Il suicidio dell'Europa

La polizia polacca usa idranti e lacrimogeni contro i profughi. La Ue non fa niente. Il mondo sta a guardare. 5 regioni sono per il lockdown ai non vaccinati. Pensioni ai peones. Scuola solo orale?

Il direttore di Avvenire Marco Tarquinio lo aveva scritto ieri in apertura dello speciale dedicato alla vergognosa crisi umanitaria fra Bielorussia e Polonia. «È un fatto: il filo spinato sta sostituendo le stelle sopra le terre d’Europa. Da Est a Ovest, da Nord a Sud». È la nuova cortina di ferro, dice oggi il Manifesto. Ieri la polizia polacca ha inondato di acqua con gli idranti i migranti che vengono dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Irak e ha sparato contro di loro i lacrimogeni. La Ue non ha mosso un dito. Il mondo sta a guardare. Ci sono volontari cattolici polacchi che agiscono, compiendo un reato per il loro Paese, per tenere accesa la fiammella di una “pietas” che dovrebbe essere il principio fondante dell’Europa. E che oggi viene scientificamente negata. Che senso ha più un’Europa degli egoismi, della violenza, dei muri? Lerner sul Fatto intervista suor Giuliana Galli che esprime un giudizio radicale: anche la nostra Europa del consumismo col frigo pieno così diventa un lager. Un lager dorato che ha l’incubo di perdere i suoi privilegi. Di questo dovremmo parlare, anche coi politici italiani.

I giornali però sono concentrati in gran parte ancora sulla pandemia. Cinque presidenti di Regione chiedono provocatoriamente di imitare l’Austria e di costringere al lockdown solo i non vaccinati. Il governo non sembra dar seguito alla proposta, anche per i timori di Salvini e Conte. Allo tesso tempo Libero sottolinea come la Lega di Salvini alla fine voterà a favore del Green pass. A destra lo scontro fra Feltri-Sallusti da una parte e Belpietro dall’altra incarna una tensione non secondaria. Che non accenna a diminuire.

Sulla politica economica va segnalato l’inizio dell’esame della legge di Bilancio da parte del Senato. Nessun tavolo tra i leader è andato in porto, come avrebbe voluto Letta. Conte e Di Maio l’hanno definitivamente affossato. Mentre Renzi ha ridicolizzato, in modo quasi offensivo, la candidatura di Berlusconi al Quirinale. A proposito di voto sulla presidenza della Repubblica, Verderami rivela oggi che le pensioni sono assicurate per deputati e senatori. Dunque un grande argomento contro le elezioni anticipate viene meno. La previdenza arriverà comunque ai peones. Sulle pensioni di tutti Draghi ha aperto invece un tavolo, questo sì, con i sindacati. E al segretario della Uil ha detto: “Ci sarò anche a marzo”…

Dall’estero le notizie arrivano sul confronto on line fra il presidente Usa Biden e il suo omologo cinese Xi. Faccia a faccia di quattro ore, che ha registrato grande tensione su Taiwan e invece possibile collaborazione su clima ed economia internazionale. Fa riflettere un giudizio negativo su Mao espresso nell’ultimo Plenum del Partito comunista cinese, di cui si è saputo solo ieri. Segnale positivo? Vedremo. A proposito di energia, cattive notizie dalla Germania che ha fatto innalzare di nuovo il prezzo del gas, bloccando burocraticamente i contratti sul Nord Stream 2. Per i russi sono “cose da fighetti”, dice Tabarelli. Intanto ieri più 11 per cento. Richiamate la Merkel!!!

È ancora disponibile on line il quinto episodio della serie Podcast. Il titolo è “Resistere a Scampia”. Protagonista è il 41enne Ciro Corona, prof di filosofia che si dedica ai ragazzi di strada, anche lui premiato dal Capo dello Stato. Ha creato un’associazione e una cooperativa che (r)esistono alla Camorra nella zona diventata famosa nel mondo come Gomorra, la cittadella della malavita. Ciro Corona lavora ogni giorno per costruire un futuro con i giovani del quartiere. Una storia bellissima di amore al proprio territorio e alla propria gente. E di sfida all’illegalità e al degrado.  Cercate questa cover…

… e troverete Le Vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo e ascoltate il quinto episodio:

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Domani esce un nuovo episodio ed è un’altra storia bellissima: ambientata nel quartiere di TOR BELLA MONACA a Roma. DA NON PERDERE!!!

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Solo due giornali fanno oggi la scelta giusta. Avvenire, che già ieri aveva dedicato uno speciale alla vicenda, ora titola: Contro i migranti con l’acqua e i gas. Il Manifesto riprende la vecchia definizione che inventò Winston Churchill per stigmatizzare le barriere dei sovietici e che torna d’attualità col filo spinato dei polacchi: Cortina di ferro. Le altre aperture riguardano soprattutto le ultime sulla pandemia. 5 Regioni chiedono di imitare l’Austria. Il Corriere della Sera: Le Regioni: limiti ai no vax. Il Giornale se la prende con i contrari al Green pass: Grazie ai No Vax torna la mascherina. Il Mattino sottolinea la scelta di De Luca: Campania, terza dose a tutti. Le Regioni: divieti ai no vax. Il Messaggero riecheggia il Corriere: Le Regioni: limiti per i No vax. La Repubblica lancia un allarme sull’ingresso nelle aule: Scuola, il ritorno della Dad. La Verità usa toni estremisti per contrapporsi ai divieti proposti da 4 presidenti di Regioni di centro destra e uno del Pd: Nasce il fronte dell’apartheid. Libero invece celebra il voto della Lega a favore del certificato verde: Salvini vota sì al Green pass. Il Quotidiano Nazionale è preoccupato dell’inflazione: Impennata dei prezzi, conto da paura. Sulla legge di Bilancio quasi melanconica La Stampa che deve ammettere che l’idea del tavolo fra i capi partito è tramontata: Patto tra i leader, Di Maio dice no. Mentre il Domani scova un dato: Nella legge di Bilancio 150 milioni di euro che servono all’Eni. Il Sole 24 Ore rivela che c’è un piccolo record nell’esecutivo Draghi, non proprio lusinghiero: Manovra, già 90 i decreti attuativi. Il Fatto è ancora sul leader di Italia Viva: Renzi vuole trascinare i suoi Pm alla Consulta.

I POLACCHI SPARANO IDRANTI E LACRIMOGENI SUI PROFUGHI

Ieri Avvenire, col titolo Se questa è l’Europa, ha dedicato un’edizione speciale alla crisi umanitaria. Quattro pagine dedicate al fenomeno migratorio. «È un fatto: il filo spinato sta sostituendo le stelle sopra le terre d’Europa. Da Est a Ovest, da Nord a Sud», ha scritto Marco Tarquinio. La Polonia ieri ha usato gas lacrimogeni e idranti contro i profughi al confine. Nello Scavo sull’Avvenire di oggi:

«Il getto degli idranti sparato dai militari polacchi in direzione dei profughi esposti da giorni a temperature sottozero è la prova che il dittatore bielorusso, comunque andranno le cose, ha ottenuto quel che voleva. Lukhashenko è riuscito a far cadere Varsavia e l'Ue nella trappola di una guerra ibrida. Se Minsk usa cinicamente gli esseri umani, dal confine Ue la risposta non è meno spietata. Spinti dai militari di Minsk, anche con le cattive maniere, i migranti hanno cercato di non dare tregua. Mentre le prime linee lanciavano sassi e bastoni in direzione del confine polacco, altri adoperavano tronchi d'albero come teste d'ariete per piegare la barriera. La gran parte delle persone ha raggiunto alcuni valichi di frontiera ufficiali e avrebbero voluto chiedere asilo alla Polonia, che però ha sospeso il diritto europeo e quello internazionale sull'intera fascia di confine. In uno dei video si vedono gli agenti polacchi sparare lacrimogeni oltre la barriera di separazione e usare gli idranti per disperdere la folla in lontananza. Il ministero della Difesa di Varsavia ha citato i disordini al valico di Kuznica dicendo che i profughi sono «stati equipaggiati con granate stordenti dai servizi segreti bielorussi, e le hanno lanciate verso gli agenti polacchi». Lo scambio di accuse segue un copione già visto. Con la Russia che con una mano sostiene Lukhashenko, e con l'altra offre una mediazione guadagnandosi il ruolo di ago della bilancia. Di «azioni violente contro persone che sono sul territorio di un altro Paese» ha parlato il portavoce del governo bielorusso Anton Bychkovsky, citato dall'agenzia Belta. E da Mosca sono intervenute fonti vicine al ministro degli Esteri Sergei Lavrov. È stato definito «inaccettabile » l'uso di lacrimogeni. La Russia si è anche detta pronta «ad aiutare a risolvere la crisi migratoria, ma la condizione principale è un dialogo diretto tra l'Ue e la Bielorussia». Mentre i governi si fronteggiano incuranti dei pericoli per i profughi, le cui carovane contano già una dozzina di morti e svariati dispersi nei boschi, le Chiese dei due confini provano a rispondere con umanità. «La Caritas - spiega padre Andrey Aniskevich, direttore di Caritas Bielorussia - cerca di dare sostegno ai migranti attraverso le parrocchie e una rete di volontari distribuendo aiuti umanitari: coperte termiche, acqua minerale, barrette energetiche e guanti». Anche Caritas Polonia sta fornendo vestiti caldi, prodotti per l'igiene, giocattoli per bambini, cibo a 16 centri di accoglienza. La Conferenza episcopale polacca, attraverso un appello del presidente, l'arcivescovo Stanislaw Gadecki, ha invitato le parrocchie per il 21 novembre a organizzare momenti di preghiera e raccolte fondi, così come hanno fatto nei giorni scorsi i Vescovi della Bielorussia. Che si tratti di una contrapposizione politico-militare combattuta con altri mezzi lo dimostra la semplice analisi dei numeri: i richiedenti asilo sono solo lo 0,59% della popolazione dell'Unione Europea. Eppure la politica dei muri e il business delle barriere, appannaggio dei grandi produttori di armi da guerra, continua a crescere. E ieri il sottosegretario agli Affari europei Enzo Amendola era in Lituania dove, con l'ambasciatore Diego Ungaro e insieme ad esponenti del governo di Vilnius, ha visitato alcuni centri d'accoglienza. La Lituania, che pure sta affrettando la costruzione di una barriera, continua ad assistere i profughi e non si hanno notizie di respingimenti di massa. «Ho avuto modo - spiega Amendola - di ribadire anche in questa circostanza che l'Unione europea deve reagire unita in Lituania come in Polonia per controllare i flussi e salvaguardare i migranti intrappolati ai confini».

Ogni giorno, a tutte le ore, i 33 sanitari di “Medici sulla frontiera” intervengono nella fitta boscaglia polacca. Il governo nega loro l'accesso all'area in stato di emergenza. Ma i volontari polacchi raccontano: «Tanti ci aiutano». Francesca Ghirardelli per Avvenire.

«Arriva la chiamata d'emergenza e la squadra di turno entra in azione: un medico, un infermiere e un paramedico, sulle tracce di chi si trova in difficoltà da qualche parte nella fitta boscaglia di Bialowieza, che si estende per chilometri tra Polonia e Bielorussia. In uno degli interventi al confine, il team di 'Medycy na Granicy' (Medici sulla frontiera) si è trovato a soccorrere una donna siriana che vagava per i boschi con una bambina di due anni. Quando i volontari l'hanno raggiunta, la donna non era più in grado di camminare. Grave ipotermia, la diagnosi. La bambina era seduta accanto a lei, nel profondo della foresta. Da un mese, ogni giorno e a tutte le ore, i 33 professionisti sanitari di Medycy na Granicy, colleghi di corsia e amici di vecchia data, rispondono agli Sos delle diverse Ong impegnate sul lato polacco della frontiera. «Ci siamo riuniti all'inizio di questa crisi. La nostra base è Bialystok, nella Podlachia, ma riusciamo a intervenire lungo tutto il confine», assicura al telefono Jakub Sieczko, anestesista e coordinatore del gruppo. «Siamo a 700 metri dall'area di confine posta in stato di emergenza, interdetta a Ong e media, per la quale a settembre abbiamo presentato richiesta formale d'accesso al ministero degli Affari interni. È stata respinta. Diamo assistenza a chi riesce a uscire da quella zona ma si perde, resta nascosto, a chi è nei boschi da giorni o settimane. Riscontriamo casi di ipotermia, disidratazione, disturbi gastrici, malnutrizione, traumi e ferite a piedi, viso e occhi perché ci si muove al buio, tra i rami. Senza medicinali, chi ha patologie croniche peggiora». Ci dice della sorpresa di trovare un alto numero di donne incinte (e di dovere eseguire ecografie fra gli alberi, nell'oscurità) e dei tanti minori. «Una notte, in un gruppo di 32 persone, abbiamo contato 16 bambini». Difficile talvolta convincere i pazienti critici a ricoverarsi, temono di venire denunciati o prelevati dalle autorità direttamente in corsia, come accaduto nell'ospedale di Hajnówka. Negli ultimi giorni, due episodi hanno turbato il lavoro del team: il ritrovamento dell'ambulanza con le gomme sgonfiate e «del personale in uniforme che si allontanava a bordo di un mezzo dell'esercito polacco» e il danneggiamento, domenica, delle auto dei volontari. «Questa è una regione in cui il movimento nazionalista è forte - spiega Sieczko -. Eppure ampia parte della società polacca ci appoggia. Ad inizio attività in tre giorni abbiamo raccolto 80mila euro di donazioni. Anche la solidarietà dei colleghi è stata commovente. Abbiamo ricevuto molte proposte di medici e infermieri che volevano unirsi a noi. Per il primo soccorso, poi, a centinaia tra residenti locali e volontari di altre Ong hanno partecipato ai nostri corsi. Disponiamo di risorse, equipaggiamento, personale e competenze, l'unica cosa che ci manca è la firma del Ministero per recarci là dove la crisi è più acuta». Un gruppo di rettori di università e presidenti di società scientifiche ha scritto al ministro degli Interni Mariusz Kaminsky per esortarlo a concedere il permesso. Poi c'è la forza che arriva dalla rete, dai 20mila follower sui social media. Un sostegno che ha garantito interventi costanti, compreso quello di Agata Bryk, infermiera di Varsavia che online racconta della sua prima uscita in team: «Dalla boscaglia ho visto che qualcuno tendeva la mano. Ho scostato il cespuglio, come se avessi aperto la porta di una casa ed ecco tutta una famiglia: la nonna con un dolore alla schiena, donne, bambini e uomini, uno con la febbre alta. Con loro possiamo trattenerci solo un momento, dare sollievo e cure. Poi si torna alla base, mentre loro rimangono lì. E questa forse è la parte più difficile».

Oltre all’Avvenire, l’altro quotidiano italiano che dedica la prima pagina alla crisi umanitaria nel cuore dell’Europa è il Manifesto. Il titolo in prima pagina è: Cortina di ferro. L’articolo di Carlo Lania.

