Il Virus dell'Est

Quarta ondata del Covid in Europa che arriva da Oriente. Secondo l'Oms potrebbe costare 500mila morti. Bimbi vaccinati entro Natale? Tutti con Salvini nella Lega. I ribelli tigrini ad Addis Abeba

La recrudescenza del Covid è in tutta Europa. Proviene dai Paesi dell’Est ma secondo l’Oms che ieri ha lanciato l’allarme rischia di costare altri 500 mila morti. È la pandemia dei non vaccinati. Sono infatti due i fattori che hanno permesso al virus di riguadagnare terreno, secondo le autorità mondiali. Da un lato una copertura vaccinale insufficiente, dall’altro l'allentamento delle misure preventive, come mascherine, tamponi e distanziamento. Mezza Europa, scrive Libero stamane, pensa di adottare il Green pass sul modello italiano, a cominciare dalla Germania. Il Corriere della Sera pubblica un dossier, lo trovate nei pdf, secondo cui si contagia 6 volte di più chi è senza vaccino e nessun immunizzato tra i 12 e i 59 anni è finito in terapia intensiva. Una misura caldeggiata dal Cts e ipotizzata da Figliuolo è la vaccinazione dei bambini dai 5 agli 11 anni. Da fare entro Natale. Nelle regioni si accelera poi sulla terza dose.

Il governo ieri ha varato nuove norme sulla concorrenza. Erano anni che la materia non veniva toccata dal potere politico. Restano nella memoria come sacrosante, nel Paese delle lobby, le liberalizzazioni volute da Pier Luigi Bersani. I tassisti già annunciano proteste, mentre sulle spiagge (la Lega è sensibile) e sugli inceneritori dei rifiuti (i 5 Stelle sono contrari) Draghi ha rinviato la discussione.

Nella Lega discussione al Consiglio federale e grande unanimità per Matteo Salvini. Acutamente Magri sulla Stampa nota che il Capitano si è molto indebolito se deve chiedere la fiducia del partito per le chiacchiere del suo ministro leghista Giorgetti con Vespa, che per di più non ha detto nulla di davvero nuovo sulla linea della Lega. In questa fase i capi dei partiti arrancano con i loro stessi accoliti. Capita anche ai 5 Stelle, dove Conte ha deciso di mollare nel braccio di ferro sul nuovo capogruppo al Senato: cade il fedelissimo Licheri. Capita anche al Pd, dove Letta ha cercato in tutti i modi di impedire una vera discussione sul voto al Senato per il Ddl Zan (dopo le critiche di Flores, sono Manconi e Cuperlo a suggerire oggi modifiche al testo), e dice ai suoi di non fare “chiacchiericcio” sul Quirinale.

Dall’estero, oggi è il giorno dei giovani in piazza a Glasgow nel primo giorno di mobilitazione. Greta guiderà le proteste contro i potenti della Cop26. Drammatiche le ultime notizie dall’Etiopia: se non ci sarà il cessate il fuoco chiesto dall’Onu, i ribelli tigrini potrebbero arrivare ad Addis Abeba nei prossimi giorni.

A proposito di guerre insensate, torniamo anche oggi sui 100 anni dal Milite ignoto, grazie ad un bell’articolo di Pigi Battista sull’Huffington Post in cui si domanda: ma che cosa c’è da festeggiare nel 4 Novembre? È vero, ieri ricordavamo il giudizio di Paolo VI: la guerra è “suicidio dell’umanità”. E in particolar modo lo fu la Prima guerra mondiale. E tuttavia ci furono allora singoli religiosi e organizzazioni caritative che agirono col popolo, cercando di dare aiuto alle famiglie e un senso al lutto di tante madri, lutto dovuto alle scelte sbagliate dei politici liberali del tempo, del Re e dei suoi generali. Nei rosari e nella folla in ginocchio davanti al feretro del Milite ignoto c’era questa ansia di solidarietà e condivisione, più della falsa retorica della sacralità della Nazione, orchestrata dal governo liberale. Che fu poi sfruttata dal Fascismo.

Potete ancora ascoltare un vero esempio di economia circolare e solidale, una storia positiva nei giorni del Bla bla bla (copyright Greta) della Cop26 di Glasgow. La racconto nel quarto episodio della serie Podcast originale realizzata da me con Chora Media per Vita.it. e con il sostegno di Fondazione Cariplo, intitolata Le Vite degli altri e che racconta vicende di chi dedica il proprio impegno e il proprio tempo agli altri. Il titolo di questo quarto episodio è “Un Quid della moda”. Protagonista è la trentenne veronese Anna Fiscale che ha realizzato un’impresa sociale di successo, che ha il marchio “Quid”, riutilizzando materiale avanzato da grande aziende della moda, come Calzedonia. Dando anche lavoro a persone abitualmente tagliate fuori dal sistema produttivo, compresi disabili e detenuti. Si può creare qualcosa di diverso e responsabile, scommettendo su ciò che la società consumistica lascerebbe ai margini. La storia di Anna lo dimostra. Questa l’immagine della “cover”.

Troverete Le vite degli altri su tutte le principali piattaforme gratuite di ascolto: Spotify, Apple Podcast, Google Podcast... cliccate su questo indirizzo:

https://www.spreaker.com/user/13388771/le-vite-degli-altri-anna-fiscale-v2

Ascoltate e inoltrate questo episodio, ne vale la pena! Quanto alla rassegna vi ricordo che domani ci vediamo verso le 9. Vi rammento anche che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della Versione. Consiglio di scaricare subito il file perché resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete degli arretrati. Fate pubblicità a questa rassegna, seguendo le istruzioni della prossima frase.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’Europa è attaccata da un nuovo boom di contagi da Covid. Il Corriere della Sera cita l’Oms: «Siamo nella quarta ondata». La Stampa punta sui numeri: Covid, la quarta ondata. “Rischio 500 mila morti”. Il Quotidiano Nazionale osserva: Troppi contagi, serve la terza dose. Puntano sui più piccoli Il Mattino: Il vaccino anche ai bambini. E Il Messaggero che cita Locatelli del Cts: «Vaccino ai bimbi entro Natale». La Verità è critica: Usano i bimbi per il guinness del vaccino. Il Fatto scova una foto di settembre che ritrae, ad una cena, il commissario Figliuolo con Pippo Franco e il medico che gli ha falsificato vaccino e Green pass: Trova l’intruso. Altri giornali si occupano del nuovo provvedimento del Governo sulla concorrenza. Il Domani: Il metodo Draghi per blindare le nomine e tenere buoni i partiti. Il Giornale sottolinea la mediazione del premier: Draghi senza fuoco. Il Manifesto gioca sull’accantonamento della questione spiagge: Spiaggiati. Il Sole 24 Ore promette un secondo capitolo di provvedimenti: Concorrenza, ampliato l’uso delle gare. Draghi: «L’intervento non finisce qui». Avvenire denuncia: Slitta l’assegno figli. Mentre Libero fa i conti in tasca a deputati e senatori che non vogliono le elezioni anticipate: I soldi che inchiodano i grillini alla poltrona. Repubblica che ieri aveva promesso sfracelli nel Carroccio, oggi insiste: Tregua armata nella Lega.

COVID, QUARTA ONDATA IN EUROPA

L'Europa è di nuovo al centro della pandemia, avverte l'Oms, dopo 5 settimane di contagi in salita. «Siamo già nella quarta ondata», ha detto Marco Cavaleri, responsabile vaccini dell'Agenzia europea del farmaco. In Italia Figliuolo spedisce una circolare alle Regioni per aumentare le vaccinazioni. E c’è l’ipotesi di vaccinare i bambini da 5 a 11 anni entro Natale. Adriana Logroscino sul Corriere.

