Il Papa: accogliere e dialogare

Storico viaggio di Francesco nel cuore dell'Europa contro egoismi, muri e fondamentalismi. Ok il primo giorno di scuola. Aumento choc delle bollette. Falsa partenza dei programmi RAI

Storico viaggio del Papa nel cuore dell’Europa. È la Presidente slovacca a sintetizzare la forza di un appello rivolto al nostro continente: “Francesco”, ha detto ieri “ci mette in guardia dai maggiori pericoli del nostro tempo: il populismo, l’egoismo nazionale, il fondamentalismo, il fanatismo. Si pone in modo evidente contro tutti coloro che vogliono sfruttare la religione per obiettivi politici. Mette in risalto che nel nocciolo del Vangelo è soccorrere i bisognosi, i senza tetto, coloro che guerre, terrorismo e povertà cacciano dal loro Paese”. Oltre al racconto di Avvenire, pubblichiamo stralci del discorso di Bergoglio a Bratislava, proposto dal Foglio. È il discorso in cui ha fra l’altro raccomandato ai preti di non fare omelie più lunghe di dieci minuti. Lo trovate nei nostri pdf.

Per settimane ci hanno dipinto il ritorno a scuola senza più DAD come una calamità naturale. Il Green pass come una misura restrittiva, in un autunno “caldo” e ricco di tensioni. Ieri invece il primo giorno di scuola in 9 Regioni e in una provincia autonoma è andato liscio. Il certificato verde in formato elettronico è semplice nell’uso, il controllo elettronico veloce e immediato. Fra l’altro il 93 per cento del personale scolastico è vaccinato e lo è anche la stragrande maggioranza degli studenti. Quando Draghi annunciò le riaperture del 26 aprile, il “rischio ragionato”, furono in tanti a predire catastrofi sui media. Il Fatto intervistò allora il virologo Cassandra Massimo Galli, che predisse un boom della pandemia. Boom che per fortuna non ci fu. Indovinello: chi ha intervistato oggi il giornale di Travaglio per dire che il primo giorno di scuola è stato una catastrofe per le classi pollaio e i mezzi di trasporto pieni e che “si rischia altra DAD”? Massimo Galli. La Versione scegli invece un bell’articolo di Marco Lodoli sul Foglio.

Annuncio choc ieri del Ministro Cingolani sui rincari delle bollette di luce e gas. Più 40 per cento nel prossimo trimestre. Rampini su Repubblica cerca di spiegare perché si è prodotta questa tempesta mondiale dei prezzi: c’è la ripresa, manca l’energia. Il Governo calmiererà? Speriamo. Questa settimana potrebbe essere anche quella del varo della riforma del Fisco da parte del Governo. Ne parlano oggi La Stampa e il Sole, secondo cui torna in campo la revisione delle categorie nel Catasto e il passaggio dai vani ai metri quadri. Vediamo quale sarà davvero la proposta di Draghi.

Terza settimana di Grande Balzo in avanti della Versione: la consegna mattiniera per questa rassegna stampa è ancora garantita dal lunedì al venerdì entro le 8 di mattina. Vi ricordo poi la possibilità di scaricare gli articoli integrali in pdf. Trovate il link alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Scuole riaperte e ancora certificato verde. Il Corriere della Sera è ottimista: La scuola è ripartita senza intoppi. Giorgetti: green pass a tutti i lavoratori. Proprio sul Green pass la Repubblica vede il capo della Lega in minoranza nel suo partito: Salvini finisce all’angolo. Il Messaggero conferma: «Lavoro, green pass per tutti». Statali, un quarto senza vaccino. L’ Avvenire sottolinea il viaggio del Papa e il suo appello per l’accoglienza: «Europa, apri le porte». Serie di titoli sull’annuncio choc dei rincari energetici. Il Fatto ritrae Draghi e il ministro Cingolani come i due truffatori del famoso film americano: La stangata. Il Giornale gioca con le parole: Scossa in bolletta. Il Quotidiano Nazionale è diretto: Salasso bollette, luce più cara del 40%. Il Manifesto: La bolla del gas. Libero è a caccia dei colpevoli: Bollette +40 %. Il conto dei verdi. Si parla anche di nuove norme sulle tasse perché potrebbe essere la settimana decisiva. La Stampa: Fisco, arriva la riforma Draghi. Secondo il Sole 24 Ore si pensa anche alle case: Catasto, rispunta il piano di riforma. Il Mattino preoccupato in vista del 3 ottobre: Maresca perde quattro liste. Napoli, centrodestra nel caos. La Verità resta allarmista sulla pandemia: Gli infermieri: «Siamo vaccinati però tra noi è boom di infezioni». Il Domani dedica l’apertura allo studente ingiustamente detenuto in Egitto: L’incubo senza fine di Patrick Zaki. Oggi il processo rischia 5 anni.

IL PAPA: “L’EUROPA APRA LE SUE PORTE”

Il Papa compie un viaggio nel cuore dell’Europa che sta diventando un appello incalzante ai responsabili del continente: aprite le porte e siate solidali. L’articolo di Mimmo Muolo inviato per Avvenire.

 «Sul grande altare di piazza degli Eroi, al centro di una soleggiata Budapest, Francesco spezza il Pane e lo mostra ai 100mila fedeli, che lo hanno accolto festanti, durante il giro in papamobile e che si sono raccolti qui per la Messa conclusiva del Congresso eucaristico internazionale. Pane spezzato. Nella giornata inaugurale del 34° viaggio internazionale di Francesco, il primo dopo l'intervento al colon, questa espressione diventa una specie di filo conduttore, con cui il Pontefice lega i quattro discorsi pronunciati in italiano, per richiamare tutti alla fraternità, a vincere odio, antisemitismo e chiusure e aprirsi invece «alla novità scandalosa del Dio crocifisso e risorto» che si è fatto, appunto, «Pane spezzato per gli altri». Il che deve indurre anche la Chiesa di Ungheria, dice il Papa ai vescovi, a mostrare il suo volto accogliente di madre per tutti. "E" come Eucaristia, dunque, in questa giornata in cui Francesco supera ampiamente la prova anche da un punto di vista fisico (due voli - Roma Budapest e poi Budapest Bratislava - sette incontri e tanto caldo). Ma anche "e" come ecumenismo (e dialogo con gli ebrei) e soprattutto "e" come evangelizzazione ed Europa, alle quali il Papa dedica un'attenzione particolare, anche per correggere modelli che non funzionano più. Lo fa ad esempio quando ricorda che «la croce non è mai di moda» e tuttavia mettendo in guardia da messianicità mondane opposte alla logica di Cristo e da una religiosità «che vive di di riti e di ripetizioni». Parole che appaiono anche come una risposta indiretta al premier ungherese Viktor Orbán, incontrato prima della Messa. All'Angelus poi il vescovo di Roma specifica ulteriormente il concetto: «La croce, piantata nel terreno, oltre a invitarci a radicarci bene, innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; ad attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo». Di qui il suo augurio: «Fondati e aperti, radicati e rispettosi». Nei rapporti ecumenici ed interreligiosi, poi, Bergoglio prende a prestito l'immagine del Ponte delle Catene che collega le due parti di Budapest. «Così devono essere i legami tra noi», dice ai rappresentanti del consiglio ecumenico delle Chiese e di alcune comunità ebraiche dell'Ungheria, incontrati prima della Messa. Quindi spiega: «Ogni volta che c'è stata la tentazione di assorbire l'altro non si è costruito, ma si è distrutto; così pure quando si è voluto ghettizzarlo anziché integrarlo. Dobbiamo vigilare e pregare perché non accada più». Soprattutto bisogna fare attenzione «alla minaccia dell'antisemitismo, che ancora serpeggia in Europa e altrove. È una miccia che va spenta. Ma il miglior modo per disinnescarla è lavorare in positivo insieme, è promuovere la fraternità». Poche ore dopo, nell'altro incontro ecumenico della giornata, quello nella nunziatura di Bratislava, dove era presente tra gli altri il primate della Chiesa ortodossa delle Terre Ceche e della Slovacchia, Rastislav (mentre alla Messa di Budapest c'era il patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, salutato dal Pontefice) il Papa torna sullo stesso concetto, citando anche "La Leggenda del Grande Inquisitore" di Dostoevskij. «È difficile esigere un'Europa più fecondata dal Vangelo senza preoccuparsi del fatto che non siamo ancora pienamente uniti tra noi nel continente e senza avere cura gli uni degli altri». Perciò sottolinea: «Qui dal cuore dell'Europa viene da chiedersi: noi cristiani abbiamo un po' smarrito l'ardore dell'annuncio e la profezia della testimonianza?». Francesco lascia aperta la risposta, ma non omette di raccomandare ai rappresentanti delle «religioni maggioritarie» in Ungheria di «favorire le condizioni perché la libertà religiosa sia sia rispettata e promossa per tutti. Nessuno possa dire che dalle labbra degli uomini di Dio esano parole divisive, ma solo messaggi di apertura e di pace». E citando un poeta ebreo deportato e ucciso, Miklos Radnoti, invita tutti a farsi radici «che alimentano la memoria e fanno germogliare l'avvenire». Francesco che era atterrato intorno alle 7,40 all'aeroporto di Budapest, concentra quasi tutti gli incontri nella capitale ungherese, scusandosi con i suoi ospiti per aver pronunciato i discorsi stando seduto: «Non ho 15 anni», dice. Nel primo pomeriggio il trasferimento a Bratislava, distante 50 minuti di aereo. E da lì un altro appello ecumenico. «Mentre ancora non siamo in grado di condividere la stessa mensa eucaristica - dice ai rappresentanti del Consiglio delle Chiese possiamo insieme ospitare Gesù servendolo nei poveri».