«Sembra uno dei quei giochi in cui bisogna individuare le differenze tra due situazioni che sembrano uguali. Solo che la domanda questa volta è: chi, tra Bielorussia e Polonia, usa le maniere più forti contro migranti affamati e infreddoliti per essere stati ammassati al confine tra i due Paesi? Persone alle quali due eserciti contrapposti impediscono sia di andare avanti riuscendo così a entrare in Europa - e la Ue assiste senza dire niente - ma anche di tornare indietro, verso Minsk, fermate dalle forze speciali bielorusse che le usano per fare pressione nei confronti di Bruxelles? A giudicare dalle notizie e dalle immagini arrivate ieri da quella frontiera, è davvero difficile trovare qualche differenza. Stremati, sicuramente stufi di essere usati come merce di scambio, alcune centinaia di migranti hanno preso d'assalto il confine al valico di Kuznica-Bruzgi cercando di superare le recinzioni di metallo e filo spinato e tirando contro la polizia e i soldati polacchi pietre, bottiglie, bastoni e qualunque cosa gli capitasse tra le mani. Secondo Varsavia tra gli assalitori, quasi tutti uomini e giovani, ci sarebbero stati anche degli infiltrati bielorussi messi lì da Minsk per alzare a tensione e organizzare l'attacco. Comunque sia la risposta non si è fatta attendere. Dal lato polacco sono entrati in azione i cannoni ad acqua ma polizia ed esercito hanno sparato anche lacrimogeni e - stando ad alcune fonti - granate assordanti riuscendo così a disperdere chi protestava. Nella sassaiola un agente di polizia polacco è rimasto ferito alla testa. Ma nel caso in futuro dovessero ripresentarsi situazioni analoghe la risposta potrebbe essere anche più pesante, come anticipato ieri da una portavoce della polizia di frontiera polacca: «Non vogliamo usare le armi, ma se necessario lo faremo», ha avvertito. Sul fronte opposto, quello bielorusso, le cose non vanno in modo diverso. Un profugo che ha preferito rimanere anonimo ha rivelato ieri che le forze speciali d Minsk hanno picchiato e trasportato al confine con la Lituania un gruppo di migranti che tentava di tornare nella capitale. Tra loro anche alcune famiglie con bambini, che non sono state risparmiate dalla violenza dei soldati. Una volta al confine, tutti sono stati costretti a entrare nelle acque gelate del fiume Neman per avvicinarsi alla recinzione che separa i due Paesi. «La cosa essenziale oggi è difendere il nostro Paese, il nostro popolo ed evitare gli scontri», ha detto il presidente bielorusso Alexandr Lukashenko. Ieri sera una parte dei migranti sarebbe stata trasferita in un centro di accoglienza situato al valico di Brudgi, Se la notizia verrà confermata sarebbe la prima volta che verrebbero messi a loro disposizione un letto e delle coperte. Ma sono mesi che la Bielorussia non si fa scrupolo di usare uomini, donne e bambini contro l'Unione europea come ritorsione per le prime sanzioni adottate contro il regime. In alcuni video visibili in rete si sentono i soldati di Minsk impartire comandi secchi ai migranti incolonnati, imponendo loro di fermarsi o di ripartire a comando. Le nuove sanzioni adottate lunedì nel vertice dei ministri degli Esteri saranno in vigore dai prossimi giorni e colpiranno tra gli altri direttamente Lukashenko, mentre per dicembre dovrebbero arrivare anche le restrizioni annunciate dagli Stati Uniti. Al momento, però, non sembra che la nuova stretta dell'Ue abbia provocato qualche effetto su dittatore bielorusso, che si fa forte della protezione della Russia. Anche per questo il lavoro diplomatico si svolge soprattutto facendo riferimento a Mosca. Parlando due giorni fa al telefono con la cancelliera tedesca Angela Merkel, Lukashenko avrebbe indicato una serie di opzioni per uscire dalla crisi alla frontiera con la Polonia, ma è chiaro che qualunque soluzione passa anche il via libera dato da Putin. Ed è a lui infatti che anche ieri si è rivolto il presidente francese Emmanuel Macron chiedendogli di usare la sua influenza sul dittatore bielorusso. Intanto ieri si è tenuto il vertice dei ministri della Difesa Ue al quale ha partecipato anche il segretari generale della Nato Jens Stoltenberg. E i Paesi dell'Alleanza hanno ribadito alla Polonia di essere pronti a offrire assistenza in caso di necessità».

Ma l’Unione Europea, su pressione della Germania, stenta a mettere la Polonia nell’angolo. Anna Maria Merlo per Il Manifesto.

«La tensione tra la Ue e la Polonia non si placa. Varsavia forza la mano a Bruxelles sulla costruzione di un muro di 180 km alla frontiera con la Bielorussia, votata dal parlamento polacco il 14 ottobre, per un costo di 353 milioni. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, smentendo una dichiarazione ambigua del presidente del Consiglio Charles Michel, ha espressamente escluso che la Ue finanzi muri. Ma nel fronte anti-muro la breccia si allarga: il 7 ottobre, una dozzina di paesi Ue con una lettera a Bruxelles hanno difeso la costruzione di «barriere fisiche» come «una misura efficace» per contrastare le migrazioni (Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, Austria, Ungheria, Bulgaria, Grecia, Cipro, Slovacchia, Repubblica ceca e Danimarca). La Germania non ha firmato, ma il futuro cancelliere Olaf Scholz ha fatto affermazioni ambigue. In Francia, ieri, il sottosegretario agli Affari europei, Clément Beaune, ha precisato: siamo «a favore di un'Europa che protegge le frontiere, ma non di un'Europa che alza muri». Nel bilancio pluriannuale Ue 2021-27, ci sono 6,4 miliardi per la «gestione delle frontiere», che permettono di finanziare sistemi sofisticati di controllo (il primo beneficiario è la Grecia con 402 milioni, seguono l'Italia con 380 milioni e la Spagna con 289). Intanto, sull'indipendenza della giustizia non rispettata da Varsavia, che sta bloccando il versamento dei 24 miliardi del piano di rilancio europeo alla Polonia, ieri c'è stata una nuova decisione della Corte di Giustizia Ue. È giudicata «problematica» la doppia funzione del ministro della Giustizia, il potente Zbigniew Ziobro, che è anche procuratore generale, con il diritto di spostare i giudici "senza spiegazioni", limitandone l'indipendenza: le nomine e le revoche dei giudici, secondo il diritto europeo, devono essere fatte «sulla base di criteri noti in anticipo e devono contenere motivazioni appropriate» e non essere arbitrarie. La Polonia è stata condannata dalla Corte di Giustizia in ottobre a pagare un milione di euro al giorno fino a quando non smantella il meccanismo disciplinare dei giudici del Tribunale costituzionale. Multa che si aggiunge ai 500mila euro al giorno che la Polonia deve pagare per aver impugnato la decisione della Corte sulla miniera di Turow, che inquina i Paesi confinanti. Ieri, dal Parlamento Ue, che ha già considerato «illegale» la decisione polacca a favore della supremazia del diritto nazionale su quello europeo, è arrivata una lettera firmata dai principali gruppi (Ppe, S&D, Renew, Verdi, Gue), per chiedere che la Commissione «si astenga dall'approvare il Recovery per la Polonia, fino a quando non saranno soddisfatte tutte le condizioni previste dal regolamento». La lettera sottolinea che «un governo che nega il primato del diritto Ue e viola i principi dello stato di diritto non è affidabile». La Corte di Giustizia ieri si è di nuovo espressa contro l'Ungheria e la "legge Soros", che punisce il «sostegno a chi richiede protezione internazionale», criminalizzando l'asilo dei migranti che provengono da pesi che Budapest considera "sicuri"».

"L’Europa si è chiusa nel lager temendo i migranti al confine". Anche la Fortezza Europa è un lager. Lo dice suor Giuliana Galli intervistata da Gad Lerner per Il Fatto.

«Mi telefona con voce accorata Giuliana Galli, brianzola piena d'energia alla faccia dei suoi 86 anni. Ha negli occhi le famiglie di profughi accampate nel gelo della pianura bielorussa, respinte con gli idranti dai soldati che presidiano la frontiera polacca. Ma è di noi, prima di tutto, che vuole parlare. "Ti rendi conto che per paura dei migranti ci siamo anche noi rinchiusi in un campo di concentramento? Sono giorni che mi arrovello, dobbiamo trovare il modo di venirne fuori". Giuliana è suora da quando di anni ne aveva 23. Tredici li ha passati negli Usa dove si è laureata in Sociologia. Poi a Torino s' è fatta valere come animatrice delle "cottolenghine", dedicandosi alle persone in stato di abbandono ricoverate nella Piccola casa della Divina Provvidenza che tutti chiamano, per l'appunto, Cottolengo. Non si è tirata indietro quando una fondazione bancaria, la Compagnia di San Paolo, l'ha messa in contatto con la grande finanza per ricavarne opere di bene. Ma poi, con la onlus Mamre, è tornata a occuparsi di salute mentale in contesti multiculturali praticando le cure dell'etnopsichiatria. "Lo dico con amarezza, a quei bisognosi stiamo dicendo che noi europei non abbiamo niente da offrirgli". Come, suor Giuliana neanche il pane? «Non c'è pane che tenga, senza compassione. D'accordo, ogni tanto riusciamo a spedirgli qualcosa dai nostri armadi ripieni. Un pezzo di pane glielo lanciamo oltre il filo spinato, essendo proibito porgerglielo con la dovuta umanità». Per questo, da europea, anziché libera ti senti pure tu reclusa come loro? «Siamo diventati il campo di concentramento di quelli che stanno bene. Se abbiamo freddo scaldiamo le case. Se abbiamo fame apriamo il frigorifero. Siamo il recinto dei fortunati. Asserragliati in un'enclave circondata da moltitudini di persone cui nulla è riconosciuto. Ci illudiamo di preservare il nostro benessere affidandoci a governanti che calpestano i diritti umani da loro stessi sottoscritti nella Dichiarazione del 1948». Gli Stati europei chiedono finanziamenti per erigere muri, ma c'è anche chi si sforza di organizzare i soccorsi. «Lo so bene. Anche noi portiamo viveri lungo la rotta balcanica, quando ci lasciano passare. Portiamo anche le docce perché i profughi sono afflitti dai pidocchi e dalla scabbia. Mi torna in mente Primo Levi: se questo è un uomo. Ma temo che a loro pervenga un solo messaggio: se vi mandiamo questi soccorsi è perché tanto non potrete mai venire qua. E mi assilla un pensiero: quando i loro figli cresceranno e si renderanno conto, siamo sicuri che non si rivolteranno contro la vecchia Europa?». Gli esperti di geopolitica descrivono i migranti come "arma ibrida", nuova minaccia di guerra ai nostri confini. «Abbiamo perso il senso delle proporzioni. Mandiamo decine di migliaia di soldati a difenderci da un numero trascurabile di famiglie disperate e disarmate. Parlano di guerra? In un certo senso hanno ragione. Torna a prevalere la mentalità dei tempi in cui i giovani venivano costretti a farsi la guerra contro la loro volontà. È il mistero del male che assoggetta le coscienze, la stupidità dell'Europa dei fili spinati. Allora lascia che ti faccia io una domanda: ti viene in mente qualcuno che possa aiutarci a risvegliare la pietas, mettere insieme la gente che si ribella all'indifferenza?». Perdonami, ma se neanche il papa riesce a farsi dare retta dai cattolici europei.. «Non sbagli. Se penso a quanto aiuto hanno ricevuto i polacchi dal resto d'Europa e dal Vaticano in particolare Adesso invocano addirittura l'intervento della Nato, come se ci trovassimo di fronte a un'invasione militare! Il perché, non riesco a spiegarmelo. Del resto gli italiani si comportano allo stesso modo con chi cerca di fuggire dalla Libia. La verità è che chi muove gli eserciti, in qualche modo finirà per usarli. Sono strateghi del nulla». Oggi ce la prendiamo con Lukashenko, ma altri dittatori li paghiamo purché sbarrino il cammino ai migranti. «Ho sentito dire che a volte quei dittatori ci servono. È stato Machiavelli a spiegare che quando c'è il caos si deve far ricorso alla mano ferma del despota. Ma il despota si affeziona al suo ruolo. E la globalizzazione, se non sarà umana, porterà all'esplosione della terra». Hai qualche idea sul da farsi? «Siamo in tanti a non voler stare rinchiusi in questo campo di concentramento europeo. Mamre, insieme ad altre associazioni, promuove dal 14 al 22 dicembre "Il cammino della speranza", da Trieste a Oulx in Val di Susa. Ci siamo ispirati al titolo di un film di Pietro Germi del 1950 sul viaggio di un gruppo di minatori siciliani verso il Nord. Degli atleti, a piedi o in bicicletta, percorreranno i 700 chilometri dei sentieri su cui oggi passano tanti migranti. Ma tocca a tutti noi muoverci, giovani e vecchi. Facciamo sentire le nostre voci, uniamo le forze, dal basso».