«La curva del contagio sale. La rete ospedaliera tiene, per il momento. Ma tanto più «con l'arrivo della stagione delle grandi malattie respiratorie» bisogna accelerare il ritmo di immunizzazione. Per evitare una «pandemia dei non vaccinati». A sollecitare le Regioni è il commissario per l'emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, che invia ai governatori una circolare. «Incrementare le somministrazioni, facilitare l'accesso, anche senza prenotazione». Il ministro per la Salute, Roberto Speranza, che convoca per oggi una conferenza stampa sul tema, avverte: «Non dobbiamo accontentarci dell'83% di persone che hanno completato il ciclo vaccinale, che pure è tantissimo. Dobbiamo accelerare sulla terza dose. Il contagio in Europa sta crescendo. Non sottovalutiamo l'allarme dell'Oms». La circolare che Figliuolo indirizza ai presidenti di Regione, parte dai numeri: l'incidenza media nazionale, in una settimana, è balzata da 29 a 41 casi su 100 mila abitanti ed è più alta anche rispetto a fine settembre (39). L'Rt è già salito a 0,96, appena sotto la soglia epidemica. «Alla crescita dei contagi non corrisponde per ora - scrive il commissario - un incremento proporzionale di ospedalizzazioni. Sono 3.029 i ricoverati con sintomi in degenza ordinaria e 381 in terapia intensiva». Merito dell'alta percentuale di vaccinati. «La campagna si sta rivelando determinante: tra vaccinati e guariti è protetto dalle forme severe della malattia l'87,5% degli italiani». Ma fin quando i numeri del contagio crescono costantemente - ieri 5.905 nuovi casi, 800 in più del giorno prima e triplicati nell'osservato speciale Friuli-Venezia Giulia - e quelli dei ricoveri anche, sia pure più lentamente, nulla autorizza a pensare che l'Italia, rispetto al resto d'Europa, possa restare un'isola felice. Figliuolo fa ordine su quello che è già stato disposto dal ministero: le terza dose si può somministrare, sei mesi dopo la seconda, a tutti gli over 60, al personale sanitario e al personale e agli ospiti delle Rsa, il richiamo è già autorizzato per chi ha ricevuto il monodose Johnson&Johnson. Ma fa riferimento a un possibile prossimo allargamento della platea della terza dose alle altre fasce d'età, e alla possibilità che i bambini tra i 5 e gli 11 anni si possano vaccinare già da Natale. Eventualità di cui parla anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e coordinatore del Cts, che ipotizza si potrà procedere, dopo l'approvazione dell'Ema, già a Natale. «C'è una forte necessità di incrementare il ritmo di somministrazione delle terze dosi, nonché di proseguire con il completamento dei cicli vaccinali primari» scrive Figliuolo. «L'obiettivo è arrivare al 90% di vaccinati». Ma il ritmo, ultimamente, è crollato. La media giornaliera di iniezioni, nell'ultima settimana, è sotto 50 mila. Come ridare slancio alle vaccinazioni? Figliuolo indica alcune strategie: sensibilizzare, fornire in concomitanza vaccino anti-Covid e antinfluenzale, coinvolgere medici di famiglia e farmacisti. Le Regioni provano a dare seguito. In Calabria, Emilia-Romagna, Liguria, Umbria, Toscana e Puglia ci si può già prenotare anche in farmacia. In Abruzzo, Marche, Sardegna e Lombardia tramite postamat e portalettere. In Emilia-Romagna, Piemonte e Toscana, chiamata diretta per i fragili. In Valle d'Aosta per tutti gli aventi diritto. In Campania e Basilicata niente più obbligo di prenotazione per nessuno. Nel Lazio la chiamata per la terza dose arriva via sms. In Alto Adige, il territorio con il più basso numero di vaccinati, tam tam social destinato ai ragazzi. E passa dal bus al container (riscaldato) ma non si ferma la campagna itinerante che in estate, con 337 tappe, ha vaccinato 50 mila altoatesini. Ieri, in tutta Italia, ci sono stati ancora 59 morti».

Libero racconta che ora tutta Europa vuole il green pass. Molti Paesi europei copiano il lasciapassare italiano. E negli Stati Uniti i dipendenti pubblici lavorano solo se vaccinati. Claudia Osmetti

«Chi lo chiama Green pass, chi pass sanitario, chi (genericamente) disposizioni anti-Covid: il concetto cambia poco. Mezzo mondo rincorre il certificato verde dell'avvenuta vaccinazione per il Coronavirus. È vero, l'idea è stata francese e quando, quest' estate, si parlava di un documento unico europeo, non in pochi son saltati sulla sedia. Da-noi-mai-per-carità. Però adesso i contagi lievitano (3 milioni di nuovi casi a livello planetario in meno di sette giorni: lo dice l'Oms) e i Paesi fan retrofront. Vuoi vedere che il rigore italiano - l'unico a chiedere, già da un mese a questa parte, quel benedetto Qrcode per entrare anche in ufficio - non era un'idea così balzana? Jens Spahn, il ministro della salute tedesco, è rimasto folgorato sulla via del G20: a Roma per l'incontro del grandi della Terra, la settimana scorsa, dice di averla "vissuta personalmente", l'esperienza green pass, dato che gli "è capitato di dover esibire il certificato spesso". Rientrato a Berlino, s' è messo in testa di esportarla: in Germania il "lasciapassare" c'è già, serve a partecipare agli eventi e a mangiare nei ristoranti, ma per lavorare no. Eppure, visto che ormai le terapie intensive dei Lander viaggiano intorno ai 200 morti al giorno, forse, il Bundestag ci ripensa: fonti di stampa fanno sapere che l'ipotesi di rendere obbligatorio il pass anche ai lavoratori teutonici è sul tavolo. Lo stesso vale per la Romania, dove di morti ieri se ne contavano ben 430: a Bucarest il pass, al momento, serve unicamente per l'accesso ai cinema, ai ristoranti e agli uffici pubblici, ma ai lavoratori non è richiesto. I romeni, però, han presentato un progetto di legge sull'obbligo, almeno per il personale dipendente e per chi opera nel settore sanitario: chi verrà pizzicato senza rischierà il licenziamento. In Europa, Spagna e Regno Unito restano dell'idea che non sia una buona idea; Olanda e Austria, invece, son pronte a una nuova stretta. Vienna tocca quota 8.595 contagi (è il dato più alto del 2021) e dal 1 novembre ha esteso la validità del certificato vaccinare nei luoghi di lavoro: unica eccezione, chi non entra in contatto con gli altri (come i camionisti). I lavoratori austriaci che non possono garantire la spunta verde al tornello dell'ufficio sono costretti a indossare la mascherina durante tutto l'orario d'impiego. In Olanda non va meglio: l'incremento dei casi schizza su del 450% in una settimana e il premier Mark Rutte corre ai ripari. Da domani, ad Amsterdam, il Green pass sarà necessario non solo per prendere un caffè sui tavolini esterni dei bar, ma anche dentro i locali, nei musei e nelle palestre. Dalla Francia alla Grecia, che è forse diventato il Paese Ue più intransigente di tutti: lì, dal 13 settembre scorso, il pass è obbligatorio per accedere a qualsiasi attività o locale e, attenzione, esibire l'esito di un tampone negativo non serve a nulla. Bisogna dimostrare proprio l'avvenuta vaccinazione. Sarà che di iniezioni, i greci, ne han fatte pochine (solo il 59,7% della popolazione ha ricevuto la doppia dose) e sarà che i contagi si assestano intorno ai 5mila al dì, roba che ad Atene non avevano mai visto (manco nel 2020). Al di là dell'Atlantico non usano il termine "certificato verde", ma è la stessa procedura. L'amministrazione Biden (Stati Uniti) annuncia nuove misure per i dipendenti pubblici federali che potranno lavorare solo dopo aver fatto il vaccino anti-Covid. Per le aziende con più di 100 dipendenti le norme saranno più leggere: ci sarà, cioè, la facoltà di mostrare un tampone negativo a settimana. Tuttavia alcune grandi società americane (come Google o McDonald's) stanno già "obbligando" i propri lavoratori a vaccinarsi, pena il licenziamento. In Canada (2mila casi al giorno), l'obbligo vaccinale vale per chi viaggia. Treno, nave o aereo non ha importanza. E, da sabato scorso, tutti i dipendenti federali han dovuto certificare di aver ricevuto la punturina: pure quelli in smartwoking perchè, dice Ottawa, c'è sempre la possibilità che venga richiesta loro la presenza in ufficio. A Est di Green pass non ne vogliono sentire, con la conseguenza che fino a domenica Mosca è in lockdown. Un Paese che non ti aspetti, e che, invece, una sorta di green pass l'ha varato, è l'Arabia Saudita: le statistiche di Riad parlano di appena 49 contagi in un giorno, ma le autorità han comunque imposto ai lavoratori sia pubblici che privati la vaccinazione quale requisito fondamentale. Chi non se l'è fatta (e non può dimostrare di essere guarito dal covid) viene messo automaticamente in congedo senza stipendio».