Il Foglio pubblica ampi stralci del discorso di papa Francesco a Bratislava, titolo La Chiesa non è una fortezza. Alla fine della Versione trovate il pdf con il testo integrale, ecco alcuni passaggi.  

«Il centro della Chiesa non è la Chiesa! Quando la Chiesa guarda sé stessa, finisce per guardarsi l'ombelico Una Chiesa che forma alla libertà è una Chiesa che sa dialogare con il mondo. Non è selettiva di un gruppetto, no. La prima cosa di cui abbiamo bisogno: una Chiesa che cammina insieme, che percorre le strade della vita con la fiaccola del Vangelo accesa. La Chiesa non è una fortezza, non è un potentato, un castello situato in alto che guarda il mondo con distanza e sufficienza. Qui a Bratislava il castello già c'è ed è molto bello! Ma la Chiesa è la comunità che desidera attirare a Cristo con la gioia del Vangelo - non il castello! -, è il lievito che fa fermentare il Regno dell'amore e della pace dentro la pasta del mondo. Per favore, non cediamo alla tentazione della magnificenza, della grandezza mondana! La Chiesa deve essere umile come era Gesù, che si è svuotato di tutto, che si è fatto povero per arricchirci ( cfr 2 Cor 8,9): così è venuto ad abitare in mezzo a noi e a guarire la nostra umanità ferita. Ecco, è bella una Chiesa umile che non si separa dal mondo e non guarda con distacco la vita, ma la abita dentro. Abitare dentro, non dimentichiamolo: condividere, camminare insieme, accogliere le domande e le attese della gente. Questo ci aiuta a uscire dall'autoreferenzialità: il centro della Chiesa. Chi è il centro della Chiesa? Non è la Chiesa! E quando la Chiesa guarda sé stessa, finisce come la donna del Vangelo: curvata su sé stessa, guardandosi l'ombelico ( cfr Lc 13,10- 13). Il centro della Chiesa non è se stessa. Usciamo dalla preoccupazione eccessiva per noi stessi, per le nostre strutture, per come la società ci guarda. E questo alla fine ci porterà a una "teologia del trucco". Come ci trucchiamo meglio. Immergiamoci invece nella vita reale, la vita reale della gente e chiediamoci: quali sono i bisogni e le attese spirituali del nostro popolo? Che cosa si aspetta dalla Chiesa? A me sembra importante provare a rispondere a queste domande e mi vengono in mente tre parole. La prima è libertà. Senza libertà non c'è vera umanità, perché l'essere umano è stato creato libero e per essere libero. I periodi drammatici della storia del vostro paese sono un grande insegnamento: quando la libertà è stata ferita, violata e uccisa, l'umanità è stata degradata e si sono abbattute le tempeste della violenza, della coercizione e della privazione dei diritti. Allo stesso tempo, però, la libertà non è una conquista automatica, che rimane tale una volta per tutte. No! La libertà è sempre un cammino, a volte faticoso, da rinnovare continuamente, lottare per essa ogni giorno. Non basta essere liberi esteriormente o nelle strutture della società per esserlo davvero. La libertà chiama in prima persona a essere responsabili delle proprie scelte, a discernere, a portare avanti i processi della vita (…). Seconda parola - la prima era libertà -: creatività. Siete figli di una grande tradizione. La vostra esperienza religiosa trova il suo luogo sorgivo nella predicazione e nel ministero delle luminose figure dei santi Cirillo e Metodio. Essi ci insegnano che l'evangelizzazione non è mai una semplice ripetizione del passato. La gioia del Vangelo è sempre Cristo, ma le vie perché questa buona notizia possa farsi strada nel tempo e nella storia sono diverse. Le vie sono tutte diverse. Cirillo e Metodio percorsero insieme questa parte del continente europeo e, ardenti di passione per l'annuncio del Vangelo, arrivarono a inventare un nuovo alfabeto per la traduzione della Bibbia, dei testi liturgici e della dottrina cristiana. (…) Libertà, creatività, e infine, il dialogo. Una Chiesa che forma alla libertà interiore e responsabile, che sa essere creativa immergendosi nella storia e nella cultura, è anche una Chiesa che sa dialogare con il mondo, con chi confessa Cristo senza essere "dei nostri", con chi vive la fatica di una ricerca religiosa, anche con chi non crede. Non è selettiva di un gruppetto, no, dialoga con tutti: con i credenti, con quelli che portano avanti la santità, con i tiepidi e con i non credenti. Parla con tutti».

La Stampa con Letizia Tortello intervista il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, che dice: “Non accoglieremo nessun afghano”. E Kurz è un esponente dei popolari europei.

