Il giorno degli emendamenti

I 5 Stelle ne presentano quasi mille contro la riforma della giustizia. La Lega, quasi 700, contro il Ddl Zan. Intanto domani decreto sul Green Pass. Scontro Confindustria- sindacati. Macron spiato

Stretta finale sulle nuove regole per il Green Pass. C’è stato un primo via libera delle Regioni, oggi la cabina di regia dovrebbe stabilire i contorni del Decreto, che potrebbe già essere varato domani. Si ragiona su che cosa fare per chi abbia ricevuto solo la prima dose o per chi sia già prenotato per il vaccino ma ancora in attesa. All’esame anche un possibile aiuto economico per i tamponi, che diventano indispensabili per i non vaccinati. Dove sarà obbligatorio mostrare il Green pass? Bar e ristoranti, come in Europa? In cinema e teatri (ma allora i posti potrebbero essere venduti al completo)? Contro i divieti esasperano i toni ancora gli esponenti della destra, Meloni e Salvini, mentre Forza Italia vorrebbe il vaccino obbligatorio. Polemiche anche per una lettera ufficiale della Confindustria a favore del Green Pass sui luoghi di lavoro, in alternativa allo smart working.

Intanto la campagna vaccinale prosegue al ritmo necessario per arrivare a settembre all’immunità di gregge (con l’80 per cento degli italiani over 12 protetti da prima e seconda dose), come conferma il generale Figliuolo in un’intervista ad Avvenire. Ieri sono state fatte 577 mila 146 iniezioni. A Roma c’è il focolaio più consistente con i contagi in salita, anche per via dei festeggiamenti degli azzurri, dopo la vittoria agli Europei. Aumentano i numeri di ricoveri e terapie intensive, ancora bassi per fortuna i dati dei decessi.

Ieri giornata parlamentare con un fiume in piena di emendamenti che ha investito due leggi in discussione. Sulla giustizia il Movimento 5 Stelle ne ha presentati quasi mille alla riforma Cartabia, nonostante le promesse di Conte, che aveva annunciato solo “qualche ritocco”. Lo scontro sulla prescrizione è stato anche amplificato dalle critiche di due Pm antimafia, Gratteri e De Raho, in audizione alla Camera. Ma non tutti i magistrati la pensano allo stesso modo, come ha detto al Corriere Armando Spataro. Alluvione di emendamenti anche sul Ddl Zan, questa volta promotore è stata la Lega. Il Pd insiste nel non accettare la mediazione di Italia Viva, la battaglia in Senato sui voti segreti potrebbe essere rimandata a settembre.

Dall’estero grande scandalo: Macron sarebbe stato spiato sul suo telefonino dagli 007 del Marocco. Kerry invoca un nuovo piano Marshall con la Cina per salvare il pianeta. L’Isis vuole ripartire dall’Africa, con un Califfato in Nigeria. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora il Green Pass e le polemiche sulla sua introduzione obbligatoria. Il Corriere della Sera: Green Pass, scatta l’obbligo. La Repubblica rilancia una presa di posizione degli industriali: «Green Pass per lavorare». Mentre La Stampa contrappone alla linea i sindacati: Confindustria-Cgil, scontro sul Green Pass. Per Il Giornale sono: I costi del virus. Ma Libero fa notare: Forza Italia strappa: «Vaccini obbligatori». La Verità, giornale diventato ormai capofila degli anti vaccini, interpreta così la richiesta di sicurezza sui luoghi di lavoro: «Senza Green Pass niente stipendio». Il Mattino sullo stesso tono: «Senza vaccino, stop stipendio». Il Quotidiano nazionale è più oggettivo: Spunta il Green Pass anche al lavoro. Il Messaggero ricorda che la capitale, anche grazie alla festa per gli Europei, ora ha un vistoso focolaio da varianti: A Roma un contagio su sette. Avvenire sceglie il ddl Zan: Pausa di riflessione. Intelligente la scelta del Manifesto che mette assieme la legge sull’omotransfobia e la riforma Cartabia sulla giustizia e descrive: La guerra degli emendamenti. Il Fatto resta concentrato sul tema giustizialista: Salvaladri: Cartabia sbugiardata da tutti. Il Sole 24 Ore spiega che cosa cambia con le ultime misure del governo anti burocrazia: Dl Semplificazioni, tutte le novità per Superbonus, grandi opere e Pnrr. Il Domani è già proiettato sulle manifestazioni contro il commercio di materiale bellico, annunciate fra 24 ore: Le armi per la guerra ai sauditi sono in arrivo nel porto di Genova.

GREEN PASS, VIA LIBERA DELLE REGIONI

Primo sì delle Regioni: domani il Governo vara il decreto con le nuove regole sul green pass. La cronaca del Corriere è sempre della coppia Sarzanini - Guerzoni.

«L'obbligo di green pass per i luoghi a rischio assembramento ottiene il via libera dei presidenti di Regione. E domani il governo approverà il decreto che impone anche in zona bianca di presentare la certificazione verde per spettacoli, viaggi, sport. Si tratta ancora sui ristoranti al chiuso, ma la linea prevalente è di prevedere un pass «leggero» quindi rilasciato a chi ha effettuato soltanto una dose, oppure il tampone negativo effettuato nelle 48 ore precedenti. È la condizione indispensabile per cambiare i parametri che misurano le zone di rischio e lasciare tutta l'Italia in zona bianca durante l'estate. La variante Delta del virus continua a correre, i contagi aumentano ogni giorno, ieri ci sono stati 3.558 nuovi casi. Sale anche il numero di vaccinati, ma in maniera troppo lenta. La strada scelta dal governo per garantire alle attività di rimanere aperte anche con una risalita della curva epidemiologica è dunque consentire gli ingressi nei luoghi affollati soltanto a chi risulta immunizzato, oppure guarito, oppure ha effettuato un tampone. Senza escludere che anche nei luoghi di lavoro si possa prevedere il trasferimento - o addirittura la sospensione - per chi rifiuta di vaccinarsi così come è già previsto per i sanitari. Il decreto sarà approvato domani per entrare in vigore il 26 luglio scongiurando così il rischio dei cambia di fascia. Secondo gli ultimi dati trasmessi all'Istituto superiore di sanità, con gli attuali parametri alcune Regioni tornerebbero in zona gialla già da venerdì. Sono le aree dove l'incidenza dei nuovi contagiati - il Lazio è tra questi - supera i 50 casi settimanali su 100 mila abitanti. Con il nuovo sistema questo indicatore non sarà più fondamentale. A contare sarà soprattutto il numero di ricoverati in area medica e in terapia intensiva. Il governo pensa a una percentuale del 5% per le terapie intensive e del 10% per i reparti medici. Le Regioni chiedono di salire rispettivamente al 20 e al 30%. La cabina di regia convocata per oggi dovrà fissare il tetto. E mediare anche sulla lista dei luoghi dove si entra con il certificato. Nel documento approvato dai presidenti di Regione si ritiene «indispensabile che l'utilizzo delle certificazioni verdi sia esteso, a prescindere dal contesto epidemiologico territoriale di riferimento, alle seguenti attività: grandi eventi sportivi e di spettacolo, discoteche, fiere e congressi». È il via libera atteso dal governo che oggi inserirà nell'elenco anche i treni a lunga percorrenza, gli aerei e le navi. Servirà il certificato pure per i ristoranti al chiuso, ma è probabile che basterà soltanto la prima dose di vaccino. L'obbligo di green pass serve a tenere aperte le attività, ma anche a consentire una capienza maggiore nei luoghi al chiuso. Al cinema e al teatro bisognerà presentarlo all'ingresso, ma non sarà indispensabile occupare i posti alternati e le sale potranno essere riempite. La norma che regola l'eventuale obbligo vaccinale per la scuola non sarà inserita nel prossimo decreto legge. La discussione interna al governo è ancora in corso, su questo argomento si attende il parere del Comitato tecnico scientifico. Intanto i governatori hanno chiesto al governo di «raccomandare la vaccinazione per il personale scolastico e universitario, sia docente che tecnico-amministrativo», ma soprattutto di «prevedere che in caso di focolai a scuola possa seguire le lezioni in presenza soltanto chi ha il green pass». Fa discutere, anche se al momento non risulta tra i dossier aperti dal governo, la proposta - inviata via mail dal direttore generale di Confindustria Francesca Mariotti ai direttori del settore industriale e svelata da Il Tempo - di «chiedere la presentazione del green pass ai dipendenti che, nel caso non lo abbiano, potrebbero essere spostati ad altra mansione o essere sospesi, con impatto anche sulla retribuzione». Certamente potrà continuare il regime di smart working: è stata infatti decisa la proroga dello stato di emergenza in scadenza il 31 luglio. Inizialmente si era pensato a un rinvio di tre mesi, ma la risalita della curva epidemiologica sembra aver convinto il governo ad arrivare al 31 dicembre. E gestire con procedura d'urgenza la riapertura delle scuole, le elezioni amministrative e la campagna vaccinale che difficilmente potrà portare all'immunità di gregge a fine settembre, come era stato annunciato».

