Il mondo diventa un inferno

La terra, surriscaldata dai gas serra, ha un futuro catastrofico secondo l'ultimo rapporto. Basterà il COP26 di Glasgow? Successo del Green pass. In 20 milioni lo scaricano. Prete ucciso in Francia

L’inquinamento è nell’atmosfera e nella stratosfera. Le conseguenze sono drammatiche, dice il Sesto rapporto Onu sul riscaldamento del pianeta, e riguardano noi e le generazioni future. Non bastano allarmi, rapporti, encicliche papali… Ad ogni catastrofe climatica (l’ultima quella tedesca) ci ripromettiamo di cambiare ma poi le decisioni sono lente e per certi versi i Governi sono impotenti. Negli Usa Biden ha messo un limite molto ravvicinato per il passaggio obbligatorio all’auto elettrica. Speriamo accada presto anche in Europa. Ma India e Cina, con i loro comportamenti dissennati, danno l’angoscia. Se ne parlerà presto in Scozia, a Glasgow. Da quel vertice il pianeta attende risposte.

Veniamo alla pandemia. Se si considera che gli italiani che hanno avuto prima e seconda dose sono più di 34 milioni e mezzo, i 20 milioni che hanno scaricato il Green pass negli ultimi tre giorni (dati di ieri di Speranza) sono quasi due terzi dei vaccinati. Un numero record. Un grande successo. Ieri il Viminale ha chiarito che i ristoratori non dovranno verificare l’identità dei clienti. Ma i controlli a campione ci saranno. Ricordiamolo: sono tre le condizioni per ottenere il lasciapassare: aver fatto almeno una dose di vaccino nei precedenti nove mesi, essere guariti dal Covid da non più di sei mesi, oppure essersi sottoposti a tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti. Sono facilitate anche le procedure per ottenere il certificato verde dal sito www.dgc.gov.it. La campagna vaccinale prosegue sempre sotto ritmo, anche se va un po’ meglio: 453 mila 147 le iniezioni nelle ultime 24 ore.

Dopo le Olimpiadi ancora scontro polemico fra la Lamorgese e Salvini sullo Ius soli, “non solo per lo sport”, ricorda la Ministra. Il leader della Lega si straccia le vesti, torna a parlare di sbarchi ed è tutto contento. Scrivendo delle Olimpiadi ieri ho scritto un’imprecisione alludendo a (solo) due partiti italiani con il nome Italia nella ditta. Sono molto di più: oltre a Forza Italia e Fratelli d’Italia infatti c’è il nuovo raggruppamento del centro destra di Giovanni Toti e c.: Coraggio Italia. Poi c’è Matteo Renzi con la sua Italia Viva. Senza dimenticare l’Italia dei Valori, di cui ci sono ancora tracce al Senato, grazie al senatore Elio Lannutti, e il gruppo Noi con l’Italia di Maurizio Lupi. Letti di fila tutti questi nomi di partiti, sembra una filastrocca per bambini. Abbiamo dei politici patriottici, non c’è che dire.

Drammatica la notizia per cui la Francia è sotto choc (titolo del Figaro stamattina): un altro prete è stato ucciso da un profugo ruandese, che lui stesso aveva accolto. Dopo il ritiro delle forze armate occidentali, Kabul sarà la nuova Saigon? Oltre a quelle olimpiche, un’altra Medaglia, la prestigiosa Dirac, ad una studiosa italiana di Fisica. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il mondo brucia. E pochi giornali riprendono l’allarme nel titolo principale. Lo fa il Manifesto, che usa un gioco di parole per le emissioni del CO2: Alla canna del gas. Il Mattino di Napoli sottolinea le conseguenze sulle nostre coste: «Clima in tilt, tempo scaduto». Mediterraneo grande malato. Il Domani chiama alla responsabilità: La certezza è che il mondo diventerà più caldo: tocca a noi decidere quanto. Ancora sul certificato verde punta il Corriere della Sera: Bar e ristoranti, le nuove regole sul green pass. Il Quotidiano Nazionale precisa: Il ristoratore non chiederà documenti. Il Messaggero conferma la determinazione dell’esecutivo: «Linea dura sul Green pass». Diametralmente opposta la versione de La Verità: Resa del governo sul green pass. «Impossibile fare i controlli». Per il Giornale: Pass, sbarchi e ius soli. Lamorgese nel pallone. Stessa immagine di Libero: Lamorgese nel pallone. La Stampa riporta fra virgolette proprio le dichiarazioni rilasciate al giornale torinese dalla Ministra degli Interni: «Ius soli anche a chi non vince l’oro». La Repubblica racconta che Dragi ha chiesto ai responsabili dei dicasteri di non mollare in agosto: I compiti a casa dei ministri. Di lavoro si occupa Il Fatto con gli ultimi dati statistici sul RDC: Reddito, i 2 Matteo sbugiardati dall’Istat. E il Sole 24 Ore che parla di un altro settore in cui manca la manodopera: Logistica, 17 mila autisti cercasi. Avvenire è l’unico quotidiano italiano che dedica l’apertura al prete francese ucciso ieri: Sangue donato.

LA TERRA IMPAZZITA DI INQUINAMENTO

Il sesto rapporto sui cambiamenti climatici della terra degli esperti Onu traccia uno scenario inquietante: il globo è in codice rosso. Sara Gandolfi per il Corriere della Sera.