«Non accoglieremo nel nostro Paese nessun afghano in fuga, non sotto il mio potere». Pronuncia parole talmente nette che non lasciano spazio di trattativa Sebastian Kurz, ma il 35enne cancelliere austriaco non vuole più essere chiamato il leader «contro tutti». Il falco della Ue che crea fratture e polemiche: le politiche restrittive sulla migrazione, il ritorno al rigore dei conti pubblici post-Covid, che tanto angoscia l'Italia, non li rinnega, anzi li ribadisce. Ma se la linea dura di Vienna non è cambiata, a maturare in questi anni - spiega - sono stati gli equilibri nell'Unione. Che hanno spinto pian piano molti dei 27 sulle sue posizioni: «Perché è chiaro a tutti che la politica del 2015 sui rifugiati non può essere la soluzione, né per Kabul né per l'Unione europea». E non è questione di mancata solidarietà. Nel suo disegno della nuova Ue le frontiere sono chiuse, ma i diritti umani non vengono traditi. Cancelliere Kurz, la crisi afghana ha riaperto una delle questioni più difficili per l'Unione: accogliere o non accogliere. Non vi sentite fuori dal coro di fronte a un'emergenza umanitaria di questa portata? «Con più di 44 mila afghani entrati nel nostro Paese in questi anni, l'Austria ospita già la quarta più grande comunità afghana nel mondo, se consideriamo la distribuzione di migranti per numero di abitanti. Ci sono ben più rifugiati afghani che vivono da noi, rispetto a quanti abbiano preso l'Italia o agli altri Stati Ue. Solo quest' anno, da noi sono arrivati circa 8.000 rifugiati, di cui un quinto da Kabul, attraverso la rotta balcanica tutt' ora aperta. La nostra posizione è realista: l'integrazione degli afghani è molto difficile e richiede un dispendio di energie che non possiamo permetterci». Perché dovrebbe essere più difficile l'integrazione degli afghani? «A causa del loro livello di istruzione, per lo più basso e divergente nei valori fondamentali. Pensiamo con attenzione a questo dato: più della metà dei giovani afghani che già vive in Austria, per esempio, appoggia la violenza nel caso in cui la propria religione venga oltraggiata. Dunque, quando si dice che non siamo solidali, questo non è vero. Ci stiamo concentrando sul sostegno ai Paesi vicini all'Afghanistan e stanziamo 20 milioni di euro a questo scopo: per fornire protezione e assistenza agli afghani nella regione». L'Europa deve negoziare con i taleban? Sul fronte della sicurezza, deve agire unita o lasciare i singoli Stati si difendano da soli? «I drammatici sviluppi a Kabul hanno colto tutti di sorpresa. Ora dobbiamo esercitare una pressione massiccia sui taleban, affinché continuino a rispettare i diritti delle donne e i diritti umani. I progressi fatti negli ultimi 20 anni non devono essere annullati. La risposta è sì, la Ue può e vuole esercitare pressione insieme ai suoi partner internazionali. Inoltre, dovrebbe concentrarsi a dare sostegno agli Stati confinanti, perché si prendano cura dei rifugiati e della lotta contro il terrorismo islamico, specialmente l'Isis-K». È favorevole a creare una difesa comune europea? «L'Austria è un piccolo Paese neutrale nel cuore dell'Europa, ma partecipiamo alla politica estera e di sicurezza dell'Unione, ai progetti di difesa Psdc e Pesc, che devono essere ulteriormente implementati. Diamo anche un contributo sproporzionato alle missioni di pace, per esempio nei Balcani occidentali, in Mali o in Libano. Invece, la proposta del candidato cancelliere in Germania, Armin Laschet, di una Fbi europea merita un esame attento: gli attacchi terroristici islamici in Europa negli ultimi anni, a Berlino, Parigi, Nizza o Vienna, hanno dimostrato chiaramente che l'Europa deve collaborare ancora di più nella lotta contro il terrorismo islamico». Tornando ai migranti, abbiamo inteso il vostro "No" all'accoglienza, ma qual è la vostra proposta per gestire gli arrivi nell'Ue? «È ormai chiaro a tutti i governi europei che l'immigrazione illegale deve essere combattuta e le frontiere esterne dell'Europa devono essere rese sicure. Non dobbiamo ripetere in nessun modo gli errori del 2015: l'ingresso illimitato. Anche perché le condizioni rispetto ad allora sono cambiate in varie parti del mondo. Noi portiamo avanti questa linea da anni, ma ormai molti altri Stati la vedono come noi. Anche Paesi governati dai socialdemocratici come la Svezia e la Danimarca stanno perseguendo una politica migratoria restrittiva. Perché non ci siano più flussi come sei anni fa, dobbiamo rompere il modello di business dei contrabbandieri di esseri umani, fermare i migranti irregolari alle frontiere esterne e riportarli nei loro Paesi d'origine o in Paesi terzi sicuri».

PRIMO GIORNO DI SCUOLA

Primo giorno di scuola senza intoppi per quasi 4 milioni di studenti. Fa il punto Gianna Fregonara sul Corriere della Sera.

 «La piattaforma sta funzionando benissimo, 900 mila sono state le verifiche fatte solo tra le 7 e le 8», dichiara il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi a metà mattina, quando si capisce che il rientro in classe dei 4 milioni di studenti è andato complessivamente bene. Persino i presidi, per voce del presidente dell'Associazione nazionale Antonello Giannelli, danno un 9 come voto della giornata. Non che non ci siano stati problemi, qualche intoppo e persino delle proteste. Nelle scuole in cui la piattaforma non ha funzionato come doveva i presidi hanno usato l'App C19, quella di ristoranti e musei. «Semafori rossi» per assenza di green pass ci sono stati un po' ovunque, ma non sono state sorprese. «Sono pochissimi coloro che non si sono presentati. Abbiamo alcuni professori non vaccinati che sono risultati in malattia - spiega Mario Rusconi, presidente dell'Anp Lazio -, ad un primo esame ci sono più non vaccinati tra il personale amministrativo che tra i docenti». Il green pass è stato piuttosto un problema per i genitori dei bambini delle scuole dell'infanzia e della prima elementare: non tutti sapevano della norma introdotta dal decreto di giovedì scorso che prevede a chiunque entri in una scuola - e dunque anche i genitori - di esibire il certificato. Così in diverse scuole sono stati fermati e hanno dovuto salutare i figli sul portone. Una delusione più che altro per i genitori. Alcuni presidi hanno interpretato in maniera meno rigida la norma e permesso comunque a tutti senza controllo di entrare almeno nel cortile della scuola, considerando che all'aria aperta ci sono meno rischi. Qualche altro dirigente ha chiuso un occhio per una mattina».

Bella pagina di diario dello scrittore, e insegnante nella periferia romana, Marco Lodoli. Il suo primo giorno di scuola è raccontato sul Foglio.

«Primo giorno di scuola: sveglia che suona quando il cielo è ancora buio, rapida doccia, vestizione casuale, un caffè e via, nella città che inizia a sgranchirsi dopo il sonno. Sono stato confermato come "referente Covid" della succursale di via Olina, Torre Maura, e per questo devo correre nell'altra succursale, a via Rugantino, Torre Spaccata, a prelevare un tablet che contiene l'app necessaria per leggere i green pass degli insegnanti che ancora non sono stati controllati. “Tablet con l'app per il green pass”: tre anni fa non avrei compreso neanche una parola, ma adesso anche io, professore dinosaurico, mi sono aggiornato, comprendo e più o meno so cosa fare. Arrivo a via Olina e fuori del cancello ci sono già tanti studenti, contenti di ritrovarsi e forse persino di ritornare sui banchi di scuola, tutti insieme ad ascoltare le lezioni, a confermare le amicizie, a fare casino. Li saluto velocemente, ci vediamo tra poco in classe, e corro a sistemarmi a un tavolino all'ingresso per monitorare e dare il via libera ai professori. Nella mia succursale dovrebbero essere tutti vaccinati, ma è necessario verificare. Così accendo il tablet, trovo a fatica l'applicazione e provo a fotografare quelle macchie informi che contengono la conferma dei vaccini. Rossetti Valeria, 7/ 12/ 81, e aggiungo: piatto preferito carbonara. Paolozzi Gianluca, 14/ 9/ 79, piatto preferito orecchiette alle cime di rapa. Così, per sdrammatizzare, per ridere un po' insieme ai colleghi e sentirmi meno Cerbero o Minosse, implacabile sulla soglia dell'inferno. Sono solo cinque o sei colleghi da inquadrare e ammettere: e tutto va bene, sono tutti in regola. E alle otto e spiccioli sono in classe, con la mascherina calata sulla bocca, pronto a iniziare il nuovo anno scolastico. Qualche parola sulle vacanze, dove siete stati, che avete fatto. Quasi tutti sono rimasti a Roma, perché da queste parti girano pochi soldi e il Covid ha creato ancora maggiori difficoltà economiche. Qualcuno è andato "al paese", dicono sempre così, senza specificare quale paese sia: è quello dei nonni, in Ciociaria o in Calabria, l'origine della famiglia e anche il suo riparo. Però voglio che anche dal primo giorno di scuola gli studenti portino a casa qualcosa di buono, una bella lettura, almeno un pensiero utile: "Oggi vi leggo un racconto semplice e interessante, che a me ha cambiato la vita, non esagero". E inizio a leggere, sempre con la mascherina che mi imbavaglia, "L'uomo che piantava gli alberi" di Jean Giono. Quindici paginette decisive, una parabola ecologista, ma non solo, anche un invito ad affrontare l'anno scolastico e tutti gli impegni con passione e generosità. E' la storia di Elzeard Bouffier, un pastore già avanti negli anni che vive da solo in una zona della Francia sotto le Alpi, brulla e desolata, inaridita dal vento, ormai priva anche di acqua. Poca gente abita da quelle parti, e sono persone scorbutiche, egoiste, primitive. Questo pastore ogni giorno parte dalla sua casupola con un sacchetto di ghiande e le pianta speranzoso in quella terra secca. Molte ghiande muoiono senza produrre niente, ma molte altre schiudono nuova vita. E intanto scoppia la Prima guerra mondiale, ma il pastore quasi non ci fa caso, prosegue ostinato nella sua missione. Passano gli anni del dopoguerra e poco alla volta quella regione secca e ostile si copre di verde, arriva la Seconda guerra mondiale, ma Eleard non cede alla disperazione e all'angoscia, ogni giorno si alza, cammina per chilometri e chilometri e pianta le sue ghiande, e anche faggine e betulle, migliaia e migliaia. E dopo tanti anni tutto è cambiato, l'ambiente è diventato più dolce, l'acqua è tornata e sono arrivate anche nuove coppie, ci sono bambini, c'è vita. Eleard muore nel 1947, a 89 anni. Scrive il narratore: "Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole L'anima mi si riempie di rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un'opera degna di Dio". Avete capito, ragazzi? Hanno capito, mi sembra. Bisogna dare il meglio di sé ogni giorno, e attorno alla nostra costanza positiva il mondo cambierà. E poi, sulla lavagna elettronica ho anche fatto apparire il "radiant baby" di Keith Haring. Un marmocchio che sprigiona energia atomica, il simbolo di un nuovo inizio, di una rinascita, o almeno a me sembra così. C'è ancora tempo per parlare un po', per salutare vecchi e nuovi insegnanti, per darci appuntamento a domani. L'anno è cominciato bene, crediamoci».