CONCORRENZA, TORNA UNA LEGGE

Il governo approva una nuova legga sulla concorrenza, dopo anni di vuoto. Draghi rivendica un'operazione trasparenza. I tassisti sono sul piede di guerra “contro la devastante liberalizzazione”. Restano per ora fuori gli inceneritori per i rifiuti (invisi ai 5 Stelle) e le spiagge (cui tiene la Lega). Marco Galluzzo sul Corriere.

«Molte cose erano inizialmente previste ma si sono perse strada facendo. Mario Draghi è più che soddisfatto, rivendica a ragione di aver prodotto un provvedimento sulla concorrenza dopo anni di vuoto legislativo. Ma è un dato di fatto che per ragioni politiche, o tecniche, alcuni pezzi del ddl sono stati eliminati. Sulle concessioni balneari, come sugli ambulanti, si è preso atto dell'opposizione della Lega, e quindi si è dirottato il testo su una «mappatura», una sorta di operazione trasparenza su tutte le concessioni, di qualsiasi tipo. Un compromesso? In qualche modo sì. Ma non isolato: sino a due giorni fa l'articolo 12 del testo prevedeva un'accelerazione per le autorizzazioni di nuovi inceneritori per lo smaltimento dei rifiuti. Anche con lo zampino dei Cinque Stelle alla fine la norma è stata stralciata. Con queste premesse, dopo essere slittato per un paio di mesi, il disegno di legge delega sulla concorrenza è stato approvato all'unanimità. In Cdm è filato tutto liscio, non c'è stato nessuno scontro particolare, tranne un momento di scambio vivace di opinioni quando si è discusso delle norme che riguardano la nomina dei primari degli ospedali. Il ministro Renato Brunetta chiede maggiore discrezionalità per i manager che devono fare le nomine, ritiene che vi possano essere dei cambiamenti rispetto al testo che hanno in mano i ministri, ma Mario Draghi replica che la norma prevista non si cambia, e lo fa in modo molto secco: «Le nomine nella sanità non le decide la politica». Nel merito se viene stralciata la norma che riguarda gli inceneritori, uno dei nodi più delicati, l'articolo che riguarda il trasporto pubblico non di linea - quindi taxi, Ncc e altre forme di trasporto come Uber, che usano piattaforme digitali - viene confermato. E non senza conseguenze: tutte le sigle sindacali dei taxi sono sul piede di guerra, annunciano una mobilitazione nazionale, dicono che il provvedimento «colpirà il settore in modo devastante, e quindi metteremo in campo tutte le nostre forze per contrastare queste misure che prevedono una devastante liberalizzazione», nelle parole del coordinatore dell'Usb Taxi, Riccardo Cacchione. Nell'introdurre il senso generale del provvedimento il presidente del Consiglio Mario Draghi ha fatto un'analisi che non ha risparmiato sia chi nel passato ha cercato di fare troppo senza successo (l'allusione è sembrata diretta a Mario Monti), sia gli altri premier, quelli che si sono succeduti dal 2009 in poi (quando è stato introdotto l'obbligo di una legge annuale) che sostanzialmente non hanno fatto nulla. Ecco le parole di Draghi, che poi ha lasciato la parola al sottosegretario Garofoli e al ministro Giorgetti per l'esposizione nel dettaglio del ddl di delega al governo: «Nel recente passato, i governi italiani hanno preso due strade sul fronte della concorrenza. Alcuni hanno provato a passare delle misure molto ambiziose senza però cercare il consenso politico. Il risultato è stato che in larga parte questi provvedimenti non sono stati attuati, anche per l'opposizione di tanti gruppi d'interesse. Altri governi hanno invece ignorato la questione». Insomma due atteggiamenti, entrambi negativi, o per omissione o per mancanza di equilibrio nella valutazione delle misure possibili. Il capo del governo invece rivendica non solo di aver finalmente approvato la legge, ma anche di aver prodotto il miglior equilibrio possibile rispetto alla situazione attuale: «La legge che ci apprestiamo a varare - ha proseguito Draghi in Consiglio dei ministri, facendo anche una sintesi dei tratti salienti delle norme approvate e sottolineando l'obiettivo di massima trasparenza su tutte le concessioni - dovrebbe avere natura annuale. Eppure, dal 2009 a oggi, è stata approvata una sola volta, nel 2017. Questo governo intraprende una terza strada, crediamo più efficace. Avviamo un'operazione di trasparenza, e mappiamo tutte le concessioni, quelle relative alle spiagge, alle acque minerali e termali, alle frequenze. Faremo lo stesso con il catasto. I cittadini potranno così verificare quanto ciascun concessionario paghi per esercitare la sua attività». Questa strada, ha proseguito il premier, dovrebbe mettere in evidenza «la frammentazione delle competenze tra amministrazioni centrali e territoriali e la scarsa redditività per il governo della maggior parte delle concessioni». Alcuni punti del ddl vengono rimarcati: «Abbiamo modificato i criteri di accreditamento e convenzionamento delle strutture private. Abbiamo modificato le modalità di selezione della dirigenza medica, con criteri certi e meno la discrezionalità». Ma la tutela della concorrenza non si ferma: «Ne sono esempio la legge sulle lauree abilitanti e l'apertura delle tratte a lunga percorrenza per i bus».