Parla in un’intervista ad Avvenire il generale Figliuolo. Fa il punto sulla campagna vaccinale e conferma che in due mesi si potrebbe arrivare all’80 per cento della popolazione, sopra i 12 anni, vaccinata in modo completo. È il traguardo dell’immunità di gregge.

«Generale, sinceramente 4 mesi e mezzo fa pensava che saremmo stati meglio o peggio, a questo punto, nella lotta alla pandemia? «All'atto della mia nomina da parte del presidente Draghi, a marzo 2021, si facevano in media circa 116mila somministrazioni al giorno. Oggi siamo sopra la media delle 500mila, un ritmo che manteniamo da diverse settimane e che ci ha portati a superare quota 62 milioni, con oltre il 51% della popolazione vaccinata e un calo drastico dei ricoveri e dei decessi legati al Covid-19. Sono numeri che non era facile immaginare 4 mesi e mezzo fa, ma che sono diventati realtà. La flessibilità del piano elaborato allora ha dimostrato la sua validità, nonostante i vari fattori che potevano rallentare la campagna, come le forti limitazioni nell'uso di alcuni vaccini. È stato impresso un importante cambio di passo, mirando a proteggere prima di tutti gli anziani, i vulnerabili e le categorie più esposte dagli effetti nefasti di una pandemia che - non dimentichiamolo ha causato oltre 127 mila vittime in Italia e favorendo la ripresa dell'economia e della vita sociale, senza però abbassare la guardia nei confronti del virus». Le percentuali di non vaccinati, in particolare fra i 40 e i 60 anni, sono ancora parecchio elevate. Come mai? «La fascia di età 50-59 anni è stata coperta al 74% circa da almeno una somministrazione, il che - a questo punto della campagna - rappresenta comunque un risultato molto buono. Ora bisogna continuare per intercettare ancora di più i cittadini appartenenti a questa categoria. Vaccinare coloro i quali sono più a rischio come anziani e fragili lo considero un imperativo etico ed è un impegno che stiamo continuando a portare avanti, con il supporto in diverse Regioni anche di team sanitari mobili della Difesa che il ministro Lorenzo Guerini ha messo a disposizione della campagna vaccinale. Sono oltre 50 team composti da giovani medici e infermieri militari con una motivazione speciale, che raggiungono le persone di una certa età che abitano in zone remote, magari con difficoltà motorie o scarsamente avvezzi ai sistemi di prenotazione informatici, e che bisogna assolutamente proteggere». Con la sospensione delle forniture di AstraZeneca e Johnson& Johnson, è mutato qualcosa nel quadro degli approvvigionamenti? «Va precisato che le agenzie di controllo del farmaco Ema (l'Agenzia europea per i medicinali) e l'agenzia italiana Aifa non hanno sospeso i vaccini AstraZeneca e J&J. Circa il loro uso è stata adottata una scelta prudenziale, una particolare attenzione voluta da alcune nazioni tra le quali l'Italia, in funzione del 'rischio- beneficio' legato al netto miglioramento della curva epidemiologica». Pensa ancora che la cosiddetta immunità di gregge sia raggiungibile entro settembre? «L'obiettivo del piano da me predisposto a marzo 2021 è quello di vaccinare l'80% della popolazione vaccinabile, cioè tutti coloro che hanno più di 12 anni, entro la fine di settembre. Tale traguardo sarà sicuramente raggiunto nei tempi prefissati, anche se ad agosto, nella settimana centrale del mese, si potrà notare un calo fisiologico delle vaccinazioni. Si tratterà comunque di un fenomeno preventivato, che non inficerà il raggiungimento della copertura vaccinale della popolazione entro la fine di settembre». Quanto la preoccupa il pericolo rappresentato dalle varianti? «È un rischio concreto, specie per l'elevata contagiosità che ha mostrato la variante Delta. L'antidoto più efficace, come indicato dalla comunità scientifica, consiste nella vaccinazione completa, cioè con entrambe le dosi. Completare il ciclo vaccinale per tutte le classi, anche dei più giovani, rende la vita difficile al virus e alle sue mutazioni, impedendo conseguenze gravi e rendendolo un fenomeno sicuramente più gestibile»

Antonio Polito sul Corriere riflette sull’inaffidabilità di leader politici che, dalla pandemia alla giustizia, danno uno spettacolo quotidiano di scarsa serietà. Sventolano le “bandierine” dei partiti e l’impressione è che senza Draghi prevarrebbe il caos.

«Che cosa può spingere un segretario di partito come Salvini a indicare per quali fasce di età è adatto il vaccino, concludendo che agli under 40 «non serve»? Che cosa può indurre un ex premier come Conte a paventare la morte del processo per il crollo del Ponte Morandi se venisse modificata una legge del suo governo, quando quel processo non c'entra niente perché i fatti sono precedenti? Diciamoci la verità: in questa inquietante estate, a metà del guado tra il Covid di ieri e quello di domani, i partiti non stanno dando uno spettacolo di serietà. E questo avviene innanzitutto perché pretendono troppo da se stessi. Immaginano di poter - o di dover - svolgere una funzione etica, un ruolo di guida morale delle persone e del Paese. Per questo sollecitano costantemente l'indignazione a basso costo, evocano valori supremi come la Libertà e la Giustizia per piccole battaglie di piccolo cabotaggio, si arrogano competenze che non hanno. È un antico vizio italiano; di un Paese che, forse per la sua eredità storica di inventore del totalitarismo nel Novecento, è totus politicus, in cui cioè la politica ha troppo peso, s' impiccia di tutto, e presume di poter raddrizzare con la forza delle ideologie il legno storto dell'umanità. Ma così facendo i partiti finiscono per collezionare brutte figure, implicitamente rivelando essi stessi la loro scarsa rilevanza. Hanno infatti voglia a piantare bandierine: il fronte della battaglia si sposta di continuo travolgendole, e il governo procede sulla sua strada con un'agenda che è quasi obbligata, oltre che sensata. Anzi, alzando in parallelo una bandierina di destra e una di sinistra rendono perfino più facile per Draghi fare lo slalom, senza scontentare nessuno, e puntare così al traguardo sia del «green pass» sia della «riforma Cartabia». È una strana situazione: Calvino l'avrebbe chiamata la «grande bonaccia delle Antille». Per quante tempeste i partiti provino a sollevare, non hanno vento nelle vele; e la nave del governo appare stabile perché senza alternative, e perché nessuno dei politici che lo sostengono ha il benché minimo interesse ad affondarla per dover poi nuotare da solo in mare aperto, affrontando le elezioni. Però, allo stesso tempo, non è una buona situazione. E non solo perché la goccia scava la roccia e a furia di creare tensioni e diversivi il governo può essere rallentato se non fermato, o piano piano svuotato della carica riformista di cui l'Italia avrà tra breve molto bisogno per riaprire le scuole e non far chiudere le fabbriche. Questa fibrillazione è negativa anche perché conferma e rafforza un serio dubbio sulla credibilità di entrambe le coalizioni politiche. Viene da chiedersi (qualcuno all'estero già se lo chiede): sarebbero capaci, sarebbero pronte per governare, il giorno che l'attuale stato di eccezione finirà? Perché se si comportano così mentre c'è ancora il governo Draghi, se per marcare il loro territorio arrivano a smentire o mettere in ombra il lavoro dei loro stessi ministri, che faranno il giorno che si riprendessero il controllo del potere (e delle nomine)? Basta del resto vedere quello che sta accadendo al disegno di legge Zan: sull'unica questione per la quale il governo è estraneo e neutrale, scontro, caos e quasi certo rinvio». 

