Il Green pass della casta

Polemiche per i tamponi gratis dati ai parlamentari. Sulla scuola Remuzzi propone di lasciare a casa solo i contagiati. Conte popolare in piazza, non piace a Fedez. Cinghialoni in prima

Nessuna sospensione dal lavoro nel decreto sull’allargamento del Green pass pubblicato finalmente in Gazzetta Ufficiale. Intanto si è anche stabilito che deputati e senatori dovranno avere la certificazione verde. Sallusti si scaglia contro gli “onorevoli scrocconi”, perché non pagheranno i tamponi, come i comuni mortali. C’è preoccupazione per la scuola, a dieci giorni dall’inizio, perché crescono fatalmente i contagi. Giorgio Remuzzi, direttore del Mario Negri, su Avvenire lancia una proposta interessante: puntare sui test salivari e lasciare a casa solo gli studenti positivi e non la classe intera. Fra l’altro Remuzzi è chiarissimo anche sui dati apparentemente molto diversi sui vaccinati, che risulterebbero contagiosi, fra Israele e gli Usa. Maurizio Belpietro, con La Verità protagonista di una campagna giornalistica anti Green pass e anti vaccinazione, proprio sulla base dei dati israeliani chiede a Speranza i numeri dei vaccinati che finiscono nelle terapie intensive italiane per Covid, pur avendo fatto due dosi. Buone notizie sul fronte dei vaccini per tutti. Qualcosa si muove sull’asse atlantico: Draghi promette che l’Italia donerà 45 milioni di dosi ai Paesi poveri. Biden 100.

Le immagini dei cinghiali a Roma, ma anche a Torino, irrompono in una campagna elettorale amministrativa non proprio eccitante. Sugli animaloni si gettano sia Gramellini che Feltri nelle loro rubriche. Giuseppe Conte riempie le piazze nel suo tour elettorale per i 5 Stelle, ma la circostanza è criticata da Fedez & c. Giuliano Ferrara invece sostiene “Giuseppi” sul Foglio. Come anche Travaglio, ma questo è più prevedibile.

Dall’estero segnaliamo il disgelo, via telefono, Biden-Macron, dopo lo choc dei sottomarini australiani. Mentre i cinesi fanno rifiatare i mercati, perché si prendono in carico il crack del colosso immobiliare Evergrande. Incredibile la storia dei 14 profughi afghani ricevuti ieri dal Papa, salvati dal nostro ponte aereo con Kabul. Il capofamiglia era stato arrestato per aver seguito una Messa via web.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera sceglie ancora il decreto finalmente pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale: Sì al green pass, ecco tutte le regole. La Repubblica sottolinea la spaccatura fra i parlamentari del Carroccio: Green pass, Lega a pezzi. Il Giornale è soddisfatto: Obbligo di green pass anche per il Palazzo. Libero critica però il tampone gratis per gli eletti di Camera e Senato: Onorevoli scrocconi. La Verità paventa che diminuiscano i virologi in tv: Arriva il bavaglio di Stato sul Covid. Il Mattino è ottimista: Covid, il muro dei vaccini ha fermato la variante Delta. Il Fatto fa i conti in tasca alle multinazionali: Vaccini, Big Pharma incassa 31 mld in più. Il Manifesto accusa con un gioco di parole: La scuola è secondaria. Il Messaggero ha organizzato una tavola rotonda con i quattro candidati al Campidoglio: Sprint finale. Mentre il Domani attacca: I bonifici sospetti al futuro presidente della Calabria Occhiuto. Il Quotidiano Nazionale torna sul clamoroso caso di cronaca della ragazza sparita: Preso lo zio, ma Saman non si trova. La Stampa intervista il presidente dell’Inps: Tridico: subito il salario minimo. Mentre Il Sole 24 Ore fa il punto sulla finanza mondiale: Fed: presto meno aiuti, tasse su nel 2022. Evergrande, scende in campo Pechino. Avvenire racconta la storia di un capofamiglia afghano incarcerato perché cristiano: Guardava la Messa rapito dai taleban.

GREEN PASS, PUBBLICATO IL DECRETO

La Gazzetta ufficiale ha pubblicato il decreto sul Green passo obbligatorio per i lavoratori. Non è più prevista la sospensione. Il Corriere pubblica uno specchietto riassuntivo con tutto quello che c’è da sapere delle nuove norme. Lo trovate nel pdf. Ecco l’introduzione di Sarzanini e Guerzoni.

«Come tutti i lavoratori italiani, autonomi, dipendenti pubblici e dipendenti privati, anche i deputati dovranno esibire il green pass al momento di varcare la soglia di Montecitorio. La nuova regola è stata approvata dall'ufficio di presidenza della Camera. «Nessun privilegio. Per chi violerà le regole saranno previste sanzioni, a partire dal taglio della diaria per i deputati», ha spiegato il presidente Roberto Fico. Per chi non si adeguerà scatterà la sanzione di 600 euro e tre giorni di sospensione. Al Senato la decisione verrà presa il 5 ottobre. Il provvedimento del 21 settembre che estende il green pass a 23 milioni di lavoratori è intanto arrivato in Gazzetta Ufficiale. La sospensione per chi non è in regola è stata cancellata (tranne che nelle scuole), ma resta l'assenza ingiustificata e quindi il mancato stipendio. E la Camera dei deputati ha convertito il decreto che impone il green pass a scuola e sui mezzi di trasporto a lunga percorrenza come aerei, treni, navi.».

Per Alessandro Sallusti, l’obbligo del Green pass anche per i parlamentari è sacrosanto. Ma gli onorevoli sono scrocconi perché non pagheranno i tamponi. Ecco il fondo di Libero.

«Parlare male della classe politica è come sparare sulla Croce Rossa, facile e a colpo sicuro. Chi lo fa di solito viene accusato di qualunquismo, populismo e disfattismo. C’è del vero, perché il movimento anti casta, nato sull’onda del clamore del libro “La casta” scritto nel 2007 da Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, e approdato in Parlamento pochi anni dopo conla divisa dei Cinque Stelle, si è dimostrato più incapace, inaffidabile e arraffatutto di chi lo aveva preceduto. Detto questo ci sono delle volte in cui non ci si può trattenere dal prenderla di mira, anche la comprensione ha un limite. Ieri la Camera ha deciso chei deputati potranno entrare in Aula solo se muniti di Green pass (cosa logica avendo loro approvato che noi dobbiamo andare al lavoro nelle medesime condizioni) ma con una variante rispetto ai comuni mortali: quei deputati che per avere il via libera sceglieranno la strada del tampone non dovranno pagare l’esame, che gli sarà rimborsato dalla cassa mutua, la quale tecnicamente si pagano loro ma pur sempre con soldi nostri. Ora, un tampone costa 15 euro e ha validità per 48 ore. I deputati, ben che vada, di giorni ne lavorano quattro alla settimana. Totale: 120 euro al mese, cifra rilevante per chi guadagna 1200 euro, irrisoria per chi, come loro, viaggia attorno ai 15mila netti più benefit. “Onorevoli scrocconi”, titoliamo. Ma avremmo potuto fare anche “Onorevoli barboni” oppure “Onorevoli buffoni” che il senso forse era più chiaro. Oltre un certo reddito uno, io per primo,il tampone se lo deve pagare e non scaricare sugli istituti di previdenza o sulla collettività. Ma si sa, il Parlamento nelle ultime legislature da luogo della classe dirigente si è trasformato in un coacervo di mediocrità e stipendificio per falliti. Ma non solo. Gli stessi onorevoli ora vogliono vietare a virologi e medici di andare liberamente in tv. La babele della scienza è in effetti fastidiosa e a tratti pericolosa però, in quanto a limitazioni di libertà, direi che abbiamo dato a sufficienza. Anche perché se giustamente possono andare in tv Toninelli e Borghi non vedo perché no Bassetti o la Capua. Gente che almeno ha studiato».

La Lega si è ancora divisa nel voto parlamentare, mettendo a disagio Salvini. Matteo Pucciarelli per Repubblica.