Pandemia e allarme sociale. Ne scrive Michele Serra nella sua rubrica di Repubblica L’Amaca .

«Poiché la vita sociale, da parecchie settimane, ha ritrovato piena intensità (spiagge gremite, Salone del Mobile a Milano, stadi semipieni, locali affollati, eccetera). E poiché, nonostante questa rinnovata promiscuità, la pandemia sembra procedere, da altrettante settimane, in progressione aritmetica e non, come prima, geometrica, come se la sua corsa fosse zavorrata da qualcosa. Se ne trae l’idea che l’alto numero di vaccinati sia, per il virus, un forte impedimento. È una constatazione banale. Non scomoda studi scientifici né relative controdeduzioni. Non è alimentata da orgoglio patriottico (vaccinati! salva la Patria!) e non è aggredibile da teorie complottiste. Non è una velina di Big Pharma e dunque non serve la contraerea No Vax per abbatterla. È solo ordinario buon senso, passibile, ovviamente, di rettifiche, analisi e controanalisi, eppure, nella sua sostanza, convincente: ci si ammala di meno, e meno gravemente, perché la maggioranza degli italiani è vaccinata. La famosa guardia che non va abbassata prevede, come prima mossa, che il bastione dei vaccini aumenti.Il resto è teoria, nobilissima nel caso dei filosofi, ignobile in molti luoghi social: però teoria. Oppure è politica, con leader vaccinati (la paura di ammalarsi è umana) che cercano i voti No Vax (pochi: vale la pena?). Il resto è malumore, sospetto, maldicenza, paranoia. Io per esempio aspetto da parecchi mesi che Big Pharma mi paghi almeno qualcosina. Se non altro per risarcimento delle lettere di insulti (“giornalisti di merda, nel libro-paga di Big Pharma”). Macché, nemmeno un flacone di aspirine, uno sciroppo per la tosse, un invito a un congresso medico sulla gotta, però alle Bahamas. Mi sono vaccinato gratis: pensa che pirla».

ANNUNCIO CHOC SULL’AUMENTO DELLE BOLLETTE

Ieri il Ministro Cingolani ha annunciato che nel prossimo trimestre le bollette energetiche aumenteranno ancora e del 40 per cento. Elena Comelli per il Quotidiano Nazionale.

«Lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20%, ma da ottobre aumenterà del 40%». Lo prevede il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, intervenuto ieri a Genova durante un convegno organizzato dalla Cgil. Se la sua previsione fosse corretta, per le famiglie si avrebbe una stangata di 247 euro su base annua, in base ai calcoli di Marco Vignola, responsabile del settore energia dell'Unione Nazionale Consumatori. «Governo e parlamento devono porre subito rimedio, decidendo di destinare i proventi delle aste di mercato dei permessi di emissione di CO2 all'abbassamento delle bollette ed eliminando oneri di sistema oramai superati, come quelli per la messa in sicurezza del nucleare o le agevolazioni tariffarie riconosciute per il settore ferroviario. E ancora spostando sulla fiscalità generale gli altri oneri, come gli incentivi alle fonti rinnovabili, che ora invece finiscono in bolletta», chiede Vignola. La colpa dell'esplosione delle bollette è il boom dei prezzi delle materie prime, in particolare quello del gas naturale, con cui in Italia si produce oltre metà dell'energia elettrica e gran parte del riscaldamento del Paese. Una dipendenza quasi totale, che espone le famiglie italiane al rischio di subire gli sbalzi di prezzo tipici dei combustibili fossili, specie in un periodo di forte accelerazione dell'attività economica globale, come questo. Con il decreto «Lavoro e imprese», approvato il primo luglio, il governo ha cercato di calmierare questi sbalzi, destinando 1,2 miliardi di euro alla riduzione degli oneri generali di sistema per il terzo trimestre, in modo da scongiurare un maxi aumento. Ma sono interventi-tampone, che non possono essere replicati a ogni nuovo rincaro. Grazie a questo intervento, l'incremento nel terzo trimestre del 2021, per la famiglia tipo in tutela, è stato «contenuto» a +9,9% per la bolletta dell'elettricità e +15,3% per quella del gas. Se non ci fosse stato, le bollette sarebbero aumentate del doppio. «Il forte aumento delle quotazioni delle materie prime nonché la decisa crescita dei prezzi dei permessi di emissione di CO2 avrebbero portato a un aumento di circa il 20% della bolletta dell'elettricità se il governo non fosse intervenuto con un provvedimento di urgenza per diminuire la necessità di raccolta degli oneri generali in bolletta», aveva spiegato l'Autorità per l'Energia, presieduta da Stefano Besseghini. Ma le aspettative sono di ulteriori aumenti dei prezzi delle materie prime. Il prossimo aggiornamento, previsto entro il 30 settembre, sarà relativo al quarto trimestre. Sull'aumento del costo del gas e il suo impatto sulle bollette «lo scorso trimestre siamo riusciti a tamponare un aumento di qualche miliardo, però non possiamo andare a tamponare ogni trimestre», ha dichiarato qualche giorno fa lo stesso Cingolani, che però ieri ha promesso: «Il governo è fortemente impegnato per la mitigazione dei costi delle bollette e per fare in modo che la transizione verso le energie più sostenibili sia rapida e non penalizzi le famiglie». Le ipotesi ora più accreditate sono quelle che indicano uno spostamento degli oneri di sistema, che valgono quasi 15 miliardi all'anno, sulla fiscalità generale. Naturalmente il più importante intervento sarà ridurre il peso del gas sui consumi energetici degli italiani, aumentando quello delle fonti rinnovabili».

Federico Rampini cerca di spiegare che cosa sta avvenendo nel mondo del post pandemia: c’è molta ripresa e poca energia, soprattutto in Europa.

