Il giallo di Natale

Pesano sulle feste i rischi di restrizioni. Oggi confronto governo-Regioni. I Vescovi condannano i No Vax. 5S sull'Aventino per la Rai. La Meloni liquida mr. B al Colle. Venditti per Camisasca

Aumentano i contagi ancora in Italia, ma a preoccupare è la Germania e soprattutto i Paesi dell’Est da dove la quarta ondata è ripartita con forza. In Italia il governo frena rispetto alla linea dura che diverse Regioni vorrebbero adottare. Soprattutto, sull’esempio austriaco, nei confronti nei non vaccinati. Oggi ci sono riunioni che dovrebbero definire meglio possibili nuove misure, per evitare un Natale in giallo. Importante la presa di posizione dei Vescovi italiani, che in vista della Giornata per la vita, criticano in un documento e in modo definitivo la scelta dei No Vax e le proteste contro il Green pass: è una scelta contro il Vangelo e contro la Costituzione. Speriamo che ai deliri di alcuni cattolici e di alcuni preti stampa e tv diano meno spazio.

La crisi umanitaria dei migranti intrappolati al confine fra Bielorussia e Polonia prosegue. Il nostro Premier è intervenuto per ricordare che i profughi non possono essere usati come strumenti di politica estera. Tristissimo il racconto del primo funerale, ad un siriano 19enne, che si è potuto finalmente celebrare in terra polacca. Migranti morti anche ai nostri confini, asfissiati dalla benzina dentro un’imbarcazione soccorsa nel canale di Sicilia.

La politica italiana è agitata dalla Rai. Oggi l’Ad Fuortes propone i nuovi direttori al CDA, che non sono piaciuti per niente al Movimento 5 Stelle. Giuseppe Conte minaccia una forma di Aventino televisivo: negando ogni partecipazione dei 5S a trasmissioni Rai. Vedremo se stamattina il Consiglio approverà o rimanderà. Tre donne potrebbero andare ai vertici dei TG: Maggioni al Tg1, Sala al Tg3, De Stefano a Rai sport.  

A proposito di leader femminili, oltre alla Rai la vera notizia politica di ieri è tutta nelle frasi pronunciate da Giorgia Meloni, ad una delle tante presentazioni del libro di Vespa. Ieri era insieme ad Enrico Letta (e all’autore). Ha archiviato la candidatura di Silvio Berlusconi al Colle, attribuendo a lui “un passo indietro” e ha anche detto che non parteciperà alla riunione dei sovranisti europei, con la Le Pen ed Orbán, dove invece andrà Salvini. Minzolini ha perso le staffe sul Giornale. Preoccupato anche Folli su Repubblica per le pensioni che si sono assicurati deputati e senatori. Le elezioni anticipate sono più vicine? Per Senaldi di Libero forse a questo punto è meglio.

Dall’estero due fatti da segnalare: Bruxelles ha già dato il via libera alla nostra Legge di Bilancio. Presto arriveranno gli altri 20 miliardi del Recovery. I vescovi Usa alla fine hanno approvato un documento sulla coerenza dei politici cattolici e la comunione, che non fa il nome del presidente Biden. La montagna ha partorito il topolino. La Versione si chiude stamane con un omaggio di Antonello Venditti a monsignor Camisasca, pubblicato dalla Verità.

Da stamattina è disponibile on line il sesto episodio della serie Podcast Le Vite degli altri da me realizzata con Chora media, in collaborazione con Vita.it e con Fondazione Cariplo. Il titolo è: La Torre più bella. Protagonista è la 50enne Tiziana Ronzio che a Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, guida un gruppo di donne dei palazzoni popolari che lotta ogni giorno per il rispetto della legalità. Ha cominciato, quasi per caso, ribellandosi all’ennesimo disagio dovuto al degrado e allo spaccio nell’androne della torre, dove lei vive. Hanno fondato un’associazione che ha un nome azzeccato: “Tor più bella”. È una storia fantastica che val la pena conoscere. Cercate questa cover…

… e troverete Le Vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo e ascoltate il sesto episodio:

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Covid e Rai gli argomenti dominanti. Guida il gruppo dei giornali che scelgono la pandemia La Repubblica: L’aumento dei contagi pesa sui piani del governo. Mentre La Stampa sottolinea la prudenza del premier: “No al modello austriaco”, Draghi ferma i governatori. La Verità è sempre sulle barricate: I No vax sono un falso problema usato per comprimere le libertà. Il Mattino riporta un parere del presidente della Campania che sembra dar ragione ai suoi colleghi del Nord: De Luca: «I no vax non hanno gli stessi diritti dei vaccinati». Il Messaggero vede un’accelerazione dei governatori: Restrizioni e zone rosse, le Regioni avanti da sole. Di poltrone Rai e tormento 5 Stelle si occupa il Corriere della sera: Nomine Rai, l’ira di Conte. Il Fatto pubblica stralci dei verbali su Open che riguardano i direttori in pectore: Draghi si mangia la Rai, coi Renzi-Gentiloni boy. Il Giornale nota: Conte senza poltrone ora ricatta la Rai. Il Quotidiano nazionale sceglie la cronaca: Stermina la famiglia. Per certi versi anche il Domani che torna su un episodio del recente passato: L’assessore leghista spara, arriva il carabiniere leghista condannato. Il Manifesto dà notizia degli ultimi migranti morti nel canale di Sicilia: Male nostrum. Il Sole 24 Ore avverte di un nuovo obbligo: Fattura elettronica obbligatoria in arrivo per 1,5 milioni di partite Iva con flat tax. Libero torna sui peones che si sono assicurati la previdenza: Pensioni ai politici. La casta ci riprova. Avvenire titola sul documento della Cei: Terminare una vita non è mai una vittoria.

COVID, NUOVA STRETTA? GOVERNO PRUDENTE

Ieri è stata superata la soglia dei diecimila contagi. Si valuta una stretta sul Green pass, dopo la richiesta  delle 5 Regioni. Oggi è previsto l’incontro Governo- Presidenti. La cronaca di Fabio Savelli sul Corriere:

«Convergenze politiche trasversali. Con una saldatura tra le regioni del Nord, la gran parte a trazione leghista, e l'impostazione di alcuni partiti di governo, Pd in testa, sugli strumenti da adottare per contrastare la recrudescenza della pandemia. Il bollettino del ministero della Salute ha certificato il superamento dei 10 mila contagi al giorno come non succedeva dai primi di maggio (ieri 10.172 con 72 decessi, l'1,9% di tasso di positività su oltre 537 mila tamponi e l'aumento della pressione ospedaliera con 39 nuovi ingressi nelle terapie intensive). Fonti raccontano di colloqui frenetici ieri tra alcuni governatori e i ministri Roberto Speranza, e degli Affari regionali, Mariastella Gelmini. Con il coinvolgimento del Comitato tecnico-scientifico a cui il governo ha chiesto un parere per l'eventuale riduzione della durata del Certificato verde da 12 a 9 mesi in virtù della minore efficacia vaccinale col passare del tempo. Oggi è prevista la Conferenza delle regioni: i governatori avrebbero costruito una proposta per evitare il contraccolpo «in questa delicata fase». L'impostazione sarebbe quella di «non penalizzare troppo i no-vax ma al tempo stesso premiare i vaccinati». Si parla di una rimodulazione del green pass incrociandolo con il meccanismo a colori usato durante le altre ondate. In zona gialla o arancione i governatori vorrebbero che per i vaccinati nulla cambi nella fruizione delle attività sociali. Al ristorante, al cinema o allo stadio, vorrebbero che non siano sottoposti a limitazioni che invece varrebbero per i non immunizzati a prescindere o meno dalla negatività del tampone antigenico. Non sarebbe un lockdown sul modello austriaco, ma il «2g tedesco», dice il governatore della Liguria Giovanni Toti. Posizione analoga quella della ministra Gelmini: «In caso di nuove restrizioni non si possa trattare allo stesso modo vaccinati e non». Al lockdown selettivo è contrario il M5S. I no-vax, secondo la proposta delle regioni, sarebbero non più di 4 allo stesso tavolo al ristorante in zona gialla o ad esserne preclusi in arancione. «Se non si fa così tra qualche settimana torniamo in lockdown», dice il segretario del Pd, Enrico Letta, visione che trova meno incline Matteo Salvini e contraria Giorgia Meloni. Ha valore segnaletico la «libertà di coscienza» che il segretario della Lega ieri ha lasciato alla Camera ai suoi. Che però hanno votato compatti la fiducia sul dl Green Pass. La leader di Fratelli d'Italia però sostiene che «se le cose non vanno come avevi previsto non è intelligente andare avanti».

Secondo Tommaso Ciriaco di Repubblica, il Governo è più prudente di alcuni Presidenti di Regione.

