Il mondo sulla nuvola

Riunione romana dei grandi della terra nell'edificio di Fuksas. Biden corteggia Draghi e Macron. Ed è entusiasta del Papa. Renzi spiega le sue ragioni sul Ddl Zan. I sindacati decidono sulla manovra

Inizia il G20 a Roma in un mondo sconvolto dalla pandemia, da un’emergenza climatica senza precedenti, da una trasformazione geopolitica affrettata dal ritiro dall’Afghanistan e dalle minacce militari su Taiwan. Il presidente Usa Biden a Roma loda Draghi e fa la pace con Macron nella sede dell’ambasciata di Francia presso la Santa sede. Ha un lungo e cordiale colloquio col Papa. Vuole dimostrare che gli Usa non si sono dimenticati dell’Europa e neanche del mondo, se l’intenzione è quella di distribuire i vaccini al 70 per cento della popolazione globale. Oggi il vertice entra nel vivo e la questione chiave è un accordo sul clima. Sei anni dopo l’ultimo, quello di Parigi, domenica sera inizia la Cop26 di Glasgow in Scozia, a cui si vuole arrivare con un risultato concreto. Vedremo se i grandi riusciranno in questo intento. Xi e Putin saranno collegati con Roma, a distanza. Durissimo ma preciso commento di Alberto Negri che risponde alla domanda: chi sono quelli del G20?

Quel che resta della politica italiana è concentrata sulle riflessioni sul dopo. Dopo lo stop al Ddl Zan e dopo l’approvazione della manovra di bilancio, perché bisognerà capire che cosa fanno i sindacati e come saranno tagliati gli 8 miliardi dall’Irpef. Lo choc dell’archiviazione della legge sulla omotransfobia riguarda soprattutto i rapporti a sinistra. Oggi Repubblica stampa una lettera in cui Matteo Renzi si difende punto per punto sulla vicenda. Mentre nel Pd c’è preoccupazione per l’esclusione di Italia Viva dalla larga alleanza del nuovo Ulivo. Verderami nota nel retroscena sul Corriere che in vista del Quirinale la conseguenza politica della fatwa di Letta e Conte rischia di essere quella di una divisione del Parlamento in due blocchi mai maggioritari, con un gruppo in mezzo che diventa decisivo.

La brutta notizia di ieri è questa: il virus è ripartito con grande vigore. Trieste è la capitale di una nuova ondata di contagi che porta l’Rt, l’indice di trasmissione, oltre la soglia pericolosa dell’uno per cento. Se il Green pass non basterà, a questo punto saranno inevitabili nuove misure e forse una terza dose per quell’86 per cento di italiani che si sono vaccinati. Dall’estero: pugno di ferro dei militari in Myanmar, dove un collaboratore di Aung San Suu Kyi è stato condannato a vent’anni di carcere.

Potete ancora ascoltare il nuovo e terzo episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo. Il titolo è: Le Vite degli altri e racconta storie di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. È disponibile adesso il ritratto e l’intervista con Suor Gabriella Bottani, che guida una rete internazionale di religiose, missionari e attivisti laici che combattono la tratta degli esseri umani. Questa rete ha il suggestivo nome evangelico di Talitha Kum. Offre una seconda opportunità alle donne e agli uomini fatti oggetto della schiavitù dei nostri tempi. È una storia da conoscere. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

https://www.spreaker.com/episode/47180472

Ascoltate e inoltrate! Quanto alla rassegna vi ricordo che anche domani sarà disponibile dalle 9-9,30 (cambia l’ora) e così lunedì 1 novembre, sono giorni di festa. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito il file perché resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete degli arretrati. Fate pubblicità a questa rassegna, seguendo le istruzioni della prossima frase.

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.

Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il G20 a Roma è il tema del giorno. Il Corriere della Sera già anticipa le conclusioni: «Uniti contro il virus e sul clima». Sono quelli che Avvenire chiama: Impegni da Grandi. Per il Manifesto l’edificio di Fuksas che ospita il summit qualifica la loro impalpabilità: La nuvola dei 20. Il Mattino dà conto delle lodi del presidente Usa: Biden: «L’Italia è un modello». Il Messaggero conferma: Biden, elogio all’Italia. La Repubblica tematizza invece l’emergenza climatica: G20, corsa contro il tempo. La Stampa sottolinea una frase del colloquio fra i presidenti: Draghi e Biden: la democrazia funziona. La Verità mette l’accento sull’asse con Macron: Immigrati, energia, industria. Il patto segreto con i francesi. Gli altri titoli sono in ordine sparso. Ancora ottimista in economia Il Sole 24 Ore: Il Pil oltre le stime, ora punta al 7%. Il Quotidiano Nazionale è sulla manovra il giorno dopo: Pensioni, ecco chi può andare nel 2022. Contro i giudici si schierano Il Giornale: Giustizia è fatta, via ai referendum e Libero: I magistrati tremano. Si vota sulla giustizia. A proposito del dopo Zan il Domani: Gli elettori devono sapere cosa fanno gli eletti. Aboliamo il voto segreto. Attacco del Fatto al leader di Italia Viva: Il divanista è Renzi, assente 2 volte su 3.

ROMA ACCOGLIE IL G20, BIDEN LODA DRAGHI

Biden blandisce gli europei. Loda Draghi e si scusa con Macron per il caso dei sottomarini. Viviana Mazza sul Corriere della Sera.

«Grazie. È bello tornare qui», ha detto il presidente Joe Biden in Vaticano ieri mattina, tra strette di mano e sorrisi, prima di un lungo e intimo incontro con Papa Francesco. «Grazie», ha ripetuto nei bilaterali con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e con il presidente del Consiglio Mario Draghi. Una versione più calorosa e meno solenne dell'«America is back», con cui aveva proclamato lo scorso giugno una svolta rispetto all'era Trump. In questi quattro mesi da quel suo primo viaggio all'estero da presidente, gli alleati europei hanno visto la popolarità di Biden scendere in patria, le divisioni nel suo partito far vacillare il piano su spesa pubblica e clima, il ritiro caotico dall'Afghanistan mettere in dubbio la sua visione internazionale. Se nelle conferenze stampa in agosto Biden aveva rifiutato anche solo di ammettere che ci fossero state critiche da parte degli europei, in questa giornata di bilaterali che hanno visto il gigantesco corteo presidenziale di 85 veicoli sfilare nelle strade della capitale alla vigilia del summit del G20, è stato evidente invece lo sforzo diplomatico per mostrare che l'America ha bisogno dell'amicizia dell'Europa e punta sul legame transatlantico. «Stai facendo un lavoro straordinario. Abbiamo bisogno di dimostrare che le democrazie possono funzionare e che possiamo produrre un nuovo modello economico. Tu lo stai facendo», ha detto Biden a Draghi, in un incontro che cementa il premier italiano come interlocutore chiave di Washington in Europa. Biden ha ringraziato anche Mattarella «per la leadership del G20 su clima, lotta al Covid e ripresa» in un colloquio di 45 minuti. Poi ha visto il presidente Emmanuel Macron a Villa Bonaparte, l'ambasciata di Parigi presso la Santa Sede, tecnicamente in territorio francese, elevando l'incontro da semplice bilaterale. «Nessun alleato è più antico e leale della Francia», ha detto Biden, ammettendo che gli Stati Uniti sono stati «maldestri» nell'accordo dei sottomarini, cioé il patto Aukus, siglato a settembre con Gran Bretagna e Australia per fornire a quest' ultima tecnologia nucleare, che ha fatto saltare un affare lucroso tra Parigi e Canberra. «Io avevo avuto l'impressione che la Francia fosse stata informata prima, giuro su Dio». L'ammissione di un errore da parte di un presidente che in politica estera vanta un'esperienza decennale chiude così l'incidente con la Francia, che era arrivata a paragonare Biden a Trump e a richiamare l'ambasciatore. «Abbiamo chiarito», ha concluso Macron. E poi: «La fiducia è come l'amore: le affermazioni sono buone, i fatti sono meglio». Londra e Parigi invece devono ancora «chiarire» la disputa, acuita dallo scontro sui diritti di pesca nella Manica. Inizia così il G20 dei leader. Il consigliere di Biden, Jake Sullivan, dice che l'assenza di Xi e Putin non è un ostacolo ma l'occasione di dimostrare che le democrazie occidentali sanno collaborare per risolvere le sfide globali. Ma Biden non può perdere di vista le sfide in patria: anche da Roma, spiega la sua portavoce, starà al telefono per risolvere il braccio di ferro al Congresso».

