Il sabato dei cortei

Greta e i giovani in piazza a Glasgow. Contro la Cop26. 16esimo sabato di protesta contro il Green pass a Milano, cortei non autorizzati. D'Alema ragiona su Draghi e i partiti. Fumo di Calenda

Il Bla bla bla della Cop 26 contro il Bla bla bla di protesta dei giovani guidati da Greta nelle strade di Glasgow. Oggi ci sarà una nuova manifestazione ambientalista nella cittadina scozzese, che promette di essere ancora più partecipata. Ma è proprio vero, come sostengono i giovani in piazza, che la Cop26 è stata un “fallimento”? Crippa sul Foglio sostiene che non è così e che qualche risultato ci potrebbe essere nei fatti. Certo che la domanda sul futuro posta alla generazione dei “boomer”, a coloro che hanno approfittato del consumismo frenetico della Terra risuona forte. E doverosa. Un altro modello è possibile. Lo dimostra la bella storia di Anna Fiscale, proposta nel podcast cui trovate riferimenti qui sotto. Un’economia circolare e solidale, che segua NEI FATTI E NON A PAROLE la lezione della Laudato sì di papa Francesco.  

Il mondo e soprattutto l’Europa è ancora sotto la minaccia del Covid. Ieri in una conferenza stampa le nostre autorità hanno spiegato le possibile misure da qui a Natale: la quarta ondata potrebbe raggiungere il picco fra dicembre e febbraio. Per ora è raccomandata la terza dose di richiamo ( il cosiddetto “booster”) per tutti, da farsi somministrare 180 giorni la seconda dose. Quasi tutte le regioni hanno già spedito agli interessati solleciti e avvisi. L’altro rimedio è la vaccinazione dei bambini fra i 5 e gli 11 anni. Vedremo su questo versante come praticamente si procederà. Intanto oggi a Milano 16esimo sabato consecutivo di proteste contro il Green pass. Non c’è autorizzazione della Questura e ci sono migliaia di firme raccolte contro i cortei ma i manifestanti sfileranno lo stesso, sfidando tutti.

Sulle regole della Concorrenza, l’Europa critica Draghi, perché non ha ancora deciso su spiagge e ambulanti. E anche Porro sul Giornale accusa il governo di indecisionismo, almeno su questo fronte. Due inchieste giudiziarie invadono la politica: quella sulla fondazione Open di Renzi. Ed un’inchiesta sul “sistema Salerno” che coinvolge come indagato per corruzione il Presidente della Campania De Luca. Tutti i partiti della maggioranza al loro interno non sono messi bene. La Lega è divisa profondamente fra governisti del Nord e sovranisti salviniani. I 5 Stelle, secondo il Fatto, sono “fuori controllo”. Al Pd Letta chiede il silenzio.

Massimo D’Alema in un’intervista ad Aldo Cazzullo propone una riflessione non banale sulla crisi del sistema politico. Il “commissariamento” Draghi, che avrebbe fatto bene finora, non può durare in eterno: i partiti devono ripensare la legge elettorale in chiave proporzionale alla tedesca. E va rivisto anche il sistema di finanziamento. Al Quirinale dovrebbe andare una personalità femminile di “garanzia”.

Dall’estero. Domani si vota in Nicaragua, ma le elezioni sono già considerate una “farsa”, per come sono state organizzate da Ortega. Mistero a Berlino per la morte di un diplomatico russo, sospettato di essere una spia. Preoccupazione per una blogger cinese in carcere per aver scritto del Covid in quel Paese e che adesso rischia la vita.

Potete ancora ascoltare un vero esempio di economia circolare e solidale, come dicevo prima, una storia positiva nei giorni della Cop26 di Glasgow. La racconto nel quarto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Il titolo di questo quarto episodio è “Un Quid della moda”. Protagonista è la trentenne veronese Anna Fiscale che ha realizzato un’impresa sociale di successo, che ha il marchio “Progetto Quid”, riutilizzando materiale avanzato da grande aziende della moda, come Calzedonia. Dando anche lavoro a persone abitualmente tagliate fuori dal sistema produttivo, compresi disabili e detenuti. Si può creare qualcosa di diverso e responsabile, scommettendo su ciò che la società consumistica lascerebbe ai margini. La storia di Anna lo dimostra. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

https://www.spreaker.com/user/13388771/le-vite-degli-altri-anna-fiscale-v2

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’arrivo della pandemia dall’Est provoca la reazione dei giornali. Per Avvenire Si alzano gli scudi. Il Corriere della Sera: Più contagi, sì alla terza dose. Il Messaggero assicura: Vaccino, terza dose per tutti. La Repubblica invece rassicura: Covid, pronto il piano per salvare il Natale. La Verità, fedele alla pretesa della sua testata, va contro le cifre degli esperti: L’epidemia dei non vaccinati è una bufala: ecco i numeri. Ma l’espressione “pandemia dei non vaccinati” viene dai giornali europei. Eccitazione per il doppio corteo dei giovani ambientalisti a Glasgow dalle parti del Domani: Solo le richieste radicali delle piazze possono scuotere davvero la politica. E del Manifesto: Energie pulite. Si occupano delle misure sulla concorrenza Il Sole 24 Ore: Tir, l’industria contro le nuove regole. E La Stampa che mette fra virgolette le critiche da Bruxelles: “Draghi rinvia tutto, così è scontro”. Libero centra l’apertura sui casi giudiziari a sinistra: Saviano a processo per odio. De Luca indagato per corruzione. Il Giornale sta sul primo: Odio radical chic. Il Mattino di Napoli sul secondo e pubblica stralci di verbale sul Presidente della Regione Campania: Corruzione, i dialoghi che accusano De Luca. Il Fatto contro Italia Viva: Ecco chi paga Renzi: Arabia, Benetton&C. Mentre il Quotidiano Nazionale va sul caso del pensionato cui è stata occupata la casa mentre era in ospedale: La vergogna delle case “rubate”.

COVID, L’ONDATA CHE VIENE DALL’EST

Conferenza stampa del Governo ieri per fare il punto sulla pandemia. La cronaca di Monica Guerzoni per il Corriere.

«In tutta Europa il virus ha ripreso a correre, si parla di «pandemia dei non vaccinati» ed è illusorio pensare che l'Italia possa restare un'isola (quasi) felice. Lo dice l'indice Rt, che per la prima volta da fine agosto ha superato la soglia epidemica di rischio balzando da 0.96 a 1,15. Ma nella mappa a colori dei contagi il nostro è l'unico Paese con qualche macchia di verde, il che consente al governo di non drammatizzare. Per diffondere messaggi di cauta fiducia e convincere i no vax italiani a vaccinarsi, il premier Mario Draghi ha schierato nella sala Polifunzionale le tre «punte» italiane contro il Covid: il ministro Speranza, il commissario Figliuolo e il coordinatore del Cts, Locatelli. Un'ora di conferenza stampa per lanciare la terza dose per tutti, aprire alla vaccinazione dei bambini tra 5 e 11 anni e confermare la strategia di Palazzo Chigi. Il green pass non si tocca, per Speranza è «uno strumento decisivo» di cui sono stati scaricati 117 milioni e il governo non pensa di ridurne la validità, che resta di 12 mesi per chi ha fatto la doppia dose. Il ministro invita a considerare «con la massima attenzione» l'allarme Europa lanciato dall'Oms, ma sottolinea che «i numeri dell'Italia sono tra i migliori» e anche se l'incidenza cresce, «è di gran lunga la più bassa». Il presidente del Veneto Luca Zaia teme che la sua regione possa presto passare dal bianco al giallo, Speranza invece tranquillizza: «Nessuna regione presenta le condizioni per uscire dall'area bianca». L'inverno è alle porte. Non sarà che l'Italia sta meglio perché da noi fa meno freddo che in Gran Bretagna o in Germania? «I contagi saliranno», deve ammettere il ministro, però se rispetteremo le regole e daremo un forte impulso alle vaccinazioni «potremo avere uno scudo per gestire al meglio la stagione autunnale e invernale». La domanda sul Natale, i viaggi e i cenoni inevitabilmente arriva e Speranza la schiva. Per il governo la priorità sono i vaccini. Speranza si dice convinto che la maggioranza dei genitori «raccoglierà la sfida» per i bambini tra 5 e 11 anni. I pediatri sono favorevoli e il governo aspetta entro il 15 dicembre il via libera dell'Ema per un terzo di dose Pfizer, cui seguiranno le decisioni dell'Aifa. E c'è un'altra novità, che riguarda le cure. L'agenzia italiana del farmaco si è attivata per acquisire l'antivirale orale autorizzato in Gran Bretagna. La nuova «arma» si chiama molnupiravir e appena l'Ema l'avrà approvata potrà essere acquistata. I dati di Figliuolo sui vaccini registrano che l'87,7% di persone «hanno una qualche copertura» tra prime, seconde dosi e guariti. È stato fatto uno sforzo enorme, ma non basta. Bisogna convincere altri italiani a iniziare l'immunizzazione e bisogna accelerare con la terza dose ampliando le fasce d'età: la raccomandazione riguarda tutte le persone fragili, coloro che hanno avuto la monodose J&J e gli over 60. «La terza dose è sicura e io stesso l'ho ricevuta senza problemi», fa il testimonial Locatelli, che invita a evitare feste e assembramenti senza mascherine e si appella ai cittadini: «È importante sottoporsi alla terza dose come protezione». L'invito riguarda tutti e il governo vuole mostrarsi pronto. «Lavoreremo la prossima settimana per allargare la dose booster, di richiamo, a ulteriori fasce generazionali», chiarisce Speranza. Figliuolo rassicura sulla disponibilità: «Per il 2022 siamo in grado di effettuare la terza dose a tutti quelli che hanno completato qualsiasi tipo di ciclo vaccinale». Ieri le terze dosi sono state 110 mila e il commissario si aspetta il picco quotidiano «tra dicembre e febbraio». Quanto alle critiche sugli hub smantellati, Figliuolo assolve le regioni. La «razionalizzazione» è stata condivisa dal governo, perché «non arriveremo mai al picco di 350 mila somministrazioni al giorno» della passata stagione».

Repubblica dice che c’è un piano per salvare il Natale. Il retroscena è firmato da Tommaso Ciriaco.