«A Roma una bella fetta di "suoi" parlamentari disertavano serenamente e per il secondo giorno di fila il voto sul Green Pass, a Milano il segretario li benediceva: «Sono liberi di esserci o non esserci. Ognuno è libero di agire secondo coscienza, siamo in democrazia e non in un regime». Continua insomma la linea di lotta e di governo del Carroccio attorno alla certificazione verde, provvedimento simbolo dell'esecutivo guidato da Mario Draghi di cui la stessa Lega fa parte e che ha l'obiettivo di spingere la vaccinazione contro il Covid- 19. E così in un partito organizzato come una caserma, dove il dissenso è generalmente poco contemplato, improvvisamente il leader si fa garante della libertà di voto. Su 132 eletti, per il decreto di conversione ce n'erano presenti solo 69. «È davvero pretestuoso fare dietrologia su chi era in aula e chi no», è la difesa del capogruppo alla Camera, Riccardo Molinari, parlando di colleghi malati e altri impegnati in campagna elettorale. Che però ci siano due approcci differenti nel partito alla questione, diversità che riflettono posizioni molto distanti e su più argomenti, è palese e chiaro a tutti. Da una parte la fronda "anti", guidata dall'economista Claudio Borghi e con esponenti di peso come Alberto Bagnai e Armando Siri. Dall'altra gli "istituzionali" guidati dal ministro allo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. «Non c'è spazio per i no vax nella Lega», era la netta posizione del presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga. Smentito platealmente dal suo stesso segretario in conferenza stampa all'ovattato hotel Hilton, «sono per la democrazia e ogni idea è rispettata e rispettabile». Tradotto: anche la contrarietà ai vaccini - spesso venata da posizioni antiscientifiche se non complottiste - può trovare spazio e legittimità nel partito. Il problema di Salvini e che spiega il suo atteggiamento ondivago è tutto a destra, con Fratelli d'Italia all'opposizione che rosicchia consensi e spazi alla Lega imbrigliata nel governo di larga coalizione e con un premier ex banchiere europeo, cioè l'incarnazione del male assoluto per lo stesso Salvini fino a qualche tempo fa. I passaggi dalla Lega al partito di Giorgia Meloni, segnale inequivocabile che l'ascesa del "Capitano" è terminata e favore della collega di coalizione, sono cominciati da tempo; dopo l'addio della eurodeputata critica sui vaccini e no euro Francesca Donato, il leader della Lega ha voluto rispondere subito presentando i consiglieri regionali Alessandro Fermi e Mauro Piazza, eletti al Pirellone con Fi e ora accasati nel Carroccio, oltre all'ex presidente della provincia di Lecco, Daniele Nava. «Per uno che va via dieci arrivano», tenta di farsi forza Salvini. Il quale, ospite della sua tv locale preferita, palestra mediatica nella quale s' è formato prima del salto nazionale, cioè Telelombardia , ha ritirato fuori un evergreen della retorica da vecchia Lega antisistema, descritta come partito scomodo e fuori dal giro che conta: «Da trent' anni ne dicono di tutti i colori sulla Lega. Non abbiamo tanti amici tra i banchieri, i finanzieri e i cosiddetti "poteri forti", tra giornali e tv. Ma se aspettano una Lega divisa devono attendere i prossimi trent' anni». Il prossimo giro di amministrative, con le grandi città al voto e il centrodestra in affanno un po' dappertutto, saranno di certo un banco di prova decisivo. Le previsioni ad oggi parlano di una sconfitta di 4-1 contro il centrosinistra (più i 5 Stelle, anche se non dappertutto), e poi ci sarà da vedere la conta dei voti tutta interna al fronte sovranista. «L'obiettivo è arrivare al ballottaggio a Roma a Milano a Torino a Bologna e in altre città e chiuderla al primo turno a Varese, Novara, Trieste, Pordenone». Quando si arrivano a menzionare i centri minori è brutto segno, specie se ci si reputa "maggioranza nel Paese", di certo comunque Salvini non ha perso la propria vena da campagna elettorale perenne: ieri ha avuto cinque appuntamenti diversi in Lombardia, oggi invece sarà in Calabria, cinque tappe in tre province. L'unico posto dove i sondaggi danno per certa la vittoria della destra».

VACCINI, L’ITALIA DONA 45 MLN DI DOSI

Mario Draghi annuncia: il nostro Paese donerà 45 milioni di vaccini ai Paesi poveri. Alessandra Ziniti per Repubblica.

«C'è un numero che dice tutto: in Africa solo il 2,7% della popolazione ha ricevuto il vaccino. A questo ritmo ci vorranno altri tre anni per centrare l'obiettivo già minimo che era stato fissato dall'Organizzazione mondiale della sanità che sperava già a settembre di vedere immunizzato il 10 per cento della popolazione. Il Covax, il piano vaccini mondiale, fino ad ora è stato un fallimento. E il rischio che nuove varianti rinfocolino la pandemia è alto. L'Italia è pronta a fare la sua parte. «Triplicheremo i nostri sforzi, entro la fine del 2021 doneremo 45 milioni di dosi ai Paesi poveri», ha annunciato ieri il premier Mario Draghi al Global Covid-19 Summit, a margine dell'Assemblea generale dell'Onu in perfetta sintonia con il presidente americano Biden che, da parte sua, ha comunicato che gli Usa raddoppieranno il loro contributo donando altre 500 milioni di dosi ai Paesi più poveri, grazie a un accordo raggiunto con Pfizer-BioNTech. A maggio, al Global Health Summit di Roma l'Italia si era già impegnata a donare 15 milioni di dosi di vaccino al resto del mondo ma, ha spiegato il presidente del Consiglio, «dobbiamo aumentare la nostra preparazione per le pandemie del futuro, così come la capacità produttiva di vaccini e di strumenti sanitaria in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più vulnerabili. Noi sosteniamo il piano dell'Unione Europea di donare un miliardo di euro per sviluppare la capacità manifatturiera in Africa e promuovere il trasferimento di tecnologie. Noi accogliamo anche l'agenda Usa-Ue per favorire i nostri comuni sforzi per una vaccinazione globale». Donare le dosi, però non basta. Il progetto Covax ha pagato lo scotto anche delle enormi difficoltà di trasporto e distribuzione delle fiale nei Paesi poveri, della mancanza di formazione del personale sanitario e della totale disinformazione delle popolazioni poco motivate a vaccinarsi. Per questo, come presidenza di turno del G20, l'Italia intende lavorare per il coordinamento della risposta globale. «Nella lotta al Covid abbiamo fatto grandi progressi ma ci sono ancora grandi disuguaglianze nella distribuzione dei vaccini e su questo bisogna essere pronti a essere più generosi», ha detto Draghi. Per il presidente del Consiglio la sfida più gravosa «sarà come trasportare i vaccini, non come produrli. I meccanismi multilaterali, come l'acceleratore Act e Covax, rimangono gli strumenti più efficaci per assicurare la distribuzione dei vaccini e per creare la capacità necessaria per somministrarli. Ma dobbiamo anche offrire adeguato supporto logistico per assicurare che i vaccini raggiungano coloro che ne hanno più bisogno».

SCUOLA, LA PROPOSTA DI REMUZZI

Sull’Avvenire Giorgio Remuzzi, direttore dell’istituto farmacologico Mario Negri, propone di uscire dalle contraddizioni provocate dall’obbligo di quarantena delle intere classi in cui gli studenti siano trovati positivi. Secondo i dati pubblicati su Lancet, solo il 2% dei contatti stretti di uno studente positivo risultano contagiati. La proposta: test salivari su tutti, a casa solo i positivi.

«Convivere, prima che con il virus, con la consapevolezza che in questa fase è impossibile fare previsioni a lungo termine. «Dobbiamo fermarci a 15 giorni, un po' come i meteorologi, e questo non è necessariamente uno svantaggio» spiega Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri, facendo passare le decine di fascicoli e studi accatastati sulla scrivania. Perché è con le conoscenze che la scienza acquisisce di giorno in giorno sul Covid - e le acquisisce costantemente, magari smontandole e rimontandole - che si fabbricano le decisioni politiche. A cominciare da quelle sulla scuola, «dove Dad e quarantene potrebbero essere superate dai dati». A che dati si riferisce professore? «A quelli pubblicati dalla rivista Lancet settimana scorsa. Due le conclusioni dirompenti dello studio, condotto sui test salivari effettuati ogni giorno in 150 scuole britanniche. Primo: soltanto il 2% dei contatti stretti di uno studente risultato positivo alla variante Delta si contagia. Significa 2 studenti su 100, individuati proprio grazie ai test. Secondo dato: i test salivari sono molto più efficaci di quelli naso- faringei, dal momento che nella saliva la distribuzione del virus è più omogenea. Tanto che alcuni soggetti risultati negativi al tampone nasofaringeo sono poi risultati positivi al salivare». Questo cosa significa? «Che piuttosto che costringere un'intera classe a stare in quarantena, cioè a casa in Dad, nel caso di un contagio si può procedere a test salivari mirati: avranno un costo contenuto, identificano con certezza chi è contagiato e chi no, risparmiano un'interruzione generalizzata delle lezioni. È una decisione che potremmo prendere presto. Come per le quarantene dei vaccinati... Se un vaccinato entra in contatto stretto con un positivo si effettua un test. Se nei giorni successivi il test risulta negativo, la quarantena è inutile». Modificare regole e comportamenti rapidamente, mano a mano che la scienza acquisisce nuove certezze sul virus. È la strada da percorrere? «Esattamente. È la strategia, per altro, che stiamo adottando per la terza dose di vaccino. Al momento non ci sono dati scientifici solidi per deciderne la somministrazione generalizzata. Quello che sta succedendo in Israele, dove si è osservato un aumento dei casi di malattia severa associato al calo degli anticorpi dopo 4 mesi dalla somministrazione di Pfizer, non si è invece verificato negli Stati Uniti. Il motivo è legato al fatto che i criteri con cui si indica la malattia severa in Israele non sono gli stessi adottati dal Center of disease control americano. La verità è che il calo di protezione effettivamente riscontrato per Pfizer dice sì qualcosa degli anticorpi ma non delle cellule della memoria, pronte a fabbricarne di nuovi nel caso di infezione. Senza contare che quello stesso calo non viene riscontrato con AstraZeneca. Sul punto, molto complesso, servono insomma ulteriori studi e approfondimenti. Gli stessi dati, in compenso, ci dicono che nei soggetti più fragili - trapiantati, pazienti che assumono farmaci che inibiscono gli anticorpi e anziani over 80 - la terza dose è necessaria. Ecco allora perché è giusto procedere con le somministrazioni su queste persone per ora, come sta facendo l'Italia. Tra due mesi avremo nuove conoscenze e potrebbe essere che si debba estendere la terza dose a chi ha più di 65 anni. Senza paura di cambiare le regole, e soprattutto senza paura del parapiglia che si scatena tutte le volte che lo facciamo: vanno cambiate in base alle nuove evidenze che via via abbiamo, e vanno cambiate in fretta». 