Draghi è intento a non far fallire il summit. Chiede aiuto agli Usa e corteggia l'indiano Modi per trovare un accordo sul clima. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«È una corsa contro il tempo. E in queste ore il presidente del Consiglio dirotta ogni grammo di energia nell'azione diplomatica per salvare il G20 di Roma. Sarebbe l'anticamera di un eventuale, secondo fallimento alla Cop26 di Glasgow. L'esito del summit è appeso agli umori del colosso asiatico, alle resistenze sulla transizione verde. Per questo, il premier incontra prima di tutti Joe Biden. Cerca una sponda, senza la quale ogni pressing su Xi Jinping risulterebbe vano. Faccia a faccia con il successore di Trump, l'ex banchiere centrale non risparmia un'autocritica ai Paesi sviluppati. «Per 15 anni - dice - le economie occidentali hanno dimenticato inclusività e clima». È il momento di agire, questo il senso dell'allarme, prima che sia troppo tardi. «Se siamo intelligenti e fortunati - è la replica del Presidente Usa - possiamo trasformare questa crisi in un'opportunità. E riuscire ad apportare dei cambiamenti prima che sia troppo tardi». Dopo il rovinoso ritiro dall'Afghanistan, Biden punta a rafforzare il legame con gli alleati dell'Unione europea. Considera questa prospettiva essenziale nella competizione strategica con la Cina. E cerca di farlo innanzitutto sul terreno della lotta al surriscaldamento globale. C'è la cronaca delle mediazioni tra leader. E c'è anche la forza dei simboli. Domattina, ad esempio, Draghi invocherà il buon esito del summit con il più classico degli stratagemmi: la monetina nella fontana di Trevi. A fatica, l'organizzazione del vertice sta cercando di reperirne venti, una per ciascun Paese dei Venti. Il premier la lancerà a favore di telecamere, come gli altri leader. Ad alcuni di loro, intanto, chiede aiuto per portare a casa il risultato. Il primo, come detto, è Biden. Ma in questa tela fragile diventa fondamentale il sostegno ballerino di Narendra Modi, ricevuto sempre ieri a Palazzo Chigi. Gli Stati Uniti tentano da tempo - e con risultati alterni - di sfilacciare l'alleanza tra Nuova Delhi e Pechino. Corteggiano il premier indiano per ridurre il potere negoziale dell'alleanza dei colossi inquinanti d'Oriente. La strategia di Biden è semplice, nella sua brutale necessità: "comprare" la conversione verde indiana attraverso un flusso di miliardi che i Paesi ricchi intendono destinare a quelli in via di sviluppo. Draghi e Modi ne discutono senza entrare troppo nel dettaglio, e comunque ufficiosamente. Dopo aver ragionato dell'invito ufficiale al premier italiano in India, affrontano i nodi delle rinnovabili, dei tempi e delle condizionalità degli investimenti, della mole di risorse necessarie per arruolare Modi in questa battaglia contro il tempo. Nuova Delhi è attestata su una posizione negoziale molto aggressiva, perché pretende che parte rilevante dei 100 miliardi di dollari stanziati fino al 2025 dai Venti per le economie emergenti siano indirizzati alla propria riconversione verde. Con il Presidente americano, invece, è tutto più semplice. Il rapporto è solido, anche se la visita a Washington non è ancora fissata. La strategia sul clima condivisa ed ambiziosa. Ambiziosa, ma comunque meno di quella elaborata dall'Unione europea. Il leader democratico è infatti alle prese a Washington con alcune resistenze di politica interna che ridimensionano la portata della transizione ecologica promessa appena insediato alla Casa Bianca. Resta il fatto che sosterrà gli europei per strappare il massimo degli impegni possibili su due fronti: l'asticella del 2050 per le "emissioni zero", una drastica contrazione dell'inquinamento da metano entro il 2030. Non a caso, i due leader concordano «sull'impegno per decarbonizzare rapidamente il modo in cui produciamo elettricità». «È stato un incontro bellissimo», assicura soddisfatta l'ambasciatrice italiana negli Usa Mariangela Zappia, mentre lascia a piedi Palazzo Chigi dopo aver partecipato al bilaterale. Lo stesso può dire Draghi del colloquio con il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il primo sponsor di una svolta drastica per evitare la catastrofe climatica. Conteranno però anche le assenze, a partire da quelle di Xi Jinping e Putin. Interverranno solo in video collegamento. Abbastanza, comunque, per capire se il mondo è alla vigilia di una svolta, o se dovrà accontentarsi di un debole compromesso».

Durissimo atto di accusa di Alberto Negri sul Manifesto, che si chiede: ma chi sono quelli del G20?