«La chiave, come al solito, sono i vaccini. Il governo li considera l'unico antidoto alla quarta ondata. Al virus che si riaffaccia, anche se per adesso meno che nel resto d'Europa. La garanzia per un Natale senza particolari restrizioni. Per questo, prepara una strategia in tre mosse. La prima: entro pochi giorni, allargare agli over 50 la terza dose. La seconda: vaccinare da dicembre non meno del 50% dei 3,3 milioni di ragazzi tra i 5 e gli 11 anni. Infine: somministrare la terza dose a tutti gli italiani, probabilmente a partire da febbraio. Il contagio, va detto, è al momento sotto controllo. I dati non allarmanti, nonostante l'alto numero di tamponi. Detto questo, anche in Italia il tasso di positività è in risalita. Diventa allora prioritario "resistere" fino alle vacanze di fine anno. Così vuole Mario Draghi, che considera vitale mantenere aperto il Paese anche - anzi, soprattutto - durante la seconda metà di dicembre: da sempre, il periodo in cui schizzano i consumi. Diverse proiezioni, però, indicano che il trend del contagio crescerà ancora per diverse settimane. Quante? Senza uno scatto di reni nella vaccinazione di massa, fino a fine gennaio. Con un'accelerazione della campagna vaccinale, al massimo fino a Natale, per poi assestarsi e infine calare. Ed è proprio questo l'obiettivo del governo. A differenza del passato, è però impossibile paragonare l'andamento della curva con quello degli altri Paesi europei: diverso il tasso di vaccinazione, diverse le restrizioni, diversa l'evoluzione della pandemia in ogni singolo Stato dell'Unione. I vaccini, si diceva. Per il momento, non c'è nulla di concreto rispetto alla possibilità di imporre l'obbligo per alcune ulteriori e mirate categorie di lavoratori. Resta però il fatto che le nuove prime dosi sono in drastico calo rispetto al passato. L'ultima rilevazione parla di circa 17 mila somministrazioni in 24 ore. Il tasso di copertura degli over 12 è l'86,45%, tra le quote più alte d'Occidente. Ma si può fare anche un ulteriore scatto in avanti per convincere chi ancora non è immunizzato, ritengono ai vertici dell'esecutivo. E rafforzare la barriera di chi ha già la doppia dose. Non solo per gli over 60. Ma anche per il resto della popolazione. Speranza incontrerà nei prossimi giorni gli scienziati. Con loro, deciderà l'estensione entro pochissime settimane della terza dose agli over 50. A dire il vero, il ministro preferirebbe arrivare almeno agli over 40, ma gli esperti restano cauti perché intendono avere prima a disposizione i dati consolidati degli effetti del virus sui vaccinati con due dosi ad alcuni mesi dall'immunizzazione. Poi, probabilmente da febbraio, l'indicazione varrà per tutte le categorie, in modo generalizzato. L'altra data "sensibile" è dicembre. Per allora è attesa la decisione dell'Ema che autorizzerà la vaccinazione della fascia 5-11 anni. Un minuto dopo, il governo darà il via libera alla campagna per questi "under". Come detto, l'esecutivo considera fondamentale coprire la metà della platea (circa 1 milione e 650 mila ragazzi). Palazzo Chigi sa bene che non mancheranno le polemiche, visto che Matteo Salvini osteggia l'immunizzazione dei giovani. Ma Draghi andrà dritto, senza concedere spazi di mediazione al leghista. Anche per tutelare le lezioni scolastiche in presenza che sono per il premier, assieme alla ripresa economica, la sfida più importante. Di certo, l'atteggiamento dell'esecutivo non cambierà sul fronte delle misure di contenimento. È una scelta politica: alto tasso di vaccinazione, atteggiamento rigido sulle regole anti contagio. Non si pensa neanche lontanamente, ad esempio, alla possibilità di togliere l'obbligo di indossare al chiuso le mascherine. La sensazione, semmai, è che Paesi come Germania e Danimarca, che l'hanno abolito, lo reintrodurranno a breve. Ma non basta. Anche il Green Pass continuerà a rappresentare uno dei pilastri della strategia dei prossimi mesi. Per adesso, è legato allo stato d'emergenza. Ma potrebbe anche vivere autonomamente, naturalmente dopo aver approvato una norma con valore di legge. Esiste infine un altro strumento, poco considerato in questa fase, che sarà sfoderato senza eccezioni per bloccare l'eventuale insorgenza di focolai territoriali: il sistema a colori. L'ultima revisione lega le quattro zone - bianca, gialla, arancione e rossa - a ricoveri ordinari e terapie intensive. Due dati in crescita - ieri, in particolare - ma ancora sotto controllo. Dovessero schizzare in alto, scatterebbero le misure regionali di contenimento: obbligo di mascherine all'aperto in area gialla, blocco delle discoteche, oppure restrizioni per i commensali al chiuso e riduzione della capienza per i grandi eventi. Fino agli interventi più drastici, come i lockdown nelle Regioni che vanno oltre la soglia critica del 30% delle terapie intensive e 40% dei reparti ordinari. Tutte opzioni che il governo farà di tutto per evitare. Per farlo, è fondamentale un nuovo scatto sul fronte della campagna vaccinale».

MILANO, NO VAX CONTRO COMMERCIANTI

Oggi sarà il sedicesimo sabato di protesta contro il Green pass nel centro di Milano. I commercianti sono furiosi e hanno raccolto migliaia di firme contro i cortei. La Questura non ha dato i permessi, ma i manifestanti promettono di fare come gli pare e non accettano alcuna regola.

«Trattativa saltata, niente accordo. Milano si appresta a vivere, o per tanti subire, la sedicesima manifestazione No Green Pass in un clima di forte contrapposizione. Gli organizzatori delle marce No Vax-No Pass non hanno accettato la mediazione sul percorso del corteo proposta dalla questura, che concede piazza Duomo e corso Buenos Aires - come richiesto - ma non i punti sensibili come la sede della Cgil, della Regione Lombardia e della Statale. La loro «ferma opposizione» ha spinto così il questore milanese, Giuseppe Petronzi, per la prima volta dopo 15 edizioni di fughe, blocchi e tentativi di forzare i cordoni, a emettere un provvedimento di prescrizione. Imponendo cioè ai manifestanti un tragitto predefinito e un orario, dalle 17 alle 21, in cui manifestare. Ma i No Pass hanno già chiarito che non lo seguiranno. L'ennesimo sabato di proteste e di blocchi cittadini si preannuncia caldo e tormentato. Dopo mesi di compostezza, ci sono ora pezzi di città che stanno chiedendo a chi protesta «di non paralizzare la città». I commercianti, autori di una petizione online con migliaia di firme e, stimano, con dieci milioni di incassi bruciati dai cortei sregolati, tornano a chiederlo: «Così facendo non ottengono nulla - dice Gabriel Meghnagi, presidente della rete associativa di vie di Confcommercio Milano - se non danneggiare la città. Manifestare è un diritto, ma fatelo senza bloccare. Ritorniamo a un confronto, i bar e i negozi in quelle ore vengono massacrati». Un appello alla responsabilità condiviso anche dal sindaco Beppe Sala, che ricorda che oggi «ci saranno più forze dell'ordine rispetto a sabato scorso, quando in molti erano a Roma per il G20. A questo punto vedremo cosa succederà». Sala che da una settimana è sottoposto a una vigilanza più alta con pattuglie che passano più spesso sotto casa, dopo le minacce di morte subite e i primi due autori indagati. E che aveva auspicato «un patto tra chi manifesta e le forze dell'ordine», finora respinto al mittente dai manifestanti, che invece revocano il preavviso e avvisano fin d'ora che «se vedete un corteo che segue quel percorso non è quello dei No Green Pass». I quali, almeno nelle intenzioni, proveranno come sempre a fare di testa loro».

CONCORENZA, L’EUROPA CRITICA DRAGHI

Bruxelles torna a bacchettare il governo italiano. Lo fa sulla concorrenza perché il nostro Paese non interviene "su balneari e ambulanti". Palazzo Chigi prepara intanto nuovi provvedimenti per favorire la concorrenza. Il punto sulla Stampa è di Ilario Lombardo e Luca Monticelli.

«Da Palazzo Chigi garantiscono che non è finita qui: arriveranno altre misure pro concorrenza a favore di imprese e consumatori. La linea non è tenere il nodo balneari in stand-by, lasciando l'iniziativa al prossimo governo. Tuttavia bisognerà vedere se la partita del Quirinale cambierà lo scenario attuale. Mario Draghi non ha vissuto bene il richiamo dell'Europa che chiede a Roma di adeguarsi «rapidamente» alla direttiva Bolkestein. Il premier si attendeva la censura di Bruxelles, un atto dovuto al quale però vorrebbe rispondere dopo la sentenza del Consiglio di Stato sulle spiagge, soprattutto se la direzione tracciata dai giudici fosse la stessa auspicata dalla Commissione. Nonostante i rilievi, nei contatti tra esecutivo e i delegati italiani a Bruxelles, è emersa comprensione per questo passaggio molto difficile e la sua portata politica nella maggioranza. Intanto, Draghi prende tempo. Ha portato a casa il ddl sulla concorrenza previsto dal Pnrr dopo quattro mesi di tavoli tecnici, pressioni e rinvii. L'obiettivo è stato raggiunto, ma la partita, appunto, non è chiusa. In tanti si aspettano un secondo tempo. Che farà il presidente del Consiglio stretto nella morsa di Bruxelles che lo bacchetta e dei tassisti che preparano la protesta? Proprio sui tassisti filtra stupore dall'ufficio del premier: Draghi è sorpreso dalla loro reazione di fronte a una delega ancora molto generica. Il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri, infatti, ha il sapore di un compromesso con i partiti e le lobby per limitare i danni nell'immediato. Un po' come avvenuto prima con la riforma fiscale e poi con la manovra. Non a caso, Draghi, riferendosi alla mappatura delle concessioni in essere che l'esecutivo definirà entro sei mesi, ha citato il catasto. Una fotografia che verrà scattata per avere un quadro chiaro di chi detiene le concessioni, da quanto tempo e quanto paga. Una mossa per rendere pubblica una situazione a dir poco controversa e che porti finalmente all'applicazione della direttiva Bolkestein. Solo per i balneari, su 30 mila concessioni demaniali marittime, due terzi dei titolari pagano una locazione inferiore ai 2.500 euro l'anno. Quindi, a giugno, varata la mappatura, cosa succederà? Innanzitutto c'è da capire se Draghi sarà ancora a Palazzo Chigi, inoltre la scadenza dei sei mesi non dà automaticamente il via al riordino di spiagge e ambulanti. La legge sulla concorrenza non lo dice. Mentre indica tempi certi per la nuova normativa a cui si oppongono i tassisti: un decreto legislativo nell'ambito della delega sul trasporto, da emanare anch' essa entro sei mesi. Perciò, a giugno, sempre che questo esecutivo resti in carica, taxi e noleggio con conducenti saranno dentro un nuovo sistema, balneari e ambulanti no perché per loro non è prevista alcuna tempistica. Però, le motivazioni della sentenza del Consiglio di Stato potrebbero accelerare questo processo, è quello che Draghi e il suo consigliere giuridico, Marco D'Alberti, si augurano. Partiti e lobby permettendo. L'esempio del catasto docet: dopo una durissima battaglia con Salvini, Draghi derubricò la riforma a un esercizio utile per il futuro, per un intervento del prossimo governo. La Lega ha già rivendicato la vittoria contro la Bolkestein, associazioni e aziende del settore esultano. Sui tassisti, il ministro Giancarlo Giorgetti l'ha detto anche l'altro giorno: «Va tutelato chi una licenza ce l'ha già». L'emendamento del Carroccio da presentare in Parlamento è già pronto. Il consesso dei gruppi economici e politici interessati a mantenere lo status quo è ampio. A rompere questo schema c'è l'Europa, che punta proprio sull'ex governatore della Bce. «Siamo al corrente degli ultimi sviluppi in Italia sulle concessioni balneari. È una prerogativa italiana decidere come procedere. Per noi è importante il contenuto, non la forma che prenderà questa riforma», sostiene un portavoce della Commissione. «È fondamentale - aggiunge - che le autorità italiane mettano rapidamente in conformità la loro legislazione con il diritto europeo».

