bilaterali di partenariato economico per diventare un ponte privilegiato tra Europa e Africa, per una crescita reciprocamente vantaggiosa e soprattutto inclusiva».

LA PANDEMIA È NELLA FASE FINALE

Gli ultimi dati dell’Istituto superiore di sanità lo confermano: il declino del virus iniziato a metà agosto continua sempre più marcato. La cronaca su Repubblica di Alessandra Ziniti.  

«La fine della pandemia è finalmente in vista», dice Mario Draghi. E si capisce perché il premier giovedì ha dato il via libera a un programma di riaperture che, per la prima volta in Italia, è andato ben oltre le indicazioni del Comitato tecnico scientifico. «Abbiamo somministrato più di 6 miliardi di dosi di vaccini in tutto il mondo. I nostri sforzi congiunti ci hanno aiutato a tenere sotto controllo la pandemia in molti Paesi», dice Draghi che poi annuncia la lotta al protezionismo sanitario: «Ora dobbiamo difendere la libera circolazione dei vaccini e delle materie prime necessarie per produrli ». Parla della situazione mondiale in collegamento con il summit B20 il presidente del Consiglio, ma è all'Italia che guarda con una visione di futuro che è ben di più di una speranza. Suffragata da numeri sempre più incoraggianti: la curva dei nuovo contagi continua a decrescere e da lunedì anche la Sicilia tornerà in bianco. Il tasso di incidenza è ben sotto quota 50 (34 casi ogni 100.000 abitanti) e dunque il contagio agevolmente controllabile con il tracciamento, anche l'Rt, l'indice di trasmissibilità, è in calo a 0, 83. I tassi di occupazione di terapie intensive e reparti ordinari sono ben al di sotto delle fasce critiche e anche i casi tra gli under 12 ( che nelle ultime settimane si erano moltiplicati) stanno rallentando. E tuttavia il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, continua ad invitare alla prudenza: «Siamo in una fase positiva in generale che, però, richiede una grande prudenza perché possa persistere e possa rappresentare un inizio di convivenza con questo virus». Prudenza che, nei prossimi giorni, potrebbe portare il ministro della Salute Roberto Speranza a firmare un'ordinanza che prevede limitazioni agli ingressi dalla Romania, uno dei Paesi dove nelle ultime settimane - a causa delle forti resistenze della popolazione al vaccino - si sta registrando un nuovo picco di infezioni. «Se l'incidenza in Romania dovesse continuare a mantenersi cosi elevata dovremmo valutare l'opportunità di prendere delle misure », annuncia il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza. Anche perché dalla Romania e dai Paesi dell'Est è sempre molto rilevante il numero di persone che viene a lavorare in Italia come badante o assistente familiare. Molti di loro, per la verità, sono vaccinati con farmaci non riconosciuti in Italia (Sputnik o Sinovac) e, dunque, non hanno diritto al Green Pass. Il ministero della Salute sta cercando una soluzione, due le ipotesi allo studio: somministrare loro una ulteriore dose con un vaccino a mRna oppure riconoscere quelli da loro effettuati».

Fra 6 giorni scatta l’obbligo del Green pass sui luoghi di lavoro e il presidente della Regione Veneto è preoccupato. «Dobbiamo fare in modo che le scelte del governo siano applicabili nella vita reale».

«Lei non ha idea del caos che scoppierà nelle aziende il 15 ottobre», dice Luca Zaia al telefono dal Veneto di cui è governatore. È preoccupato per l'introduzione del Green pass nel mondo del lavoro? «Sì, perché non saremo in grado di offrire a tutti non vaccinati un tampone ogni 48 ore. Gli imprenditori con cui parlo io sono preoccupatissimi». Quanti sono i non vaccinati nel Veneto? «Le dico prima quanti sono i vaccinati: l'84 per cento degli over 12 ha fatto almeno la prima dose. È un risultato di cui vado fiero. Abbiamo utilizzato 7 milioni di dosi. E grazie alla vaccinazione l'economia vola. La crescita è a due cifre. Abbiamo fatto un'estate migliore di quella prima del Covid. Le aziende scoppiano di salute, non trovano personale». E adesso dica, quanti sono i No Vax? «Sono 590mila, nella fascia compresa tra i 18 e i 69 anni. Poniamo che la metà di loro lavori. Ebbene, noi in Veneto, facciamo circa 50mila tamponi al giorno per i positivi e i loro contatti stretti, più altri 11 mila nelle farmacie. Sono 60mila test. Come può vedere non c'è la capacità di controllare tutti i non vaccinati ogni due giorni». Perché difende chi non si vaccina? «Non li difendo affatto. Non si tratta di contestare il Green Pass, bensì di guardare in faccia la realtà: gran parte di questi 590 mila probabilmente non si vaccineranno mai, e del resto una quota di scettici c'è in tutti i Paesi per qualsiasi vaccinazione». E quindi, che cosa propone? «Dico al governo di affrontare subito di petto il problema, e di abbandonare l'ufficio complicazioni degli affari semplici. Consentire cioè di fare i test fai da te nelle aziende, con la sorveglianza delle imprese». Cosa intende con test fai da te? «I tamponi nasali. Sono certificati e diffusi in tutto il mondo. I controlli in questo caso si farebbero direttamente in azienda». Chi li paga? «Oggi il costo è comunque a carico dei lavoratori. Se poi ci sono imprenditori che vogliono concorrere al sostegno della spesa ciò rappresenta una libera scelta aziendale. Tra gli imprenditori c'è chi è anche disposto a pagarli di tasca sua. Se acquistati in grandi stock possono costare dai 4 ai 7 euro». Gli imprenditori non hanno sempre detto che non li pagano? «Penso che molti di loro pagherebbero pur di non perdere il lavoratore». Teme che qualcuno altrimenti possa chiudere un occhio? «Nessun imprenditore ha interesse a fare entrare una persona non controllata. Non scherziamo. Nella conferenza dei presidenti delle Regioni avevamo proposto di consentire di fare i tamponi ogni 72 ore». Insomma, lei crede che i controlli non possano funzionare? «Sì, il discrimine è tra fare finta di controllare o non controllare affatto. Un imprenditore mi ha detto che un suo dipendente ha programmato tutti i tamponi da qui a un mese, e un altro invece non c'è riuscito. Questo secondo lavoratore rischia di non poter andare al lavoro, non per colpa sua, ma per l'impossibilità produttiva a testarlo». Così non si legittimano culturalmente i No Vax? «Non io. Ho aperto per primo alla terza dose. Ma da amministratore mi corre l'obbligo di guardare in faccia la realtà. Cosa faranno questi 590mila senza protezione? Resteranno senza lavoro?». Potrebbero fare il vaccino, per esempio. «Semplifichiamo le procedure per il tampone. Se il Veneto non è in grado di garantire la capacità di test non ce la faranno neanche le altre regioni, temo». Sì, ma concretamente cosa chiede? Di cambiare il decreto in corso d'opera? «Di fare in modo che le scelte del governo siano applicabili nella vita reale».

Chi è contento delle preoccupazioni dei datori di lavori è Maurizio Belpietro che ha sposato da settimane in modo oltranzista la causa anti Green pass e oggi dice: “Siamo al Green caos”.

«Ci sarà un'ondata di lavoratori che chiedono il green pass breve, quello che si ottiene per 48 ore, dopo il tampone. E a pagare spesso saranno le aziende, per evitare di perdere manodopera preziosa. Un costo che, inevitabilmente, finirà scaricato poi sul consumatore, perché se alla busta paga si aggiunge il prezzo di due o tre tamponi settimanali, 120 o 180 euro mensili qualcuno alla fine li deve scucire. Che ci sia allarme per quanto succederà fra una settimana, lo testimonia anche il presidente della Confindustria dell'Emilia, Valter Calumi, il quale chiede di rinviare l'obbligo del certificato verde in azienda e per poi sollecitare l'estensione a 72 ore della validità dei tamponi rapidi, in modo da ridurre i costi ed evitare affollamenti ai gazebo dove si effettuano i test. Insomma, la situazione rischia di sfuggire di mano, con un esercito di non vaccinati pronti a marcare visita, cioè a presentare un certificato di malattia per evitare la sospensione: lo si capisce parlando con gli avvocati specializzati in diritto del lavoro, i quali confessano di essere subissati di richieste da parte di aziende che non sanno come comportarsi. Insomma, se per il presidente dell'Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro la circolazione del virus è in fase discendente, quella del green caos è in fase ascendente e nei prossimi giorni il barometro registra aria di peggioramento».