«Una "tempesta perfetta" spinge i prezzi dell'energia al rialzo nel mondo intero. È causata da elementi climatici imprevisti: una lunga bonaccia sul Mare del Nord; gli uragani tropicali che perturbano l'industria petrolifera nel Golfo del Messico. È rafforzata da un evento positivo: malgrado la variante Delta, grazie alle vaccinazioni la ripresa economica globale procede, e dunque crescono i consumi energetici. L'utopia di una transizione rapida verso un pianeta a "emissioni zero" si scontra con i limiti delle energie rinnovabili e un ritardo nel progresso tecnologico. Le aree che consumano più di quanto producano energia - come Europa e Cina - sono il lato debole nel nuovo "risiko energetico" che mescola economia, finanza, e grandi strategie geopolitiche. America e Russia sono sul fronte dei vincitori, con compagni di strada sorprendenti. L'uscita dal tunnel della pandemia riserva anche questa novità. La Federal Reserve, la Banca centrale europea e quella cinese: tutte concordano sul fatto che l'inflazione è rinata in buona parte perché sospinta da questo mini-choc energetico. Tra gli elementi scatenanti di questa crisi, uno è quasi banale. Il vento ha soffiato molto meno del solito al largo delle coste del Regno Unito. È lì che si concentra la massima capacità eolica europea. Questo ci ricorda un limite delle fonti rinnovabili, la cui disponibilità non è costante: il vento può fare i capricci, il sole non alimenta le centrali quando è notte o il cielo si copre di nuvole. La capacità di stoccaggio di queste energie è ancora troppo limitata. Quando sono inferiori ai nostri bisogni accade quel che è successo negli ultimi mesi: vengono riattivate centrali a gas e perfino a carbone. L'aumento della domanda, le penurie di produzione, fanno schizzare al cielo i prezzi e prima o poi l'effetto si trasmette nelle bollette degli utenti. I vari mercati energetici sono vasi comunicanti: se s' inaridisce l'offerta in uno dei comparti tutti gli altri diventano più cari. In questa congiuntura gli Stati Uniti sono tra i favoriti: hanno raggiunto da anni una semi-autosufficienza energetica grazie alle grandi risorse del loro sottosuolo. Di recente hanno ripreso a esportare gas liquefatto anche verso l'Europa, e una delle imprese esportatrici, la Cheniere Energy, ha visto aumentare del 47% il suo valore azionario dall'inizio dell'anno. Il consumo mondiale di petrolio, secondo le proiezioni del cartello Opec che riunisce molti produttori, nel 2022 sorpasserà i livelli raggiunti nell'anno 2019, cioè pre-covid. Questo pone una seria ipoteca sugli impegni solenni proclamati da molti governi, di un azzeramento delle emissioni carboniche a medio termine. Si capisce meglio perché Xi Jinping non abbia mai voluto legarsi le mani con impegni di quel tipo. Si interpreta in modo diverso anche l'ultimo regalo che Joe Biden fece ad Angela Merkel prima dell'addio della cancelliera, e cioè la levata di alcune sanzioni americane contro il gasdotto Nord Stream 2. La Germania, con o senza i Verdi al governo, avrà ancora bisogno di gas russo, e perfino di carbone polacco, per qualche tempo: Biden ha adottato una "realpolitik energetica", prendendo atto della fragilità di Berlino. Vladimir Putin da parte sua ha curato con abilità i buoni rapporti fra Mosca e l'Opec. Rinasce anche un dibattito sul nucleare, accantonato in maniera improvvida per la pressione delle opinioni pubbliche in Occidente e in Giappone, mentre la Cina lo considera come una delle fonti rinnovabili su cui scommettere. Se l'Europa rivela le sue fragilità strutturali, anche la Cina è a metà del guado: da una parte spinge sull'acceleratore dell'innovazione tecnologica e punta al predominio globale nell'auto elettrica; dall'altra deve continuare a ingoiare petrolio e carbone più di ogni altra nazione al mondo. Nel risiko geopolitico dell'energia tornano in primo piano attori che controllano snodi nevralgici per la distribuzione delle vecchie e odiate energie fossili. Alcune Vie della Seta su cui avanzano gli investimenti cinesi sono corridoi terrestri che attraverso l'Asia centrale cercano di soddisfare la fame carbonica di Pechino, allentando la dipendenza dalle rotte marittime ancora presidiate da flotte militari Usa (Golfo Persico, Oceano Indiano, Stretto di Malacca). Ci sono subpotenze regionali molto attive nel disegnare e difendere con la forza militare i grandi snodi distributivi: insieme alle potenze del Golfo appaiono in questo club anche la Turchia e Israele. La rivoluzione verde dell'Europa è un progetto che poggia ancora su basi fragili. Una notizia eccellente come la ripresa economica è un brutale richiamo alla realtà dell'oggi: per riaprire le fabbriche ci vuole più energia subito, non domani. A Bruxelles come a Berlino, Londra Parigi e Roma, c'è ancora un deficit d'innovazione tecnologica, l'unico ingrediente che può far cambiare le regole del vecchio risiko. I prezzi che impazziscono sono la fotografia istantanea di queste strozzature».

GREEN PASS PER I LAVORATORI, VINCE LA LEGA DI GOVERNO

Salvini nell’angolo, titola Repubblica e il riferimento è alle nuove norme sul Green pass: nella Lega la spunterebbero i moderati, che sono per l’approvazione. L’articolo di Emanuele Lauria.

«L'estensione del Green Pass? Non ne sappiamo nulla. Quando ci sarà una proposta del governo, ne parleremo...». Matteo Salvini si arrocca nell'attesa di un incontro con il premier Mario Draghi ma i big della Lega sono già avanti: uno alla volta, il capodelegazione Giancarlo Giorgetti e i governatori Fedriga, Zaia, Fontana hanno espresso un pieno riconoscimento dell'utilità del lasciapassare sanitario che delinea già la posizione finale del partito. Arriverà il sì del Carroccio all'allargamento ai dipendenti pubblici dell'obbligo del certificato. Per quanto riguarda ulteriori provvedimenti, si vedrà. Però Giorgetti si spinge persino oltre. E a metà pomeriggio, davanti agli imprenditori riuniti ad Assisi, apre pure all'ipotesi di un pass per tutti i lavoratori. Mettendo al primo posto le esigenze delle aziende: quelle di avere «un sistema di certezze sia sotto il profilo sanitario che sotto il profilo dell'organizzazione del lavoro». Se si estende il Green Pass «non bisogna discriminare nessuno», scandisce il ministro dello Sviluppo economico. Dunque neppure i privati. Quasi un rilancio. D'altronde, è il ragionamento, come fa la Lega - che ha sempre avuto nel mondo produttivo del Nord il perno del suo elettorato - a opporsi a un provvedimento caldeggiato anche da Confindustria? Vince insomma il "pragmatismo" invocato domenica sera dallo stesso Giorgetti. E sposato ieri dal governatore del Friuli Massimiliano Fedriga: «Alle imprese noi dobbiamo dare garanzie e fiducia. Quindi dobbiamo dire con chiarezza che invece di chiudere c'è l'alternativa, cioè tenere aperto col Green Pass». Il lasciapassare sanitario come male minore, insomma. D'altronde, di una misura «da estendere con gradualità» aveva parlato anche il presidente della Lombardia Attilio Fontana. Mentre il veneto Luca Zaia, senza indugi, aveva definito il Green pass «una patente di libertà». Di fronte a queste prese di posizione dei maggiorenti del partito, è alle viste un nuovo cedimento di Salvini rispetto alla linea dura fin qui professata, che lo ha visto vicino alle istanze dei no vax (o solo dei no Pass). Il leader è all'angolo, anche se formalmente nella Lega non c'è alcuna divisione. Perché, prima che si surriscaldasse il dibattito, il numero uno di via Bellerio e i governatori avevano sottoscritto un documento in cinque punti: il secondo prevedeva «l'utilizzo del Green Pass per favorire aperture in sicurezza a partire dai grandi eventi ma senza complicare la vita agli italiani». In questa fattispecie rientra l'estensione del certificato ai dipendenti pubblici? Per Giorgetti non ci sono dubbi: sì. E l'ombrello è così ampio da coprire anche ll via libera a un impiego più diffuso del Green Pass. Da coprire distanze evidenti, quelle fra Salvini e Giorgetti che ieri hanno fatto campagna elettorale in Umbria senza incontrarsi, da giustificare una politica del doppio binario: su uno viaggiano i proclami salviniani contro "vincoli e imposizioni" che attirano gli ancora troppi scettici del vaccino, sull'altro c'è l'adesione alle disposizioni del governo che invece accontenta gli imprenditori che vogliono scacciare l'incubo di un nuovo lockdown. Il nuovo atto della rappresentazione oggi, in Senato, con l'esame del primo decreto sul Green Pass, quello approvato dal consiglio dei ministri a fine luglio. La Lega non presenterà emendamenti neppure a Palazzo Madama ma non si sa ancora come si atteggerà rispetto alle proposte abrogative di Fdi, già appoggiate fra le polemiche alla Camera. «Decideremo domattina (oggi, ndr), dopo esserci riuniti in gruppo con Salvini», dice il presidente dei senatori leghisti Massimiliano Romeo. Non è da escludere un battage d'aula, molto più difficile uno "strappo". Esattamente come una settimana fa. Al Senato ci saranno comunque ordini del giorno leghisti, analoghi a quelli presentati a Montecitorio, ai quali la parte più aggressiva della Lega si aggrappa per ottenere dividendi politici: dai tamponi a prezzo simbolico per giovani e famiglie in difficoltà al riconoscimento dei test salivari, fino ai risarcimenti per i danni da vaccino. L'obiettivo residuale di Salvini, a questo punto, è quello di fare attuare questi impegni, mentre il suo campo di battaglia principale è ormai quello dell'assalto alla ministra Lamorgese, contro la quale - dopo l'accoltellamento di Rimini - il segretario sta scatenando il massimo della potenza di fuoco della Lega: sul fronte, ieri, anche i sindaci e le parlamentari del Carroccio. Tutti a chiedere le dimissioni della titolare del Viminale, in una sfida a distanza con Giorgia Meloni. Clima accesissimo, che difficilmente si raffredderà prima delle elezioni amministrative di ottobre. Ma sul Green Pass, nella Lega, la spuntano i "moderati"».