Anche Miguel Gotor su Repubblica traccia un bilancio sui primi dieci giorni di frequenza a scuola e ricorda i problemi.

«A dieci giorni dall'inizio della scuola i primi dati della diffusione dei contagi purtroppo non sono incoraggianti. Circa seicento classi e quindicimila studenti si trovano già in didattica a distanza e l'isolamento domiciliare che si sta sperimentando aula per aula presenta il limite di non essere uguale per tutti perché sono previsti sette giorni per i vaccinati e dieci per i non vaccinati con conseguenti problemi di organizzazione della didattica. Nonostante questi dati preoccupanti bisogna resistere senza farsi scoraggiare perché eravamo preavvisati del fatto che il ritorno a scuola avrebbe rappresentato un test importante, ma complicato, per verificare le nostre capacità di ripartenza in un settore fondamentale come l'istruzione. Ora che, al netto del susseguirsi delle varianti del virus, il cielo si va rischiarando grazie alla diffusione del vaccino e alla funzione persuasiva di "semaforo verde" del Green Pass. Tanto più che proprio il mondo della scuola ha risposto con grande senso di responsabilità alla chiamata per il vaccino e oggi il 93 per cento degli insegnanti, del personale amministrativo e di quello Ata risulta vaccinato. Per l'equilibrio psico-fisico di una generazione di studenti è troppo importante recuperare il valore e la pratica della didattica in presenza, così come è decisiva la sfida di pensare già adesso la scuola dopo l'emergenza. Infatti, sarebbe sbagliato perdere di vista i problemi strutturali che esistevano prima dell'epidemia e che continueranno a esserci anche dopo. Ne segnaliamo tre - quelli secondo noi più urgenti - che le risorse del Recovery Plan possono finalmente consentire di affrontare. Il primo riguarda la definizione di percorsi univoci e stabili per accedere all'insegnamento. Negli ultimi vent'anni per troppe volte si è cambiata strada, prima scegliendo il cammino della formazione professionalizzante, poi quello dei mega-concorsi, rompendo un elementare patto di cittadinanza tra le istituzioni e gli aspiranti insegnanti, costretti a un precariato sempre più difficile da gestire sul piano psicologico e sociale. Ciò consentirebbe di ridurre il numero degli alunni per classe, di aumentare la diffusione delle scuole nei territori e di dare un insegnamento stabile e continuativo agli studenti, tutte esigenze ineludibili per avere un'economia e una cultura della conoscenza di livello europeo. Il secondo concerne l'elevazione dell'obbligo scolastico per rafforzare un'idea di scuola dell'inclusione che possa ritornare a essere un ascensore sociale come richiesto dall'articolo 3 della Costituzione. Si tratta di una prova cruciale per sciogliere i nodi della povertà educativa e quelli dei neet, ossia dei giovani che non studiano, non lavorano e neppure lo cercano e vivono in uno stato depressivo più o meno mascherato: in Italia sono il 23 per cento a fronte di una media europea di dieci punti inferiore. Il terzo attiene alle risorse e alla loro adeguata gestione. Sarebbe utile individuare delle aree di "istruzione prioritaria", equamente distribuite sull'intero territorio nazionale, per intervenire con investimenti speciali sul personale docente, sulla riduzione del numero degli studenti per classe e sulle politiche in favore degli alunni con disabilità. La faglia del disagio, infatti, non è più quella Nord/Sud, ma esistono tanti centri e periferie che convivono nella stessa città, persino con uno slittamento da quartiere a quartiere. Così anche bisogna finanziare progetti di manutenzione e di ammodernamento delle scuole già esistenti, riqualificandole sul piano della sicurezza e del risparmio energetico, ma anche degli spazi annessi agli edifici scolastici come palestre, mense, biblioteche, architettonicamente accessibili e sostenibili. Un intervento che avrebbe effetti benefici anche sul tessuto economico di prossimità, chiamando al lavoro imprese edili, idraulici, elettricisti e piccoli artigiani di migliaia di Comuni italiani. Insomma, affinché la scuola possa svolgere sino in fondo quella funzione di "potente antivirus" ricordata di recente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella bisogna adottare un modello di intervento a due velocità: la prima per fare fronte di volta in volta alle emergenze derivanti dalla necessità di convivere con il virus, la seconda per prendere di petto i problemi basilari della scuola. Questa è l'unica strada che può permettere di trasformare una simile tragedia in un'opportunità di crescita in un ambito decisivo come quello dell'istruzione non per pensare al domani - come spesso si dice - ma, da subito, al tormentato mondo di oggi».

CARO BOLLETTE, OGGI SI DECIDE

Dopo riunioni e contatti, oggi dovrebbe essere il giorno della decisione del Governo per ridurre l’impatto del caro bollette di luce e gas. Roberto Petrini per Repubblica.

«Il governo è pronto a varare nella riunione di oggi la manovra per sterilizzare il rincaro delle bollette della luce e del gas con 3 miliardi. All'esame dell'esecutivo anche una nuova dilazione dell'invio delle cartelle fiscali. Arrivano anche 900 milioni per finanziare le indennità di quarantena per chi è entrato in contatto con malati Covid. Slitta a martedì 28 la presentazione della nota di aggiornamento al Def con le nuove cifre del Pil e del deficit. «Nel Consiglio dei ministri ci saranno i fondi per calmierare le bollette », ha annunciato ieri il titolare degli Esteri Luigi Di Maio. Anche Antonio Misiani del Pd ricorda che «è necessario un intervento molto robusto da parte del governo». Conferme dell'intervento da parte Mariastella Gelmini, ministra per gli Affari regionali che ha chiesto di evitare «ulteriori aggravi sui bilanci delle famiglie ». L'accelerazione, dopo le incertezze dei giorni scorsi, è arrivata anche per consentire di raggiungere una decisione in tempo utile per definire le nuove tariffe già dal prossimo trimestre ottobre-dicembre. La cifra stanziata dovrebbe essere di circa 3 miliardi, necessari ad evitare una stangata per i cittadini (senza intervento ci sarebbero aumenti del 40 per cento della luce e del 30 per cento del gas). L'intervento sarà strutturato in modo analogo a quello di fine giugno che aveva previsto un finanziamento di 1,2 miliardi. Le risorse arriveranno dai soldi recuperati nelle pieghe del bilancio e dalle aste di CO 2 e serviranno per tagliare gli oneri di sistema. Sarà ampliato anche il bonus sociale per aiutare i nuclei familiari meno abbienti. Nella legge di Bilancio invece verrà inserita la riforma della bolletta con un passaggio della copertura degli oneri di sistema sulla fiscalità generale. Pronti anche 900 milioni per finanziare per il 2021 le indennità di malattia dovute alle assenze per chi sta in "quarantena" perché entrato in contatto con un caso positivo al coronavirus (oggi è tra i 7 e i 14 giorni). L'indennità introdotta con il decreto Cura Italia lo scorso anno (e finanziata con 600 milioni) è destinata ai lavoratori privati (nel pubblico si va in malattia senza ostacoli) e naturalmente non riguarda chi può rimanere in smart working. «Contiamo che tutti i settori siano trattati allo stesso modo», commenta Antonello Orlando, esperto della Fondazione studi consulenti del lavoro. Intervento anche sulle cartelle esattoriali, chiesto a viva voce da settimane dalla Lega. Le cartelle ferme, secondo fonti dell'Agenzia delle Entrate, sono circa 20-25 milioni e per 4 milioni di contribuenti sono pronte a ripartire le notifiche da qui alla fine dell'anno in modo da essere spalmate nei quattro mesi che vanno da settembre a dicembre. Percorso troppo corto: l'ipotesi da cui si parte è di scaglionare le cartelle congelate nell'arco di uno o due anni. Slitta invece a martedì della prossima settima la presentazione della Nadef, la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Le cifre vengono confermate: dopo la previsione dell'Outlook dell'Ocse che ha portato il Pil dell'Italia al 5,9 per cento la possibilità di centrare il 6 per cento è a portata di mano, anche perché l'Italia è tra i pochissimi Paesi che accelerano in un quadro di leggero rallentamento della ripresa mondiale. Resta aperta la questione del fisco: la delega dovrà arrivare nei prossimi giorni, ma come è noto la delega non ha risorse e prevede una serie di provvedimenti attuativi, inoltre apre la strada a contestazioni sulla questione del catasto che ha visto anche ieri Lega e Forza Italia decisamente contrarie. Per questo il taglio delle tasse entrerà in legge di Bilancio con un anticipo della riduzione del terzo scaglione Irpef e una limatura dell'Irap facendo conto su parte della maggiori entrate dovute alla crescita, che ammontano a 10-12 miliardi».