Per Nicola Porro, che scrive l’editoriale del Giornale, sulla concorrenza Mario Draghi è vittima di un eccesso di compromesso. Deve essere più deciso.

«All'ingresso dell'Istituto Massimo i gesuiti fecero imprimere la massima del loro fondatore romano: Cunctando restituit. Temporeggiare è utile. Certo i padri che per anni vi insegnarono, da padre Rozzi a padre Massa, quel detto così guerresco e laico in fondo non lo hanno mai digerito. Al principe Massimo hanno sempre preferito Ignazio di Loyola. Ma a leggere le ultime mosse di Mario Draghi, che per anni ha frequentato quelle aule, c'è da credere che quel consiglio abbia fatto presa. Basta mettere in linea le ultime mosse di politica economica del premier. Uno tosto e che conosce bene gli affari economici. Uno che è entrato nella Treccani per il suo Whatever it takes, intendendo che sulla difesa dell'euro non avrebbe temporeggiato. Ebbene oggi sembra un principe del compromesso. L'ultima occasione è stata la legge sulla concorrenza. Una pietanza insipida. È riuscito con una normetta a mettere in grande difficoltà le case farmaceutiche italiane di fatto rendendo economicamente inutili i loro brevetti; nel frattempo ha però difeso i balneari, ha dato un colpetto ai tassisti e ha risparmiato i notai. Si potrà detestare Bersani e le sue lenzuolate, ma quando furono approvate, segnarono una discontinuità. Ha scritto una finanziaria, gran parte in deficit, dove ha salvato il reddito di cittadinanza iperfinanziandolo, ha trovato una mediazione su quota 100 e sul taglio delle tasse, ha messo poche risorse, e tutte da definire. Sulla casa ha impostato una riforma dei valori catastali, prevedendo che siano quelli del mercato, ma che avranno valore fiscale non prima dei prossimi cinque anni. Insomma ha caricato il bazooka, ma si è impegnato a non sparare. Infine sulla grande partita finanziaria del Monte dei Paschi non ha chiuso l'affare e con probabilità chiederà più tempo all'Europa. Draghi si abbraccia con Landini e strizza l'occhio ad Orlando sugli ammortizzatori sociali, ma tiene dentro anche Salvini su tasse e mancate liberalizzazioni. Dal punto di vista politico, funziona. Non c'è che dire. Ma è ciò che ci aspettiamo da Draghi? Nessuna grande riforma è stata portata a casa. Quella della giustizia è un brodino caldo, utile solo per cancellare gli effetti più assurdi di quella Bonafede. Ha fatto nomine, si veda Scannapieco alla Cdp e Giavazzi a Palazzo Chigi, che facevano pensare ad una piccola rivoluzione liberale. Siamo finiti alla massima del principe Massimo. Qualcuno ritiene che ciò derivi dalla sua aspirazione a salire al Colle, più probabile che sia la difficoltà, in questo Paese e senza una maggioranza, di mettere a terra, come oggi si dice, le vere riforme che servono».

GLASGOW, I GIOVANI DELL’AMBIENTE

Migliaia di giovani hanno invaso il centro di Glasgow per sensibilizzare i leader della Cop 26 sull'urgenza di agire in favore del clima. Guidati da Greta. E oggi potrebbero essere molti di più. La cronaca dalla Scozia per Avvenire è di Angela Napoletano.

«Vista dall'alto di Blythswood Hill, l'avanzata dei giovani ambientalisti che ieri hanno marciato su Glasgow, a pochi chilometri dal campus che ospita la Conferenza Onu sul clima (Cop26), per chiedere azioni concrete contro il riscaldamento globale appare come la versione più fresca e colorata del "Quarto Stato" di Pelizza da Volpedo. Catherine, 73 anni, aspetta seduta a una panchina che la vivace sfilata arrivi sotto i suoi occhi perché possa applaudire, dice, alla «determinazione» di questi ragazzi. «Il mondo - sottolinea - appartiene a loro». Organizzata da Fridays for Future, il movimento che raggruppa diverse sigle dell'attivismo ambientalista under 25, la manifestazione ha chiamato a raccolta più di ventimila persone. Quelle attese a un'altra protesta, in programma oggi, potrebbero essere molte di più. Tra gli striscioni, i cartelli e le bandiere multicolore sventolate da giovani arrivati in Scozia da ogni parte del Regno Unito, dell'Europa e del mondo ci sono anche le "eroine" più famose della causa climatica globale: l'ugandese Vanessa Nakate, ricevuta il giorno prima dal principe Carlo, e la svedese Greta Thunberg salita sul palco dopo la sfilata a sottolineare l'ennesimo «fallimento per due settimane» di un vertice internazionale sul clima. «Come le precedenti, Cop26 è il festival del bla, bla, bla - ha detto - quello che, forse più di altri, ha escluso le vo- ci dal basso». Non si può affrontare la minaccia del cambiamento climatico, ha condannato, «con gli stessi metodi », fondati su «cavilli e statistiche incomplete», che salvaguardano «il business as usual». Nel serpentone di teenager e ventenni che si è snodato da Kelvingrove Park a George Square si confondono anche molti bambini accompagnati da genitori o educatori. Diversi persino i neonati scarrozzati dalle mamme in marsupio o passeggino. I nonni si aggiungono appoggiandosi a bastoncini per il trekking o in bicicletta. Il repertorio degli slogan urlati a squarciagola, è vasto e fantasioso: «Salviamo il pianeta», gridano. «Giustizia climatica, adesso», «madre terra ci chiama », «dateci soluzioni, non false promesse». Qualcuno, tra i gestori dei pub e dei ristoranti ai margini delle strade, lancia bottigliette di acqua gratis a chi le chiede. Nella massa festosa e colorata si distingue un gruppo di adulti in tenuta ospedaliera: sono medici, infermieri e ostetriche scese in strada perché, spiega Elisabeth, 54 anni, di Durham, «preoccupati per le conseguenze che il cambiamento climatico avrà sulla salute dei più giovani». Lukas ha dieci anni e marcia con i Fridays for future insieme alla mamma. Come tanti altri piccoli dimostranti, ha saltato la scuola pur di partecipare alla manifestazione. Molti l'hanno definita «sciopero ». La cosa non è sfuggita al premier britannico Boris Johnson che, sì, ha elogiato la «passione» dimostrata dai ragazzi sull'ambiente ma ha bollato come «dannosa» la decisione di saltare le lezioni. «Il pianeta però è anche mio - argomenta Lukas cercando con lo sguardo conferme dalla madre -: sono molto preoccupato per quello che ci potrebbe succedere». Il problema delle lezioni mancate non riguarda invece David, studente universitario a Leeds, attratto in Scozia dal carisma della svedese Greta. «È riuscita a mobilitare una generazione intera - ha osservato - e ad aprirci gli occhi». Il passo successivo? «Mi piacerebbe fare politica - ti dice dritto negli occhi -, passare dall'altro lato della barricata per cambiare davvero le cose. Devo però sbrigarmi. Se tutto va bene, entro la prossima Cop avrò anche una laurea in legge che mi aiuterà a dare battaglia».

Maurizio Crippa sul Foglio ragiona a proposito di Greta e dei giovani in piazza. Sottolineando che qualche risultato importante la Cop26 l’ha raggiunto.