«Affrontare l'emergenza, se si ripresenterà. Ma mantenendo sangue freddo e mente lucida. Mario Draghi osserva la quarta ondata bussare con forza alle porte dell'Italia. Non può esserne certo felice. Per la prima volta da parecchio tempo il numero di positivi sfora quota 10 mila, anche se il tasso di ospedalizzazione per il momento è contenuto. È comunque il primo stress test della sua strategia anti-pandemica. Il governo, allora, agirà. Ma senza inseguire l'onda emotiva del momento. Significa che a Palazzo Chigi non si vuole sentire parlare di lockdown dei non vaccinati, nonostante la spinta delle Regioni e di Enrico Letta per introdurre il "modello austriaco". Ai vertici dell'esecutivo ci si concentra piuttosto su tre punti: No Vax, mascherine e terza dose. E si pensa così di arginare l'emergenza. Non sono ore semplici. La telefonata più complicata è quella di Roberto Speranza con il ministro della Salute tedesco Spahn, che guida la sanità nel Paese più forte e organizzato d'Europa. In Germania i contagi corrono. E volano soprattutto a Est, dove il basso tasso di immunizzati finisce per sfogarsi sugli ospedali, con effetti gravi che assomigliano a quelli catastrofici dei Balcani. Nell'area Ovest del Paese, invece, i positivi si attestano ai livelli dell'Europa occidentale. È un dato che, se interpretato, può anche contribuire a mantenere i nervi saldi. L'Italia vanta uno dei tassi di copertura vaccinale più alti d'Europa. Certo, occorre muoversi in modo rapido e chirurgico. Prima, però, bisogna rispondere a una domanda: da cosa dipende l'impennata? La prima ragione, hanno spiegato in queste ore gli esperti, risiede nella contiguità con alcuni Paesi ad alto tasso di contagio: Slovenia e Croazia, in particolare. Non a caso, i primi effetti negativi sul suolo nazionale si sono avvertiti a Trieste e Udine. In Slovenia, in particolare, la situazione è drammatica, le strutture ospedaliere sono costrette a dirottare in altri Paesi i malati più gravi. Ma c'è di più. E di peggio. Bolzano e Trieste, le città italiane più colpite, sono state contestualmente anche epicentro di dimostrazioni dei No Vax. Anche questo fattore ha inciso: di norma i non vaccinati vengono "scudati" da chi è immunizzato, ma questo non accade in una piazza anti- vaccinista. E poi c'è la variabile stagionale: d'inverno aumentano i raduni al chiuso, soprattutto al Nord Italia. Come reagire, allora? Bisogna ripartire dalle mascherine. L'esecutivo si spenderà molto per promuoverne l'utilizzo, sempre più ridotto con il passare dei mesi, soprattutto all'aperto: eppure, la regola impone la mascherina in ogni occasione di assembramento o di rischio, anche fuori casa. Senza contare l'identikit di chi viola la norma: pure in questo caso sembra siano in prevalenza i No Vax. Una campagna sulla mascherina, allora. E controlli più severi. Accompagnando questo impegno a un'accelerazione sulle terze dosi. I dati, per il momento, non sono soddisfacenti: gli over 80 non rispondono come dovrebbero. Di lockdown all'austriaca, invece, Draghi non vuole sentire parlare. Anche perché, è la riflessione di queste ore, andrebbero distinti vaccinati e non vaccinati: difficile, soprattutto in un Paese a basso tasso di controllo sociale come l'Italia. Nel consiglio dei ministri convocato per oggi, invece, si assumeranno altre decisioni. Speranza, come anticipato a Repubblica, proporrà una norma ad hoc che obblighi i sanitari alla terza dose. Probabile che invece slitti la riduzione della validità del Green Pass da dodici e nove mesi. Per ora, il governo non si spingerà oltre. Anche perché esiste già un meccanismo a colori, legato al tasso di ospedalizzazioni, che serve a "raffreddare" i focolai. Soltanto se necessario, la prossima settimana sarà riunita la cabina di regia. Resta però la pressione, forte, delle Regioni e della politica. Oggi stesso, annuncia Max Fedriga, i governatori stileranno un documento nel quale si chiederà all'esecutivo di prevedere il lockdown per i non vaccinati a partire dalla zona arancione, in modo da lasciare comunque aperti ristoranti e attività commerciali. L'idea raccoglie sempre maggiore consenso. «Se la situazione dovesse peggiorare - ammette la ministra Mara Carfagna - siamo pronti a prendere ogni decisione utile». E, aggiunge Maria Stella Gelmini, «a tenere in considerazione le istanze delle Regioni». Anche il segretario del Pd Enrico Letta è netto: «Sono su questa linea, la più rigorosa che ci possa essere. Altrimenti fra qualche settimana torniamo in lockdown. Non si può assolutamente sbagliare».

I VESCOVI ITALIANI CONTRO I  NO VAX

Per La Verità, diventato ormai organo ufficioso dei No Vax, è un “delirio politico-religioso”. I Vescovi italiani condannano ufficialmente i contrari al vaccino e le proteste contro il Green pass. È un atto importante, vista la confusione alimentata dalla stampa e dalla tv sui pochi preti e parroci schierati coi negazionisti. Ecco lo stralcio finale del Messaggio del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana per la 44ª Giornata nazionale per la vita, che la Chiesa italiana celebrerà domenica 6 febbraio 2022. Il Messaggio si intitola «Custodire ogni vita», a partire da un versetto della Genesi. 

«Moltissime persone si sono impegnate a custodire ogni vita, sia nell'esercizio della professione, sia nelle diverse espressioni del volontariato, sia nelle forme semplici del vicinato solidale. Alcuni hanno pagato un prezzo molto alto per la loro generosa dedizione. A tutti va la nostra gratitudine e il nostro incoraggiamento: sono loro la parte migliore della Chiesa e del Paese; a loro è legata la speranza di una ripartenza che ci renda davvero migliori. Non sono mancate, tuttavia, manifestazioni di egoismo, in- differenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch' esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del "diritto all'aborto" e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l'omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione. «Senza voler entrare nelle importanti questioni giuridiche implicate, è necessario ribadire che non vi è espressione di compassione nell'aiutare a morire, ma il prevalere di una concezione antropologica e nichilista in cui non trovano più spazio né la speranza né le relazioni interpersonali. […] Chi soffre va accompagnato e aiutato a ritrovare ragioni di vita; occorre chiedere l'applicazione della legge sulle cure palliative e la terapia del dolore» (cardinale G. Bassetti, Introduzione ai lavori del Consiglio episcopale permanente, 27 settembre 2021). Il vero diritto da rivendicare è quello che ogni vita, terminale o nascente, sia adeguatamente custodita. Mettere termine a un'esistenza non è mai una vittoria, né della libertà, né dell'umanità, né della democrazia: è quasi sempre il tragico esito di persone lasciate sole con i loro problemi e la loro a risposta che ogni vita fragile silenziosamente sollecita è quella della custodia. Come comunità cristiana facciamo continuamente l'esperienza che quando una persona è accolta, accompagnata, sostenuta, incoraggiata, ogni problema può essere superato o comunque fronteggiato con coraggio e speranza. «Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato! La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l'intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d'Assisi: è l'avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l'ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l'aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l'aver cura l'uno dell'altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene» (Papa Francesco). Le persone, le famiglie, le comunità e le istituzioni non si sottraggano a questo compito, imboccando ipocrite scorciatoie, ma si impegnino sempre più seriamente a custodire ogni vita. Potremo così affermare che la lezione della pandemia non sarà andata sprecata».

I PROFUGHI “NON SIANO STRUMENTO DELLA POLITICA”

Mario Draghi è intervenuto sulla crisi umanitaria dei profughi intrappolati fra la Bielorussia e la Polonia. Le persone, ha detto il nostro Premier, non siano strumento di politica estera. Intanto Berlino vuole negoziare con Minsk. La cronaca di Nello Scavo su Avvenire.