«Inondazioni improvvise e violentissime, incendi devastanti, ondate di calore. E, ancora, ghiacci che si sciolgono in Artico, mari che si innalzano travolgendo le coste, oceani sempre più acidi. Gli scienziati dell'Ipcc hanno pubblicato ieri il Sesto rapporto sui cambiamenti climatici. Dal 1990 l'ente intergovernativo delle Nazioni Unite misura la febbre della Terra, sintetizzando le migliori ricerche internazionali, e ci avverte della nostra corsa verso la catastrofe. Per la prima volta, però, compaiono termini come «inevitabili» o «irreversibili». E il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, parla di «codice rosso» per la Terra. Cosa succede? La fatidica soglia di +1,5° di riscaldamento della superficie terrestre, rispetto ai livelli pre-industriali, la raggiungeremo entro i prossimi due decenni, probabilmente molto prima. Siamo già a +1,1°, «inevitabile» dunque toccare quel muro a meno che non si proceda con «riduzioni immediate, rapide e su larga scala» delle emissioni climalteranti, di cui fino ad oggi non c'è alcun segno. Altrimenti può davvero accadere il peggio: l'Ipcc prevede cinque scenari, fino a +5° di febbre. D'altra parte, un riscaldamento così rapido non si registrava da almeno 2000 anni, temperature così elevate da 6.500 anni - e l'Artico con i suoi ghiacci è quello che soffre di più - oceani così acidi da due milioni di anni. Le inondazioni, più intense e frequenti, colpiscono già il 90% delle regioni del mondo. Come la siccità. L'origine umana di questi disastri, ormai evidenti anche in Europa, è «incontrovertibile». «Purtroppo il livello di riscaldamento attuale, creato dall'uomo, resterà con noi a lungo, a meno che non si trovino soluzioni tecnologiche per assorbire i gas serra che abbiamo già emesso, eliminando o limitando quindi le concentrazioni già presenti in atmosfera - spiega l'italiana Claudia Tebaldi, climatologa che da anni lavora negli Usa ed è coautrice del dodicesimo capitolo del rapporto -. Alcuni fenomeni continueranno a peggiorare anche se diminuiremo le emissioni immediatamente, come l'innalzamento del livello del mare o lo scioglimento dei ghiacciai, perché riguardano processi estremamente lenti - decenni o centinaia di anni - ma molti altri fenomeni si attenuerebbero, come la probabilità di eventi estremi e devastanti: ondate di calore, alluvioni, incendi...». Manca davvero poco al vertice sul clima, o COP26, di Glasgow. Già rinviato di un anno, causa pandemia, a novembre riunirà - salvo ulteriori emergenze - i capi di Stato e di governo del mondo intero. Se Unione Europea e Stati Uniti hanno già presentato i loro piani per il clima, tanti altri Paesi mancano all'appello. E le posizioni di Cina e India, tra i principali inquinatori oggi al mondo, restano ambigue. «Noi scienziati non ci sbilanciamo politicamente, non possiamo farlo. Ovviamente la speranza è che avendo presentato una realtà così chiara e solida della situazione, chi prenderà le decisioni a Glasgow abbia davanti a sé una panoramica abbastanza chiara dei vari scenari - prosegue Tebaldi -. Io dico sempre che anche se i limiti globali, come il tetto di 1,5°, sono difficili da realizzare, qualunque sforzo è meglio di niente». Una cosa è chiara. L'era dei combustibili fossili, per la scienza, deve finire. «I gas serra come l'anidride carbonica e il metano agiscono come una coperta sulla Terra, aumentando le temperature e portando a un gran numero di cambiamenti nel sistema climatico - spiega al Corriere Alexander Ruane, coautore del rapporto e scienziato al Nasa Goddard Institute for Space Studies -. Anche gli aerosol associati all'inquinamento atmosferico influenzano il clima, alcuni agiscono per riflettere la luce solare (raffreddando il pianeta), altri portano a un aumento del riscaldamento. Nel complesso, la continua combustione di combustibili fossili aumenterà il riscaldamento e la riduzione di queste emissioni al contrario contribuirà a stabilizzare il clima del pianeta».

Il giornalista scientifico Luca Carra per il Domani lancia un grido di allarme: dobbiamo combattere l’inquinamento stratosferico. Siamo tutti nella stessa pentola.   

«Se cominciamo subito a decarbonizzare il pianeta, arrivando a -55 per cento gradi al 2030 e a zero al 2050, l'aumento di temperatura raddoppierà per la fine del secolo. Passeremo, o meglio passerete (cari figli e nipoti), da + 1 a +2 gradi centigradi. Togliere l'anidride carbonica (CO2) nella stratosfera infatti è al momento impossibile, e quindi l'unica cosa da fare è non mandarne più lassù. Mentre l'inquinamento atmosferico conoscerà nei decenni un deciso miglioramento, l'inquinamento stratosferico (chiamiamolo così) scenderà solo molto lentamente, e non del tutto. Il messaggio centrale contenuto nel nuovo rapporto dell'Ipcc pubblicato ieri sta tutto qui: siamo in ritardo, siamo ai supplementari, anzi siamo ai rigori. E alla fine non avremo nessuna coppa, ma solo un pianeta il doppio più incasinato, più arroventato, più devastato da cicloni e inondazioni, ma anche da terribili siccità, morti per fame e per malattie indotte dal clima, di quanto non sia adesso. E questo se facciamo tutti insieme - dall'Italia alla Polonia, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Cina agli Emirati Arabi - tutto il possibile da oggi. Domani è già troppo tardi. Se no? Se no taglieremo il nastro di fine secolo non con 2 ma con 3, forse 4 gradi centigradi in più rispetto al periodo preindustriale. Possiamo sperare che questo messaggio venga finalmente preso sul serio? Io credo di no. Penso non basterà un messaggio, non basteranno le 3.000 pagine del rapporto che nessuno leggerà. Servirà una mobilitazione globale come non si è mai vista, servirà una lotta pandemica. Serviranno milioni di Grete, tonnellate di incazzatissime lotte dappertutto. Servirà decisione, integrità, sacrificio, dedizione assoluta. Ma servirà soprattutto lucidità, capacità politica, alleanze improbabili, cento nuove encicliche, fatwe, proclami, atti dimostrativi. Servirà insomma la chiave giusta per spiegare che azzerare le emissioni è un dovere ma anche un affare, e alla fine anche un piacere. Il piacere di sopravvivere. Nessuno scienziato si potrà concedere il lusso di non divulgare le sue ricerche, nessun giornalista, nessun politico, nessun insegnante, nessun medico potrà chiamarsi fuori. Siamo tutti nella stessa pentola con il fornello acceso. Organizziamoci, pensiamo le mosse giuste e chiudiamo il gas, una volta per tutte. ».

GREEN PASS, CONTROLLI A CAMPIONE

All'ingresso di bar e ristoranti bisognerà consegnare il green pass, ma titolari e gestori non possono e non devono chiedere il documento di identità per verificare che il certificato appartenga effettivamente a chi lo ha esibito. Adriana Logroscino sul Corriere della Sera.