«Greta Thunberg può essere la salvatrice del pianeta o risultare simpatica come una boccata di CO2, non è il punto. Ieri, in un parco di Glasgow, ha radunato quindicimila giovani (e forse altrettanti giornalisti, trasognanti nostalgia per le belle rivoluzioni che furono). Il suo Friday è apparso con evidenza l'esibizione di un contropotere: una sfida ai "grandi" riuniti là dentro per "il festival del greenwashing". Il ruolo svolto da Greta Thunberg - ma ormai le giovani leader della protesta climatica si sono moltiplicate e vengono da ogni parte del mondo: la macchina mediatica divora le novità - per mettere il clima al centro del dibattito mondiale è innegabile. Filippo Sensi ha scritto un tweet: "Di - te quello che vi pare della ragazza, ma per quello che sta facendo sul clima e l'ambiente fate mejo figura a dirle solo: grazie". Ineccepibile. Il punto è però guardare la fotografia del trionfo di Glasgow dal lato giusto. Che non è quello instagrammato e photoshoppante offerto dai media. Rep. apriva la sua gallery con due sorridenti ragazze con la mascherina, ognuna con un cartello di disarmata e adolescenziale stupidera: "Non lasciate che il mondo diventi hot come Johnny Depp" ( e qui affiora forte il sospetto che i cartelli li abbiano scritti le loro mamme). Il punto è lo step successivo. In questi giorni la Cop26 - tra contraddizioni e ipocrisie - sta provando ad affrontare esattamente i temi posti dai Fridays for Future. Solo che i media hanno passato più tempo a intervistare "i ragazzi" che a spiegare i fatti. Quelli venuti in bicicletta per non inquinare, quelli che dormono sotto la tenda per non cementificare. Servizi "di colore". Non è questione di stile giornalistico o politico ( la politica fin troppo disponibile alle moine, a parte qualche leader vero), ma di concetto. E' sacrosanto ascoltare i compagni di Greta e persino certi ultimatum troppo simili ad astratti furori. Ma poi le risposte vanno chieste ad altri. Ai politici e decisori globali. E soprattutto alla scienza, alla finanza, all'industria. Greta dice che "la Cop sarà un fallimento". Eppure, la Glasgow Financial Alliance for Net Zero ha promesso centomila miliardi per sostenere la transizione, con l'adesione di 450 società da 45 paesi. Gli accordi sul carbone sono stati vanificati dalle scelte della Cina ( e degli Stati Uniti), eppure oltre 90 paesi hanno deciso di ridurre le emissioni di metano. E lo stop alla deforestazione è stato firmato dall'85 per cento dei paesi partecipanti, compreso il Brasile. La rivoluzione green nasce prima di Greta. Basta ricordare la Business Roundtable del 2019, in cui grande finanza e industria americana dichiararono che era venuto il tempo di una grande svolta sostenibile, accompagnata da una riconversione industriale ed energetica. Un indirizzo che, però, non aveva un grande appeal. I Fridays for Future hanno fornito il detonatore, coniugando l'allarme ambientale al cambio di paradigma economico. Ma i media se ne stanno furbamente a lisciare i ragazzi, anche se non hanno risposte da dare. In piazza ieri c'erano anche cartelli con scritto "Socialist change to end climate change", in mano ad adolescenti che probabilmente non hanno mai sentito nominare Chernobyl. Buona parte di loro si ispira a reti come Extinction Rebellion, che sogna di bloccare l'approvvigionamento di materie prime. Tra loro c'è probabilmente chi pensa che non si debbano fare figli perché inquinano. Così, è il loro "bla bla" a essere inutile. L'ambientalismo non è un giardino d'infanzia».

INCHIESTA OPEN: “HA FAVORITO L’ASCESA DI RENZI”

Giornata d’inchieste giudiziarie sui politici e di rivelazioni dei giornali. Gianluca Paolucci e Giuseppe Salvaggiulo per La Stampa fanno il punto sull’inchiesta che riguarda la fondazione Open.

«Sono tre i fili tirati dalla Procura di Firenze per dimostrare che la fondazione Open, a dispetto della veste statutaria, era stata costituita sin dal 2011 come «struttura a medusa» finalizzata esclusivamente, sotto forma di «surrettizia simbiosi», a supportare «l'ascesa politica» di Renzi: le spese sostenute per le iniziative politiche del leader e della sua corrente; le dazioni di imprenditori intermediate da finte consulenze legali per celare un «do ut des» politico-affaristico con provvedimenti legislativi di favore; l'uso del patrimonio della fondazione per soddisfare esigenze personali di Renzi e dei suoi accoliti, estranee dunque non solo alla mission di Open ma anche all'attività strettamente politica. A quest' ultimo filo fa riferimento una tabella riassuntiva, elaborata dalla Guardia di finanza e valorizzata dal tribunale del riesame come «interessante», che calcola in 550mila euro in meno di sette anni «il costo dei servizi alla persona fruiti da Renzi e sovvenzionati dalla fondazione». Quindi non fatture relative a eventi come la kermesse della Leopolda, ma spese vive personali. «Le voci - spiegano i giudici - sono costituite da editoria, libri, giornali e riviste, acquisti di carburante e lubrificanti, spese alberghiere, pedaggi autostradali, biglietteria varia, spese per ristoranti, rimborsi spese a piè di lista, locazione di sale, palchi e teatri, spese telefoniche e telefoni cellulari, internet, noleggio auto, altri costi come scontrini e documenti non intestati, servizi fotografici e riprese video, contributi ed erogazioni liberali, acquisti vari». Secondo i calcoli degli investigatori, queste spese hanno un andamento mutevole negli anni. Partono da 33mila euro nel 2012, esordio dell'attività della fondazione, crescono esponenzialmente nel 2013 (quando Renzi vince le primarie e diventa segretario Pd), calano nel 2014, 2015 e 2016 (con Renzi a Palazzo Chigi) a livelli compresi tra 28mila e 42mila euro annui, s' impennano nuovamente nel 2017 fino allo scioglimento a metà 2018, con Renzi uscito da Palazzo Chigi e alla riconquista del Pd: oltre 250mila euro. A quest' ultimo periodo si riferisce, per esempio, il volo privato per Washington del giugno 2018: 135mila euro pagati dalla fondazione per consentire a Renzi di partecipare alla cerimonia in memoria di Bob Kennedy, leggendo in inglese due minuti e mezzo di un brano del celebre discorso (di Kennedy) sul Pil. Dalle fatture pagate da Open emerge la passione di Renzi per i libri. Soprattutto i suoi. Nel 2012 ce ne sono due delle librerie Rizzoli, in totale 4.725 euro, per l'acquisto di copie dei libri "Fuori" e "Stilnovo" scritti da Renzi (allora sindaco e candidato alle primarie Pd) e pubblicati da Rizzoli. Allo stesso periodo appartiene una fattura di 713 euro per una cena all'hotel Four Season di Firenze, successiva al comizio di Renzi al Mandela Forum. A tavola con lui sono in sei. Inizialmente intestata all'ufficio del cerimoniale del sindaco, la fattura viene poi girata alla fondazione con un post-it della segretaria: «Renzi, Brizzi&Co. NB: far cambiare intestazione». Ancor più significativa, 5.600 euro, la fattura dell'hotel Palazzo Ruspoli di Firenze per «soggiorno Renzi» tra fine settembre e inizio dicembre. Anche Lotti e Boschi sono accusati di aver beneficiato di «beni e servizi», ma per importi decisamente minori (27mila e 6mila euro) e per lo più relativamente a viaggi e rimborsi benzina. Entrambi erano titolari di bancomat della fondazione. La difesa di Lotti sostiene che, da ministro, differenziava le spese per l'attività istituzionale da quelle per la fondazione. L'imputabilità personale delle singole spese e la riconducibilità all'attività della fondazione sono i temi al centro dell'udienza preliminare, insieme alla questione di fondo sulla «simbiosi» fondazione-corrente di partito. Sollevata dagli avvocati di Carrai con un terzo ricorso in Cassazione. Renzi, invece, chiederà una proroga del termine per esaminare tutti gli atti e decidere se farsi interrogare. Nel frattempo polemizza contro pm e giornali per «un processo celebrato nel tempio del giustizialismo: lo spazio media e social in violazione della privacy e delle guarentigie parlamentari», per cui ha chiesto al Senato (dove però è entrato solo nel 2018) di dichiarare inutilizzabili le sue comunicazioni».

DE LUCA INDAGATA PER CORRUZIONE

Al centro di un presunto «Sistema Salerno» il Presidente della Campania Vicenzo De Luca è indagato per corruzione. L'inchiesta mette nel mirino gli affidi diretti del Comune di Salerno (quando De Luca ne era sindaco) a otto cooperative per la manutenzione del verde e delle strade in cambio di voti. Adriana Pollice per Il Manifesto:

«Diretta social del venerdì, il presidente della Campania Vincenzo De Luca si lancia in commenti a tutto campo da Roma Capitale al G 20, passando per i casi Covid di Trieste. Neppure un accenno all'inchiesta di Salerno su cooperative e voto di scambio eppure proprio ieri gli è stato notificato l'avviso di proroga delle indagini. De Luca è stato iscritto nel registro degli indagati per concorso in corruzione. Del governatore ha parlato ai pm il dominus delle coop Fiorenzo Zoccola, che ha raccontato «il sistema Salerno» e «il cerchio magico» deluchiano. Ventinove gli indagati, le accuse sono turbata libertà degli incanti, induzione indebita, associazione per delinquere, corruzione. Il sindaco di Salerno Vincenzo Napoli, rieletto il mese scorso, è sospettato di turbativa d'asta. Il caso è esploso lo scorso 11 ottobre: 10 misure cautelari per fare luce su affidamenti diretti a 8 cooperative che, a partire dal 2002, si sono viste assegnare con proroghe continue la manutenzione del verde, dei parchi pubblici, delle strade. Un giro di affari da 1,6 milioni l'anno. Si presentavano come coop sociali per il recupero dei lavoratori disagiati ma in realtà, secondo la Procura, operavano come ogni altra srl per profitto personale. Per aggirare le norme, i lavori venivano divisi in lotti in modo da poter fare affidi «sotto soglia» evitando i bandi pubblici, eludendo la concorrenza e provocando un danno alle casse del comune. A gestire i rapporti tra coop e politica ci pensava Zoccola, a cui fanno capo Terza dimensione e 3SSS: finito in carcere, ha risposto ai pm rendendo approfondite dichiarazioni, piene di omissis, una collaborazione che gli è valsa i domiciliari. In uno dei verbali si legge: «Esiste un accordo ben preciso tra le cooperative e la politica che è teso a garantire alle prime continuità lavorativa in cambio di voti da parte di coloro che ne sono formalmente soci ma che in realtà sono dipendenti. Le cooperative non esauriscono questo sistema che trova, invece, la sua massima espressione nelle società partecipate e municipalizzate». Su partecipate e municipalizzate punta il prossimo fronte dell'inchiesta. Cinque volte sindaco di Salerno a partire dal 1993, il governatore è al centro dei verbali di Zoccola, i due si conoscono dagli anni '80. I due si erano visti a giugno 2020 e avevano parlato di voti. Spiega Zoccola ai pm: «Garantivo l'equilibrio. Significa garantire che tutti potessero lavorare. Significa che, nella consapevolezza di tale mio ruolo di interfaccia con il Comune, veniva prestata adeguata considerazione alle indicazioni di voto che fornivo alle altre cooperative. Ad esempio, l'indicazione del presidente De Luca circa la ripartizione dei voti alle regionali tra Savastano e Picarone, nella misura del 70 e 30%». Franco Picarone, fedelissimo di De Luca, è stato eletto nel Pd a settembre 2020 con 21mila voti, Nino Savastano in Campania libera (la civica deluchiana) con 16mila voti. Savastano è ai domiciliari: condannato per abuso d'ufficio nel 2008 e poi riabilitato, è stato assessore comunale alle Politiche sociali nelle giunte di De Luca. AI PM Zoccola dichiara: «I miei riferimenti sono Vincenzo e Roberto De Luca (figlio minore del governatore ndr). Con Piero non ho rapporti perché non c'è affinità». Piero è il primogenito, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera. La vecchia guardia del padre lo accusa di volerli estromettere per favorire persone a lui legate. Dopo le elezioni, il 24 settembre 2020, Zoccola spiega a Savastano di aver parlato con Roberto: «Gli ho detto: ci siamo rotti il cazzo, avete avuto un'altra dimostrazione che cinque vostri candidati della vecchia guardia hanno fatto il culo a tutti quanti a Salerno, hanno preso 21mila voti, tuo fratello ne ha presi 2.400». Zoccola decide di passare al centrodestra: «Dissi a Savastano, dopo le elezioni, che avrebbe dovuto riferire a Vincenzo che non avrei più fatto campagna elettorale: avevano ridimensionato il ruolo di mio fratello in una partecipata del comune». Relazioni tese da tempo. A giugno 2020 c'era stata una perquisizione, le coop avevano cambiato gli amministratori per sviare le indagini. Nella sede del consorzio di Zoccola vengono sequestrati un «Promemoria per il presidente» e uno «per il dottor Roberto De Luca». Nel primo Roberto Nobile, rup del comune, viene definito «il responsabile di tutti i mali»: Zoccola ne chiede la rimozione perché aveva escluso le sue coop dal bando del 2017».