PAX LEGHISTA: SALVINI COMANDA

Al Consiglio federale della Lega voto unanime per il leader Salvini, che si era sentito minacciato da qualche frase anti sovranista del ministro Giorgetti. Emanuele Lauria e Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Cinquanta minuti per dire basta «a chi mette in discussione la linea e la visione della Lega». Un intervento duro, accorato, in apertura dell'appuntamento più delicato da quando Matteo Salvini guida il partito. Il segretario lo affronta guardando negli occhi il suo rivale interno, Giancarlo Giorgetti, che ne ha criticato la linea ondivaga soprattutto sull'Europa e che ne ha sfregiato l'immagine paragonandolo a Bud Spencer, a una star di film popolari e non certo da Oscar. La sua rivincita, il numero uno del Carroccio, se la prende in questo consiglio federale che si protrae sino a tarda ora, in cui viene votata all'unanimità la condivisione della linea del segretario e Giorgetti con gli altri esprime «totale fiducia» nel leader. Così fa sapere il partito. E il ministro non smentisce. Anzi, alla fine dirama una nota per dire che «la Lega è una, è la casa di tutti noi e Salvini nè è il segretario. Saprà fare sintesi». Questo round lo vince il Capitano, in una Sala Salvadori blindata che lo vede ribadire che la direzione di marcia la indica lui: taglio delle tasse e lavoro, una manovra «alla quale stare molto attenti», fino al neogruppo sovranista da costruire in Europa. E su questo punto insiste, come risposta alla dichiarata propensione di Giorgetti per il Ppe: «Il Partito popolare non è mai stato così debole, è impensabile entrarvi anche perché è subalterno alla sinistra. E noi siamo alternativi alla sinistra». E via con l'annuncio - ribadito - della prossima nascita di un gruppo dei sovranisti al parlamento europeo, che Salvini chiama «identitario e conservatore». Scene e parole sembrano studiate: «Non inseguiamo la sinistra - sibila ancora il segretario - perché così facendo perdiamo... ». E sembra quasi riferirsi ai buoni uffici del ministro con i compagni di governo che vengono dall'esperienza giallorossa. E magari alla cena dell'altra sera, a Roma, fra Giorgetti e Di Maio, nella quale si sarebbe parlato a lungo del Quirinale, con una sintonia che ha i contorni di un patto: Mattarella- bis (la soluzione di certo gradita a Di Maio) o un trasloco di Draghi sul Colle (che piace di più al leghista). Salvini non ha gradito i boatos di quell'incontro in pizzeria ed è uno dei motivi per cui ha chiesto e ottenuto la prova di forza del consiglio federale. Che ha il suo acme quando scandisce: «La visione della Lega è vincente, ne sono convinto». Applausi, condivisione. Ma la partita non è chiusa. Giorgetti si scusa per la forma che i suoi rilievi hanno assunto nel libro di Vespa (in primis il paragone del segretario con il bullo dei western) ma chiarisce di aver espresso idee già manifestate altre volte, sull'esigenza che la Lega sia moderata ed europeista. Va oltre: «Temo che possiamo restare isolati come la destra francese», avverte. Il tutto, però, subordinato a un sostegno che qualcuno reputa di maniera: «Totale fiducia è un po' come stai sereno», ironizza sui social Gianluca Pini, deputato del Carroccio per tre legislature. A luna già alta, è l'idea di un dissenso congelato, di malumori soffocati, di crepe sanate, quella che viene trasmessa dal summit degli ex lumbard. L'ortodossia salviniana prevale sul governismo spinto, almeno per ora. È una tregua, di certo, destinata a durare almeno un mese: fino a quando nell'assemblea programmatica prevista per l'11 e 12 dicembre non si tireranno le fila sul futuro del partito. Perché il leader della Lega una concessione a quanti gli chiedono maggiore democrazia interna la fa: e il «congresso delle idee», se non renderà contendibile la carica di un segretario che gode di consenso interno, sarà comunque un'occasione per «sancire, aggiornare e decidere - promette Salvini - i binari su cui viaggiamo». E nel frattempo, dal primo dicembre, comincerà finalmente la fase delle elezioni dei responsabili locali, una svolta per un partito che attualmente è commissariato a tutti i livelli. Piccole aperture. Salvini non è Bud Spencer ma neppure vuole apparire come un condottiero solitario. E tiene a distinguere la Lega dai compagni di viaggio del governo Draghi: «Stiamo affrontando questo periodo di governo di unità nazionale per superare la pandemia, il futuro che abbiamo in testa è un governo liberale di centrodestra». Sottinteso: l'orizzonte è il voto per il Colle, poi si vedrà».

Ugo Magri sulla Stampa osserva che il nervosismo di Salvini è inspiegabile: un intero Consiglio federale per un bla bla bla di Giorgetti con Bruno Vespa, molto simile ad altre interviste, una delle quali fra l’altro concessa proprio al quotidiano torinese, durante l’ultima campagna elettorale. Grande segnale di debolezza del Capitano.

«Un consiglio federale della Lega che si riunisce in pompa magna per commentare le sue interviste: qualunque personaggio narciso, e ce ne sono tanti in giro, al posto di Giancarlo Giorgetti si sentirebbe appagato. Vorrebbe dire che da ministro dello Sviluppo è ormai così potente, nei giochi talmente centrale, da creare un terremoto politico semplicemente con quattro chiacchiere in libertà, per giunta riferite da Bruno Vespa nel suo prossimo libro-strenna e astutamente gettate in pasto ai media. L’aspetto più lusinghiero, più gratificante nell’ottica di Giorgetti, è che tutta questa agitazione in fondo si è scatenata senza un vero perché. Il ministro (asseriscono dalle sue parti) non ha fatto altro che ribadire concetti già espressi un mese fa sulla Stampa; solo menti malate (insistono) potrebbero scambiare i consigli a Salvini come chissà quale manovra per rubargli il berretto da Capitano. Matteo non ha nulla da temere, ammesso che sia questa la sua preoccupazione. Se c’è un soldato disposto a immolarsi nel nome della causa leghista, quel qualcuno è proprio Giorgetti. Il quale, a microfoni spenti, quando si fida dell’interlocutore, mostra l’umiltà di riconoscere i propri limiti caratteriali, ammette di non sentirsi tagliato per fare il leader; dà atto che alla fine contano i voti e nell’arte di acchiapparli Salvini non ha rivali a parte Luca Zaia, confinato però nel Veneto e, forse, da lì inesportabile. Anche quando brontola, cioè spesso, alla fine Giancarlo è leale. Falso che stia organizzando una sedizione interna; esagerato definirlo pappa e ciccia coi congiurati del Nord, veri o presunti, incominciando dal governatore del Friuli Massimiliano Fedriga. La sua biografia è lì a smentire chi, nella destra-destra, considera Giorgetti un “compagno” travestito (illusione ottica in cui cadono in parecchi): super-occidentale, americano con la kappa e reduce da colloqui molto riservati negli States, figlio della tradizione cattolica pro-life e anti-abortista, quella per intendersi che non stravede per Papa Francesco. Sono i tratti di un politico conservatore, allineato con popolari della tedesca Cdu. Sarebbe diventato forse democristiano ma, quando iniziò a fare gavetta da sindaco di Cazzago Brabbia sul lago di Varese, la Dc si era già estinta; divenne leghista con il mito di Umberto Bossi. L’uomo, che in queste ore fa di tutto per mostrarsi «tranquillo e sereno», non pensa minimamente di traghettare la Lega a sinistra assecondando i piani di Enrico Letta o addirittura di Giuseppe Conte, l’Avvocato del popolo. Il suo cuore batte dall’altra parte. Si accontenterebbe che Salvini desse più ascolto a lui e meno a quella manica di «talebani», i quali lo spingono nelle praterie della sguaiataggine facendogli del male. Gli basterebbe che scegliesse meglio da chi farsi consigliare rispondendo qualche volta al telefono, anziché negarsi per settimane. Tutto qua, e forse non è poco; ma agli occhi di Giorgetti nemmeno giustifica la tentazione di metterlo in riga prima nei confronti di Mario Draghi, adesso di mortificarlo davanti agli altri maggiorenti della Lega, lanciandogli contro un martello come Pinocchio al Grillo parlante. Ecco dunque il mistero che Giorgetti e i suoi amici più stretti non riescono a decrittare: come mai da un leader anarcoide come Salvini sia arrivata una reazione così sopra le righe, all’insegna della «lesa maestà», dei metaforici pugni sul tavolo, del «qui comando io». Che bisogno c’era, si domandano. Un leader sicuro del fatto suo poteva tranquillamente cavarsela con un’alzata di spalle, snobbando le osservazioni del suo ministro con una battuta. Avrebbe dato una prova di forza. Matteo invece ha calcato la mano mancando un po’ di auto-stima, dimostrandosi vittima delle proprie fragilità, posseduto dai suoi fantasmi. Quasi che, invece di scavare le ragioni della crisi leghista, dei 15 punti persi dalle Europee a oggi, dell’empatia col mondo reale smarrita, della leadership di centrodestra ormai ceduta a Giorgia Meloni, Salvini ne abbia inteso scaricare le colpe sul parafulmine Giorgetti. Cogliendo al balzo la palla dell’intervista a Vespa per auto-assolversi e farsi confermare una scontatissima fiducia dall’apparato di vertice della Lega e da Giorgetti medesimo, com’era prevedibile. A conti fatti, un’ammissione di debolezza».