AFGHANISTAN, CONTRASTI FRA I TALEBANI

Dalla Kabul abbandonata dagli americani, l’inviato di Repubblica Pietro Del Re racconta delle faide interne ai talebani e dell’allarme dell’Onu.

«C'è un video che gira sui social in cui si vedono cinque o sei talebani nella casa dell'ex vicepresidente Amrullah Saleh che, seduti in mezzo a lingotti d'oro, contano mazzi di banconote. La somma complessiva, annuncerà alla fine della clip uno di loro, ammonta a 6,5 milioni di dollari, più diciassette lingotti. Non è chiaro se si tratti della sua casa di Kabul o di quella del Panshir, dove Saleh si era rifugiato chiamando alla rivolta armata contro gli studenti coranici. Dieci giorni fa, con la conquista talebana della Valle del Panshir, è fuggito in Tagikistan. Sempre ieri, secondo la Bbc venti civili tagichi sarebbero stati trucidati nel Panshir. Intanto, il vicepremier del governo talebano, Abdul Ghani Baradar, ha rilasciato un audio affermando di «essere vivo» di «stare bene», dopo che nei giorni scorsi si era sparsa la voce del suo presunto ferimento in uno scontro. L'indiana Ani, aveva affermato che Baradar era stato gravemente ferito, forse ucciso, in una sparatoria avvenuta a causa di un disaccordo tra i leader talebani su come risolvere la situazione del Panshir, dove continuano i combattimenti contro la resistenza di Ahmad Massud. Il gruppo di Baradar, più propenso a una riconciliazione, sarebbe entrato in contrasto con Anas Haqqani, il leader del gruppo più oltranzista nel governo talebano, provocando uno scontro verbale sfociato in vero e proprio scontro a fuoco nei pressi del palazzo presidenziale di Kabul. Nel messaggio audio, Baradar ha affermato: «Nelle ultime notti sono stato via in viaggio. Ovunque io sia in questo momento, stiamo tutti bene. I media pubblicano sempre propaganda falsa». C'era stato anche un account Twitter vicino alla resistenza, Panshir Observer, che aveva condiviso un messaggio la sera del 10 agosto, affermando: «I colpi di arma da fuoco la scorsa notte a Kabul sono stati una lotta di potere tra due alti leader talebani, Haqqani e Baradar. Secondo quanto riferito, Baradar è stato ferito e sta ricevendo cure in Pakistan». A conferma di queste voci, l'assenza del vicepremier agli incontri avvenuti due giorni fa a Kabul tra il ministro degli Esteri del Qatar e la leadership talebana. Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, ha intanto lanciato un appello alla comunità internazionale per trovare almeno 600 milioni di dollari per scongiurare una crisi umanitaria che rischia di veder morire un milione di bambini. Ha ricevuto impegni fino a un miliardo mentre a Capitol Hill il segretario di Stato Antony Blinken ha attaccato Trump affermando che «a gennaio 2021 i talebani erano nella posizione militare più forte dall'11 settembre» mentre gli Usa avevano «il contingente più piccolo». Pertanto Biden ha dovuto scegliere tra ritiro e intensificazione della guerra. Ad ogni modo, ha aggiunto, «nemmeno le analisi peggiori prevedevano il collasso delle forze di Kabul». Infine, denuncia Michelle Bachelet, si moltiplicano gli attacchi talebani al personale Onu con rastrellamenti alla ricerca di chi ha lavorato per gli americani».

PATRICK ZAKI OGGI A PROCESSO

Il Domani racconta che Patrick Zaki oggi andrà a processo. Rischia 5 anni di condanna, dopo quasi due anni di custodia cautelare: l’Egitto rinvia a giudizio il ricercatore con accuse diverse da quelle per cui lo aveva arrestato. Laura Cappon.

«La notizia arriva come una doccia fredda, sotto forma di un comunicato scritto dai legali e dagli attivisti della campagna. Patrick Zaki sarà processato. Accadrà oggi a Mansoura, la sua città natale, dove è stato portato l'8 febbraio 2020 dopo che gli uomini dell'Agenzia per la sicurezza nazionale egiziana lo avevano torturato per una notte intera. Era appena uscito da 28 ore di oblio durante le quali la sua famiglia lo aveva cercato disperatamente dopo il suo arrivo all'aeroporto del Cairo da Bologna. La sua custodia cautelare è durata un anno e sette mesi. Lo scorso 9 settembre il giovane ricercatore è stato interrogato dagli inquirenti egiziani per la seconda volta in due mesi. Un avvenimento che preannunciava la fine delle indagini e così è stato. Patrick verrà trasferito dal carcere di Tora e tornerà al penitenziario della sua città di origine, dove aveva scontato la prima parte della sua detenzione. Rischia sino a 5 anni di carcere, è questa la pena per le imputazioni che Patrick affronterà davanti alla corte: «Diffusione di notizie e diffusione di terrore tra la popolazione, al fine di danneggiare la sicurezza e l'interesse pubblico». A differenza di quanto affermato dalle autorità in questo lungo periodo di custodia cautelare, per Patrick le accuse si baserebbero non più sui 10 post di Facebook, che la difesa non ha mai visionato e dei quali ha sempre contestato la veridicità, ma soltanto su un articolo che Patrick ha scritto nel luglio del 2019. È un testo sulla condizione della minoranza cristiano copta nell'alto Egitto, spesso protagonista di incidenti con i cittadini musulmani e soggetta a limitazioni dei luoghi di culto. La documentazione di una situazione reale: il lavoro di Patrick era, appunto, occuparsi di minoranze religiose e studi di genere. «Siamo tutti spettatori e nessuno può dire cosa succederà», osserva Amr Abdelwahab amico di Patrick e attivista della campagna per la sua liberazione. Anche lui è stato colto di sorpresa dall'accelerazione degli eventi. «L'unico dato positivo è che hanno tolto a Patrick l'accusa di associazione terroristica, il che riduce la pena massima possibile». 

PROSEK CONTRO PROSECCO, LA GUERRA UE DEL VINO

Ultima guerra sui prodotti che suonano italiani. Questa volta la Croazia ci minaccia con il suo Prosek. Lara Loreti per La Stampa:

«Nelle stanze del Ministero delle Politiche agricole e dei Consorzi di tutela è già iniziato il countdown: due mesi per dare battaglia in Europa e difendere il Prosecco - quello vero, fatto con l'uva Glera che cresce sulle colline trevigiane patrimonio Unesco - dalle imitazioni, nel caso specifico dal "Prosek" croato. Ultimo esempio di quell'italian sounding - il fenomeno dell'uso di parole simili ai nomi di marchi e prodotti nostrani - così odiato dai produttori del made in Italy. A scatenare il putiferio la decisione della Commissione europea di pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale Ue la domanda di registrazione della menzione tradizionale "Prosek" presentata dalle autorità croate. E 60 giorni è il lasso di tempo in cui si può fare ricorso. Un via libera che ha fatto infuriare viticoltori e politica. A partire dal governatore del Veneto, Luca Zaia, e all'eurodeputata leghista Mara Bizzotto che ha presentato un'interrogazione urgente. «In questo modo si apre all'italian sounding - è il commento del viceministro all'Agricoltura, Gian Marco Centinaio, alla Stampa - e a tutti quei prodotti che copiano le eccellenze alimentari non solo italiane, ma anche di altri Paesi europei, come ad esempio lo champagne. Istituirò subito un gruppo tecnico presso il Ministero per supportare la diplomazia e gli avvocati del Consiglio di stato e dei Consorzi per muoverci uniti in Europa, come mi hanno chiesto Federvini e tutte le associazioni di categoria. Trovo incredibile che la stessa Unione che tutela i marchi, soggetti a certificazioni e controlli, crei una falla nel sistema. E cercherò alleanze fra i Paesi membri più esposti alle imitazioni, in primis la Francia». Per il sottosegretario «c'è un accanimento perché il vino è il nostro biglietto da visita, e il Prosecco è in prima linea». Come emerge dai dati di Wine Monitor, l'osservatorio Nomisma guidato da Denis Pantini, nel 2020 il Prosecco Doc ha toccato quota 500,4 milioni di bottiglie (a cui si aggiungono i 92 milioni del Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg). Con un export 2020 che vale 1,2 miliardi (nel 2019 1,05 miliardi) e che nel primo semestre 2021 ha registrato un +31% rispetto allo stesso periodo 2020. Il Proek in realtà non ha un gran mercato, come sottolinea il produttore veneto Innocente Nardi: «Ha una diffusione limitata, nazionale e locale». Ma - aggiunge Pantini - «se l'Ue darà il via libera alla menzione di tutela di certo la produzione aumenterà». E con essa il rischio di fraintendimenti rispetto al Prosecco. «Dobbiamo far squadra per non creare pericolosi precedenti», tuona Elvira Bortolomiol, presidente del Consorzio del Prosecco Docg. Mentre per Stefano Zanette, numero uno del Consorzio Prosecco Doc, «la faccenda non è affatto conclusa, presenteremo le osservazioni all'Ue». Si appella alla politica Sandro Bottega, patron dell'omonima azienda trevigiana da 60 milioni di fatturato: «Il nostro vino esprime una tipicità di cui l'Italia è ambasciatrice. I ministri di Esteri, Agricoltura ed Economia devono tutelarci: noi rispettiamo i prodotti degli altri Paesi, ci aspettiamo reciprocità e garanzie dall'Europa». Solidarietà ai veneti dal Piemonte: «Operazioni simili non fanno altro che fuorviare il consumatore, che comprerà un prodotto croato pensandolo italiano - dice il governatore Alberto Cirio -. Il 25% del Prosecco si imbottiglia in Piemonte e la nostra regione ha contribuito ad affermare questo vino nel mondo. Non resteremo fermi, ci mettiamo a disposizione del Veneto e del presidente Zaia per sostenere qualsiasi azione decideranno di portare avanti». 

NODO GIUSTIZIA, LA FINE DEL POOL

Mattia Feltri sulla prima pagina della Stampa torna ancora sullo scontro tra due storici procuratori del vecchio pool di Mani pulite, Francesco Greco e Piercamillo Davigo. Scontro sviluppatosi a proposito della loggia Ungheria. Domenica Greco ha parlato al Corriere, ieri il Fatto ha annunciato la querela di Davigo.   

«Siccome fra cinque mesi saranno trent' anni dall'avvio di Mani pulite (la grande inchiesta giudiziaria con cui vennero dichiarati criminali e demoliti i partiti al governo della Prima repubblica, e con cui si introdusse la Seconda sulla gara a chi fosse più nuovo e più onesto, fino alla parodia a cinque stelle), tocca ricordare ai più giovani che, di quel pool di inquirenti, erano glorificati protagonisti Francesco Greco e Piercamillo Davigo. Erano, come gli altri, i Tonino Di Pietro eccetera, gli eroi del riscatto per inflessibile rettitudine. Trent' anni dopo forse la rettitudine s' è flessa. Qui tocca proporre una sintesi brutale. Un pm di Milano, persuaso che la procura guidata da Greco temporeggi un po' troppo e oscuramente nelle indagini su una certa loggia Ungheria (mai capito che fosse, ma raggruppava magistrati, politici e imprenditori), porta i verbali a Davigo, nel frattempo insediato al Csm. Davigo ne parla un po' di qui e un po' di là, finché non finiscono sulle scrivanie di qualche giornale, al punto che la segretaria di Davigo è indagata per violazione del segreto istruttorio. La segretaria eh, Davigo porello non ne sapeva nulla. L'altro giorno, intervistato dal Corriere, Greco ha definito irresponsabile il comportamento di Davigo, di aver fatto uscire notizie dal «perimetro investigativo». Secondo il Fatto, Davigo intende querelare il vecchio compagno e sarà un'emozione seguire il processo: quale delle due rettitudini ha subito una flessione? Non esistono innocenti ma solo colpevoli che l'hanno fatta franca, disse una volta Davigo. Se dovessimo prenderlo alla lettera, saremmo alla finalissima».

Oltre al caso Davigo-Storari-Ungheria nei giorni scorsi Silvio Berlusconi era tornato con un articolo saggio sul garantismo. Stefano Zurlo intervista Luciano Violante sul Giornale:

«Ero appena diventato magistrato». Luciano Violante fa un salto all'indietro nel tempo, agli anni in cui indossava la toga. «Condannammo un tizio a 7 anni. E io chiesi agli altri autorevoli colleghi: Ma sette anni di che cosa?». Onorevole Violante, cosa le dissero gli altri magistrati? «Mi guardarono più o meno come un marziano. Ma io avevo fatto il volontario nelle carceri, conoscevo il sistema e intendevo dire una cosa elementare: sette anni di pena possono essere faticosi ma sopportabili, oppure drammatici, quasi insostenibili se per esempio finisci nella prigione dove le celle sono sovraffollate e manca l'acqua corrente. Ecco, io credo che nella magistratura, di cui ho fatto parte fino al 1981 quando mi sono dimesso perché ero diventato parlamentare, manchi talvolta questa attenzione agli altri, a tutti gli altri». Attenzione agli imputati? «A tutti. Agli imputati. Agli avvocati. Ai testimoni. Se posso usare una parola semplice e profonda, direi che a volte manca il rispetto». Un pizzico di umanità? «Si. D'altra parte il modello architettonico...». Architettonico? «Si. Se ci fa caso, quando entra in un tribunale lei sale le scale. Vuol dire che i giudici sono più in alto del cittadino e a volte si ergono sul piedistallo della loro superiorità, qualche volta perfino su quello dell'arroganza». Onorevole, una volta lei era considerato il capo del presunto partito delle procure. Oggi lei bacchetta gli ex colleghi. «Un merito che non ho. Ci sono stati tre passaggi nella storia recente della magistratura, che mostrano una evoluzione preoccupante». Il primo? «La difesa dell'indipendenza della magistratura, a partire dagli anni Sessanta. È stata una battaglia sacrosanta, perché il potere politico e quello economico cercavano di condizionare la magistratura. Così le toghe hanno affermato la propria autonomia rispetto agli altri poteri, ma a questo punto non ci si è più fermati». Siamo al secondo passaggio. «Appunto: l'autogoverno. Che non è scritto da nessuna parte, tantomeno nella Costituzione, e invece i giudici hanno cominciato a riempire tutte le caselle del Csm e del ministero e a decidere la politica giudiziaria». La stazione successiva? «L'autoreferenzialità». Il parlarsi addosso? «Il concepirsi come una parte dello Stato per la quale non valgono le regole che invece la magistratura richiede agli altri. E infatti l'approdo è quello di un corpo separato dello Stato che in qualche modo afferma: Io sono il guardiano della purezza, io sono il guardiano della trasparenza, nessuno può venire in casa mia a contestarmi qualcosa. Penso ad alcune circolari del Csm svuotative delle leggi». Questo processo comincia con Mani pulite? «Più che di Mani pulite parlerei di manipulitismo, di epigoni di Mani pulite. In ogni caso, questa mutazione del ruolo della magistratura nella società è avvenuta per gradi, nell'arco di decenni, ed è stata favorita dalle emergenze nazionali: la mafia, il terrorismo, la corruzione. Ventuno magistrati sono stati uccisi nel Dopoguerra, un numero che non ha paragoni in Europa. Progressivamente la politica ha lasciato il campo alla magistratura e la magistratura se lo è preso». Luciano Violante è una delle personalità più importanti della sinistra italiana, parlamentare per molte legislature e figura di riferimento per generazioni di elettori. Ecco perché la sua riflessione colpisce ancora di più. Violante ha letto le parole di Silvio Berlusconi, pubblicate dal Giornale, sul valore del garantismo -«Perseguire o condannare un innocente - scrive il Cavaliere - è il peggior crimine che lo:stato possa commettere» - e l'intervista a Carlo Nordio; per l'ex pm veneziano occorre anzitutto separare le carriere. Violante mette invece l'accento sull'etica, al centro del suo ultimo saggio Insegna Creonte, pubblicato dal Mulino: «La prima questione è l'etica professionale». I magistrati si sono, come dire, allargati? «Pensiamo alla trattativa Stato-mafia. È sacrosanto punire i colpevoli, se tali sono, non pretendere di riscrivere la storia. Il magistrato punisce chi ha sbagliato, non ha altri compiti». Invece i giudici, i pm in particolare, sono diventati i sacri custodi della moralità pubblica? «Alcuni sono stati accecati da una sorta di hybris, qualcosa che sta fra l'orgoglio, la superbia, la tracotanza, talvolta l'arroganza. Naturalmente, parliamo di minoranze ma sono minoranze che grazie all'intreccio con la comunicazione, creano una opinione: prima c'era la percezione si trattasse di un mondo di eroi, oggi prevale la diffidenza. E dobbiamo fare di tutto per superare questa immagine negativa perché la magistratura è fondamentale per il buon funzionamento di una democrazia».