Mario Giordano sulla Verità, paladino della denuncia contro la “dittatura sanitaria”, rivendica l’orgoglio anti vaccino. E come tutti i No Vax più o meno espliciti, drammatizza, invoca la guerra civile, tira in ballo grandi principi. Ma non esiste la libertà di infettare. O meglio esiste, come esiste quella di uccidere. Non è certo però un diritto che lo Stato può riconoscere.  

«Se non ti vaccini stai a casa», come spiega Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale. Notare il sottile ragionamento da giurista. «Se non ti vaccini ti tolgono lo stipendio», rilancia il direttore generale di Confindustria, Francesca Mariotti. «Se non ti vaccini, paghi i danni», aggiungono su Repubblica i due economisti Tito Boeri e Roberto Perotti. E in questo clima ci manca solo di sentire qualcuno che dica «se non ti vaccini ti togliamo la pensione». Oppure «se non ti vaccini non hai diritto di votare». Ma, seguendo questa «logica», non dovremmo essere molto lontani. «Chi non si vaccina io lo condannerei a morte», si accalorava l'altro giorno un mio amico durante una discussione. Pensavo scherzasse. Invece, forse, era solo andato a lezione da Flick. Sembra il gioco a chi la spara più grossa. E invece sono seri. Dalle pagine dei giornali e dai canali tv ci sommergono con un'ondata di oltranzismo vaccinale che travolge qualsiasi barriera. La Costituzione? «Non può aiutare», spiegano Boeri e Perotti. L'articolo 3? Superato. L'articolo 16? Pure. La privacy? «Non se ne parla», taglia corto Flick. C'è la pandemia e «di fronte alla pandemia non si parla di privacy». Le norme europee (che vietano la discriminazione dei non vaccinati) sono state archiviate da un pezzo (ma chi lo dice che l'Europa ha sempre ragione?). Figuriamoci se ci si può arrestare ora di fronte ai codici di diritto privato o ai contratti di lavoro che vieterebbero di licenziare le persone in base a ciò che pensano o professano. C'è la variante Delta, no? Tanto basta: principi giuridici e libertà riconosciute da alcuni secoli vengono abbattuti come stuzzicadenti. Fra gli applausi generali della folla entusiasta. Sì, rinchiudeteci. Proibite tutto. Tagliate lo stipendio. Sì, sospendete la Costituzione. Fate di noi ciò che volete: il terrore Covid, sapientemente riacceso, offusca le menti. E anche se la variante Delta per il momento fa più o meno i danni di un raffreddore, anche se oggi non intasa gli ospedali e non riempie le terapie intensive, basta agitarne lo spauracchio per far passare posizioni sproporzionate rispetto al pericolo. (…) E così troviamo normale che un ex presidente della Corte costituzionale suggerisca la sospensione di diritti costruiti nel corso dei decenni, come quello della privacy. Troviamo normale che il direttore generale di Confindustria butti al macero secoli di diritti dei lavoratori proponendo di licenziare chi non si fa un'iniezione che in teoria dovrebbe essere facoltativa. E troviamo normale che due economisti teorizzino il principio dell'«esternalità negativa», che in pratica paragona chi non si fa la punturina a un'industria inquinante. Più semplicemente significa «fagliela pagare a chi non si vaccina». Aspettiamo, peraltro, le prossime applicazioni del medesimo principio: l'esternalità negativa di chi respira e consuma ossigeno a danno della collettività. Oppure l'esternalità negativa di chi non compra Repubblica e non legge questi saggi di libertà. Ciò che colpisce, infatti, è che gli ultrà che surfano su questa onda antiliberale sono i residui della vecchia sinistra libertaria di una volta. Quella che scendeva in piazza per difendere i diritti. Quella che si batteva per difendere la Costituzione. Quella che vedeva spettri antidemocratici e camicie nere dietro ogni angolo, spesso anche a sproposito. Adesso che invece la Costituzione viene davvero annullata, i diritti vengono davvero cancellati, e la democrazia viene davvero sospesa; adesso che si toglie lo stipendio a chi non si vaccina e si discrimina chi sale sull'autobus, loro sono fra i cantori della svolta. La giustificano. La spiegano. S' arrampicano sui vetri per trovare fondamenti teorici che non esistono. Il tutto partendo dal presupposto farlocco che il vaccino possa cancellare il virus. È falso. Lo sappiamo. E lo sanno. Il vaccino non cancellerà il virus. Ne ridurrà le conseguenze. Impedirà a chi lo prende di morire. O di finire all'ospedale. Ma non lo cancellerà. Anzi, secondo qualcuno stimolerà nuove varianti».

La posizione di Mario Giordano è condivisa da alcuni cattolici. Sui social si trovano anche preti e suore contro il vaccino. Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, rispondendo ad una lettrice No Vax, cerca di spiegare le buone ragioni della campagna vaccinale.

«È un fatto che dove hanno deciso e agito coloro che la pensano come lei e come altri no-vax (più o meno totali), i morti si sono moltiplicati. E così là dove calcoli - questi sì! - egoistici impediscono ancora oggi campagne vaccinali degne del nome. A causa di questa miopia continuano a moltiplicarsi pure danni di ogni tipo: materiali, morali e spirituali. A me basta e avanza questa constatazione per fare scelte responsabili per me stesso, per i miei cari e per tutti coloro con cui entro il relazione. Mi basta questo per continuare a reclamare vaccini gratis e per tutti (con la sospensione dei brevetti e la liberalizzazione ben controllata della produzione, possibilissima come Joseph Stiglitz ha ricordato sulle nostre pagine l'11 luglio scorso in dialogo con Lucia Capuzzi). Mi basta questo per chiedere a chi governa di essere all'altezza della sfida, fissando le regole indispensabili (per il pubblico bene e per chi esercita qualunque pubblico servizio), predisponendo e richiedendo anche tutte le certificazioni (o i 'pass' o le 'card') utili, e definendo sempre meglio i metodi di somministrazione delle cure e dei vaccini e di relativa raccolta dati che - come spiega magistralmente il professor Silvio Garattini proprio oggi, 21 luglio, in questa stessa pagina - consentano di perfezionare lo sforzo in corso. Questa è la via solidale all'uscita dal dramma che ora, con più drammatica violenza, come anche noi avevamo previsto, sta infierendo sui più poveri in tutto il mondo. Altro che dittatura sanitaria! Anche su questo fronte c'è da superare la «cultura dell'indifferenza», come dice il Papa, o più terra terra, come dico io, l'impero del menefreghismo (spiegato col solito meglio nemico del bene). E a chi parla di 'cosiddetta pandemia' e definisce pseudo-scienza quella che la combatte consiglio - come ha fatto domenica scorsa Marina Corradi scrivendone, poi, sulla nostra prima pagina di ieri, martedì 20 luglio - di fare una passeggiata nei cimiteri italiani, soprattutto in quelli delle zone investite con più forza dal male. La pietà cristiana, la coscienza civile, la consapevolezza altruista vanno sempre d'accordo e aiutano a camminare nella giusta direzione e a stare alla larga da certi letali sofismi. Anche i vaccini sono uno 'spartito': si può suonarlo male, si deve interpretarlo bene»

VALANGA DI EMENDAMENTI SULLA GIUSTIZIA

Nonostante le rassicurazioni personali di Conte che a Draghi aveva parlato di “qualche ritocco”, i 5 Stelle hanno presentato quasi mille emendamenti alla riforma Cartabia. Tommaso Ciriaco per Repubblica.   

