IL VIAGGIO DEL DIALOGO

Il Papa in Irak incontra un ayatollah sciita. L'Italia alle prese coi colori dei divieti, mentre è scontro mondiale sul blocco all'export dei vaccini. Zingaretti ci ripensa? Casaleggio forse.

Un viaggio durante la pandemia, sfidando un’emergenza mondiale. Un viaggio nonostante i missili della vigilia e i rischi per la sicurezza. Un viaggio che per la prima volta porta ad un faccia a faccia con un ayatollah dell’Islam sciita. Tutti i viaggi dei Papi sono definiti “storici”, ma questo di Francesco in Irak lo è davvero. Più passano le ore, più aumenta la convinzione che Bergoglio incarni così la “Fratelli tutti”, arrivando a dialogare con quella confessione religiosa che fin dagli anni 80 dello scorso secolo ha prodotto la cosiddetta “teologia politica” (copyright Sant’Agostino-Peterson-Ratzinger). L’Islam radicale non è infatti che l’ultima conseguenza di quell’uso strumentale della religione iniziato con Khomeyni nell’Iran sciita.  Partiamo da qui, commenti e cronache sul viaggio papale in corso, per raccontare una carta stampata oggi ricca di notizie. Drammatiche sul fronte Covid. Mai così tanti contagi in Italia da dicembre. Un’Italia che sta “arrossendo” velocemente. Cifre preoccupanti soprattutto su ricoveri e terapie intensive. Anche se a leggere bene i numeri, si comincia a vedere, sia detto con prudenza, l’effetto vaccini (titolo di prima del Secolo XIX). A proposito, ieri avevamo parlato di una “guerra mondiale” iniziata proprio sui vaccini. Il blocco dell’export da parte di Draghi fa discutere, eccome. Londra è furiosa, Berlino ci difende. Parigi appare critica. A proposito di lingua francese, evento choc dalla più grande capitale del mondo dove si parla quella lingua: Kinshasa. È stato ucciso il giudice che indagava sull’attentato in Congo ai nostri due italiani. Tornando alla politica: grandi discussioni in casa Pd dopo le dimissioni di Zingaretti, che ieri ha parlato da Torre Gaia, quartiere periferico di Roma. Il Nazareno, sede del Pd, appare piuttosto dai giornali come Torre Arrabbiata. Ma il gesto di Zinga è irreversibile? Domanda aperta. Intanto la numero 2 di Rousseau lancia messaggi distensivi verso Grillo, Conte e Di Maio. Ecco i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Quasi tutti i quotidiani mettono in copertina titolo e spesso foto sul viaggio del Papa in Irak. Solo Avvenire però ne fa l’apertura, con un sintagma che ricorda un documento del Concilio: Giustizia e pace. Quotidiano Nazionale apre la serie dei titoli sull’emergenza Coronavirus in modo quasi poetico, sembra citare le canzoni di Mogol e Battisti: Le regioni si colorano di nuovi divieti. La Stampa sottolinea: Zone rosse, ecco le nuove regole. Il Mattino sembra lamentarsi: Solo la Campania è in rosso. «Vaccini rivedere le quote». Il Corriere della Sera torna sulla stessa parola di Qn: Si allarga l’Italia dei divieti. Molto critica La Verità: I «GENI» CHE DECIDONO SULLE NOSTRE VITE. Il Manifesto va sul Piano vaccini presentato ieri alle Regioni e illustra una foto con la Gelmini e il nuovo Commissario Figliuolo in divisa: Allarme generale. Anche Repubblica, che pure dà grande spazio al Papa in Irak, insiste sulla somministrazione di massa: Vaccini porta a porta.Libero eccitato dalla possibilità del vaccino di Putin: VIA LIBERA ALLO SPUTNIK. Il Secolo XIX segnala i primi dati in positivo: Liguria, lo scudo del vaccino dimezzati gli anziani positivi. Gli altri giornali vanno in ordine sparso sull’economia. Il Fatto critica il Governo: Draghi, consulenti privati sul Recovery. Il Messaggero invece è positivo: Fisco, la sanatoria anti-crisi. Come Il Sole 24 Ore: Ristori, 9,5 miliardi su gennaio e febbraio. Cartelle, pagamenti rinviati al 30 aprile. Per Il Tempo di Bechis invece il nostro Presidente del Consiglio è un po’ tirchio: Draghi ha il braccino corto. Mentre Il Giornale si concentra su uno sfogo di Nicola Porro contro il neo Ministro della Transizione ecologica Cingolani: Diktat del superministro: «Mangiate meno carne». Più tofu per tutti?