RAGGI LEADER 5 STELLE CONTRO IL NUOVO ULIVO

La politica sta metabolizzando il voto amministrativo. Anche in vista del ballottaggio, laddove si voterà, come a Roma. Ieri la sindaca uscente Raggi, ultima nelle scelte degli elettori, ha incontrato il candidato del centro destra Michetti. Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Tutte le strade del Movimento sembrano passare per Roma. Il futuro di Virginia Raggi, la questione dei ballottaggi e dell'alleanza con i dem, i malumori dei parlamentari (e di Beppe Grillo) che iniziano a criticare Giuseppe Conte: la capitale è la sfera di cristallo che cela il futuro dei Cinque Stelle. L'attenzione ora è rivolta soprattutto alla sindaca di Roma Virginia Raggi. Deputati e senatori ne sono convinti: «Si prepara a lavorare da leader». Una contrapposizione con Conte per chi, come Raggi, rappresenta la voce della base storica M5S. Una contrapposizione che - in questa fase - si nutre anche delle indicazioni di voto per i ballottaggi. Conte ha già detto che non sosterrà le destre e strizza l'occhio all'area progressista. Per il Campidoglio non è stata ancora presa una decisione ufficiale. Raggi si tiene neutrale: «Non darò nessuna indicazione di voto. Come ho già detto, gli elettori non sono mandrie da portare al pascolo». La sindaca non ha intenzione di esporsi, di sconfessare la battaglia politica che ha sostenuto e pare difficile - avendo speso i mesi a parlare di contrapposizioni di vedute politiche con gli avversari - che possa cambiare idea prima del secondo turno. Un punto che potrebbe creare frizioni con i dem. Quello che importa a Raggi è chiarire che non vuole alimentare tensioni interne. Anzi. Mostra fastidio per le voci che rinfocolano un suo dualismo con l'ex premier. «Non mi faccio usare, non c'è nessuna contrapposizione con Conte. Ci sentiamo spesso e ci vedremo nei prossimi giorni», ribadisce la sindaca ai suoi. E proprio nel vertice a due si chiariranno le posizioni del M5S in vista del secondo turno delle Comunali. Intanto rivendica il suo ruolo politico. Inizia a parlare di temi locali ma con rilevanza nazionale, come Expo e Alitalia. Ieri ha visto per un caffè il candidato del centrodestra Michetti. «È stato un incontro dove abbiamo affrontato quelle che sono le priorità come le periferie a cui dobbiamo continuare a dare voce, anche con la collaborazione dei municipi. Poi ci siamo concentrati sul tema del lavoro» e mi sono soffermata «sul microcredito, un fondo capiente che non va smantellato», ha spiegato. Lunedì vedrà l'altro sfidante al ballottaggio, l'ex ministro Roberto Gualtieri e incassa anche le parole del governatore campano Vincenzo De Luca, che le rende «l'onore delle armi» sottolineando come la sindaca sia stata «lasciata sola» dai pentastellati. Ma i tormenti dei Cinque Stelle non si limitano alla sola Raggi. Nel gruppo parlamentare si registra un'ansia crescente. Diversi esponenti aspettano al varco Conte. «Deve lavorare sui temi, creare una nuova agenda già adesso. Bisogna imprimere una svolta», lamentano nel M5S. E chiariscono: «Se Conte non lo fa, non ci sono altre carte da giocare, siamo politicamente morti. E alcuni se ne andranno. Ma non può certo dare una svolta con i soliti volti come Crimi e Taverna». La bagarre sembra aver raggiunto anche Beppe Grillo. Il garante - secondo quanto rivela l'Adnkronos - avrebbe espresso timori proprio sulla tenuta dei gruppi parlamentari, chiedendo un maggiore ascolto di deputati e senatori pentastellati».

Luca De Carolis sul Fatto vede già nella sindaca uscente la leader che può portare il Movimento in rotta di collisione con il Nuovo Ulivo di Enrico Letta.

«La donna che tutti i 5Stelle cercano e più d'uno già considera il futuro, non darà indicazioni di voto, lo ha ripetuto anche ieri: "I cittadini non sono mandrie". Però Virginia Raggi ha voglia di bersi un caffè e scambiare idee con i suoi possibili successori, e il primo lo ha sorseggiato ieri mattina con Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, magari solo più veloce a proporsi del dem Roberto Gualtieri. Forse è solo per questo che ieri la sindaca uscente ha ricevuto in Campidoglio Michetti, mentre per Gualtieri se ne riparlerà lunedì. Però poi c'è molto altro, c'è un M5S che si sta sollevando contro il Pd dell'Enrico Letta che ha proposto una specie di nuovo Ulivo, con dentro anche Carlo Calenda e Matteo Renzi e i 5Stelle a fare i bravi bambini, e del Vincenzo De Luca che giovedì ha infierito su Giuseppe Conte ("È stato a Napoli in Campania per le attrattive turistiche"). Una sorta di "guai ai vinti" che ha provocato la rabbia di molti eletti e di gran parte della base. E pazienza se il governatore dem del Lazio Nicola Zingaretti a Oggi è un altro giorno fa notare che "in giunta io ho sia i 5Stelle che Azione". Così ecco che la Raggi, lontana dai dem, sola su quel palchetto nel lunedì della sconfitta, diventa - o torna - un punto di riferimento. Lei, la veterana che con i suoi caffè rimarca l'equidistanza dal Pd come dalla destra, così come la neutralità degli anni ruggenti. Dalla sindaca non arriveranno endorsement a Gualtieri, quelli dei contiani doc Stefano Patuanelli, Alessandra Todde e Fabio Massimo Castaldo, ieri sul Fatto. È per questo che Conte fa capire che lui lo voterebbe il suo ex ministro, "persona di valore": ma più di così forse non può andare. Perché Raggi ora è fortissima nel Movimento, e perché la base è furibonda con i dem. "Qui finisce che i nostri a Roma voteranno per sfregio Michetti" si dicono in queste ore i parlamentari, e non sono solo scherzi. Che ci sia poco da ridere lo conferma il fatto che all'inizio della prossima settimana i candidati delle liste civiche della Raggi si vedranno per fare un punto in vista del ballottaggio. "Se usciremo con una indicazione di voto unitaria? Non è all'ordine del giorno, ma di certo se ne parlerà", butta lì il coordinatore del Movimento civico Andrea Venuto. E nel M5S si chiedono cosa ne uscirà e quanto possa entrarci Raggi. "La sua presenza all'incontro al momento non è prevista", dice Venuto. Di sicuro ieri ha visto Michetti, per un'ora di colloquio fitto con i rispettivi staff presenti, ma in cui la 5Stelle e il candidato del centrodestra si sono ricavati dieci minuti da soli. "Michetti le ha chiesto una mano" sussurrano negli ambienti politici romani. Ma l'avvocato nega: "Niente accordi di palazzo, era una visita istituzionale". E anche i grillini smentiscono. La certezza è che Raggi ha sottolineato l'importanza del suo piano per i trasporti, citando anche le due funivie, e ha chiesto di non toccare il progetto e l'Ufficio di Scopo su cui ha lavorato due anni per l'Expo 2030, per cui Roma verrà candidata come città ospitante da Mario Draghi. "Non smontate questo lavoro" ha chiesto a Michetti, con cui ha parlato molto anche di periferie e del dossier Alitalia. E l'avvocato ha annuito, più volte. Spera, eccome, di pescare nel campo grillino. Ma Raggi non vuole entrare nella partita. Men che meno pensa a scalare il M5S . "Sostiene e sosterrà Conte" giurano. Ha capito che in diversi già la vedono come un piano B, se l'avvocato dovesse impantanarsi. Ma non vuole essere tirata in mezzo. "Resterò in Consiglio comunale" ha confermato a Michetti. Però Raggi è anche uno dei tre membri del comitato dei Garanti con Luigi Di Maio e Roberto Fico, fortissimamente voluta da Beppe Grillo ed eletta a furor di voti - ha doppiato Di Maio e Fico - dagli iscritti. E proprio Grillo, stando all'Adnkronos, avrebbe manifestato preoccupazione per la tenuta dei gruppi parlamentari. Di certo a Conte ora chiedono a gran voce la famosa segreteria, di darsi una struttura, insomma "di decidere". E di marcare una distanza dal Pd. Anche per questo Raggi sta venendo subissata di telefonate e messaggi dai parlamentari. Come fosse una boa cui aggrapparsi per la ripartenza. Conte, invece, tenta di tenere la rotta. E ci prova anche ricordando che pure lui e il M5S parlano con Draghi: "I nostri ministri lo sentono tutti i giorni, l'ho sentito anche io, senz' altro farò il punto sulle prossime scadenze e impegni. Però il tema non è la corsa a chi sente di più Draghi, ma a chi fa proposte positive". Conta, o dovrebbe contare, anche questo».