«C'è una data che Mario Draghi intende far rispettare sulla riforma della giustizia, costi quel che costi: il 23 luglio. Per allora chiede un accordo sulle modifiche, mentre esige un via libera della Camera entro le ferie estive. L'altro obiettivo considerato imprescindibile è che l'intesa politica si fondi su circoscritti aggiustamenti tecnici e spazzi via la montagna di emendamenti, oltre novecento, che i Cinquestelle hanno presentato. In assenza di una marcia indietro, metterà la fiducia. E ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Non è semplice credere, come sostiene in queste ore il Pd intestandosi una mediazione in salita, che il diluvio di proposte emendative rappresenti solo tattica negoziale 5S. Viene il sospetto che si tratti di un tentativo di tirare per le lunghe l'iter. Magari per aprire una vera e propria corrida parlamentare, a semestre bianco appena avviato. Non sembrano soltanto cattivi pensieri. Una tregua con il Movimento, sottile, è stata messa in piedi ed è stata rispettata anche ieri. A fatica e coinvolgendo Draghi e Marta Cartabia, che si sentono quotidianamente. Il mandato del premier è sempre lo stesso: pochi aggiustamenti tecnici. La Guardasigilli aspetta di capire il punto di sintesi delle diverse anime grilline. Ed è qui che iniziano i problemi. In quei novecento emendamenti c'è di tutto, tanto da apparire una provocazione. Davanti al premier, però, Giuseppe Conte si è impegnato ad avanzare solo idee digeribili, nello stretto perimetro richiesto. Magari usando toni utili a gasare qualche pasdaran, ma sostanzialmente pronto a siglare un accordo. Per poi convincere i suoi a ritirare gli emendamenti, falchi permettendo. E invece, i passi avanti sono pochi. Anche dal Pd, d'altra parte, i vertici dell'esecutivo si aspettavano di più. Le parole di Enrico Letta sulla giustizia avevano lasciato intravedere una mediazione vicina, quasi in tasca. E anche ad Andrea Orlando, che ora veste i panni dell'ambasciatore con i 5S, i vertici dell'esecutivo non possono che ribadire un concetto: i margini restano stretti. Ma su quali basi si tratta? Un possibile punto di caduta è quello di allargare la lista dei reati per cui non vale il limite di due anni in Appello per la prescrizione. L'altra, avanzata dal Pd, prevede di affidare al magistrato la decisione di fissare a due o tre anni il tetto. L'altra ancora è quella di far entrare in vigore la riforma dopo dodici mesi, per dare tempo alla macchina di rafforzarsi con nuove assunzioni. Porta sbarrata, invece, alla proposta cinquestelle di allargare indistintamente a tre anni in Appello la prescrizione per tutti i reati. Certo è che le dure critiche alla riforma avanzate ieri da procuratori come Nicola Gratteri e Federico Cafiero De Raho non hanno facilitato il compito del governo. Trapela anzi un certo fastidio perché le nuove regole - fanno notare - varranno solo nei processi per reati commessi a partire dal 2020. Dunque, nessun rischio che ne saltino alcuni importanti già in corso da anni. Toccherebbe a Conte, a questo punto, tenere fede agli accordi. Dimostrare, come promesso a Draghi, che una nuova era per il Movimento è alle porte, assai meno giustizialista. Un segnale sembra arrivato ieri, in questo senso, perché ha spostato l'attenzione sul reddito di cittadinanza: «Non consentiremo a nessuno - ha detto - di togliere gli ombrelli di protezione ai più deboli». E però restano i novecento emendamenti. E quella sintonia con Enrico Letta che l'avvocato ostenta spesso, alimentando altri cattivi pensieri. Si è sparsa voce, ad esempio, che Conte - nonostante le smentite secche - sia intenzionato a entrare in Parlamento. Come? Sostenendo al secondo turno Roberto Gualtieri nella corsa al Campidoglio (se Raggi dovesse fallire l'obiettivo del ballottaggio) in modo da liberare il suo seggio di Roma centro alla Camera. In cambio, avrebbe garantito al Pd il sostegno nella battaglia di Siena, su cui Letta ha puntato esplicitamente. Sospetti o progetti ancora embrionali, chissà. Di certo Draghi non è disponibile ad accettare giochetti, sgambetti, voltafaccia. Finché starà lui a Palazzo Chigi, la riforma si voterà nei tempi previsti. Altrimenti, sembra il non detto, i partiti possono sempre provare a fare da soli».

LA CASTA GIUDIZIARIA NON VUOLE LA RIFORMA

Il Fatto pubblica, as usual, titoloni contro Cartabia. Oggi giustificati dai toni molto allarmistici di Gratteri e De Raho, che hanno denunciato i rischi della riforma. L’articolo di cronaca sui due pm antimafia è di Giampiero Calapà.

«"Una lesione alla sicurezza del sistema democratico del nostro Paese". "Un indebolimento della lotta alle mafie". "Converrà di più delinquere". "Il cinquanta per cento dei processi saranno improcedibili". È cominciata malissimo ieri la giornata per la guardasigilli Marta Cartabia, la cui riforma della giustizia è stata fatta a pezzi dalle audizioni, in commissione alla Camera, del procuratore nazionale Antimafia Federico Cafiero De Raho e del capo della Procura di Catanzaro Nicola Gratteri. La ministra, dal canto suo, incontrando i capi degli uffici giudiziari della Corte d'appello di Napoli ha cercato di tenere il punto: "Lo sta tus quo non è un'opzione sul tavolo". E anche in quella sede non è andata un granché bene col procuratore generale Luigi Riello che non si è tirato indietro: "Mi sembrerebbe molto triste dover trarre la conclusione che l'unico modo di fare i processi in questo Paese sia non farli, sia offrire ponti d'oro agli imputati per indurli a scegliere, a suon di sconti, saldi, liquidazioni e riti alternativi". A Roma, appunto, nelle stesse ore il dibattito sulla riforma si spostava in commissione Giustizia a Montecitorio. Il primo a sedersi di fronte ai deputati è stato Gratteri, subito pronto a denunciare "un grande allarme sociale che riguarda la sicurezza: il cinquanta per cento dei processi finiranno sotto la scure della improcedibilità. E temo che i sette maxi processi contro la 'ndrangheta che si stanno celebrando nel distretto di Catanzaro saranno dichiarati tutti improcedibili in appello. Uno dei punti qualificanti della riforma Cartabia è, appunto, l'improcedibilità dell'azione penale che prevede l'annullamento della sentenza di condanna eventualmente pronunciata nei gradi precedenti trascorsi due anni e un anno rispettivamente in appello e Cassazione. È una disposizione che avrà come effetto quello di travolgere un enorme numero di sentenze di condanna con tutto ciò che questo comporta". L'improcedibilità renderebbe quasi impossibili i processi con molti imputati. Il lavoro di anni, per Gratteri, rischia di andare in fumo per colpa (o merito, dipende dai punti di vista) del governo "dei migliori", capace di arrivare dove neppure nel Ventennio berlusconiano si era arrivati con le cosiddette riforme della giustizia e i continui attacchi pubblici alla magistratura. La riforma Cartabia è un vero colpo di mano, infatti, per Gratteri, che ha continuato: "In termini concreti le conseguenze saranno la diminuzione del livello di sicurezza per la nazione, visto che certamente ancor di più conviene delinquere". Se le parole di Gratteri bastavano a mandare di traverso il caffè alla guardasigilli e anche al premier Mario Draghi, il carico da novanta è arrivato poco dopo, quando sulla stessa seggiola di Montecitorio si è seduto il procuratore nazionale Antimafia De Raho: "Non è per nulla condivisibile che un procedimento per un delitto di mafia o di terrorismo diventi improcedibile, perché nella fase di appello non si è pervenuti a sentenza nei due anni o non è stato prorogato il termine dal giudice procedente. Il contrasto alle mafie ne uscirebbe fortemente indebolito. L'esigenza della ragionevole durata del processo richiede il superamento degli ostacoli che impediscono alla macchina della giustizia di muoversi velocemente, rendendo la giustizia più efficiente e consentendole di celebrare i processi in tempi rapidi, coprendo o aumentando gli organici dei magistrati e fornendo di assistenza necessaria l'attività giudiziaria. La durata dei gradi di giudizio - ha concluso De Raho con un'ultima sberla al governo - non può rendere improcedibili i delitti di mafia, di terrorismo e di corruzione, rappresentando essi una lesione alla sicurezza del sistema democratico del nostro Paese"».

Sul Foglio Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione camere penali, avvocato radicale, difensore di Enzo Tortora, contesta l’allarmismo dei due Pm.