Il Presidente dell’Inps Pasquale Tridico, intervistato da Paolo Baroni della Stampa, sostiene che la ripresa va accompagnata da misure che stabilizzino l’occupazione. Come il salario minimo.

«Gli incentivi devono essere selettivi, più si mira al target e più funzionano bene, altrimenti si rischia di sprecare risorse, sostiene Pasquale Tridico. «Questo - spiega il presidente dell'Inps - è il momento di mettere in campo interventi contro la precarietà ed i salari bassi e poi occorre favorire l'occupazione di donne e giovani. Perché la crescita c'è ed forte ma deve essere inclusiva». Presidente la ripresa è in corso, il Pil cresce in maniera robusta, il lavoro anche ma non allo stesso ritmo e soprattutto i nuovi contratti sono in prevalenza a termine. Si potrebbe dire non è esattamente lavoro «buono». «Tutti i dati sono positivi. E lo riscontriamo nelle entrate contributive, che per noi sono un po' il termometro dell'andamento dell'economia, salite dell'8%, circa 9 miliardi in più rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Oltre a questo abbiamo un dato molto importante sugli occupati, cresciuti complessivamente quasi di un milione in più rispetto al primo semestre 2020 e cresciuti anche rispetto al 2019, e poi c'è il dato sul Pil che ormai è certo viaggia al 6%. I dati aggregati sono certamente buoni, poi certo anche noi notiamo che ci sono molte assunzioni a tempo determinato e disuguaglianze di genere che permangono, come l'alta incidenza di part-time per le donne». Anche i contratti di somministrazione stanno crescendo molto: la precarizzazione sta aumentando anziché calare. «Una delle ragioni può essere la sospensione del Decreto dignità che nel 2019 aveva operato con molta evidenza nel ricomporre il mercato del lavoro a favore del tempo indeterminato e che nel 2021 il legislatore ha deciso invece di sospendere fino al settembre 2022 a causa della pandemia. Anche per questo nonostante la ripartenza cresce l'occupazione a termine e purtroppo permangono le disuguaglianze, e le disparità di genere pure. Appena possibile sarà necessario favorire la stabilità dei lavoratori, anche con incentivi mirati, perché se dobbiamo crescere come stiamo facendo ora, è bene che la crescita sia per tutti. La nostra deve essere una crescita inclusiva mentre una crescita trainata da un lavoro che non è stabile certo non lo è». Quindi cosa occorre fare? «Ci sono strumenti che col tempo possono essere gradualmente reintrodotti: da una parte si può riattivare il decreto dignità e dall'altra si può introdurre il salario minimo». Quello del salario minimo è un tema molto delicato, soprattutto per i sindacati per i quali "i minimi" sono quelli dei contratti nazionali «Nei decenni passati la contrattazione sindacale è stata uno strumento che ha certamente favorito la crescita dell'economia e la distribuzione della produttività. Purtroppo oggi abbiamo quasi 900 contratti e questo genera fenomeni di vera e propria pirateria contrattuale. Se avessimo una legge sulla rappresentanza ed una legge che consente di evitare dumping salariale, sarei favorevole a percorrere questa strada. Il nostro modello è molto simile a quello tedesco ed in Germania, con un sistema di contrattazione altrettanto forte, si pensa di portare il salario minino a 12 euro. Mentre anche Biden vuole portarlo a 15 dollari (ovvero 13 euro), questo perché probabilmente si sono resi conto che la frammentarietà, la poca sindacalizzazione di certi settori e l'aziendalizzazione delle relazioni industriali avvenuta negli ultimi 20-30 anni ha causato un certo dumping salariale». Da noi quale sarebbe un valore equilibrato? «Se considerassimo come soglia un valore intorno ai 9 euro lordi sarebbe coerente con quanto suggerito da una direttiva Ue dell'anno scorso. Molti studi provano come il salario minimo sopra una certa soglia aumenti la produttività, perché spinge verso investimenti capital intensive e una più efficiente allocazione del lavoro, non fa aumentare la disoccupazione e fa diminuire il lavoro povero. Non è da trascurare l'impatto sulla qualità della vita e la salute, in particolare dei bambini, oltre che su un maggior gettito per la finanza pubblica».

GOVERNO DRAGHI ANCHE DOPO IL 2023?

Ieri Stefano Folli aveva ipotizzato su Repubblica che, anche dopo le prossime elezioni politiche, il governo possa essere guidato ancora da Mario Draghi. Che ne pensano dalle parti del Pd? Giovanna Vitale ha cercato di capirlo.

«Per il momento è solo «una suggestione»: sono «tali e tante le variabili in campo» che cominciare a discuterne ora «è del tutto prematuro ». Eppure lo scenario che alcuni esponenti dem vanno teorizzando nei seminari di corrente - ovvero la possibilità che sia Mario Draghi, nel 2023, a succedere a sé stesso, con una formula di governo magari simile all'attuale - ha iniziato a fare breccia nei conversari tra parlamentari. L'ha argomentato Enrico Morando aprendo la convention di Libertà eguale, ala liberal dei democratici: la coincidenza tra l'agenda Draghi e quella del Pd, il consenso altissimo che il premier riscuote tra gli italiani dovrebbe suggerire al partito guidato da Enrico Letta di impegnarsi affinché l'esperienza Draghi prosegua. Anziché guardare all'esecutivo di unità nazionale come una parentesi - copyright di Goffredo Bettini - «un centrosinistra maturo» dovrebbe avere come obiettivo la permanenza dell'ex banchiere a palazzo Chigi. Traendo il «buon esempio» da quanto accade in Germania: «Dalla capacità del leader socialdemocratico Scholz di presentarsi come il migliore erede della grande coalizione con Merkel, con una Spd che torna competitiva come non era più stata dai tempi di Schroeder». Per dirla col costituzionalista Stefano Ceccanti, «il Pd si dovrebbe draghizzare di più». E ancora oltre si spinge Claudia Mancina: «Invece di pensare a un nuovo partito, potremmo proporre al Pd di candidare Draghi alle prossime elezioni». Sempre che dia la sua disponibilità, s' intende. Posizione che avrebbe oltretutto il pregio di ricompattare su un unico fronte i vari cespugli centristi: Renzi (che però ieri ha parlato di «dibattito fuori luogo»), Bonino, Calenda e forse pure il corpaccione anti-leghista di Fi. Ma che finisce per irritare il Nazareno: «Occuparsi di questa questione a 10 giorni dalle amministrative, con il partito impegnato a fare un buon risultato ovunque, è surreale», tagliano corto i fedelissimi del segretario. «Noi siamo quelli che sostengono Draghi con più lealtà e responsabilità. Trascinarlo in esercizi retorici e aleatori, proiettati nientemeno che al 2023 con tutto quel che ci attende nei prossimi mesi, non ha alcuna utilità né per lui, né per il governo, né per il Paese». Il senatore Luigi Zanda, fra i più ascoltati dal leader, è perentorio: «L'Italia si sta distinguendo nel mondo soprattutto per il lavoro di due grandi personalità: Mattarella e Draghi. Non è nell'interesse del Paese tirarli per la giacchetta, anche perché entrambi non lo permetterebbero». Perciò Zanda rifiuta anche solo di commentare un eventuale bis del premier: «Il quadro politico è tuttora molto incerto, abbiamo davanti una serie di passaggi delicati: stanno per andare alle urne 15 milioni di italiani e nonostante si tratti di amministrative il voto avrà valenza politica; poi c'è l'elezione del capo dello Stato che è da sempre un appuntamento cruciale per gli equilibri interni e internazionali; siamo alle prese con una robusta ripresa dell'economia oggi qualsiasi previsione, specie se altera il quadro attuale, è imprudente». È evidente che al senatore non dispiacerebbe se il capo del governo restasse - al contrario dell'ala sinistra del Pd, convinta sia un'ipotesi difficilmente realizzabile - ma farne oggetto di contesa non sarebbe serio. «Le variabili sono tali e tante che parlarne adesso è velleitario », fa sponda Alessandro Alfieri, coordinatore di Base riformista, corrente Guerini-Lotti. «Bisogna prima capire come vanno le comunali, cosa succede nella Lega se perde, come finisce la partita sul presidente della Repubblica, se si riesce a cambiare la legge elettorale. Tutte cose al momento impossibili da sapere e, quindi, da valutare». Eccole le variabili che rendono ozioso ogni programma a lungo termine. Sebbene, si espone un autorevole deputato milanese, un ragionamento di scenario si può azzardare: «Se Mattarella accettasse il bis, nel 2023 potremmo ritrovarci con quattro partiti intorno al 20% e una situazione di grande instabilità. Soprattutto se, per scongiurare l'Opa della Meloni sul centrodestra, Salvini dovesse virare sul proporzionale. In tal caso bisognerebbe trovare una figura prestigiosa ed esterna. E allora Draghi potrebbe tornare. Se invece resta il maggioritario e il centrodestra ottenesse la maggioranza, mi pare complicato possa mettersi alla guida di un governo di parte». Idem se vincesse il centrosinistra. Un bel dilemma. Di cui però Letta non vuol discutere, adesso. Tanto, c'è da scommetterci, da febbraio in poi non si parlerà d'altro».