A SINISTRA NON UN VOTO IN PIÙ

Piergiorgio Ardeni sul Manifesto ragiona sui numeri per avvertire: attenzione che nonostante la propaganda di Letta, la sinistra non ha preso un voto in più.  

«Ha un bel da affermare Enrico Letta «che rivincita su chi criticava il Pd!», ma il fatto è che non uno degli elettori che il suo partito aveva perso cinque anni fa pare essere «tornato all'ovile». Perché è la politica del Pd e del Centro sinistra tutto che non è cambiata ed è la percezione sulle sue direttrici di fondo che non è mutata. Gli esclusi sono rimasti tali e i commentatori possono pure intonare i soliti «peana» sull'astensionismo. Una partecipazione al voto più bassa di sempre - soprattutto nelle grandi città, dove si afferma il Centro sinistra - non è solo «disaffezione». Dissoltasi l'illusione pentastellata - com' era prevedibile, sia per come un classe dirigente inadeguata era stata selezionata che per l'inconsistente e confusa pratica politica messa in atto - l'elettore che, frustrato, emarginato e non rappresentato dalla sinistra, aveva guardato all'universo illuminato dalla stella di Beppe Grillo, si è definitivamente allontanato. Guardiamo ai numeri delle grandi città. A Bologna, portata ad esempio di un «nuovo» Centro sinistra esteso, dalla sinistra ai 5 stelle al Pd ai moderati inclusi i verdi, la coalizione porta a casa 92mila voti. Nel 2016, pur divisa, ne aveva raccolti quasi 110mila. I votanti, che erano stati più di 179mila, scendono di 22mila unità. E mentre i 5 Stelle si dissolvono, perdendo 23mila voti (i cinque sesti), il Pd mantiene i suoi, forse prendendone a sinistra e al centro, senza però guadagnarne uno in più dagli ex elettori «grillini» che, evidentemente, preferiscono astenersi. A Roma, in un quadro più complicato, non pare esservi un trend differente. Nel 2016, i votanti al primo turno erano stati 1.348mila, oggi sono quasi 200mila in meno. I consensi dimezzati di Virginia Raggi (220mila voti in meno) non compensano i 150mila voti in più dei candidati Gualtieri e Calenda rispetto a quelli di Pd e sinistra 5 anni prima, spartendosi questi il voto di sinistra e di centro (il centro-destra è in calo). È il Pd che non attira gli elettori 5 Stelle. A Torino, i votanti sono calati di 67mila unità. Cinque anni fa, al primo turno, il candidato Pd aveva ricevuto 160mila voti, contro i 118mila della Appendino (M5S), perdendo poi al secondo turno. Oggi, il candidato di Centro sinistra ne raccoglie 140mila, quello del Centro destra 124mila, mentre la candidata pentastellata si ferma a 28.700. È chiaro come, anche in questo caso, l'elettore 5 Stelle abbia preferito astenersi o votare a destra che scegliere diversamente. A Napoli, con 60mila votanti in meno del 2016, Gaetano Manfredi, sostenuto da una eterogenea coalizione, è stato eletto al primo turno. Il Pd ottiene 39mila voti (ne aveva 44mila) e i 5 Stelle 31mila (ne avevano 36.500). A Milano, con quasi 60mila votanti in meno, Sala è passato anch' egli al primo turno, il Pd ottiene 152mila voti (appena 6mila in più), mentre Sinistra per Milano perde 8mila voti dei 19mila che aveva. Il candidato 5 Stelle si ferma a 13mila (ne aveva 54mila). In sostanza, dove i 5 Stelle avevano capitalizzato un considerevole consenso, come a Roma o a Torino, si sono dissolti e i loro elettori si sono dispersi, per lo più astenendosi. A Napoli, dove pure hanno mantenuto una loro base modesta, e a Bologna, dove sono praticamente svaniti, risultano ininfluenti al successo del candidato del Centro sinistra. E il Pd non avanza nel numero dei consensi se non a Milano, più a spese della sinistra che dei 5 Stelle. L'entusiasmo per il risultato di oggi appare dunque eccessivo: gli elettori che avevano scelto i 5 Stelle sono ancora ben lontani da riconoscersi nel «nuovo corso». Perché le ragioni della loro lontananza sono ancora tutte lì e il sostegno del Centro sinistra a Draghi e alle sue scelte sulla distribuzione, sul lavoro e sull'inclusione non fa nulla per accorciarle. Quei ceti medio bassi urbani e periferici degli esclusi e dei «non protetti» che avevano dato il loro consenso al populismo egalitario 5 Stelle sono ancora fuori dal radar del «nuovo» centro-sinistra. Che dovrà ripensarsi a fondo prima che, magari, arrivi un «Trump de noantri» a richiamarli».

GIORGETTI, DI LOTTA E DI GOVERNO

Retroscena di Francesco Verderami sul Corriere della Sera.

«Giorgetti è la rappresentazione plastica di come si possa vincere perdendo. Perché è vero che Salvini ha riaffermato il suo primato nella Lega, ma è altrettanto vero che - ribadendo la lealtà del Carroccio al governo Draghi - ha assecondato la linea politica del suo numero due. E in fondo questa era e resta la funzione di Giorgetti nel partito: non ha le stimmate del leader ed è troppo pigro per provarci. Le battaglie che si intesta mirano a un obiettivo, non a un ruolo. E puntando all'obiettivo, consolida il suo ruolo nella Lega. Così ha fatto anche stavolta: progettava di portare il Carroccio a Draghi e (finora) gli è riuscito. Non si è «venduto al premier», come sostengono i suoi detrattori salviniani, semmai cerca di far fare al partito un investimento nel «brand di Draghi». Perciò dice compiaciuto che «se il mio segretario e il premier sono contenti, io sono felice». Lo sarebbe ancor di più se l'ex presidente della Bce restasse a Palazzo Chigi. Ieri in pubblico, intervistato da Bruno Vespa, si è limitato a dire che un'eventuale ascesa di Draghi al Quirinale «è un timore che qualcuno potrebbe vedere anche come una garanzia». Ma l'altro giorno in privato ha spiegato le sue ragioni a un dirigente del centrodestra che gli chiedeva come mai non volesse il premier al Colle: «Io non voglio nulla. Penso che lui sia l'ultima carta a disposizione dell'Italia. Guardati intorno: di riserve della Repubblica non ne abbiamo più». Indirettamente ha dato così ragione alle parole accreditate a Berlusconi sulle scarse capacità di Salvini e Meloni di guidare il Paese. Un problema che Giorgetti estende anche al fronte avverso. Perché il centrodestra farà pure acqua dappertutto, ma - secondo il ministro leghista - di là «non c'è nulla o quasi». E quel Pd che va a caccia di alleati per costruire una coalizione, gli ricorda il vecchio schema di potere dalemiano della Quercia con i cespugli attorno. Il suo pessimismo sull'attuale classe dirigente è pari alla scarsa considerazione che ha dei partiti, evidenziata nell'intervista alla Stampa che ha destato curiosità bipartisan. Ma quando esponenti di centrodestra, e perfino ministri di centrosinistra, sono andati a compulsarlo per capire se immaginasse per il futuro una diversa geografia politica, Giorgetti ha posto subito fine alla discussione: «Salvini è il segretario della Lega e io sto nella Lega». Sarebbe però un errore interpretare questo concetto come un atto di mera sottomissione al capo. Semmai, ascoltando il resto della frase, è un gesto di fedeltà al partito: «Decide Matteo. Io la mia continuerò a dirla». E non c'è dubbio che di cose finora ne abbia dette. Intanto non ha condiviso la campagna elettorale, durante la quale «non abbiamo valorizzato i risultati del governo, senza capire che nel Paese il mood era cambiato». Ce n'è traccia nel ragionamento svolto ieri, quando ha sottolineato come - con l'ingresso nel gabinetto Draghi - «sapevamo che si trattava di un investimento. Ora che abbiamo seminato, dobbiamo aspettare la raccolta». Una chiara allusione al nervosismo di Salvini, che dopo il voto ha subito sfidato Draghi sulla riforma del catasto, commettendo un errore di metodo e di merito. Di metodo perché, come riconosce un dirigente leghista, «a forza di penultimatum ci stiamo logorando da soli». Di merito perché non c'è oggi alternativa al patto di governo. Raccontano nel Carroccio che, in vista dell'incontro con Draghi, fosse stato preparato a Salvini un documento con cui chiedere al premier di stralciare la riforma del catasto e di affidarla a una commissione presso l'Economia per una più approfondita valutazione. Quel testo è scomparso dai radar, non si sa nemmeno se sia stato mostrato a Draghi. Di qui in avanti sarà interessante vedere come si muoverà Salvini, che ha deciso di trattare in prima persona con l'ex presidente della Bce i dossier di governo, proprio adesso che arrivano a scadenza la riforma della concorrenza e la Finanziaria. Accompagnato alla porta, Giorgetti attende di essere richiamato nella stanza. A volte si può vincere perdendo. Ma il numero due della Lega non è esente da colpe per le condizioni in cui versa la Lega. Il suo endorsement per Calenda a Roma, ad esempio, è stato vissuto nel centrodestra come una reazione alle scelte per le Amministrative: «Ma lui c'era alle riunioni e stava zitto», ricordano gli alleati. E in questi casi non vale la logica del silenzio-dissenso. Eppoi sono suoi i candidati di Torino e Varese, che stanno al ballottaggio. Andassero male, la regola di vincere perdendo non varrebbe».

