Il Green pass di Draghi

Decisa conferenza stampa del premier. Si va verso l'obbligo vaccinale e l'estensione del Green pass. Maldipancia di Lega e 5S. Cacciari ancora No Vax. A Kabul aeroporto chiuso. Il nodo profughi

Mario Draghi è tornato a parlare ieri in conferenza stampa, insieme a quattro Ministri: Gelmini, Speranza, Bianchi e Giovannini. Come sempre, è stato netto e chiaro sul tema Green pass. Ma ha anche aperto sulla prospettiva di una legge per l’obbligo vaccinale, dopo che Ema e Aifa chiuderanno definitivamente la fase sperimentale del vaccino Pzifer-Biontech. Non c’è da meravigliarsi, visto che il suo Governo è nato per combattere la pandemia. Anche se il Fatto di Travaglio e La Verità di Belpietro si stracciano le vesti, perché la Lega e i 5 Stelle sarebbero contrari all’obbligo per legge. Draghi è apparso determinato anche sulla scuola, che ha fortemente voluto tornasse in presenza per tutti. Proprio il Tar del Lazio ha emesso ieri un’altra sentenza molto chiara sulla materia dell’obbligo che hanno gli insegnanti: è giusto sospendere chi non ha il Green pass. L’altro grande tema su cui Draghi è intervenuto è l’accoglienza dei profughi. La catastrofe umanitaria spinge l’Europa a prendersi le sue responsabilità. L’aveva detto Mattarella, criticando apertamente la Ue, lo ha ripetuto ieri Draghi. Conchita Sannino su Repubblica ha intervistato David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo, che insiste nel chiedere un’iniziativa comune. 

Su vaccino e green pass torna anche Massimo Cacciari su La Stampa che, con l’espediente retorico delle domande, infila una serie di fake news che meriterebbero una risposta puntuale delle autorità scientifiche. Ma perché la destra è contro i vaccini? Si chiede Brambilla sul Quotidiano Nazionale, mentre Sallusti su Libero teme che i politici guardino il dito delle polemiche e non la luna della ripresa.

La politica è in movimento, e non solo sulla pandemia, visto che ad ottobre si vota. Il Domani nota l’iniziativa “nordica” di Matteo Renzi, quasi un’invasione di campo nel terreno della Lega. Mentre i 5 Stelle sono infuriati per l’apertura del ministro Cingolani al nucleare di ultima generazione. Ci sarà un faccia a faccia con Conte.

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LE PRIME PAGINE

Le parole di Draghi a Palazzo Chigi occupano gran parte delle prime pagine. Per il Corriere della Sera è: L’affondo di Draghi sui vaccini. Avvenire usa una metafora marinara: Vaccini avanti tutta. Il Fatto vede già la crisi (nostalgia di Conte?): “Obbligo vaccinale”. Draghi spacca il governo. Libero invece interpreta così: Bastonate di Draghi a No-vax e No-Salvini. E Il Giornale concorda: Obbligo e pass. Draghi asfalta i ribelli no vax. Quotidiano Nazionale è oggettivo: Il vaccino sarà obbligatorio per tutti. Il Manifesto gioca con le parole: No passaran. Il Mattino sintetizza: Draghi mette in riga la Lega «Sì al vaccino obbligatorio». Il Messaggero ne vede l’aspetto pratico: Green pass per lavorare. «Sì all’obbligo di vaccino». La Repubblica semplice e diretta: “Sì al vaccino obbligatorio”. La Stampa allineata: Draghi: sì all’obbligo vaccinale. La Verità: Più Green pass per tutti ma ci sono i test salivari. Il Domani sceglie un altro tema politico: La conversione leghista di Renzi per tentare l’ultima rinascita. Mentre Il Sole 24 Ore ci ricorda un problema vero: Rifiuti, discariche esaurite in tre anni.

DRAGHI: IL GOVERNO VA AVANTI

Tommaso Ciriaco per Repubblica fa una sintesi delle parole di Draghi pronunciate ieri nella conferenza stampa a Palazzo Chigi.

«Lo schiaffo a Matteo Salvini è condensato in una frase. «Il governo va avanti». Va avanti sulla terza dose. Sul Green Pass, che sarà esteso agli statali e alle aziende. E sull'obbligo vaccinale. Il premier si presenta in conferenza stampa affiancato da quattro ministri. Accetta l'idea di una cabina di regia, ma non quella dei leader che reclama il Carroccio: decideranno, come sempre, i capi delegazione dell'esecutivo. Con un monosillabo, Draghi apre a uno scenario clamoroso, osteggiato da Salvini: l'obbligo vaccinale in Italia. «Sì», risponde a chi gli chiede se è una strada da percorrere quando Ema ed Aifa - dopo l'Fda americana approveranno il vaccino in via definitiva, andando oltre la fase emergenziale. Una posizione forte che andrà certamente concordata anche con i partner europei. Draghi si dice favorevole anche alla somministrazione della terza dose. Il "quando" lo annuncia Roberto Speranza: «Si inizierà a fine settembre partendo dai fragili». Arriva il super Green Pass Prima dell'obbligo, il governo allargherà ancora la platea del Green Pass. «È il nostro orientamento, decideremo in quali settori», sostiene il presidente del Consiglio, spiegando che sarà convocata una cabina di regia che stabilirà «non "se" estendere il certificato verde, ma "a chi"». Draghi si schiera con giornalisti e sanitari «oggetto di violenza da parte dei No Vax». Una violenza «particolarmente odiosa e vigliacca». La Lega? Il governo va avanti Lo strappo del Carroccio assorbe diverse domande. Draghi è assai netto: «Primo: la cabina di regia ci sarà. Secondo: il chiarimento politico lo fanno le forze politiche. Terzo: è auspicabile una convergenza e una maggiore disciplina nelle deliberazioni politiche. Quarto: il governo va avanti». Come a dire: va avanti comunque con chi lo sostiene e non ne rimette in discussione l'agenda. Non si schiera con la Lega di lotta o con quella di governo, perché «ogni partito ha cinque o sei anime». Ma in ogni caso «la Lega è una - ricorda Draghi - e ha un capo che è Salvini». L'incontro Lamorgese-Salvini si farà (se la ministra ne ha voglia). La premessa è che la ministra «lavora molto bene». Detto questo, Draghi dice sì a un incontro con Lamorgese e Salvini, a patto che la responsabile dell'Interno «lo voglia». «Potrebbe essere un chiarimento interessante. E Salvini potrà dire cosa a suo dire non va», a patto che il paragone non sia con l'era della pandemia - dove le partenze erano congelate - ma «con i dati di cinque o tre anni fa». Infine la battuta: «Magari non lo faremo in streaming...». Il premier scorge l'orizzonte del 2023: «Il governo? Non vedo la fine. Vedo una coalizione con le sue divergenze, ma il governo va molto d'accordo nei suoi membri». Il riconoscimento è prima di tutto a Giorgetti, in "freddo" con Salvini. Poi, ovvio, l'esecutivo sta in piedi «fin quando lo decide il Parlamento». Quando gli domandano di una sua eventuale elezione al Colle, Draghi perde il sorriso. Non esclude nulla, però taglia la questione alla radice: «Trovo un po' offensivo pensare al Quirinale come altra possibilità, anche nei confronti del presidente della Repubblica». In ogni caso, «non mi preoccupo per il mio futuro». Afghanistan, è stallo «Non è ancora il momento in cui si hanno strategie chiare» sulla crisi, sostiene il premier. «L'Ue è stata abbastanza assente. Ma perché - domanda - c'è qualcuno che è stato concludente? Nessuno ha la mappa ». La linea dell'Italia, comunque, resta multilaterale: «Io non credo all'abbandono e all'isolazionismo». "Come si fa a dire no ai rifugiati?" Il dossier dei profughi ha mostrato «ancora una volta la povertà dell'Ue nella gestione dell'immigrazione». In particolare, ce l'ha con l'approccio di alcuni Stati membri: «Davanti a quella tragedia immane ci sono Paesi che hanno detto: non vogliamo rifugiati. Ma come si fa?». Draghi continua a credere all'ipotesi di un G20 straordinario sull'Afghanistan. L'Italia, come presidente di turno, ci lavora. «Continuo a pensare che si farà. Ma in ogni caso dopo le Nazioni Unite». I tempi, però, sembrano molto stretti. È la priorità di Draghi. «Ribadisco l'invito a vaccinarsi, per se stessi e gli altri». Scommette su l'80% di copertura tra gli over 12 entro settembre. E Maria Stella Gelmini rilancia: «Puntiamo all'85%». A scuola non serviranno mascherine, a una condizione: «Dove ci sono classi di vaccinati - ricorda il ministro Patrizio Bianchi - si possono togliere ». Le lezioni riprenderanno in sicurezza, promette Draghi. Che poi stempera: «Insomma, qualcosa andrà sicuramente storto, ma ce l'abbiamo messa tutta...». L'agenda di governo è fitta, giura Draghi: concorrenza e fisco, politiche attive del lavoro e ammortizzatori sociali, pensioni e quota cento, giustizia. Quanto alla norma sulle delocalizzazioni, «ci sono varie posizioni, ci stiamo lavorando».