5 STELLE, CONTE RITIRA LICHERI

Mossa unitaria di Giuseppe Conte che dà il via libera a Mariolina Castellone come nuovo capogruppo dei 5 Stelle al Senato, rinunciando al “contiano” Licheri. Emanuele Buzzi per il Corriere.  

«Dopo un giorno di tensioni e veleni, arriva il disco verde per il nuovo capogruppo M5S al Senato: sarà Mariolina Castellone, la sfidante che a sorpresa ha pareggiato con il contiano Ettore Licheri. A trovare la soluzione è stato il presidente del Movimento, Giuseppe Conte, che si è speso in prima persona - anche se può apparire una resa il passo indietro del suo fedelissimo - per evitare una frattura. A tarda sera l'ex premier annuncia: «C'è stata subito la disponibilità di Licheri a lasciare spazio a Castellone». Conte poi attacca: «Questa è l'occasione per confermare con i fatti come chi ci vuole divisi, chi scrive fandonie sul Movimento non colga mai nel segno». La mediazione non ferma comunque i detrattori del leader che parlano di «passo indietro», di «mezza sconfitta». La questione capogruppo non è la sola grana. Nel Movimento a guida contiana negli ultimi giorni serpeggiano voci sul ruolo di Luigi Di Maio. Il ministro degli Esteri contro Giuseppe Conte: un refrain già visto negli anni di governo 5 Stelle. Secondo le malelingue Di Maio starebbe tramando nell'ombra per indebolire la leadership del nuovo presidente. A supportare questa tesi ci sarebbero una serie di «prove» come gli incontri per il Quirinale (con Giancarlo Giorgetti) o per la Rai (con l'ad Carlo Fuortes, ospite alla Farnesina) . Faccia a faccia che avrebbero innervosito - per usare un eufemismo - Conte. Non solo. Secondo alcuni, l'ex capo politico starebbe muovendo le sue truppe parlamentari per incrinare l'immagine dell'ex premier è la vulgata nel Movimento. I due interessati da sempre smentiscono ogni attrito e tutti concordano sulla necessità di fare fronte comune per far ripartire il Movimento, ma ciò che è certo è che la presenza di Di Maio è rilevante sia internamente sia esternamente. «Troppo ingombrante, così lo logora», dicono alcuni. Il ministro degli Esteri da presidente del Comitato di garanzia ha un ruolo determinante sulle liste per Amministrative e Politiche e, soprattutto, sui regolamenti per le candidature. E da ministro può coltivare una serie di rapporti con i big del panorama politico. «Più che cercare viene cercato e non si può sottrarre a certe interlocuzioni», sostengono alcuni pentastellati e ricordano quanto Di Maio si sia speso a giugno per evitare una rottura tra Conte e Grillo. Il ministro appare seccato dalle voci. «Se io avessi avuto intenzione (di sostituire Conte, nd ) non mi sarei dimesso da capo politico del Movimento. Io sostengo pienamente questo nuovo corso - ha detto intervenendo su Radio24 -. Questi retroscena lasciano il tempo che trovano, sono veline che vengono trasmesse non so da chi ma che fanno male alla forza politica, di certo non a me». Nel caos generale, spunta anche una interrogazione dei senatori M5S per il Pnrr dove si parla di «assenza di trasparenza del governo». Intanto Alessandro Di Battista si prepara a sfidare i suoi ex colleghi: «Non escludo la nascita di un altro movimento», dice l'ex deputato a Tpi. E attacca: «Far parte del governo Draghi è stato un tradimento da parte dei miei ex colleghi, i dirigenti M5S dovrebbero fare un recall per verificare se gli iscritti siano ancora a favore».

PD, LETTA CONTRO IL CHIACCHIERICCIO

Enrico Letta vorrebbe che i suoi non parlassero del Quirinale. Giovanna Vitale per Repubblica:

«Infastidito dal chiacchiericcio, sempre più convinto che sia prematuro (e persino controproducente) iniziare a giocare adesso la partita per il Colle - catalizzatore inevitabile di tensioni interne alle forze politiche e alla stessa maggioranza di governo - Enrico Letta insiste sul metodo. «Restiamo concentrati sulla legge di bilancio e la spesa dei fondi europei», ribadisce ai suoi, invitandoli a schivare ogni commento sull'ultima esternazione del ministro Giorgetti. «Poi, a gennaio, si parla di Quirinale», rimarca il segretario pd. «Tanto quel che succede oggi restituisce solo un'immagine: quella dei criceti nella ruota». I piccoli roditori che amano correre a vuoto perché gli è indispensabile per sopravvivere: un po' come i partiti, di destra in particolare, costretti ad agitarsi per ritrovare la loro ragion d'essere dentro un esecutivo d'unità nazionale che riduce, oltre ai consensi, ogni spazio di manovra. Due le incognite che a Letta suggeriscono prudenza. La prima: nella Lega è in atto uno scontro all'ultimo sangue tra l'ala governista di Giorgetti, che tifa per la stabilità, e quella di lotta, capitanata da Salvini, tentata invece di far saltare il banco. In tale scenario la proposta del ministro allo Sviluppo - spedire il premier al Quirinale, da dove «potrebbe guidare» il Paese, sostituendolo a Chigi con una sorta di avatar tipo Franco o Cartabia - non rischia solo di bruciare Draghi, ma di precipitare il Paese a elezioni anticipate: una vera iattura con il Pnrr e le riforme ancora tutte da completare. La seconda incognita è rappresentata dalle fibrillazioni del M5S. Il voto sul capogruppo in Senato ha reso infatti palese quanto Conte fatichi a controllare i gruppi parlamentari. E non avere contezza delle proprie divisioni alla vigilia della battaglia decisiva non è un problema da poco per il centrosinistra. Ecco perché è meglio star fermi, in questa fase. Soppesare, prima, tutte le variabili. Preparando il terreno per evitare che la "promozione" di Draghi si risolva, magari per un incidente, nella premorienza della legislatura. Anche così si spiegano le barricate alzate dal Nazareno: «Il dibattito sul semipresidenzialismo non sta in piedi, si tratta di una evidente sgrammaticatura, quasi si potesse cambiare la Costituzione per prassi », riflettono i Letta boys. «In concreto poi, nell'attuale sistema, è una questione fuori dalla realtà. Per esempio: chi va al Consiglio europeo a prendere le decisioni per l'Italia? Il presidente del Consiglio, punto». Per il Pd nient' altro che un escamotage dei sovranisti per accelerare le urne e mettere al sicuro i consensi (in declino) di cui ancora godono. Ma «se uno vuol tirare giù un governo, c'è la sfiducia in Parlamento », dà voce ai sospetti Pierluigi Bersani, «non si manda qualcuno al Quirinale per andare a votare». Perciò «basta con lo sport di tirare la giacca al premier per far tornare i conti dentro i partiti», denuncia il dem Enrico Borghi. La strada è dunque tracciata. Finché l'orizzonte non sarà più chiaro, non si capirà cioè quali sono le reali intenzioni di Draghi (ché se volesse salire al Quirinale troverebbe nel Pd il suo sponsor principale) e quale governo alternativo potrebbe portare a termine la legislatura, Letta non muoverà foglia. E infatti «mentre gli altri parlano di Colle e totonomi, noi ci occupiamo di dare risposte ai cittadini», taglia corto Francesco Boccia. «Le priorità sono il varo legge di bilancio con la riduzione delle tasse sul lavoro e l'attuazione del Pnrr». Avanti così, fino a gennaio. Con buona pace dei criceti».