IL PAPA DIALOGA PER BATTERE L’ESTREMISMO

Papa Francesco è in Irak, oggi a Najaf c’è stato l’incontro con l’ayatollah sciita al-Sistani. Incontro privato, lontano dai riflettori e forse però il gesto più importante del viaggio. Avvenire ci aiuta stamattina a capirne il significato, intervistando un Imam proprio di Najaf.  

«Imam Zaid Bahr Aluloom, qual è l'attesa fra i teologi e nella popolazione? È una visita storica, con due leader religiosi che hanno un grande seguito: papa Francesco che rappresenta oltre un miliardo di cristiani verrà in questa scuola teologica di Najaf. L'incontro con il grande ayatollah Ali al-Sistani è una svolta, non solo per il Vaticano e per l'Iraq, ma per il mondo intero. Il seguito di questi due leader spirituali va sicuramente oltre i confini delle nazionalità. Noi rispettiamo molto papa Francesco per il suo insegnamento e in particolare per il suo impegno per la pace e per questo, dai politici alla popolazione, tutti aspettano con entusiasmo la sua visita. Che importanza ha che questo incontro avvenga proprio a Najaf? Najaf, che custodisce la tomba di Ali, dà ulteriore importanza a questo gesto di dialogo, ci aiuta a riscoprirne le radici. Najaf è per noi sciiti come il Vaticano per i cattolici, questa città ha il suo centro vitale nelle scuole teologiche che influenzano gli sciiti di tutto il mondo. A Ur anche voi sciiti pregherete nei luoghi di Abramo. Come sarà la vostra preghiera? So solo che saranno letti passi del Corano e nello stesso tempo ci saranno dei canti cristiani. Abramo, per noi sciiti, è il padre nella fede e, con tutti gli altri profeti, ha il suo ruolo. Nella nostra preghiera invochiamo sempre Abramo. Crediamo anche, questo è essenziale per la nostra fede, che il profeta Maometto è l'ultimo profeta. Come giudica il Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi da Francesco e il grande imam di al-Azhar? Quel documento ha contribuito a mettere l'attenzione sulla dignità umana, sul dialogo e sulla fratellanza, valori già presenti nelle religioni. È un documento fondamentale per chi cerca il dialogo fraterno tra le fedi».

Tahar Ben Jelloun, scrittore e poeta marocchino, scrive per Repubblica un interessante commento, in cui inquadra il ruolo dei cristiani nei Paesi arabi.

«La visita di papa Francesco in Iraq è un evento importante perché questo Paese, invaso nel 2003 dall'esercito americano, è stato e resta un territorio in preda alla violenza e al fanatismo. È una terra altamente simbolica. È la terra del patriarca Abramo, il padre spirituale dei credenti, che veniva dall'antica Ur, in Caldea, nel Sud del Paese. Il Papa rientrerà in contatto con quella spiritualità che è stata fondamentale per la coesistenza dei musulmani e dei cristiani. Gli attentati che hanno colpito Bagdad il 3 luglio 2020 (323 morti) e il 21 gennaio 2021 (30 morti dopo che due kamikaze si sono fatti esplodere in mezzo a un mercato) non distinguono fra musulmani e cristiani. Tutti questi attentati sono stati rivendicati dal cosiddetto Stato islamico. Dopo la conquista di Mosul, nel 2014, i terroristi dello Stato islamico hanno raddoppiato la loro ferocia. Da allora, il numero dei cristiani è costantemente diminuito, a causa del terrore esercitato da islamisti fedeli allo Stato islamico. Alcuni sono stati costretti a fuggire in esilio in Paesi europei, ma sono smarriti perché sentono la mancanza del loro Paese e non riescono a immaginarsi di ricostruirsi una vita al di fuori della loro terra natale. La visita di papa Francesco è un atto altamente politico. Questa terra straziata, dove migliaia di iracheni sono stati assassinati, in questo momento ha bisogno di essere riparata e salvata. E questo riguarda sia i musulmani che i cristiani, che rappresentano una minoranza costantemente minacciata e che attende dal papa un sostegno forte. Padre Sabri Anar ha avuto ragione a dichiarare che questa visita papale è «una luce nelle tenebre. La sua visita porterà la pace nei cuori». Questo viaggio eccezionale suscita molte speranze tra la popolazione, indipendentemente dalla fede religiosa. È una visita storica che vuole essere un sostegno morale e spirituale per una minoranza che per secoli è riuscita a coesistere con l'Islam. I cristiani sono particolarmente presi di mira dagli islamisti, che non sopportano che degli arabi possano essere di un'altra fede: ai loro occhi, sono dei traditori della "nazione musulmana". Eppure, l'Islam celebra e rispetta gli altri profeti. Il Corano si è fortemente ispirato ai valori del cristianesimo e predica la pace fra credenti.».