Anche sui rapporti con la Lega e sul centro destra Paola Di Caro ha intervistato sul Corriere Giorgia Meloni.

«Nel Dna di Fratelli d'Italia non ci sono nostalgie fasciste, razziste, antisemite. Non c'è posto per nulla di tutto questo. Nel nostro Dna c'è il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro. E non c'è niente nella mia vita, come nella storia della destra che rappresento, di cui mi debba vergognare o per cui debba chiedere scusa. Tantomeno a chi i conti con il proprio passato, a differenza di noi, non li ha mai fatti e non ha la dignità per darmi lezioni». Giorgia Meloni è un fiume in piena. Si sente al centro di manovre per screditare lei e il suo movimento: «Il "pericolo nero", guarda caso, arriva sempre in prossimità di una campagna elettorale...». Ma sa benissimo che all'inchiesta di Fanpage , rilanciata da Piazzapulita su La7, non si può replicare solo con un assolutorio «è un complotto», perché le immagini di esponenti del suo partito che frequentano ambienti dell'estrema destra, che usano simboli, linguaggio, parole d'ordine fasciste, razziste, antisemite, perfino para-naziste sono un fardello troppo pesante per chi ambisce a governare: «Quella più arrabbiata sono io. Io che ho sempre detto "nessuno si azzardi a giocare su certe cose", che ho allontanato soggetti ambigui, chiesto ai miei dirigenti la massima severità su ogni rappresentazione folkloristica e imbecille, anche con circolari ad hoc. Perché i nostalgici del fascismo non ci servono: sono solo utili idioti della sinistra, che li usa per mobilitare il proprio elettorato. Si è chiesta perché mentre noi marginalizziamo questa gente, la sinistra la valorizza, dandole un peso che non ha mai avuto? ». Non dirà che le vittime siete voi? «Dico due cose: immaginare che Fratelli d'Italia possa essere influenzato o peggio manovrato da gruppi di estrema destra è ridicolo e falso. E dico che queste campagne servono per allevare giovani nostalgici, ignoranti della storia, affascinati dal proibito e dal folklore di un fascismo che non hanno nemmeno vissuto, a differenza di chi la guerra l'ha vissuta e ne porta le ferite. Beh, queste persone sono un'arma per i nostri nemici, perché diventano il loro strumento per attaccarci». Cacciateli allora. «Lo abbiamo sempre fatto, a partire da Jonghi Lavarini. E prima di noi lo faceva Alleanza Nazionale e perfino il Msi, lo faremo ancora di più. Voglio interrompere la spirale, anche prevedendo nel partito un organo permanente che prenda provvedimenti immediati contro chi gioca, volontariamente o per ignoranza, contro di noi». Le rimproverano di non essere stata così chiara finora, almeno non quanto Fini con il suo «il fascismo fu parte del male assoluto». «Ma perché dove pensano fossi io allora? Ero in An, come buona parte della classe dirigente di FdI. La destra italiana i suoi esami li ha già fatti, da molto tempo. Tornare indietro sarebbe imperdonabile e stupido». Il sospetto del passo indietro certe immagini lo legittimano. «Quando abbiamo fondato FdI lo abbiamo fatto per guardare avanti, come sempre nella nostra vita. Questo dà fastidio. Volevamo ridare una casa alla destra italiana e allargarla. Non a caso tra i fondatori c'è Crosetto. Al netto di qualche scemo marginale - che c'è in tutti i partiti, anche a sinistra, dove non stanno con la lente di ingrandimento a studiare ogni fotogramma come fanno con noi - che senso hanno le accuse di fascismo a noi? Era un regime e noi combattiamo i regimi, di ieri e di oggi. Noi facciamo solo e sempre battaglie di libertà, per la centralità del Parlamento, perché gli italiani possano esprimersi con il voto, perché il popolo conti. È per questo che siamo scomodi, per questo siamo mostri». Perché a Fini è stato dato atto di aver superato la destra post fascista e a lei no? Non è il caso di chiederselo? «Guardi, siamo seri. Quando Fini scrisse le tesi di Fiuggi la sinistra non smise di dire che era fascista. Smisero quando tentò di far cadere il governo Berlusconi. Smetti di essere un mostro, un fascista, quando diventi uno di loro, li scimmiotti, e non ti vota più nessuno. Se ne facciano una ragione: io questa sinistra la combatto, non sarò mai una di loro. Io sono orgogliosamente alternativa a loro». Non crede ci sia ancora un'ambiguità nel vostro partito tale da attirare anche chi lei assicura di non volere? «Se anche accadesse vorrebbe dire che quelle persone si sono ricredute, perché nessuno può seriamente fingere di non aver compreso le nostre posizioni. Ma insisto, quale è esattamente la domanda? Se ripristinerei un regime? No, ovviamente, e le segnalo che chi ci accusa di questo dice, contestualmente, che Draghi fa bene a fregarsene del Parlamento. Pensate che potrei scrivere leggi razziali? La pagina più brutta dell'umanità, quindi decisamente no. Noi siamo a fianco di Israele a differenza di molti altri. Ma la verità è che quando parla di fascismo, la sinistra intende tutto e il suo contrario, dal rischio di regime a chi manifesta contro il green pass . In pratica, sei fascista semplicemente perché non sei uno di loro. Troppo comodo. Noi abbiamo votato convintamente, al Parlamento europeo, una mozione di condanna di tutti i totalitarismi del '900. L'unico partito che ha avuto problemi a votarla è il Pd italiano, per non dover condannare anche Stalin e la dittatura sovietica. Beh, da una sinistra che i suoi conti col passato a differenza nostra non li ha fatti, non mi faccio fare l'esame del sangue». Mettere sullo stesso piano fascismo e comunismo non è parte del vostro problema? «La condanna di comunismo e nazifascismo, senza distinzioni, è proprio la base della risoluzione del Parlamento europeo, per una memoria condivisa sulla quale fondare un futuro di pace. FdI l'ha votata insieme a Pse, Ppe, Conservatori. L'anomalia non siamo noi che condanniamo tutti i totalitarismi, ma la sinistra italiana che ne vorrebbe condannare solo alcuni». Ma la Repubblica è fondata sul ripudio del fascismo e voi non festeggiate il 25 aprile. «Noi siamo lontanissimi dal fascismo, ma una cosa è la storia, altra l'antifascismo militante dell'"ammazzare un fascista non è reato", delle violenze di piazza, degli attacchi alle forze dell'ordine, di chi imbratta i monumenti in nome della cancel culture , di chi inneggia alle Foibe, dell'Anpi fatta da persone nate 30 anni dopo la Resistenza e che chiedono lo scioglimento di FdI. Questa è battaglia politica, non è storia». Per chiudere davvero un capitolo, non potreste rinunciare a candidature evocative come quella di Rachele Mussolini? «E perché? È una persona preparatissima, competente, consigliera uscente che è stata rieletta perché ha fatto bene e non la discrimino per il nome che porta. E poi che strano, Alessandra Mussolini che sostiene il ddl Zan è bravissima, Rachele che sta con noi un mostro. Troppo ipocrita, troppo facile». E la sua classe dirigente? Fidanza, gente che fa il saluto romano... «La colpa di Fidanza è aver frequentato una persona come Jonghi Lavarini che con noi non ha niente a che fare per ragioni di campagna elettorale. Un errore molto grave, infatti adesso è sospeso. Poi vedremo cosa verrà fuori da un'inchiesta a tratti surreale come si è visto nell'ultima puntata dove, una volta consegnato il presunto denaro, i giornalisti non si preoccupano di sapere da chi viene preso. Ma come, si istiga a compiere un illecito e poi non si va fino in fondo? Strano no?». Il tema resta: siete all'altezza di chi ambisce a guidare il centrodestra? «Non è il mainstream a deciderlo, ma gli italiani. Fossimo così impresentabili non saremmo il primo partito in Italia. Lo siamo perché non guardiamo indietro ma avanti, ai problemi veri degli italiani, le tasse, la casa, il lavoro, la povertà. Lo siamo perché sul territorio abbiamo gente capace, alla guida delle Marche, dell'Abruzzo, all'Aquila, ad Ascoli, a Pordenone, modelli italiani. Proprio perché con me si usa la lente di ingrandimento, io non mi sarei mai potuta permettere una classe dirigente modesta». Quanto peserà questa vicenda negli equilibri del centrodestra? «Penso zero. La sinistra ora dice che serve un federatore come Berlusconi, ma quando era fortissimo lo chiamava mafioso. Salvini era un sequestratore di immigrati, io oggi sono dipinta come una pericolosa fascista. Di volta in volta si colpisce sempre chi sembra più forte, magari usando chi è più debole in quel momento. E Salvini e Berlusconi sanno quanto questi attacchi siano strumentali, perché li hanno vissuti sulla propria pelle. È un gioco troppo scoperto. Non ci caschiamo».