LEGA, “SALVINI È USCITO VINCENTE”

Per il Giornale, nella Lega non ci sono più problemi, dopo il Consiglio federale convocato per qualche battuta di Giorgetti. “Il Capitano è uscito vincente” scrive Chiara Giannini. Ah, ecco.

«Matteo Salvini si è ripreso la Lega o, meglio, se l'è tenuta ben stretta. Dopo il Consiglio Federale che ha rinnovato la fiducia al suo segretario, confermando quella linea identitaria sovranista che dà una connotazione politica decisa al partito del Carroccio, ieri è stato il giorno delle prove di distensione. Il Capitano è uscito vincente da qualsiasi tentativo di affossamento da parte di chi gli ha criticato di essersi circondato di cattivi consiglieri, dimostrando che lo zoccolo duro della Lega ancora regge ed è con lui. Le polemiche sollevate dal suo vice, Giancarlo Giorgetti, con qualche frase infelice sui film western che sarebbe stata estrapolata dalle anticipazioni del libro di Bruno Vespa sembrano carta straccia del giorno dopo. Certo, i dissapori su certe posizioni, soprattutto quella legata all'Europa, ancora covano sotto la brace, ma Salvini è stato categorico, niente Ppe, punta a un grande gruppo, identitario, conservatore e di centrodestra, alternativo ai socialisti. In casa Lega confermano che difficilmente l'ex ministro dell'Interno si farà convincere del contrario. Dalla sua, d'altronde, ha il consenso. Adesso si aprono diverse partite, da quella per il Presidente della Repubblica, con lo stesso Salvini che strizza l'occhio al premier Mario Draghi, fino a quella per le elezioni politiche. Il leader leghista mira a «un governo liberale di centrodestra fondato su alcuni valori come la difesa della famiglia, delle libertà e il taglio delle tasse». Intanto c'è chi forse pensa di dargli fastidio, andando a braccetto con l'avversario, in un gioco di poltrone che stride coi principi della Lega. In un Viminale che già vede la presenza scomoda del sottosegretario all'Interno Nicola Molteni, impegnato da dentro a far passare messaggi sulle carenze delle Forze dell'ordine e sulla linea sbagliata sui migranti, Roberto Maroni si fa mettere al vertice della Consulta per l'attuazione del Protocollo d'intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura stacco tra Forza Italia e la Lega, a favore di quest' ultima, di poter sviluppare un ruolo ed essere punto di compromesso per la leadership. Le cose sono andate diversamente e lui ha preferito, secondo fonti interne, «far dispetto e farsi nominare nell'inutile Consulta». Ma per cosa, visto che l'organismo è, appunto, consultivo e non ha di fatto poteri? Appunto, per un capriccio. In casa Lega dicono «dimostrando miopia, visto che sta dando un assist alla Lamorgese per la quale il partito del Carroccio è un cilicio». Insomma, Maroni accetta di entrare in una scatola vuota, rilascia interviste a Repubblica e si mette in una posizione di opposizione al suo partito, a cui crea forte imbarazzo. Qualcuno azzarda: «Forse è lui che dovrebbe farsi consigliare».

5 STELLE, IL MOVIMENTO FUORI CONTROLLO

Analisi cruda di Luca De Carolis sul Fatto a proposito di quello che sta avvenendo nei 5 Stelle. È allarme rosso per Giuseppe Conte.

«Lo stato delle cose nel M5S lo dipinge un parlamentare, uno di quelli che sanno far di conto: "Nel Movimento nessuno controlla davvero nessuno". Ed è il primo grano del rosario di spine per Giuseppe Conte, che per giocare al tavolo per il Quirinale dovrebbe presentarsi con truppe compatte, e invece ha dei gruppi parlamentari dove regnano il malessere e la voglia di vendette. Con un generale, Luigi Di Maio, che pare al centro di ogni cosa anche quando sta fermo, e un ex ufficiale, Alessandro Di Battista, che minaccia di farsi un suo esercito, ma potrebbe ancora rientrare nei vecchi ranghi, però alle sue condizioni. Così Conte deve sbrigarsi, a trovare soluzioni. "Chi ci vuole divisi non coglie mai nel segno" ha assicurato Conte giovedì sera davanti a Montecitorio, mentre annunciava che la nuova capogruppo in Senato sarà Maria Domenica Castellone, al posto dell'uscente Ettore Licheri. Erano entrambi accanto a lui, tra abbracci e sorrisi, mentre l'avvocato provava a sminuire la portata di un pasticciaccio politico. Perché è un fatto che Licheri, sostenuto da Conte, si sia fatto da parte per evitare guai peggiori dopo che la prima votazione tra i senatori aveva portato a un clamoroso 36 a 36 con la Castellone, prossima a raggiungere il quorum dei 38 voti. Al leader non era servito neppure muovere appositi emissari (il vicepresidente del M5S , Mario Turco, ad esempio). Così la vittoria di fatto di Castellone - anche lei contiana, ed è un paradosso - conferma che il gruppo fibrilla anche nel Senato, che pure è sempre stato il fortino dell'ex premier. E alimenta i timori per ciò che potrà avvenire alla Camera, dove il capogruppo Davide Crippa rimarrà al suo posto almeno fino al 12 dicembre, nonostante Conte ne reclamasse le dimissioni anticipate per sostituirlo con Alfonso Bonafede. Ma Crippa, forte anche del sostegno di Beppe Grillo, è rimasto dov' era. E sta seriamente pensando di ricandidarsi, peraltro con buone possibilità di farcela, nonostante la rumorosa frattura con Conte, con cui i rapporti sono a oggi inesistenti. Per questo alcuni pontieri lavorano per evitare una sfida con Bonafede, che potrebbe avere conseguenze ferali a ridosso dalle votazioni per il Colle. Mentre si fanno anche altri nomi, come quello di Vittoria Baldino. Il nodo delle votazioni passate e di quelle future incrocia quello del peso di Di Maio, l'altro leader. Voci contiane lo accusano di aver spostato voti in favore della Castellone, con apposite telefonate. Più verosimile che vero. Di sicuro ha dato fastidio la ressa di big alla presentazione del suo libro, proprio il giovedì in cui Licheri "scivolava" in Senato. E di certo Di Maio, non dissimula il suo attivismo tra una pizza con Giancarlo Giorgetti per parlare di Quirinale e Rai e un G20 , quello che a Conte è sembrato un mezzo flop e che il ministro invece ha celebrato con note da trionfo. Per gestire la partita per il capogruppo di Montecitorio si dovrà passare anche da lui, per nulla ostile a Crippa. Perché è l'unico, a parte l'avvocato, che possa muovere ancora qualche eletto. Conte lo sa. Ma tra l'ex premier e Di Maio sono tornati i soliti sospetti. Sarà anche per i viaggi che ha fatto in Bolivia, ma a Di Battista la guerriglia politica piace. Così l'ex 5Stelle gira l'Italia in tour e continua a ventilare di farsi un suo partito. "Non escludo di formare un nuovo movimento" ha ribadito a Tpi. L'ex deputato è assaltato da ex grillini e parlamentari ancora nel M5S , perché le sue idee da Movimento prima maniera e la sua ostilità al governo Draghi piacciono. Ma sa che costruire qualcosa di nuovo sarebbe complicato ("ci vuole molto tempo"). E con certe garanzie tornerebbe in un M5S che uscisse dal governo Draghi. In questi giorni, raccontano, ha risentito Conte, con cui il filo non si è mai spezzato. L'ex premier spera ancora di recuperarlo, lo dice ovunque. Ma Di Battista aspetta segnali concreti, e nell'attesa scuote l'albero con il tour (la prossima tappa dovrebbe essere in Sicilia, entro fine mese). Nei colloqui privati si paragona al Grillo che nel 2006 portò all'allora premier Romano Prodi un elenco di proposte. "Se non ci ascoltano li licenziamo" disse a suo tempo il comico. Anni dopo, Di Battista sente di poter condizionare il suo ex Movimento. "Intanto creo consenso, poi si vedrà" ragiona con i suoi. Perché lui di fretta non ne ha.».

PARLA ALPA: “NON SONO IL MENTORE DI CONTE”

Paginata sul Corriere della Sera dedicata a Guido Alpa, che viene intervistato da Stefano Lorenzetto, l’integrale è nei pdf. Qui i passaggi centrali del colloquio.