«La bimba che da dietro la matassa di filo spinato saluta con la manina i militari polacchi non sa che la sua sorte dipende da altre questioni. Gli assalti ieri sono calati d'intesità. Non solo perché i migranti sono fiaccati da giorni all'addiaccio. Angela Merkel ha annunciato un negoziato con il dittatore Lukhashenko. E in effetti la pressione delle forze armate bielorusse, che spingono i profughi ad ammassarsi sul confine, ierì è stata meno asfissiante. Tuttavia l'autocrate di Minsk si è fatto precedere da un messaggio chiaro: per tre gioni uno degli oleodotti che trasporta a Varsavia petrolio russo resterà chiuso a causa di «manutenzione straordinaria». Almeno 4mila persone, in gran parte provenienti da Iraq, Afghanistan e Siria, restano bloccate. Come denunciano alcuni attivisti polacchi, alcuni profughi in contatto con i volontari avrebbero riferito di «infiltrati bielorussi» che avrebbero «fomentato » gli scontri del giorno precedente, abbattendo le recinzioni e distribuendo granate stordenti ai migranti, da usare contro le forze di sicurezza polacche, che però impediscono ai giornalisti di documentare quello che accade. «L'accesso umanitario per le agenzie delle Nazioni Unite al confine polacco della Bielorussia è vitale. Rimpatri veloci per coloro che non si qualificano per la protezione internazionale aiuterà a ridurre l'escalation della situazione e a impedire alle persone di congelarsi nelle foreste della Bielorussia », ha scritto su Twitter la commissaria europea agli affari interni, Ylva Johansson, che ha incontrato il direttore generale dell'Oim (l'Organizzazione Onu per le migrazioni, ndr) dell'Onu, Antonio Vitorino. Nelle stesse ore il presidente bielorusso Aleksander Lukashenko e la cancelliera tedesca Angela Merkel sono tornati a telefonarsi. Lo ha reso noto l'ufficio della presidenza, citato dall'agenzia di stampa Belta, secondo cui è stato concordato l'avvio di negoziati tra Minsk e l'Ue. Le mosse della cancelliera non piacciono però al governo di Varsavia. «Non è stato un passo positivo », ha commentato il portavoce del governo polacco, Piotr Mueller, secondo il quale quella telefonata «in un certo senso è un'accettazione dell'elezione » del presidente bielorusso, che non è stata riconosciuta da Ue e Nato. Il premier Mario Draghi ha detto la sua, misurando il più posssibile i toni: «Non ho avuto notizie di un vertice straordinario» sulla crisi dei migranti «ma diciamo, gentilmente, che viene fatto uso dei migranti come strumento di politica estera». Una soluzione umanitaria l'ha suggerita l'ex presidente del Bundestag tedesco e ora deputato della Cdu Wolfgang Schäuble, che si è dichiarato favorevole a un «ingresso temporaneo» nella Ue dei migranti accampati al confine. «Dobbiamo garantire a queste persone - ha detto - un ingresso temporaneo e una veloce procedura d'asilo per chiarire il loro status». Nei giorni scorsi Lukhashenko aveva minacciato la chiusura dei gasdotti verso l'Europa. Seppure fermato da Putin, il despota ha comunque voluto mandare un avvertimento, bloccando temporaneamente il passaggio di petrolio ma assicurando che non vi saranno ripercussioni sulle consegne concordate».

L’ultimo saluto ad un 19enne siriano: era fuggito dalla guerra in Siria. Quanti sono i migranti annegati o morti di freddo nella foresta? Reportage di Mauro Mondello sulla Stampa:

«Si chiamava Ahmad Al Hasan ed era nato il 25 agosto del 2002 in Siria, nella città di Homs. Era fuggito dalla guerra nel 2014 e per 7 anni, sino alla fine dello scorso settembre, aveva vissuto in un campo profughi in Giordania. Il suo viaggio verso l'Europa si è drammaticamente interrotto lo scorso 19 ottobre, mentre cercava di superare illegalmente il confine fra Bielorussia e Polonia, con la speranza di poter poi raggiungere Berlino, presentare richiesta di asilo politico in Germania e vedere avverarsi il suo sogno di studiare ingegneria all'università. Ahmad è morto annegato nel fiume Bug, a una manciata di chilometri dal villaggio di Woroblin, nella Polonia centro-orientale. Non sapeva nuotare e, secondo quanto dichiarato da un compagno di viaggio sopravvissuto, è stato sopraffatto dalle correnti una volta entrato in acqua. Il suo corpo è stato seppellito ieri nel cimitero islamico di Bohoniki, un villaggio tataro nel quale vive ininterrottamente dal diciassettesimo secolo una delle poche minoranze musulmane di Polonia, che ricevette dal re Giovanni III Sobieski alcune terre nella regione di Podlachia come premio per l'impegno nelle guerre contro i cosacchi. La gente di Bohoniki, dall'inizio della crisi, prova a dare una mano ai migranti che riescono a entrare sul territorio polacco, distribuendo cibo e vestiti. Quello di Ahmad è il primo funerale di un migrante morto durante la recente crisi dei confini ad essere celebrato in territorio polacco. Già oggi, alle 12.30, si terrà il secondo e altri verranno organizzati nel corso della prossima settimana. La comunità di Bohininiki, attraverso il suo rappresentante Maciej Szczesnowicz, ha dato da settimane la disponibilità a seppellire i profughi che perdono la vita cercando di attraversare il confine polacco-bielorusso. È così che, di fronte a una ventina di persone, perlopiù giornalisti, l'Imam Aleksander Bazarewicza ha celebrato le esequie di Ahmed, con la famiglia del ragazzo collegata in video da Turchia e Giordania. «A prescindere dal fatto che una persona abbia o meno il diritto di soggiornare legalmente in Polonia - dice Szczesnowicz - non possiamo negare a nessuno un rifugio nel quale ripararsi, una zuppa calda, dei vestiti». La linea di frontiera fra Bielorussia e Polonia è interdetta in un raggio di 3 km dal confine verso l'interno sul lato polacco, una zona di emergenza che non permette l'accesso neanche ai media e alle organizzazioni non governative. Succede così che molti dei migranti che riescono a entrare illegalmente in territorio polacco restino poi sperduti fra la fitta vegetazione delle foreste della Podlachia, rischiando di morire assiderati, com' è già successo in almeno otto casi dall'inizio di ottobre a oggi. Fra i gruppi che provano ad assistere gli uomini e le donne che cercano di attraversare la frontiera ci sono Grupa Granica, una comunità di associazioni che si occupa di monitorare il confine alla ricerca di migranti dispersi nei boschi, e i Medycy na granicy (Medici al confine) che proprio ieri hanno chiuso la loro esperienza di primo soccorso nell'area, passando il testimone al Polskie Centrum Pomocy Midzynarodowej. «Sappiamo che i migranti mancano di cibo - spiega al network polacco Medonet Magorzata Olasiska-Chart, coordinatrice della Missione Medica Polacca per i rifugiati, operativa in queste settimane soprattutto nell'ospedale di Hajnówka, 20 km dal valico di frontiera polacco-bielorusso di Biaowiea - che bevono acqua sporca dalle pozzanghere, che non hanno né un riparo né vestiti adeguati. Le temperature si stanno abbassando e queste persone restano abbandonate nella foresta, quasi sempre con scarpe estive e giacche leggere. I funzionari bielorussi gli sottraggono il denaro e i telefoni prima di spingerli oltre la frontiera per cui, una volta in Polonia, i migranti rimangono isolati, intrappolati: è una tragedia enorme».

Un’imbarcazione di Medici senza frontiere soccorre un piccolo battello partito dalle coste libiche sul quale erano stipate 109 persone. In dieci sono stati uccisi dai fumi della benzina. Dall'inizio dell'anno sono 1200 le persone morte in mare nel tentativo di raggiungere l'Italia dal Nordafrica. Alessandra Ziniti per Repubblica.

«Fatemi vedere i loro corpi, sono miei fratelli. Veniamo dallo stesso luogo, siamo partiti insieme dalla Libia. Devo dire alle loro famiglie che sono morti». Piange Abdoulaye, giovane ivoriano sopravvissuto all'ultimo orrore nel Mediterraneo, mentre ormai a bordo della Geo Barents implora i volontari del team di Msf di aprire quei sacchi neri che avvolgono i corpi di dieci dei 109 migranti che i trafficanti libici avevano stipato a bordo di quella piccola e strana imbarcazione partita lunedì notte dalle coste libiche. Questa volta ad inghiottirli non è stato il mare, ma la piccolissima stiva dell'imbarcazione dove è finito, come spesso accade, chi paga meno. Sono morti così, soffocati dai fumi della benzina e dalla mancanza d'aria, sepolti vivi da quella enorme massa di persone che ad ogni piccolo movimento faceva oscillare pericolosamente il natante. Lì sono morti, ad uno ad uno, in una agonia lunga tredici ore durante le quali gli appelli al soccorso rilanciati da Alarm Phone non sono stati raccolti da nessuno, neanche dalle due navi più vicine di supporto ad una piattaforma petrolifera, la Asso 25 e la Almisan che si era già diretta verso un altro gommone con un centinaio di migranti e un tubolare sgonfio che ha poi portato a Lampedusa. Li hanno sentiti gridare, battere i pugni, implorare aiuto i compagni di viaggio più fortunati sopra di loro. Quando i volontari della Geo Barents, indirizzati dall'aereo Seabird della ong Seawatch, hanno raggiunto la barca non immaginavano l'orrore che li attendeva. Alla vista solo una barca sovraccarica di persone a cui tirare i salvagente e da portare in salvo. Sono stati alcuni di loro a rivelare che nella stiva c'erano altre persone, i loro amici, i loro familiari. Ma da quella piccolissima botola, grande appena da lasciar passare un corpo esile, gli operatori di Msf hanno tirato fuori solo cadaveri. Dieci, avvolti in sacchi neri e trasferiti sulla Geo Barents prima di abbandonare la barca ormai vuota al mare. «Dopo aver soccorso le 99 persone, abbiamo visto che c'erano dieci corpi senza vita sul fondo dell'imbarcazione - dice sconvolta Fulvia Conte, vice responsabile delle attività di ricerca e soccorso di Msf a bordo della Geo Barents - Ci sono volute almeno due ore per recuperare i corpi. Siamo sconvolti e indignati allo stesso tempo. Si tratta dell'ennesima tragedia in mare che si sarebbe potuta evitare. Adesso speriamo che ci diano subito un porto, queste persone sono sotto choc. E abbiamo questi corpi a cui dare una degna sepoltura». A bordo della Geo Barents, tra i 186 migranti (tra cui una bimba di soli dieci mesi), l'atmosfera è di grande tensione. I 99 sopravvissuti si sono uniti alle persone soccorse in due precedenti salvataggi. «La maggior parte di loro è terrorizzata dall'esperienza vissuta. Alcuni hanno dovuto riconoscere il cadavere di un fratello minore o di un amico deceduto di fronte ai propri occhi appena poche ore prima», raccontano gli operatori di Msf che aggiornano il conto dei morti in mare nel 2021. «Sono 1200 - dice la presidente Claudia Lodesani - È inaccettabile questa indifferenza delle autorità».