A proposito di Berlusconi, Elisa Calessi su Libero racconta del colloquio avuto ieri mattina con Draghi:

«Il giorno dopo l'incontro chiarificatore con Matteo Salvini, Mario Draghi ha sentito, ieri mattina, Silvio Berlusconi. Telefonata «lunga e cordiale», riferiscono da Palazzo Chigi. Al centro del colloquio, durato circa un'ora, c'è stata la delega fiscale rispetto alla quale «è stato condiviso il percorso avviato». Per il resto si è parlato delle «prospettive legate alla ripresa economica in atto». A scanso di letture maliziose, come quella di chi potrebbe pensare che la telefonata sia funzionale a ridimensionare l'esultanza di Salvini per aver strappato incontri settimanali con il premier o che il leader di Forza Italia abbia cercato il premier per evidenziare un asse che il Capitano non ha (però i due, Silvio e Mario, si danno del "tu"), da Palazzo Chigi spiegano che il colloquio fa parte di una serie di contatti che il premier ha fatto e farà con tutti i leader della maggioranza. Il che, se da una parte "normalizza" la telefonata, dall'altra ridimensiona l'orgoglio manifestato da Salvini per gli incontri settimanali con il premier, derubricandoli a un fatto che riguarderà più o meno tutti. Ma nella laconica comunicazione dello staff del premier, altri dettagli sono significativi. Si cita, innanzitutto, come oggetto di conversazione con Berlusconi, la delega fiscale, ossia quel testo approvato martedì dal Consiglio dei ministri, ma senza il voto della Lega, che non ha partecipato alla riunione in segno di protesta contro la riforma del catasto. Mentre Forza Italia lo ha votato, dopo aver chiesto e ottenuto che non ci fosse alcun aumento delle tasse. Nella nota si parla di condivisione, non è poco. Nel colloquio tra premier e Cav, raccontano da Forza Italia, si è poi parlato della prossima legge di bilancio. Berlusconi ha raccomandato a Draghi che continui sulla strada delle misure espansive per la crescita. E ha ricevuto, dal premier, rassicurazioni. La prossima settimana il leader azzurro sarà a Roma. E potrebbero incontrarsi. Il punto politico è chiaro: Forza Italia lavora per la stabilità di questo governo, perché «gli italiani vogliono stabilità e sicurezza». Berlusconi, da subito, si è schierato con Draghi, intuendo, come sempre, il sentire della maggioranza degli italiani, oltre che le idee del mondo produttivo. Da Fi confermano l'impegno del partito per «la stabilità». Del resto, come conferma un dossier realizzato dal partito di Berlusconi sulle ultime elezioni amministrative, il sostegno di Forza Italia al governo ha portato bene. Nel documento riservato si fa notare che «fra le candidature del centrodestra ai ruoli apicali, solo due erano esplicitamente riconducibili a Forza Italia, Occhiuto in Calabria e Di Piazza a Trieste».

IL NOBEL PER LA PACE A DUE GIORNALISTI

L’Accademia svedese ha assegnato il premio Nobel per la pace a due giornalisti: la filippina Maria Ressa e il russo Dmitrij Muratov. Raimondo Bultrini per Repubblica.