Augusto Minzolini sul Giornale attacca il Pd perché vorrebbe insistere con Mattarella per un bis.

«È una speranza gettata lì, a costo di mettere un personaggio come Sergio Mattarella in una condizione imbarazzante. Il problema per il vertice del Pd, però, non è indifferente: dopo trent' anni in cui l'inquilino del Colle è sempre stato una scelta su cui la sinistra faceva la parte del leone, in questa edizione Enrico Letta e compagni non hanno un candidato. O meglio, hanno dieci nomi (quelli non mancano mai) ma nessuno competitivo davvero. Così l'unica opzione è quella di allungare il settennato di un presidente inappuntabile come Mattarella, magari con la benedizione di Biden e con il «non detto» che fra due anni potrebbe lasciare il Quirinale a Mario Draghi. Una riproposizione, riveduta e corretta, dell'operazione che assicurò a Giorgio Napolitano il secondo mandato. E anche se l'interessato è riluttante, anche se tirato per la giacchetta al massimo gli strappi un «ni» forzato, lo stato maggiore del Pd spera in questa ciambella di salvataggio: confida cioè nel fatto che alla fine l'attuale capo dello Stato si renderà disponibile per garantire al Pd una via d'uscita. Addirittura è stata pianificata la strategia per centrare l'obiettivo: nelle prime votazioni la sinistra «temporeggerà» su un candidato di bandiera; dal quarto scrutinio in poi continuerà a «temporeggiare» per impedire al candidato del centrodestra di uscire Papa dal Conclave; e, ancora, insisterà nel «temporeggiare» fino a quando, per sfinimento, nell'impossibilità di eleggere un presidente, il centrodestra accetterà un risultato di pari e patta confermando Mattarella. Appunto, Letta nei panni del generale romano Fabio Massimo, «il Temporeggiatore». Ora, a parte il fatto che Mattarella dovrebbe essere d'accordo a trasformare il suo mandato presidenziale in un papato, perché la seconda elezione gli permetterebbe sulla carta di restare sul Colle due settennati (nella Storia della Chiesa su 264 Pontefici solo 46 sono durati sul soglio di San Pietro più di 14 anni), ci sono una serie di ostacoli difficili da sormontare. Il primo verte su una questione di opportunità, di galateo istituzionale: un capo dello Stato può essere eletto una seconda volta solo da un larghissimo schieramento che raccolga l'unanimità, o quasi, dei grandi elettori. Napolitano docet. Ed è inutile ricordare che il centrodestra già storce la bocca sull'argomento. E poi, secondo problema, proprio pensando all'ex presidente, il doppio mandato non premia: Napolitano arrivò alla fine dei suoi primi sette anni sugli allori, se ne andò due anni dopo in un coro di polemiche e di critiche. La terza questione riguarda, infine, questa malandata classe politica che dopo essere ricorsa ad un «tecnico» per mettere in piedi un governo un minimo competente e autorevole, incapace di individuare un nome per il Quirinale, dovrebbe rifugiarsi nella «proroga». Un'ammissione plateale di debolezza. Insomma, a ben guardare, tutti hanno qualcosa da perdere da un epilogo del genere. A partire da Mattarella. L'unico che ci guadagnerebbe assicurandosi uno «stallo» è il Pd. Grazie, appunto, alla classica ciambella di salvataggio».

DDL ZAN, PROPOSTA PER UN CONFRONTO

Luigi Manconi e Gianni Cuperlo scrivono per Repubblica un commento in cui rilanciano il dibattito sulla legge contro l’omotransfobia. Anche loro, come due giorni fa Flores d’Arcais sul Fatto nella lettera aperta a Letta, propongono di eliminare i due punti più controversi del Ddl Zan: l’articolo 1, il gender, e l’articolo 4, su odio e libera espressione delle idee.  

«È ancora possibile "salvare il soldato" Zan? Ovvero evitare che il voto del Senato del 27 ottobre affossi definitivamente l'ambizione a fare anche del nostro un Paese più avanzato in materia di diritti della persona? Sì, pensiamo che sia possibile agire per raggiungere, dopo un quarto di secolo dalla prima proposta di legge, un traguardo sfuggito all'ultimo miglio. Lasciamo sullo sfondo il rimpallo di colpe su chi trincerandosi dietro la segretezza del voto ha azzerato il percorso del provvedimento. Che, nel passaggio della legge a Palazzo Madama, Italia Viva abbia mutato posizione è un dato sotto gli occhi di tutti. Allo stesso modo, è una ovvia constatazione che un pezzo della destra una legge contro omo e transfobia semplicemente non la tolleri. Restano indimenticabili le parole, pronunciate in Aula, del capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo: con questa legge si vorrebbe "indurre i bambini a cambiare sesso, ancora prima che si accorgano di averlo" (dal resoconto parlamentare). E, tuttavia, il problema è comprendere se esista la strada perché un testo rivisto, senza ripartire da zero, abbia qualche seria possibilità di arrivare fino all'approvazione, reggendo l'urto di ambigue manovre e di nuovi tentativi di affossamento. Con un'unica premessa: giunti dove siamo quel che non si può fare è travestire da "modifiche" uno stravolgimento dei principi che sono a fondamento di una buona legge. Per maggiore chiarezza: è vero che dotare l'Italia di una norma di contrasto all'odio omotransfobico rappresenterebbe un obiettivo storico, ma affinché sia tale bisogna che la norma non appaia e soprattutto non sia - oltre che illiberale - inutilmente declamatoria e priva di efficacia. Detto ciò, se si sceglie questo metodo è logico partire dall'articolo 1 del ddl Zan, prendendo atto della critica verso un eccesso definitorio tradotto in quattro diverse tipologie (sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere) con il rischio di rendere la norma troppo o troppo poco comprensiva e privandola così della necessaria duttilità e lungimiranza. Una soluzione potrebbe essere la soppressione dell'articolo 1 mantenendo inalterata l'estensione dell'articolo 604-bis del Codice penale alle condotte "motivate dal sesso, dal genere, dall'orientamento sessuale, dall'identità di genere e dalla disabilità della vittima" (l'attuale articolo 2 del testo). In tal modo non si annullerebbe il riferimento all'identità di genere, per altro già ampiamente riconosciuta dal nostro ordinamento (nello specifico dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione) e dalla giurisprudenza prevalente della Corte europea dei diritti umani. Il punto di fondo è che in quella definizione non si riverserebbe un principio ideologico: essa, piuttosto, dovrebbe riflettere una concreta condizione soggettiva, a oggi priva di tutele. E si collocherebbe, quel principio, nell'ambito di una specifica fattispecie penale, liberando la legge dal sospetto di voler introdurre una formulazione più attinente alla sfera del libero convincimento personale che non a una tipizzazione giuridica. Una seconda modifica potrebbe riguardare l'articolo 4 sulla "libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". In questo caso si può intendere la formulazione indicata come eccessivamente riduttiva rispetto alla molteplicità di espressioni in cui si può declinare la libertà di manifestazione del pensiero. La soppressione dell'articolo eviterebbe ogni equivoco sulla più ampia espressione delle idee - rischio paradossale per una legge che si vuole "di libertà" - garantendo, al contempo, all'articolo 21 della Costituzione, di esercitare la sua funzione di tutela delle legittime convinzioni, purché prive di ogni valenza istigativa. Infine, sulla contestata istituzione della Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, non appare in alcun modo giustificato l'allarme per un presunto "indottrinamento", tanto meno dei minori. L'obiettivo dell'articolo è in tutta evidenza la promozione di iniziative informative, formative e culturali tese al contrasto di stereotipi e pregiudizi alla base di comportamenti di discriminazione e violenza. Come si vede, esiste la possibilità di trarre dalla sconfitta subita al Senato un monito a non rinunciare a una battaglia di rispetto e dignità. Riuscirci non sembra facile, anche per la rudezza dei toni riemersi negli ultimi giorni sui social e non solo. Ma come la storia dei diritti insegna, anche quella che procede lungo sentieri tortuosi, è nella volontà di superare gli ostacoli che si misura la tenuta e la coerenza di una politica davvero riformatrice. Oggi siamo dinanzi a uno di quegli ostacoli. L'invito è a non sottovalutarne la portata, ma - allo stesso tempo - a non giudicarlo tanto alto da risultare insuperabile. La morale? Merita provarci».