«I ristoratori non devono fare i poliziotti». Poche parole pronunciate dalla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese rispondono alle attese dai proprietari di locali, bar e ristoranti. «Nessuno pretende che gli esercenti chiedano i documenti quando verificano il possesso del green pass, lo scriveremo nella circolare di attuazione del provvedimento», spiega la titolare del Viminale aggiungendo che «saranno fatti controlli a campione, non si può pensare che venga svolto dalle forze di polizia perché significherebbe distoglierle dal loro compito prioritario, che è garantire la sicurezza, da quando è iniziata la pandemia abbiamo fatto 50 milioni di controlli». Anche se poi in serata Palazzo Chigi fa sapere che ci saranno controlli serrati e il Viminale sgombra il campo dai dubbi: «Le forze di polizia sono pienamente impegnate per garantire il rispetto delle regole sull'utilizzo del green pass. L'attuazione dei controlli rappresenta un passaggio delicato in quanto ha l'obiettivo primario di tutelare la salute pubblica». In linea la titolare degli Affari regionali Mariastella Gelmini: «Il green pass non è uno strumento per punire o sanzionare, ma per tenere sotto controllo i contagi e difendere gli spazi di libertà conquistati». Il governo risponde così alle proteste dei gestori di locali che avevano manifestato il timore di dover eseguire direttamente, come poliziotti, appunto, la verifica dell'identità dei loro avventori. Dal 6 agosto, infatti, sulla base del decreto del 23 luglio è obbligatorio possederlo per accedere a un più ampio elenco di attività: dalle piscine ai parchi a tema. Ma a scatenare la reazione più forte era stato appunto l'obbligo di pass per sedere al tavolo di un ristorante o di un bar, al chiuso. «Andare al ristorante con il green pass - ha spiegato Lamorgese - è come andare al cinema e mostrare il biglietto». Tuttavia per evitare abusi o che banalmente si esibisca il certificato di vaccinazione di qualcun altro, serve appunto la verifica dell'identità. Confcommercio e Confesercenti apprezzano le parole di Lamorgese. «Fa bene a chiarire che non spetta ai gestori controllare i documenti perché questo andrebbe oltre i loro doveri - dice il direttore generale della Fipe Confcommercio Roberto Calugi -, ma è bene fare chiarezza: se un cliente esibisce il green pass di un altro e viene scoperto dalla polizia, un barista non può esserne responsabile e rischiare una sanzione». Sulla stessa linea la Confesercenti che in una nota esplicita: «Le parole di Lamorgese sono un sollievo per i gestori che si erano trovati calati nell'improprio compito di agenti di pubblica sicurezza. Adesso si eliminino anche le multe per le attività». Nonostante le polemiche sui controlli e i timori che la richiesta del certificato riduca l'affluenza di clienti e visitatori di alcune attività a ingresso «controllato», l'uso del green pass sta diventando un'abitudine per gli italiani. «Sono stati 20 milioni i pass scaricati negli ultimi tre giorni - riferisce infatti il ministro per la Salute Roberto Speranza - un numero straordinario che dimostra la sensibilità e la partecipazione dei cittadini del nostro Paese alla lotta con il Covid».

BENTIVOGLI A LANDINI: SUL GREEN PASS SBAGLI

Lettera aperta a Landini di Marco Bentivogli ex segretario generale della FIM CISL su Repubblica. Da quelle stesse colonne ieri il capo della Cgil aveva attaccato l’obbligo del Green Pass nei luoghi di lavoro. Per Bentivogli è un “errore grave”.

«Caro Landini, la posizione che hai assunto sull’obbligo di Green Pass è un errore grave. Stiamo combattendo una guerra, oltre 130.000 morti, impoverimento, licenziamenti, aziende chiuse. Abbiamo aspettato per un anno i vaccini, ora che li abbiamo non esistono posizioni neutrali. Chiedendo di non sanzionare chi non rispetta la legge, di fatto si accetta di sanzionare coloro che hanno un’idea sana della libertà e che sanno che, accanto ai propri diritti, ci sono i doveri nei confronti degli altri, come recita la nostra Costituzione negli articoli 2 e 32. A inizio pandemia ci furono alcuni scioperi (pochi per fortuna) contro le mascherine, poi contro la rilevazione della temperatura, poi contro gli screening con test sierologici e molecolari previsti da alcuni protocolli. Vero, la Cgt, in Francia ha proclamato sciopero contro l’obbligo vaccinale e il Green Pass in alcuni settori, ma è la stessa che marciava insieme ai gilet gialli. In Italia il sindacato ha fatto altro, si è mobilitato per protocolli aziendali che garantissero la sicurezza e ha fatto un grande lavoro per rendere i luoghi di lavoro più sicuri delle abitazioni. In un momento in cui 32 milioni di italiani hanno avuto entrambe le dosi di vaccino e in cui si abbassa l’età dei ricoverati e l’Istituto Superiore di Sanità fornisce settimanalmente i dati dei contagiati, degli ospedalizzati, delle terapie intensive, scorporati per lo status vaccinale a partire dal 4 aprile. Leggili, è gravissimo dire che “vaccino e Green Pass non risolvono i problemi”. Le norme senza sanzioni valgono meno dell’esortazione a “fare i buoni”. Non solo, l’Inail riconosce come infortunio sul lavoro il Covid, anche se gli effetti emergono dopo parecchi giorni, pertanto anche dal punto di vista formale, ci sono responsabilità nei confronti degli altri lavoratori e in capo al datore di lavoro che ha il dovere di sicurezza e prevenzione nel luogo di lavoro. Ed è sempre stato così. Ma perché da decenni in fabbrica un carrellista, un addetto ai forni, un saldatore, etc. deve fare formazione e analisi periodiche obbligatorie e se vi si sottrae, può essere licenziato, essendo anche un obbligo per il datore di lavoro a tutela del lavoratore e dei suoi colleghi? Una persona che è stato un riferimento per entrambi e che ha fatto grande il sindacato, nel congresso del 1986 della Cgil disse: “Abbiamo sempre cercato di parlare ai lavoratori come a degli uomini, di parlare al loro cervello e al loro cuore, alla loro coscienza. In questo modo il sindacato è diventato scuola di giustizia, ma anche di democrazia, di libertà; ha contribuito a elevare le virtù civili dei lavoratori e del popolo”. Era Luciano Lama. Il problema è come sempre chi si ascolta e a chi si parla. Abbiamo visto quanto la sbornia dell’uno vale uno abbia fatto arretrare il buon senso e la democrazia reale. Nell’illusione di ascoltare tutti, ci sono pochi urlanti che parlano di dittatura sanitaria, magari col tatuaggio del duce. Ma ci sono tantissimi lavoratori e lavoratrici che chiedono di poter lavorare senza avere accanto persone che possono contagiarli. Il vaccino, anche se non lo impedisce al 100% (nessun vaccino esistente ci riesce), riduce drasticamente il contagio. Questo è un dato di fatto che non è possibile negare… Neanche i dieci vaccini obbligatori per tutti i bambini da decenni. Certo ci sono persone fragili che non possono vaccinarsi e serve predisporre al più presto una documentazione che li preservi da ogni problematica. Ma è soprattutto a tutela di questi che serve garantire che tutti gli altri siano vaccinati. Io sono per l’obbligatorietà dei vaccini, come è sempre avvenuto nella nostra storia, per epidemie che hanno fatto meno morti e in cui, come nei Paesi africani, si scende in piazza per poter avere il vaccino, non contro. Caro Landini, mi sarei aspettato un appello a tutte le lavoratrici e ai lavoratori a vaccinarsi, a rispettare le regole. Un invito a modificare i protocolli aziendali per inserire il Green Pass nel rispetto dei fragili che non possono vaccinarsi. È il livello aziendale dove si possono fare cose importanti. E, semmai, una dura battaglia contro quei datori di lavoro che prendono alla leggera l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro sicuro per tutti. Il sindacato è sempre stato scuola, agenzia educativa, di responsabilità. Non può essere altrimenti. Abbiamo visto quanto hanno fatto male alle conquiste sindacali il non saper condannare e discernere gli abusi dei diritti dai diritti stessi. Prima o poi l’abuso mette in discussione il sacrosanto diritto. Trattare il furbetto come l’operoso come fanno molti politici, agevola il furbetto e mortifica l’operoso. L’idea stessa di libertà assoluta, i nostri padri costituenti, l’hanno contenuta nei doveri verso gli altri dentro un principio solidaristico, che in questi casi vale proprio nei confronti di chi ha perso e rischia la vita in caso di contagio. Longanesi diceva che l’Italia è un Paese dove sono tutti estremisti, per prudenza. È sempre più vero ma non bisogna esagerare». 