«Chi sono quelli del G-20 di Roma? Sono per gran parte coloro che intendevano esportare la democrazia in Afghanistan e poi hanno abbandonato gli afghani al loro destino e alla fame: a milioni, compresi migliaia di bambini, rischiano di morire, dicono le Nazioni unite, se non saranno assunte misure urgenti per aiutare il paese. Ma la nostra sola preoccupazione è stringere accordi con l'Iran e il Pakistan perché si occupino di "accoglierli" e fermare il loro viaggio verso ovest. Quelli del G-20 sono quasi gli stessi che volevano liberare gli iracheni da Saddam Hussein e poi li hanno lasciati in mano al Califfato. Quindi hanno colpito Gheddafi, fino al sua fine orribile, lasciando che la Libia e l'intero Sahel scivolassero nel caos. Con la complicità dei turchi e delle monarchie del Golfo hanno scatenato migliaia di jihadisti in Siria per abbattere Assad, poi hanno fatto marcia indietro. Quindi si sono serviti dei curdi siriani contro l'Isis per lasciarli massacrare dalla Turchia nel Rojava. La giustizia vera non ha diritto di cittadinanza al G-20, anche quando viene propugnata non solo dalle autocrazie ma anche dalle cosiddette democrazie liberali. Basta guardare cosa accade ai palestinesi sottoposti da Israele a un regime di apartheid: Israele ha appena approvato oltre 3mila nuove case per i coloni per impedire la nascita di uno Stato palestinese. Gli europei protestano, Washington fa finta di indignarsi ma nel concreto non accadrà nulla: Israele può fare quel che gli pare e ignorare tutte le risoluzioni Onu. Ci lamentiamo giustamente di autocrati come Putin, Xi Jinping, Erdogan, ma quale segnale invia l'Occidente a questi regimi? Non punisce mai Israele: non ci sono mai sanzioni, non c'è mai una presa di posizione tangibile che non vada oltre frasi di circostanza. È questo l'esempio di giustizia che diamo dalle nostre parti e poi la pretendiamo dagli altri? Non c'è neppure voglia di discuterne, visto che è saltato l'incontro Erdogan-Biden. La polvere della Nato si nasconde sotto il tappeto. Il ritiro disastroso dall'Afghanistan, ignorando il destino di un popolo e la sua sopravvivenza, aveva già i suoi chiari precedenti. Non li vedeva soltanto chi non li voleva vedere. Ebbene questi killer di popoli e nazioni e si stringono oggi volentieri le mani, che sia in presenza oppure in video non fa gran differenza. La stringono pure a Mohammed bin Salman che come "principe del rinascimento arabo", secondo le parole del senatore Renzi - ormai assunto stabilmente alla sua corte - ha fatto torturare, uccidere e smembrare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi. Lo stesso principe saudita che, secondo alcuni testimoni, avrebbe voluto ammazzare pur lo zio, il re Abdul Aziz. Insomma con lui è come andare a pranzo con Totò Riina. Julian Assange, fondatore di Wikileaks, che ha rivelato i crimini delle guerre e alcune delle trame di Stati e servizi segreti occidentali e dei loro alleati, è invece sotto processo a Londra, dove forse vorrebbero che finisse velocemente i suoi giorni. Assente di rilievo nella congrega romana è Israele, che manda il Mossad in Iran e in giro per il mondo ad ammazzare chi gli pare senza che nessuno abbia niente da ridire. Ma forse al prossimo giro, se si allarga il Patto di Abramo, avremo al G-20 anche Israele che occupa illegalmente la terra dei palestinesi, abbandonati da tutti. Se sono poi questi i capi che tra qualche ora a Glasgow si dovranno occupare di ambiente e salvare il mondo dal riscaldamento globale stiamo freschi. Nella stanze dell'Eur dove si riuniscono c'è un'aria mefitica, che Draghi apra almeno una finestra se vuole respirare. Che cosa si decide al G-20 di concreto, al di là dei comunicati ufficiali? Una certa spartizione del mondo secondo interessi economici (il G-20 nasce come forum finanziario) e linee di influenza per la verità sempre più mobili. Ma c'è anche una sommaria divisione del lavoro che tiene uniti i protagonisti del vertice di Roma. Usa e occidentali vendono armi ai loro satelliti, facendo finta di esportare la democrazia, Mosca può fare quello che vuole degli oppositori, Pechino - diventata per il suo peso economico, il vero nuovo nemico per il cattolico Biden - ha mano libera per far fuori chi gli pare, da chi dissente agli uiguiri dello Xinjiang, i principi del Golfo possono strangolare chiunque senza che nessuno abbia da eccepire, in cambio aspettiamo i loro investimenti in occidente per lo shopping di armi e di squadre di calcio. The show must go on. La principale ferita che ci porta questo G-20, come del resto quelli che l'hanno preceduto, è l'assoluta mancanza di giustizia. Per essere tutti d'accordo bisogna che ognuno abbia la sua parte di sangue e di morti. Mai una volta che si senta qualcuno che difenda una causa giusta rispetto al destino dei popoli. Il G-20 è nei fatti una sfilata di conformisti privi di valori ma con una superlativa qualità: il cinismo. Cinismo a dosi industriali per tutti, per le nazioni, per interi popoli, per singoli individui, per le generazioni presenti e future. Giulio Regeni è forse l'emblema di tutto questo. La storia del ricercatore italiano torturato e ucciso dagli scherani di Al Sisi, simbolo dei giovani che dovrebbero essere al centro di questo G-20 e delle trasformazioni, è ignorata: nessuno dei leader di questo consesso di ipocriti sa dire una parola che somigli anche lontanamente alla giustizia».

VACCINI PER TUTTI, ORA IL G20 PROMETTE

La promessa dei Grandi riuniti a Roma è che entro giugno i vaccini siano distribuiti al 70% della popolazione mondiale. Alessia Guerrieri per Avvenire.

«La volontà di vaccinare tutto il mondo come strategia globale per fermare l'epidemia era già emersa ad inizio settembre, nella riunione dei ministri della Salute del G20 in Campidoglio. Ma è nell'incontro dei responsabili delle Finanze e della Salute di ieri all'Eur, alla vigilia del G20 dei capi di Stato e di governo, che quella strategia globale si è fatta più chiara. Così come gli impegni. I grandi del mondo, infatti, hanno concordato di vaccinare il 40% degli abitanti del globo entro l'anno e di arrivare al 70% a metà del 2022. Una richiesta di «onorare le promesse» sui vaccini ai Paesi poveri era tornata a farsi sentire ieri mattina da parte di molte realtà, come Caritas Internationalis e Croce Rossa. «C'è un impegno di tutti Paesi G20 a intervenire per quelli più poveri con un investimento economico molto forte», le parole del ministro della Salute Roberto Speranza, assicurando che le cifre necessarie a raggiungere tale scopo «saranno investite». Una stima viene fatta dalla direttrice generale del Fmi, Kristalina Georgieva per cui mancherebbero «solo 20 miliardi di dollari per accelerare le vaccinazioni globali». Si rafforzano così gli impegni assunti quasi due mesi fa nel Patto di Roma, per garantire «a tutta la popolazione mondiale un accesso rapido ed equo al vaccino». Un obiettivo, insieme a quello di dare risposte coordinate e globali alle future pandemie, che sarà monitorato dalla task force permanente Finanze-Salute appena creata, nel primo anno presieduta dall'Italia e dall'Indonesia. Anche perché ora, mostra scetticismo il direttore generale Oms Tedros Ghebreyesus, «dobbiamo fare in modo che alle promesse seguano i fatti». La pandemia di Covid difatti sta vivendo «un momento critico con 46mila morti a settimana» e questo dimostra che è «tutt' altro che finita». Perciò «ogni vaccino conta», sottolinea la commissaria europea alla Salute Stella Kyriakides, considerando l'obiettivo fissato sui vaccini «raggiungibile, ma solo se agiamo rapidamente». E rapidamente significa, per adesso, trasferire più dosi possibili nei Paesi poveri, per poi procedere nel medio periodo con il trasferimento tecnologico necessario a quei territori per produrre da soli i sieri, o parte di essi. Un aiuto potrebbe arrivare dalla liberalizzazione dei brevetti; un tema trattato sia nel vertice Finanze-Salute del G20 che nel colloquio tra il presidente Usa Joe Biden e il capo di Stato italiano Sergio Mattarella. In particolare è stato il presidente degli Stati Uniti d'America, oltre a plaudere «all'ottimo lavoro » fatto dall'Italia sui vaccini, a ribadire «la necessità di vaccinare i Paesi più fragili» senza distinzioni tra Paesi alleati e non, insieme alla sua proposta di sospendere temporaneamente i brevetti sui vaccini. Ma anche il ministro Speranza ha toccato il tema confermando che nella riunione del G20 di ieri è stato affrontato, anche se «ci sarà una discussione ancora da proseguire», assicura. Ciò che è certo, aggiunge, è che «noi vogliamo favorire un trasferimento tecnologico in Paesi che oggi non hanno una dotazione sufficiente».

BIDEN IN VISITA DAL PAPA

Risate e scambio di doni nel faccia a faccia in Vaticano fra Biden e papa Francesco. La cronaca di Paolo Rodari per Repubblica.