Alessandro Sallusti avverte i politici: non dividetevi mentre il Paese dà segnali precisi di ripresa. Il suo editoriale per Libero.

«L'errore che stiamo facendo un po' tutti è di guardare il dito e non la Luna, come fanno gli stolti. Il dito indica burrasca nella maggioranza, nel governo e all'interno delle coalizioni, compresa quella di centrodestra. La Luna, viceversa, non dico che splende ma è tornata visibile dopo il buio che è stata la notte degli ultimi anni. La produzione industriale riprende, il turismo quest'anno è andato alla grande, oltre il settanta per cento degli italiani si è già vaccinato e non è finita qui, la scuola riaprirà, sia pure tra qualche inevitabile inciampo, in presenza per tutti. E noi che facciamo? Inseguiamo le imprese politiche di Borghi, cioè di nessuno, i dispetti tra Lega e Fratelli d'Italia, i deliri di Letta che pensa ancora di essere presidente del Consiglio quando a fatica è a capo del Pd, cioè di uno dei tanti partiti che compongono a pari dignità e potere l'attuale e anomala maggioranza. La "violenza vigliacca" - come l'ha definita ieri Draghi - dei no vax pensava di spaventare il Paese. Ma il Paese non si fa spaventare e tra due giorni a Milano torna dopo un anno di buco il Salone del mobile. E uno può anche dire: e che sarà mai? No signori, il Salone è la più importante e prestigiosa vetrina internazionale del fare italiano e il fatto che si sia rialzato così in fretta e bene, che ciò sia accaduto nella regione più martoriata dal Covid, significa che dei no vax, dei Borghi e di quella compagnia di giro che ogni giorno gufa e terrorizza elettori, lettori e ascoltatori a nessuno importa nulla. A me non interessa dare pagelle a Draghi, ma vedo e ascolto imprenditori che hanno ritrovato fiducia ed entusiasmo, vedo che la voglia di vivere, e perché no divertirsi, è tornata ad affacciarsi sui volti di milioni di italiani. Prendiamo quindi le tensioni e le polemiche politiche per quello che sono, cioè una inevitabile tassa da pagare soprattutto alla vigilia di importanti campagne elettorali. Questo ci dice la Luna. Il dito? Vabbè, non vogliamo né possiamo essere volgari».

Massimo Cacciari torna sulla Stampa a polemizzare con Green pass e obbligo vaccinale.

«Qualsiasi manifestazione di protesta contro il Green Pass che non si esprima attraverso documenti ragionati, raccolta di firme, discussione, e che dia di conseguenza spazio a provocazioni e strumentalizzazioni di ogni genere avrà un solo effetto: alimentare il clima di emergenza perenne che ci sta soffocando e rinvigorire gli scriteriati attacchi che persone come il sottoscritto e Giorgio Agamben hanno subito in questi giorni (accanto a centinaia e centinaia di lettere di stima e comprensione anche da parte di medici e giuristi, che hanno firmato esposti e documenti di cui nessuno dà notizia). Non parlo ovviamente degli idioti che ce l'hanno in generale coi vaccini e vedono complotti e piani da Spectre di James Bond dietro ogni angolo. Parlo di iniziative, anche violente, volte a destabilizzare ulteriormente la situazione politica del Paese, che oggi si regge pressoché soltanto sull'autorevolezza internazionale di una persona. È necessario e urgente riportare la discussione sui binari della responsabilità e del ragionamento. In democrazia è sempre necessario discutere; non vi può essere alcun momento nella vita democratica in cui si debba soltanto obbedire e combattere. (…) Chiedo scusa se insisterò socraticamente con le domande - so di non sapere e chiedo a chi invece crede di sapere. Vorrei sentire dai giuristi: è o non è in contraddizione col regolamento UE 2021/953, che vietava ogni discriminazione, l'istituzione del Green Pass, nei termini in cui diventerà legge in Italia? E ai nostri illustri costituzionalisti vorrei chiedere: non sembra loro che la possibilità di obbligare a trattamenti sanitari dipenda dal pieno «rispetto della persona umana»? Non pensano che conditio sine qua non perché di rispetto per qualcuno si possa parlare è che costui venga correttamente informato? Risulta loro di essere stati precisamente informati su andamento dell'epidemia, vaccino, vaccini, loro possibili conseguenze, ecc.? E da chi avrebbero potuto? Dai bugiardini dei Big Pharma in continua evoluzione? Navigando in rete tra diecimila notizie in contrasto? È un peccato discuterne, è anti-scientifico, è iscriversi a Casa Pound? Democrazia è critica, informazione, domandare e ascoltare da chi è competente. Domando e non ascolto: vero o falso che in Israele, dove il tasso di vaccinazione è stato tra i più alti, il 60% dei nuovi ospedalizzati (quasi il 90% ultra sessantenne) ha avuto il vaccino, e che dati analoghi o quasi sembrano emergere un po' dappertutto? Perché non si hanno dati altrettanto trasparenti da noi? Tuttavia, alcuni ci sono e altrettanto preoccupanti: nell'agosto di quest'anno rispetto a quello del 2020 sono aumentati contagiati, ricoverati, terapie intensive e decessi, malgrado la campagna di vaccinazione abbia già superato il 60% (quorum ego, tra parentesi). Quanti di costoro sono stati vaccinati? Vi è differenza tra un vaccino e l'altro? Quale l'età? Quali le patologie pregresse? Domande oziose? E il «rispetto per la persona», allora? Nessunissima ragione di allarme se anche a coloro che esibiscono il proprio Green Pass in numerosissimi casi (sulla base di quali criteri?) si richiede lo stesso il tampone? La Scienza, quella che si è auto-definita da noi come la sola depositaria di verità (trattando da povero deficiente anche qualche premio Nobel), potrebbe rassicurarci intorno a tali questioni? E magari anche indicare con qualche precisione i casi in cui la vaccinazione possa essere sconsigliata. O per gli scienziati al governo è sempre, comunque e dovunque benefica, anche in caso di gravissime allergie o rischi di trombosi? Sarebbe un atteggiamento assai poco scientifico, per quanto ne sappia di epistemologia... Molti medici di base e curanti la sconsigliano, infatti, ai loro pazienti, ma non osano firmare alcun certificato. In questa situazione non sarebbe prudente attendere prima di imporre la vaccinazione a milioni di adolescenti e bambini, che presentano un caso grave ogni qualche milione di contagiati? Come la mettiamo col diritto? Qui c'è un soggetto, che di per sé non rischia nulla o quasi, cui viene imposto un trattamento di cui si ignorano le potenziali conseguenze, a favore pressoché esclusivo di altri. In Germania sono no-vax perché hanno creduto di non procedere in questa direzione? Mi auguro che in sede di conversione in legge del Decreto a queste domande si diano attendibili risposte. Che domande e risposte vengano espresse in modo ragionevole e civile. E soprattutto che finalmente vengano indicati con chiarezza i criteri in base ai quali verrà posto fine allo «stato di emergenza». La decisione non può essere assunta ad libitum in base all'ennesimo Dpcm. Da decenni il Parlamento perde progressivamente di centralità e autorevolezza. È un'occasione per tentare di invertire la deriva, non perdiamola».  