A Marco Travaglio non è piaciuta moltissimo la “suggestione” di Folli. Per lui è il sintomo di una sporca manovra, titolo del suo editoriale per Il Fatto: La voce del padrone.

«Da quando han cominciato a votare contro le élite politiche, finanziarie ed editoriali, gli elettori godono di pessima fama. Sono populisti, giustizialisti, poco riformisti, scarsamente moderati, insufficientemente europeisti, non abbastanza atlantisti e affetti da una preoccupante cultura anti-impresa. I padroni del vapore e i loro pennivendoli li avevano avvertiti: votate come vi diciamo noi, cioè i soliti B. o Renzi, che poi fa lo stesso. Ma quelli niente: non ne han voluto sapere. E sono stati puniti: il solito banchiere al governo. Eravate contro l'establishment e gli inciuci? E noi vi piazziamo la quintessenza dell'establishment sostenuto da un inciucione. Così imparate. Ora però abbiamo un problema: prima o poi si vota, al più tardi nel 2023. E quei rompicoglioni degli elettori hanno financo la pretesa di decidere da chi farsi governare. Con l'aggravante, sondaggi alla mano, di non essere guariti dalla grave patologia chiamata democrazia. Infatti i politici più popolari sono Conte e la Meloni. Come si fa? Semplice: si decide nelle segrete stanze chi deve governare gli italiani, così quelli si adeguano e votano bene oppure se ne stanno a casa e lasciano votare chi vota bene. Lo spiegava ieri, nel 40° anniversario de La voce del padrone di Franco Battiato, il sincero democratico Stefano Folli su Repubblica (un ossimoro: dovrebbe chiamarsi almeno Monarchia): siccome Conte riporta su il M5S nei sondaggi e riempie le piazze, "assistiamo al rapido tramonto di Conte", un "declino veloce e forse inarrestabile" (l'ha deciso lui). Quindi "il centrosinistra deve chiedere a Draghi di proseguire la sua opera a Palazzo Chigi". E - tenetevi forte - "dovrebbe farlo il centrodestra non meno del centrosinistra". Destra e sinistra con lo stesso premier. Qualcuno domanderà: ma gli elettori che ci stanno a fare? E in quale Paese, a parte Cuba, la Russia e qualche repubblichetta delle banane, tutti i partiti indicano lo stesso capo del governo? Beata ingenuità: è proprio questo che sognano lorsignori e i loro manutengoli a mezzo stampa. Anzi, non si limitano a sognarlo: lo confessano nero su bianco. Sentite il seguito del piano Folli, che delizia: "Offrire una base politica a Draghi, magari senza bisogno che egli si candidi formalmente alle elezioni". Ecco, Draghi "formalmente" non si candida, se no poi la gente capisce: si candidano tutti gli altri per poi re-issare SuperMario sul trono regale. I programmi, le idee, le diverse visioni dell'Italia e del mondo, naturalmente la sovranità popolare, cioè la Politica e la Democrazia, possiamo scordarcele: "Tra un anno (cioè subito prima delle elezioni, ndr) occorrerà fare delle scelte in vista del dopo". Prima si decide, poi si vota: non è meraviglioso?».

PARLA CONTE: “ASCOLTO LA GENTE”

Parla intanto sul Corriere Giuseppe Conte, intervistato da Monica Guerzoni. Relativizza il voto amministrativo, risponde alle critiche dei giornalisti (Selvaggia Lucarelli aveva scritto del “Contesuicidio” in tv) e soprattutto replica agli artisti che come Fedez lo attaccano per gli assembramenti di piazza durante i comizi. 

«Giuseppe Conte risponde al cellulare da Locri a metà pomeriggio, quando sui social e sui siti già rimbalza la polemica che lo ha investito. Popstar come Fedez e Mahmood lo criticano per i suoi affollatissimi comizi e il presidente del Movimento, complice la linea telefonica che va e viene, la prende alla larga: «Sono giorni che chiediamo al governo il superamento degli attuali limiti di capienza per cinema, teatri, sale da concerto ed eventi sportivi». I cantanti chiedono perché loro devono rispettare le distanze di sicurezza ai concerti, mentre i politici no, ma l'ex premier glissa e insiste sul tasto politico: «Agli artisti ho risposto chiaramente. Dobbiamo ripartire tutti insieme e subito perché con queste restrizioni la filiera della cultura, dello spettacolo e dello sport sta soffrendo pesanti sacrifici». Il tour di Conte, partito dal Nord e destinato a chiudersi con un doppio appuntamento a Roma e a Napoli, è approdato in Calabria e anche al Sud l'avvocato riempie le piazze. La cosa ovviamente lo inorgoglisce, ma vista l'aria l'avvocato sorvola: «Quanti chilometri ho macinato? Meglio che non lo dico... Parliamo piuttosto di quel che la gente mi chiede. Poter lavorare, fare impresa con regole chiare e controlli certi. Servizi sanitari di qualità, reti infrastrutturali più sicure ed efficienti, investire di più in asili, scuole, università e ricerca». Cade la linea, poi Conte riprende il filo: «Le persone vogliono una classe politica che pensi a loro e non continui a ripiegarsi su se stessa e su interessi di bottega». Il governo Draghi non pensa agli italiani? «Non dico questo, dico che le forze politiche che sostengono il governo devono avere posizioni chiare e assunzioni di responsabilità precise». Il bersaglio è quella parte di Lega che accarezza la minoranza no vax e non vota il certificato verde. «Non possiamo scherzare - ammonisce il leader del M5S -. Non credo corretto invocare la libertà di "incoscienza" dei parlamentari sul green pass, come fa Salvini. Il Paese ha sofferto tanto e i vaccini sono l'unico strumento per salvare le vite e uscire dalla pandemia. La Lega continua ad avere ambiguità e incertezze sulle misure per mettere in sicurezza il Paese». Ambiguità e incertezze sulla linea del governo ci sono anche nel M5S e Conte è il primo a saperlo, ma al successore l'ex premier conferma pieno sostegno: «Stiamo in maggioranza per risolvere problemi concreti e non per affermare posizioni ideologiche». A Palazzo Chigi non hanno dimenticato le giornate di passione sulla riforma Cartabia, che sta concludendo il suo iter in Parlamento, eppure Conte rivendica quella difficile mediazione: «Con il premier Draghi siamo stati molto chiari, siamo il primo gruppo parlamentare e non rinunciamo alle nostre battaglie. Non potevamo rischiare il collasso della giustizia penale. Ma agiamo sempre in modo leale e trasparente». La linea si perde di nuovo, quando Conte torna al telefono si è fatto buio: «Mi chiede se sono dispiaciuto per le critiche dei miei sponsor? Io non ho sponsor, non ne ho mai avuti. Ma trovo singolari le critiche sulla linea politica che mi vengono mosse». Sbaglia chi le rimprovera di essere poco incisivo, troppo diplomatico e forse non troppo chiaro? «Se i giornalisti decideranno di seguirci nelle piazze potranno constatare di persona che i cittadini condividono le proposte concrete e dimostrano molto entusiasmo anche per il progetto complessivo di Paese che proponiamo». Davvero non ha paura che il detto «piazze piene, urne vuote» si realizzi e azzoppi la sua leadership? «Il nuovo corso del Movimento nasce da un solido progetto che richiederà tempo per dispiegarsi appieno. Le amministrative non sono un test. Possono darci un buon segnale di incoraggiamento, non altro. Siamo appena all'inizio, dobbiamo ancora costruire i nuovi organi centrali e la rete territoriale dei gruppi e dei forum». Le chat dei 5 Stelle ribollono e c'è da pensare che lo imbarazzi leggere le contestazioni degli eletti alla sindaca Raggi per i rifiuti e i cinghiali a spasso per Roma. «Non scherziamo - risponde Conte, secco -. Il Movimento non conosce divisioni, appoggia in modo compatto Virginia Raggi». Se la sindaca resta fuori, al secondo turno lei chiederà agli elettori di votare per il dem Gualtieri? «Al ballottaggio andrà la Raggi e il problema si porrà per le altre forze politiche». Dicono che la sindaca mediti di scalare il Movimento, magari col sostegno di Grillo... «Non diffondiamo sciocchezze - ride Conte - Virginia farà parte in ogni caso della squadra, come componente del Comitato di garanzia». Perché allora vuole blindarsi con una segreteria di dieci fedelissimi? «Nel nuovo organigramma ci saranno persone capaci e motivate. Tutti insieme saranno molto più di dieci e ci sarà molta più partecipazione». C'è appena il tempo per smentire attriti con Letta: «I rapporti sono buoni, ci confrontiamo spesso, con reciproca stima». Quanto l'alleanza sia solida si vedrà il 4 ottobre, quando si apriranno le urne».