LE REGIONI DI MARZO SI VESTONO DI NUOVI COLORI  

Suggestionati dai titoli di Qn, Giorno, Nazione eccetera (e forse da Sanremo) parafrasiamo Battisti e Mogol. Purtroppo c’è poco da scherzare: numeri e notizie sulla pandemia sono preoccupanti. La Stampa propone un grafico dove vengono riportate in sequenza le cifre della prima e della seconda ondata e messe in relazione con quelle degli ultimi giorni. Lo sviluppo possibile della curva è impressionante, tutto sta a vedere come la vaccinazione possa incidere. Proprio La Stampa con Francesco Rigatelli intervista Massimo Galli del Sacco di Milano.

«Massimo Galli, professore ordinario di Malattie infettive all'Università Statale di Milano e primario all'Ospedale Sacco, non crede all'arancione scuro come soluzione per la terza ondata e auspica «chiusure decisamente più marcate». Tutta l'Italia in rosso? «Le regioni che non lo sono ancora ci finiranno presto. La situazione si complica e siamo sempre all'inseguimento del virus, che detta l'agenda». Com' è successo? «È da fine dicembre che parliamo della variante inglese, più contagiosa del 40% come la brasiliana, e ora sta diventando prevalente. Le scuole e i ritrovi di giovani sono stati un volano per la terza ondata. I ragazzi si ammalano meno degli adulti, ma con le varianti si contagiano di più e portano il virus a genitori e nonni». Gli ospedali si stanno riempiendo? «La catena del contagio sta arrivando ai più fragili. Ci possono essere dei giovani, ma sono soprattutto anziani». Cosa si aspetta? «Posso avvalermi della facoltà di non rispondere? Sarei pessimista e me ne pentirei». Meglio o peggio della seconda ondata? «La vaccinazione di sanitari, Rsa e un crescente numero di anziani proteggerà in parte le categorie a rischio, ma bisognerà trattenere il fiato fino all'arrivo della bella stagione e di maggiori forniture di dosi». E le varianti? «Potrebbero complicare la vita sia dei guariti, mi riferisco in particolare alla brasiliana, sia dei vaccinati. Il rischio è che coesistano costringendoci a ripetute iniezioni. Per evitarne la diffusione bisogna limitare i contatti, circoscrivere i focolai e vaccinare a tappeto». Eppure fino a poche settimane fa si parlava di sci, cene fuori, cinema, teatri, spettatori a Sanremo… «Tutti abbiamo voglia di tornare alla vita di prima, ma è inutile parlare a vanvera. La speranza non deve annebbiarci la vista. La realtà è una sola: più rimaniamo uniti e prima ne usciamo».

Ogni sabato sui giornali ci sono polemiche sui colori decisi per le Regioni a Roma fra cabina di regia e  Ministero. Non si placano critiche soprattutto sulla scuola in DAD: il sindaco di Milano critica la Regione Lombardia. Sul Corriere della Sera c’è un’intervista al Presidente del Piemonte Cirio:

«Chiudere le scuole è il sacrificio più grande, bisogna farlo sulla base di numeri certi e aggiornati. La situazione mi ha imposto di intervenire, ma è stato fatto in maniera chirurgica». Così, in alcune aree ha deciso di far scattare la didattica a distanza dalle elementari, in altre soltanto dalla seconda media «Esatto, individuando due fasce di rischio sulla base dei contagi». Davanti a questo peggioramento che cosa chiede al governo? «Di anticipare il più possibile la valutazione settimanale. Il report del venerdì sera per il lunedì non consente di dare il giusto preavviso nel rispetto della vita delle persone e delle imprese. Senza contare che rischia di sottostimare situazioni in cui sarebbe necessario agire sin da subito con misure più restrittive». Come bisognerebbe intervenire? «Dove serve nella misura in cui serve. L'ultimo decreto va in questa direzione». La linea di Bonaccini è condivisa da tutti i governatori? «Tra noi presidenti delle Regioni è sempre prevalsa una linea comune improntata al pragmatismo. La sicurezza e la salute vengono prima di tutto, ma insieme a questo bisogna tenere conto della vita economica del Paese». Rispetto al governo Conte, nei rapporti con il nuovo esecutivo c'è stato un cambio di passo? «Io ho grande fiducia in Draghi e ho registrato già un cambiamento di metodo. L'ultimo decreto non ci è stato comunicato un'ora prima della firma, come spesso è accaduto in passato, ma con 48 ore di anticipo. Di questo, e della disponibilità ad accettare i suggerimenti delle Regioni, bisogna dare atto ai ministri Gelmini e Speranza».