Michele Brambilla nel suo commento sul Quotidiano Nazionale si chiede: Ma gli italiani di destra sono davvero no vax?

«Perché la destra italiana è così scettica (quando non apertamente contraria) su vaccini e Green pass? Giorgia Meloni fa la sua battaglia dall'opposizione; la Lega addirittura dall'interno della maggioranza e dai banchi del governo: l'altro ieri in commissione alla Camera ha votato contro, appunto, al Green pass. Perché? La risposta più immediata (e malevola) sarebbe: fa così per intercettare il malumore di tanti italiani, e quindi per crescere nei sondaggi e, in prospettiva, per guadagnare consensi elettorali. È una destra che non ha mai fatto mistero di voler parlare alla pancia del Paese; di essere popolare (o, secondo i suoi critici, populista). Ma, se questo è il motivo, siamo sicuri che abbia fatto bene i suoi calcoli? Siamo sicuri che "il popolo" sia sintonizzato sulla stessa frequenza? I dati sulle vaccinazioni dicono il contrario. Fino ad oggi, in Italia sono state somministrate 78 milioni di dosi; è vaccinato il 70 per cento della popolazione, e a fine settembre lo sarà l'80 per cento. Il ministro Gelmini (centrodestra, non destra) ieri ha confidato di arrivare presto all'85 per cento. Anche fra il personale scolastico i dati sono evidenti: il 91,5 per cento degli insegnanti ha già ricevuto almeno una dose. Ai vaccinati non è chiesta l'intenzione di voto, ma visti i numeri è ragionevole supporre che la maggioranza degli elettori di centrodestra (ma anche di sola destra) si siano fatti immunizzare e utilizzino ora - con un senso di liberazione - il Green pass. È dunque difficilmente comprensibile l'atteggiamento della destra: i suoi dubbi, i suoi distinguo, talvolta le sue ambiguità. Ma se Giorgia Meloni, contestando le scelte del governo, fa in fondo il suo mestiere, che è quello dell'opposizione, il comportamento della Lega è quasi indecifrabile. Si dirà che il voto contrario dell'altro giorno alla Camera è in realtà una schermaglia tattica per ottenere altro: ma l'immagine che ne è uscita è quella di una spaccatura all'interno del governo; e poi il "sì" a vaccinazione e certificazione verde è sempre stato pronunciato a denti stretti. Vedremo ora come - e se - la Lega seguirà Draghi sull'obbligo vaccinale annunciato ieri. Entrando in questo governo, e avvicinandosi a Forza Italia in un'idea di federazione, la Lega si era smarcata dall'immagine movimentista e di piazza. Era diventata per così dire istituzionale; si era avvicinata all'Europa, si era distinta da Fratelli d'Italia scegliendo il campo moderato. Forse i sondaggi, che premiano chi sta all'opposizione, hanno spaventato Salvini. Ma non è facendo i no Green pass che si recuperano voti. E poi con il movimentismo al massimo si vincono le elezioni, ma non si governa mai».

RISCHIO GIALLO PER LA SARDEGNA, LA CAMPAGNA E L’IMMUNITÀ

Per l’Ente europeo che aggiorna la mappa dei contagi il giovedì, la Campania è in giallo, il Lazio in rosso. Ma i parametri italiani per ora condannano solo la Sicilia (che ha ancora il primato dei contagi) e la Sardegna che rischia di diventare anch'essa gialla. Ma si decide oggi. Mariolina Iossa per il Corriere.

«Dopo la Sicilia la cabina di regia oggi deciderà per Sardegna e Calabria, le due regioni a rischio che da lunedì potrebbero passare in giallo. Soprattutto la Sardegna, che ha superato di due punti la soglia del 10% di letti occupati in terapia intensiva (12%, dati Agenas) ed è a un solo punto dalla soglia massima delle degenze nei reparti Covid ordinari (14%). Va peggio in Calabria per le aree mediche che sono occupate da malati Covid per il 17% ma meglio per le rianimazioni, al 9%, e quindi ancora un punto sotto la soglia di allarme. Nell'aggiornamento settimanale della mappa sull'incidenza del Covid nell'Unione europea curata dal Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), il Lazio passa in rosso e la Campania torna in giallo. Basilicata, Calabria, Marche, Sardegna, Sicilia e Toscana restano colorate in rosso. La curva epidemica è comunque abbastanza stabile in Italia, ieri il bollettino del ministero della Salute ha registrato 6.761 nuovi casi e 62 morti, 7 in meno del giorno precedente. Ed è sempre la Sicilia la regione con il più alto numero di contagiati in un giorno, 1.182, e di vittime: sono 23 sull'isola, anche se 8 si riferiscono al giorno precedente, le altre all'intero mese di agosto. (…) Anche i dati del monitoraggio indipendente della Fondazione Gimbe rilevano una sostanziale stabilità: nella settimana 25-31 agosto abbiamo avuto 45.134 nuovi casi contro i 45.251 della settimana precedente. Stessa cosa per i deceduti, 366 in 7 giorni contro i 345 della settimana prima. Sempre secondo Gimbe sono in lieve aumento i ricoverati con sintomi 4.252 contro i 4.036 di sette giorni prima, 544 in rianimazione contro i 504 delle settimana precedente. Il ministro della Salute Roberto Speranza si è detto sicuro del raggiungimento dell'obiettivo dell'80% di vaccinati entro fine mese, e siamo già al 70%, e ha ribadito che secondo il comitato tecnico scientifico e il governo l'unica vera arma che abbiamo contro il Covid è il vaccino».

Il Fatto sostiene che il generale Figliuolo ha usato un “trucchetto” per arrivare all’80 per cento in settembre. Natascia Ronchetti.