«C'erano 329 candidati al Premio Nobel per la pace, tra attivisti ambientali, dissidenti politici e scienziati sul fronte anti Covid. Ma il Comitato dell'Accademia di Oslo ha scelto per la prima volta una coppia di giornalisti «per i loro sforzi di salvaguardare la libertà di espressione, che è precondizione per la democrazia e per una pace duratura». I neo laureati sono il russo Dmitrij Muratov e la filippina Maria Ressa, entrambi «rappresentanti - spiega il comunicato ufficiale - dei giornalisti che difendono questo ideale in un mondo in cui la democrazia e la libertà di stampa affrontano condizioni sempre più avverse». Dal 1993 Muratov, 59 anni, porta avanti, con l'aiuto tra gli altri di Mikhail Gorbaciov, la Novaja Gazeta, che per la sua imparzialità e coraggio ha pagato un prezzo altissimo con 6 morti tra redattori e collaboratori autori di inchieste sul regime di Vladimir Putin. Il presidente russo, facendo buon viso e cattivo gioco, ha subito mandato a Muratov le sue congratulazioni riconoscendone «l'impegno per un'informazione libera». Di due anni più giovane, cresciuta ed educata negli Usa dove sua madre si trasferì quando aveva 10 anni, Maria Ressa ha rappresentato una costante minaccia per il presidente delle sue Filippine Rodrigo Duterte, noto col nomignolo di "Giustiziere" affibbiatogli da Time per le sanguinose campagne antidroga dove in 6 anni hanno perso la vita decine di migliaia di sospetti spacciatori. «Almeno 30mila persone» secondo la Ceo e direttrice di Rappler che ha contestato le stime della polizia alla quale Duterte ha dato carta bianca. Già corrispondente dal sudest asiatico della Cnn e giornalista d'inchiesta sui fronti più caldi, Ressa ha fondato con 12 colleghi e colleghe Rappler. Gli articoli pubblicati negli anni sono parte del dossier dell'Onu che porterà Duterte davanti alla Corte internazionale dell'Aia per gravi violazioni dei diritti umani. Ma Ressa e Rappler - dicono gli accademici - «hanno anche documentato come i social media vengono utilizzati per diffondere notizie false, molestare gli oppositori e manipolare l'opinione pubblica». Accusati di essere «pagati dall'America», sono stati minacciati di morte senza contare le persecuzioni giudiziarie, 10 mandati d'arresto per la sola Ressa di cui due eseguiti con una notte di cella, oltre a quelle fiscali costate milioni in spese legali e cauzioni. Niente di paragonabile al prezzo di vite pagato dai colleghi di Muratov, a sua volta accusato di essere un "agente straniero" e minacciato di morte. Ma sia a Mosca che a Manila la voce libera dei due reporter scelti a incarnare tanti nelle loro difficili condizioni, è stata anche l'anima di un vero movimento popolare d'opinione contro l'informazione dei social manipolati dai governi. Ressa ha definito l'uso delle fake news diffuse anche da Facebook e Google «armi nucleari» di disinformazione. Il direttore della Novaja Gazeta e la redazione avevano appena commemorato la loro collega Anna Politkovskaja uccisa il 7 ottobre di 15 anni fa a Mosca per le sue inchieste, parte di dolente lista che comprende l'attivista reporter Estemirova che si era incaricata di proseguire il suo lavoro. In questo clima vivono altri media indipendenti russi ai quali Muratov dedica parte dei soldi «dell'inaspettato» Nobel, il primo assegnato a un russo post-Urss. Ressa invece era popolare già prima di fondare Rappler per gli anni passati a Manila con la Cnn, pluripremiata per le sue inchieste e libri come "Semi di terrore" su Al Qaeda nel sudest asiatico o come l'ultimo dedicato alle esperienze dei 35 anni di mestiere e alla sua sfida con Duterte: «Come resistere a un dittatore». Il presidente oggi sulla soglia del ritiro formale, ha accolto la notizia del Nobel all'odiata Ressa con lo stesso silenzio con il quale reagì alla copertina di Time che la nominava Donna dell'Anno 2018. Era la stessa rivista che lo aveva chiamato Giustiziere. La prova della cospirazione americana ai suoi danni».

Per una volta è giusto parlare di noi. Non della nostra bottega, ma del ruolo dell’informazione in democrazia. Sul Foglio ne scrive Daniele Raineri.

«Questo è un articolo di giornale che parla anche di giornalismo e quindi è imperdonabile perché la categoria tende all'auto referenzialità e alla mitomania e all'elogio delle scarpe consunte scritto in ciabatte di spugna. Il rischio è di assomigliare a un personaggio di P. G. Wodehouse, quel poeta che scriveva versi ardenti come "Vivi! Ogni goccia del tuo rosso sangue vivi!" e poi dopo avere venduto le sue poesie passava sei mesi a oziare in amaca senza muovere un dito. Ma facciamoci coraggio e andiamo oltre. Ieri la Commissione norvegese per il Nobel ha assegnato il premio per la Pace a due giornalisti: la filippina Maria Ressa, che ha fondato il sito d'informazione Rappler e che è diventata una temibile avversaria del presidente Rodrigo Duterte con le sue inchieste sui finanziamenti ai politici e sulla violenza delle squadre antidroga della polizia, e il russo Dmitri Muratov, fondatore nel 1993 del giornale Novaya Gazeta, che resta una voce indipendente e solitaria contro il potere del presidente Vladimir Putin e che negli anni ha resistito a bordate incessanti di violenze e intimidazioni. Muratov dirige la Gazeta dal 1995 e ha visto sei dei suoi giornalisti morire assassinati, inclusa Anna Politkovskaya, uccisa a pistolettate dentro all'ascensore del suo palazzo. Ha dedicato il premio anche a lei. Questi Nobel sono un omaggio alla libertà di espressione, ma sono anche il riconoscimento di una minaccia sempre più forte. Qualsiasi sia la follia ideologica partorita dagli anni Dieci, la prima mossa che ha fatto è stata gonfiarsi a dismisura sulle piattaforme tech grazie alla disinformazione e la seconda mossa è stata aggredire i giornalisti. E' uno schema fisso. Il trumpismo estremo che alimenta numeri enormi sui social e delegittima i media perché sono "fake news!". Duterte che vince la presidenza nel 2016 grazie a ondate di disinformazione su Facebook - come ha raccontato proprio Maria Ressa. "Una bugia replicata un milione di volte diventa un fatto - avvertiva - fate attenzione perché quello che succede qui da noi poi arriverà anche in occidente". E una settimana dopo in effetti arriva la Brexit, un altro caso di miscela reattiva fra ideologia e propaganda tech. E poi ancora sarà il turno di Qanon, la setta americana che crede nella necessità di imprigionare e giustiziare gli avversari politici di Trump e che mentre cresceva con rapidità sorprendente teorizzava che i media sono nemici e non vanno ascoltati perché l'unico modo di giungere alla verità è la "ricerca personale" ( si tratta, di solito, di passare ore nella giungla dei complotti più colorati, offerta gentilmente dall'algoritmo delle piattaforme tech. Fino a poco tempo fa, prima che fossero costrette a correggersi e a prendere contromisure). Putin aveva cominciato molto prima, ma è in questi anni di interventi russi all'estero, dall'ucraina alla Siria alla Libia fino alle interferenze nelle elezioni americane, che la propaganda putinista sui social comincia a spingere forte anche all'esterno. E anche il movimento degli antivaccinisti ha come pilastro centrale il rigetto attivo dei media. L'aggressione programmatica contro i giornalisti - non la critica sacrosanta, che è necessaria - è diventata il segno di riconoscimento dei nuovi estremismi coltivati su piattaforma. Il Nobel per la Pace nel 2021 è un premio ai giornalai».

UN ALTRO ATTENTATO IN AFGHANISTAN

L’Isis-K ha di nuovo colpito nell’Afghanistan governato (?) dai Talebani, in una moschea a Kunduz, nel nord del Paese.

«Disegnando una parabola d'orrore che ormai abbraccia tutto l'Afghanistan, stavolta l'Isis-k ha insanguinato Kunduz, nel nordest del Paese, non lontano dal confine tagiko. Una strage di civili in perfetto stile terrorista, un'esplosione devastante in una moschea sciita stracolma di fedeli per la preghiera del venerdì. Sul numero dei morti non c'è una cifra ufficiale, ma è una carneficina: il killer suicida che si è fatto esplodere tra la folla ha fatto almeno 55 vittime, la somma algebrica dei corpi senza vita trasportati secondo un primo bollettino all'ospedale centrale di Kunduz (35) e in quello di Medici senza frontiere (20), ma il bilancio finale potrebbe verosimilmente avvicinarsi o superare i cento morti, e certamente più di cento sono i feriti. L'attacco è l'ennesima dimostrazione che l'Isis-k ha dichiarato guerra aperta alla presunta stabilità e sicurezza rivendicata dai talebani. Dopo i quasi cento morti dell'attentato all'aeroporto di Kabul del 26 agosto e gli attacchi ormai quasi quotidiani nel Nangharar, la provincia di Jalalabad al confine con il Pakistan, in pochi giorni i terroristi dello Stato islamico hanno colpito nuovamente a Kabul con un'esplosione alla cerimonia funebre per la madre del portavoce talebano Zabihullah Mujahid - che incautamente aveva dato per sconfitto l'Isis-K annunciandone l'annientamento - e ora eccoli nel lontano nordest a colpire al cuore la minoranza sciita. C'erano almeno 400 persone, raccontano testimoni scampati al massacro, nella moschea stipata al massimo per la cerimonia settimanale più sacra. Ma i terroristi takfiri dell'Isis, ispirati cioè alla dottrina secondo cui sono infedeli da colpire tutti coloro che non ne condividono l'interpretazione fondamentalista sunnita, facendo strage di "infedeli" sciiti indirizzano anche l'ennesimo siluro politico ai loro nemici giurati, i talebani che ora vivono la nemesi di governare tra le bombe altrui. Uno dei punti delicati dell'agenda politica del nuovo Emirato islamico è proprio la gestione delle sue minoranze: non si fa Stato senza garantire sicurezza anche agli hazara e ai tagiki afghani, sciiti contro i quali i talebani stessi sono violenti prevaricatori. Ma ora che si sono fatti Stato devono vivere la contraddizione di governare con l'inclusività pretesa dalla comunità internazionale. E su questo dente dolente l'Isis sparge sangue e terrore. Nella rivendicazione inviata su Telegram, l'Isis attribuisce la paternità della strage a "Mohammed l'uiguro", dunque a un cinese della minoranza musulmana. Mujahid ha espresso la «ferma condanna di questo atto atroce» dal parte del'Emirato islamico che «promette di trovare e punire gli autori di questo crimine efferato». «Chi ha commesso questo crimine vuole seminare discordia tra sunniti e sciiti. Assicuriamo ai nostri fratelli sciiti che garantiremo la loro sicurezza e che tali attacchi non si ripeteranno», ha detto ieri il capo dei servizi di sicurezza talebani di Kunduz, Dost Muhammad. Dopo l'attacco alla moschea di Kabul i talebani avevano scatenato una pioggia di fuoco «contro un covo dell'Isis» nella periferia della capitale. Potrebbero presto scatenare altri contrattacchi. Il clima di guerra continua sta rapidamente rifiorendo».