«Biologo mancato, giurista per caso. «Cominciai ad amare il diritto dal terzo anno di università. Dal giorno in cui il mio maestro Stefano Rodotà, dovendo spiegarci il concetto di proprietà, trasse di tasca alcuni foglietti e ci lesse le lettere che i soldati avevano scritto al condottiero Oliver Cromwell per suggerirgli come disciplinare la materia in Inghilterra. Prima nessuno di noi capiva i valori in campo dietro le astruse formule giuridiche, ci limitavamo a consultare il codice». Perché scelse il diritto civile? «Perché costruisce la società, mentre quello penale serve più che altro a colpire. Ma ero affascinato anche dalle lezioni del professor Carlo Federico Grosso». Primo difensore di Annamaria Franzoni nel processo per il delitto di Cogne. «Mi avrebbe visto in tv da Bruno Vespa a esaminare il plastico della villetta?». Il suo primo caso in tribunale? «Un incidente d'auto a Genova. Con i giudici Vito Monetti e Giancarlo Pellegrino mi confrontai su un criterio: non quello del reddito perduto a causa del sinistro, bensì della lesione alla salute. Da lì nacque il cosiddetto danno biologico». Come conobbe Giuseppe Conte? «Era già assistente di Diritto civile alla Sapienza quando io vi arrivai nel 1991. Non sono stato né il suo maestro né il suo mentore. Abbiamo lavorato insieme a qualche pratica e scritto un libro a quattro mani, ma non è mai stato mio associato. I nobili Pasolini dall'Onda gli diedero in affitto lo studio sopra il mio. Lo chiuse quando divenne premier. Mi sembrò un delitto, perché lo stimo molto, è un finissimo giurista». Avete mai emesso fatture insieme? «Si riferisce alla pratica affidataci da Rodotà, all'epoca garante per la privacy, in difesa del suo ufficio contro la Rai? O alla persecuzione delle Iene per dimostrare che ero nella commissione di un concorso vinto da Conte? Un assedio durato mesi. Una sera me le ritrovai appostate in aeroporto nonostante all'ultimo momento avessi cambiato il volo Genova-Roma. A tutt' oggi non riesco a capire chi abbia potuto allertarle». Il miglior pregio di Conte? «È molto intelligente. E anche molto paziente e molto tenace». Il peggior difetto? «Non ha la percezione del tempo. Arriva in ritardo agli appuntamenti perché si dimentica di caricare l'orologio». Quando gli fu proposto di fare il presidente del Consiglio, si consultò con lei? «No. La sua carriera pubblica è autonoma rispetto alle mie idee. Non fui tra coloro che gioirono per quell'incarico. Pensavo, e penso, che fosse un errore dedicarsi alla politica a tempo pieno». È normale che abbia presieduto due governi consecutivi di segno opposto? «Gli posi la stessa obiezione. Mi rispose che aveva un suo progetto da perseguire con entrambe le coalizioni». E qual era questo progetto? «Conte è profondamente religioso. È molto sensibile alla giustizia sociale, ai diritti fondamentali, alla tutela dei deboli. In loro vede l'immagine di Cristo». Lei no? «Con il tempo la mia religiosità è diventata laica. Però anch' io mi sento vicino ai poveri, agli umili, agli immigrati». Per questo ha meritato la commenda dell'Ordine di san Gregorio Magno presieduto da papa Francesco? «Quella la ebbi da Benedetto XVI». Mi risulta che il cardinale Angelo Becciu volesse ingaggiarla come difensore nel processo in Vaticano per la vicenda del palazzo di Sloane Avenue a Londra. «Vero. Avrei accettato volentieri, ma gli interessi del porporato erano in conflitto con quelli di un altro imputato, Raffaele Mincione, da me assistito nel caso Carige».

I PARTITI SONO TUTTI ROTTI

Nel suo retroscena del sabato per il Corriere della Sera Francesco Verderami nota che tutte le formazioni politiche dell’attuale maggioranza hanno gravi problemi interni.

«I partiti che sostengono il governo hanno un elemento in comune: sono tutti rotti. L'unica differenza è che c'è chi si azzuffa in risse da saloon e chi cerca di regolare i conti lontano da occhi indiscreti. Ma nessuno riesce a dissimulare la propria condizione di precarietà, perché una faglia attraversa in modo trasversale la Lega, il Movimento 5Stelle, il Pd, Forza Italia, persino Iv e la galassia dei centristi: tutti si trovano davanti allo stesso bivio e tutti sono divisi sul percorso da intraprendere. Da una parte ci sono quelli che vorrebbero incamminarsi sulla strada del «draghismo senza Draghi», immaginando una versione aggiornata e virtuosa della Prima Repubblica. Dall'altra ci sono quelli che più semplicemente rivogliono il pallone indietro e puntano sul ritorno al bipolarismo. Ecco il motivo delle continue scosse: c'è da compiere una scelta strategica. In questo senso - come dice un dirigente dem - «Letta è più vicino a Salvini che a Di Maio, che a sua volta ha più punti in comune con Giorgetti rispetto a quanti ne abbia con Conte». Non a caso Bersani ha denunciato giorni fa il centrodestra, reo di voler usare lo snodo del Colle per poter andare al voto anticipato. Ma ha aggiunto che «anche un pezzo del centrosinistra medita la stessa cosa». E siccome Bersani conosce il Pd per averlo frequentato, è chiaro a chi si riferisse. D'altronde il primo chiarimento al bivio si avrà con l'elezione del capo dello Stato. Ieri Salvini ha incrociato Draghi in aeroporto, in attesa di prendere lo stesso volo per Milano. C'è stato solo un breve scambio di saluti, perché sul Quirinale non è ancora venuto il momento di discutere. Avrà la sua buona dose di ragioni Lupi a stupirsi, sentendo i leader di partito prendere tempo sul tema che più appassiona il Palazzo: «Mancano di fatto poche settimane alla scelta del prossimo presidente della Repubblica. Quando dovremmo parlarne: durante le feste di Natale?». Sarà proprio intorno a quella data che le forze politiche conosceranno il pensiero del premier, come ha fatto chiaramente intendere l'altro ieri Salvini durante il vertice della Lega. E quel passaggio sarà rilevante ma non risolutivo. Al bivio si arriverà subito dopo. Si spiegano così i contrasti nel Carroccio, visto che il suo capo - se non ci fosse più Draghi a palazzo Chigi - avrebbe in animo di lasciare la maggioranza. E c'è chi nel partito lo mette in guardia, perché l'assenza dall'eventuale futuro governo provocherebbe la rottura di un pezzo di Forza Italia e di (quasi) tutti centristi. E soprattutto esporrebbe la Lega al rischio di una legge elettorale ostile, che la condannerebbe all'isolamento. Dall'altro lato Letta avrà il problema opposto. La discussione del gruppo dem al Senato - dove a sentire un testimone «se le son date di santa ragione» - è stata la fiera del non detto: «Si parlava di legge Zan ma tutti pensavano al Quirinale, alla legge elettorale, alla durata della legislatura, ai posti in lista». Il fatto che la riunione del Pd fosse blindata e che la capogruppo appena eletta abbia messo a disposizione il proprio incarico, oltre a dare un segno di debolezza, ha reso l'idea del clima tra i democrat. Perché è scontato che la rottura dei «moderati» dai «populisti» e la conseguente nascita di un altro esecutivo, avverrebbe solo sull'altare di una legge elettorale proporzionale. Uno scenario di fatto anticipato da Boccia, che è membro della segreteria pd, e che nell'ultima direzione ha svolto un'orazione sull'Ulivo: «Il nostro glorioso passato». In quel caso però verrebbe meno lo schema del «nuovo Ulivo» a cui lavora Letta, e con esso svanirebbe l'identità maggioritaria del Pd. È il bivio. E nell'attesa di decidere da quale parte andare, uno dei più autorevoli dirigenti avvisa il Nazareno: «Le urne sarebbero una scelta da avventurieri». Giusto per capirsi. Restano Forza Italia - che sembra la vittima predestinata di un'imminente spartizione, quasi fosse la Polonia del 1939 - e i grillini, che scaricano le loro divergenze sulle questioni di potere interno. I primi nelle scorse settimane sono arrivati a prendersi a parolacce, incrociandosi alle riunioni. I secondi duellano ferocemente sulla scelta dei capigruppo. È il derby tra Conte e Di Maio, che se va a cena con Giorgetti è perché insieme condividono come andrebbe affrontato il bivio». 

“RIPENSIAMO IL SISTEMA”. PARLA D’ALEMA

Si può non avere simpatia e criticare quanto si vuole Massimo D’Alema, ma quando parla di politica è sempre interessante ascoltare il suo punto di vista. Con Aldo Cazzullo del Corriere, analizza i guai del nostro sistema e propone di tornare ad un proporzionale col premio alla tedesca e ad un sistema che finanzi pubblicamente i partiti.  

