Il Ricostruttore

Draghi in Parlamento. Prima fiducia al Senato. Oggi la Camera

Esordio parlamentare del nuovo Governo. Dopo il Rottamatore, il Ricostruttore. Alle 10 di ieri il programma illustrato dal neo premier poi gli interventi, la replica e dopo le ore 23 la fiducia al Senato: 262 sì 40 no 2 astenuti per Mario Draghi. Non è il record di Monti, ma quasi. Fra i contrari, oltre agli annunciati Fratelli d’Italia, ci sono stati 15 grillini dissidenti, guidati da Barbara Lezzi. Nel dibattito dopo il discorso di Draghi hanno voluto parlare in tanti. “C’è la fila” aveva già a suo tempo titolato II Manifesto. Renzi e Salvini, diventati buoni, hanno preso la parola. Ha voluto parlare anche Ciampolillo. Il nuovo Presidente del Consiglio ha fatto un discorso asciutto ma non banale, emozionato e sentito. Ha citato Cavour e Papa Francesco. Ampie le sintesi e i vari vocabolari del nuovo capo dell’esecutivo. Ma iniziamo dai titoli.

LE PRIME PAGINE

Tutti dedicati al “governo horror”, come direbbe l’incompreso Di Battista. Unità e ricostruzione i due concetti più gettonati. L’Avvenire ha toni alla De Gasperi: La nuova Ricostruzione, con la r maiuscola, ma è così nel testo letto da Draghi. Stessa scelta del Messaggero che però cita fra virgolette: “Insieme per la Ricostruzione”. Mentre il Corriere della Sera attribuisce la cosa all’interessato, col titolo: Draghi: uniti per la ricostruzione. Il Quotidiano Nazionale sempre fra virgolette: “Ricostruire come nel Dopoguerra”. Il Fatto deve sempre mettere nel mirino qualcuno e sceglie due sostenitori del Governo: Ciaone ai 2 Matteo accanto al trittico della foto vignetta con Draghi, Salvini e Renzi. Il Giornale tifa: FORZA DRAGHI, strilla tutto maiuscolo. Il Manifesto sceglie la foto di un saluto del neo Presidente all’ingresso di Palazzo Madama col pugno sinistro chiuso in alto, titolo: La grande impresa. Secondo Il Tempo il nuovo inquilino di Palazzo Chigi ha copiato dal suo predecessore: Draghi riscrive il piano Conte. Leggermente enfatica Repubblica: Un’Italia per i nostri figli. Preoccupata delle divisioni La Stampa: “L’unità è un dovere”. Per Libero un titolo benevolo: La fiera delle banalità.

I CONTENUTI ALL’ESORDIO DI DRAGHI

Nel discorso di Draghi, fra tante cose che andranno analizzate, tre capitoli sono stati particolarmente importanti: l’economia, la scuola e i vaccini. La Ricostruzione può ripartire su questi temi. Iniziamo dal Fisco, terreno di un’ambiziosa riforma complessiva, “architrave” per Draghi di un nuovo Bilancio dello Stato. Scrive Enrico Marro sul Corriere:

«Tasse più leggere ed eque, con una «profonda» revisione dell'Irpef, che mantenga la progressività del prelievo. Niente flat tax, quindi, come preferirebbe la Lega. E soprattutto basta con le misure spot. «Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Ci vuole un intervento complessivo», dice il nuovo presidente del Consiglio, per il quale la riforma fiscale «è l'architrave della politica di bilancio». In questa prospettiva, aggiunge Mario Draghi, «va studiata una revisione profonda dell'Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività». (…) Draghi pensa a una commissione di esperti che proponga, dopo averne discusso anche con i partiti, un progetto, che ovviamente spetterebbe al Parlamento tradurre in legge. Un modello seguito con buoni risultati, per esempio, in Danimarca nel 2008 e in Italia prima dell'ultima grande riforma del 1971, quella che tra l'altro introdusse l'Irpef. » 

Sulla scuola le idee di Draghi sono precise: recuperare lo studio perduto per gli studenti collegati via DAD e rilanciare gli Istituti tecnici superiori, quelli post diploma. Un’alternativa tecnica all’Università. Gianna Fregonara sul Corriere:

«Per «rivedere il disegno del percorso scolastico annuale» e decidere come «allineare il calendario scolastico» invece Bianchi ha intenzione di istituire a breve un tavolo tecnico che lavori ad una proposta che sia condivisa anche con gli esperti, le Regioni e i sindacati. Questi ultimi si sono già espressi contro l'allungamento delle lezioni fino a fine giugno, ma è sul tavolo l'ipotesi di una mediazione che consenta di organizzare corsi di recupero mirati per le scuole superiori già prima dell'estate. (…) C'è una riforma già in cantiere: è quella degli Its, Istituti tecnici superiori, per i quali è previsto nel Recovery plan uno stanziamento record di un miliardo e mezzo, «20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia». Si tratta di percorsi biennali composti per metà di tirocinio nelle aziende e per metà di studio accademico rivolto ai diplomati delle scuole superiori che si affianca a quello universitario. Al momento gli studenti sono 18 mila, soprattutto nelle regioni del Nord, ma in cinque anni l'ambizione è di decuplicare i posti di questi istituti che garantiscono tassi di occupazione di oltre l'80 per cento. »