Il Corriere della Sera con Marco Cremonesi intervista il presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Zaia dice la sua anche sul green pass nei luoghi di lavoro e sul reddito di cittadinanza.

E' favorevole al Green pass nei luoghi di lavoro? «Io sono molto laico, penso che le parti debbano trovare un accordo: datori di lavoro, sindacati e comunità scientifica. Di certo, se avessimo tutti vaccinati i rischi sarebbero compressi al minimo». E' un sì? «Io sono un inguaribile ottimista, penso che l'accesso volontario ai vaccini sia un fatto di civiltà, ma penso anche che stiamo rinunciando a combattere. Fake news e veri e propri deliri non sono stati contrastati punto per punto. Mi ricordo che negli anni Settanta c'erano le manifestazioni per chiedere i vaccini». E gli insegnanti? E' giusto l'obbligo di Green pass? «Sono educatori, in qualche modo sono istituzione. Gli irriducibili non aiutano a indicare la via. Come quando sono i medici ad essere no vax: il danno sull'opinione pubblica è deflagrante. E' umano aver paura, anch' io non ero contento di vaccinarmi, ma l'ho fatto con convinzione: per me e per chi mi sta vicino». Se ne sta ricominciando a parlare: lei è d'accordo con il reddito di cittadinanza? «Non è una novità italiana, in altri Paesi esiste. Però, abbiamo capito che così come è stato introdotto, ha consentito ad alcuni di lucrare a carico della comunità senza effetti vistosi sull'occupazione: difficile trovare lavoro guardando la tv. La strada era la defiscalizzazione delle assunzioni, con qualche misura per evitare i turn over di opportunità». Ieri il ministro Orlando ha incontrato i sindacati sul tema degli ammortizzatori sociali. Da presidente di una Regione ricca di imprese, che cosa si attende? «Credo che questa sia una riforma delle riforme, fondamentale anche in vista del Pnrr. Parlarne oggi è impossibile, ma io credo debba essere rispettosa di chi si è spaccato la schiena per fare grande questo Paese. E deve essere di buon senso e di modernità».

REDDITO E LAVORO, PARADOSSI ITALIANI

A proposito di Reddito di cittadinanza, denuncia Il Fatto in un articolo di Roberto Rotunno: i dati Istat smentiscono la narrazione dei due Matteo, Salvini e Renzi, contrari al Reddito.

«Mentre i due Matteo, Salvini e Renzi, cantano in nutrita e prestigiosa compagnia la canzone dei camerieri introvabili, l'Istat venerdì ha diffuso la sua stima sui posti vacanti nelle imprese. Sarà dunque vero, come ha detto ieri il capo leghista, che "in tutta Italia imprenditori di ogni tipo lamentano la difficoltà a trovare manodopera anche per colpa del Rdc, che invece di creare nuove opportunità di lavoro sta ottenendo il risultato opposto, creando lavoro nero e disoccupazione"? La risposta è no: nel secondo trimestre 2021 - periodo da cui le lamentele padronali si sono particolarmente acuite - l'indice dei posti vacanti non ha registrato significativi aumenti rispetto al pre-Covid, né rispetto ai tempi precedenti all'arrivo del Reddito di cittadinanza. Nella primavera di quest' anno sembra essersi ristabilita la "normalità" che conoscevamo quando ancora non era arrivata la pandemia, con una sola anomalia data dall'aumento di posizioni non coperte nei servizi non di mercato, forse dovuta alla richiesta di operatori sanitari. Almeno per il momento, invece, non appare un peggioramento nell'altro gruppo, di cui fa parte il turismo. Il tasso di posti vacanti misura le ricerche di personale iniziate da parte delle imprese e non ancora concluse, cioè le opportunità che il mercato del lavoro non ha ancora coperto: più è alto questo tasso, più significa che si fa fatica a incrociare domanda e offerta. Se fosse vero che il Reddito di cittadinanza spinge le persone all'inattività, avremmo dovuto vedere un costante aumento nell 'ultimo biennio e un'esplosione ora che si sono aggiunti i sussidi Covid. Invece siamo solo tornati alla situazione del 2019 e - come detto - l'aggravamento è solo nei servizi non di mercato. Nel periodo tra aprile e giugno 2021, il tasso generale si è attestato all'1,3%: vale a dire che i posti vacanti sono l'1,3% della somma tra gli stessi posti vacanti e tutte le posizioni lavorative esistenti in Italia: nel secondo trimestre 2019 era persino più alto (1,4%). Scindendo il dato, abbiamo un tasso dell '1,4% nell'industria e dell '1,6% nei servizi. A far notare come questi numeri si pongano in contrapposizione con quello che da mesi urlano i datori del turismo è Andrea Garnero, economista del lavoro dell'Ocse: "Settimane a intervistare Gianna la barista e Pippo il bagnino - ha scritto su Twitter -, a dire che non si trovano lavoratori, che i giovani sono pigri, che il reddito di cittadinanza... poi finalmente arrivano i dati Istat sui posti vacanti (non proprio in linea con la narrativa dominante) e nessuno se li fila". C'è un altro dato molto recente che ha smentito il luogo comune sul "reddito di nullafacenza" caro a politici e imprenditori. Lo contiene uno studio dell'Irpet, cioè l'Istituto per la programmazione economica della Regione Toscana: i beneficiari del Reddito, ora che prendono il sussidio, lavorano più di quando non lo prendevano. Il numero di giornate lavorate è aumentato di 0,6 giorni al mese: un incremento contenuto, ma comunque positivo».