«Il dato è aggiornato a ieri, ore 6 del mattino. Ufficialmente oltre 38 milioni di italiani hanno concluso il ciclo vaccinale. Il che significa che quasi il 71% è stato immunizzato. Fin qui tutto bene. Il risultato appare del tutto in linea con l'obiettivo del commissario all'emergenza, il generale Francesco Paolo Figliuolo, che ha fissato l'immunità di gregge (l'80%) entro la fine di settembre. Obiettivo ribadito ieri dal premier Mario Draghi. E considerato ormai a portata di mano. Eppure il traguardo potrebbe essere molto più lontano. Se cambia la base di riferimento i numeri non tornano affatto. Dov 'è l'inghippo? La percentuale del 71%, nel report del governo sull'andamento della campagna vaccinale (report che viene aggiornato quotidianamente), è ricavata (e non certo da ora) dal calcolo fatto sulla popolazione over 12, cioè su quella vaccinabile. Cosa ben diversa da quanto previsto dal piano di Figliuolo, presentato il 13 marzo scorso. Il piano infatti non considera la platea degli over 12, considera il totale della popolazione. In particolare precisa che l'immunità di gregge, quel fatidico 80%, è calcolata prendendo in considerazione tutti i cittadini, anche quelli di età inferiore ai 16 anni (è necessario ricordare che in marzo non era ancora arrivato da parte degli enti regolatori dei farmaci, Ema e Aifa, il via libera alla somministrazione del vaccino ai ragazzi di età inferiore). Ecco perché, in realtà, stando proprio a quanto previsto dal piano Figliuolo, il tasso di immunizzazione raggiunto è molto più basso : siamo al 64,3%. Puntualizzazione doverosa. Anche perché è proprio facendo riferimento al totale della popolazione che possiamo fare un confronto con gli altri Paesi europei. Spagna più avanti, Francia e Germania no. In questo caso i numeri sono aggiornati al 1° settembre. Ma già vediamo che Portogallo e Spagna sono molto più avanti di noi. Hanno immunizzato, rispettivamente, il 75 e il 71,40% dei cittadini. Più avanti anche la Danimarca (72,44), mentre la Germania (60,1%) e la Francia (59,76%) sono qualche passo indietro. Va detto che negli ultimi tempi un po' tutti sembrano avere tirato il freno a mano. Questo, almeno, stando all'allarme lanciato nei giorni scorsi da Hans Kluge, direttore dell'Organizzazione mondiale della Sanità per l'Europa. Per Kluge nelle ultime sei settimane le vaccinazioni sono diminuite del 14%. Certo, ci sono state le vacanze estive di mezzo. Ma anche in Italia il ritmo delle somministrazioni è decisamente rallentato. Lunedì ne sono state fatte poco più di 346 mila, martedì nemmeno 297 mila, il 1° settembre (mercoledì) quasi 284 mila. Numeri molto inferiori a quella di quota mezzo milione circa a cui ci eravamo abituati».

CRIPPA RECENSISCE UN BEST SELLER NO VAX

Maurizio Crippa sul Foglio racconta un best seller circolato nel mondo dei No Vax.   

«"Strane coincidenze", è l'espressione che si trova già nella premessa del libro, dopo una prefazione del pope autocefalo e teorico complottista Alessandro Meluzzi e una citazione, dedicata all'"inganno del politicamente corretto" addebitata a Ettore Gotti Tedeschi: forse la religione è davvero il Covid dei popoli. Poi arriveranno, capitolo dopo capitolo, i "teorici delle coincidenze", le "troppe coincidenze", "l'ennesima ' casuale' coincidenza": una ventina di ricorrenze per il lemma preferito da tutti coloro per i quali 2 + 2 non fa mai quattro, ma sempre complotto. (…) Un medico- storico- sceneggiatore psicoanalista cultore di medicine alternative, al secolo Massimo Citro Della Riva, arriva in cima alle classifiche con un libro in cui si sostiene che il Covid si poteva curare benissimo con l'idrossiclorochina e con la vitamina C, ma c'è stato un complotto del "Sistema" ( maiuscolo, 121 occorrenze in 300 pagine: una ogni tre pagine, in pratica il vero tema del libro). Un "Sistema" che prima ha prodotto il virus e poi organizzato la risposta. Sfruttando le "pseudo - scienze", gli "pseudovirus" ( è pieno di "pseudo", il libro) per poi mettere in atto "strategie di persuasione" improntate all'"arte della falsità". Il libro si chiama "Eresia - Riflessioni politicamente scorrette sulla pandemia", lo pubblica quello strano agglomerato propulsore di fake antiscientifiche che risponde alla sigla Byoblu. La fatica di leggerlo, per i cultori della fantascienza e della neolingua, è ripagata abbondantemente dallo stupore per la scelta di parole ed espressioni ricorrenti, di una costruzione retorica che risponde a una esplicita - grossolana, ma a giudicare dalle vendite efficace - strategia: "Eh, io ve lo dico Ci avete mai pensato? Capite che". "Eresia" del dott. Citro è tutto costruito sul grande "teorema" del complotto. Un capitolo si intitola appunto "Teorema" e inizia con il paragrafo "E' un caso che?". Eh no, certo che non è un caso. Che il libro abbia tanto successo, non è però una incredibile coincidenza. Banalmente, chiunque vuol credere di essere vittima non di una malattia ma di poteri occulti ( forti) che vogliono minare la democrazia, di Big Pharma, trova qui tutto l'armamentario che serve. All'inizio Citro parte persino cauto, camuffandosi da normale: che cos' è un virus, la faccenda di Wuhan ( è stato un virus chimera generato volontariamente, ovvio. E su questo potrebbe anche avere ragione). Ma dopo aver dipinto l'intera vicenda pandemica come "rappresentazione" e "farsa" ( chiedetevi cosa c'è "dietro": "Dietro alle quinte", "dietro alle irrefrenabili paure dell'élite") e aver dedicato un capitolo a spiegare il complotto contro l'idrossiclorochina e le diete ipoglicemiche, screditate da "pseudo - scienziati" solo per generare "paura" (52 occorrenze, altra parola magica) e costringere tutti ai vaccini, si entra nel vivo della "realtà alternativa" (questo invece è Doc). Tutto è "propaganda" (55 ricorrenze, parola- grimaldello). Nel vaccino c'è addirittura il "rischio del peccato antigenico originale" (la religione come Covid dei popoli). C'è il 5G, una fake ma proposta come teoria plausibile, che siano state le sue onde, che interferiscono con il Dna, a diffondere il virus. Il senso del libro sta nella parola "teorema", che compare quasi a ogni capitolo. Scrive Citro: "Se il teorema è corretto, la volontà del Sistema era scatenare uno stato di terrore che autorizzasse il potere dittatoriale, impoverisse le Nazioni e le costringesse alla vaccinazione d'urgenza". Perché il lettore in cerca di una narrazione facile e colpevolizzante non dovrebbe crederci? Il Covid non è un virus ma un'"arma biologica". Un libro pieno di "come mai?", di "troppi dubbi". E se il lettore dopo 300 pagine fosse ancora dubbioso, ha la spiegazione filosofica: "Il teorema di questa possibile ricostruzione è politicamente ' scorretto'", per questo cercano di non farvi credere ai "veri" fatti. Cercano, chi? Ma perbacco, quelli che vogliono costruire il "Mondo nuovo"! Mica saranno tutte coincidenze, no?».

NON DECOLLA LA KABUL TALEBANA

Epicentro e simbolo della crisi afghana, l’aeroporto di Kabul non è ancora tornato in funzione. È il primo banco di prova del governo talebano. La cronaca di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera.