GLI AMERICANI SONO A TAIWAN

Gli americani pensano al Pacifico e al confronto con la Cina. Paolo Mastrolilli sulla Stampa racconta che forze speciali Usa sono a Taiwan per addestrare le milizie locali.

«La guerra in Vietnam, in fondo, era cominciata così. Una manciata di consiglieri militari, inviati dal presidente Kennedy per aiutare Saigon a difendersi da Hanoi, che poi erano diventati un intervento durato un decennio e capace di cambiare la storia dell'America. I tempi adesso sono diversi, e la speranza è che questa deriva non si ripeta con le due dozzine di marines e forze speciali mandate dagli Stati Uniti a Taiwan per addestrare i soldati locali. Però questo ultimo sviluppo della complicata relazione fra Washington e Pechino dimostra quanto siano alti la posta e i rischi, tra i presidenti Biden e Xi Jinping che si preparano ad un faccia a faccia virtuale auspicabilmente distensivo, e i loro leader militari che invece si mettono in condizione di affrontare lo scenario peggiore, fra i sorvoli dell'aviazione cinese ai margini dello spazio aereo taiwanese, i marines sull'isola, e i sottomarini nucleari impegnati a pattugliare i mari contesi del Pacifico, come lo USS Connecticut che il 2 ottobre scorso si è scontrato con un qualcosa ancora non bene identificato. È stato il Wall Street Journal a confermare la notizia: oltre a vendere armi, gli Stati Uniti hanno inviato a Taiwan due dozzine di marines e forze speciali. Il loro compito è addestrare piccole unità di terra, e i marinai impegnati sulle navi più agili, con l'idea di rispondere rapidamente ad eventuali attacchi. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha risposto con calma, ricordando però che Pechino «prenderà tutte le misure necessarie a proteggere la sua sovranità e integrità territoriale». I media, tipo il Global Times, hanno invece alzato il tono: «Lanciamo i dadi. Vediamo chi ha la volontà più forte su Taiwan». Due dozzine di consiglieri non sono un'invasione, ma dimostrano che il Pentagono considera necessario aiutare Taipei a prepararsi ad ogni evenienza. Del resto anche la Repubblica popolare non ci va piano con le provocazioni, visto che durante lo scorso fine settimana ha celebrato la festa nazionale conducendo oltre 150 voli ai limiti dello spazio aereo di Taiwan, con i caccia J-16, i bombardieri strategici H-6 e quelli anti sottomarino Y-8. Il 2 ottobre, poi, lo USS Connecticut si è scontrato con qualcosa nel Mar Cinese Meridionale, e diversi marinai sono rimasti feriti. L'unità nucleare è riuscita a riparare a Guam, e gli Stati Uniti non hanno accennato all'ipotesi che l'incidente abbia avuto natura militare. Questo caso però dimostra come anche un errore potrebbe fare precipitare la situazione. Il ministro della Difesa di Taipei, Chiu Kuo-cheng, pochi giorni fa ha avvertito che Pechino avrà la capacità di invadere l'isola e conquistarla entro il 2025. Non siamo ancora a questo punto, perché Biden ha detto che lui e Xi Jinping concordano nel rispettare le intese in vigore, ossia la «One China Policy» che riconosce l'esistenza di una sola Cina, ma protegge l'autonomia di Taiwan. I due presidenti si parleranno presto via video, dopo che Xi ha rinunciato a venire al G20 di Roma. Discuteranno aree di collaborazione, come il clima; divergenze da sanare, come le pratiche economiche e commerciali non di mercato; e rivalità geopolitiche, che non si limitano a Taiwan, ma riguardano la sfida che l'autocrazia della Repubblica popolare ha lanciato alla democrazia americana, per diventare la nuova superpotenza dominante. Il dialogo dunque ancora prevale, ma sullo sfondo delle manovre militari».

ARRIVA LA GLOBAL TAX AL 15 %

Accoro raggiunto fra 136 Paesi per applicare la global minimum tax al 15 per cento. Federico Rampini su Repubblica.

«Da ieri è cosa fatta l'accordo fra 136 nazioni sulla global minimum tax al 15%, per ridurre l'elusione fiscale delle multinazionali. Ora comincia la parte più difficile: applicarlo. Cantano vittoria sia l'Amministrazione Biden sia i maggiori Stati europei, che sono riusciti a piegare le ultime resistenze di Irlanda, Estonia, Ungheria. Un ulteriore sostegno politico all'accordo è atteso al prossimo G20 che si tiene a fine mese a Roma sotto la presidenza di Mario Draghi. Le stime dell'Ocse, l'organismo tecnico coinvolto nella preparazione dell'accordo, prevedono 150 miliardi di dollari di gettito aggiuntivo: una somma considerevole, ma non così significativa una volta che venisse suddivisa fra tutti i Paesi aderenti. È comunque un progresso per correggere storture e ingiustizie dei sistemi fiscali, tanto più che sono stati necessari dieci anni per raggiungere questo accordo. Tra i primi a celebrare questo successo c'è stata la segretaria al Tesoro Usa, Janet Yellen, che ha parlato di una vittoria per gli Stati Uniti. L'Amministrazione democratica intende usare il gettito aggiuntivo per finanziare una parte delle sue riforme sociali (come gli assegni familiari) e gli investimenti nella sostenibilità ambientale. Ma proprio gli Stati Uniti saranno un terreno di battaglia nella fase dell'attuazione. L'obiettivo proclamato nell'accordo è di arrivare ad applicarlo entro il 2023. A Washington questo comporta l'approvazione del Congresso, tutt' altro che scontata. In una prima fase la maggioranza democratica intende alzare fin da quest' anno al 16,6% il prelievo sui profitti esteri delle multinazionali Usa. In una seconda fase si tratterá invece di ratificare dei trattati internazionali per modificare il modo in cui vengono ripartiti e assegnati territorialmente i profitti delle multinazionali. La ratifica di trattati internazionali richiede una maggioranza qualificata dei due terzi ed è la parte più problematica. L'iter parlamentare è complicato dal fatto che gli Stati Uniti hanno un federalismo fiscale spinto, e annoverano anche al proprio interno dei veri e propri paradisi fiscali. L'accordo di ieri infatti punta inoltre a porre fine alla guerra tra le due sponde dell'Atlantico sul tema spinoso della digital tax. Sotto tiro in questo caso sono quei colossi di Big Tech che hanno fatto ampio ricorso all'elusione, assegnando gran parte dei propri profitti a sedi sociali opportunamente collocate in paradisi fiscali come l'Irlanda. In questo campo l'accordo internazionale tende a spostare la base imponibile delle aziende digitali in quei paesi dove risiede la massa dei loro clienti e utenti, a prescindere da dove abbia la sede sociale l'azienda. Questo tende a favorire alcuni paesi europei, mentre dalla parte dei perdenti ci sono l'Irlanda e in qualche misura probabilmente gli stessi Stati Uniti. Ma l'attuazione di questa parte dell'accordo sarà rinviata a negoziati bilaterali fra Washington e quei governi che hanno già istituito le loro digital tax nazionali. Gli europei hanno promesso di non introdurre nuove digital tax, e quei paesi che le hanno in vigore si sono impegnati ad eliminarle una volta che sarà riformato il modo di calcolare e di assegnare l'imponibile su basi geografiche. L'Ocse stima che 125 miliardi di dollari di gettito fiscale annuo saranno redistribuiti fra Paesi, per effetto del nuovo modo di fissare il luogo dove Big Tech deve pagare le tasse. Questa parte dell'accordo relativa alla giurisdizione geografica e all'assegnazione dell'imponibile laddove ci sono i clienti, riguarda aziende con fatturati da 20 miliardi di euro in su e margini di utile del 10% o superiori. La global minimum tax del 15% si applica invece a tutte le aziende con fatturati superiori ai 750 milioni di dollari annui. Si stima che sotto quella soglia poche aziende abbiano una dimensione multinazionale. Le critiche all'accordo sono note da tempo: un'aliquota del 15% sui profitti dei colossi transnazionali può sembrare irrisoria, se paragonata per esempio al prelievo sui redditi del ceto medio. Tuttavia le resistenze a questo accordo - che torneranno a farsi sentire nella fase dell'applicazione - dimostrano che il 15% di tassazione è un cambiamento enorme rispetto alla situazione attuale».