Il Meeting di Rimini torna in presenza dal 20 al 25 agosto. Interverranno ministri, leader di partito, manager, esponenti della società civile. Uno dei temi è "il lavoro che verrà", Avvenire ha intervistato sull’argomento Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

«Con l'emergenza Covid abbiamo lavorato in pochi e di più, perché lo smart working è tutt' altro che maturo… «Con la pandemia sono spariti 900.000 posti di lavoro in un anno. La cassa integrazione è esplosa. Recuperare un modello di sviluppo che metta al centro l'occupazione è diventato ancora più urgente. Il lavoro a distanza ha coinvolto una parte degli addetti e ha messo in luce aspetti positivi e negativi. Molte persone hanno evitato di spostarsi da casa, risparmiando tempo prezioso. Ma ore di collegamento al computer finiscono per essere alienanti. C'è bisogno di relazioni, di contatti umani. E soprattutto c'è bisogno di disponibilità a cambiare per creare nuovo sviluppo e lavoro». Il rapporto 2021 della Fondazione per la Sussidiarietà indica che sono in corso profondi cambiamenti. «La globalizzazione, le tecnologie e la transizione ecologica stanno trasformando tutti i mestieri a ritmi mai visti prima. Alcuni studiosi prevedono che oltre metà delle professioni che esisteranno nel 2040 devono ancora essere inventate. Se guardiamo a quanto è successo dall'inizio del millennio, ci rendiamo conto che la velocità del cambiamento è aumentata notevolmente. Il rapporto ha analizzato le offerte di lavoro sui principali portali Internet negli ultimi sei anni: oltre 2 milioni e 650.000 annunci. Studiando l'evoluzione di circa 270 professioni, è emerso che in 5 anni, le competenze per svolgere qualsiasi lavoro si sono arricchite in media del 30%. A cambiare di più sono i mestieri legati alle nuove tecnologie come specialisti in intelligenza artificiale, analisi dati e robotica. Ma nuove abilità sono richieste anche ai classici cassieri dei supermercati». Uno dei freni nel creare occupazione è il peso della tassazione sul lavoro. Cosa direte ai politici che verranno al Meeting? «L'Italia è soffocata da rigidità, burocrazia e tasse e fa fatica da sempre a creare occupazione. Guardiamo ai dati. Ogni 100 persone da 15 a 65 anni, nella Penisola solo 58 lavorano. In Europa sono 68 e in Germania addirittura 76. Ai politici chiederemo di avere coraggio e avviare una seria politica attiva del lavoro. Semplificare, ridurre le tasse sul lavoro. Puntare su settori e imprese in crescita. Valorizzare la vocazione dei territori. Un ruolo centrale lo svolgono i corpi intermedi». Non c'è solo un problema di occupazione ma anche di offerta: perché non si trovano addetti qualificati? «Nel 2021, è iniziata la ripresa, che è stimata intorno al 5%, un tasso mai visto da decenni. In sei mesi sono apparsi sul web oltre 560.000 annunci di lavoro. Ma c'è un paradosso. In quasi un terzo dei casi le imprese faticano o non riescono a trovare addetti qualificati. «I motivi sono vari. Quasi tre quarti delle posizioni proposte sono al Nord, mentre la maggior parte di chi cerca impiego è al Sud. E manca personale qualificato per alcuni mestieri. Non solo con le competenze professionali adeguate, ma anche con la disponibilità a "imparare a imparare" favorita dai "non cognitive skill". Il reddito di cittadinanza è stato utile contro la povertà, ma non per sostenere l'occupazione. Grazie alla spinta del piano di ripresa e ai fondi europei ci sarà una svolta decisiva. Occorre però un cambio di mentalità. Il lavoro è sempre più un percorso e sempre meno un posto. Dovremo abituarci tutti al cambiamento, al movimento e all'apprendimento continuo». Qual è la situazione della formazione continua dei lavoratori in Italia? «L'Italia è al di sotto degli standard europei nella formazione permanente. Ogni anno solo 7 italiani adulti su 100 frequentano corsi di formazione rispetto alla media europea di oltre 9 su 100. Occorre potenziare la formazione, a tutte le età».

Alberto Orioli sul Sole 24 Ore affronta il tema del “mismatch”, del mancato incontro fra domanda e offerta di lavoro.

«Il paradosso del lavoro è ormai una malattia cronicizzata per l'Italia dove sono 2,5 milioni i giovani scoraggiati che non cercano lavoro e non studiano. Eppure, il lavoro c'è: 1,2 milioni di posizioni certificate da Unioncamere Excelsior. Si tratta di opportunità in cerca di altrettanti lavoratori disposti a coglierle. E, per lo più, ancora introvabili. Come dimostra l'inchiesta del Sole 24 Ore che comincia oggi i settori che possono creare occupazione sono molti: la ristorazione che trova nuovo ossigeno dopo il Covid, l'edilizia in pieno boom da superbonus, la logistica nelle diverse declinazioni dell'e-commerce per non parlare delle professioni legate all'innovazione digitale e alle esigenze di gestione del nuovo mondo dei big data. Su cui scommette anche la pubblica amministrazione senza riuscire per ora ad attrarre i talenti che vorrebbe. Creare le giuste correnti per far incontrare chi cerca e chi offre lavoro è il compito principale delle politiche attive. I navigator avrebbero dovuto fare questo difficile esercizio, ma non è stato possibile. La loro missione scontava un difetto di impostazione del reddito di cittadinanza e una commistione controproducente tra esigenze di assistenza sociale e di gestione del mercato, mai facce della stessa medaglia. I tecnici lo chiamano mismatch tra domanda e offerta. Tradotto sta per scompenso, mancata corrispondenza. Nel caso del lavoro questo disallineamento ha diversi volti. C'è nelle qualifiche a basso valore aggiunto dove non si trovano operai più o meno specializzati e dove decisiva è l'immigrazione; c'è nelle qualifiche più alte dove contano titoli di studio e competenze ancora troppo rari in Italia. C'è un disallineamento nelle famiglie che ancora orientano la formazione dei figli verso professioni che non hanno futuro, e spesso nemmeno un presente. Magari in nome di un ascensore sociale fermo a un'idea da secolo scorso del lavoro. Una delle carenze più gravi è la mancanza di informazioni su quali siano i nuovi lavori tecnici, quali le modalità di svolgimento e di formazione, quali le effettive dinamiche di remunerazione. Se ciò avvenisse si scoprirebbe ad esempio che un saldatore specializzato non ha nulla da invidiare a una busta paga di un bancario nella fase iniziale della carriera. Il mismatch sconta anche il volto di una formazione inadatta e male orientata. Che porta il 25% dei lavoratori attuali a svolgere mansioni inferiori al loro titolo di studio e altrettanti a vivere la situazione esattamente contraria. L'Italia conta molti meno laureati, in media, rispetto all'Europa: ha la metà dei laureati in ingegneria, la metà dei laureati in economia, un quinto dei laureati in informatica per i quali l'occupazione è pressoché garantita. Ma ha il doppio dei laureati in scienze umanistiche e sociali che invece trovano lavoro con più difficoltà. L'esperienza più che virtuosa degli Its è ancora confinata in numeri troppo ridotti per poter dire che l'Italia abbia cambiato rotta. C'è anche una discrepanza salariale: in alcuni settori del commercio ad esempio è emerso un deficit salariale per le qualifiche richieste. In genere l'Italia conta una retribuzione media lorda di poco più di 19 euro contro i 25 in Europa. Un altro dei mismatch italiani è quello territoriale: l'offerta di lavoratori è più alta al Sud quando i posti disponibili sono al Nord. In questo caso, per chi debba decidere di emigrare, l'appeal salariale di altri Paesi europei risulta maggiore e quindi anche la migrazione interna ne risulta penalizzata. E, a proposito di immigrazione, sarebbe auspicabile una gestione migliore dei flussi dei lavoratori extracomunitari che, spesso, sono destinati a coprire buona parte di quelle offerte di lavoro che gli italiani in genere rifiutano. In Italia la questione salariale esiste da tempo. Ma va affrontata con spirito nuovo, non come frutto di una pressione creata artificialmente dal reddito di cittadinanza. Le relazioni industriali devono orientare le scelte contrattuali verso forme nuove di remunerazione della produttività, unica chiave per la crescita dei redditi. E comunque ogni scelta non può non partire da un'operazione verità sul valore delle lauree italiane: secondo una ricerca di Willis Towers Watson i neolaureati italiani sono al quattordicesimo posto della classifica con un reddito lordo annuo di 28.827 euro, il 70% in meno degli omologhi tedeschi e il 30% in meno dei francesi. Ma ciò che è peggio in Italia la laurea garantisce una retribuzione superiore solo del 12% rispetto al diploma, mentre in Germania quella percentuale è del 32 per cento. Parlare di lavoro significa anche parlare di questo».