5 REGIONI VOGLIONO LIMITI AI NO VAX

Cinque presidenti di regione, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Toscana e Calabria (4 di centro destra, uno del Pd) vorrebbero imitare l’Austria: lockdown per i non vaccinati. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Davanti alla curva del contagio che continua a puntare verso l'alto, la politica è alle prese con la ricerca di un difficile equilibrio: l'allarme c'è e risuona forte, ma non si vorrebbe compromettere il Natale con nuove chiusure. Così le misure per contenere la pandemia sono di nuovo terreno di scontro. Tra leader di partito, tra esponenti dello stesso partito, tra livelli istituzionali, centrale e locali. Accendono il dibattito cinque presidenti di Regione espressione del centrodestra e uno del Pd: eventuali lockdown riguardino i non vaccinati. Il modello è la regola in vigore in Austria da due giorni, ma applicata allo schema italiano dei passaggi di colore e alle relative limitazioni. Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli-Venezia Giulia, martoriato dai contagi e a rischio zona gialla già da lunedì prossimo, sostiene: «Eventuali nuove chiusure non devono essere pagate da chi si è vaccinato, nel caso di passaggio di colore - chiarisce - le restrizioni si applichino ai non immunizzati». Giovanni Toti, alla guida della giunta ligure, concorda e così il presidente del Piemonte Alberto Cirio. Si schiera il calabrese Roberto Occhiuto: «La maggioranza degli italiani ha dato fiducia alla scienza: non può pagare la scelta incomprensibile di una minoranza». E anche il presidente della Lombardia, Attilio Fontana: «Non possiamo imporre restrizioni ai cittadini che hanno dimostrato senso del bene comune». Il toscano Eugenio Giani (Pd) prende la medesima posizione: «Chi non è vaccinato non può partecipare alla vita della comunità». Al fianco dei presidenti leghisti e centristi è il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che dal suo profilo social apre un sondaggio: «Non ti vaccini? Resti a casa. Che ne pensate?». Se per il presidente del Veneto, Luca Zaia, sarebbe «di difficile applicazione», l'idea non piace affatto a Matteo Salvini, da sempre contrario a una stretta nei confronti di chi non si vaccina: «Salvini - rivelano fonti della Lega - condivide la posizione del governo. L'Italia non ha i numeri dell'Austria, il sistema sanitario regge, la durata del green pass non cambia. L'obiettivo è evitare nuove restrizioni». Da quel che filtra da Palazzo Chigi, infatti, l'ipotesi di «adottare restrizioni sul modello austriaco non è sul tavolo». Lo dice apertamente la ministra Mariastella Gelmini, interlocutrice delle Regioni: «Niente nuove restrizioni per ora». Nella stessa trincea di Salvini, in questa battaglia, si trova il presidente M5S Giuseppe Conte. «Le misure vanno dosate o la popolazione non ti viene dietro. Sono contrario a ulteriori strette. La situazione è più serena che altrove». Ieri però i nuovi positivi sono stati 7.698, 74 i morti. E lo studio dell'Iss con la fondazione Bruno Kessler dimostra ancora l'equazione: i vaccini hanno salvato 12 mila persone e annullato l'effetto moltiplicatore della contagiosissima variante Delta».

Maria Teresa Meli intervista per il Corriere della Sera Nicola Zingaretti, presidente del Lazio, che giudica molto positivamente l’iniziativa dei 5 colleghi.

«Nicola Zingaretti, se la situazione della pandemia dovesse peggiorare secondo alcuni governatori si dovrebbe pensare a provvedimenti che riguarderebbero però solo i non vaccinati, lei che ne pensa? «Secondo me è un risultato straordinariamente positivo, perché non era scontato il fatto che ormai tra di noi ci sia unanimità sull'obiettivo principale, che è quello di difendere la libertà di tutti. Questo significa prosciugare il più possibile il bacino dei potenziali contagi e l'area dove il virus sopravvive, che è quella dei non vaccinati. Quindi se siamo d'accordo su questo indirizzo ora bisogna andare avanti con delle decisioni che a mio giudizio devono avere un doppio passo. Da una parte non dobbiamo rinunciare a convincere le persone a vaccinarsi, ma se questo non bastasse per me vanno bene tutti gli incentivi alla vaccinazione. Per esempio, si potrebbe ampliare la fascia dell'obbligo vaccinale. Oggi vale per medici e personale sanitario. Ma va aperta una riflessione su altre funzioni pubbliche molto importanti. Non per ledere la libertà di qualcuno, ma per garantire la libertà di tutti». A quali categorie estenderebbe l'obbligo? «Questo lo decide il governo, però è evidente che in una fase di ripresa economica e nel contempo di disagio sociale a una funzione civile deve rispondere una responsabilità civica. Quindi io non mi stupirei se si arrivasse alla definizione di obblighi vaccinali per funzioni primarie dello Stato e della pubblica amministrazione». Si riferisce anche a insegnanti e forze dell'ordine? «È una decisione che dovrà prendere il governo con il supporto del Comitato tecnico-scientifico, in coerenza con i provvedimenti che decideranno di adottare». Tornando ai provvedimenti decisi da altri Paesi per i non vaccinati… «Se le decisioni sono veramente condivise si può esplorare qualsiasi soluzione, comprese quelle che stanno sperimentando in alcuni Paesi. E poi vanno prese in considerazione da subito altre ipotesi. Secondo i dati che abbiamo i contagi crescono nella fase finale della scadenza dei sei mesi, quindi bisogna valutare la possibilità di anticipare da 6 a 5 mesi la terza dose. Almeno per le persone anziane sarebbe opportuno portarla a cinque mesi. Tanto ormai i vaccini ci sono e la macchina organizzativa è pronta a rispondere. L'importante, e per noi nel Lazio è stato questo lo strumento maestro per ottenere risultati, è non aspettare il virus ma anticiparlo sempre».