ABUSI IN FRANCIA, PARLA L’ARCIVESCOVO

«Parlare con le vittime mi ha aiutato a misurare la profondità del loro dolore. Sono ferite che ci fanno sentire piccoli di fronte al male commesso». Parla l'arcivescovo Éric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese. La cronaca di Avvenire.

«Proviamo dolore, vergogna e indignazione per le ferite tanto profonde e sconvolgenti inflitte ad innocenti senza difese. Ringrazio papa Francesco per le sue parole di vicinanza alle vittime degli abusi nella Chiesa in Francia». Monsignor Éric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims e presidente della Conferenza episcopale francese, è convinto da anni che l'unica strada praticabile sia affrontare fino in fondo lo scandalo degli abusi sessuali nella Chiesa, appena rivelati in tutta la loro ampiezza sul suolo francese dal rapporto della commissione indipendente Ciase, affidata nel 2018 proprio dalla Chiesa di Francia a Jean-Marc Sauvé, già vicepresidente del Consiglio di Stato. Che cosa rappresenta questo dossier voluto dalla Chiesa francese? Rappresenta una prova estremamente dura, ma prima di tutto un momento necessario verso la verità. Sono conclusioni che ci invitano ancor più all'umiltà e ci dicono di non smettere mai di restare in ascolto della parola delle vittime e di chi ha sofferto con loro. Il nostro pensiero resta rivolto a quanti hanno vissuto un dramma tanto intimo e incommensurabile. Per questo, è pure nostro dovere leggere e studiare attentamente in ogni sua parte il rapporto, per appropriarcene e rispondere al meglio alle giuste attese che esprime. Che cosa l'ha colpita nella lezione delle vittime che hanno trovato il coraggio di parlare? Si tratta di testimonianze di un coraggio estremo. Ho potuto personalmente parlare con alcune di loro e questo mi ha aiutato a misurare la profondità del dolore che continua ad abitare nel cuore, spesso a distanza di tanti anni. Si tratta di ferite che non possono essere cancellate e che ci fanno sentire piccoli di fronte al male commesso. «Che cosa ci è successo?», lei si è chiesto fin all'inizio del volume "La Chiesa di fronte alle sue sfide". C'è stata una forma di cecità? A lungo non abbiamo saputo vedere quanto stava accadendo e abbiamo poi tardato a comprenderlo. Si tratta di drammi che hanno riguardato tanti luoghi diversi legati alla Chiesa, come i convitti che accolgono dei ragazzi. Luoghi in cui certamente c'è stato anche chi non ha voluto vedere. Lei ha evocato «le disfunzioni che hanno reso possibile che alcuni potessero imperversare per decenni e che solo così pochi siano stati denunciati». A che livello occorre correggere queste disfunzioni? Se gli abusi sono stati commessi in luoghi precisi, le mancanze riguardano tutti i livelli. Non possiamo rifugiarci dietro l'idea che un male tanto pervasivo abbia riguardato solo perimetri ristretti. Abbiamo intrapreso un'opera di revisione e di controllo nelle diocesi, ma la riflessione deve continuare, guidata dall'assoluta volontà che tutto questo non possa più ripetersi. La Conferenza episcopale prenderà misure forti in occasione della propria plenaria di novembre? Quanto ci viene chiesto è un cambiamento in profondità e questo richiede del tempo. Poche settimane non possono bastare. Alla prossima Assemblea plenaria stabiliremo un calendario d'azione in modo da rendere pieno e concreto questo cambiamento, senza schivare nessun punto. Dovremo agire per tappe e in modo sistematico. Alla plenaria di Lourdes si discuterà pure delle riparazioni? È una questione molto importante che abbiamo già iniziato ad affrontare, proponendo una soluzione di risarcimento che non ha ricevuto un'approvazione dalla Ciase. Rivedremo dunque la nostra proposta. Dovremo individuare i modi per trovare del denaro, ben sapendo di non disporre di risorse infinite. Ciò richiederà del discernimento, ma non ci tireremo indietro. Secondo la Ciase, i confessori non dovrebbero far valere il segreto della confessione rispetto agli abusi. Qual è la sua posizione? Su questo punto, occorre una particolare disponibilità di tutti al dialogo. Spiegheremo ancora il valore del segreto della confessione, che non è mai stato messo in discussione dallo Stato francese. Rispettare questo segreto significa rispettare pure la dignità della coscienza di ciascuno. Inoltre, spiegheremo che la nostra Conferenza episcopale non rappresenta la totalità della Chiesa e che rispondiamo tutti al diritto canonico. Presenterà questa posizione anche all'incontro di martedì con il ministro dell'Interno? Sì, sarà un'occasione per ribadire che il segreto della confessione non è un modo per aggirare le leggi. Per dire pure che tale segreto può anzi rappresentare una prima occasione offerta anche alle vittime per liberare la loro parola. Il giudice Édouard Durand, a capo della neonata commissione indipendente Ciivise sulla piaga degli incesti, ha dichiarato che «la scuola, lo sport, le altre religioni devono impegnarsi nello stesso processo di verità della Chiesa cattolica». Che cosa le ispirano queste parole? Sono parole che indicano un percorso ragionevole per ritrovare assieme, come società, delle soluzioni e una volontà pienamente condivise. Tutti assieme, e non certo separatamente, dobbiamo mostrarci capaci di sconfiggere queste piaghe diffuse molto più di quanto fossimo disposti a credere, dentro la Chiesa così come in altre sfere sociali. Molti fedeli restano sotto choc. Riusciranno davvero a leggere il rapporto? La lettura sarà una prova per tutti. Ma più che mai abbiamo un dovere di vicinanza verso quanti hanno sofferto. Appropriarsi della verità su tali orrori è l'unica strada anche per poter manifestare una solidarietà reale verso le vittime. Pertanto invitiamo i fedeli a condividere il rapporto e a discuterne in ogni parrocchia. Non solo in Francia, simili rivelazioni possono suscitare nei fedeli pure degli interrogativi spirituali Il dolore profondo e la vergogna sincera che proviamo di fronte a tali abissi di sofferenza inflitti all'interno della Chiesa possono e dovrebbero essere visti oggi anche come doni della misericordia del Signore. Provare fino in fondo tutto il peso delle proprie colpe deve divenire un passo verso il discernimento nella ricerca del bene. Solo così sarà possibile trovare la strada per offrire prove concrete di responsabilità. Tutto questo ci mette di fronte alla nostra piccolezza di uomini e al bisogno costante di affidare la nostra esistenza alla misericordia divina».

Leggi qui tutti gli articoli di sabato 9 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/9uz3jgdpegrhglm/Articoli%20La%20Versione%209%20ottobre.pdf?dl=0

Per chi stasera è a Bologna, alle 18,30, sono in piazza Scaravilli per un incontro su “Afghanistan, vent’anni inutili?” con lo scrittore Farhad Bitani, nell’ambito del Campus by night organizzato dai giovani universitari bolognesi. 

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