PRETE UCCISO IN FRANCIA DA UN RUANDESE

Un prete 60enne è stato ucciso da un ruandese che ospitava da qualche mese e che aveva dato fuoco, la scorsa estate, alla cattedrale di Nantes. Stamattina Le Figaro titola: La Francia sotto choc per la morte di un prete. La cronaca di Avvenire è firmata da Luca Miele.

«Dolore. Incredulità. Sconforto. La notizia è di quelle terribili, che mozzano il fiato. Un'altra vittima. Un altro sacerdote ucciso. Un altro anello di una catena interminabile: due fedeli e un sagrestano a Nizza lo scorso 29 ottobre; padre Jacques Hamel a Saint-Étienne-du-Rouvra nel 2016. Olivier Maire aveva 60 anni. Era il provinciale superiore della Congregazione dei Missionari Monfortani, a Saint-Laurent-sur-Sèvre, in Vandea, nella Francia occidentale. È stato assassinato ieri. Come e perché sia stato ucciso è ancora tutto da chiarire. Si sa chi ha compiuto il gesto, però. Ad uccidere padre Olivier è stato un cittadino ruandese: l'uomo - che il sacerdote, secondo quanto riferito da una fonte della polizia, ospitava «da diversi mesi» - ha confessato presentandosi spontaneamente ieri mattina alla gendarmeria di Mortagnesur- Sèvre. Qui la storia si fa, se è possibile, più tortuosa e drammatica. Il presunto assassino, Emmanuel Abayisenga, 40 anni era stato protagonista di un altro gesto criminale e insensato: aveva dato fuoco, nel luglio del 2020, alla cattedrale di Nantes. Da allora era stato messo sotto controllo giudiziario. Secondo Le Figaro, l'uomo soffre di disturbi psichiatrici. La notizia dell'uccisione è stata confermata dal ministro dell'Interno francese, Gèrald Darmanin, sul suo profilo Twitter: «Vorrei esprimere il mio sostegno ai cattolici del nostro Paese dopo il tragico omicidio di un prete in Vandea». Darmanin ha provato a disinnescare le polemiche accese da Marine Le Pen che, sempre su Twitter, ha usato parole di fuoco: «In Francia, quindi, si può essere clandestini, dare fuoco alla cattedrale di Nantes, non essere mai espulsi e colpire nuovamente uccidendo un prete. Quello che sta accadendo nel nostro Paese è di una gravità senza precedenti: è il completo fallimento dello Stato e di Darmanin». La replica del ministro: «Questo straniero non poteva essere espulso nonostante il suo arresto, fino a quando era sotto sorveglianza giudiziaria». Il quotidiano La Croix ha ricostruito, dopo l'incendio di Nantes, la biografia «di questo misterioso volontario della cattedrale». Emmanuel Abayisenga viveva a Nantes da molti anni ed era il volontario cui era affidato il compito di assicurare che fosse tutto in ordine nella cattedrale. Aveva chiesto lo status di rifugiato, ma «aveva dei problemi psichici e aveva cercato di regolarizzare la sua situazione sulla base di questi problemi », aveva detto all'epoca il procuratore di Nantes. La domanda era stata respinta e dal 2019 aveva ricevuto l'ordine di espulsione, ordine che era stato sospeso dopo l'incendio perché sotto sorveglianza giudiziaria. Nato nel 1981, Abayisenga. è cresciuto in una famiglia di dodici figli a Muhanga, una provincia del sud del Ruanda. Suo padre era un insegnante. La sua esistenza è stata sconvolta dall'orrore del genocidio. Secondo informazioni raccolte da La Croix, Emmanuel proviene da una famiglia hutu, i cui membri avrebbero preso parte al genocidio contro i tutsi. Il presidente francese, Emmanuel Macron ha voluto omaggiare la figura di padre Olivier: «La sua generosità e il suo amore per gli altri si riflettevano nei suoi tratti del viso. In nome della nazione, rendo omaggio a padre Olivier Maire. Rivolgo i miei pensieri ai monfortani e a tutti i cattolici di Francia. Proteggere coloro che credono è una priorità». Il presidente dei vescovi d'Oltralpe, monsignor Éric de Moulins-Beaufort Affida ha espresso il dolore e la vicinanza personale e della Chiesa di Francia, ai familiari del sacerdote e alla sua Congregazione: «Ha vissuto seguendo Cristo fino alla fine, nell'accoglienza incondizionata di tutti. Prego per la sua famiglia, i suoi confratelli e per tutta la popolazione traumatizzata da questa tragedia, anche per il suo assassino».

LA FUGA DA KABUL RICORDA QUELLA DA SAIGON

Giuliano Ferrara sulla prima pagina del Foglio interviene sull’imminente riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani.