«Dunque, secondo i dottori Gratteri e Cafiero De Raho, pezzi da novanta della "magistratura anti- mafia", la riforma della prescrizione proposta dal governo Draghi e dalla Ministra Cartabia produrrà un cataclisma. Falcidiati, nientedimeno, il 50 per cento dei processi penali pendenti in Appello, e tutti i maxi processi. Centinaia di mafiosi torneranno liberi a sciamare per le strade del nostro Paese, e con essi politici ed amministratori corrotti, violentatori ladri e lupi mannari di vario genere. La sicurezza dell'Italia, ammoniscono, è in pericolo. Propongo alcune brevi riflessioni. Primo. Mi si dica in quale altro Paese del mondo sia consentito che due magistrati in carica, il cui compito costituzionale è applicare la legge, non concorrere a scriverla, possano mettersi a sparare a palle incatenate contro governo e maggioranza parlamentare circa un progetto di riforma, giusto o sbagliato che sia, scegliendo con accurata sapienza politica e mediatica tempi e modi delle proprie esternazioni. Mi si faccia il nome di qualche altro Paese, grazie. Secondo. E' lecito chiedersi con quale pallottoliere è solito fare i suoi conti il dott. Gratteri, per quotare al 50 per cento i processi destinati al macero. Un uomo pubblico che si espone in tal modo, e spara una simile cifra, ha il dovere di spiegare il calcolo, se siamo in un Paese serio. Terzo. Visto che entrambi sono Pubblici Ministeri, e che il 60 per cento delle prescrizioni matura prima della udienza preliminare, sarebbe utile ci illuminassero intanto su questa percentuale certa, invece di paventarne a casaccio altre. Come mai le prescrizioni ( tutte da dimostrare) in appello sarebbero una catastrofe sociale, mentre quelle maturate nelle loro mani ( cioè i due terzi), no? Già che ci siamo, sarebbe utile ci spiegassero anche con quali criteri loro scelgono di mandare al macero i fascicoli, e quali, e con quali criteri. E a chi ne rispondono. Sempre per cortesia, naturalmente. Quarto. Come sempre nella vita, conta il punto di vista dal quale si parte. Chi arriva ad una sentenza di primo grado, mediamente nel nostro Paese è già prigioniero del proprio processo da un numero intollerabile ed incivile di anni. Inoltre, diversamente da quanto mostrano di credere i dottori Gratteri e Cafiero De Raho, non si tratta di mafiosi, corrotti e stupratori, ma di cittadini accusati di esserlo, incidentalmente assistiti dalla presunzione di innocenza: fa una certa differenza, anche se la cosa non viene colta dai nostri autorevoli interlocutori (non c'è nulla da fare, non la colgono, è inutile cercare recuperi di facciata posticci, meglio dirci le cose con chiarezza). Lo Stato non può pretendere di imprigionare costoro al proprio processo fino a quando esso stato sarà finalmente in grado di processarli. Dunque il punto non è se bastino due o tre anni per un appello, ma se appartenga al mondo civile pretendere che costoro aspettino la propria sorte ben oltre quei limiti, dopo aver aspettato già oltre ogni limite di decenza. Quinto. Quanto ai maxi- processi, i dottori Gratteri e De Raho sanno perfettamente che, secondo la logica del nostro codice, non dovrebbero esserci. Concepire indagini e processi da stadio, per i quali devi costruire apposite aule che sappiano contenerli, va bene nel Cile di Pinochet o in qualche altro vergognoso stato incivile e barbaro, mentre dovrebbe essere - in fondo lo è - vietato da noi. Ciò a maggior ragione se questi processi vedono poi regolarmente assolti nei successivi gradi di giudizio una prevalente moltitudine di imputati, vero dott. Gratteri? Dunque pretendere di parametrare una regola sull'unità di misura con la quale si costruisce una indecente anomalia, è davvero una pretesa intollerabile. Sesto. Circa duecento magistrati sono distaccati presso i ministeri, a fare strame del principio della separazione dei poteri. Perché sarebbe incivile fissare un termine prescrizionale dopo l'appello, e non invece sottrarre al proprio compito ed al proprio dovere costoro, per riuscire a celebrare più processi come essi dovrebbero? Immagini quante belle sezioni di Corte di Appello potremmo riuscire a metter su a Catanzaro e altrove, dott. Gratteri! Ma qui tutti zitti, giusto? ( a proposito: anche in questo caso, siamo l'unico paese al mondo dove accade una cosa del genere). Abbiamo avviato un bel dibattito, direttore Cerasa? Mah. Mi permetta di dubitarne. In genere, i retori amano monologare. Molta cordialità».

C’è un magistrato molto autorevole, Armando Spataro, che non non la pensa come Gratteri e De Raho. Spataro, cui si devono le più importanti inchieste sul terrorismo della Procura di Milano negli anni Ottanta e quella sul rapimento di Abu Omar, già Procuratore Capo di Torino, lo dice chiaro al Corriere della Sera.

«Non si può dire che non ce la faremo, senza averci prima provato. Non si devono erigere muri trumpiani. Serve determinazione e coraggio per far sì che questa riforma funzioni». Armando Spataro, ex procuratore di Torino impegnato contro mafia e terrorismo, non grida alla «tagliola che manderà al macero centinaia di migliaia di processi». Perché? «È un'affermazione "facile" che però non tiene conto delle molte misure adottate per accelerare i tempi». L'ufficio del processo, con neolaureati? «Saranno assunti magistrati, cancellieri e assistenti giudiziari in numero consistente. Se poi i magistrati sapranno guidare quanti non solo neolaureati vi saranno destinati, si otterranno ottimi risultati. Come negli Usa. Certo si deve trattare di strutture stabili, non temporanee». Bastano 2 anni per l'appello e 1 per la Cassazione? «Non sempre. Ma c'è da fare una premessa». Ovvero? «I cittadini hanno diritto di conoscere la durata del processo che deve essere ragionevole. Lo dicono la Costituzione, la legge Pinto. E la Cedu che ha più volte condannato l'Italia. Va trovata una soluzione corretta che non è l'abolizione della prescrizione dopo la prima sentenza, che allunga a dismisura i tempi». E quindi? «Se è questo l'obiettivo, utile anche per gli aiuti del Recovery fund, il processo penale va seriamente riformato senza farsi distrarre da improponibili soluzioni referendarie». E se poi non ce la si fa e scatta l'improcedibilità? «Il rischio c'è, ma è per questo che è necessaria una norma transitoria per verificare prima l'effetto degli aumenti del personale e del miglioramento delle strutture e dei tanti strumenti previsti dalla proposta di riforma. Poi si potrebbe lavorare sulla lista dei reati che consentono un aumento dei termini di improcedibilità. Ed i termini stessi potrebbero a loro volta essere di poco aumentati». C'è chi propone di lasciare al giudice la decisione. «Mi pare un po' più complicato. Ma si può studiare di far scattare la decorrenza dei termini dalla notifica della citazione del giudizio. Dopodiché si parla molto del processo digitale. Ma deve funzionare». Non funziona? «Purtroppo il software è spesso elaborato da tecnici informatici ministeriali cui manca una conoscenza approfondita dei reali problemi della giustizia. La managerialità non basta». Resta la mole enorme di arretrato. Che fare? «Non sarei contrario a un'amnistia per reati minori. Del resto sono già previsti riduzione dell'appellabilità (ma nel rispetto della parità di accusa e difesa), aumento della perseguibilità a querela di molti reati, estensione della non punibilità per fatti di lieve entità». Obiettano: e l'allarme sicurezza? E le parti civili? «Rispetto l'obiezione. Ma parliamo di reati in cui spesso manca anche la parte offesa per cui basterebbe una sanzione amministrativa. E non è vero che parti offese ed imputati sarebbero penalizzati: se il giudice d'appello dichiara l'improcedibilità può inviare tutto al giudice civile per la conferma o meno dei risarcimenti già disposti in primo grado. E il condannato che vuole l'assoluzione può rinunciare all'improcedibilità». Quindi condivide appieno la riforma? «I problemi esistono, ma vanno affrontati con discussione leale e coraggiosa. Non mi convincono, però, alcune proposte. La prognosi di condanna - sia pure formulata in termini lessicalmente diversi - sostanzialmente già esiste per richiedere o disporre il rinvio a giudizio. E non mi convince affatto che un giudice possa attestare al di fuori di un pieno contraddittorio che certamente ci sarà una condanna. Ritengo inaccettabile la pretesa della politica di interferire, in tema di azione penale, sulle linee di indirizzo delle priorità. Già oggi esistono regole e circolari del Csm: la competenza del Parlamento costituirebbe un attentato alla separazione tra poteri dello Stato al di là del fatto che le priorità non sono uguali in tutti i distretti ed una legge non potrebbe disciplinarle in modo omogeneo». Riformare il processo non per una visione strategica ma per i soldi del Recovery fund non è sbagliato? «Il quesito è corretto. Ma non credo che l'unica ragione sia quella: contano i principi già citati. Alla fine la ragionevole durata del processo sarà utile per tutti. Per questo credo che occorra ascoltare tutti gli attori della giustizia: magistrati ed avvocati».