RAI, L’ETERNA LOTTA DELLE POLTRONE

Il Movimento 5 Stelle è furioso perché stamattina il nuovo Ad della Rai Carlo Fuortes proporrà al CDA dell’azienda nomine non gradite ai vertici del TG. Antonella Baccaro sul Corriere.

«È l'Aventino del M5S, che si chiama fuori da tutti i programmi Rai, la conseguenza più eclatante delle nomine alla direzione dei Tg che l'amministratore delegato Carlo Fuortes proporrà stamani al consiglio. A fare infuriare il leader del M5S Giuseppe Conte, la scelta di Monica Maggioni al Tg1 al posto del grillino Giuseppe Carboni; la conferma di Gennaro Sangiuliano al Tg2 (Lega); l'arrivo di Simona Sala al Tg3 , al posto di Mario Orfeo, considerata vicina al Movimento ma anche al Pd. E poi FdI e Lega accontentate con la direzione di RaiNews a Paolo Petrecca e la conferma di Alessandro Casarin al TgR . La sinistra mantiene i Gr e RadioUno con Andrea Vianello. A consolazione dei grillini, la direzione di RaiSport ad Alessandra De Stefano. Conte prova fino a metà pomeriggio a ottenere qualcosa per Carboni, che potrebbe essere in futuro quella al DayTime. Poi arma il suo stato maggiore e spara: «Fuortes non libera la Rai dalla politica ma ha scelto di esautorare una forza politica come il M5S che rappresenta 11 milioni di elettori. Per questo non faremo più sentire la nostra voce sui canali del servizio pubblico». Una posizione inaccettabile, dicono Lega e Forza Italia, da parte di chi ha lottizzato col proprio governo. «Un anno fa mandava veline e immagini al Tg1», attacca Matteo Renzi (Iv). Dalla Rai fanno sapere che le nomine hanno valorizzato le donne, gli interni e gli alti profili. Stamani le candidature passeranno in cda se avranno quattro dei sette voti, ma i consiglieri sono furiosi per essere stati messi da parte e sarebbero decisi a ottenere un rinvio della ratifica. Tornando a Conte, ci sono almeno tre motivi per cui ha perso le staffe. Il primo, forse il meno importante, riguarda il defenestramento di Carboni. Eppure già due sere fa, quando a Palazzo Chigi si è svolta quella che avrebbe dovuto essere la riunione tecnica finale sulle nomine, mentre si dava quasi per certa Maggioni, su cui Conte aveva posto il veto, già si ventilava che Carboni non avrebbe avuto una ricollocazione, per un semplice motivo: una parte del M5S lo aveva mollato, e precisamente quella che fa capo a Luigi Di Maio che di Carboni era stato mentore. Il sospetto che Di Maio abbia giocato una sua partita ha fatto infuriare Conte. Che ha imposto un diktat la cui tenuta andrà verificata nei fatti. Il secondo motivo della furia contiana ha un nome e un cognome: Matteo Renzi, che infatti se la ride. A turbare Conte sarebbero la nomina di Maggioni, ma anche quella di Orfeo agli Approfondimenti (si dice che lui sia furioso perché la direzione di genere coordinerebbe solo le trasmissioni politiche, tutte di «prime donne»). I due, che sono stati rispettivamente presidente e dg della Rai quando premier era Gentiloni (non per niente a dirigere le nomine a Palazzo Chigi è stato l'ex gentiloniano Antonio Funiciello), hanno sempre mantenuto ottimi rapporti con Renzi, come ha fatto notare un quotidiano, pubblicando di recente alcune loro intercettazioni dell'inchiesta Open. La terza ragione del furore di Conte emerge dalle parole pronunciate ieri quando ha chiesto «che ruolo abbia giocato il governo in tutto questo». Il ruolo è stato importante: le nomine sono state decise a tavolino e poi sottoposte col solito metodo ai partiti. Il sospetto dell'ex premier è che il governo abbia largheggiato soprattutto a destra e lo abbia fatto in vista della battaglia del Quirinale. In effetti il centrodestra al governo è soddisfatto e lo è persino FdI che ieri, subito dopo la sfuriata di Conte, ha fatto sapere che non farà barricate. Tace il Pd, ma ribolle, visto che non ha certo fatto il pieno: forse ha ragione il segretario Enrico Letta quando dice che, alla fine, essendo il più leale degli alleati di governo, il Pd arriva per ultimo. O quasi».

QUIRINALE 1. LA MOSSA DELLA MELONI

Il Foglio stamattina la definisce una “coppia di fatto”. Enrico Letta e Giorgia Meloni hanno presentato ieri insieme il libro di Vespa. Convergendo più di quanto si potesse immaginare. Soprattutto la leader di Fratelli d’Italia sembra aver liquidato la candidatura di Berlusconi e ha anche annunciato di disertare l’incontro coi sovranisti europei, cui parteciperà invece Salvini. La cronaca di Wanda Marra sul Fatto.

«"Giorgia" arriva in ritardo, trafelata, come al solito. Letta junior, invece, entra con qualche minuto di anticipo al Tempio di Adriano, in piazza di Pietra, si intrattiene con gli ospiti di uno dei salotti mediatici più "in" della politica italiana, la presentazione del libro di Bruno Vespa Perché Mussolini rovinò l'Italia è il titolo. Sottotitolo, tra parentesi: E come Draghi la sta risanando. "Dopo 23 anni di carriera politica sono stato ammesso a presentare il mitico libro di Vespa. Evidentemente ero un peone, una seconda fila, oggi entro nella serie A", esordisce. In effetti, con l'occasione si è rimesso un vestito grigio, mentre in genere in questi mesi ha scelto un abbigliamento molto più casual. Non potrebbero essere più diversi la leader di Fratelli d'Italia e il segretario del Pd. Eppure, qualche convergenza ce l'hanno. O quanto meno la devono trovare. L'attenzione si accende quando Meloni butta lì una frase, che ha l'aria di essere casuale ma è esplosiva: "Il centrodestra ha le carte in regole per dire la sua. Ciò non vuol dire eleggere un Presidente amico mio, ma un amico della Costituzione. Sono legata a Berlusconi, ma la sua elezione non è facilissima con questi numeri. Poi ha risposto per primo all'appello di Letta per trattare. Un gesto che io ho interpretato come un passo indietro". Traduzione: la corsa del Caimano al Colle è finita e l'ha fermata la leader di Fratelli d'Italia. Che punta con questa mossa a mettersi alla testa del centrodestra, a marcare la sua centralità. Questo passo indietro di Berlusconi lo vede solo lei. Nel senso che in Forza Italia chi ha lavorato alla sua candidatura - per convinzione, o comunque per gettarla nel mucchio come atto di disturbo - continua a lavorarci. L'uscita di Meloni è "incomprensibile" dicono dai vertici di Forza Italia. Il partito si affrettano a sottolineare fonti azzurre, si è detto "disponibile" a discutere con tutti i leader della maggioranza che sostiene il governo "solo" della legge di Bilancio. Se è per la Lega la strategia sul Colle con Meloni non l'ha concordata. Nell'altro campo, la posizione della leader di Fdi è un'occasione. "Il presidente della Repubblica sempre, ma in questo caso e in questa situazione storica ancora di più con la pandemia e il Pnrr, deve essere eletto con la più larga convergenza possibile" senza andare a un'elezione "voto su voto", chiarisce Letta. E si lascia sfuggire una sorta di lapsus. Il governo può andare avanti, con la maggioranza attuale e un altro premier, se Draghi fosse eletto presidente della Repubblica? "Ne parleremo quando si porrà il problema", risponde. Dice solo "quando", non "se". E se Meloni ha sempre detto che Draghi al Quirinale era un'opzione, soprattutto per andare al voto, il centrosinistra un candidato non ce l'ha. E Letta ha bisogno della sponda di tutti per marginalizzare Matteo Renzi nella battaglia quirinalizia. E se il tavolo da lui proposto sulla manovra fallisce definitivamente, Meloni si sfila dal gruppo sovranista proposto da Marine Le Pen. E sceglie di non partecipare al vertice di Varsavia in programma il 3 e 4 dicembre, promosso dal polacco Kaczynski, dove saranno non solo Salvini, ma pure Orban e la Le Pen. Letta e Meloni convergono pure sulla legge elettorale. Il primo ammette che "è difficile che questo Parlamento riesca a fare qualcosa", anche se "la legge attuale non mi piace: penso alle liste bloccate e i parlamentari ormai staccati dal territori". La seconda coglie la palla al balzo: "Se non ci sta il Pd, il proporzionale non si fa". Quindi rilancia il presidenzialismo e una Assemblea costituente da eleggere insieme alle prossime camere. La proposta di Conte, tanto per stare alla scomposizione e alla ricomposizione del quadro politico. Sul Covid, le posizioni divergono. Mentre Meloni va all'attacco della strategia del governo, tutta centrata sui vaccini, Letta si attesta sul rigore più rigorista possibile. Ma realtà è una cosa, i giochi politici sono al centro dei pensieri. I due si rivedranno a breve. Alla presentazione di un altro libro. C'è una tela da tessere».