«L'aeroporto internazionale di Kabul sta davvero diventando il simbolo e la metafora della crisi afghana. Dalla Dunkerque del ponte aereo occidentale per mettere in salvo i disperati desiderosi di fuggire a centro degli sforzi talebani per dimostrare a sé stessi e al mondo che sono in grado di fare funzionare una società complessa quale è diventata quella dell'Afghanistan negli ultimi vent' anni. Il loro governo verrà annunciato nelle prossime ore, eppure da almeno tre giorni i leader talebani nella capitale, oltre ai loro rappresentanti in Qatar, Turchia e Pakistan, cercano di trovare il modo più rapido per rimettere lo scalo in attività. «Due o tre giorni e gli aerei riprenderanno a volare», avevano detto fiduciosi e trionfanti mentre ancora i soldati americani controllavano la pista per assicurare gli ultimi decolli. Quando poi arrivarono finalmente a prendere il controllo totale dello scalo si resero conto di quanto grave fosse la devastazione. A cavallo tra il 14 e 16 agosto migliaia di persone riuscirono a irrompere nei padiglioni arrivi e partenze, e sulle piste. Fu il caos: i computer dei check-in, degli uffici, assieme a tutte le attrezzature tecniche (inclusi i nastri trasporto bagagli, i metal detector e le telecamere della sicurezza) rubati, vandalizzati. Il saccheggio si allargò ai depositi, nell'area dei meccanici, sino agli hangar. «Ora necessiteranno settimane, se non mesi, per mettere un poco di ordine. Mancano i radar, le luci sulla pista sono rotte», dice Farid, un anziano funzionario. Uno dei problemi più gravi è che tanti tra i tecnici, ingegneri ed esperti sono partiti col ponte aereo della coalizione. Manca la manodopera specializzata. Solo un piccolo numero tra i vecchi poliziotti è tornato nelle garitte. Tuttavia, i talebani annunciano che già nelle prossime ore dovrebbero ripartire i voli locali. Il che significa far decollare gli apparecchi di Ariana e Cam-Air, le uniche due compagnie nazionali rimaste. Molti dei loro aerei sono stati fatti evacuare all'estero, per lo più a Mashad, in Iran. Il regime però non si tira indietro: il primo volo era previsto per oggi alle 14, da Kabul a Mazar-i Sharif. Una prova di forza dei talebani che si sono avvalsi anche di aiuti da fuori: i radar vengono direttamente dai qatarini. Ma ieri notte sembrava destinato ad essere cancellato a causa della rottura dei nastri bagagli. Ancora più complessa è la questione dei voli commerciali internazionali. Sempre il Qatar due giorni fa ha mandato via aerea un folto team di tecnici incaricati proprio di monitorare lo scalo e fare uno studio di fattibilità. Anche la Turchia si dice pronta a collaborare. «Stiamo lavorando per riaprire l'aeroporto il prima possibile. Stiamo cercando l'assistenza tecnica turca. Speriamo di potervi dare presto buone notizie», ha dichiarato ieri il ministro degli Esteri di Doha, Mohammed Abdulrahman al-Thani, incontrando l'omologo britannico, Dominic Raab. Le speranze britanniche e di altri partner della coalizione sono di poter far partire i propri cittadini rimasti a terra. Ma dovranno accordarsi con i talebani ormai in controllo dello scalo».

Sempre sul Corriere Marta Serafini racconta di una manifestazione delle donne ad Herat. 

«Siamo qui per rivendicare i nostri diritti. E non abbiamo paura». Dopo il primo gruppo a Kabul sceso in piazza già il 15 di agosto, una cinquantina di donne ha manifestato ieri a Herat. Armate di cartelli, velate, alcune con il burqa, ma con indosso anche indumenti colorati, hanno chiamato a raccolta tutto il loro coraggio e si sono date appuntamento nel centro della città. «È nostro diritto avere un'istruzione, un lavoro e sicurezza», hanno cantato all'unisono. «Non abbiamo paura, siamo unite». Intorno a loro, i talebani e una folla di uomini. Nessuno, nell'immediato, ha osato intervenire, almeno da quanto si evince dalle immagini dell'agenzia locale Yaka Sada. «Siamo qui per rivendicare i nostri diritti», ha spiegato Fareshta Taheri all 'Afp. Proprio a Herat, considerata fin qui una delle città più liberali del Paese insieme a Kabul, nei giorni scorsi alle donne è stato proibito con una fatwa di frequentare le università, divieto poi esteso a tutto il Paese. Ma soprattutto è stato impedito loro di andare a lavorare, con l'eccezione di alcune professioni, come personale sanitario e scolastico. «Siamo anche pronte a indossare il burqa se ce lo dicono, ma vogliamo che le donne possano andare a scuola e lavorare senza essere derise o prese di mira», spiega Fareshta Taheri, artista e fotografa. Per ora la maggior parte delle donne sono chiuse in casa, nella paura e nell'incertezza. Durante il primo regime talebano, alla stragrande maggioranza delle donne e delle ragazze è stato negato l'accesso all'istruzione e al lavoro. Il burqa era obbligatorio per le strade e le donne non potevano muoversi senza un accompagnatore, di solito un parente maschio, il «guardiano». Dopo la riconquista del potere e la presa di Kabul il 15 agosto, i talebani hanno più volte assicurato di voler istituire un governo «inclusivo». Ma fin qui le promesse non sono assolutamente state rispettate, con la differenza che, rispetto al 2001, in molte famiglie ora lo stipendio delle donne è diventato fondamentale per arrivare alla fine del mese. «Guardiamo i telegiornali, non vediamo donne negli incontri organizzati dai talebani», sottolinea Mariam Ebram, una delle manifestanti. «Vogliamo che i talebani si consultino con noi». Per l'ex ministra Nehan Nargis, rifugiata in Norvegia, l'Afghanistan del 2021 non ha nulla a che vedere il Paese del 2001, quando i talebani lasciarono il potere, cacciati dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. «Le persone sono molto più consapevoli, hanno aspirazioni e aspettative diverse», ha spiegato alla Bbc sottolineando l'importanza dei social network, uno «strumento molto potente» per la mobilitazione. Intanto a Herat, le manifestanti promettono: «Continueremo le nostre manifestazioni. Siamo partite da Herat ma arriveremo presto in altre province».

PROFUGHI, IL DOVERE DELL’ACCOGLIENZA

La vera eredità del ritiro occidentale da Kabul è costituita dal dramma dei profughi. Stefano Montefiori per il Corriere racconta il vertice di Marsiglia con Draghi e Macron.

«Nelle sale del Petit Nice, unico ristorante tre stelle di Marsiglia e istituzione sul mare della seconda città francese, il premier Mario Draghi e il presidente Emmanuel Macron stringono ancora di più l'intesa per guidare assieme l'Unione Europea in un momento di transizione globale, quando l'era Merkel sta per concludersi in Germania e gli Stati Uniti mostrano nel modo più chiaro possibile il loro disimpegno dall'Afghanistan e dal ruolo di gendarme globale. Perché l'invito a Draghi? Perché adesso? «Per parlare dell'Afghanistan - risponde Macron mentre aspetta l'amico italiano davanti al ristorante - e del futuro. C'è una questione a breve termine, l'Afghanistan, e poi bisogna preparare la presidenza francese dell'Ue, a gennaio». Il rapporto privilegiato Macron-Draghi ha portato a un colloquio bilaterale a Parigi il 18 maggio, e i due leader tornano a sorpresa a vedersi a Marsiglia dopo la precipitazione degli eventi a Kabul. Draghi è presidente di turno del G20, Macron diventerà a gennaio il presidente di turno dell'Ue. Il presidente francese è venuto a Marsiglia, in occasione del Congresso mondiale della natura, per riaffermare il suo impegno per il clima ma soprattutto per annunciare un piano di rilancio per la città. Ma la caduta di Kabul ha spinto Macron a chiedere a Draghi un incontro fuori programma. Il ristorante è pieno, le prenotazioni sono state confermate, Draghi e Macron cenano con la scorta a poca distanza e gli altri clienti nei tavoli vicini, segno di un incontro tanto importante quanto estemporaneo. «Sull'Afghanistan è stata ancora una volta dimostrata la povertà dell'Unione Europea per la gestione delle migrazioni - aveva detto Draghi in conferenza stampa a Roma, poco prima di salire sull'aereo per Marsiglia -. Non riesce ad affrontarla, è una spina nell'esistenza dell'Unione. Abbiamo visto casi di Paesi che, fin dal primo giorno, di fronte a quella tragedia, hanno detto "noi non vogliamo rifugiati afghani", ma come si fa?». Italia e Francia hanno già evacuato da Kabul migliaia di afghani che avevano collaborato con gli occidentali negli ultimi anni, ma l'opera di accoglienza non è finita. Per completarla Macron aveva proposto al Consiglio di sicurezza dell'Onu l'istituzione di una «zona di sicurezza» attorno all'aeroporto, ma l'idea è stata respinta, i talebani vogliono riaprire l'aeroporto tenendolo sotto il loro controllo e non accettano limitazioni alla sovranità. Ma, dice Draghi, «per fortuna molti sono fuoriusciti, soprattutto in Iran e in altri Paesi che circondano l'Afghanistan. Le forze diplomatiche nostre e di altri Paesi stanno cercando di trovare queste persone che hanno collaborato con l'Italia». Ma di certo «l'Europa deve organizzarsi, nessuno ha strategie chiare». E Macron ha assicurato il sostegno della Francia all'iniziativa di Draghi di organizzare un G20 in ottobre, coinvolgendo Russia e Cina. Oltre a lavorare a una maggiore coesione dell'Ue nel dossier dell'Afghanistan, Draghi e Macron si sono trovati d'accordo sul gestire assieme la questione libica, e sulla prossima firma, entro fine anno, del Trattato del Quirinale per una cooperazione rafforzata tra Francia e Italia».