TERZA DOSE, L’ESEMPIO DI ISRAELE

Sulla pandemia si guarda non solo all’Austria. Israele, che ha scelto la vaccinazione di massa anche per la terza dose, ieri ha registrato zero morti. Lo Stato ebraico, all'avanguardia nella campagna di immunizzazione, ha approvato i vaccini anche ai bambini dai 5 anni in su. Claudia Osmetti per Libero:

«Terza dose, zero morti: modello Israele. Ché non devi mica dirglielo, agli israeliani, come si affrontano le emergenze, è gente preparata. Hanno iniziato loro, nel mondo, a somministrare le punturine salva-pelle numero tre. Non l'hanno fatta troppo lunga con gli annunci, a Tel Aviv: si son messi in fila e sotto a chi tocca. Ecco, tocca che ieri (e non è nemmeno la prima volta nell'ultima settimana) le statistiche nazionali nello Stato della Stella di David han rilevato zero decessi per coronavirus. Zero, zero spaccato. Cioè neanche uno. Da noi son stati 74, per dire. Vogliamo davvero mettere in dubbio l'importanza di farcelo, questo benedetto secondo richiamo? No, perchè l'esempio israeliano è lì da vedere: la campagna vaccinale, in Israele, viaggia talmente bene (pochi giorni fa hanno incassato pure il via libera per le inoculazioni ai bambini fino ai cinque anni) che la quarta ondata, da quelle parti, l'han vista di sfuggita. «Ci troviamo in una situazione eccellente», dice soddisfatto il premier Naftali Bennett, «siamo sul punto di uscire dalla variante Delta». Capito come va, a dar credito alla scienza? Non a caso il Jerusalem Post rende noto uno studio (israeliano, ça va sans dire), fresco fresco di pubblicazione sulla rivista Nature Communications, il quale sostiene che chi si è sottoposto alla vaccinazione anti-sars-cov2 con Pfizer a gennaio, oggi ha una probabilità maggiore del 51% di contrarre il virus rispetto a chi il braccio, per lo stesso motivo, ce l'ha messo a marzo. Significa che è meglio correre ai ripari, che è meglio fare come Israele. Tra l'altro son stati i primi, gli israeliani, a riempirsi gli ambulatori con i vaccini di Pfizer: qualcosa l'avran capita. A febbraio, mentre l'Europa cercava di portare a casa contratti accrocchio sulle scorte comunitarie che abbiam visto che fine han fatto, l'allora Primo ministro Benjamin Netanyahu alzava la cornetta, chiamava direttamente il Ceo dell'azienda di New York Albert Bourla e, offrendogli il doppio del prezzo di mercato, si assicurava venti milioni di fiale. Tanto per cominciare. C'è poco da fare, le crisi si risolvono col pragmatismo. Ora, per l'avvio della campagna di massa siamo arrivati tardi e oramai è andata come è andata, però la lezione israeliana possiamo ancora impararla. La Delta, la Delta+: il rimedio c'è. Santiddio, usiamolo. E se proprio vogliamo dare i numeri, almeno diamoli con criterio: da Haifa a Eilat, nel fine settimana scorso si contavano complessivamente 6.450 persone affette da coronavirus. Israele, per estensione territoriale e popolazione è paragonabile alla Lombardia, dove invece il numero del totale dei positivi si aggira intorno ai 13mila. Martedì scorso le autorità ebraiche hanno registrato 475 nuovi casi, in netto calo rispetto ai circa 6mila giornalieri di appena due mesi fa: quando la dose booster non aveva ancora fatto capolino. I ricoverati in terapia intensiva da loro sono 147 e, finora, il bilancio delle vittime è fermo a 8.133. «Israele è un Paese sicuro», non fa che ripetere Bennett, «ma per mantenere questo status, e per salvaguardare la continuità della vita normale, dobbiamo monitorare da vicino la situazione e prepararci a qualsiasi scenario». Leggi alla voce: alla Knesset sono stufi di rincorrere bollettini e scorrere statistiche. Per carità, fanno anche quello. Però son convinti che senza prevenzione si finisca (di nuovo) a gambe all'aria. Così si sono inventati la prima esercitazione nazionale anti-covid del mondo. Sissignori, come per un qualsiasi pericolo imminente o attentato terroristico: una sala operativa, una simulazione, un nuovo ceppo immaginato per l'occasione. L'annuncio l'ha fato Bennett mercoledì scorso, giovedì è scattata l'ora ics e lui, assieme ai suoi assistenti, si è rintanato in un bunker nella periferia di Gerusalemme, mentre fuori funzionari, militari e "organi di alto livello" cercavano di sbrogliare i nodi chiave di una nuova variante letale (l'hanno soprannominata "Omega"). Pare sia andato tutto bene, ma d'altronde non si possono pretendere fughe di notizie dal Paese del Mossad. Scherzi a parte, dicono fonti governative che i risultati verranno «condivisi con i nostri partner stranieri». Chi è rimasto coinvolto nella maxi simulazione ha dovuto affrontare diversi scenari e lavorare in gruppo, prendendo decisioni e facendo scattare le misure che oramai abbiamo imparato a conoscere anche qui: quarantene, distanziamenti, obblighi di dispositivi per la protezione personale, blocchi aerei e navali. Non han lasciato niente al caso: ma ci sono abituati, in Israele».

DRAGHI E IL TAVOLO COI SINDACATI

È cominciato l’esame della legge di Bilancio al Senato. Nessun tavolo fra i leader, come auspicato da Letta. Invece il presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato ieri i sindacati, annunciando l'apertura di un tavolo sulle pensioni.

«Draghi apre il tavolo per rivedere la legge Fornero. «Chiamiamola pure riforma delle pensioni, se volete», dice il premier di ottimo umore ai segretari di Cgil, Cisl e Uil. «Basta che usciti di qui non mi fate lo sciopero generale». Battute, senz' altro. Ma il clima è un altro. L'ultima volta Draghi si era alzato dal tavolo con la scusa di un impegno, lasciando Landini, Sbarra e Bombardieri di sasso. Questa volta si impegna a portare al prossimo Consiglio dei ministri la richiesta di aprire nei primi di dicembre un confronto sulla legge Fornero e le sue rigidità. E di far partire, già nei prossimi giorni, due tavoli tecnici al ministero dell'Economia sulla legge di Bilancio in discussione al Senato su fisco e pensioni. Un risultato inaspettato e perciò accolto con favore dai sindacati, anche un po' spiazzati dalla disponibilità del premier. Si tratta però di due cose diverse: i tavoli tecnici guardano all'immediato, l'iter che parte a dicembre punta al futuro. Rivedere la legge Fornero significa prevedere una flessibilità in uscita che dopo Quota 100 è ora garantita - e solo per il 2022 - da Quota 102. Aprire il confronto su questo significa proiettarsi al 2023. «Ce la faremo per marzo, in vista del Def?», chiede Bombardieri (Uil) al premier. «L'orizzonte è quello». «Ma lei ci sarà? », insiste il sindacalista. «Sì, ci sarò», è la risposta riportata da Bombardieri. Ma nessun riferimento al Quirinale: per gli altri presenti il premier avrebbe piuttosto glissato, sorridendo e passando ad altro. Nel merito, le posizioni di partenza su un'eventuale revisione della Fornero sono distanti. Il premier punta a «ritornare al contributivo per non pesare sui giovani e garantire una flessibilità sostenibile per i conti pubblici». Tradotto: Opzione Tutti, esci prima ma prendi quanto hai versato, col il ricalcolo contributivo dell'intero assegno. I sindacati chiedono invece uscite dai 62 anni con 20 di contributi e senza ricalcolo o con 41 anni di contributi a prescindere dall'età. Differenze che il confronto di dicembre potrebbe via via smussare. I due tavoli tecnici su fisco e pensioni sono invece più concreti e avranno ricadute sulla manovra da 30 miliardi per il 2022 che ieri è stata illustrata dal ministro dell'Economia Daniele Franco. Ci sono 8 miliardi da usare per tagliare le tasse, ma in manovra non si dice come. «Verificheremo gli orientamenti di sindacati e imprese e poi il governo presenterà questi orientamenti sotto forma di un emendamento al Parlamento», spiega Franco. Netto anche sulle pensioni: «Nella legge di Bilancio non ci sono le risorse per una riforma strutturale, ma valuteremo le vostre proposte di modifica». Tra queste: applicare anche ai lavoratori precoci le nuove categorie di gravosità dell'Ape Sociale. E poi ridurre i requisiti contributivi per accedere all'Ape, almeno per alcuni lavoratori come gli edili».