VALANGA DI EMENDAMENTI SUL DDL ZAN

Il Pd di Letta ha tenuto fino in fondo la linea dettata da Monica Cirinnà del muro contro muro. Nessuna modifica al ddl Zan in Senato. Così ieri sono stati presentati gli emendamenti al testo. La cronaca di Giovanna Casadio per Repubblica.

«La legge contro l'omotransfobia è destinata a ripresentarsi in aula a settembre, restando per ora parcheggiata. Ieri la giornata del ddl Zan è stata lunga e piena di agguati. Quando scatta l'ora x per depositare gli emendamenti, si scopre che la Lega ne ha presentati ben 672 (venti dei quali di Roberto Calderoli, i più mirati). I renziani ci ripensano e ne preparano quattro, due a firma del capogruppo Davide Faraone e di Giuseppe Cucca: eliminano la definizione di identità di genere all'articolo 1 e riscrivono il 7 insistendo sull'autonomia scolastica, come vuole soprattutto il Vaticano. Così come quattro sono gli emendamenti del gruppo Autonomie. Ci sono poi quelli di Forza Italia e Fratelli d'Italia che cercano di stravolgere il testo Zan. Il Pd presenta solo un ordine del giorno, che mira a chiarire i punti controversi del ddl Zan: chiederà sia votato per primo. Viene incontro ai dubbiosi nelle file dem. Dopo Salvini, anche il capogruppo leghista Massimiliano Romeo rivolge l'ennesima offerta a Enrico Letta: «Se il Pd dialoga, siamo pronti a ritirare gran parte degli emendamenti al ddl Zan». Simona Malpezzi, la capogruppo dem e Franco Mirabelli respingono al mittente: «La Lega conferma la volontà di affossare la legge». Ironizza Monica Cirinnà, responsabile diritti del Pd: «Gli emendamenti della Lega sono concordati con Orban?». Ma la tempesta scoppia dopo le offese del leghista Claudio Borghi in un post in cui, attaccando i giornalisti che gli chiedono se si è vaccinato, risponde con una similitudine: «Perché questi eroi la prossima volta che intervistano un Lgbt non gli chiedono se è sieropositivo e se fa la profilassi?». Il segretario dem reagisce: «Coloro con i quali dovremmo negoziare e condividere norme contro l'omotransfobia ». Alessandro Zan chiede a Salvini di cacciare Borghi dalla Lega. Alla Camera, Elio Vito, liberal di Forza Italia che ha votato il ddl Zan, dice: «Vorrei che Borghi si scusasse: mettere di nuovo lo stigma della sieropositività su una intera comunità ritengo sia una cosa ignobile».».

Per La Stampa Maria Berlinguer intervista Elena Bonetti di Italia Viva.

«Elena Bonetti, ministra per le Pari opportunità, respinge al mittente le critiche di chi accusa il partito di Renzi di cercare un compromesso al ribasso. Anzi sostiene il contrario. Nell'articolo in cui si parla delle condotte discriminatorie, volete sostituire le parole «fondate su sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere o disabilità» con «fondati su misoginia, abilismo (la discriminazione verso i disabili), omofobia e transfobia»: questo non rischia di svuotare e di rendere meno efficace il ddl Zan? «No, anzi. I quattro emendamenti presentati dal gruppo di Italia Viva-Psi e dalle Autonomie sono volti a chiarire meglio l'obiettivo della legge e togliere dal testo gli elementi sui quali c'è stato dibattito molto ampio in Parlamento e fuori. Un dibattito che ha reso il testo così come è senza numeri per essere approvato al Senato. Italia viva vuole che il Paese si doti una legge contro l'omotransfobia. In particolare penso all'articolo 1, nel quale si condannano in modo nitido tutte quelle forme di violenza che vengono agite sulla base di omofobia, transfobia, misoginia e abilismo. In questo modo si condanna senza se e senza ma una violenza che non può avere ragione e che lede la libertà e la dignità delle persone. Il nostro obiettivo è approvare la legge ma non si può prescindere dalla realtà dei numeri». È colpa del Pd? «Noi leggiamo la realtà: finora il Partito democratico ha continuato a negare ogni forma di dialogo. La nostra posizione è sempre stata chiara, abbiamo avvertito da sempre che i nostri voti non sarebbero mancati ma che non ci sarebbero stati voti sufficienti per approvare una legge. In democrazia servono i voti e i numeri in Senato non ci sono, lo hanno dimostrato i voti della scorsa settimana. Italia viva già il 19 maggio con il capogruppo Faraone aveva chiesto un tavolo per trovare convergenze, non si è voluto procedere. Siamo ancora in tempo, oggi, per trovarle. Non un compromesso al ribasso ma per portare a casa la legge. Un patto politico blindato, in modo che tutti si assumano le loro responsabilità per arrivare a un testo che torni alla Camera in temi brevi. Se c'è la volontà politica si può fare». Un patto anche con la Lega? «Certamente, con tutte le forze che vogliono sostenere una legge che protegga le persone più deboli e fragili e che oggi invece sono lasciate da sole. Si è raggiunta una trasversalità sulla necessità della tutela di diritti fondamentali e credo debba essere visto come un passo avanti importante. Certo, dopo le dichiarazioni devono seguire i fatti, la politica deve dare risposte. Una politica che si ferma su posizioni ideologiche che non risponde ai bisogni dei cittadini. Non è una politica riformista». Letta è ideologico? «Il Pd sta facendo una battaglia di posizionamento che se non viene superata porterà al fallimento della legge. A me sembra però che in Senato ci siano più voci nel Pd che hanno sollecitato un dialogo. L'arroccamento fa del male innanzitutto alle persone che oggi hanno bisogno di una legge. Faccio un appello convinto a tutte le forze politiche: approviamo la legge insieme, i nostri emendamenti lo permettono. Non capisco perché debba fare paura che una legge abbia una maggioranza ampia». 

Dalle colonne del Corriere parla invece Monica Cirinnà che non vuole dare alcun credito alle proposte di mediazione dei renziani.

«Era stato Renzi a garantire che Italia viva non avrebbe presentato emendamenti al ddl Zan». E invece, senatrice Monica Cirinnà, Pd, il capogruppo al Senato Davide Faraone ne ha presentati due... «Oltre ad altri due a firma Nencini con Cucca, il capogruppo di Iv in commissione Giustizia. Ma a parte i numeri è il merito degli emendamenti che mi ha sconvolto». Cosa dicono? «Quando ho letto il primo emendamento ho capito con chiarezza che l'intento di Italia viva è totalmente demolitorio nei confronti del ddl Zan. Ed è evidente il suo tentativo di far passare questi emendamenti per una mediazione che è invece totalmente falsa». Perché? Cosa dice il primo emendamento di Italia viva? «Apparentemente è riferito all'articolo 1 della legge Zan, ma nella realtà colpisce tutti gli articoli». In che modo? «Se approvato questo emendamento escluderà ogni riferimento nel testo all'orientamento sessuale e all'identità di genere. Viene proposto di sostituire queste due definizione con omofobia e transfobia». E perché questo non va bene? «I termini omofobia e transfobia non hanno la sufficiente determinatezza per stare in una legge penale». Cosa intende? «L'omofobia e la transfobia rinviano a concetti non giuridici, questo vuol dire che non consentono ai giudici di identificare tutte le vittime dei crimini d'odio». Quali vittime verrebbero lasciate fuori? «Ad esempio tutte le persone che sono in transizione di genere. E come dimostra il recente studio dell'Istituto superiore di sanità, le persone che presentano incongruenze di genere sono tante, in continua crescita e con esperienze tra di loro molto differenti. La formulazione di questo emendamento apre un'immensa contraddizione rispetto al lavoro fatto da Italia viva alla Camera». 