Conchita Sannino ha intervistato per Repubblica il presidente del Parlamento europeo David Sassoli.

«Riconoscere il governo dei talebani a Kabul? Non potrebbe comunque stabilirlo una decisione romana, secondo David Sassoli. "Qualunque valutazione o iniziativa mi auguro sia concordata a livello europeo", premette subito il presidente del Parlamento europeo. Che, al rientro dalla Slovenia a Bruxelles, dopo aver dovuto registrare con amarezza il flop del Consiglio dei ministri dell'Interno sul tema dei corridoi umanitari per i profughi, bacchetta la debolezza degli Stati membri fondatori, "presi dalle rispettive campagne elettorali". Annuncia che si batterà, all'interno della Conferenza sul futuro dell'Unione, aperta lo scorso maggio, per il superamento del voto a maggioranza. E insiste sull'urgenza, "mi auguro anche entro il primo semestre 2022", di una nuova e comune Difesa europea. Presidente Sassoli, siamo a tre settimane dallo choc della caduta di Kabul e della disfatta dell'Occidente. Ma le reazioni Ue sono ancora tiepide o nulle. «Partiamo da qui: la crisi afghana ci riguarda profondamente. Rispetto alla crisi umanitaria, non possiamo dire che devono occuparsene solo i Paesi confinanti. E per quanto attiene alle questioni militari, dobbiamo prendere atto della débâcle e aumentare la nostra capacità di difesa comune e di intervento rapido. Se l'Unione vuole essere un attore globale, non si giri dall'altra parte». Il portavoce dei talebani al potere, in un'intervista a Repubblica, dice: "Spero che l'Italia riconosca il nostro governo islamico e che riapra presto la sua ambasciata". Cosa ne pensa? «Riconoscimenti a richiesta? Ma non scherziamo. Noi dobbiamo capire dove i nuovi governanti vogliono portare l'Afghanistan. Andare in ordine sparso sarebbe  un errore strategico. Mi auguro che ogni iniziativa dei singoli governi venga concordata a livello europeo». E l'Unione come deve gestire il tema dei profughi afghani? «Con una redistribuzione equa affidata alla Commissione europea. È mai possibile che un grande spazio geografico con 450 milioni di cittadini non sia in grado di dare protezione a qualche decina di migliaia di persone in difficoltà? L'egoismo e il calcolo di corto respiro di molti governi non consentono all'Unione di esprimere la sua forza, difendere i propri interessi e garantire la sua unità. Ora abbiamo Paesi europei più esposti di altri. È evidente che chi arriva in Grecia o in Italia vuole arrivare in Europa. Da soli non si gestisce nemmeno l'emergenza, insieme invece è possibile governare un fenomeno che è destinato a impegnarci per lungo tempo». Per provare a ottenere i corridoi verso le aree vicine di Tagikistan, Uzbekistan, Pakistan, Kirgisistan, la linea Merkel è netta: "Bisogna parlare con i talebani". «Per dialogare bisogna essere in due. Se da parte delle nuove autorità afghane vi fossero segnali in tal senso, non ci tireremo indietro. D'altronde, se vogliamo costruire corridoi umanitari, abbiamo comunque bisogno del consenso del nuovo governo di Kabul. Noi in Afghanistan non ci siamo più». Come valuta l'iniziativa italo-francese, tra Macron e Draghi? Quel bilaterale può davvero trainare una Ue a corto di leadership pesanti? «Se grandi Paesi assumono chiare responsabilità questo è positivo. Occorre notare, poi, che i Trattati dell'Unione europea prevedono anche la possibilità di cooperazioni più strette fra coloro che vogliono agire insieme. Abbiamo leadership deboli perché, appunto, tutti sono impegnati in campagne elettorali e pensano che questi temi facciano perdere voti. Per dieci anni si è detto lo stesso per i bond Ue e il debito comune, ma poi abbiamo visto come è finita: con quegli strumenti abbiamo finanziato una iniziativa di rilancio delle nostre economie di portata storica. E la fiducia dei cittadini nell'Unione è aumentata». (…) E sulla comune Difesa europea? Un percorso tuttora accidentato o si può sperare in una svolta già nel semestre della presidenza francese? «Me lo auguro. È dal 1954 che ne sentiamo la necessità e non riusciamo a farla decollare. Ne abbiamo bisogno? Mai come oggi. E' chiaro che per svolgere un ruolo di stabilizzazione e pacificazione, per controllare e proteggere i nostri confini, dai Paesi baltici al Mediterraneo, abbiamo bisogno di una difesa comune. Questo significa lavorare concretamente su tre versanti: definire il quadro delle minacce comuni, un esercizio che l'Alto rappresentante Borrell ha già avviato; mettere in comune un insieme di capacità militari dei singoli Paesi; e costituire una forza comune d'intervento rapido, come propone Borrell. Per avere quindi un comando congiunto delle operazioni in caso di crisi». Vede quest'obiettivo possibile, in tempi ragionevoli? «Tutto questo è alla nostra portata ed è indispensabile per la nostra sicurezza».  

Sul tema dell’accoglienza dei profughi afghani e soprattutto sull’iniziativa europea, lo storico Agostino Giovagnoli firma l’editoriale di Avvenire.