Pietro Senaldi su Libero ironizza sui silenzi di Palazzo Chigi:

«I critici affermano che, scansando i microfoni, Draghi fugga dalle proprie responsabilità, scaricando su altri il peso di provvedimenti impopolari. C'è pure chi lo accusa di scarso senso delle istituzioni, visto che non condivide le proprie decisioni con il popolo, e gli ricorda che la politica non è l'economia, dove si spiega solo dopo aver agito, perché in finanza parlare prima può rovinare i piani, quando non è un reato, mentre in democrazia comunicare è un dovere. Attacchi pretestuosi. SuperMario non ha bisogno di farsi sentire, tutti sanno che comanda lui. Quanto alle informazioni, il precedente governo ne ha date talmente tante, e così di frequente, che l'unico risultato è stato confondere gli italiani sul virus, quando si trasmette, come si cura, quanto uccide, ma anche su quel che è consentito o meno fare, visto che le regole cambiavano di continuo e dalla sera al mattino. Ben vengano quindi le notizie con il contagocce, così che avremo il modo di conoscerle e il tempo di capirle. In due settimane Draghi ha detto poco ma, a differenza dei predecessori, è stato coerente. Ha bocciato le Primule dove Arcuri voleva somministrare i vaccini, e poi ha licenziato il commissario. Ha bacchettato l'Europa per la sua gestione fallimentare dei vaccini, chiedendo più dosi, e Bruxelles ha aperto al siero russo Sputnik. Ha dichiarato che la priorità del Paese è la profilassi, e conseguentemente ha bloccato le fiale di Astrazeneca in partenza per l'Australia. Non ha annunciato soldi a pioggia, e infatti non ha chiuso i negozi e sta cercando di limitare al massimo le restrizioni alle attività produttive, malgrado i contagi crescano. È venuto meno alla parola solo sulla scuola. Dopo aver riconosciuto nel suo discorso d'insediamento il ruolo centrale dell'istruzione nel rilancio di un Paese, ha consentito a una classe politica tremebonda di chiudere perfino le elementari, che pure erano rimaste aperte nel pieno della seconda ondata. Segno che anche chi parla poco si trova prima o poi costretto a mordersi la lingua».

VACCINI 1. LONDRA CONTRO ROMA, BERLINO CON DRAGHI

Ieri si era detto che la mossa dura di Draghi di bloccare l’esportazione dei vaccini all’Australia avrebbe fatto scoppiare “la guerra mondiale dei vaccini”. E infatti prontamente Boris Johnson da Londra ha attaccato il nostro Presidente del Consiglio. Antonello Guerrera da Londra, Fabio Tonacci da Roma su Repubblica scrivono:

«A Boris Johnson la mossa di Mario Draghi e dell'Ue di bloccare 250 mila dosi di vaccino di AstraZeneca (casa farmaceutica anglo-svedese connessa con Oxford) dirette in Australia (paese Commonwealth), non è piaciuta. E ieri, quando Repubblica e alcuni giornalisti inglesi hanno chiesto al portavoce del primo ministro britannico che cosa ne pensasse, la risposta ha lasciato pochi dubbi: «Il virus può essere sconfitto solo con la collaborazione internazionale. Tutti siamo dipendenti dalle catene di produzione mondiali e porre limiti a esportazioni di vaccini mette a repentaglio lo sforzo globale contro il virus». Si respira irritazione a Downing Street. Il portavoce di Johnson ha confermato, durante la prima telefonata avuta con Draghi due giorni fa, che i due leader «non hanno discusso» dello stop all'export, in quanto la chiamata «ha avuto luogo prima dell'annuncio del blocco». (…) Le iniziali dichiarazioni al miele del premier Scott Morrison («è comprensibile la mossa dell'Italia, che ha avuto molti più morti») non combaciano con la lettera ufficiale inviata ieri ad Astra-Zeneca, e che Repubblica ha visionato in esclusiva. Nella missiva, il governo Morrison si dice «sorpreso e molto deluso» da quanto accaduto, rimprovera all'azienda di non essersi opposta al sequestro di dosi e chiede che faccia subito di nuovo richiesta di export all'Ue. La multinazionale teme che questo sia il preludio di una battaglia protezionistica globale sui vaccini che, come in un domino, possa creare grossi disagi alle catene produttive di tutti i Paesi. Lorenzo Wittum, ad di AstraZeneca Italia, ieri ha detto a ClassCnbc: «Capisco perfettamente la decisione (dell'Italia, ndr) vista la situazione in Europa. Ribadisco il nostro impegno totale a fornire le quantità che abbiamo previsto, nel caso dell'Italia 5 milioni di dosi nel primo trimestre. Riguardo alla creazione di un polo che possa produrre vaccini, siamo a disposizione per verificare che ci siano le condizioni». Una dichiarazione che si tiene volutamente alla larga dalle vere ragioni dietro la richiesta alla Farnesina, fatta tramite la Catalent di Anagni, di esportare 250.700 dosi in Australia».