«Il futuro della democrazia italiana è incerto». Massimo D'Alema, non le piace Draghi? «Draghi sta facendo un ottimo lavoro. Sono fiducioso che si potranno conseguire i risultati auspicati. Rivolgo lo sguardo oltre l'emergenza; quando torneremo a votare e ad avere un governo espressione del voto popolare. Sento dire: qualsiasi sia l'esito, dovremo avere sempre Draghi. Esagerazioni che non sono utili, neanche a Draghi». I sondaggi dicono che la maggioranza degli italiani potrebbe votare a destra. «Questo lo vedremo. A me preoccupa innanzitutto la prospettiva del sistema democratico. È sbagliato considerare il voto popolare come una minaccia. Penso che in questo stato d'eccezione una delle riforme debba riguardare proprio il sistema politico. Va ricostruito. Compresi i partiti». Ricostruire. Ma come? «Il sistema non funziona. Produce ammucchiate elettorali che si scontrano in modo violento; perché una campagna in cui chi ha un voto in più controlla il Parlamento è drammatica. Non è vero che chi vince governa il Paese. Da quindici anni si fanno governi che con il voto non c'entrano nulla». Quale riforma vorrebbe? «Adotterei il sistema tedesco: il proporzionale con sbarramento al 5%; la sfiducia costruttiva, che limita l'instabilità che il proporzionale può portare; il finanziamento della politica». L'elettorato sarà entusiasta. «Mi rendo conto di dire cose impopolari. Però, utili al Paese. In Germania si finanziano non i partiti, ma le loro fondazioni culturali, dove si forma la futura classe dirigente. Siamo in un dopoguerra; la ricostruzione passa anche attraverso i partiti. Se, invece, si pensa che il rapporto tra cittadini e istituzioni debba essere affidato a singole personalità, allora si abbia il coraggio di andare fino in fondo con il presidenzialismo; con tutti i controlli e i contrappesi necessari». Quasi trent' anni fa gli italiani scelsero il maggioritario, e lei era d'accordo. «Ed è stato giusto. Si apriva una fase nuova, serviva un ricambio. Fu fatta una buona legge, che porta il nome di Mattarella. Oggi abbiamo una legge pessima. La destra fa muro contro i collegi uninominali, dobbiamo prendere atto della realtà. Il degrado del maggioritario ha avuto effetti disastrosi. Un Parlamento senza alcun rapporto con gli elettori». La soluzione è davvero il proporzionale, magari con le preferenze? «Nel sistema tedesco ci sono i collegi. L'importante è che il cittadino scelga da chi vuole essere rappresentato. Oggi gli eletti non vanno sul territorio, perché si guadagnano la carica nell'ufficio o nell'anticamera del capo partito. Siamo a livelli di trasformismo mai raggiunti nella storia. Basta. È un'emergenza dal punto di vista della tenuta democratica». Chi andrà al Quirinale? «Una figura di garanzia. Va scelta una persona che non abbia una caratterizzazione di parte. Sarebbe utile al sistema democratico se in questa ricerca ci si orientasse verso una personalità femminile, in questo senso, non si può sottovalutare la ricchezza presente nella politica, nella cultura e nelle professioni». Una donna. Quindi niente Draghi? «Il Paese ha bisogno che Draghi continui a governare. Dal Quirinale non si governa, si svolge un ruolo di garanzia. Stiamo attenti, già abbiamo inventato che i cittadini eleggevano il capo del governo. Non era vero. Non vorrei che ora inventassimo un semipresidenzialismo di fatto. Con la Costituzione non si scherza, altrimenti si logora il sistema democratico». Draghi deve restare a Palazzo Chigi? «Siamo a metà del guado, in un momento delicatissimo. Il Pnrr deve essere utilizzato per gettare le basi di una crescita duratura. L'Ue ci impone tempi incalzanti. E noi buttiamo tutto per aria e andiamo al voto anticipato? La destra ha un disegno: eleggiamo Draghi, paghiamo il nostro prezzo, ci legittimiamo in Europa, poi si va alle urne con questa legge e prendiamo il governo. Un disegno non positivo per il Paese». Ma la destra al Quirinale non vuole Berlusconi? «Mi pare che, ormai, non ci pensi nemmeno lui». Perché non sarebbe possibile? «Perché Berlusconi è un leader di parte. Quando nel 2006 si fece il mio nome, fu proprio lui a dirmi che non poteva votarmi, perché ero un avversario politico. Aveva ragione». Il futuro della sinistra è con i 5 Stelle? «Se oggi abbiamo la crescita, è per il modo in cui abbiamo affrontato la pandemia. Prima con Conte, poi in continuità con Draghi. Il ministro Speranza, il cui rigore ha reso possibile la ripresa, ha ricevuto attacchi gravissimi per aver difeso la salute degli italiani. Anche Conte subisce un linciaggio da parte di larga parte dell'informazione. Eppure ha svolto e svolge un compito positivo: portare un movimento di protesta alla sfida di governo e all'alleanza con la sinistra». Voi di Articolo Uno tornerete nel Pd? «Si è aperto un dialogo. Apprezzo il lavoro di Letta per aprire e rinnovare il Pd. Sono un militante di base, farò quello che deciderà il compagno Speranza». Non mi prenda in giro. «Bisogna ricostruire il partito democratico nel suo rapporto con il Paese. Il Pd è figlio di una stagione in cui si teorizzava che le ideologie erano finite, e servivano partiti aperti, senza strutture. Tutte queste idee erano sbagliate. Nello stesso tempo, la destra prendeva forza perché, al contrario, era ideologica e strutturata». Ma anche lei ha sostenuto la nascita del Partito democratico. «C'è stato un momento in cui si scongelava la guerra fredda, era giusto liberarsi di un certo bagaglio ideologico. Ma quando il Pd è nato, tra il 2007 e il 2008, la fase dell'ottimismo sul mondo globale era già finita; cominciava la grande crisi, in cui si perdono certezze, prevale la paura. Oggi c'è una minoranza che vede la globalizzazione come opportunità, e che vota a sinistra. Ma c'è una maggioranza che vive il presente con un senso di timore. Nel mondo la destra vince perché manda forti messaggi ideologici di appartenenza, di identità, di riaffermazione delle radici etniche e religiose». E la sinistra? «La sinistra deve tornare ad avere un messaggio ideale, anzi direi proprio ideologico: il riscatto sociale. L'eguaglianza. Un mito progressista, da contrapporre a quello regressivo della terra e del sangue. Guardi quant' è forte la destra in America». Biden non la convince? «È suggestivo il messaggio neo-rooseveltiano incentrato sugli investimenti pubblici; che però è in contraddizione con il clima di guerra fredda instaurato verso la Cina. Un clima che può favorire il ritorno della destra a Washington». La Cina non sta facendo molto per evitare una nuova guerra fredda. «Cinque anni fa, la Cina era molto più aperta. Ora si sta chiudendo. Si sente vittima di una controffensiva che colpisce i suoi interessi; e una grande potenza che si sente aggredita reagisce con una chiusura nazionalista. Anche dal punto di vista della violazione dei diritti umani stiamo ottenendo un risultato opposto». C'è stato il G20 a Roma. «È stato molto ben condotto, ma dai risultati modesti. Il G20 era nato per avere al tavolo anche i cinesi e i russi; se non vengono, diventa un G7 allargato. Se da una parte cresce il boicottaggio verso le imprese cinesi e il tentativo di isolare la Cina anche militarmente con l'accordo Aukus sui sommergibili nucleari, dall'altra parte mi sembra difficile ottenere cooperazione sull'Afghanistan o un accordo sul clima. Non è così che funziona. Scelte difficili, come azzerare le emissioni per un Paese in piena crescita industriale, si possono avere solo in un quadro di collaborazione. Che ora non c'è. Quale interesse può avere l'Europa a spingere Cina e Russia a coalizzarsi contro l'occidente?».

NICARAGUA, ELEZIONI FARSA

Ortega e le elezioni “farsa” di domani. Ora il presidente del Nicaragua si è alienato anche le simpatie della Chiesa. Daniele Mastrogiacomo su Repubblica:

«Perso nel suo labirinto di potere, egocentrismo e sprazzi di lucida follia, Daniel Ortega vede nemici dappertutto e si aliena anche le simpatie della Chiesa cattolica. Teme di perdere le elezioni di domenica prossima che affronta per la terza volta consecutiva. La Costituzione non lo consentiva ma l'ex guerrigliero diventato tiranno ha aggirato il divieto come hanno fatto molti suoi compari in America centrale. Si è rivolto alla Corte Suprema, che controlla, e ha ottenuto una revoca di quell'ostacolo fastidioso. Un referendum lo ha bocciato. Ma lui ha tirato dritto: consigliato da sua moglie, Rosario Murillo, premiata una settimana fa come "copresidente", un incarico non previsto, con cui da sempre condivide il potere. Fu proprio la decisione di convolare a nozze con la compagna di battaglie e di vita, ricorda El País , ad avvicinare Ortega alla Chiesa del Nicaragua. Un gesto benedetto dall'allora cardinale Miguel Obando y Bravo, suo avversario e critico ma poi protetto dal presidente quando il Vaticano, nel 2005, annunciò al prelato che papa Wojtyla, ormai in fin di vita, accettava le sue dimissioni dalla guida dell'arcidiocesi della capitale. Fu a quel punto che il cardinale divenne consigliere spirituale dell'ex comandante del Fronte Sandinista per la Liberazione Nazionale, all'epoca leader dell'opposizione al governo conservatore di Enrique Bolaños. Ortega nominò Obando alla presidenza della Commissione per la Pace e Riconciliazione, che in realtà si rivelò come uno strumento poco efficace: non ci fu né una tregua con l'opposizione né l'inizio di una pacificazione. La Chiesa poteva svolgere un ruolo decisivo. Ma con la morte di Obando, scomparso nel 2018 all'età di 92 anni, il progetto naufragò e le proteste ricominciarono. Senza più appoggi, Ortega ha continuato a corteggiare i prelati che si sono però mostrati freddi. Nel 2018 si arriva alla rottura. Mezzo Nicaragua scende in piazza chiedendo libertà e un cambio di rotta. Ortega risponde con i corpi antisommossa e le squadracce del regime. Ci sono 328 morti, centinaia di arresti, migliaia costretti a fuggire in esilio nel vicino Costa Rica. Poi, quando l'esercito spara anche sulle madri e sorelle scese in strada per avere notizie dei loro fratelli e figli spariti nei centri di tortura e detenzione, la Chiesa si schiera con i manifestanti. La reazione di Ortega è furibonda. Se la prende con i media accusati di fomentare le proteste, assalta e chiude le redazioni, arresta direttori e giornalisti; si scaglia sui preti che hanno protetto nelle parrocchie chi era sceso in piazza. Minaccia i vescovi, li chiama golpisti. «Pensavo fossero mediatori», urlò dal palco durante la celebrazione dell'anniversario della Rivoluzione nel luglio del 2018. «Invece no, facevano parte del piano con i golpisti». Da quel momento sono iniziate le persecuzioni, gli assedi alle chiese con dentro i dissidenti, le pressioni per cambiare posizione. Tutto inutile. Senza più l'appoggio del clero, Ortega si è chiuso a riccio difeso solo dal suo apparato. Ha approvato tre leggi, sui cyberde-litti, la libertà di stampa, l'attentato alla Patria che hanno messo il bavaglio a ogni informazione e a tacere tutti gli avversari candidati alle elezioni, tutti arrestati per attentato allo Stato o riciclaggio di denaro. Monsignor Silvio Báez è diventato la voce più critica con il regime; i suoi sermoni sono seguitissimi dai fedeli e ripresi da altri sacerdoti nelle parrocchie del Nicaragua. Da settimane si susseguono gli inviti a disertare le urne. Anche per la Chiesa quelle di domani sono ormai elezioni "farsa"».