Libero dà notizia di una manifestazione organizzata a Palermo contro Ivan Scalfarotto, il deputato gay di Italia Viva che aveva proposto una mediazione per approvare il ddl Zan.

«Un Gay pride contro Ivan Scalfarotto. In altri tempi sarebbe stata una battuta, quasi come gli eletti di Forza Italia che contestano Silvio Berlusconi (e infatti). Nell'epoca dell'odio ad personam profuso dai paladini dell'amore che «non ha genere» è invece successo davvero, cronaca di ieri. Del resto, se l'adesione al disegno di legge Zan segna il confine tra la civiltà e il fascismo risorgente, come insegnano i Fedez e le Cirinnà, battersi contro chi non la condivide diventa un dovere. A maggior ragione se si tratta di un omosessuale dichiarato: traditore del suo stesso popolo. E tanto basta ad asfaltare ogni altro ragionamento. Compreso il fatto che Scalfarotto, deputato di Italia viva, sia uno dei firmatari di quel ddl, e che alla Camera, dove i numeri erano diversi, l'aveva votato (è al Senato, grazie al genio strategico di Enrico Letta, che è andata come si sa). È successo ieri nel cuore di Palermo. La chiamata alle armi era giunta tramite un appello in cui si legge che «giovedì 4 novembre alle 17 il coordinamento Palermo Pride convoca la città in piazza Pretoria», in contemporanea con la presentazione di un libro alla quale sarebbe stato presente Scalfarotto. All'evento era stato invitato anche uno dei portavoce della stessa organizzazione omosessuale, tale Luigi Carollo. Il quale si è rifiutato di partecipare, ritenendo impossibile accomodarsi a un tavolo «in cui siede chi ha svenduto i nostri diritti sull'altare delle mediazioni di governo». Ossia, appunto, Scalfarotto. Gogna e anatemi per lui dagli animatori del Gay pride palermitano: «Ma quali accordi, ma quale mediazione? Sui nostri corpi nessuna condizione».

I GIOVANI IN PIAZZA A GLASGOW

Oggi tornano in piazza i giovani di Fridays for future, ma lo fanno soprattutto a Glasgow, dove ancora si aspettano i documenti finali della Cop26. Intervista alla fondatrice del movimento in India Disha Ravi, che ha pagato anche col carcere la sua militanza. Carlo Pizzati per Repubblica:

« Non le piace scoprire che la chiamano "la Greta indiana" e in questa intervista a Repubblica spiega il perché. A differenza della militante svedese, a febbraio Disha Ravi si è fatta un po' di giorni di carcere, quando la squadra contro il cyber-crimine di Delhi le è piombata a casa, accusando la ventitreenne d'aver diffuso istruzioni su come sostenere sui social media un grande sciopero di agricoltori. L'esperienza traumatizzante del carcere non ha fatto altro che aumentare il carisma della fondatrice indiana di Fridays for Future, organizzazione che oggi a Glasgow tiene una mega-manifestazione guidata da Greta Thunberg. «Davvero mi chiamano la Greta indiana? Non lo sapevo», esordisce, «non penso sia giusto. Nessuno è l'ombra di qualcun altro. Chiamano Vanessa Nakate la Greta africana. E Ou Hongyi, la Greta cinese. Forse perché ci rende più appetibili agli occhi dei bianchi? Ma vuol dire cancellare la nostra identità e storia. Greta è fantastica, ma lo siamo tutte, a modo nostro. Con età e passati diversi. È così difficile imparare un nome indiano?». Il premier Modi vi ha rubato il termine "giustizia climatica" al Cop26… «Ah, come no, giustizia climatica! Fridays for Future non ha il copyright sul termine, ma non credo proprio che Modi sappia cosa voglia dire. Dice una cosa e fa tutt' altro». Che idea si è fatta degli annunci di Modi sulle emissioni? «Promesse molto ambiziose, a parte le emissioni zero del 2070, che ottiene ben poco. Mi è piaciuta la richiesta di finanziamenti climatici, ma non possiamo ignorare quanto inconsistenti siano gli obiettivi in rapporto alle politiche applicate in India. Nessuno di questi obiettivi verrà mai raggiunto se il clima non entra subito nel cuore di ogni legge indiana. Ma non sta accadendo. Finché non vedo azioni che mettono in pratica queste politiche, non avrò un'impressione favorevole. Spero di sbagliarmi, ma ne dubito». Lei sostiene che la giustizia climatica non dev' essere incentrata sul futuro di un bambino bianco, ma sul presente di un bimbo di pelle marrone. Parla di razzismo ambientalista e critica la Cop26 come un ritrovo di capitalisti, suprematisti bianchi ed élite. Vuole spiegarci meglio? «Le Cop sono sempre stati eventi elitari. Ma stavolta l'ineguaglianza dovuta ai vaccini ha aumentato le disparità. Tante persone del Sud globale non potevano esserci perché non ci sono abbastanza vaccini nei Paesi d'origine, hanno i vaccini sbagliati o hanno problemi di visto e passaporto. Molto ridicolo. Basta guardare quanta gente bianca c'era in rapporto ai Paesi di tutto il mondo. Non proprio un processo inclusivo». Come va la lotta ai cambiamenti climatici in India? «Mentre Modi a Glasgow annunciava i 5 elisir per il clima, in India passavano leggi dannose per foreste e coste, nonostante la forte opposizione dell'opinione pubblica. Governo e industriali sono grandi amici e si arricchiscono a vicenda». Cosa può fare l'ambientalismo occidentale per cambiare le cose? «Il Nord globale ha molte responsabilità. Adesso, non domani. Dovremmo cambiarci nome in Fridays for Present and Future: il problema non è salvaguardare il futuro ma il presente. I disastri climatici sono già realtà per moltissime persone. Dobbiamo agire ora, per il presente. E non nel futuro, per un futuro lontano».