Sul Corriere della Sera Berlino si schiera in soccorso di Draghi. L’occasione è un’intervista ad un politico, Manfred Weber, leader del PPE, che difende la decisione del nostro Governo:

«L'Italia deve sentire il sostegno pieno dell'Unione europea. In questo periodo in cui le persone stanno morendo, dobbiamo mostrare ai nostri cittadini che ci prendiamo cura di loro». Manfred Weber è il presidente dei deputati del Partito popolare al Parlamento europeo. La decisione del premier Mario Draghi vi ha sorpreso? «Abbiamo discusso a livello europeo se attivare il meccanismo di controllo dell'export dei vaccini e se in specifici casi fare ricorso al blocco. È stato discusso nella riunione dei leader Ue con la presidente della Commissione. La scelta dell'Italia si basa su solide motivazioni: la situazione in Australia vede dieci casi di Covid al giorno e non ci sono morti. Per questo sostengo pienamente il messaggio di Mario Draghi, che si è coordinato con la Commissione. Il commissario Thierry Breton era a Roma. Dobbiamo occuparci dei nostri cittadini, l'Ue è il continente più colpito al mondo, abbiamo il più alto numero di contagi e morti». C'è il rischio di una guerra dei vaccini? «La guerra è già in corso. Gli Stati Uniti hanno un blocco totale sulle esportazioni di vaccini anti-Covid. Il Canada è rifornito dalla produzione europea. Il nazionalismo dei vaccini è stato adottato dagli Stati Uniti, dalla Gran Bretagna con AstraZeneca. Da europeo e da politico non voglio un blocco totale delle esportazioni di dosi ma non dobbiamo essere naïf, ci dobbiamo concentrare sulle aziende che non sono corrette: AstraZeneca non sta adempiendo al contratto con l'Ue e sta dando precedenza alle forniture verso il Regno Unito e altri Paesi. Ma nello stesso tempo c'è BioNTech-Pfizer, un partner estremamente affidabile: stanno consegnando più di quanto promesso e questo ci permette di aiutare altri Paesi. Va adottato un approccio caso per caso. E con chi è inadempiente l'Ue deve essere rigorosa e forte».

E Parigi? Il Fatto ha raggiunto la parlamentare della Left, piccolo raggruppamento a sinistra dei socialdemocratici, Manon Aubry. La Aubry ha fatto un intervento sui vaccini in Aula a Strasburgo contro i Big Pharma che è andato fortissimo sul web. Anche lei critica Draghi ma “da sinistra”, perché “non risolve la radice del problema”. Non avrebbe dovuto bloccare i vaccini per l’Australia, nel senso che per la francese l’obiettivo è togliere brevetti e profitti alle aziende.

«Il video in cui accusa Ursula von der Leyen di "essersi inchinata di fronte alle case farmaceutiche", di aver permesso loro "di fare le leggi al posto" della Commissione europea, ha raccolto in poche ore centinaia di migliaia di clic. Manon Aubry, 31 anni, francese, eurodeputata del gruppo The Left (5,4% dei seggi), dice che serve una commissione d'inchiesta sui vaccini per "scoprire davvero come sono andate le cose". Onorevole Aubry, l'errore principale della commissione? Quello di pensare di essere più debole di Big Pharma. Il risultato è che nei contratti sui vaccini le condizioni sono state imposte dalle compagnie private. Eppure, la ricerca sui vaccini è stata finanziata con soldi pubblici, di tutti noi cittadini. L'Italia ha appena bloccato l'esportazione di un carico di vaccini Astrazeneca verso l'Australia. Qualcosa i governi possono ancora fare, no?Il blocco dell'export non risolve la radice del problema, cioè il fatto che le case farmaceutiche abbiano il monopolio della produzione. Dobbiamo pensare in ottica globale, perché il virus tornerà se non viene sradicato in ogni parte del mondo. L'obiettivo non dev'essere quindi quello di rubare vaccini a un'altra nazione, ma di aumentare la produzione a livello mondiale, così che ogni nazione possa avere i vaccini di cui necessita. Lei critica il fatto che i brevetti siano privati e che su questi le compagnie facciano profitti. L'alternativa?L'alternativa era rendere pubblici i brevetti, così che la produzione potesse essere maggiore. Invece, per come stanno le cose oggi, il rischio è di avere persone vaccinate nei Paesi ricchi e persone non vaccinate in quelli poveri. Senza la prospettiva di poter fare profitti, pensa che le compagnie private avrebbero comunque investito grandi risorse nella ricerca e sarebbero arrivate a produrre vaccini in meno di un anno, come è avvenuto? Non è il modo giusto di inquadrare il problema. Il vaccino non dovrebbe essere visto come un bene uguale agli altri. La Commissione avrebbe dovuto trattare in modo diverso con le compagnie, imponendo fin dall'inizio la condivisione dei brevetti con chiunque volesse produrli. Invece ha prefinanziato la ricerca sui vaccini, assumendosi il rischio finanziario, ma ora sono le compagnie a fare profitti».