BERLINO, IL GIALLO DEL DIPLOMATICO RUSSO

Misteriosa morte di un diplomatico russo in servizio a Berlino. La cronaca di Paolo Valentino per il Corriere.  

«La Guerra Fredda è ormai un lontano ricordo, il Muro è stato abbattuto oltre 30 anni fa, ma Berlino rimane crocevia dello spionaggio internazionale e soprattutto terreno privilegiato di azione delle talpe di Mosca. Un diplomatico russo in servizio nella capitale tedesca è stato trovato morto dai poliziotti di guardia lo scorso 19 ottobre, nei pressi dell'ambasciata del Cremlino, quasi sicuramente precipitato da uno dei piani alti dell'imponente edificio sull'Unter den Linden. «Un tragico incidente», lo ha definito la rappresentanza russa, rifiutandosi di commentare l'accaduto «per ragioni etiche». Ma secondo informazioni del settimanale Der Spiegel , il trentacinquenne funzionario, accreditato dal 2019 in Germania come secondo segretario, era in realtà un agente del Fsb, il Servizio segreto interno della Federazione russa. Citando fonti dell'intelligence tedesca, il periodico amburghese rivela anche che la vittima era imparentata con un alto dirigente del secondo dipartimento del Fsb, responsabile della lotta al terrorismo. Più precisamente era il figlio del generale Alexeij Zhalo, vicedirettore del secondo dipartimento, nonché capo della Direzione per la protezione dell'Ordine costituzionale. Ed è questo dettaglio a destare molti sospetti: il secondo dipartimento è stato infatti direttamente collegato al delitto del Tiergarten, l'omicidio in pieno giorno di Zelimkhan Khangoshvili, esiliato georgiano ed ex ribelle della Cecenia, avvenuto il 23 agosto 2019 nel più grande parco berlinese. È un fatto che il diplomatico trovato morto fosse stato assegnato a Berlino due mesi prima dell'assassinio. Vadim Krasikov, il presunto killer di Khangoshvili attualmente sotto processo, era arrivato nella capitale tedesca solo poche ore prima dell'agguato e secondo la pubblica accusa, non avrebbe potuto agire senza una preparazione e il supporto di qualcuno sul terreno. Non solo. Perché secondo le indagini dei siti investigativi Bellingcat e Insider, della Cnn e dello stesso Spiegel , sarebbero stati gli uomini del secondo dipartimento ad aver compiuto il fallito tentativo di avvelenare il dissidente Aleksej Navalny nell'estate 2020, mentre rientrava con un aereo di linea dalla Siberia a Mosca. Ad aggiungere mistero al caso, è stato il rifiuto dell'ambasciata russa di autorizzare un'autopsia del cadavere, che nel frattempo è stato fatto trasportare in aereo in Russia. Un portavoce della polizia berlinese si è rifiutato di fare alcun commento. Mentre il ministero degli Esteri tedesco ha confermato di essere a conoscenza dell'affaire . Tuttavia, a causa dello status diplomatico della vittima, la Procura non ha aperto alcun fascicolo né ha potuto condurre alcuna indagine. Le circostanze della morte rimangono sconosciute. Un caso analogo era già successo nel 2003, quando uno dei custodi dell'ambasciata russa a Berlino era precipitato dal suo appartamento nel cortile interno dell'edificio. Ma allora non era venuto fuori alcun legame con i Servizi segreti».

CINA, BLOGGER IN CARCERE PER AVER SCRITTO DEL COVID

Inquietante vicenda da Shanghai. Una blogger, condannata a quattro anni di galera per aver parlato della pandemia in Cina, sarebbe ora in fin di vita. Lorenzo Lamperti per La Stampa.

«Un metro e 77 centimetri per meno di 40 chilogrammi. Sono altezza e peso attuali di Zhang Zhan, blogger cinese che si trova in carcere a Shanghai dopo una condanna a quattro di anni per «aver provocato problemi» a causa del modo in cui ha raccontato le prime fasi dell'epidemia di Covid-19 a Wuhan. Secondo quanto scritto su Twitter dal fratello, Zhang Ju, l'ex avvocatessa di 38 anni sarebbe in pericolo di vita dopo aver fatto uno sciopero della fame che va avanti a più riprese da oltre un anno. Zhang si è recata nel primo epicentro pandemico nel febbraio 2020 e ha criticato le metodologie di contenimento del virus attraverso dei video girati col suo smartphone, in cui accusava le autorità di negligenza e denunciava detenzioni di reporter e pressioni sulle famiglie dei malati. I suoi contenuti non sono passati inosservati: nel maggio 2020 è stata arrestata e a dicembre condannata. Secondo una denuncia di Amnesty International, che ha lanciato una petizione per chiederne la liberazione, Zhang ha partecipato al suo processo in sedia a rotelle in quanto troppo debole a causa dello sciopero della fame. Uno sciopero che la blogger prosegue ora in forma parziale, nonostante i rischi per la salute, dopo che secondo i suoi legali sarebbe stata alimentata a forza attraverso dei tubi nasali. Lo scorso luglio è stata ricoverata 11 giorni in ospedale a causa della grave malnutrizione, prima di essere ricondotta in cella. Secondo fonti citate da «France Presse», le richieste della famiglia di Zhang di poterla incontrare sarebbero senza risposta da diverse settimane, così come quelle del suo avvocato. «Reporter senza frontiere» sostiene invece che la blogger non sia in grado di camminare e nemmeno di alzare la testa senza aiuto. Quello di Zhang non è l'unico caso. Almeno altri tre cittadini cinesi sono stati arrestati dopo aver raccontato in maniera indipendente la diffusione del coronavirus a Wuhan. Si tratta di Chen Qiushi, Fang Bin e Li Zehua. I media di stato, però, hanno sempre rifiutato la definizione di "citizen journalism" applicata al lavoro di Zhang, che aveva già attirato l'attenzione su di sé supportando le proteste di Hong Kong nell'ottobre 2019. In un commento pubblicato a fine dicembre 2020, il direttore del «Global Times» Hu Xijin ha scritto che Zhang «è stata resa uno strumento dalle forze occidentali» per «dividere l'opinione pubblica cinese». Per poi sostenere la non veridicità delle sue accuse, sottolineando la maniera brillante con la quale Pechino era uscita dalla prima ondata di contagi, al contrario degli Stati Uniti e di tanti altri Paesi occidentali. Eppure, a distanza di tempo, sui media cinesi iniziano ad apparire delle critiche alla politica dei zero contagi che il governo continua a perseguire con test di massa, chiusure ed estesi lockdown all'insorgenza di poche decine di casi. Un metodo che finora ha pagato, ma che ha anche isolato la Cina. Su «Caixin» è apparso un editoriale a firma di Zhang Fan nel quale si sostiene che le misure di contenimento eccessivo stanno producendo «più danni che benefici». L'opinionista cita nuove misure ancora più severe di quelle passate, come lo stop a due treni ad alta velocità dopo che due membri dell'equipaggio sono stati indicati contatti stretti di un malato Covid. Tutti i passeggeri sono stati fatti scendere e portati in quarantena centralizzata come contatti secondari. «La chiave per assicurare che l'economia e la società vadano avanti in modo normale sta nella prevedibilità delle politiche di prevenzione pandemica», scrive Zhang. Prevedibilità assente dall'invito a fare scorta di beni di prima necessità, derubricata dai media di stato a «normale prassi» in vista dell'inverno. Altrimenti, conclude Caixin si rischia che prima o poi arrivi «una piccola falla che affonda la grande nave». Al cui timone c'è sempre più Xi Jinping, che attende il sesto plenum che nei prossimi giorni proporrà una nuova risoluzione sulla storia che cementerà la sua visione di Cina».

FUMUS PERSECUTIONIS. CALENDA PIACE A FELTRI

Chiudiamo questa Versione con una sigaretta. Quella fumata da Carlo Calenda a latere del consiglio comunale di Roma. Scandalo per i salutisti, merito per Vittorio Feltri che ne scrive su Libero.

«Carlo Calenda, già candidato sindaco di Roma, purtroppo trombato, comincia a diventarmi simpatico. Infatti è stato protagonista di un episodio che dimostra l'esigenza dei consiglieri comunali e dei giornalisti costretti a raccontarne le gesta, di conquistare la perduta libertà. L'illustre politico a un dato momento si è recato in un cortile del Campidoglio per fumarsi in santa pace una sigaretta. Nel frattempo ha notato un cartello con una scritta minacciosa: vietato fumare. Poiché lo spiazzo si trova all'aperto, dove le esalazioni del tabacco combusto non possono dare fastidio ad alcuno, il prode Calenda ha afferrato giustamente l'assurdo avviso e lo ha deposto in un angolo. Cosicché vari consiglieri e giornalisti, sentendosi liberati, si sono accesi allegramente delle paglie e hanno cominciato ad aspirare con somma gioia. Non l'avessero mai fatto. Sono intervenuti alcuni pizzardoni, intimando ai fumatori di spegnere i sapidi mozziconi. Si è infiammata una discussione. I vigili, rigidi nelle loro divise di ordinanza, si sono dimostrati irremovibili nell'imporre il divieto, mentre gli stessi fumatori hanno preteso di consumare la cicca accesa. Non sappiamo come la disputa sia finita, però ci rendiamo conto che i disubbidienti, capitanati dall'eroico Calenda, hanno infranto un tabù. E di ciò va loro reso merito. Ovvio che non si possa consumare tabacco nelle austere aule municipali, ma nel cortile, all'aria aperta, va consentito a chiunque di esercitare gaudium magnum il proprio vizio di riempirsi i polmoni di nicotina, cosa brutta solo per chi, salutista, non ha mai provato ad accendersi una Marlboro. Noi siamo dalla parte di Calenda e dei suoi seguaci, da qui all'eternità.».

Leggi qui tutti gli articoli di sabato 6 novembre:

https://www.dropbox.com/s/td59jygh8z1727q/Articoli%20La%20Versione%206%20novembre.pdf?dl=0

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