CORSA AL QUIRINALE 1, PENSIONI ASSICURATE AI PEONES

Avvertite i commentatori e gli analisti che temono il voto segreto di deputati e senatori sul Quirinale. Con una decisione autonoma si sono assicurati il diritto alla pensione, anche prima della fatidica soglia tanto ripetuta dei “quattro anni, sei mesi e un giorno”. Sollievo tra i peones. Anche in caso di elezioni anticipate avranno la pensione. Il retroscena che lo rivela sul Corriere è di Francesco Verderami.

«Colpo di scena. Il Parlamento riconoscerà a deputati e senatori il diritto a ottenere la pensione anche nel caso in cui la legislatura dovesse terminare prima dei fatidici «quattro anni sei mesi e un giorno», che è il limite fissato oggi dai regolamenti interni per riscattare la previdenza. La svolta è dettata da due sentenze, emesse dal Consiglio di giurisdizione di Montecitorio e dal Consiglio di garanzia di Palazzo Madama: si tratta di organismi che agiscono in regime di autodichia e che - alla stregua di tribunali - regolano autonomamente i conflitti tra le Camere e i parlamentari. Questi verdetti sono destinati per certi versi a fare giurisprudenza e potrebbero avere anche un impatto politico, visto che nel Palazzo l'eventuale ritorno alle urne l'anno prossimo viene vissuto - soprattutto dai peones di prima nomina - con grande preoccupazione. Temono di perdere la pensione. In realtà, secondo quanto riferiscono fonti qualificate, le Amministrazioni dei due rami del Parlamento si stavano già preparando riservatamente per adeguarsi alla novità. Che poi una novità non è, almeno per gli uffici, se è vero che il verdetto depositato a Palazzo Madama dal collegio presieduto dal forzista Luigi Vitali è del novembre 2020. In quella occasione il Consiglio di garanzia aveva risposto ad un ricorso di tre ex senatori che non avevano raggiunto i «quattro anni sei mesi e un giorno», e ai quali «in nome del popolo italiano» era stato infine riconosciuto il diritto alla pensione. A una condizione però: che pagassero tutti i contributi dei mesi mancanti, quelli a loro carico e anche quelli a carico dell'Amministrazione, in modo che l'operazione fosse «a costo zero» per le casse dello Stato. La sentenza del Senato intendeva sanare la «difformità di trattamento» rispetto ai parlamentari europei e rispetto anche ai deputati della Camera. Ed è con questo esplicito riferimento a un precedente giudizio del Consiglio di giurisdizione di Montecitorio, che si è scoperta l'altra pronuncia, avvenuta nell'ottobre 2019. Allora il collegio guidato dal democratico Alberto Losacco aveva messo in mora i regolamenti sul sistema previdenziale, accogliendo il ricorso di dieci ex deputati che erano subentrati ad altri parlamentari nel corso della legislatura e che non avevano potuto maturare la pensione, pur pagando i contributi. Un'evidente ingiustizia, perché - come spiega il Consiglio di garanzia del Senato - il regime interno mostra «profili d'illegittimità per una irragionevole disparità di trattamento» rispetto a «istituti esterni». L'intento di equiparare i diritti di un parlamentare a quelli di un normale cittadino, è considerato dai giudicanti come un primo passo per superare la sbornia populista che ha colpito il Palazzo negli anni passati. E l'operato giuridico finisce indirettamente per produrre un altro effetto, siccome in uno dei ricorsi si sosteneva la tesi che il limite dei «quattro anni sei mesi e un giorno» finisce per condizionare l'attività di deputati e senatori, influenzandone le scelte e mettendo di fatto un vincolo al loro mandato. Sulla base di queste pronunce tra loro separate, la politica potrà fare ora il proprio corso, con la garanzia che - anche se la legislatura dovesse terminare anticipatamente - nessuno perderebbe i propri diritti. Ai parlamentari uscenti che volessero farne richiesta - spiegano infatti fonti qualificate - basterebbe presentare un ricorso all'Amministrazione e chiedere di integrare i mesi mancanti dall'atto di proclamazione delle future Camere al settembre 2022. I più interessati sono ovviamente i peones di prima nomina. Alcuni di loro ieri in Transatlantico, avendo saputo la notizia, sono parsi sollevati. Come se potessero almeno limitare i danni. Come se stessero vivendo la fine di un'epoca: quella della scatoletta di tonno da aprire».

CORSA AL QUIRINALE 2, RENZI DELUDE IL CAV

Emanuele Lauria di Repubblica torna sull’indiscrezione di un possibile appoggio di Italia Viva alla candidatura di Silvio Berlusconi al Quirinale. Ieri Renzi ha deluso il Cav, dicendo: “Mi scappa da ridere”…

«Minimizzare, smentire senza negare, tenere tutti col fiato sospeso sino alla Leopolda che avrà una «sorpresa finale». Matteo Renzi tira il freno, il giorno dopo le notizie - pubblicate da Repubblica - degli incontri con i forzisti Dell'Utri e Micciché per assicurare i voti di Italia Viva nella corsa di Berlusconi verso il Quirinale. La mattina si apre con una smentita formale del partito, in cui si dice che «chi evoca il nome di Renzi lo fa per una questione di propria visibilità. Ciò che Renzi pensa della corsa per il Quirinale e dell'attuale fase politica lo dirà lui stesso nel discorso finale alla Leopolda». Un modo per accendere le luci sull'evento di Firenze, con tanto di appuntamento da parte dell'ex premier, che parlerà - si precisa - domenica 21 novembre alle 12. Poi il senatore di Scandicci torna sull'argomento davanti alle telecamere di La7: «Miccichè dice che lui sa che vota Italia Viva... Mi scappa ad ridere. I nomi buoni sono quelli che vengono fuori alla fine». Ma le precisazioni, anche taglienti, non entrano nel merito di ciò che è stato rivelato dall'ex ministro Gianfranco Micciché, che con il fu Rottamatore è stato a cena a metà ottobre in un ristorante fiorentino: «Matteo Renzi mi ha detto che, se a Berlusconi dovessero mancare solo quelli, i voti di Italia viva sarebbero garantiti». Il contenuto di quest' affermazione - confermata ieri da Micciché all'Adnkronos - non viene smentito. E nessuno, in casa Iv, commenta quello che invece Marcello Dell'Utri ha assicurato ai dirigenti forzisti riuniti lunedì scorso ad Arcore: «Renzi mi ha detto di fidarsi di lui e io mi fido». Il capo di Italia Viva, d'altronde, ha l'esigenza di tenere compatta una pattuglia di parlamentari (43) cui è difficile - con i sondaggi al due per cento - garantire una rielezione. Una pattuglia all'interno della quale molti restano legati a una collocazione a sinistra: «Trattative con i forzisti? Non ci credo - afferma il deputato Nicola D'Alessandro - Per noi contano i fatti e quelli dicono che alle ultime amministrative ci siamo alleati con il centrosinistra. Io credo che dobbiamo evitare che il centrodestra si elegga un presidente della Repubblica da solo, non con il nostro appoggio ma con quello degli scappati di casa del gruppo misto. Serve un nome alto». Draghi? I parlamentari di Iv lo voterebbero solo dietro garanzia che non si andasse subito dopo a elezioni anticipate. Eventualità per la quale invece, secondo Matteo Renzi, «lavorano i segretari dei maggiori partiti». Renzi, in realtà, per ora attende e dialoga a tutto campo. Si sfila dal tavolo di maggioranza sulla manovra chiesto da Enrico Letta e alla Leopolda parlerà dell'esigenza di costruire una Cosa di centro che dovrebbe tenere fuori «populisti e sovranisti ». Il tentativo sarà quello di fare in modo che quest' area condizioni l'elezione del Capo dello Stato, suggerendo un nome che piaccia a tutti (Casini è una delle possibilità). Ma il filo con Forza Italia è teso (anche con la benevolenza di Denis Verdini, sussurrano i maligni) e il fatto certo è che il leader di Iv al rapporto con il centrodestra non può rinunciare. Anche per motivi contingenti: la giunta per le immunità del Senato deve esaminare la vicenda Open e Renzi potrebbe beneficiare di un ampio sostegno al no all'utilizzo delle intercettazioni. L'ex premier sarà sentito mercoledì prossimo dalla giunta. In questo senso, il voto contrario di ieri alle intercettazioni delle telefonate di Cosimo Ferri, già magistrato e oggi deputato di Iv, potrebbe essere un precedente positivo per l'ex premier. Nel frattempo non mancano le fibrillazioni nel centrodestra: Matteo Salvini e Giorgia Meloni: «Giusto serrare il fronte in una fase così delicata », dice la presidente di Fdi. I due leader di Lega e Fratelli d'Italia incontreranno Silvio Berlusconi nei prossimi giorni. Pronti a chiedergli conto e ragione dell'ipotesi da lui lanciata di un Draghi in sella all'esecutivo «anche oltre il 2023». Il Cavaliere ha tutto l'interesse a tenere il premier lontano dal Quirinale ma questa proposta, per il duo sovranista, non è nemmeno da mettere sul tavolo».