«Se non ce l'hanno fatta gli inglesi sconfitti nel Grande gioco, intrappolati nelle insidie afghane per quasi due secoli a partire dal Settecento, beffati e trucidati nella nuvola di menzogne e agguati dagli emiri di dinastie avverse; se non ce l'hanno fatta i sovietici dell'Armata rossa, finiti in una rotta che fu preludio alla caduta del sistema: perché mai avrebbero dovuto farcela gli americani e la coalizione internazionale formatasi dopo l'11 settembre del 2001? Questa è la spiegazione più semplice, andante, spiccia: in Afghanistan, contro il tribalismo orgoglioso e la fede e la ferocia montanara, gli imperi non ce la fanno. Osserviamo in un fremito di orrore come vengono schiacciati velocemente e violentemente gli scampoli di civilizzazione ( elezioni, promozione della libertà femminile, istruzione, musica) che furono introdotti all'inizio dell'ultimo ciclo bellico a Kabul, a Kandahar, a Kunduz, a Herat dal più potente esercito del mondo e dalla coalizione occidentale dei suoi alleati. Dopo due decenni di incerta, stanca, dominazione occidentale, ecco che tutto procede speditamente. Di quattro presidenti americani, solo la metà di George W. Bush ha fatto la scommessa impossibile sulla riscrittura delle regole nel mondo in nome delle libertà civili e contro la logica di guerra oppressione e terrorismo, per il resto è stata una lunga attesa della finale dismissione di responsabilità, una resa a rate che secondo i pessimisti potrebbe ora volgere in una nuova fuga verso la sconfitta totale, una Saigon numero due a Kabul. Non è stata replicata nemmeno l'operazione David Petraeus, il surge capace di ristabilire un minimo equilibrio nei rapporti di forza. Questione di tempo, dicono. Nulla di serio è stato negoziato né era umanamente negoziabile, le forze autoctone formate a difesa di un ordine che non sia il ritorno del potere talebano sono insufficienti, poco motivate, intimidite. Eppure la posta in gioco non era mai stata così alta. Non una arcigna dominazione coloniale, come nel caso degli inglesi; non una sovietizzazione, come al momento dell'arrivo dei russi nel 1979. La guerra era nata dalla necessità di svellere la struttura terroristica ospitata dai talebani, ciò che in un primo tempo fu realizzato e portò dopo un decennio alla cattura di Osama bin Laden, e si era aggiunta, dopo anni di compromessi e alleanze impure con la guerriglia antisovietica, la volontà di sperimentare nel luogo più foscamente ostile il progetto di una democratizzazione e liberazione di una parte di mondo consegnata agli incubi emersi con gli attentati jihadisti, fino all'11 settembre del 2001 e alla rovinosa caduta delle Torri. Nessuno perseguiva, nella coalizione occidentale, lo scopo della sostituzione di sovranità, i "volenterosi" lavoravano per un potere autoctono fondato su altro che non fosse la sharia, la teocrazia mortifera del regime dei mullah Omar e simili. Vent' anni dopo la fatale nascita della Repubblica islamica a Teheran, e all'indomani di decenni di terrorismo antioccidentale e di terrore islamista, in Afghanistan fu tentata una risposta strategica. In Iraq la ritirata mise capo alla strage infinita siriana e allo stato califfale con i suoi orrori. Che succederà ora in quel crocevia della lotta per la civilizzazione del mondo? (…) In Iraq la ritirata mise capo alla strage infinita siriana e allo stato califfale con i suoi orrori. Che succederà ora in quel crocevia della lotta per la civilizzazione del mondo? Il presidente americano Biden ha tratto le conclusioni finali della lunga stagione di resa, della quale era un alfiere dai tempi della presidenza Obama, e sostiene che non sia impossibile ritirare le truppe definitivamente e aspettarsi una resistenza al ritorno dei talebani. Ma non ci crede nemmeno lui, non ci credono i capi del Pentagono. Noi dobbiamo credere purtroppo alle conseguenze che si intuiscono del grande voltafaccia strategico: il terrore si riprenderà un lembo dell'oriente, una stazione leggendaria della Via della seta, e dovremo solo contare gli anni prima che quel cancro si riproduca in metastasi. Dopo le vendette e le repressioni in loco, i ricaschi della sconfitta ci riguarderanno direttamente quando sarà troppo tardi».

SALVINI E LAMORGESE, SCONTRO SULLO IUS SOLI

Parlando a Torino con il direttore e i colleghi della Stampa la ministra Lamorgese è tornata a polemizzare sullo ius soli: La cronaca di Claudio Lania sul Manifesto.  

«Salvini non ha ben chiare le difficoltà che stiamo vivendo quotidianamente, ma se ci sono iniziative che non abbiamo adottato e lui ci può suggerire per bloccare gli arrivi via mare io le raccolgo volentieri». Chi la conosce assicura che le parole della ministra Luciana Lamorgese sono più ironiche che polemiche. Sarà pure così, ma è la prima volta che la titolare del Viminale decide di rispondere ai continui attacchi che le arrivano dal leader della Lega su un tema delicato come quello dei migranti che sbarcano sul nostro territorio. E lo fa smentendo uno dei luoghi comuni su cui la Lega imbastisce la propria propaganda, quello dei numeri. Certo, ammette, «i numeri sono aumentati»: i migranti sbarcati all'inizio dell'anno fino a ieri sono 31.777 contro i 14.832 del 2020, «ma non parlerei di invasione. Il problema dell'immigrazione è complesso, va avanti da anni e richiede interventi a livello europeo», spiega. Lamorgese si trova a Torino per partecipare a una riunione del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza al termine della quale viene intervistata dal direttore della Stampa Massimo Giannini. Per il Viminale questi sono giorni caldi, e non solo per le alte temperature. Gli attacchi di Salvini sulla questione migranti sono quotidiani e quando non lo fa lui interviene il sottosegretario leghista all'Interno Nicola Molteni che ieri, in un'intervista, ha parlato di «un problema» con la ministra ed è tornato a chiedere un «cambio di passo» sull'immigrazione. Il cambio di passo in effetti c'è stato, ma non come sperava la Lega. Rispondendo a Giannini, Lamorgese tocca infatti un altro tema caldo come la riforma della cittadinanza, prendendo a pretesto la richiesta avanzata dal presidente del Coni Giovanni Malagò di arrivare al più presto quanto meno a uno ius soli sportivo per permettere a molti atleti figli di immigrati di vestire la maglia della nazionale. «E' un tema che si pone e di cui dobbiamo ricordarci non solo quando i nostri atleti vincono delle medaglie», spiega la ministra. Che poi va oltre l'ambito sportivo allargando il discorso ai disegni di legge (ce ne sono tre, primi firmatari Polverini, Boldrini e Orfini) da troppo tempo fermi in parlamento. «La politica dovrà fare i suoi riscontri e spero si arrivi a una sintesi politica» spiega, aggiungendo poi che bisogna aiutare «le seconde generazioni a farle sentire parte integrante della società». Il tempo di leggere le agenzie e arriva la risposta di Salvini: «Invece di vaneggiare di Ius soli, visto che con la legge vigente siamo il Paese europeo che negli ultimi anni ha concesso più cittadinanze in assoluto - dice il leader della Lega - , il ministro dell'Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia. Ci sono decine di migliaia di sbarchi organizzati dagli scafisti, senza che il Viminale muova un dito».

OLIMPIADI, IL RIMPIANTO DI ROMA 2024

Se lo ius soli è uno strascico polemico delle Olimpiadi di Tokyo, c’è un altro tema olimpico che fa discutere: la prossima edizione dei Giochi sarà a Parigi, non a Roma. Massimo Donelli nell’editoriale per il Quotidiano Nazionale.