Giuliano Ferrara analizza sulla prima pagina del Foglio il fenomeno delle piazze a favore di “Giuseppi”. Con sincera ammirazione.

«Che Giuseppi fosse un'icona sexy non ce lo aspettavamo, per certe trasfigurazioni occorre essere del sud, vivere nel sud, respirare il sud, ma che potesse essere un fantastico avvocaticchio di stato e forse anche un discreto uomo di stato abbiamo cominciato a sospettarlo quando prima ha liquidato il Truce con una pacca sulle spalle in Senato, poi rieccolo trasformista e fregolista a Palazzo Gigi ( senza la acca, proto, lo conosco quel palazzo), infine ci ha chiuso in casa, per primo nel mondo, e fortunatamente gli abbiamo obbedito, amandolo addirittura quando ha esteso il Reddito di cittadinanza, per quello di giornalanza e di impresanza ci avevamo già pensato noi negli anni, a mezza Italia, approntando per di più una felice trattativa con i frugali e la Merkel allo scopo di finanziare anche con i soldi del surplus europeo la nostra ricostruzione ( per la resilienza lasciamo perdere). Il tour trionfale di Conte si presta all'irrisione, come tutti i trionfi che sono effimeri e per questo tanto più gloriosi, ma dice qualcosa, scusate il luogo comune assassino, sulla differenza tra il Paese reale e il Paese legale. Coloro che sognano incubi di sostanza jacobonica odiano l'ex presidente del Consiglio e lo sbertucciano da mane a sera, gli altri lo portano in palmo di mano, è un blasone nazionale, quello che ha trovato la forza di chiudere l'Italia e i soldi per riaprirla. La gente è fatta così, semplifica, e se sa apprezzare in Draghi il fascino gesuitico e superpolitico del Grand Commis de l'etat sa anche valutare come si deve l'uomo comune, ignoto, anonimo, che scambia il 25 aprile per l'8 settembre e viceversa, trucca il curriculum professionale e intanto se ne fa uno migliore nella Repubblica costituzionale più bella del mondo. Giuseppi è stato un prodigio italiano dei più vistosi, come poteva il Paese reale non riconoscere il suo stellone pandemico, la sua pacatezza azzeccagarbugli, la sua tenue, soave resistenza a un grande sfratto in favore del nostro Louis XIV, l'homme fatal del whatever it takes ovvero lo stato sono io? Ora è alla prova della leadership politica, una fatica bestiale, e l'affronta con la sua solita sornioneria che tanto indispettisce l'aspetto snob, colto, arrogante e infantile della nostra personalità democratico- libbberale. Ha fatto diventare carrozze europeiste le zucche grilline di conio governativo, ripetendo in piccolo il miracolo berlusconiano della trasformazione di una massa di pubblicitari piccolissimo borghesi in un'armata con il sole in tasca. Infatti a Berlusconi è sempre piaciuto, addirittura per come era elegante ( e questo è francamente troppo, ultroneo come dicono in tribunale). Con Giuseppi vince naturalmente anche la psicologia del rimpianto, del si stava meglio eccetera. Ma non è la questione fondamentale. E' che il senso comune, strumento pericoloso ma irrinunciabile sopra tutto se detto all'inglese nel significato originario (common sense), sa riconoscere la sua fauna politica, non diffida di uno che è modesto, che non brilla per oratoria, che ha una voce chioccia, visto che gli hanno negato quello con la voce più bella dell'ugola di Frank Sinatra, il nostro Cav., e piace in Conte l'uomo della folla salito sul palcoscenico per puro caso e assistito da una gran fortuna e capacità di lavoro. Noi delle cosiddette élite, che poi non si dovrebbe mai esagerare, serieggiamo, studiamo, approfondiamo, ci intorciniamo intorno a schemi prettamente razionali per suscitare la bella politica, Giuseppi si accontenta di quella così così e alla testa dei grillozzi riconvertiti gira per le piazze e si fa applaudire come una rockstar».

CINGHIALI A SPASSO IN VISTA DEL VOTO

È un’invasione, che non rispetta il periodo elettorale. Ma educata, dicono sia Gramellini che Feltri, ammirati dal comportamento serio dei cinghiali. Cominciamo da Massimo Gramellini sul Corriere.

«I cinghiali hanno lasciato la campagna per invadere la campagna elettorale. A Roma non c'è candidato che non segnali con costernazione la presenza di branchi a passeggio per le vie della Capitale (ieri facevano shopping di rifiuti tra i rigogliosi cassonetti di Monte Mario), attribuendone la responsabilità alla sindaca uscente. La quale, a sua volta, può sempre imputare alle innocenti bestiole le buche stradali che hanno trasformato i viaggi al volante in un'esperienza urologica. Anche a Torino si segnalano comitive di cinghiali chic nella zona precollinare, dove, sottolinea Luciana Littizzetto, hanno preso il posto di Cristiano Ronaldo. Però vogliamo dirla tutta? Superato il primo momento di sconcerto, non si può non riconoscere a questi ungulati una timidezza e un'educazione del tutto ignote a noi umani. Si prendano a esempio i cinghiali romani che solcano da giorni la via Trionfale. Sono disciplinati e silenziosi come soldatini in marcia, attenti a evitare stormi di monopattini, branchi di macchinoni parcheggiati in terza fila e greggi di passanti telefono-muniti, da cui si distinguono perché, a differenza loro, attraversano sulle strisce pedonali e camminano guardando davanti anziché in basso. Non sembrano più nemmeno troppo spaventati dall'uomo, ma forse cambierebbero idea se entrassero in uno studio televisivo. Prima o poi accadrà e allora potrebbero utilmente riciclarsi come ospiti, imponendo uno stile più rigoroso al dibattito».

Mattia Feltri sulla Stampa ragiona sul fatto che non si possono ipotizzare grandi soluzioni:

«La meravigliosa storia dell'invasione dei cinghiali illumina lo stadio evolutivo dell'uomo interconnesso: non molti anni fa, avvistando l'ostile ungulato, l'essere umano avrebbe imbracciato la doppietta e fatto fuoco, ora impugna lo smartphone e fa il video. Non saprei - non voglio urtare i sentimenti degli animalisti più accesi - se la doppietta mitigherebbe il problema, ma col video l'uomo interconnesso lo rimarca perché qualcuno lo risolva. Decine di video raccontano le scorribande ungulate nella capitale, e gli autori ne chiedono conto alla sindaca Raggi. Va bene, sarà anche faccenda di rifiuti, cioè di cibo a buon mercato, ma ho il sospetto dipenda pure dall'accoglienza: l'uomo interconnesso è ostile soltanto sui social, ma i cinghiali non hanno account Istangram e non lo sanno. Passeggiano fra ali di folla un po' timorosa e un po' ammirata dalla marziale fila di madri e cuccioli, che pasteggiano e arrivederci, è stato un piacere. Sapete che farei, se fossi Raggi? Non lo so. A parte aiutarli a casa loro, l'unica idea che mi viene in mente presuppone l'acquisto di quintali di pappardelle ma lo dico così, per gioco, non vorrei urtare i sentimenti eccetera: dovreste vedere la polemica fra sostenitori e avversari della caccia, che si rimpallano le responsabilità del passaggio in dieci anni da mezzo milione a due milioni e mezzo di cinghiali. Dopo aver filmato il problema, l'uomo interconnesso si chiede di chi sia la colpa. Sulle soluzioni, buio fitto. Perché per fortuna non ce n'è bisogno, l'uomo interconnesso la soluzione l'ha in sé, e la esibirà domani quando l'indignazione avrà un nuovo orizzonte: «A cinghia', te scansi?». 