DALLA GERMANIA NUOVO CHOC SUL GAS

La burocrazia tedesca ferma il gasdotto coi russi e i prezzi dell’energia risalgono bruscamente. Davide Tabarelli presidente di Nomisma energia sostiene che i russi faticano a capire la separazione societaria chiesta dai tedeschi. La cronaca della Stampa.

«C'è una nuova bomba che rischia di infiammare il mercato del gas (e di attizzare l'inflazione): un ente regolatore tedesco ha sospeso la procedura di certificazione del Nord Stream 2, il contestato metanodotto che raddoppia il collegamento diretto fra Russia e Germania passando sotto al Mar Baltico. A questa notizia ieri le quotazioni del gas in Europa sono immediatamente balzate dell'11%, e ancora in chiusura segnavano +5%. Tutto questo in un mercato dell'energia già tesissimo per insufficienza produttiva e strozzature nella logistica, che si riflettono in prezzi ai massimi da anni e pressioni inflazionistiche generalizzate. All'America e ad alcuni altri Paesi della Nato il Nord Stream 2 non è mai piaciuto, perché rende l'Europa ancora più dipendente dalle forniture di energia russe, ma stavolta la geopolitica non c'entra. A farsi sentire è l'Autorità tedesca di controllo delle reti, che fa al metanodotto una serie di obiezioni: per operare in Germania la società a cui appartengono i tubi dovrebbe essere di diritto tedesco, e invece ha sede in Svizzera ed è controllata dalla russa Gazprom; inoltre una direttiva europea sull'energia richieda la separazione societaria fra chi produce il metano e chi lo trasporta; commenta Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia: «È vero che tutti gli altri gasdotti che uniscono la Russia all'Europa hanno Gazprom come proprietaria o comproprietaria, però sono stati realizzati prima di questa direttiva». La nuova linea di rifornimento invece non può sfuggire alla regola. La presa di posizione tedesca contro il Nord Stream 2 può sorprendere, perché il governo Merkel si è battuto strenuamente, per molti anni, per realizzare questo gasdotto, sfidando in particolare l'opposizione degli Usa e del Regno Unito (avversari globali della Russia) e della Polonia e dell'Ucraina (che non vogliono perdere i diritti di transito del gas russo); grava inoltre sul progetto la perplessità collettiva dell'Ue. Dovranno esprimersi la Commissione e altre Autorità nazionali. La Germania di Angela Merkel invece ritiene che il Nord Stream 2 le sia utile. Ma l'ente regolatore che ha sollevato obiezioni è un'Autorità indipendente, e infatti il ministero tedesco dell'economia si è affrettato a precisare che «si tratta di questioni puramente normative» e non di una bocciatura del progetto. Tuttavia c'è il sospetto che la volontà della cancelliera Merkel, ancora in carica pro-tempore ma in scadenza, conti sempre meno, mentre comincia a farsi sentire l'opinione dei partiti del governo in via di formazione, in particolare dei Verdi che sono nettamente contrari al Nord Stream2. Al di fuori della Germania la notizia ha galvanizzato gli oppositori di lungo corso del gasdotto, in particolare il premier britannico Boris Johnson, secondo cui «questo progetto mette a rischio la sicurezza dell'Europa». Comunque Gazprom ha tempo fino al 10 gennaio per uniformandosi al diritto tedesco e a quello dell'Unione europea. Ancora Davide Tabarelli: «I russi faticano a capire la richiesta di separazione societaria. Per loro sono cose da fighetti. E in effetti certe regole sono applicabili all'interno di mercati nazionali, come gli Stati Uniti e il Regno Unito, ma quando coinvolgono entità multinazionali e questioni geopolitiche diventano difficilmente gestibili».

FACCIA A FACCIA FRA BIDEN E XI

Grande tensione su Taiwan ma anche convergenze fra Usa e Cina nel diaologo on line fra i due Presidenti. Francesco Semprini sulla Stampa.

«Ciò che di sostanziale è emerso nel corso del colloquio tra Joe Biden e Xi Jinping, è il fatto che le mire di Pechino su Taiwan sono sempre più concrete e aggressive. Al punto tale che il leader cinese ha messo in guardia il presidente degli Stati Uniti affermando che chi come lui si adopera nella difesa dell'isola potrebbe rimanere scottato. Toni minacciosi a sottolineare come il dossier Taipei sia quello in assoluto più caldo e urgente nell'ambito delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. Biden da parte sua ha messo in guardia il collega cinese da «azioni unilaterali che cambino lo status quo e minino la pace e la stabilità nella regione». Parole a cui Xi ha risposto rilanciando: coloro che cercano l'indipendenza di Taiwan e i loro sostenitori negli Usa «stanno giocando col fuoco». «La Cina è paziente e cerca la riunificazione pacifica con grande sincerità e impegno, ma se i secessionisti di Taiwan provocano, o addirittura superano la linea rossa, dovremo adottare misure decisive», ha avvertito. Fatti ancor prima che parole visto che a poche ore dall'incontro virtuale, il gigante asiatico ha effettuato un'incursione nello spazio aereo di difesa dell'isola con otto jet militari. Pechino del resto sta dando seguito alle promesse scritte nella risoluzione storica di Xi Jinping, approvata la scorsa settimana dal plenum del Partito comunista cinese che lo che lo ha incoronato nell'Olimpo dei grandi al pari di Mao Zedong e Deng Xiaoping. Nel documento viene spiegato che risolvere la questione di Taiwan e riunificare la Cina «è una missione storica e un impegno incrollabile del Pcc ed è anche un'aspirazione condivisa da tutta la nazione». Il dialogo tra i due leader, affiancati dai rispettivi capi della diplomazia Antony Blinken e Wang Yi, definito «franco e diretto», è durato circa tre ore. «Dobbiamo stabilire alcune barriere di buon senso, essere chiari e onesti dove non siamo d'accordo e lavorare insieme dove i nostri interessi si intersecano», ha detto il presidente americano al collega cinese, rivolgendo l'appello ad «evitare un conflitto» tra Washington e Pechino. Biden e Xi hanno individuato nella lotta ai cambiamenti climatici e nel campo dell'energia i due terreni su cui far partire una proficua cooperazione tra Stati Uniti e Cina, tentando di aprire una nuova era nei rapporti, mai così difficili da decenni. Per adesso si tratta però di dichiarazioni di intenti a cui non è seguita alcuna svolta significativa nelle relazioni tra i due Paesi, nonostante la vecchia frequentazione di quando entrambi i presidenti erano numeri due (uno di Barack Obama, l'altro di Hu Jintao) può aiutare a tessere le fila di una futura auspicata distensione. Né al termine è stato possibile arrivare a una dichiarazione congiunta, proprio come accadde nel summit con Donald Trump nel 2019. I punti di attrito sono molti, e quanto mai irrisolti. Al punto tale che come riferisce il Washington Post, gli Usa sono pronti ad annunciare il boicottaggio diplomatico delle Olimpiadi invernali che si svolgeranno a Pechino il prossimo febbraio in segno di protesta per la violazione dei diritti umani da parte del governo cinese nello Xinjiang, in Tibet e ad Hong Kong. Del resto nel corso del colloquio l'inquilino della Casa Bianca si è detto molto preoccupato per la violazione dei diritti umani proprio nello Xinjiang, in Tibet e ad Hong Kong, e ha poi richiamato la Cina a rispettare le regole sul fronte economico e commerciale, parlando di «pratiche inique» che danneggiano le imprese e i lavoratori americani. Xi da parte sua ha esortato Biden, in un momento di chiara difficoltà in casa, a causa di una emorragia di consensi, a dimostrare a pieno la sua leadership e a «spingere la politica Usa nei confronti della Cina a tornare su un binario razionale e pragmatico», osservando «i principi del rispetto, della pacifica convivenza e di una cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti».