«Gli concede, scambio dei doni inclusi, novanta minuti di colloquio caloroso, quasi il doppio di Trump, tre volte il tempo di Obama. E gli confida, fra risate e intese, di essere felice di avere di fronte «un buon cattolico» e del fatto che continui «a ricevere la comunione». Papa Francesco riceve ufficialmente in Vaticano Joe Biden, secondo presidente americano cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy, e gli offre un appoggio non scontato a pochi giorni dal voto dei vescovi americani che a metà novembre dovranno esprimersi sulla possibilità che il Presidente pro choice sull'aborto riceva l'eucaristia. Il Papa «ha detto una preghiera per me», confida Biden, e «mi ha benedetto un rosario ». E anche se di «aborto» in senso stretto non hanno parlato - «è stata una conversazione privata», dice Biden - il tema di fondo resta la sua posizione, da cattolico, sui temi eticamente sensibili. Da che parte stia Francesco è adesso chiaro: è per il dialogo con tutti senza alzare barricate ideologiche. Il mondo cattolico conservatore statunitense che dall'elezione del 2013 osteggia Bergoglio non potrà che farsene una ragione: domani, alle otto, prima di fare tappa alla Nuvola per il G20, Biden andrà a messa a Roma e con ogni probabilità riceverà la comunione. Francesco e Biden si erano incontrati già tre volte. Durante la visita negli Stati Uniti nel 2015 Francesco, in un hangar dell'aeroporto di Philadelphia, lo confortò dopo la perdita di Beau, il figlio stroncato pochi mesi prima da un tumore al cervello. «Mio figlio avrebbe voluto che lei avesse questa moneta», dice Biden al Papa, che sorride quando il presidente aggiunge: «La tradizione vuole che se al nostro prossimo incontro non l'avrà, dovrà pagare da bere ». Ma l'incontro di ieri, il primo dopo l'insediamento alla Casa Bianca, ha per Biden un sapore speciale. Lo si capisce fin dall'inizio quando il presidente scende dalla limousine nel Cortile di San Damaso e dice: «È bello tornare qui». E a uno dei Gentiluomini di Sua Santità che lo accolgono decide inusualmente di stringere la mano e di dirgli: «Buongiorno. Sono il marito di Jill». Anche lei, in abito blu notte, una veletta nera sul capo e capelli sciolti, sembra emozionata. Prima di entrare in un caffè romano per un incontro con la premiere dame di Francia, Brigitte Macron, nel pomeriggio, dell'incontro in Vaticano la first Lady americana dirà: «È stato meraviglioso. Lui è stato meraviglioso». Biden riconosce l'autorità morale di Francesco: «Lei è il più grande combattente per la pace che abbia mai conosciuto», gli dice dopo aver parlato a lungo dei temi di politica internazionale. I due si soffermano sul comune impegno nella protezione e nella cura del pianeta, sulla situazione sanitaria e la lotta contro la pandemia di Covid-19, sul tema dei rifugiati e dell'assistenza ai migranti. Ma parlano anche della tutela dei diritti umani, del diritto alla libertà religiosa e di coscienza. Con il Papa «abbiamo parlato della necessità di essere più responsabili sul clima », dirà ancora Biden poco dopo in conferenza stampa con Draghi. «Ho ringraziato Sua Santità per la sua difesa dei poveri del mondo». Ma oltre ai temi ufficiali, è il contorno a dire di un incontro amichevole e confidenziale. Prima dei saluti finali il 78enne Biden chiede all'84enne Papa: «Quanti anni ci daresti?». Per poi rispondersi da solo: «Io 60 e tu 65». Quindi lo scambio dei doni: Biden regala a Francesco un abito talare tessuto a mano nel 1930 e realizzato dal famoso sarto papale Gammarelli - un'istituzione in centro a Roma - e utilizzato dall'ordine dei gesuiti negli Stati Uniti, dove era conservato negli archivi della Holy Trinity Church, la chiesa frequentata dal presidente a Washington. Francesco ricambia offrendo il dipinto su ceramica "Il Pellegrino", oltre ai documenti del pontificato, tra i quali il Messaggio per la pace e il Documento sulla fratellanza umana. L'incontro finale con il segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, è l'occasione per Biden per ringraziare la Santa Sede «per la leadership attiva nella lotta contro la crisi climatica». E per discutere degli sforzi a sostegno della vaccinazione anti Covid nei Paesi in via di sviluppo. Il presidente Usa ringrazia il Vaticano anche «per aver fatto sentire la propria voce sulle persone ingiustamente detenute, anche in Venezuela e a Cuba».

Il commento di Elena Molinari per Avvenire.

«L'incontro fra Joe Biden e papa Francesco è al centro dell'attenzione dei cattolici americani, non solo perché per la seconda volta nella storia un presidente Usa cattolico si è trovato faccia a faccia con il capo della Chiesa di Roma, quasi 60 anni dopo che John F. Kennedy venne ricevuto da Paolo VI. È piuttosto la tensione esistente fra il capo della Casa Bianca e la Chiesa statunitense ad amplificare la portata dell'evento. Fra meno di tre settimane, infatti, i vescovi si riuniranno a Baltimora per la loro assemblea plenaria d'autunno, e uno dei punti principali all'ordine del giorno sarà un documento sulla «coerenza eucaristica». Un riferimento alla questione è stato fatto ieri nel colloquio in Vaticano: «Il Papa - ha riferito lo stesso presidente - era felice che fossi un buon cattolico e che continuassi a ricevere la Comunione». Il documento dei vescovi, infatti, esaminerà l'opportunità di negare la Comunione ai personaggi pubblici, in particolare politici, che sostengono l'aborto. Sebbene il testo con ogni probabilità non menzionerà esplicitamente Biden, molti osservatori vedono nella sua stessa stesura un chiaro messaggio di rimprovero di una parte non piccola dell'episcopato americano (non tutti i vescovi erano d'accordo nello stilarlo) al presidente. Per Biden si tratta di un momento delicato. Non è la prima volta che il capo della Casa Bianca, che si definisce un cattolico praticante e che parla spesso della fede come fondamento della sua vita, si trova sotto esame da parte dei vertici della Chiesa americana. Nel 2019, un sacerdote della Carolina del Sud si rifiutò di offrire la comunione a Biden a causa della sua posizione a favore della libertà di scelta per la donna sull'interruzione di gravidanza. E, all'indomani dell'insediamento di Biden alla Casa Bianca nel gennaio 2020 e la ripresa del finanziamento pubblico a Ong che forniscono informazioni sulle interruzioni di gravidanza, i vescovi Usa avevano richiamato il presidente sull'importanza della difesa del nascituro. «È grave che uno dei primi atti ufficiali del presidente promuova attivamente la distruzione di vite umane nelle nazioni in via di sviluppo - recitava una nota -. Quest' ordine esecutivo è antitetico alla ragione, viola la dignità umana ed è incompatibile con l'insegnamento cattolico». La Santa Sede ha già invitato i vescovi statunitensi alla cautela nel prendere posizioni che rischiano di essere strumentalizzate politicamente. «Non ho mai rifiutato l'Eucaristia a nessuno», ha detto papa Francesco ai giornalisti nel settembre 2021, esortando i presuli Usa a pensare alla questione «come pastori». Di recente la posizione di Biden pro-libera scelta della donna è venuta alla ribalta a causa della sua opposizione alla legge del Texas che proibisce l'aborto dopo circa sei settimane di gestazione. Il presidente Usa ha dato ordine al dipartimento alla Giustizia di fermare in qualsiasi modo la misura. In realtà, nessuno si aspettava che ieri dal Vaticano sarebbero emersi commenti pubblici del Papa relativi all'aborto negli Usa o al documento sulla Comunione. Gli osservatori dubitavano anche che l'argomento dell'antagonismo di parte dei vescovi nei confronti di Biden sarebbe emerso nel corso della «conversazione privata». E infatti né l'aborto né l'assemblea dei vescovi sarebbero stati menzionati. Ma c'è da scommettere che la frase relativa alla Comunione, riferita dal presidente e attribuita al Papa, sarà analizzata e discussa dai cattolici americani per giorni, in vista di quello che si sta delineando come un braccio di ferro fra il secondo presidente cattolico Usa e una parte della «sua» Chiesa».