EFFETTO DRAGHI SULLE LEGGI APPROVATE

Nuova classifica del Sole 24 Ore, che mette insieme i dati di “efficienza” degli ultimi Governi, calcolando la loro capacità di far approvare le leggi dal Parlamento. L’esecutivo guidato da Draghi risulta secondo solo a quello di Renzi. Il Conte 2 è stato invece il peggiore. Marco Rogari.

«Dal meno "produttivo" a uno dei più prolifici degli ultimi 15 anni. Sono bastati l'insediamento a Palazzo Chigi di Mario Draghi e la nascita di una maggioranza in versione "large" per favorire in pochi mesi un netto cambio di passo del Parlamento, soprattutto in termini di leggi approvate. Che, all'inizio di questa legislatura (la diciottesima), nell'era dell'esecutivo "Conte 1" a tinte "gialloverdi", si erano fermate a quota 69, ad un ritmo medio di 4,6 al mese, il più basso registrato dall'epoca dell'ultimo gabinetto Berlusconi (sedicesima legislatura). E anche con il "Conte 2" le Camere, alle prese con l'emergenza Covid, erano riuscite a migliorare la loro "produttività", ma non di tanto, facendo registrare 5,82 leggi approvate, sempre in media, ogni mese. Ma con l'approdo a palazzo Chigi dell'ex presidente della Bce le due Aule di Montecitorio e Palazzo Madama hanno ulteriormente accelerato: come emerge dalla fotografia parlamentare sulla produzione legislativa e da una rilevazione di Openpolis aggiornata all'8 luglio scorso, dal 13 febbraio 2021, ovvero da quando è in carica l'attuale esecutivo, sono state approvate in via definitiva 37 leggi: in media circa 7,4 al mese, con un andamento inferiore soltanto a quello registrato durante l'esecutivo Renzi (7,9 al mese). Dall'assegno unico ai Sostegni Nell'ultimo tratto di legislatura sono stati licenziati dalle Camere molti provvedimenti targati Draghi, a partire dalle conversioni in legge del primo decreto Sostegni (che sarà presto seguita da quella del Sostegni bis, ora all'esame del Senato dopo il sì di Montecitorio), del Dl Riaperture e di quello sul Fondone da oltre 30 miliardi complementare al Pnrr. Ma è arrivato il via libera anche a testi partiti da molto più lontano, come la legge delega sull'assegno unico o la legge di delegazione europea 2019-20. Nutrito, come sempre, l'elenco di ratifiche di trattati internazionali. ». 

IL TELEFONINO DI MACRON SPIATO DAL MAROCCO

Quello dei telefonini spiati, grazie al software israeliano, sta diventando uno scandalo internazionale di prima grandezza. Lo stesso Presidente francese sarebbe stato intercettato e sorvegliato dagli 007 marocchini. L’articolo di Stefano Montefiori sul Corriere.

«Il presidente francese Emmanuel Macron è stato oggetto di un tentativo di spionaggio da parte dell'intelligence del Marocco attraverso il software Pegasus messo a punto dalla società israeliana Nso Group. È il primo nome di un capo di Stato a comparire nella lista di oltre cinquantamila persone selezionate da una decina di Paesi (i più attivi sono Messico e Marocco, ma anche l'Ungheria che fa parte dell'Unione Europea) che da anni usano il programma israeliano non solo per ascoltare conversazioni ma per impossessarsi di tutti i dati (contatti, email, messaggi WhatsApp e Telegram, foto, informazioni bancarie) dei loro obiettivi. «Se i fatti fossero confermati, sarebbero evidentemente molto gravi. Faremo tutta la luce possibile su queste rivelazioni della stampa», ha detto una fonte dell'Eliseo. Da lunedì sera l'ong Forbidden Stories in collaborazione con sedici media internazionali sta pubblicando i risultati di una lunga inchiesta sull'utilizzo del software Pegasus, che in teoria viene venduto a Paesi di tutto il mondo nell'ambito della lotta al terrorismo, ma in pratica è usato per scopi che vanno molto al di là di quelli dichiarati. Oltre a Macron era forse spiato tutto il governo francese nel 2019, a partire dall'allora premier Edouard Philippe e sua moglie. È certo che il Marocco ha cercato di spiare Macron, i suoi ministri e in totale circa mille cittadini francesi. Non è certo che ci sia riuscito, ma è possibile o addirittura probabile: l'ex ministro della Transizione ecologica, François de Rugy, anche lui nella lista, ha accettato di fornire il suo iPhone al Security Lab di Amnesty International (che collabora con Forbidden Stories) per verificare il successo o meno del tentativo, ed è risultato che i servizi marocchini erano in effetti riusciti a copiare tutti i suoi dati senza che de Rugy se ne accorgesse. Da parte del Marocco non ci sono reazioni ufficiali, ed è impossibile sapere con sicurezza quale fosse la ragione di questa intensa attività di spionaggio ai danni della Francia, un Paese amico. Ma è ragionevole pensare che, oltre a motivi economici, ci sia stata la volontà di carpire informazioni sull'Algeria, Paese con il quale la Francia ha un rapporto stretto e tormentato e che è lo storico rivale del Marocco nell'Africa del Nord. Il numero di iPhone di Macron era già sfuggito alla necessaria segretezza tra i due turni dell'elezione presidenziale del 2017, quando l'allora candidato favorito era stato spiato da hacker russi nell'ambito del caso «MacronLeaks». I servizi francesi avevano consigliato al neo-presidente di smettere di usare quell'iPhone e sostituirlo con la linea speciale dei telefoni Teorem o Cryptosmart in uso all'Eliseo. Emmanuel Macron però non aveva seguito la raccomandazione». 

JEFF BEZOS CONQUISTA LO SPAZIO

Primo viaggio turistico nello spazio organizzato dal fondatore di Amazon. La cronaca di Massimo Gaggi per il Corriere.

«Una missione spaziale durata in tutto una decina di minuti, poco più del tempo di una corsa sulle montagne russe di un luna park, ma a Jeff Bezos sono bastati per dichiarare con enfasi che «questo è stato il giorno più bello della mia vita». L'uomo più ricco del mondo è partito nella capsula montata in cima al missile New Shepard della Blue Origin, dalla base creata dal fondatore di Amazon a New Horn, nel deserto del West Texas. Con lui il fratello Mark e il più giovane e il più vecchio astronauta della storia: l'aviatrice 82enne Wally Funk che corona un sogno inseguito per 60 anni e Oliver Daemen, 18 anni, il figlio di un finanziere miliardario olandese che ha sostituito all'ultimo minuto un altro miliardario, rimasto anonimo, che, dopo aver speso 28 milioni di dollari per aggiudicarsi all'asta l'unico posto a pagamento di questa prima missione con uomini a bordo, ha dato forfait dicendo che aveva non meglio precisati «impegni concomitanti». La capsula, lanciata alla velocità di 3.700 chilometri orari, è arrivata a una quota di 105 chilometri dove i quattro passeggeri (nessun pilota, tutto è stato guidato dai computer della base) hanno potuto vedere la curvatura del nostro pianeta e sperimentare per 4 minuti l'assenza di gravità. Poi la navicella è scivolata verso terra, frenata da grandi paracadute. Un volo breve e per certi versi meno spettacolare di quello di Richard Branson, l'altro miliardario che ha effettuato un volo suborbitale 9 giorni fa a bordo della sua Virgin Galactic: un'astronave simile a un mini shuttle, portata in quota da un aereo madre e che poi, rientrata nell'atmosfera, è scesa planando verso la base in New Mexico. Ma i due miliardari testimonial del nuovo business del turismo spaziale dei voli suborbitali sono solo apparentemente personaggi simili. Branson si è appassionato allo spazio dopo la conquista della Luna, ma l'ha visto come un semplice affare, un po' più avventuroso, da affiancare alle altre attività (dalle linee aeree alla musica) della sua Virgin. Bezos, invece, sogna lo spazio da quando era bambino e il nonno - membro della commissione atomica federale, un personaggio abituato a occuparsi di missili balistici intercontinentali - insegnava al piccolo Jeff come aggiustare ingranaggi misteriosi e affascinanti. Fin dal 2000 il fondatore di Amazon investe metodicamente ogni anno una parte del suo patrimonio nella ricerca spaziale con l'obiettivo di partecipare alla creazione di un sistema di basi spaziali orbitanti intorno alla Terra nelle quali, pensa, gran parte dell'umanità dovrà andare a vivere dopo aver spremuto le risorse naturali del nostro pianeta. Per questo sta già costruendo un missile più potente, il New Glenn: progetta di usarlo per diventare protagonista anche nei voli orbitali e nelle missioni verso la Luna. Il razzo che l'ha portato ieri a cento chilometri dalla Terra è apparso ai più piuttosto tozzo perché è il secondo stadio del futuro missile pesante di Blue Origin. Pesante, recuperabile e riutilizzabile per rendere l'attività spaziale economicamente sostenibile. Ieri il Blue Shepard è tornato a terra, atterrando verticalmente, pochi minuti prima della navicella spaziale. Bezos, uscito dalla capsula con un cappellone da cow boy sulla testa, non ha risparmiato i toni trionfalistici. Ma poi ha anche spiegato che quello di ieri è stato solo un primo, piccolo passo verso la conquista dello spazio».