TELEFONATA BIDEN MACRON

Dall’estero la prima notizia è la distensione fra Francia e Stati Uniti. Biden e Macron si sono parlati e la Francia rimanderà  il suo ambasciatore a Washington. Paolo Mastrolilli da New York per La Stampa.

«Prove di riconciliazione tra Washington e Parigi, e quindi tra Usa ed Europa, dopo la telefonata di ieri fra Biden e Macron. Il capo della Casa Bianca ha ammesso che avrebbe fatto meglio a consultare gli alleati, prima di fornire i sottomarini nucleari all'Australia; ha promesso di coinvolgerli nella nuova strategia per la regione indo-pacifica; e ha riconosciuto che il rafforzamento della difesa UE contribuirebbe alla sicurezza transatlantica. Il collega dell'Eliseo ha deciso di rimandare il suo ambasciatore negli Usa. I due presidenti poi hanno preso appuntamento per vedersi a fine ottobre, forse a margine del G20 di Roma, consolidando l'importanza di questo vertice che potrebbe anche diventare la sede per il primo bilaterale col cinese Xi. La telefonata era stata richiesta da Biden, dopo che Usa e Gran Bretagna si era accordati con l'Australia per fornirle una dozzina di sottomarini nucleari allo scopo di contenere Pechino, cancellando così una commessa da 66 miliardi di dollari che Canberra aveva già affidato a Parigi per unità convenzionali. Secondo il comunicato congiunto finale, «i due leader hanno concordato che la situazione avrebbe tratto beneficio da consultazioni aperte tra alleati, su temi di interesse strategico per la Francia e i nostri partner europei. Biden ha confermato il suo impegno a riguardo». Non c'è la parola "scusa", perché secondo gli americani toccava agli australiani avvertire Parigi, ma è il punto più vicino a cui poteva arrivare Washington, ammettendo di aver sbagliato approccio. I due leader poi «hanno deciso di aprire un processo di consultazioni approfondite, mirate a creare le condizioni per assicurare la fiducia e proporre misure concrete per obiettivi comuni». Perciò si vedranno ad ottobre, e Macron rimanderà l'ambasciatore a Washington la settimana prossima. Queste mosse confermano la linea di ricomponimento anticipata a La Stampa da fonti democratiche, avviando una seconda fase più ampia di revisione della postura occidentale in Asia: «Biden ha riaffermato l'importanza strategica del coinvolgimento francese ed europeo nella regione indo-pacifica, incluso il quadro di riferimento appena pubblicato dalla UE». Fonti diplomatiche aggiungono che si lavora ad iniziative concrete per compensare Parigi dei 66 miliardi persi, non solo per salvare la faccia, ma anche per rilanciare il ruolo dell'Europa nell'area. Se ne riparlerà a Pittsburgh la settimana prossima, nel primo incontro dello EU-US Trade and Technology Council. Joe poi ha fatto una concessione ad Emmanuel, riconoscendo «l'importanza di una difesa europea più forte e capace, che contribuisce positivamente alla sicurezza transatlantica e globale, ed è complementare alla Nato». Quindi, dopo il deludente ritiro dall'Afghanistan, si è impegnato a sostenere le operazioni antiterrorismo europee nel Sahel. A questo va aggiunto che nel bilaterale di martedì Biden ha detto a Johnson che gli Usa non sono pronti a fare un accordo commerciale con la Gran Bretagna, bilanciando così il regalo fatto al protagonista della Brexit. Restano ora da definire i passi concreti per compensare la Francia e coinvolgere la Ue».

MESSA PROIBITA IN AFGHANISTAN

È una storia che racconta oggi Luca Liverani su Avvenire. Sono stati ricevuti infatti ieri dal Papa 14 cattolici salvati con un volo militare italiano dopo la scomparsa del padre, denunciato ai jihadisti dai vicini di casa perché ascoltava una Messa via web.

«Quei canti inconsueti hanno insospettito qualche vicino. «Ma che musica sentite a casa?», chiede un giorno la portinaia ad Adila, una delle figlie. La ragazza dà una risposta vaga. Pochi giorni e il papà, Mohsin Hsan Zada, una sera, non rientra più a casa. Arrestato dai taleban, da metà agosto di lui non si hanno più notizie. Quella «musica strana» erano i canti della Messa che questa famiglia di cattolici afghani seguiva via Web a Kabul. Un episodio drammatico di persecuzione anticristiana che ha travolto un padre e ha costretto i tre nuclei della famiglia a vivere giorni di terrore. Poi, per loro, la salvezza: questi 14 cattolici afghani riescono a imbarcarsi il 23 agosto su uno degli ultimi voli italiani da Kabul. Ieri mattina l'udienza dal Papa, che ha benedetto il percorso di questa nuova vita in Italia. La fuga da Kabul è un miracolo reso possibile grazie a una catena di solidarietà che ha unito un rifugiato afghano naturalizzato in Italia, una ex eurodeputata, il ministero della Difesa, una fondazione umanitaria di Bergamo. A raccontarlo è Ali Eshani, 29 anni, arrivato in Italia 17 anni fa dopo un viaggio cominciato a 8 anni via Pakistan, Iran, Turchia e Grecia. In fuga col fratello di 16 anni, dopo che i taleban uccidono i genitori. Il fratello sparirà in mare su un gommone. Lui arriverà sul traghetto Patrasso-Venezia, aggrappato poi per chilometri sotto a un Tir. Oggi Ali è laureato in legge e ha scritto due libri sulle sue drammatiche esperienze. «Ero in contatto via Web con queste famiglie da mesi - spiega Alì Eshan - ma inizialmente non si fidavano. Non credevano fossi anch' io cattolico. Io gli ho fatto qualche diretta della Messa via social. Una figlia aveva collegato lo smartphone al televisore per seguirla in famiglia. Qualcuno ha fatto una spiata». Ali ricorda bene la chiamata dopo la scomparsa del padre: «Erano terrorizzate, sono tante donne e bambine in famiglia, la mamma ricordava chi erano i taleban». Alla famiglia arriva una telefonata da un numero sconosciuto. «Era il padre, ma poi ha parlato un altro uomo che ha chiesto dove abitavano. Una trappola. Si sono nascosti di corsa in una cantina». Ali il 16 agosto, disperato, chiama un'ex europarlamentare che conosce da anni. Silvia Costa si mobilita e smuove Viminale e Difesa. «Mi sono fatto mandare le foto dei loro documenti - racconta Silvia Costa - li ho girati alle Forze armate, che dopo aver fatto verifiche li hanno inseriti nelle liste di evacuazione». Con Pary Gul Hsan Zada, la moglie dell'uomo rapito, ci sono i suoi quattro figli non sposati, tra 25 e 14 anni: le giovani Adila, Robina e Stera, e il ragazzo, Nasim. Poi le famiglie delle altre due figlie: Seema Gul (34 anni) e il marito Zamin Ali (35) con i tre figli, Maryam (11), Ali Reza (8) e il piccolo Eliyas (un anno) che a Roma verrà ricoverato d'urgenza al Bambin Gesù per una grave varicella, superata. E Fatima , col marito Gholam Abbas (32enni) e i figli Safa Marwah (9), Muhammad Yousouf (4). Arrivate all'aeroporto di Kabul, le famiglie non riescono a entrare: «L'ingresso era presidiato dagli americani. Da Roma ho fatto tutto quello che potevo. Finalmente mi hanno avvisato che erano in attesa del decollo». Arrivati a Roma, i 14 afghani vengono accolti per un mese da una struttura religiosa. Ieri l'udienza privata con Papa Francesco, alle 8,30 nell'auletta dell'Aula Paolo VI. «Un incontro emozionante», confessa Ali che ha fatto da interprete. Pary Gul, commossa, spiega al Papa che la tunica che indossa è quella che aveva a Kabul: se potesse parlare, quella veste confermerebbe le tante sofferenze passate. «Lo so che avete sofferto tanto, le ha risposto papa Francesco», racconta Ali. Poi la donna regala al Papa il suo anello, l'unico oggetto di valore. «Io non posso portarlo, le ha risposto il Papa, ho già il mio di anello. Lo dovrei tenere in un cassetto. Io lo accetto, ma lo dovrai custodire tu, come pegno di amicizia e segno di speranza. E si è raccomandato, scherzando: non lo mettere all'asta!». Ogni bambino ha portato un disegno per il Papa. E Francesco ne ha chiesto a ciascuno il significato. Oggi le tre famiglie partono alla volta di Bergamo. Ad accompagnarle in questo difficile cammino di rinascita sarà la Fondazione San Michele Arcangelo, creata e presieduta da Daniele Nembrini. Tre appartamenti, corsi di italiano e inglese, scuola, avviamento professionale: tutto a carico del progetto Meet Human, uno dei tanti della Fondazione, che accompagnerà profughi verso l'autonomia. Niente contributi pubblici, solo offerte e donazioni: «Una scelta di carità per la carità - spiega il responsabile relazioni istituzionali della Fondazione, Francesco Napoli - per affermare con responsabilità l'unica ragione del nostro agire».