RIPARTE IL VIRUS, RT DI NUOVO ALL’1%

Riparte il Covid in Italia, secondo gli ultimi dati dell’Iss. Si è invertita la tendenza iniziata a ferragosto, c’è  un rapido aumento dei casi. Alessandra Ziniti per Repubblica.

«I 5 mila contagi non si superavano da un mese e mezzo. Ma non solo: mezza Italia è già oltre la soglia del primo dei tre indicatori previsti per il ritorno in giallo, quello dell'incidenza dei contagi ogni 100.000 abitanti. L'Rt, l'indice di trasmissibilità, è a 0,96, appena sotto la soglia di allerta dell'1, ma l'Istituto superiore di sanità valuta che la prossima settimana sarà a 1,14%. E l'aumento dei tamponi per effetto dell'obbligo di Green Pass sui luoghi di lavoro non c'entra. «Le stime sono basate sui soli casi sintomatici e ospedalizzati. L'incidenza è in rapido e generalizzato aumento. Potrebbe essere il preludio ad una recrudescenza dell'epidemia», è il timore del presidente dell'Iss Silvio Brusaferro. Salgono tutti gli indicatori di rischio e si inverte il trend pure di ricoveri e terapie intensive anche se i vaccini fanno ancora il loro lavoro e in tutte le Regioni gli ospedali sono per fortuna ben lontani dalle soglie di rischio. Il virus ha ripreso a crescere in 18 Regioni su venti, si salvano solo Basilicata e Sardegna. E i nuovi casi, con una curva nuovamente in salita tra i 6 e gli 11 anni (fascia di età ancora senza possibilità di immunizzarsi), attraversano tutte le età. «A contagiarsi sono innanzitutto i non vaccinati. In Italia ormai circola solo la variante Delta e chi non è protetto ha il 60 % di probabilità di infettarsi se incontra il virus - spiega il professore Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza -. L'Italia sta facendo molto bene con i vaccini, ma è anche vero che ci sono ancora quasi 7,5 milioni di persone non immunizzate che rischiano moltissimo e portano in giro il virus. E poi si ammalano i fragili e una piccola parte di vaccinati da più di sei mesi che hanno perso parte della protezione. Per questo si deve correre con le terze dosi. C'è da aspettarsi che i contagi crescano ancora con l'arrivo del freddo e il ritorno di tutte le attività al chiuso, ma la pressione sugli ospedali grazie ai vaccini resterà contenuta. Ce lo dice quello che sta avvenendo in Inghilterra dove a fronte di 50.000 contagi al giorno, i morti sono un decimo dell'anno scorso». Le aree più a rischio La Trieste dei No Vax con i suoi 281 contagi ogni 100.000 abitanti e gli ospedali con gli ammalati di Covid in attesa per ore per un ricovero, regala la maglia nera al Friuli Venezia Giulia, la Regione con l'Rt più alto d'Italia (1,17). «Il rischio della zona gialla è alle porte, se continua così dovremo organizzare le manifestazioni in altro modo», dice il prefetto Valerio Valente».

RENZI SPIEGA IL VOTO SU ZAN

Matteo Renzi scrive a Repubblica una lettera in cui ricostruisce, dal suo punto di vista, che cosa è accaduto in Senato sul Ddl Zan.

«Caro direttore, il triste epilogo del disegno di legge Zan divide per l'ennesima volta il campo dei progressisti in due. Da un lato i riformisti, che vogliono le leggi anche accettando i compromessi. Dall'altro i populisti, che piantano bandierine e inseguono gli influencer, senza preoccuparsi del risultato finale. I primi fanno politica, gli altri fanno propaganda. I fatti sono semplici. Il Ddl Zan era a un passo dal traguardo. Sui media, ma anche in Aula nel dibattito del 13 luglio 2021, avevamo chiesto evitare lo scontro ideologico trovando un accordo sugli articoli legati alla libertà d'opinione e all'identità generale, come richiesto da molte forze sociali e dalle femministe di sinistra. "Se si andrà allo scontro, al muro contro muro, e si perderà a scrutinio segreto, avrete distrutto le vite di quei ragazzi", dicemmo allora. Esattamente ciò che è accaduto. Il PD ha deliberatamente scelto di rischiare sulla pelle delle persone omosessuali, transessuali, con disabilità. I dirigenti Dem hanno preferito scrivere post indignati sui social anziché scrivere leggi in Gazzetta Ufficiale. E naturalmente si è scatenata la campagna di aggressione contro chi proponeva il compromesso, a cominciare da Italia Viva. Ma il compromesso - come scriveva Amos Oz - "è sinonimo di vita. Dove c'è vita ci sono compromessi. Il contrario di compromesso non è integrità, non è idealismo. Il contrario di compromesso è fanatismo, morte". Non è un caso che l'unica legge a favore della comunità omosessuale mai approvata in Italia sia stata quella delle unioni civili, figlia del compromesso e della scelta di mettere la fiducia fatta dall'allora governo. Fino ad allora e dopo di allora la sinistra preferiva e anche oggi preferisce riempire le piazze, fare i cortei, cullarsi nella convinzione etica di rappresentare i buoni, il popolo, contro i cattivi, il Parlamento. Additare il Parlamento come il luogo dei cattivi e la piazza come il luogo dei buoni: anche questo è populismo. È vero, ci sono state decine di franchi tiratori, almeno una quarantina, di tutti gli schieramenti politici. E noi abbiamo contestato la decisione della presidente Casellati di concedere il voto segreto sul non passaggio agli articoli: volevamo che tutti si assumessero in modo trasparente le proprie responsabilità. Così come gli applausi e i cori da stadio dopo il voto sono stati uno schiaffo alla sensibilità di tante persone civili che volevano vedere in Aula dei senatori, non degli Ultras. Ma al di là di tutto, resta il fatto che la legge è fallita per colpa di chi ha fatto male i conti e ha giocato una battaglia di consenso sulla pelle di ragazze e ragazzi che non si meritavano questa ferita. Rinunciare al compromesso possibile per sognare la legge impossibile è stata una scelta sbagliata, figlia dell'incapacità politica del PD e dei Cinque Stelle. La sbandierata presunta superiorità morale, il rifiuto aprioristico di qualsiasi mediazione, la scelta di mettersi a posto la coscienza senza sporcarsi le mani: queste le caratteristiche di una sinistra che, in tutto il mondo, fa prevalere l'ansia di visibilità mediatica e social alla fatica dei risultati concreti. Noi siamo altrove. Vale negli Stati Uniti dove ancora qualche giorno fa Joe Biden elogiava le ragioni del compromesso contro la sua sinistra interna. Vale in Francia dove Macron - e non il Partito Socialista francese della Hidalgo - è l'unica alternativa al sovranismo della Le Pen. Vale in Germania dove Scholtz vince contro la Linke e diventa cancelliere con una campagna elettorale al centro, intestando i successi della Merkel anche all'SPD, isolando la CDU. In Italia il centrosinistra dovrà scegliere se inseguire le parole d'ordine populiste, come la vicenda Zan sembra suggerire o tornare al riformismo. Otto mesi fa Cinque Stelle e PD dicevano: "O Conte o morte". E abbiamo visto come è andata a finire: grazie al coraggio di Italia Viva c'è Draghi e l'Italia è più forte. Oggi non abbiamo paura di prenderci gli insulti, le campagne social, le minacce di morte degli haters, le manifestazioni contro le nostre sedi. Un grande italiano come Pier Paolo Pasolini diceva nel 1974 che "Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia". Italia Viva come ha fatto nel passaggio Conte/Draghi continuerà a combattere per conciliare queste due esigenze. E speriamo che prima o poi anche il PD abbandoni i modi di fare dei populisti grillini e torni a fare Politica. Quella che scrive le leggi, non quella che cerca i “mi piace”».