Su La Stampa interessante commento di Francesca Sforza sull’europeismo di Draghi:

«Un po' come fece quando usò la distinzione tra debito buono e debito cattivo, il presidente del Consiglio Mario Draghi stavolta ha fatto presente che c'è un'Europa buona e un'Europa cattiva. O meglio, un'Europa che funziona e una che funziona male. Il che non significa essere antieuropei, al contrario: ribadire ciò che non funziona in Europa significa innanzitutto crederci. (…)  Perché inutile farsi illusioni, il fatto che l'Unione europea sia un'entità politica che raccoglie più nazioni - e che abbia spesso delle procedure farraginose, anche a causa del concorrere di più voci al suo interno - dà agio a una serie di disfunzioni. Una è quella "in entrata", nel momento in cui si tratta con soggetti terzi come le aziende produttrici di vaccini: come Draghi ha fatto osservare a von der Leyen si sono registrate debolezze, mancata chiarezza, assenza di polso in fase contrattuale; l'altra è quella "in uscita", quando i soggetti in questione pensano che proprio a causa di un certo sfilacciamento interno sia possibile non rispettare gli impegni, o rispettarli a metà, o fare finta che tutto vada bene anche se non è così. Tanto si sa com' è l'Europa».

UCCISO IL GIUDICE CHE INDAGAVA SU LUCA E VITTORIO

A proposito di “guerre mondiali” e rapporti tra gli Stati, ieri una notizia inquietante ha fatto il giro del mondo. È stato eliminato il giudice locale che indagava sull’attentato in Congo nel quale hanno perso la vita l’ambasciatore italiano Attanasio e il carabiniere Iacovacci. Chi ha ucciso gli italiani si è garantito di non essere troppo disturbato e insieme ha spedito un messaggio preciso. Difficile, a questo punto, che l’attentato contro gli italiani sia stato una semplice fatalità, piuttosto un attacco voluto e organizzato. Francesco Battistini sul Corriere:

«Dicono i congolesi: ma quale eliminazione, quel giudice è stato ucciso in una delle tante sparatorie tra militari rivali. Dice il governo italiano: comunque sia, questa è una morte che non deve fermare le indagini sull'assassinio del nostro ambasciatore. Sulle alture del Nord Kivu, regione di genocidi infiniti, poco lontano dal luogo in cui sono stati uccisi il 22 febbraio Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e il loro autista, Mustafa Milambo, proprio lì martedì sera è stato assassinato uno dei magistrati che indagano sull'agguato al diplomatico italiano. Il maggiore William Mwilanya Asani, revisore dei conti alla Procura militare di Rutshuru, è morto mentre tornava da Goma e da una settimana d'incontri con altri investigatori congolesi. (…) Nella sostanza, sono pochi gli elementi forniti ai Ros inviati sul luogo. Tanto che in Procura a Roma non s' esclude di classificare il caso Attanasio come crimine di guerra, per poter indagare meglio chi finanzia, arma e dirige i gruppi armati nel Congo nord-orientale. L'agguato ad Asani è collegabile alle indagini che stava conducendo? «In Nord Kivu sono attive varie reti criminali legate ai militari», denuncia un attivista per i diritti umani, Jimmy Kamate Kighoma: difficile entrare nelle strategie legate agli attacchi. È anche per questo che le indagini italiane trovano un muro di gomma. «Se hanno avuto il coraggio d'uccidere un ambasciatore - dice Kighoma -, riuscite a immaginare che cosa fanno a noi cittadini?».

VACCINI 2.