Augusto Minzolini ha perso la pazienza per le parole di Giorgia Meloni. Ingrata, politicista, legata al passato dell’Msi… ecco il commento in prima pagina del Giornale.

«La gratitudine non è certo una categoria della politica. Gianfranco Fini, che Silvio Berlusconi tirò fuori dall'emarginazione (un tempo si diceva in maniera diversa), fu adescato, con il miraggio di Palazzo Chigi, da Giorgio Napolitano per mandare a casa l'ultimo governo del Cav. La trasparenza, invece, è una qualità della politica. Eccome. Nel rapporto con gli altri partiti e, ancor di più, con gli alleati. Ebbene, affermare, come ieri Giorgia Meloni, che Berlusconi ha fatto un passo indietro rispetto al Quirinale solo perché, per responsabilità, ha accettato l'idea di Enrico Letta di mettere in piedi un tavolo della maggioranza che sostiene il governo, è senza senso. C'entra come i cavoli a merenda. Oppure, peggio, è un espediente per dire di «no» alla candidatura del Cavaliere senza assumersene la responsabilità. Ora per la leader di Fratelli d'Italia si pone un problema di chiarezza. L'addio ai sovranisti e alla destra di Le Pen e, contemporaneamente, questa strana posizione sul Quirinale in un dibattito con il segretario del Pd hanno tutta l'aria di essere un tentativo di legittimazione, magari in un disegno neppure tanto coperto, per sostituire Forza Italia. Un'operazione politicista che in altre occasioni ha portato altri protagonisti a scambiare i miraggi per la realtà. E la realtà è che, appena un mese fa, il Pd di Letta, insieme a tutta la sinistra, alla vigilia delle elezioni amministrative, ha scatenato contro il partito della Meloni, prendendo a pretesto il caso di Carlo Fidanza, tutto l'armamentario di un tempo, a cominciare dal pericolo della destra fascista, razzista, gli ha rinfacciato di non aver fatto pulizia dentro il partito e di non aver messo in soffitta la Fiamma del Msi. Insomma, chi più ne ha più ne metta. Questi sono gli interlocutori che la Meloni si è scelta per legittimarsi. Ecco perché la leader di Fratelli d'Italia deve dire una parola chiara sul Quirinale agli alleati e, soprattutto, se ha intenzione di giocare la partita insieme a tutto il centrodestra. Anche perché se così non fosse, se di fronte ad un appuntamento così decisivo il centrodestra si presentasse diviso, magari perché qualcuno coltiva il progetto di portare Draghi al Colle per avere le elezioni anticipate a giugno, allora tanto vale, lo abbiamo scritto ieri, archiviare da subito questa esperienza, con tutte le conseguenze. Ora è probabile che ci sia stato un fraintendimento, ma è anche vero che, facendo della competizione interna il proprio Vangelo, inseguendo sogni di gloria, magari prematuri, e inventandosi candidature improbabili, il centrodestra ha gettato alle ortiche la possibilità di competere per il governo di città come Roma e Milano. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico».

QUIRINALE 2. LE PENSIONI DEI PEONES

La rivelazione del Corriere della Sera sulla pensione comunque garantita a deputati e senatori ha suscitato critiche e arrabbiature. Libero, che dedica il titolo principale alla vicenda (Pensioni ai politici. La casta ci riprova), pubblica un commento di Pietro Senaldi. A questo punto, dice, meglio accontentare i parlamentari purché se ne vadano subito a casa.

«Decisiva sarà la sentenza; per la sorte degli onorevoli di prima nomina e per quella, molto meno importante e considerata in Parlamento, del Paese stesso. La questione è quella della pensione ai deputati, ai quali molti sostengono sia appesa la sorte del governo e finanche la battaglia per il Quirinale. La legge dice che fino a settembre del 2022, quando la legislatura finirà i quattro anni e sei mesi previsti, gli eletti non matureranno il diritto alla pensione. Questo è un impedimento all'elezione di Draghi a capo dello Stato, perché la premiership vacante potrebbe voler dire urne anticipate, visto che è improbabile che l'attuale scombicchierata maggioranza possa accordarsi su un altro presidente del Consiglio. Ma ecco che un verdetto del Consiglio di Garanzia di Palazzo Madama arriva a semplificare il quadro, sancendo il diritto al riscatto e all'assegno a prescindere dalla durata effettiva del mandato. È giallo, perché il Consiglio di Giurisdizione di Montecitorio stabilisce l'opposto, ma nessuno scommetterebbe un centesimo che alla fine a prevalere sarà la soluzione più sfavorevole alla cosiddetta casta. La quale, nel frattempo, è impegnata a dimenarsi e far finta di litigare, manovra di distrazione di massa. Le pensioni sono il simbolo dell'Italia, il concentrato di tutte le sue assurdità. Nessuno sa, quando potrà ritirarsi. Capita che persone della stessa età e con la stessa professione vadano in pensione a un lustro di distanza per un paio di mesi di lavoro o di età in più o in meno. Per anni, quelli grassi, siamo stati l'unico Paese al mondo che mandava la gente in pensione con il sistema retributivo, che calcolava gli assegni sugli ultimi, ricchi, stipendi anziché sui contributi versati. Per anni abbiamo anche consentito alle persone di ritirarsi dopo quindici anni di lavoro. Poi abbiamo fatto una serie di mezze riforme, nessuna risolutiva, tant' è che dopo due o tre anni già si parlava di rimetterci mano. Tutte sono state votate a salvare i diritti quesiti, quelli di chi aveva gli assegni più ricchi e disancorati dai soldi versati, a discapito delle nuove generazioni. Nel mentre, lady Fornero ha fatto quadrare i conti lasciando senza assegno per un annetto e passa oltre 300mila esodati e aumentando da 15 a 20 gli anni di versamento per aver diritto all'emolumento, con tanti saluti a chi si era ritirato contando sulla legge. Il governo gialloverde, con la famosa quota 100, promessa elettorale di Salvini, ha regalato a un paio di annate fortunate l'occasione di tagliare la corda anzitempo ma ora Draghi ha dichiarato finita la festa: aumentano gli anni da lavorare e con essi i contributi; in compenso diminuirà l'assegno e viva l'Italia. Ma c'è chi dice no: la ridotta del Senato. Mentre Draghi rivede in peggio i bonus sull'edilizia, infierisce sulla previdenza, progetta nuove tasse sulla casa e la quarta ondata di Covid è alle porte, nel mondo a parte del Parlamento si discute solo delle onorevoli pensioni: dai che ce la facciamo anche stavolta a sfangarla anche se andiamo via anzitempo. E sia, paghiamoli, paghiamoli caro, purché se ne vadano. La politica è in crisi, ma un Parlamento peggiore di quello attuale, con un 34% di scappati di casa, dalle prossime elezioni, comunque vada, non potrà venire fuori».