Giulia Merlo sul Domani propone di abolire il voto segreto sui diritti civili “parametro determinante” per le scelte degli elettori.

«I regolamenti di Camera e Senato prevedono che sia possibile richiedere il voto segreto nel caso in cui la legge in votazione riguardi i diritti fondamentali. Ovvero - come recita il regolamento del Senato - le leggi che incidono sui rapporti civili ed etico-sociali previsti dalla Costituzione, come appunto il caso della legge Zan. Questo meccanismo ha il fine di tutelare la libertà di coscienza del singolo parlamentare, che così può esprimersi su questioni etiche senza dover sottostare necessariamente alla linea del partito. E senza rendere conto alla pubblica opinione. Nessuno vuole cambiare Il problema è quello del bilanciamento di due ragioni opposte. «Da un lato l'esigenza di salvaguardare la libertà di sottrarsi alla disciplina di partito senza conseguenze, dall'altro la responsabilità nei confronti degli elettori», spiega il costituzionalista Salvatore Curreri. Oggi, però, l'orientamento in tema di diritti civili ed etico-sociali è diventato un parametro di valutazione sempre più determinante per gli elettori. Così che negare proprio su questo la trasparenza dei singoli posizionamenti rischia di essere l'ennesima prova della distanza che separa la classe politica dai cittadini. Il voto segreto sui temi etici, infatti, permette ai parlamentari di votare secondo coscienza, ma indirettamente nega la stessa libertà agli elettori. Loro, alle prossime politiche, voteranno per candidati di cui non sanno con certezza come si sono schierati sulla legge Zan. Si può quindi pensare di abolire il voto segreto? Eliminarlo farebbe emergere il problema della democrazia interna ai gruppi parlamentari e ai partiti. «Per mantenere l'equilibrio di sistema, bisognerebbe garantire procedure democratiche dentro i partiti e i gruppi. Con il voto palese, il singolo è condizionato dalla dichiarazione di voto del gruppo al quale appartiene e, se vi si discosta, può rischiare ritorsioni interne», spiega Curreri. Anche considerando gli aspetti problematici dell'eventuale abolizione del voto segreto, il problema non si pone. Nessun partito, infatti, è disposto a promuovere una riforma dei regolamenti delle camere che lo elimini. Eppure, proprio questo sarebbe il momento favorevole per farlo. In seguito al taglio del numero di parlamentari, infatti, anche i regolamenti devono essere adeguati».

I 5 STELLE E IL NUOVO ULIVO

Il voto al Senato e le decisioni sulla manovra economica hanno messo in grande agitazione i 5 Stelle. Luca De Carolis sul Fatto.

«Da una parte c'è il maggiorente dem Lorenzo Guerini ad avvertire Enrico Letta, ma anche i grillini, che di chiudere la porta a Matteo Renzi e Carlo Calenda non se ne parla: "Penso che il campo largo di cui ha parlato il segretario sia un dovere che dobbiamo portare avanti con grande impegno". Dall'altra, il pur contiano Riccardo Fraccaro, furibondo per le modifiche al Superbonus - una sua misura - che scandisce quello che tanti 5Stelle pensano: "L'abbraccio con il Pd è una strategia perdente". Fuochi opposti, e in mezzo c'è Giuseppe Conte, presidente del M5S che da dopo le Comunali vive in un eterno mare grosso. E per tirarsi fuori da acque troppo agitate deve innanzitutto ridefinire il rapporto con i dem e difendere i confini della coalizione giallorosa, il suo perimetro. Per questo le contorsioni dem su Renzi e Calenda suscitano nuovo fastidio ai piani alti del M5S . Mentre in serata Conte lo ripete ad alcuni dei suoi: "Mai con quei due e i loro partiti personalistici, alle prossime elezioni chiederemo agli italiani il voto utile". È la strada obbligata per provare a tenere assieme i gruppi parlamentari già intossicati da rogne croniche e nuovi rancori, compresi quelli per le recenti nomine interne. Mostrarsi meno adagiati sui dem e indifferenti alle loro convulsioni sulle alleanze. Non è un caso che nelle scorse ore Luigi Di Maio abbia quasi esortato l'ex premier: "Il rapporto con il Pd deve essere alla pari". Un'esigenza che Conte pare aver compreso. Già nell'assemblea congiunta di una decina di giorni fa, aveva giurato che verso i dem non ci si porrà in modo subalterno. E aveva insistito sul nodo dell'identità del M5S : "Dobbiamo decidere cosa siamo". Così ieri sul Fatto la neo-vicepresidente vicaria Paola Taverna lo ha detto dritto: "Il M5S non ha mai parlato di nuovo Ulivo, ora ci aspettiamo che il Pd ci dimostri di voler fare un percorso assieme sui temi, a partire dal salario minimo". Ed è quanto Taverna sosteneva da tempo anche nelle conversazioni con l'avvocato, proprio come altri contiani come il tesoriere alla Camera Francesco Silvestri e l'ex ministra Lucia Azzolina. Sollecitazioni, segnali. E qualcosa si è mosso. Lo conferma quanto fatto trapelare dal M5S sulla partita del Colle: ossia che l'elezione di Mario Draghi al Quirinale potrebbe andare bene anche a Conte, mentre su un nome del Pd il Movimento proprio non reggerebbe. Mentre l'apparente rottura pubblica di Enrico Letta con Renzi dopo il disastro in Senato sul ddl Zan era stata accolta come una liberazione. Però, ieri mattina, Guerini e tutti i suoi di Base Riformista dicono ovunque che con l'amico Matteo non si può rompere. "L'alleanza con M5S e Pd non può bastare" teorizza Alessandro Alfieri, il portavoce della corrente dem. E Letta a stretto giro precisa: "Io lavoro sempre in una logica di centrosinistra inclusivo, vincente". Così Alfieri incassa: "Bene Letta". Ma non può andare bene a Conte, che oltretutto in giornata deve leggere di un Fraccaro bellico: "Se manteniamo una linea di coerenza e rilancio dei nostri temi senza essere succubi di qualcuno potremo crescere, il contrario non è percorribile". Certo, l'ex ministro è nervoso per la questione Superbonus ("con il nuovo testo in manovra non è più super"). Ma il tema della rotta resta centrale. Lo conferma Azzolina al Fatto: "Il tema è quale sensibilità prevale nel Pd: forse quella che vuole rincorrere a tutti i costi Renzi anche dopo il ddl Zan?". La risposta pare complicata, in un venerdì in cui i 5Stelle mettono in fila riunioni via Zoom sulla manovra. Cercando il modo di difendere qualche bandiera».

CORSA AL COLLE SENZA MAGGIORANZA

Nel suo retroscena per il Corriere, Francesco Verderami mette in luce i problemi dei due schieramenti, in vista del voto per il successore di Mattarella.