«L'Occidente ha ancora un'anima? Sembrerebbe di sì se l'80% degli italiani - e molti in altri Paesi europei - si dicono favorevoli ad accogliere i profughi afghani. Intanto, però, nonostante il diverso parere espresso ieri da Mario Draghi, i ministri dell'Interno della Ue programmano di scaricare tale accoglienza su Pakistan, Uzbekistan, Turchia. Non basta, insomma, che molti occidentali abbiano un'anima: occorre che quest' anima ispiri un progetto. Oggi l'Occidente non è più un impero e cioè un grande potere politico-economico che controlla il resto del mondo, nella forma del colonialismo europeo o del post-colonialismo americano. È invece indubbiamente una grande civiltà, ma non basta esaltare il suo antico patrimonio culturale e ideale per assicurargli un futuro. È necessario che Usa ed Europa abbiano un progetto. Finito il traumatico ritiro da Kabul, Joe Biden insiste che non è stata una scelta estemporanea. Ha significato archiviare il mondo post-11 settembre, dominato da terrorismo e guerra al terrorismo, in cui gli Usa hanno finito per essere contaminati dalla logica degli avversari. Quel «noi contro loro» - come ha spiegato Ben Rodhes, già consigliere di Obama, su 'Foreign Affairs' - che è una politica dell'odio che ha radicalizzato l'iniziativa internazionale americana, e anche gli affari interni. «Noi contro loro» ha spinto a inseguire e colpire ovunque i terroristi, innestando una contrapposizione radicale tra Occidente e mondo islamico tout court e che, di riflesso, ha favorito l'obiettivo terrorista di spingere l'Islam tout court contro l'Occidente. Insieme, la politica dell'odio ha avvelenato la politica interna occidentale, alimentando populismo e sovranismo, xenofobia e razzismo, complottismo e no-vax, fino alla polarizzazione trumpiana che ha spaccato gli Usa e provocato l'assalto a Capitol Hill. Se le cose stanno così, se cioè il tumultuoso ritiro dell'Afghanistan segna la fine del «noi contro loro», tale ritiro ha rappresentato una pessima fine e un ottimo inizio. Ma inizio di che cosa? Come deve essere il mondo che archivia il post-11 settembre? Qui entra in campo l'Europa. Si è parlato molto di comune difesa europea in risposta al presunto neo-isolazionismo americano. L'idea è buona, le motivazioni no. Come si è visto, la scelta di Biden non esprime un isolazionismo 'di sinistra' dopo quello trumpiano 'di destra' e non c'è ragione di separare il futuro di Ue e Usa. Inoltre, per avere un esercito comune non basta la paura del nemico. De Gasperi e gli altri padri fondatori nel 1952 volevano la Comunità europea di difesa in primis perché così i popoli europei non si sarebbero più fatti la guerra e solo in secondo luogo per la difesa contro il nemico. Creare un esercito comune, infatti, significa condividere sovranità, come i Paesi europei hanno già fatto in molti modi e in particolare adottando l'euro e realizzare una difesa comune rafforzerebbe la sovranità di tutti. Non è importante solo per l'Europa ma anche per il mondo. Dopo aver proclamato il fallimento dei processi di nation building - ma quanto sono stati tentati davvero? - è forse venuto il momento di 'esportare' la lezione europea della condivisione della sovranità, che ha garantito settantant' anni di pace al Vecchio Continente. Lo si sta oggi cercando di fare con l'Afghanistan. Vanno in questa direzione i tentativi di Macron e Draghi, che ieri non casualmente si sono incontrati a Marsiglia. Il presidente francese, sostenendo la proposta franco- inglese per un ruolo stabile dell'Onu, e il premier italiano, intensamente impegnato per un'iniziativa del G20, cercano di realizzare una responsabilità condivisa della comunità internazionale nei confronti dell'Afghanistan. Significa intaccare il dogma della sovranità nazionale, ma tale dogma - nella sua forma assoluta - si sta rivelando sempre più pericoloso nel mondo globalizzato».

IL DECLINO DELL’IMPERO AMERICANO

Interessante approfondimento di geo politica di Robert D. Kaplan, titolare della cattedra di geopolitica al Foreign Policy Research Institute. Kaplan ha scritto un articolo pubblicato in Usa da The Spectator e in Italia da Repubblica.

«Checché se ne dica viviamo ancora in un'epoca imperialista, almeno metaforicamente. Il ritiro dall'Afghanistan segna un momentaneo declino dell'impero americano e fa registrare la momentanea ascesa degli imperi russo e cinese. L'America in Afghanistan ha fallito perché le sue forze militari non sono riuscite a mettere ordine in una società islamica complessa. Questa incapacità ha conseguenze geopolitiche. Il fatto che gli americani si siano ritirati prima di aver stabilizzato l'Afghanistan rischia di creare un vuoto che inizialmente Russia e Cina esiteranno a riempire, nella speranza che, quando l'Afghanistan si sarà in qualche modo stabilizzato sotto i talebani, si possa accedere al Paese per sfruttarne le risorse naturali e per rendere l'Asia centrale più interconnessa via terra e via mare. Rispetto a Russia e Cina, ma anche a Pakistan e India, l'interesse americano può, almeno nelle valutazioni dell'amministrazione Biden, ridursi all'antiterrorismo che essa ritiene di poter svolgere anche rimanendo a distanza. Tuttavia, l'Asia centrale avrà un'importanza considerevole nella geopolitica del XXI secolo. Per valutarlo correttamente bisogna combinare la visione del mondo di Mackinder con la teoria del Rimland dello studioso Nicholas J. Spykman. Le idee dei due sono normalmente considerate contrapposte: Mackinder credeva che la chiave per il dominio del mondo fosse l'entroterra del continente eurasiatico, Spykman invece credeva che fosse la sua fascia costiera navigabile. La strategia di contenimento dell'America durante la guerra fredda consisteva nell'impedire all'Urss, la grande potenza dell'entroterra continentale, di espandersi fino alla fascia costiera. I sovietici si sentirono accerchiati e, quando nel 1979 invasero l'Afghanistan, erano in parte motivati dal desiderio di spingersi a sud, verso l'Oceano Indiano, per spezzare il cerchio. Nonostante l'invasione sovietica dell'Afghanistan, queste aspirazioni rimasero confinate nel regno delle teorie astratte. Però, grazie ai progressi delle infrastrutture di trasporto, il potenziale geopolitico dell'Afghanistan sta per arrivare a maturazione. È possibile che l'amministrazione Biden non se ne renda ancora conto. La sua strategia indopacifica, progettata per contrastare la Cina, richiama molto le idee di Spykman. Ritirandosi dall'Afghanistan senza aver compiutamente articolato una strategia diplomatica e di sicurezza per l'Asia centrale, la squadra di Biden ha scelto la linea costiera rispetto al cuore del continente. Tuttavia, le due aree sono destinate a fondersi e molto dipenderà dall'Afghanistan. Dopo il ritiro degli americani, le potenzialità e i problemi dell'Afghanistan si ripercuoteranno sul resto dell'Asia centrale, sotto forma di masse di rifugiati, di flussi di terroristi attraverso le ex repubbliche sovietiche del Kirghizistan, dell'Uzbekistan e del Turkmenistan o di gasdotti che potrebbero attraversare l'Afghanistan per trasportare il gas del Turkmenistan verso sud, fino ai porti pachistani sull'Oceano Indiano. Allo stesso tempo, l'Asia centrale sta per iniziare il processo che la porterà a diventare un insieme organico all'interno del quale l'Afghanistan, le ex repubbliche sovietiche e la provincia cinese dello Xinjiang si influenzeranno sempre di più. Questa grande area dell'Asia centrale ora è al centro della Belt and Road Initiative (Bri) cinese. Per molti secoli, con poche eccezioni, la Cina non è stata in grado di diventare una vera potenza marittima perché era distratta dai problemi di sicurezza lungo i suoi confini terrestri. Ora che i confini sono sicuri, la Cina può permettersi il lusso di costruire una flotta imponente. Oltre a spingersi a ovest dello Xinjiang, attraverso l'Asia centrale, verso l'Iran e oltre, la Bri si spingerà a sud, attraverso il Pakistan, verso il porto di Gwadar, costruito dai cinesi sull'Oceano Indiano. Questa via potrebbe includere diramazioni nell'Afghanistan pacificato. Maggiore è l'interconnessione fra il cuore del continente e la sua fascia costiera, più la Bri cinese acquisisce importanza per la regione, più aumentano le chance per la Cina di acquisire il controllo dell'"Isola-mondo" di Mackinder e del Rimland di Spykman. Questo è puro imperialismo, molto mercantilista, e ricorda, dal punto di vista cartografico, l'epoca della dinastia Tang. La Russia non starà a guardare. Il russo è ancora una lingua franca in buona parte dell'Asia centrale e nell'area i servizi militari e di sicurezza della Russia sono ancora in vantaggio rispetto ai cinesi. Russia e Cina sono alleati strategici, ma in Asia centrale sono in competizione. Di conseguenza, l'America dovrebbe fare in modo che nessuna delle due potenze acquisisca il controllo dell'Asia centrale. A tal fine gli Usa dovranno restare attivi nella regione e non solo monitorare i terroristi di base in Afghanistan. Non intendo che debbano mandare truppe, ma impostare una strategia diplomatica ed economica solida e ben definita. Altrimenti la Cina potrebbe finire per dominare l'"Isola-mondo". Ricordiamoci che gli Usa hanno vinto la seconda guerra mondiale e la guerra fredda perché in Eurasia non c'era una potenza dominante e perché il peso economico e geopolitico del Nord America è stato sufficiente per prevalere. La Cina non dovrà mai riuscire a dominare l'Eurasia nello stesso modo in cui gli Stati Uniti hanno dominato geopoliticamente l'emisfero occidentale. Nel frattempo, né la Cina, né la Russia si stanno buttando a capofitto nell'Afghanistan. Almeno nel breve termine, sarà interesse della Russia, anch' essa preoccupata dal terrorismo islamico, non impedire agli Usa di monitorare i gruppi estremisti in Afghanistan. L'atteggiamento della Cina è simile perché è preoccupata dalla possibilità che l'Afghanistan precipiti nel caos. Finché non sarà chiaro se i talebani siano in grado di governare il Paese assisteremo a un gioco attendista. Solo dopo potrà cominciare il futuro che ho prospettato».