Anche Stefano Folli su Repubblica, con altri toni, in sostanza sostiene che a questo punto le elezioni anticipate siano diventate, se non auspicabili, possibili. E condivide la stizza per la decisione sulle pensioni, citazione della “casta” compresa.

«Non è strano che si torni a parlare di elezioni anticipate già nella primavera del 2022. Il solo fatto che l'ipotesi venga smentita con argomenti non proprio irresistibili (“non possiamo votare perché siamo in piena pandemia” ha detto il ministro Di Maio) vuol dire che il tema esiste. E si capisce perché. La legislatura dà l'impressione di essere in affanno al di là della questione del Quirinale, ossia la grande battaglia che rischia di lasciare sul campo morti e feriti. Mai come in questo autunno i partiti sono sembrati sfibrati e impotenti, il che rappresenta la forza ma forse anche il limite di Draghi. Di certo il percorso del presidente del Consiglio non è in discesa e lo obbliga a mediazioni in cui il prestigio dell'uomo deve essere speso quasi ogni giorno per ottenere, non diciamo un risultato, ma almeno la speranza che tale risultato sarà raggiunto nel prossimo futuro. Lo si è visto al tavolo coi sindacati, convocato per impostare la riforma delle pensioni. Lo si intuisce dagli altri problemi in agenda, a cominciare dal fisco che si vorrebbe più leggero per dare sostegno alla ripresa. E sullo sfondo ci sono sempre i fondi europei del Pnrr, per i quali servono procedure e strumenti speciali, così da trasformarli in investimenti produttivi ed evitare che finiscano nel calderone delle spese clientelari. È chiaro a tutti che il governo di semi-unità nazionale regge grazie a Draghi, in primo luogo, e poi in virtù delle convenienze politiche di quelle forze che non hanno ancora deciso come muoversi. In fondo, Covid a parte, è l'aspettativa del Quirinale che tiene fermo il quadro. Dopo l'elezione del capo dello Stato, chiunque sarà, ci si potrebbe accorgere che la legislatura è ormai consumata come una candela. Saremo entrati infatti nell'anno pre-elettorale (la scadenza regolare del Parlamento è nella primavera '23) e servirà una guida molto autorevole e determinata per dare una rotta al governo impedendo il gioco dei veti incrociati. Lo stesso utilizzo dei miliardi dell'Unione, se non equilibrato attraverso una mano forte, può diventare un'arma elettorale di una parte contro l'altra. In sostanza, è vero che l'attuale, anomala coalizione potrebbe non sopravvivere al passaggio di gennaio: specie se l'elezione del presidente a Camere riunite, anziché essere regolata da un accordo figlio del buonsenso, fosse delegata a una sorta di duello rusticano in cui nessuno dei contendenti si presenta più forte dell'altro. Peraltro anche l'altro argomento usato per allontanare lo spauracchio del voto anticipato dà l'idea di quanto la legislatura nata nel 2018 abbia esaurito il suo slancio politico. Si dice con qualche fondamento che deputati e senatori siano soprattutto interessati a maturare il diritto alla pensione (avverrà nel settembre del prossimo anno) e che fino ad allora accetteranno qualsiasi compromesso pur di evitare lo scioglimento. Eppure un'inchiesta del Corriere della Sera dimostrerebbe che le cose non stanno così: ogni parlamentare (compresi quelli nemici della “casta”...) avrebbe la possibilità di ottenere il vitalizio attraverso una sanatoria interna senza oneri per le casse dello Stato. Al presidente della Repubblica che sarà eletto tra poco più di due mesi spetterà quindi la responsabilità di verificare quali sono i margini per un governo efficiente di fronte a un Parlamento esausto, specchio di un'Italia assai cambiata in meno di quattro anni».

QUIRINALE 3. I PARTITI NON SANNO COME FARE

I giornali amano andare a sentire, in queste settimane, i pareri dei politici più esperti. Oggi Concetto Vecchio intervista per Repubblica Guido Bodrato, che ha vissuto tutti i passaggi chiave dell’ultima fase della cosiddetta prima Repubblica.

Guido Bodrato, 88 anni, ex direttore del Popolo, tre volte ministro, deputato della Dc dal 1968 al 1994, cosa la colpisce della discussione in corso sul nuovo Presidente della Repubblica?

“Prevale nei più una preferenza per la conferma dell'attuale assetto: Draghi premier e Mattarella presidente della Repubblica. Ma con quale maggioranza, mi chiedo? Non c'è. E così questo auspicio è solo un modo per evitare il problema, perché, nel concreto, non sanno come fare. Ma tenere ai loro posti Draghi e Mattarella, congelando uno stato di necessità, non è una scelta politica”.

Non si scorge ancora una maggioranza che possa eleggere il prossimo Capo dello Stato?

“Esattamente. Una maggioranza va costruita. Stiamo parlando di un'elezione complessa, che poi comporta una verifica per il governo, l'attuale premier sarà costretto a dimettersi e quindi le ricadute sono tante”.

Il Parlamento è in ritardo?

“Si rischia di andare al voto senza punti di riferimento. E' stato sprecato del tempo prezioso. Non si è sciolto neppure il nodo del sistema elettorale. Mi chiedo cosa abbiano fatto in questi mesi. La politica è scelta”.

A quante elezioni ha partecipato?

“Tre: Leone, Pertini, Cossiga. Quando è stato eletto Scalfaro gli sono subentrato in Parlamento”.

Come si preparavano allora?

“Quando si arrivava a ridosso non si sapeva chi avrebbe vinto, ma si sapeva chi correva. I nomi non uscivano all'ultimo momento. I candidati erano il frutto di precise opzioni politiche”.

La Dc non era un partito monolitico.

“Affatto. C'erano molti contrasti. Ma c'era la consapevolezza delle proprie responsabilità. Ricordo l'assemblea dei gruppi parlamentari alla vigilia dell'elezione del 1971. Il partito era diviso tra Giovanni Leone e Aldo Moro. Alcuni che erano incerti chiesero di sentire la posizione politica di Moro, che non era in sala. Giovanni Galloni allora andò da lui e lo pregò di intervenire. Moro declinò: “Cosa potrei aggiungere? Sanno come la penso”. Si votò e per dieci voti passò Leone”.

Insomma, teme che si vada verso un'elezione non ponderata?

“Sì, di risulta. Ma il voto non può non essere politico. E deve collocare il Presidente della Repubblica al di sopra delle parti”.

Cosa voleva dire Mattarella con quella frase su Leone?

“Che la Costituzione prevale sui contrasti politici contingenti. Il Capo dello Stato non è un jolly da giocare a scopa tra i partiti”.

Come se l'è cavata Mattarella?

“Quando fu eletto dissi che era un Einaudi siciliano con la tenacia di un Pertini. Confermo il mio giudizio. Non è mai stato un uomo che si presta allo spettacolo, sa che un grande politico dev'essere soprattutto un educatore”.

Sarà nel totonomi fino alla fine?

“No, penso che hanno capito che il suo è un no definitivo. Del resto è inaccettabile l'idea di un Presidente a termine. La crisi politica non può trasformarsi in una crisi istituzionale”.

C'è il precedente di Napolitano.

“Non ha risolto i problemi, mi pare. La crisi è continuata”.

Come finirà?

“Non lo so. Ha ragione Rino Formica: serve un giovane, fuori dai risentimenti, una candidatura che non viene dalla Prima Repubblica. Un nome nuovo, che si faccia però carico della Costituzione senza stracciarla”.

Cosa deve fare Draghi?

“Dipende da lui. Se si va verso un Capo dello Stato con cui è in sintonia allora è meglio che resti premier; se va al Colle poi dovrà scegliere una persona che possa continuare il suo lavoro come capo del governo”. 