«Si votava il ddl Zan e si è finito per parlare di Quirinale, proprio quello che il Pd non voleva. Anche se non si capisce fino a che punto il risultato al Senato sia stato una sorpresa. Da giorni gli esperti dei gruppi parlamentari studiano quel voto a scrutinio segreto per calcolare i flussi del consenso al provvedimento. E le analisi, viziate da un certo margine di errore, portano a ritenere che tra i democratici ci siano stati almeno quindici franchi tiratori. Il punto per il Nazareno non è tanto stabilire il grado di conflitto interno al gruppo di Palazzo Madama, visibile peraltro ad occhio nudo. Il problema politico per il leader del Pd è semmai che il risultato sul ddl Zan ha certificato quanto in Parlamento era già dato per scontato: nella corsa al Colle il centrosinistra non potrà gareggiare con un candidato di schieramento. Se lo facesse, non avrebbe i numeri per vincere. Ed è un vero smacco per chi, nella storia della seconda Repubblica, ha sempre scelto il capo dello Stato. Tanto che certi commenti dopo il voto sono parsi sopra le righe, «il frutto - per dirla con il centrista Quagliariello - di una consolidata visione proprietaria del Quirinale». Insomma non è facile accettare questo verdetto per chi era abituato a vincere e adesso dovrà lavorare a un accordo con il centrodestra. Pochi giorni fa il ministro del Lavoro Orlando, alla direzione del Pd, ancora inneggiava alla (quasi) autosufficienza e riteneva che sarebbe bastato spaccare gli avversari per raggiungere l'obiettivo. Non immaginava che si sarebbero spaccati il suo partito e i suoi alleati grillini. «E adesso per noi - come spiega un dirigente dem - il guaio si fa doppio: ci mancano i numeri e ci manca il controllo sui gruppi». È vero che il centrodestra soffre dello stesso male e deve risolvere il rebus sulla candidatura di Berlusconi, che per metà è un sogno e per l'altra metà un equivoco, ma c'è un motivo se ieri il ministro della Difesa Guerini ha sottolineato come il Pd debba attrezzarsi a ricercare «il più ampio consenso possibile sulla presidenza della Repubblica». Un messaggio nemmeno tanto cifrato a Letta, che un mese fa voleva coinvolgere nella scelta per il Colle la Meloni e ora vuole escludere Renzi. La matematica costringerà i due schieramenti ad arrotolare le rispettive bandiere e puntare su una soluzione comune. A patto però che siano riposti i tatticismi, «anche perché - argomenta un ministro - tu puoi fare gli accordi che vuoi ma poi a scrutinio segreto può succedere di tutto». E se i grillini intuiscono nelle mosse di Conte un alto tasso di strumentalità, se - come ha denunciato Di Maio - l'ex premier si starebbe muovendo per puntare alle urne, e se contemporaneamente nel Pd iniziano ad avvertire la stessa percezione del loro partito. Ecco, il voto segreto sul ddl Zan conteneva anche questo messaggio: era un modo per dire «non provateci». Anche perché i conti dei grandi elettori in Parlamento li sanno fare tutti: centrodestra e centrosinistra in pratica si equivalgono. Resta il blocco di centro, un centinaio di voti che potrebbe determinare il risultato. Solo che in cambio i due schieramenti non hanno nulla da proporre: non ci sono seggi da barattare visto che nella prossima legislatura, con il taglio dei posti alla Camera e al Senato, tutti i partiti (tranne FdI) saranno costretti a ridurre la loro presenza. In queste condizioni c'è il rischio che prenda corpo il teorema sviluppato mesi fa da Franceschini, secondo cui «dal caos il Parlamento potrebbe emergere con una fesseria», cioè con un candidato di grande appeal nella pubblica opinione ma inappropriato al ruolo. C'è un solo modo per evitare la sarabanda, ed è un accordo bipartisan su un nome condiviso. Senza trucchi. Anche perché, come è successo al Senato, i trucchi a scrutinio segreto si pagano».

LA MANOVRA, IL GIORNO DOPO

Oggi si incontrano di nuovo i sindacati per concertare come muoversi sulla manovra di Bilancio approvata dal Governo. Gian Maria De Francesco sul Giornale.

«Il giorno dopo il varo della legge di Bilancio in Consiglio dei ministri emergono con più nitidezza alcune questioni che la manovra lascia aperte, a volte di proposito altre invece no. Un esempio concreto di queste problematiche interpretative è fornito dal taglio delle tasse per 8 miliardi che il premier ha fatto «lievitare» a 12 miliardi. Al fondo per ridurre la pressione fiscale da 8 miliardi (per la maggior parte da destinare al cuneo fiscale) Draghi ha aggiunto i 2 miliardi di sforbiciata degli oneri di sistema sulle bollette elettriche, i 990 milioni di eliminazione dell'aggio sulla riscossione e l'altro miliardo per rinviare al 2023 plastic e sugar tax oltreché per abbassare al 10% l'Iva sugli assorbenti intimi. Questi 4 miliardi in più, tuttavia, sono sostanzialmente caduchi perché, se non resi definitivi su base pluriennale, si tradurranno in un rinvio degli aggravi. Gli oneri di sistemi si torneranno a pagare quando il prezzo del gas e del petrolio calerà o comunque da aprile 2022 se non ci sarà un altro decreto ad hoc. La plastic e la sugar tax senza una norma ad hoc ritorneranno nella legge di Bilancio 2023, mentre l'aggio della riscossione eliminato comporta comunque la necessità di reperire altrove la remunerazione degli esattori. Stesso discorso per il capitolo welfare. In materia pensionistica il premier Draghi e il ministro dell'Economia, Daniele Franco, hanno accennato al fatto che quota 102 (64 anni di età +38 di contributi per ritirarsi ma solo nel 2022) è solo una tappa di avvicinamento al «sistema contributivo». Insomma, è chiaro che se in futuro si vorrà ridiscutere di flessibilità in uscita lo si dovrà fare decurtando la parte retributiva degli assegni migrando verso un sistema puramente contributivo. Lo ha spiegato molto bene ieri l'ex presidente Inps, Tito Boeri, chiedendo il taglio delle pensioni in essere dei giornalisti prima che il loro ente, l'Inpgi, confluisca nella previdenza pubblica dal primo luglio visto che molte sono sbilanciate sul retributivo. Non meno problematica la riforma degli ammortizzatori sociali voluta dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando (in foto). In pratica, la copertura Cig alle micro-imprese fino a 5 dipendenti comporta - nonostante siano disponibili 4,5 miliardi di cui 3 di deficit e 1,5 dallo stop al cashback - il versamento di contributi pari allo 0,5%, mentre vanno poi a salire allo 0,8% i contributi delle aziende fino a 50 dipendenti che dovranno finanziare con un altro 0,9% la Cigs. Le buste paga, inoltre, saranno un po' più leggere e il taglio del cuneo sarà un po' meno «visibile». Qualche perplessità sorge pure sulla stretta al reddito di cittadinanza. Lo stop al sussidio dopo il secondo rifiuto di un'offerta prevede, infatti, una comunicazione ufficiale che in questi due anni e mezzo è stata effettuata in un centinaio di casi a fronte di oltre 1,5 milioni di percettori. Analogamente, alcune riflessioni saranno effettuate nelle commissioni parlamentari sul Superbonus al 110%. L'estensione al 2023 si basa su una progressiva riduzione dello sgravio e sull'esclusione delle ville unifamiliari a meno che il proprietario non abbia un Isee sotto i 25mila euro. Non a caso sono stanziati solo 15 miliardi per una misura che assorbiva circa 9 miliardi a semestre. Occorre ricordare che a fine anno scadranno le moratorie post-Covid sui prestiti alle imprese».