Solo ieri la stampa internazionale ha potuto leggere le 66 pagine della ricostruzione storica scritta dal Plenum del Partito Comunista cinese. Finora ci si era dovuti accontentare delle 14 cartelle di sintesi in inglese, diffuse l’ultimo giorno della riunione. Ora gli analisti studieranno bene tutto il documento ma ha fatto subito notizia un giudizio severo nei confronti della rivoluzione culturale di Mao Zedong. Importante perché alcuni commentatori avevano visto nelle recenti critiche all’impresa privata interna cinese da parte di Xi un possibile richiamo al maoismo. Gianfranco Modolo per Repubblica:

«Calcolo politico o vera condanna? Chissà. Agli studiosi di "pechinologia" serviranno settimane per decifrare le parole di Xi Jinping contenute nelle 66 pagine della risoluzione storica adottata dal Plenum del Partito comunista che lo proietta verso un terzo - e inedito - mandato. Una cosa è certa: la riscrittura della storia da parte di Xi di questi ultimi 100 anni di comunismo serve al presidente per cementare la sua posizione di leader insostituibile. Ma affrontare l'eredità di Mao Zedong presentava per Xi parecchie insidie. Criticato per le sue campagne che a più di qualcuno hanno fatto tornare alla memoria proprio il periodo maoista, pur difendendo con forza il pensiero e le azioni del Grande Timoniere, Xi ha voluto riconoscerne gli sbagli: il Grande Balzo in avanti e la Rivoluzione Culturale. «Gli errori teorici e pratici del compagno Mao sulla lotta di classe divennero sempre più gravi. Sotto una valutazione completamente erronea dei rapporti di classe e della situazione politica nel Partito e nel Paese, Mao ha lanciato e guidato la Rivoluzione Culturale. I controrivoluzionari hanno approfittato degli errori e hanno commesso molti crimini che hanno portato disastri provocando dieci anni di disordini interni che hanno causato al Partito, al Paese e al popolo le perdite più gravi dalla fondazione della Repubblica». Solo elogi, invece, per il compagno Deng, difeso anche nell'uso della forza durante le rivolte del 1989, con l'esercito e i carri armati in piazza Tiananmen lanciati contro gli studenti. Anche allora, secondo Xi, «il Partito ha preso una chiara posizione, difendendo il potere e salvaguardando gli interessi del popolo stesso».

BATACLAN, AL PROCESSO IL MOVENTE È TABÙ?

Sul Giornale di Minzolini cronaca del processo a Parigi contro i responsabili della strage del Bataclan. Francesco De Remigis sostiene che è vietato parlare di Islam in aula.

«Sebbene gli attacchi del 13 novembre 2015 a Parigi siano stati rivendicati dall'Isis, nelle udienze sul Bataclan il movente religioso è diventato il grande assente. L'estrema sinistra francese ha faticato a pronunciare la parola terrorismo anche nel ricordo delle vittime, sabato scorso: parlamentari della gauche sommersi di critiche su Twitter, perché incapaci di denunciare la matrice islamica del sangue. Ma sono soprattutto le «regole» del processo in corso a Parigi a lasciare più di un dubbio. Vietato parlare di Islam in presenza degli imputati, per esempio; almeno nella recente fase che li ha visti alla sbarra. Per espressa volontà del presidente del tribunale speciale Jean-Louis Périès, e come da suo avvertimento del 2 novembre, le carte del processo iniziato a settembre sembrano via via scompaginarsi; come pure le aspettative su un procedimento che in nove mesi vedrà i giudici sentenziare sulle responsabilità dei venti a giudizio. Chiarito che non è ancora tempo di affrontare «i fatti», né tanto meno parlare di «religione», quindi di movente, il processo ha tirato il freno a mano, trasformando l'aula bunker in un magnete di polemiche e frustrazione per le parti civili: «Gli imputati si dipingono come banali sbandati», denuncia Theodora, la giovane ventenne che ha perso lo zio sulla terrazza del cafè La Bonne Bière. Lei come altri, è su tutte le furie: «Vogliamo sapere cosa li ha resi assassini...». Possibile che manchi il riferimento all'Islam? Sì, perché dopo un mese e mezzo di atroci racconti dei superstiti, nei giorni scorsi è stato richiesto un linguaggio «eufemizzante» alle udienze-show concesse alla Salah Abdeslam e associati, con interruzioni censorie che hanno fatto sobbalzare dalle sedie sopravvissuti e accusa. Fuori luogo anche riferimenti a Moschee o Imam. Per giorni è stata celebrata la vita di quartiere di presunti assassini, più simile apparentemente alle immagini di un maxi-spot pubblicitario della Nike. In questa fase si cerca «solo» di tracciare i «profili» degli imputati: per parlare della religione che ha spinto a uccidere, embargo fino a gennaio. Interrogati sulla loro «personalità» e non sui fatti, i venti imputati per terrorismo sono diventati «personaggi». Libertà di sproloquio e di menzogna. Salah ha parlato della sua infanzia felice. Via, il volto truce dell'udienza di settembre, quando si dichiarò orgogliosamente un «combattente» di Daesh che compì quegli attentati per «vendetta» dopo i bombardamenti francesi in Siria. Gli avvocati difensori hanno sfruttato la timeline del processo e cambiato strategia: alla sbarra ci sono angeli di banlieue, fratelli benevoli con poche macchie sul curriculum, vittime di una Francia matrigna anziché indossatori di kalashnikov, proiettili da guerra e coltelli. «Vogliamo sapere il resto», gridano le famiglie dei morti e i sopravvissuti alla strage. Dopo il ridicolo show dei «santi subito», la lente del processo si sposta ora sulla rotta dei migranti che ha permesso all'Isis di trapiantare terroristi nel cuore dell'Europa. E sul flop dei Servizi francesi. Ieri, riprese le udienze dopo lo stop per le commemorazioni, è stato il turno delle spiegazioni di Bernard Bajolet e Patrick Calvar, allora rispettivamente capo della Direzione generale della Sicurezza esterna (DGSE) e della Sicurezza interna (DGSI). La maggior parte dei membri dei commando del 13 novembre era nota, ha ammesso il primo, ma «non sapevamo che avrebbero preso parte a operazioni in Europa». Il secondo ha puntato il dito sul flusso migratorio dell'estate 2015 di merkeliana maternità; profughi di cui vari jihadisti «hanno approfittato». Resta la reticenza a dare un nome all'ideologia che ha lasciato 130 morti e oltre 350 feriti. E il rischio paralisi prima del verdetto del 24 e 25 maggio. Il tribunale dei tabù ha chiamato ieri pure un professore, per facilitarsi la lettura dei fatti: di cui, però, potrà chieder conto ai ragazzotti diventati criminali apparentemente quasi per caso solo più avanti».

PETIZIONE CONTRO IL TEMA D’ITALIANO

Dalla pandemia usciremo migliori, oppure ne usciremo peggiori? Alcuni studenti italiani non vorrebbero perdere il vantaggio acquisito di un esame di maturità solo orale, com’è stato fatto negli ultimi due anni per via del virus. Massimo Gramellini nel Caffè di oggi (sulla prima del Corriere) non condivide però l’iniziativa.

 «In una petizione che ha già quasi raggiunto le quarantamila firme, molti studenti dell'ultimo anno delle superiori chiedono al ministro dell'Istruzione di non reintrodurre, negli esami di maturità, le prove scritte sospese dal 2020 a causa della pandemia. Hanno ragione. Al posto del ministro, mi spingerei oltre. Abolirei la parola scritta come forma di comunicazione all'interno degli edifici scolastici, sostituendola con i più pratici emoticon o con simpatici segnali sonori: fischi, grugniti, pernacchie. Riconosciamolo, il tema di italiano risulta ormai anacronistico. Grazie ai social, nessuna persona sana di mente riesce ancora a leggere più di mezza riga di uno scritto qualsiasi senza venire colta dal mal di testa e soprattutto dall'insopprimibile bisogno di dire la propria sull'argomento. L'arcaico gesto dello scrivere - per di più a mano - non solo favorisce l'insorgenza di calli al dito medio, togliendogli l'agilità necessaria per fare gestacci e scivolare sulla tastiera del telefonino. Presenta altri antipatici effetti collaterali: organizza il pensiero, arricchisce il vocabolario e aiuta a comprendere il significato di ciò che si legge, creando un circolo vizioso di indubbia pericolosità. Si ponga dunque fine a questo insulso retaggio del passato. Anche perché, come bene illustra la petizione, «l'ulteriore stress di esami scritti remerebbe contro un fruttuoso orale». Non sia mai. È molto meno stressante mettere i remi in barca e affogare tutti a bocca aperta».

Leggi qui tutti gli articoli di mercoledì 17 novembre:

https://www.dropbox.com/scl/fi/8xyv4jawzxruvuz9mg4xn/Post-17-novembre.docx?dl=0&rlkey=hqr0kti5ajaa10393lan7bv94

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana 

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