Torniamo ai vaccini. Il Piano italiano di Curcio e di Figliuolo presentato ieri, insieme alla Gelmini, ai rappresentanti delle Regioni prevede diverse novità. Alessandra Ziniti su Repubblica:

«C'è una rete territoriale tutta da costruire, una sorta di piano porta a porta, perché il vaccino va garantito non solo negli hub delle grandi città (caserme, palazzetti, palestre, auditorium) ma nei piccoli centri, nei territori più difficilmente raggiungibili e privi di strutture. L'idea è di utilizzare unità mobili, una ogni 20-40.000 abitanti, facilmente reperibili dalla Protezione civile che oggi terrà il suo Comitato operativo presieduto dal nuovo capo Fabrizio Curcio con tutti i responsabili regionali. Il trasporto e la distribuzione delle fiale non sarà un problema, se ne farà carico l'esercito. Non a caso nel decreto di nomina di Figliuolo è fatta esplicita menzione alla possibilità di disporre delle forze armate. Ma una volta consegnate negli hub regionali, i vaccini andranno distribuiti subito nel modo più capillare possibile. L'obiettivo è quadruplicare le somministrazioni giornaliere passando dalle 150.000 dosi di media giornaliera di questa settimana a 6-700.000 al giorno. Per fasce d'età, stroncando lo sgomitare delle categorie nella corsa al vaccino. Traguardo assai ambizioso che, contando sulla somministrazione di una dose unica di Johnson & Johnson e probabilmente anche di AstraZeneca che il ministro della Salute Speranza ha chiesto di poter somministrare anche agli over 65, potrebbe raggiungere prima dell'estate una platea ampia di popolazione secondo il modello inglese. Con l'impiego anche dei medici specializzandi per i quali il governo sta preparando un provvedimento ad hoc. E senza tenere scorte da parte: il 30 per cento di dosi (fin qui accantonato per il richiamo) va subito utilizzato, ci sarà solo una sorta di fondo di solidarietà con un 2 per cento di dosi che, all'occorrenza, potrebbero essere dirottate per vaccinazioni a tappeto della popolazione in zone rosse dove si dovesse verificare un cluster . Eccolo il piano che Figliuolo ha presentato ieri ai governatori riuniti dai ministri della Salute Speranza e agli Affari regionali Maria Stella Gelmini. Un primo step operativo per mettere in fila le criticità delle Regioni. Partendo da un numero inaccettabile: del milione e mezzo di fiale di AstraZeneca da settimane nei frigoriferi delle aziende sanitarie locali ne sono state somministrate a forze dell'ordine, insegnanti e personale della scuola, solo 430.000, meno di una su tre».

ZINGARETTI IRREVERSIBILE O NO?

Nicola Zingaretti si è dimesso. Ma confermerà la decisione alla prossima Assemblea del 13 marzo? Tutti ufficialmente gli chiedono di ripensarci. Se insiste si pensa già ad un traghettatore. Lo stesso Orlando oppure una donna come la Pinotti o la Finocchiaro. Giovanna Vitale su Repubblica:

«All'indomani delle dimissioni choc annunciate all'insaputa di tutti, Nicola Zingaretti accetta di video- incontrare i big del Pd cui per mezza giornata s' era negato. Franceschini e Orlando sono furibondi, giudicano la mossa intempestiva e azzardata, pretendono che il segretario gliene renda conto. Accompagnando la richiesta con un ultimatum: entro domani, domenica, deve fargli sapere quali sono le sue reali intenzioni, se cioè il passo di lato appena compiuto è irreversibile, oppure ci sono margini per tornare indietro. (…) Un'eventuale retromarcia consentirebbe infatti alla maggioranza orlandian- fraceschiniana di mantenere lo status quo e da una posizione di maggior forza, specie alla luce dell'ondata di affetto e solidarietà montata intorno al leader in procinto di lasciare. Mentre le correnti ex renziane, prese completamente alla sprovvista, hanno bisogno di più tempo per organizzare la scalata al Nazareno: trattenere in servizio l'attuale inquilino sarebbe dunque la soluzione migliore. Va letto anche in quest' ottica il pressing spinto sul governatore del Lazio perché ci ripensi. «Da qui all'assemblea nazionale c'è tempo, può ancora succedere di tutto», sussurrano gli ufficiali di collegamento tra le varie aree dem. Tuttavia consapevoli di quanto sia ardito, ancorché non impossibile, far succedere Zingaretti a se stesso. (…) E non è affatto detto che lui voglia. (…) L'ipotesi di designare la franceschiniana Roberta Pinotti alla segreteria piace poco a Base riformista, la componente di Guerini-Lotti, che preferirebbe Andrea Orlando, bersaglio migliore per continuare ad attaccare la linea dell'alleanza con i 5S. D'accordo con i fedelissimi del vicesegretario: «Ci sono precedenti illustri, la promozione a segretario del vice è già avvenuta con Franceschini quando si dimise Veltroni e con Martina quando lasciò Renzi». Areadem però ha forti dubbi: «Andrea fa già il ministro del Lavoro, in una fase tanto complicata il segretario del Pd si deve fare a tempo pieno, non a mezzo servizio». Oltretutto Orlando potrebbe creare qualche difficoltà anche al premier Draghi, che si troverebbe nel governo un leader di partito: scelta esclusa al momento della sua formazione. Fra i due litiganti può spuntare una terza figura di compromesso: Anna Finocchiaro. Ex ministra, di sinistra e soprattutto donna. La sfida per l'assemblea è appena cominciata».