BRUXELLES: OK ALLA MANOVRA ITALIANA

Bruxelles dà via libera alla manovra di bilancio inviata dal nostro governo alla Ue. In arrivo altri 20 miliardi del Recovery: si potrà accedere alla seconda tranche di fondi. Per Repubblica Claudio Tito:

«La Commissione Ue è pronta a dare il via libera alla manovra e anche alla seconda tranche del Recovery. Circa venti miliardi che dovrebbero entrare nelle casse dello Stato nei primi due mesi del 2022. I contatti tra Roma e la Commissione in queste settimane sono stati intensi. Il governo italiano aveva approvato e inviato alla Commissione il 20 ottobre scorso il Documento Programmatico di Bilancio. Di fatto la sintesi della manovra economica per il prossimo anno. Il progetto dell'esecutivo è stato sostanzialmente approvato e il prossimo 25 novembre saranno comunicati i pareri formali. Ma l'esecutivo comunitario ha già fatto sapere ufficiosamente (anche perché la procedura - stabilita dai cosiddetti "Two Pack", le regole sulla sorveglianza dei conti pubblici - prevede una sorta di meccanismo del silenzio- assenso) di non considerare la necessità di rilievi fondamentali al testo messo a punto dal Consiglio dei Ministri ormai quattro settimane fa. Non si tratta, però, di una promozione burocratica. Nel 2018, ad esempio, durante il primo governo Conte la Commissione bocciò integralmente il Documento e l'esecutivo italiano in quel caso fu costretto a recepire tutte le correzioni di Palazzo Berlaymont, riscriverlo e quindi rispedirlo per un nuovo esame. Stavolta l'esame è stato piuttosto rapido. Sebbene l'Italia sia stata l'ultimo dei Paesi membri a presentarlo con cinque giorni di ritardo rispetto alla data-limite del 15 ottobre. E si tratta di una promozione per la politica economica italiana. È evidente come la fiducia espressa dai palazzi europei nei confronti del gabinetto Draghi si colga anche in queste circostanze. Nello stesso tempo, c'è un altro passaggio delicato che si sta consumando in questi giorni. E riguarda la seconda tranche del Recovery Fund. Il "Desk Italia" ha iniziato a fare di conto. Verificando se tutti gli impegni assunti dall'Italia siano stati realizzati o siano in fase di approvazione. Anche in questo caso la Commissione ha acceso ufficiosamente il suo disco verde. E quindi a fine dicembre Palazzo Chigi e il ministero dell'Economia potranno trasmettere la richiesta per la nuova rata di finanziamenti. Dopo i 24 miliardi ricevuti ad agosto scorso, nelle casse dello Stato dovrebbero dunque arrivare una ventina di miliardi a metà febbraio. Nel caso della road map del Pnrr, però, qualche difficoltà nei giorni scorsi era emersa. In particolare nelle comunicazioni - che hanno normalmente un ritmo quasi settimanale - intercorse tra Roma e Bruxelles nel mese di ottobre. La prima riguardava la giustizia, in particolare la riforma del processo fallimentare. Si era verificata una incomprensione sulla normativa relativa alle crisi di impresa. La Commissione si aspettava un tribunale ad hoc, distinto dal fallimentare. Incomprensione poi chiarita. L'altra difficoltà si concentrava sui tempi della legge delega sulle disabilità: da approvare entro dicembre e non solo da presentare entro la fine dell'anno. Anche su questo, però, Bruxelles ha accolto le rassicurazione di Roma. Aggiungendo che in ogni caso, il ritardo di uno o due degli oltre cinquanta obiettivi presenti nella road map di questo semestre non bloccheranno la seconda tranche. Il pacchetto di riforme, insomma, per il momento soddisfa Bruxelles. Semmai l'attenzione salirà ulteriormente nel 2022. Per la Commissione l'Italia rappresenta un partner da seguire non tanto perché non sta rispettando i patti presi con il NextGenerationEu, ma per la quantità di prestiti compresi nel Piano. Il nostro Paese è quello che, anche in termini percentuale, ha chiesto più prestiti di tutti. Nel rapporto tra Loans (prestiti) e Grants (sussidi a fondo perduto), c'è una presenza alta dei primi. Basti pensare che già solo nei 24 miliardi del prefinanziamento di agosto scorso, 16 sono dei prestiti. Una situazione che costituisce una sfida per il nostro Paese ma anche per l'Unione Europea. Che da qui al 2026, quando si chiuderà l'operazione Recovery, non potrà rinunciare a vigilare e a chiedere garanzie. Perché un insuccesso italiano sarà un insuccesso europeo».

NIENTE BIDEN NEL DOCUMENTO DEI VESCOVI USA

Alla fine il documento prodotto dai Vescovi Usa sui politici cattolici, i loro comportamenti e la comunione non cita il Presidente Joe Biden. Ha prevalso la prudenza, anche se il richiamo ai politici cattolici perché tengano comportamenti coerenti è forte. Elena Molinari per Avvenire:

«Dopo mesi di discussione e due giorni di acceso dibattito, i vescovi americani hanno approvato ieri un atteso documento sulla coerenza eucaristica. Il testo era stato proposto dopo le elezioni 2020 da alcuni presuli Usa che vedevano la necessità di prendere una posizione chiara rispetto a un «presidente cattolico che si oppone agli insegnamenti della Chiesa». Il riferimento era all'accettazione della legalità dell'aborto da parte di Joe Biden, il secondo capo della Casa Bianca cattolico nella storia. Ma il testo che è passato con 222 sì, otto no e tre astensioni non contiene riferimenti espliciti ad alcun politico, né esamina l'opportunità di negare la comunione a personaggi pubblici che difendono posizioni non in linea con l'insegnamento morale della Chiesa. Il documento sostiene però che i cattolici che rivestono ruoli di autorità «hanno una responsabilità speciale» nel seguire la legge della Chiesa. E sottolinea che coloro che ricevono la comunione pur avendo ripudiato nella loro vita pubblica gli insegnamenti della Chiesa «creano scandalo e indeboliscono la determinazione degli altri cattolici di essere fedeli alle esigenze del Vangelo». In definitiva, durante la prima assemblea plenaria in persona in due anni, la Conferenza episcopale americana ha accolto gli inviti del Vaticano ad evitare condanne che potessero «diventare una fonte di discordia», come il cardinale Luis Ladaria, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva ammonito in una lettera i vescovi Usa. Prevalso anche il timore, espresso da alcuni vescovi come Robert McElroy di San Diego, che l'Eucaristia possa essere usata come «un'arma in battaglie politiche». La terza giornata di lavori della plenaria a Baltimora, aperti alla stampa, ha però rivelato che opinioni diverse sul tema permangono all'interno della Conferenza. Il testo, infatti, affida ai singoli vescovi il «compito speciale di porre rimedio a situazioni che comportano azioni pubbliche in contrasto con la comunione visibile della Chiesa e la legge morale». E se alcuni vescovi hanno interpretato il passaggio come un invito al dialogo, altri vi hanno visto una possibile apertura a negare l'eucaristia ai politici cattolici che ammettono l'aborto. L'arcivescovo Joseph Naumann di Kansas City, ad esempio, ha evidenziato la responsabilità dei vertici ecclesiastici di parlare con i cattolici che agiscono in modo contrario agli insegnamenti morali della Chiesa, senza «aver paura di dire quanto è grave non difendere questi insegnamenti nella sfera pubblica». Il comitato dottrinale che ha steso le 30 pagine sul «Mistero dell'Eucaristia nella vita della Chiesa», inoltre, ha accettato all'ultimo momento la richiesta dell'arcivescovo di San Francisco Salvatore Cordileone di includere la responsabilità delle persone in posizione di autorità di promuovere la vita dei non nati. «Non riconoscere la categoria di esseri umani vittima della più grande distruzione della vita umana nel nostro tempo sarebbe un'evidente omissione che, per alcuni di noi, trasformerebbe questo documento in un problema piuttosto che in un aiuto», ha detto l'arcivescovo. I presuli sono stati però unanimi nell'evidenziare che il documento va ben oltre la questione dei politici cattolici e mette soprattutto in evidenza il ruolo del sacramento nella vita della Chiesa. Le 30 pagine pongono infatti una rinnovata enfasi sulla catechesi sul significato dell'Eucaristia, in risposta a un calo, negli Usa, della fede nella presenza reale del corpo e del sangue di Gesù Cristo nella comunione. Come ha spiegato l'arcivescovo di Denver Samuel Aquila è importante «portare una maggiore consapevolezza tra i fedeli di come l'Eucaristia può trasformare le nostre vite». I vescovi hanno infatti lanciato ieri da Baltimora una campagna triennale di «risveglio eucaristico», che prevede lo sviluppo di nuovi materiali didattici, la formazione di leader diocesani e parrocchiali, un nuovo sito web e l'invio di un'équipe di 50 sacerdoti nei 50 Stati per predicare l'Eucaristia. La campagna culminerà con un Congresso eucaristico nazionale nel giugno 2024 a Indianapolis».

SUDAN, MASSACRO DEGLI ANTI GOLPE

Sudan, spari sulla protesta anti-golpe: 10 uccisi. Continuano le manifestazioni contro il colpo di Stato, insieme alla repressione. Michele Giorgio sul Manifesto.