L’ISIS CERCA LA RIVINCITA IN NIGERIA

L’Isis, sconfitto in Medio Oriente, si sta spostando in Africa e in particolare in Nigeria, dove punterebbe all’istituzione di un nuovo califfato. Sul Manifesto l’articolo di Mauro Stefano.

«Aumentano sempre più le manifestazioni di protesta contro il governo centrale di Abuja a causa del progressivo clima di insicurezza che sta colpendo alcune regioni centro-settentrionali della Nigeria e nello specifico gli stati di Zamfara, Katsina, Kaduna e Niger. L'ultimo attacco risale a questo lunedì quando circa un centinaio di «banditi» - chiamati così dalle autorità - ha colpito cinque villaggi nella zona di Shinkafi (stato di Zamfara) con una serie di attacchi simultanei ed il rapimento di 60 civili. Si tratta dell'ennesimo sequestro nelle regioni nord-occidentali del Paese che si aggiunge a quello della scorsa settimana con circa 130 ragazzi rapiti dal collegio della Bethel Secondary School nello stato di Kaduna, episodio che ha provocato accese proteste della popolazione contro «l'inerzia del governo e la sua incapacità nel proteggere i civili». Questi gruppi criminali terrorizzano le popolazioni del nord-ovest e del centro della Nigeria: attaccano villaggi, rubano bestiame e rapiscono studenti o dignitari locali a scopo di estorsione con il risultato che, a causa dei continui attacchi e rapimenti, numerose scuole statali sono chiuse da mesi. A poco sono serviti i discorsi rassicuranti del presidente nigeriano Muhammadu Buhari riguardo a un maggiore impegno da parte delle forze di sicurezza nigeriane «per la liberazione di tutti i civili», con le lamentele sempre più pressanti delle opposizioni politiche riguardo alla sua «inefficace lotta contro il terrorismo e il banditismo». Le preoccupazioni dell'opinione pubblica riguardano l'alleanza tra questi gruppi e il terrorismo di matrice jihadista. Da questo punto di vista la morte di Abubakar Shekau, storico leader di Boko Haram, ha decretato la definitiva affermazione dello Stato islamico dell'Africa occidentale (Iswap) con un dominio consolidato del gruppo in tutta la parte nord-orientale del paese e un accrescimento in termini di popolarità, combattenti e armi. Iswap ha dimostrato nel corso di questi anni di essere uno degli affiliati di Daesh più grandi, con importanti riconoscimenti dalla leadership centrale a tal punto che, secondo quanto afferma nel suo ultimo report Samuel Malik - analista dell'Istituto per gli studi sulla sicurezza (Iss) di Bamako - «lo Stato Islamico, attualmente guidato da Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, sta trasferendo miliziani, soldi e armamenti per la creazione di un califfato in Nigeria». L'arruolamento degli ex combattenti di Shekau e l'accresciuto ruolo diretto dello Stato Islamico ha portato il gruppo jihadista a controllare in meno di due mesi circa il 30% dello stato del Borno e alla creazione «di uno stato parallelo a quello centrale, con la fornitura di protezione e servizi per la popolazione». Al contrario di quanto avveniva con Boko Haram, l'Iswap tende a non colpire i civili, ma ha come obiettivi prioritari i militari e le forze di sicurezza, visto che lo scopo dell'organizzazione è quello «di delegittimare uno stato completamente assente, aumentando consenso e incrementando le fila dei propri combattenti». «Una risposta militare inadeguata, l'insicurezza e la mancanza di prospettive rischiano di far accrescere il fenomeno jihadista in tutto il bacino del lago Ciad (Camerun, Ciad, Nigeria e Niger) - conclude Malik con la possibilità che una netta affermazione dello Stato islamico in quell'area avrebbe serie ripercussioni anche in altre zone, come quella del Sahel o dell'Africa centrale».

KERRY: PIANO MARSHALL CON LA CINA

L’inviato speciale per il clima degli Usa, John Kerry, ha parlato ieri a Londra ed è tornato a rivolgersi alla Cina. Anche i nemici, ha detto, si possono accordare in nome di un obiettivo comune: contrastare il surriscaldamento della terra. Ecco la cronaca di Antonello Guerrera da Londra per Repubblica.

«Come nella Seconda Guerra mondiale, per salvare il mondo dalla catastrofe, stavolta climatica, servono impegno e unità assoluti. Anche tra nemici. «Churchill e Roosevelt non avevano nulla da spartire con i sovietici», ricorda John Kerry, «eppure, nel momento decisivo, capirono che allearsi con Mosca era inevitabile per sopravvivere. Oggi siamo di fronte a un altro bivio vitale. Tocca fare lo stesso. E ricostruire insieme, con un nuovo Piano Marshall ». Un messaggio soprattutto alla Cina, dove Kerry fa capire che potrebbe tornare presto. «Smettiamola con il reciproco patto suicida». Da veterano di guerra ed ex segretario di Stato americano, Kerry usa una retorica spietata ma necessaria, esistenziale: il nonno uomo d'affari in Europa, l'inferno del nazismo, la fuga della madre dalla Francia occupata. “Le rovine europee sono il mio primo ricordo da bambino”, rivela. Il 77enne Inviato Speciale per il Clima del presidente Joe Biden ieri era a Londra, dove ha tenuto un lungo discorso (quasi un'ora) in un luogo speciale: i Kew Gardens, il meraviglioso orto botanico nell'ovest della capitale britannica. Giardini patrimonio dell'Unesco e tesoro inestimabile della flora terrestre: 27mila specie di piante viventi e un erbario di circa 8,3 milioni di campioni. Proprio da qui Kerry lancia l'accorato impegno ambientale degli Stati Uniti, alla vigilia del G20 sul clima in programma a Napoli. La parte sulla Cina è una delle più interessanti: «Non possiamo permetterci un mondo così diviso sulla lotta al riscaldamento globale. Con Pechino abbiamo serie divergenze. Ma senza la partecipazione della Cina, il mondo non si salverà dal disastro climatico. Abbiamo bisogno l'uno dell'altro. Dare l'esempio. E abbassare l'innalzamento della temperatura a 1,5 gradi o anche meno. In gioco c'è la sopravvivenza del mondo». Le parole di Kerry sono macigni: «Sembro esagerato. Ma questo non è un film di fantascienza: è la cruda realtà. Se non agiamo immediatamente, la Terra sarà distrutta alla fine di questo secolo. Non possiamo aspettare la fine del Covid». Promette che nessuno vuole limitare la crescita economica della Cina: «Ma ognuno deve dare molto di più per abbassare del 55% le emissioni entro il 2030 e del 100% entro il 2050. Dobbiamo ridurre ora il ricorso a combustibili fossili. E rispetteremo la promessa di 100 miliardi all'anno dei Paesi più ricchi a quelli poveri per il clima». Ammonisce Kerry: «La crisi climatica ne scatenerà molte altre, come quella migratoria. E poi: avete visto che cosa è successo in Germania in questi giorni? Riparare simili danni ci costerà molto di più. Non possiamo tradire i giovani e lasciargli un mondo simile. Capisco la loro ansia, e la rabbia. Chiedono a noi di fare gli adulti». Insomma, «il vertice sul clima Cop26 di Glasgow in autunno sarà capitale, come questo decennio. Altrimenti, nessuno si salverà: neanche i Paesi ricchi». 

Se vi è piaciuta la Versione di Banfi fatelo sapere inoltrando questa rassegna via email ai vostri amici. Se non vi è piaciuta, beh non ditelo in giro.

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.