«Dalla Grande Bellezza al Grande Rimpianto. E sì, perché le prossime Olimpiadi, quelle del 2024, potevano essere le nostre, con Roma un'altra volta Caput Mundi dopo gli indimenticabili Giochi del 1960, quando un velocista con gli occhiali (l'italiano Livio Berruti) vinse la finale dei 200 metri piani e un atleta senza scarpe (l'etiope Abebe Bikila) trionfò nella maratona. E invece, nisba. Sarà Parigi a prendere il testimone da Tokio. Sarà un altro tricolore a sventolare nel villaggio olimpico. Sarà la Marsigliese la colonna sonora dell'unico evento sportivo capace di sedurre il pianeta. E l'Italia, con tutto il prezioso carico di medaglie appena trasportato dal Giappone, giocherà un'altra volta in trasferta. Perché così ha voluto il tragicomico Beppe Grillo, evangelista della decrescita felice. E perché la prima cittadina di Roma, Virginia Raggi, ha ubbidientemente eseguito. Lui il mandante, lei la killer di Roma 2024 («È da irresponsabili dire sì a questa candidatura» sentenziò la signora sindaco). Un sogno ucciso dall'incubo della speculazione edilizia, con le tangenti date per scontate, e dalla cultura del No: No Tav (la linea ad alta velocità Torino-Lione), No Tap (Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto che parte dall'Azerbaijan e approda nel Salento), No Giochi. Era il 2016. Ovvero poco tempo dopo l'umiliante diretta streaming imposta da Roberta Lombardi e Vito Crimi a Pierluigi Bersani e Enrico Letta. E poco tempo prima che Roberto Fico, neoeletto presidente della Camera, andasse al Quirinale in autobus e Luigi Di Maio invocasse l'impeachment di Sergio Mattarella. Oggi che i descamisados del Vaffa Day sono tutti in auto blu, cravatta e pochette e dicono di guardare al 2050; oggi che il Parlamento non è più una scatoletta di tonno da aprire, ma un terzo mandato da acciuffare; oggi che il nuovo leader, quando videocomizia, si fa inquadrare con libreria berlusconiana bianca alle spalle; ebbene oggi verrebbe da chiedere a lorsignori (per dirla con Fortebraccio): ma non provate imbarazzo a celebrare i successi degli azzurri a Tokyo 2021 dopo aver affossato Roma 2024? C'è qualcuno fra voi che abbia il fegato di dire: «Chiediamo scusa, abbiamo sbagliato»? Temo di no. Perché chi predica "Uno vale uno" non può capire lo sport, dove uno vale più di tutti. E perché chi si trastulla con la presunzione di colpevolezza non può avere gli occhi puliti per pensare in grande. O per guardare lontano. 2050? Ma fateci il piacere!». 

UN’ALTRA MEDAGLIA, DALLA FISICA

Non solo dagli sport olimpici. Ieri è arrivata un’altra prestigiosa medaglia, la Dirac, per una campionessa italiana: è la ricercatrice Alessandra Buonanno, che si occupa di astrofisica e relatività cosmologica. L’ha raggiunta Gabriele Beccaria per La Stampa:

«Che sorpresa. Fino a sabato non sapevo nulla. E' un grande riconoscimento per me e per il mio gruppo». Alessandra Buonanno è a capo della divisione di astrofisica e Relatività cosmologica dell'Istituto Max Planck di Potsdam, in Germania, ma adesso corre verso le Berkshire Hills, le antichissime montagne del Massachusetts. E' una breve vacanza, meritata. E racconta la sua avventura con frasi secche e precise, mentre è alla guida, entusiasmandosi a 65 miglia orarie della fantastica velocità delle sue prede, le onde gravitazionali. Loro vanno alla velocità della luce. E' appena arrivato l'annuncio ufficiale, che ha già inorgoglito il governo italiano, fino a poco prima prigioniero dell'incantesimo di altre medaglie, quelle olimpiche. Stavolta in scena c'è la Medaglia Dirac. Buonanno è la seconda donna e la prima italiana a ricevere uno dei più importanti premi mondiali per la fisica: ad assegnarlo, ogni anno, è una celebre istituzione di Trieste, l'Ictp, acronimo che sta per International Centre for Theoretical Physics. Professoressa, pochi sanno che cosa sono le onde gravitazionali: può spiegare ai profani? «Sono le deformazioni dello spaziotempo, emesse alla velocità della luce, da corpi che accelerano. Corpi astrofisici enormi». Quanto grandi? «Grandi come i buchi neri o le stelle di neutroni. Se non sono abbastanza grandi le onde sono deboli, debolissime. Anche noi le emettiamo, lo sapeva? Lo facciamo muovendoci, ma risultano impercettibili». E che cosa ci rivelano? «La storia dell'Universo, per esempio, e che cosa è accaduto all'inizio di tutto. Le nostre ricerche, in realtà, sono appena iniziate e continueranno per decenni». Lei come studia le onde? «Con carta e penna». Possibile? «Sì. Mi occupo della predizione delle forme d'onda dei segnali che vengono emessi da buchi neri che collassano o da stelle di neutroni. E carta e penna servono per affrontare le equazioni di Einstein». Come le sfrutta? «Per individuare le onde gravitazionali abbiamo bisogno di una banca dati: lì ci sono le informazioni che ci permettono di fare i confronti con i segnali in arrivo. Sono come le impronte digitali sul luogo del delitto. E per ottenerle sono indispensabili le equazioni della Relatività generale: le tratto con il metodo che definiamo analitico». In che cosa consiste? «Potrei dirle che le affronto e le risolvo con un certo grado di approssimazione. Così ottengo le informazioni con cui riconoscere il segnale ed estrarre i primi dati sulle sorgenti. Poi si passa alla seconda fase». Qual è? «Quella dei supercomputer e dell'elaborazione dei dati stessi: a questa fase hanno lavorato i miei due colleghi, Frans Pretorius, direttore della Princeton Gravity Initiative, e Saul Teukolsky del California Institute of Technology. Sono stati premiati con me». Quanto tempo ci vuole per risolvere un'equazione di Einstein? «Tanto». Quanto? «Anche mesi. Il metodo analitico, in realtà, ho iniziato a trattarlo nel '98, nel mio primo articolo su questo tema». E adesso? Quali saranno i suoi prossimi studi al ritorno dalle vacanze? «Il nostro è un campo nuovo di ricerca. Pensi che la prima rilevazione di onde gravitazionali è del 2015 e adesso, appena sei anni dopo, siamo già a 52 segnali». Quali sono gli strumenti in grado captarli? «Gli interferometri: io lavoro con quello americano, che si chiama "Ligo", ma questo è collegato con "Virgo", che si trova a Pisa. E in futuro ci sarà anche uno strumento nello spazio, soprannominato "Lisa". Avrà una banda di frequenza che sulla Terra non abbiamo e potrà individuare oggetti molto più grandi di quelli che analizziamo adesso: invece di 10-20-30 volte la massa del Sole, anche un milione di volte». Lei si è laureata a Pisa, giusto? «Sì. E mi sono trasferita al Cern e quindi in Francia, all'Institut des Hautes Etudes Scientifiques. Poi, al Caltech, al Cnrs e di nuovo negli Usa, all'Università del Maryland. Dal 2014 sono al Max Planck». Il suo prossimo sogno? «Continuare le mie ricerche».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) nelle prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, cattiverie a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.