ASSE PROGRESSISTA: LETTA, SANCHEZ E SCHOLZ

Patto a tre a Roma tra Letta, il socialdemocratico Scholz, che diventerà Cancelliere tedesco dopo la Merkel, e il premier spagnolo Sanchez. Carlo Bertini per La Stampa.

«Enrico Letta la butta lì verso la fine del suo «speech» al Global Progress Summit di Roma: e la proposta, ancorché ardua da realizzare, assume forza perché la espone seduto accanto al leader del primo paese d'Europa, il socialdemocratico tedesco Olaf Scholz e al premier spagnolo, Pedro Sanchez, sensibile al tema: «Sui migranti serve un accordo tipo Schengen, perché con tutti i Paesi non troveremo mai un accordo. Bisogna partire dai più importanti, affinché vi sia una via legale alle migrazioni economiche, chi ci sta lo fa». Eccola la formula per superare il nodo dei nodi, quello che separa destra e sinistra, terreno fertile per far prosperare la «minaccia più grave» alla sopravvivenza del progetto europeo. Perché «la minaccia della Corte polacca non va sottovalutata», dice Letta. Convinto che il nuovo volto di un'Europa incline alla protezione sociale e contraria al rigore, guidata da una Germania progressista potrà aiutare anche il Pd a vincere. Letta ne parla alla sua Scuola di politiche e in chiusura di questo panel del summit. Ma il suo pensiero va alle fatiche di casa propria, dove si consuma la querelle sul perimetro del suo nuovo Ulivo, da lui inteso come «campo largo che va al di là delle sigle e dei singoli», con chiaro riferimento a Renzi, per ora allontanato dal recinto. Sotto il palco, i tre leader progressisti concordano sul perché del loro successo: «la grande serietà nei confronti del covid». Tradotto, battersi per aperture in sicurezza, molta attenzione alle misure di contenimento del virus e cercare di spiegare bene alla pubblica opinione la necessità della vaccinazione. Non solo: come dice Scholz, «il covid ci fa capire l'importanza di uno stato sociale solido. Poi molte cose vanno fatte per migliorarlo e altri Paesi lo hanno capito». E poi, altri due grandi filoni vedono i progressisti in prima linea: giustizia sociale e ambiente. «Siccome il cambiamento viene vissuto anche come una minaccia», nota Letta, «bisogna fare come Olaf». «Io sono un avvocato - spiega Scholz - vengo da una grande città, ma non tutto il mondo è così, ci sono gli operai che temono per la conversione digitale o la transizione ecologica e vanno convinti che sono un'opportunità». In questa chiave, Letta individua nel sostegno a Draghi la missione del Pd, «per l'uso rapido ed efficace dei fondi» e nel sostegno delle battaglie europee sui migranti». Aiuta questa missione la risposta europea alla crisi, rispetto a quella di 10 anni fa: è anche qui che Letta individua la ragione della vittoria dei progressisti, «più forti con una Ue più forte». Ma c'è un limite alla «rivoluzione copernicana», come la chiama Gentiloni, del Next generation Ue, frutto di una reazione europea di cui essere orgogliosi: per Letta, «serve un Recovery che finanzi progetti europei transfrontalieri, per essere competitivi con Usa e Cina». Se Clinton, Blair, D'Alema discettavano di «terza via» e in Italia si titolava sull'"Ulivo mondiale", per Sanchez oggi il dibattito si riduce a questo: «Noi socialisti e progressisti abbiamo pensato alla seconda e terza via nei 20-30 anni passati, ma c'è una sola via: o si va avanti o indietro. E per far avanzare le nostre società, abbiamo bisogno di essere riformisti». Ovvero, «transizione ecologica sì, ma in modo equo». Tanto per fare un esempio».

PUGNO DI FERRO IN MYANMAR

Condanna a vent’anni di carcere per «tradimento» ad un leader della Lega nazionale per la democrazia e consigliere di Suu Kyi. La cronaca di Avvenire.

«Vent' anni di carcere per «tradimento » a uno dei vice di Aung San Suu Kyi. Questa la condanna per lo stretto collaboratore nella Lega per la democrazia della Premio Nobel per la Pace e ancora oggi riferimento per i democratici in Myanmar, messa agli arresti dalla giunta militare al potere dal febbraio e finita a sua volta sotto processo per vari capi d'imputazione. A rendere nota la sorte di U Win Htein, 79 anni, è stato il suo avvocato Myint Thwin. Una condanna che sembra una sfida lanciata alla comunità internazionale, dopo che durante il vertice dell'Asean, importante assise regionale conclusasi mercoledì e da cui il capo del regime al potere in Myanmar è stato escluso, sono arrivate le notizie su un uso sistematico della tortura da parte dei militari. Esperienze traumatiche, quelle dei 28 individui intervistati dall'Associated Press (Ap), ma centrali nel delineare una denuncia avvalorata da fotografie, disegni, lettere e testimonianze di militari del regime. L'indagine dell'agenzia di stampa ha anche portato allo scoperto un sistema di detenzione segreto che nell'ex Birmania accoglierebbe oltre 9.000 prigionieri. Luoghi dove la tortura viene praticata senza rispetto per età, sesso o rango. Tra gli intervistati vi sono infatti anche una ragazza di 16 anni e alcuni monaci buddhisti, ma se sono noti i metodi usati per estorcere informazioni, restano a volte ignote le ragioni degli arresti. Emerge pure una standardizzazione delle tecniche di tortura in tutto il Paese, le stesse utilizzate durante la dittatura conclusasi ufficialmente dieci anni fa senza però che i militari consegnassero il pieno potere ai civili. Ultima di una serie di iniziative, inclusa la partecipazione del presidente Joe Biden al vertice Asean, con cui Washington sta anche coordinando i suoi alleati nel contrasto alle pretese territoriali cinesi e al sostegno che Pechino fornisce a una serie di regimi repressivi (compreso quello birmano), il Dipartimento di Stato Usa ha espresso indignazione per quanto evidenziato da Ap e ha chiesto l'apertura di un'indagine. «L'inchiesta getta una luce importante sulla portata e sulla natura sistemica della criminale campagna di tortura», ha affermato in una nota il relatore speciale dell'Onu per il Myanmar, Tom Andrews, segnalando anche che i resoconti contenuti nel rapporto sono «molto probabilmente solo la punta dell'iceberg». In realtà la situazione in Myanmar va peggiorando su più fronti perché, ha confermato lo Special Advisory Council for Myanmar, associazione di esperti internazionali nel campo della giustizia e dei diritti umani, «i movimenti di truppe e il blocco delle telecomunicazioni mostrano come sia imminente una estesa operazione di rastrellamento nel Myanmar nordorientale, a Sagaing, Magwe e Chin. Un'operazione su una scala mai vista da quella che nel 2017 portò alla violenza indiscriminata contro i Rohingya e alla fuga di centinaia di migliaia di profughi verso il Bangladesh». «Da quattro mesi vediamo le scorte di cibo diminuire e ora stanno per finire. La nostra gente non può reggere questa situazione per un altro mese, se non moriremo combattendo ci ucciderà la fame», ha confermato un funzionario dell'amministrazione di Mindat, capoluogo del Chin, la cui popolazione è in maggioranza cristiana».

Leggi qui tutti gli articoli di sabato 30 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/jlspy2xmkezfb3q/Articoli%20La%20Versione%2030%20ottobre.pdf?dl=0

Se ti hanno girato questa Versione per posta elettronica, clicca qui per iscriverti, digitando la tua email e la riceverai tutte le mattine nella tua casella.