«La legittimità viene dalla strada, non dai cannoni». Issando cartelli con questa e altre scritte, i sudanesi ieri hanno confermato, una volta di più, che non si rassegnano al golpe del 25 ottobre. E sono tornati nelle strade di Khartoum, Port Sudan, Omdurman, Kassala, Dongola, Wad Madani, Bahri, Geneina e di altre città e località a manifestare contro la dittatura militare che il generale Abdel Fattah al Burhan, passo dopo passo, sta instaurando. La protesta prosegue e così la risposta brutale di soldati e poliziotti che ieri aprendo il fuoco sulla folla hanno bagnato di sangue la capitale e altre città. Dieci manifestanti sono stati uccisi: sette a Bahri, due a Khartoum, uno a Omdurman. «Le forze del colpo di Stato stanno usando copiosamente proiettili veri in varie aree della capitale, hanno ucciso diverse persone e ferito altre dozzine, alcune sono in condizioni critiche», ha denunciato la Commissione centrale dei medici sudanesi. «Abbiamo visto violenze mai praticate prima - ha aggiunto la Commissione, schierata con la transizione democratica iniziata nel 2019 e con il governo del premier deposto Abdallah Hamdok - Le forze di sicurezza hanno attaccato gli ospedali, tra cui quello di Omdurman, il Waad e l'ospedale del Nilo orientale e hanno anche impedito alle ambulanze di trasportare alcuni dei feriti più gravi da Omdurman a Khartoum». La Polizia nega che sia stato aperto il fuoco con proiettili veri, sostiene di aver lanciato solo lacrimogeni e che «le proteste sono iniziate in modo pacifico e improvvisamente sono diventate violente» costringendo gli agenti a impiegare «la forza minima necessaria per fermarle». I Comitati di resistenza popolare rigettano questa versione e chiedono giustizia per gli oltre 20 morti nelle proteste contro il golpe. Il quadro è in rapido peggioramento e il Paese continua a essere isolato. Oltre a internet sono state tagliate le linee di telefonia mobile per ostacolare l'organizzazione delle manifestazioni. Preoccupa il fallimento degli sforzi di mediazione per rilanciare almeno la partnership tra militari e civili che ha guidato il Sudan dopo la caduta nel 2019 di Omar al Bashir. Il generale Al Burhan, che il 14 novembre ha presieduto la prima seduta nel nuovo Consiglio sovrano senza i civili, si affida proprio alla collaborazione con esponenti dell'era Bashir per cementare il suo potere, forte anche delle posizioni inizialmente di condanna del golpe e poi più moderate espresse dagli Stati uniti e da altri Paesi, occidentali e arabi. Ne sono un esempio le parole di ieri del segretario di Stato Usa Antony Blinken in visita nel vicino Kenya. «Se i militari rimetteranno in sesto questo treno e faranno ciò che è necessario, penso che il sostegno della comunità internazionale possa riprendere. Quel sostegno è stato in gran parte sospeso. E il Sudan ne ha bisogno», ha detto il capo della diplomazia statunitense. Washington fa capire che potrebbe accontentarsi di una parvenza di «transizione democratica» gestita dall'esercito, pur di evitare che il golpe del 25 ottobre spinga Al Burhan e il suo braccio destro, il generale Mohamed Hamdan Dagalo, ad abbandonare il campo pro-Usa per affidarsi a russi e cinesi. Dormono tranquilli invece a Tel Aviv, l'Accordo di Abramo e la normalizzazione tra Israele e il Sudan non sono a rischio. Al Burhan e Degalo sostengono l'alleanza con lo Stato ebraico. Burhan si è sbarazzato delle Forze per la libertà e il cambiamento, l'alleanza che aveva condiviso il potere con i militari. E ha accolto a braccia aperte El Hadi Idris, Malik Agar e Taher Hajar, i rappresentanti di alcuni ex gruppi ribelli che hanno deciso di scommettere sull'alleanza con i militari. Osservano gli sviluppi altre due formazioni ex ribelli, il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) e il Movimento per la liberazione del Sudan».

VENDITTI RACCONTA CAMISASCA

La Verità pubblica stamattina un’anticipazione da un libro collettivo, titolo “Dilexit ecclesiam”, che è un regalo per i suoi 75 anni al Vescovo di Reggio Emilia, e fondatore della Fraternità sacerdotale San Carlo, Massimo Camisasca. Il giornale di Belpietro pubblica il contributo del cantautore romano Antonello Venditti.

 «Ho conosciuto don Massimo nei primi anni '80. [...] Aveva chiesto di incontrarmi probabilmente perché aveva visto in me una capacità particolare di incontrare persone che vivevano dei disagi, a scuola, negli ospedali, nelle carceri. Dove c'era il disagio io ero presente, forse perché io stesso avevo vissuto un'infanzia disagiata, non economicamente, ma a causa del rapporto con i miei genitori. La mia famiglia era oppressiva. Ero attraversato da una profonda solitudine. A 15 anni pesavo quasi un quintale ed ero «bullizzato» dai miei coetanei. La musica divenne la strada della mia espressione. Attraverso il pianoforte e le mie canzoni tutto il disagio che stavo vivendo mi aprì le porte della conoscenza e dell'espressione del mistero che si nasconde nel cuore degli uomini. Da questo punto di vista, tutte le mie canzoni sono autobiografiche. Esse sono anche una forma di preghiera. Credo che don Massimo si accorse di tutto questo, delle mie problematiche e della mia capacità di attraversarle trasformandole in musica. Aveva tentato di organizzare un mio concerto davanti a Giovanni Paolo II, che poi non si fece. Mi portava spesso a cena da famiglie per me sconosciute dove si discuteva delle sfide che stavano affrontando con i loro figli speciali o con altri aspetti della vita familiare. Senza che io me ne accorgessi e con grande semplicità, don Massimo mi fece entrare in un mondo nuovo, sconosciuto, ma che era già in qualche modo presente dentro di me. Io e lui abbiamo tanti piccoli segreti. Ricordo vagamente di una volta in cui non volevo uscire sul palco per un concerto all'Olimpico se prima non avessi parlato con lui. Così, mentre lo stadio era già pieno e attendeva trepidante l'inizio del concerto, hanno dovuto telefonare a don Massimo per pregarlo di precipitarsi da me. Il nostro rapporto è molto misterioso, difficile da descrivere a parole. Siamo complementari: l'uno cerca l'altro per confortarsi nella grandezza. All'inizio mi era stato presentato come un'«eminenza grigia» di Comunione e Liberazione, per cui la mia aspettativa nell'incontrarlo era tutt' altro che positiva. [....] Quando lo incontrai vidi invece il bianco, una grande luce. Trovai una persona con una profonda intelligenza, una grande cultura e una non comune sensibilità. La luce che mi ha attraversato fin dal nostro primo incontro è stata l'inizio di un'amicizia che non e più finita. [...] Quando fondò la Fraternità San Carlo Borromeo, spesso mi faceva incontrare i suoi seminaristi e i suoi preti. Mi sembrava di essere per lui come una cartina di tornasole per testare l'animo dei suoi «discepoli». [...] Quando andavo a trovarlo nella casa madre della Fraternità, sapevo di essere completamente nelle mani di Dio e accettavo perfino di andare a Messa come se fosse la cosa più naturale del mondo. In uno di questi incontri alla sede della Fraternità, durante una cena, mi si è aperto un mondo: don Massimo mi aveva fatto incontrare dei ragazzi che sarebbero stati ordinati preti il giorno successivo e sarebbero partiti in missione, ognuno in un luogo diverso e ognuno con la propria «squadra». Ricordo che quella sera si mangiava, si beveva, si godeva delle cose più ordinarie della vita. Tutto era vissuto con grande gioia. Eppure la loro vita stava per cambiare totalmente. Lo straordinario sembrava normale... Non mi stupisce, anzi mi riempie di orgoglio, che le parole di una mia canzone - «In questo mondo di ladri, c'è ancora un gruppo di amici che non si arrendono mai...» - siano state avvertite come scritte apposta per loro. [...] Un altro bel ricordo legato a don Massimo e l'amore che mi trasmise per l'Atalanta. Lui aveva un rapporto speciale con Bergamo e non era ancora diventato cappellano del Milan. Ha avuto la capacità di farmi amare una città e una squadra diverse dalla Roma! Forse è anche per questo che, quando penso a tutte le vittime che la pandemia ha mietuto a Bergamo, mi si apre il cuore. Don Massimo ha conosciuto un mare di gente, persone appartenenti ai mondi più disparati. Gli facevo spesso domande assurde: sulla genetica, sulla cremazione, sul trapianto degli organi in relazione alla resurrezione della carne. Domande apparentemente stupide, ma che lui prendeva sempre con molta serietà e che aprivano interessanti dibattiti. Lo «usavo» per chiarire tanti dubbi che avevo nel cuore, come un «sacerdote di campagna»: e lui aveva una personalità così grande che sapeva accogliere anche domande piccole come le mie e soprattutto sapeva come rispondere in modo semplice e ad ogni tipo di persona. Sono convinto persone dalla statura così grande abbiano bisogno di stare in mezzo alla gente, di tornare a un sacerdozio «sul campo». [...] Il mio augurio, al termine di queste brevi righe, è di poterlo presto rivedere. Spero che l'occasione di questo libro apra la strada a nuovi incontri e momenti importanti da vivere assieme».

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