FALSA PARTENZA RAI

Uno sciopero ieri ha impedito l’esordio annunciato di una serie di programmi quotidiani della Rai: da Agorà a La Vita in diretta. Intanto ieri è emersa una brutta storia di conflitto d’interessi proprio fra RAI e presidenza del Senato. Ne scrivono Gianluca Rosselli e Ilaria Proietti sul Fatto.

«Alla fine è scoppiato il bubbone e adesso le polemiche rischiano in un colpo di travolgere la Rai e pure Palazzo Madama. Ché fa discutere la decisione di Marco Ventura di accettare l'ufficio di portavoce della presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, senza mollare il posto da autore di punta di Unomattina sulla rete ammiraglia del servizio pubblico: il consigliere della Rai eletto dai dipendenti Riccardo Laganà ha infatti preso carta e penna per evidenziare il potenziale conflitto di interessi a cui espone il doppio ruolo, chiedendo lumi direttamente all'ad Carlo Fuortes oltre che ai direttori competenti. Insomma Laganà vuol saper se Viale Mazzini intenda lasciar cadere la questione o prendere provvedimenti. Nel precedente di Roberto Natale non ve ne era stato bisogno: per assumere l'incarico di portavoce dell'allora presidente della Camera Laura Boldrini aveva chiesto l'aspettativa. Ma era un dipendente Rai, mentre Ventura è esterno all'azienda pur ricoprendo un ruolo di peso. Comunque sia la questione dei conflitti di interessi rischia di essere il primo inciampo dei nuovi vertici della Rai dal momento che, come ha anticipato il Fatto, il tema dei doppi o tripli incarichi chiama in causa persino alcuni dei consiglieri di amministrazione. "Non è possibile che l'azienda del servizio pubblico sia investita da polemiche che ledono a monte la sua credibilità" dice Primo di Nicola del M5S , vicepresidente della Vigilanza Rai. Ma intanto a tenere banco è il caso Ventura già consulente di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dal 2008 al 2011. Il giornalista nella tv pubblica è abituato ai doppi incarichi: nella passata consiliatura era sempre nella squadra di Unomattina, dove per anni è stato capo autore, e al contempo faceva da portavoce all'ex presidente dell'azienda Marcello Foa. "Un doppio ruolo ma all'interno dell'azienda", era stata la risposta degli ex vertici di fronte alle perplessità che ora però tornano più forti dal momento che a beneficiare dei servigi di Ventura sarà l'inquilina di un altro Palazzo che, sia detto per inciso, non trova pace quanto a portavoce: in un paio di anni ne ha masticati ben sei. Ma questa è un altro aspetto della storia: il fatto è che si tratta della Seconda carica dello Stato che peraltro è pure tra i quirinabili. Che tipo di esposizione mediatica avrà ora in Rai? "Il conflitto d'interessi c'è ed è grande come una casa. Questa collaborazione con la Casellati lo mette in una posizione di forza dentro l'azienda. E quando a Unomattina si dovrà trattare una notizia sulla Casellati, Ventura uscirà dalla stanza?", si chiede il renziano Michele Anzaldi interpellato dal Fatto. L'interessato preferisce non commentare in attesa che si esprima l'azienda.».

CORSA AL QUIRINALE, DIALOGO MELONI-LETTA

Rinnovo della presidenza della Repubblica. Fra le righe del dibattito fra Giorgia Meloni ed Enrico Letta si può leggere una convergenza su un Mattarella bis. Paola Di Caro per il Corriere della Sera.

«Divisi in Italia, uniti per difendere l'interesse nazionale in Europa. E soprattutto concordi sul Quirinale, almeno nel metodo: il prossimo presidente dovrà essere eletto insieme. Fabrizio Roncone, inviato del Corriere della Sera , mette seduti accanto, sul palco della Casa del Cinema di Roma, Enrico Letta e Giorgia Meloni, che pure non si erano risparmiati di recente reciproci fendenti, e li fa confrontare su tutto in occasione della presentazione del suo libro «Razza Poltrona - Una classe politica sull'orlo del baratro», edizioni Solferino, un viaggio senza sconti nella crisi di un intero sistema che ha portato al governo Draghi. Incalzati dalle domande del vice direttore di Huffington Post Alessandro De Angelis, il leader del partito che con più convinzione sostiene l'esecutivo - «Deve durare fino alla scadenza naturale del 2023, Draghi è un'opportunità unica per l'Italia» - e la leader dell'unico partito di opposizione si trovano d'accordo su pochi punti. Ma lo fanno su uno dei nodi dei prossimi mesi: l'elezione del capo dello Stato. È esplicita Meloni quando le si chiede una previsione: «Credo che le quotazioni di Mattarella siano molto alte, mi pare per molti la strada più facile». Non un bene, per lei: «Non condivido questa scelta. Forzare le regole per una seconda volta mi pare brutto», ma d'altronde «non credo che Draghi sia particolarmente interessato». E il fatto che una sua eventuale elezione avvicinerebbe il voto delle Politiche «è un punto a sua favore, ma lo rende appunto improbabile» perché nessuno scalpita per andare al voto. Però, è l'appello, «sarebbe una grande vittoria della politica aprire un dialogo, non mettere un proprio uomo, l'idea che ho io è quella di un presidente che garantisce il sistema, che sia slegato dalle dinamiche». Letta non fa nomi, ma a sua volta prevede che «il prossimo anno non ci saranno elezioni anticipate» e accoglie l'invito dell'avversaria: «Sono assolutamente favorevole a coinvolgere l'opposizione, con un voto che metta tutti insieme». Poi, si vedrà in quale modo si arriverà alle elezioni del 2023. E molto si capirà dalle prossime settimane: «Considero la campagna elettorale per queste amministrative molto importante. Mai come questa volta è un prodromo, una prova generale rispetto allo schema politico dei prossimi anni», è il messaggio rivolto ad alleati di oggi e potenziali, come il M5S. Meloni invece considera un punto fermo l'alleanza di centrodestra, respinge la ricostruzione di una coalizione divisa anche sull'emergenza Covid - «Non è vero che abbiamo tre diverse posizioni, siamo tutti a favore dei vaccini» - e va incontro a Salvini: «Il centrodestra al governo si ritrova spesso mortificato da una linea di Draghi molto in continuità con quella di Conte... Non è che Salvini non sia leale, è che gli si chiede di fare cose che non farebbe mai». Opposta la considerazione di Letta su Draghi, considerato una «garanzia» per il Paese soprattutto nei rapporti con l'Europa alla vigilia di quello che sarà un lungo confronto tra paesi «frugali» come i nordici che chiedono il ritorno al vecchio patto di stabilità e quelli come Italia, Francia, Spagna che si oppongono. Una battaglia questa, assicura però Meloni, che la vedrà «con Draghi, su questo può contare totalmente su di noi», al di là degli schieramenti. Si chiude con il reddito di cittadinanza. Meloni rivendica la sua contestata definizione di «metadone di Stato», Letta non gradisce ma auspica una riforma per facilitare i meccanismi di ingresso nel mondo del lavoro».  

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