SABATO IN PIAZZA PER LE RAGAZZE DI KABUL

Linda Laura Sabbadini, direttora centrale dell’Istat, lancia dalle colonne della Stampa una manifestazione di piazza sabato prossimo a Roma in solidarietà con le donne afghane.

«Vi rendete conto che prova di coraggio stanno dando le donne afghane? Che forza. Che lezione per tutti noi. Manifestano e rischiano la vita per la loro libertà. Dobbiamo farlo anche noi. Abbiamo il dovere di sostenere le nostre sorelle. Lo vediamo in questi giorni di proteste in cui le donne afghane si mettono a rischio, cerotti sulla bocca, le forme più disparate di una lotta sotterranea e poi visibile, e di nuovo sotterranea e poi visibile, per la libertà femminile. Loro rischiano la vita per affermare la libertà, una parola diventata anche lì densa di significati. Noi dovremmo prenderci cura della nostra e della loro libertà. Della nostra, perché a volte la bistrattiamo e non ci rendiamo conto del suo valore. E perché ancora dobbiamo scardinare quegli ostacoli a una sua fruizione reale ed effettiva. Della loro, perché lì è tutt' altra cosa, parliamo di schiavitù delle donne, non di necessità di passare da libertà formale a sostanziale, come da noi. Da un giorno all'altro hanno avuto il divieto formale di studiare e crescere culturalmente. Il 70 per cento è ancora analfabeta ma tra le giovani, e a Kabul, molto meno. Far crescere la loro cultura significa far incrementare la coscienza di sé, la loro possibile autodeterminazione. I taleban sanno che le donne sono il nemico più temibile. E poi il divieto al lavoro. Le donne non possono permettersi neanche di non avere un marito, di essere nubili né vedove, pena essere costrette al matrimonio forzato con i "combattenti", alla schiavitù sessuale, allo scempio tragico dei loro corpi, schiave nel 2021. Tanto possiamo fare. Primo, in termini umanitari. Accoglienza individuale, sostegno materiale e finanziario. Secondo, collettivamente, unendo le nostre voci di sdegno e solidarietà. Facendo pressione sul nostro governo perché sia parte attiva di una soluzione che difenda i diritti delle donne e i diritti umani in Afghanistan. È dovere farlo per i Paesi occidentali dopo la terribile resa ai taleban. Le donne afghane sono nostre sorelle. Dobbiamo sostenerle, devono poter sperare anche nella forza delle donne del mondo. La nostra forza darà loro più forza. Il loro coraggio immenso deve essere ripagato con la nostra solidarietà totale e permanente. E non credete che non serva a chi sta lì in pericolo di vita sapere che tante donne si commuovono, sono loro vicine, si stringono intorno a loro, si mobilitano per loro. Fa bene alla loro anima. Dà la forza di continuare a combattere. E rafforza anche noi tutti. Ci insegna a essere più solidali, a condividere, a essere generosi con chi sta peggio di noi. Sorellanza deve significare questo. Essere tutte unite. E pronte a sostenere chi tra noi sta peggio, anche nel nostro Paese, dove la crisi della cura ha peggiorato la situazione di molte di noi. E i segnali per affrontarla e risolverla sono ancora troppo deboli. Per questo penso sia importante sabato prossimo ritrovarci a Roma a piazza del Popolo alle 14 alla manifestazione delle donne organizzata dall'assemblea della Magnolia».

IL PAPA E IL GENDER

Daniela Ranieri sul Fatto apprezza le parole del Papa sull’ “astrazione” del gender, pronunciate nell’ultimo viaggio, da un “punto di vista laico e di sinistra”.

«In un incontro coi gesuiti slovacchi in occasione del suo ultimo viaggio pastorale, Papa Francesco ha pronunciato un discorso, riportato da Antonio Spadaro su La Civiltà Cattolica, che contiene una frase molto rilevante dal punto di vista etico e antropologico. Questa: "La ideologia del 'gender' è pericolosa. Lo è perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna". Il Papa ha ribadito la sua nota contrarietà alla "colonizzazione ideologica" sul genere, ciò che in passato aveva chiamato "l'indottrinamento della teoria gender" (secondo un cortocircuito, per la destra ultracattolica Bergoglio farebbe invece parte di un nuovo ordine mondiale che propugna il gender come progetto anti-umano. Carlo Freccero, in una intervista al Foglio, fa sua questa convinzione). Ha poi aggiunto: "L'astrazione per me è sempre un problema. Questo non ha nulla a che fare con la questione omosessuale. Quando parlo dell'ideologia, parlo dell'idea, dell'astrazione per cui tutto è possibile, non della vita concreta delle persone". Da un punto di vista radicalmente laico e di sinistra, siamo d'accordo col Papa. Sgombriamo subito il campo da equivoci: speriamo che la legge Zan - che ha al suo centro il concetto di identità di genere - passi, perché se non passa sarà una vittoria della destra tradizionalista e del cinico ostracismo del partito di destra Italia viva. Allo stesso tempo, ci permettiamo qualche considerazione. I Gender Studies anglosassoni hanno avuto il merito dagli anni 70 del Novecento in poi di costringere il discorso pubblico a uscire dagli steccati del dualismo biologico per fotografare tutta la realtà vitale degli orientamenti e delle identità, tanto che per alcune "scuole" oggi esistono 31 generi sessuali. Nei campus americani, liberali e paradossalmente inclini alla censura e alla sessuofobia, chi di generi ne riconosce meno di 15 può esser tacciato di razzismo. La teoria è diventata un dogma, a dispetto della sua ispirazione libertaria. In questo quadro rientra l'accento sull'"identità fluida": se è vero che esistono persone che si sentono neutre, o che non vogliono definirsi in un nessun genere, o sono in transizione da un genere a un altro, quando dall'accademia si passa alla politica il passo non è mai fluido, né neutro. L'identità fluida può diventare, sotto la scure legalitaria, nessuna identità. Questo è anti-umano, omogeneizza le differenze e costringe a un relativismo mortifero e a tratti misogino (la scrittrice J.K. Rowling è stata marchiata come omofoba e transfoba per aver detto che le femmine esistono e hanno le mestruazioni). La domanda è: esiste un discrimine tra il tutelare le persone dalle discriminazioni lavorative ricevute a causa della loro identità di genere e il regolare per legge, sulla base di una "teoria", cioè di un insieme di leggi incontestabili (come quelle fisiche), qualcosa che pertiene ai movimenti delicati e ineffabili della vita umana? Non sappiamo se va contro il progetto divino, come dice il Papa, ma certo l'astrazione cristallizza la vita. La legge Zan prevede - oltre al sesso, al genere e all'orientamento sessuale - l'identità di genere, cioè "l'identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione". Ma, per esempio: se a un posto di lavoro riservato a operaie si candida una persona che si sente donna e che - pur senza aver fatto il passaggio da uomo a donna - vuole che la legge la riconosca come tale, è giusto che abbia il posto avendo dalla sua un curriculum più qualificato e una superiore forza fisica rispetto a una donna? O sarebbe discriminatorio non assumerla? Come ha scritto Franco Berardi "Bifo", studioso e agitatore mentale, mentre rapporti sociali si fanno sempre più feroci la politica pensa a punire una fobia. Creando nuovi diritti civili, che sono a costo zero (basta una multa comminata a chi usa un linguaggio non rispettoso dell'identità di genere), la sinistra tralascia di curare quelli sociali (lavoro, istruzione, sanità, pensioni), a erodere i quali collabora proficuamente da anni con le destre neoliberali. I rapporti sociali sono violenti non perché ci sono in giro gli omo-transfobi, ma perché la politica miserabile ha distrutto la solidarietà sociale e promosso il "merito" e la competitività. Dovrebbe insospettirci che a sponsorizzare la fluidificazione di genere a beneficio della nostra libertà sia il capitalismo, che si è mostrato pronto a riposizionarsi, e con la sua industria anche culturale sforna prodotti fluidi e no-gender adatti a tutte le identità di genere (tutto è possibile, dice il feticismo della merce, tutto è a misura del tuo desiderio), mentre abbiamo bisogno di una legge che ci riconosca il diritto di essere come siamo».

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