VACCINI, LOTTA ALLA PANDEMIA

La preoccupazione fondamentale è la lotta alla pandemia. Fronte contagio: Daniele Banfi (non è mio parente), giornalista scientifico serio e competente, spiega che fra le tante varianti per ora quella che preoccupa è quella “inglese”. Perché? Perché “gli ultimi dati indicano una infettività superiore del 30% rispetto al virus originale, ovvero a parità di esposizione si infettano 13 persone invece che 10. È da questa caratteristica che nasce il timore degli scienziati. Ritrovarsi con più casi e dunque un nuovo sovraccarico degli ospedali”. Fronte vaccini: l’ Aifa, l’agenzia italiana del farmaco, ha dato finalmente l’ok all’uso del vaccino Astrazeneca fino a 65 anni. Sulla procedura scientifica e autorizzativa del vaccino meno costoso d’Europa si potrebbe scrivere un giallo alla Ken Follett. Altra cosa importante: nel suo discorso Draghi ha promesso che si potrà fare il vaccino ovunque possibile, “in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati”. Lorenzo Salvia sempre sul Corriere spiega i due punti chiave, produzione in Italia e distribuzione più efficiente:

«La «buona notizia» è che a giorni si spera di chiudere l'accordo per realizzare in due stabilimenti italiani parte della produzione dei vaccini Pfizer e Moderna, d'intesa con le due aziende. Un paio di settimane fa erano stati anche individuati due impianti, uno nel Veneto l'altro nel Lazio. Ma il cerchio ancora non si è chiuso. Il potenziamento della produzione e la delocalizzazione degli stabilimenti sono obiettivi non solo italiani ma anche europei. (…) Poi c'è la distribuzione rapida ed efficente. Il piano resta quello dei 1.500 punti di somministrazione, in media uno ogni 40 mila abitanti. Ma da attuare in modo flessibile, a seconda della densità di popolazione, da parte delle Regioni e con il supporto della Protezione civile e il coinvolgimento dei medici di famiglia. Precedenza alle strutture già pronte, come parcheggi degli aeroporti, fiere, auditorium, caserme. Un esempio per capire arriva dai militari. La Difesa ha messo a disposizione le 159 strutture finora utilizzate come drive through per i tamponi. In teoria tutte potrebbero essere riconvertite a drive through per i vaccini. Qui i medici militari potrebbero immunizzare prima le stesse forze armate e poi il resto della popolazione. La struttura più grande - alla Cecchignola, la città militare alle porte di Roma - sarà riconvertita di sicuro con una capacità di 2.500 somministrazioni al giorno. In gran parte delle strutture la vaccinazione potrebbe essere fatta almeno per 20 ore al giorno. E in alcuni casi anche a ciclo continuo, h24. Nel tentativo di arrivare all'immunità di gregge, con il 70% della popolazione vaccinata, entro settembre. Era l'obiettivo originario della campagna, prima che i tagli alle forniture rallentassero la prima fase. Un ritorno al passato. »

COMMENTI E GIOCHI DI PALAZZO

Sul piano delle mosse di Palazzo, diverse le considerazioni dei quotidiani. Intanto l’analisi del voto a Palazzo Madama svela un paradosso: la tanto celebrata alleanza organizza Pd-5Stelle-Leu ha numeri molto inferiori del previsto, vista la pesante emorragia dei grillini. Ieri al Senato sono mancati 15 voti, così anche alla Camera potrebbe venir fuori che, con i dissidenti fuori, la coalizione guidata da Conte, l’intergruppo della sostenibilità, non avrebbe più la maggioranza a Montecitorio tanto sbandierata. Tenendo conto dei maldipancia già provocati nel Pd, la creatura politica dell’avvocato del popolo partirebbe molto male. Scrive Giovanna Vitale su Repubblica:

«Da rampa di lancio per resuscitare l'alleanza giallorossa, ferita a morte nella caduta del Conte II, a semplice coordinamento parlamentare per meglio supportare Draghi e arginare il centrodestra a trazione leghista. La rivolta interna ai Democratici (ma non solo: si vocifera che pure il premier abbia mandato segnali di contrarietà) ha finito per togliere valenza politica all'intergruppo costituito l'altro ieri in Senato da 5S, Pd e Leu per fare blocco comune «sulle grandi sfide del Paese». (…) E tuttavia vissuto, dalla minoranza dem e dalla corrente Guerini-Lotti, come il tentativo di Zingaretti di rinsaldare il patto strutturale con i 5S e di volerlo proiettare - senza che il partito ne abbia mai discusso - nell'agone elettorale delle prossime amministrative. »

Ma se sui numeri della fiducia è meglio ragionare a voto concluso, ecco i commenti su quello che mancava o che è sbagliato o che è poco credibile del discorso di Draghi. Marco Travaglio sul Fatto va sui suoi temi:

«Niente Costituzione e mafia solo in replica (malissimo). Zero conflitto d'interessi (male per noi, bene per certi ministri "tecnici", FI e Iv). Un cenno di circostanza alla corruzione (male). Non una sillaba sulla blocca-prescrizione di Bonafede (chiesta dalla Ue), che finora tutti tranne i 5S volevano cancellare, provocando le dimissioni del Conte-2. Scelta comprensibile per chi vuol governare un mese e vincere facile. Ma chi vuol governare due anni (o uno?) deve sciogliere anche i nodi divisivi: prima o poi la politica, anche se è commissariata, presenta il conto. Ps. Eccellente il richiamo a Russia e Cina sul rispetto dei diritti umani. Noi, parlando con pardòn, ci avremmo aggiunto pure l'Arabia Saudita. »

Massimo Cacciari rispetta il suo ruolo (di commentatore fumantino, non di filosofo) scommettendo che Draghi non ce la farà a fare le riforme:

 «Uniti verso un futuro pieno di riforme? «Figuriamoci. Draghi non lo può dire, ma io sì: con questo governo le riforme non le vedremo mai». Non esagera? «Draghi non è il Padreterno e non potrà fare in un giorno quello che non si fa da 30 anni. Vuole degli esempi? Lo ius culturae evocato da Zingaretti lo vedremo mai in un governo con Salvini? E sulla giustizia è possibile trovare un punto di caduta tra 5Stelle e Forza Italia? Dubito. E così sarà per il fisco o per una vera riforma della scuola". Eppure la frase più netta del premier è stata: "L'unità non è un'opzione, è un dovere". Come nel dopoguerra. «I partiti hanno il dovere preciso di appoggiarlo e di non rompergli i coglioni dopo quello che hanno combinato. E Draghi è abbastanza intelligente da non chiedere cose impossibili. Ma il richiamo alla ricostruzione del dopoguerra è benevolmente ridicolo». L'unità allora ci fu. Breve, ma ci fu. «Sì, dal '45 alla Costituente perché non si poteva fare diversamente. Poi la ricostruzione la fece la Dc con i suoi alleati lasciando fuori il Pci. Un po' di memoria storica è necessaria. Altrimenti, citando Musil come ha fatto recentemente Donatella Di Cesare (sull’Espresso due giorni fa ndr), si diventa come quelle persone che non hanno mai del tutto torto in niente perché i loro concetti sono indistinti come figure tra i vapori di una lavanderia. Comunque le parole di Draghi sono comprensibili e perdonabili». Che scenario prevede, allora? «Draghi interverrà sulla pandemia, organizzerà un nuovo piano vaccini e userà i soldi del Next Generation Eu anche per affrontare le gravi crisi industriali. Quelle, da Alitalia all'Ilva, sono vere gatte da pelare. In Senato ha detto una cosa su cui mi pare si siano soffermati in pochi: i soldi non andranno alle aziende decotte».

IL DIAVOLO NON VESTE ROLEX

Alessandro Sallusti usa l’ironia e cita il memorabile intervento di Danilo Toninelli, che dà sempre grandi soddisfazioni ai cronisti parlamentari fin dal primo giorno di questa legislatura:

«… troviamo inaccettabile che Draghi non abbia mosso neppure il sopracciglio ascoltando per otto minuti il senatore Toninelli, già agente assicurativo di Soresina, che gli spiegava con piglio deciso e italiano incerto le cose da fare, molte delle quali sono le stesse che lui e i suoi amici Cinque Stelle non sono riusciti a fare nei loro quasi tre anni di governo. (…) È davvero scorretto che un neo primo ministro umili pubblicamente il suo ministro degli Esteri Luigi Di Maio sostenendo che l'Italia deve guardare a Occidente e non alla Cina, alla quale il medesimo Di Maio voleva spalancare le porte dell'Europa.(…) La vera, insopportabile arroganza è aver spiegato ai soci di maggioranza Zingaretti e Bersani che l'unica ricetta economica possibile per risollevare il Paese è quella liberale e solidale. Qui viene fuori tutta la spocchia del banchiere internazionale, dell'uomo dei poteri forti (…) Draghi proprio non ci piace, figuratevi che al polso porta un banale orologio digitale tuttofare, quelli che contano passi e battiti cardiaci. Ma si può? Financo Gad Lerner gira col Rolex».

Maurizio Belpietro su La Verità rispolvera un soprannome di Mario Draghi, che risale ad un momento cruciale della trattativa sul Conte 1. Allora, Giorgetti spianò la strada al governo giallo-verde dicendo ad una riunione ristretta con Di Maio e Salvini: “Ho parlato col Diavolo: se spostiamo Savona dall’Economia alle Politiche comunitarie, facciamo il Governo”. Chi era il Diavolo? Giorgetti era stato al telefono con Francoforte, con l’allora capo della BCE. Oggi Belpietro saluta così la fiducia:

«L'ex governatore per noi non è il Diavolo, come pensano e non dicono molti compagni, ma non è neppure il Messia, come invece non pensano ma già scrivono molti giornali. Ciò che è, e soprattutto ciò che vuole fare, lo capiremo presto. E speriamo che serva all'Italia. »