PONTE DI LEGNO, LA NICCHIA DI RENZI

Grandi manovre nella politica italiana, anche in vista delle elezioni locali di ottobre. C’è un lungo articolo del Domani che analizza la scelta di Matteo Renzi di organizzare la scuola politica di Italia Viva a Ponte di Legno, nella terra d’origine di Umberto Bossi. Giovanna Faggionato.

«La scelta di organizzare la sua nuova scuola politica a Ponte di Legno, la cittadina dove Umberto Bossi ha tenuto per anni il suo comizio di Ferragosto, rivendicata esplicitamente ieri di fronte alle telecamere del Tg4, gli omaggi ripetuti alla provincia di Brescia che se fosse uno stato autonomo avrebbe un Pil «superiore ad almeno quattro stati che siedono nel Consiglio europeo» e quindi «sarebbe la numero 25 dell'elenco dei paesi europei», la sua battaglia contro il reddito di cittadinanza («la gente deve soffrire») fanno pensare che stia giocando sul terreno del leader della Lega. Di certo Renzi negli ultimi mesi ha evitato qualsiasi presa di posizione che possa essere etichettata a sinistra. Boicotta la richiesta di dimissioni del sottosegretario leghista nostalgico della Latina Littoria, Claudio Durigon, non sposa la battaglia sullo ius soli o sul ddl Zan di Enrico Letta, impegnato a spostare il Pd più a sinistra, almeno a parole. Renzi invece cita il «profondo nord», propone patti anti-tasse e sostiene di dettare la linea alla Lega: «È bastato annunciare il referendum sul reddito di cittadinanza per far fare marcia indietro a Salvini». Ma a guardare bene, la nicchia di Renzi è più selezionata. Più che il quesito referendario che il leader di Italia viva ha presentato ieri, è interessante quello che Renzi farà oggi. A Castenedolo, poco più di 10mila abitanti nella provincia bresciana, il senatore parteciperà alla presentazione di un libro dedicato all'ultimo segretario Dc, Mino Martinazzoli, che nel bresciano cercò il dialogo con la Lega e poi si rassegnò alla concorrenza, a dieci anni dalla sua scomparsa. Accanto a lui ci saranno Francesco Beschi, vescovo di Bergamo, e soprattutto la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e il senatore Pier Ferdinando Casini. La prima si impegna da tempo a far dimenticare la sua appartenenza a Comunione e liberazione, l'altro deve impegnarsi a marcare la sua fede, ma entrambi rivendicano il radicamento nel mondo cattolico e sono considerati in corsa per la poltrona del Quirinale. A ospitarli è Gianbattista Groli, ex sindaco e presidente dell'associazione "Mino Martinazzoli Aldo Moro", che dal 1° settembre è il responsabile provinciale di Italia viva.».

IL MINISTRO CINGOLANI E I 5 STELLE

È diventato già un caso politico di prima grandezza. Il Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani non ha solo attaccato gli ambientalisti radical chic ma è sembrato aprire al nucleare. Facendo infuriare i 5 Stelle. Ci sarà un faccia  faccia con Conte. Emanuele Buzzi per il Corriere.

«Ancora uno scontro, una miccia che rischia di diventare un fuoco all'interno del Movimento e della maggioranza di governo. Neanche il tempo di entrare nel vivo della campagna elettorale per le Amministrative e già il clima politico si surriscalda. Ad accendere gli animi sono le parole del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani che - parlando dal palco della scuola di Italia viva - ha toccato alcuni temi caldi. Il ministro ha attaccato: «Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti ideologici. Loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati se non facciamo qualcosa di veramente sensato». Ma soprattutto, si è spinto - secondo i parametri M5S - un po' troppo in là in tema di nucleare. «Si stanno affacciando tecnologie di quarta generazione, senza uranio arricchito e acqua pesante. Ci sono Paesi che stanno investendo su questa tecnologia, non è matura, ma è prossima a essere matura - ha detto. Se a un certo momento si verifica che i chili di rifiuto radioattivo sono pochissimi, la sicurezza elevata e il costo basso è da folli non considerare questa tecnologia». Le parole di Cingolani - che vengono dopo mesi di incomprensioni su diversi argomenti: dalle trivelle alle auto elettriche - hanno creato perplessità, per usare un eufemismo, nel Movimento. «Se non reagiamo, ci fanno a pezzi» - commenta a caldo un pentastellato. I big si mobilitano. E anche l'ex premier. Le considerazioni del ministro - precisano fonti M5S - sono ritenute «gravissime» da tutto il Movimento compreso Conte. Ecco allora la necessità di un chiarimento: il presidente M5S e il ministro si incontreranno il prossimo 14 settembre (Conte la prossima settimana sarà al Nord per il tour elettorale). L'annuncio del faccia a faccia arriva all'ora di pranzo: una tempistica che dà l'idea dell'urgenza e delle tensioni nel Movimento scaturite dall’uscita pubblica del ministro. Fin dal primo mattino c'è chi spinge per una presa di posizione pubblica, poi prevale per il momento la linea del dialogo. In ogni caso i falchi M5S sono pronti a tenere il punto: «Se Cingolani va avanti su quei discorsi avrà una fortissima opposizione di tutto il Movimento», è il senso del ragionamento. E i vertici potrebbero assecondare la mossa con i Cinque Stelle pronti a far pesare i loro numeri in Aula. Tamponato il fronte della Transizione ecologica, si apre quello del reddito di cittadinanza con Italia viva pronta a osteggiarlo attraverso un referendum e con gli altri partiti di centrodestra che provano ad abbatterlo per altre vie. Il referendum di Matteo Renzi ha fatto infuriare l'ex ministra del Lavoro nonché «madrina» della norma, Nunzia Catalfo. La senatrice pentastellata parla di «attacchi politici sguaiati» nei confronti della misura e poi contrattacca i «vari Renzi, Salvini, Meloni eccetera».: «Diciamolo chiaro e tondo: a loro non interessa il reddito in sé, i benefici che ha prodotto e gli effetti che potrà dare a medio/lungo termine. Il loro unico scopo è attaccare il Movimento». I vertici per ora fanno spallucce. C'è chi minimizza: «Renzi con il suo 1% non merita alcuna risonanza mediatica - dice un big del M5S -. Andrebbe semplicemente ignorato dato che non rappresenta più nessuno. Lui spara temi unicamente per ragioni comunicative e non di sostanza».

Leggi qui tutti gli articoli di venerdì 3 settembre:

https://www.dropbox.com/s/2oadxqhh2s41n40/Articoli%20la%20Versione%20del%203%20settembre.pdf?dl=0

Per la Versione si prepara un altro grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung). VI ASPETTA UNA NUOVA SORPRESA. Intanto scrivete suggerimenti, considerazioni, reazioni all’idea di anticipare la consegna della rassegna entro le 8, da lunedì a venerdì, e a quella di postare il link degli articoli della rassegna in pdf, usando la casella lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.  

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Non perdetevi oggi la Versione del Venerdì.