Sul Corriere interviene il sindaco di Firenze Nardella, sospettato di essere uno di quelli che ha fatto arrabbiare il Segretario con le sue uscite:

«Zingaretti però se la prende anche con voi sindaci, dice che fate un'intervista o una dichiarazione al giorno per logorarlo. «Io parlo direttamente con Nicola, sempre in un clima di rispetto e collaborazione, e non mi ha mai fatto questa contestazione. Noi sindaci non abbiamo mai chiesto le dimissioni del segretario. Mai, nella maniera più assoluta. Anzi, in molte occasioni ci siamo rivolti a Zingaretti chiedendogli di dare una svolta al partito, che fatica a parlare alla società civile, al Paese reale, ai giovani, ai lavoratori. L'assemblea nazionale del 13 e 14 marzo era nata appunto per rilanciare il ruolo del Partito democratico, per parlare dei problemi dell'Italia, non per contarsi o per scontrarsi». Zingaretti ha anche detto che ci vuole rispetto dentro il Pd, facendo capire che finora non è stato così, almeno nei suoi confronti. «Ha ragione. Ci vuole rispetto nel confronto. Credo che dobbiamo tutti abbassare i toni. Io stesso sono rimasto dispiaciuto: per aver detto proprio al Corriere della Sera ciò che pensa la stragrande maggioranza degli amministratori locali, cioè che è necessario semplificare il codice degli appalti per realizzare nei tempi le opere del Recovery fund, sono stato dipinto da alcuni colleghi di partito come uno della Lega. In realtà sostenevo cose molto diverse da quelle che dice Salvini. Noi dobbiamo recuperare la serenità di discussione interna che dovrebbe essere propria di un partito che si chiama democratico. Il confronto nel Pd non può diventare ogni volta l'anticamera di una scissione». Per non parlare di nomi ma di contenuti, comunque la questione delle alleanze resta un motivo di divisione nel Partito democratico. «Continuiamo a dividerci tra Conte e Renzi, quando io vorrei parlare del Pd e non dei leader delle altre forze politiche. Sarebbe invece importante lavorare perché alle prossime elezioni il nostro partito arrivi con un suo candidato alla premiership invece di continuare a dividersi tra Conte e Renzi».

CONTROVENTO MA NON CONTRO GRILLO

Non Davide Casaleggio ma Enrica Sabatini dalle colonne del Corriere della Sera va incontro a chi vuole mediare all’interno dei 5Stelle. Spiega l’iniziativa della piattaforma Rousseau “Controvento” in modo diverso:

«Nel M5S dicono che è una mossa politica, che state facendo un partito. «Non è una mossa politica, ma un'azione per volare alto e costruire un serio spazio di sintesi democratica. Con il manifesto circoscriviamo quel perimetro solido e ben definito di termini e condizioni di utilizzo dell'ecosistema Rousseau affinché sia possibile realizzarlo». Molti parlamentari vogliono rompere i rapporti con Rousseau, dicono che voi non potete avere un profilo politico autonomo. «Noi lavoriamo per promuovere il valore di un'organizzazione politica, non per essere un'organizzazione politica. Questo è il nostro compito, il resto sono suggestioni». Nella presentazione del manifesto parlate di «idee ribelli», dite che «non è tempo di avere sogni moderati»: sembra una presa di distanza dal percorso attuale del Movimento. «In realtà credo che la transizione ecologica sia una tra le idee ribelli per eccellenza, totalmente in linea con quelle che il Movimento ha sempre portato avanti». Grillo ha lanciato un suo manifesto molto lontano dal vostro: non le pare contraddittorio che ci siano due pensieri agli antipodi nel M5S? «Non c'è alcuna contraddizione. Nelle pochissime anticipazioni date abbiamo indicato tra i riferimenti di ispirazione del manifesto proprio Beppe Grillo».