LA GUERRA IN ETIOPIA. ABIY “NOBEL PER LA GUERRA”

La guerra in Etiopia: i ribelli tigrini puntano su Addis Abeba mentre il premier Abiy (a suo tempo insignito del Nobel per la pace) minaccia: “Li seppelliremo” e chiama i cittadini alle armi. L'Onu cerca una via diplomatica. Michele Farina per il Corriere:

«L'Etiopia con i suoi 120 milioni di abitanti è odio e paura. Il secondo Paese più popoloso dell'Africa è riflesso negli occhi spenti di Mebrhit Giday: a 11 anni giace in un letto di ospedale a Mekelle, nel Tigray, con il cuore che annaspa per complicazioni dovute alla fame. Dall'altra parte della barricata, l'economia simbolo del rinascimento africano ha la voce arrabbiata di un ragazzo con la giacca azzurra, ripreso dalla Bbc in una piazza di Addis Abeba: promette di arruolarsi come richiesto dal premier Abiy Ahmed che all'ultimo comizio ha detto: «Seppelliremo quei cani dei nostri nemici con il nostro sangue e le nostre ossa». I ribelli del Tigray sono a 400 chilometri da Addis Abeba, e si dicono pronti all'attacco finale. Le strategiche città di Dessie e Kombolcha sono passate di mano dopo cruenti combattimenti. L'Onu chiede lo stop delle armi. Ma intanto l'ambasciata Usa stila piani per evacuare personale, e l'inviato Jeffrey Feltman, lo stesso che aveva visitato il Sudan due giorni prima del golpe, è arrivato ieri in Etiopia per consultazioni. Il presidente ugandese Museveni chiede un vertice urgente dell'Unione Africana per risolvere diplomaticamente la crisi. Ma un generale ribelle alla tv tigrina esclude il negoziato, perché Abiy «rappresenta già il passato». E così «la gramigna» che il premier quarantacinquenne dichiarava di voler estirpare dalla provincia abitata da 6 milioni di tigrini e dalla loro dirigenza che sempre ha rappresentato una spina nel fianco dei suoi piani di governo, non solo è rimasta abbarbicata alle montagne del Nord mentre la catastrofe umanitaria mordeva il cuore di Mebrhit Giday e di un popolo intero (2 milioni di sfollati, 400 mila individui che rischiano di morire di fame, migliaia di morti, stragi di civili). Dallo scorso giugno, con la riconquista del capoluogo (la Macallè del Tigrè d'italica memoria), «l'erbaccia» della resistenza ha invaso il Sud, ribaltando la direzione del conflitto. Ha intaccato le province di Amhara e Afar, rinnovando lo strazio di civili in fuga, mentre i governativi bloccavano i convogli degli aiuti verso il Tigray e bombardavano dal cielo le città. I ribelli hanno saldato un'alleanza con i gruppi armati di etnia Oromo. La guerra avanza. E adesso, da Dessie, può correre sull'autostrada che porta alla capitale, e a Ovest tagliare i collegamenti con Gibuti, essenziali per l'economia di un gigante come l'Etiopia senza sbocchi al mare. Neanche il governo, a parole, sembra disposto a sedersi a un tavolo. Abiy dal palco ha chiesto agli abitanti di prepararsi a difendere case e quartieri con ogni arma. «Lo faremo con i pugnali se necessario», promette il giovane con la giacchetta azzurra nella piazza di Addis. È stato proclamato lo stato di emergenza, mani libere alle forze di sicurezza. I tigrini nella capitale si sentono braccati. Un'intera tavolata l'altra sera in un ristorante è stata portata via dalla polizia. Ha detto un tigrino senza nome alla Bbc : «Qui ci arrestano tutti». La guerra in Tigray è cominciata un anno fa, il 4 novembre 2020. Una pesante provocazione delle milizie locali, che occupano una base dell'esercito federale. Elezioni che si svolgono comunque, nonostante il rinvio stabilito dal governo centrale per la pandemia. E si scatena la reazione. Durissima. Un mese dopo, il premier dichiara vittoria in un conflitto che invece non è mai terminato. Le forze federali con l'aiuto dei soldati della vicina Eritrea conquistano Mekelle, cacciando sulle montagne la dirigenza del Tplf (Tigray' s People Liberation Front), che dopo aver governato l'intero Paese per 27 anni era stata estromessa dalle proteste popolari del 2018 e dall'ascesa dell'ex capo della cyber security dell'esercito, quel giovane premier modernizzatore che l'anno successivo avrebbe vinto il Nobel per la pace fatta con il dittatore eritreo Afewerki. Il mondo cantò la storia della rapida riconciliazione tra acerrimi nemici, senza troppo preoccuparsi del perché e del futuro. Il piano di Abiy, con il progetto di una nuova Costituzione «centralista» in un Paese che conta ottanta etnie diverse, ha molti avversari. Primi fra tutti gli ex governanti del Tplf, rimasti a bocca asciutta e senza voce nel percorso di liberalizzazione dell'economia e nella normalizzazione dei rapporti con il nemico oltreconfine. I soldati dell'Eritrea si sono distinti nelle atrocità contro i civili in Tigray. Un nuovo rapporto approvato dall'Onu sostiene che le violazioni dei diritti umani (torture, stupri, uccisioni) sono state commesse da ambo le parti. I ribelli hanno le loro macchie. Ma se ci fosse un Nobel per la Guerra riservato ai leader del mondo, Abiy partirebbe favorito».

VENEZUELA, INCHIESTA SU MADURO

Sarà aperta un’inchiesta internazionale sulle violenze del regime di Maduro. La cronaca del Fatto.

«"Un successo per la nostra nazione. Una vittoria per le istituzioni democratiche". Con queste parole, pronunciate in diretta all'emittente Telesur, Tarek William Saab, procuratore generale del Venezuela, ha annunciato i dettagli dell'accordo stretto con la Cpi, Corte penale internazionale: un'inchiesta verrà aperta per fare luce e chiarezza sulle denunce di violenze commesse dall'apparato di Maduro in Venezuela nel 2017. Il caudillo è accusato di aver commesso crimini contro l'umanità per reprimere il dissenso dei giovani scesi per le strade del Paese, e gravi violazioni dei diritti umani. Kharim Khan, a capo del Cpi, ha deciso di procedere dopo una visita di tre giorni a Caracas: ha concluso il suo viaggio siglando un memorandum d'intesa e annunciando di aver terminato le indagini preliminari sulle sanguinose proteste anti-governative di quattro anni fa. Quelle manifestazioni costarono la vita ad almeno 130 persone, mentre i feriti furono migliaia: ad accendere la miccia delle marce di quanti scendevano in piazza per chiedere elezioni libere e democratiche, fu la decisione del presidente di creare l'Assemblea costituente, organo disposto alla riscrittura della Costituzione e capace di sostituire l'Assemblea nazionale, l'ultimo rifugio dell'opposizione al suo regime. "Adesso chiedo a tutti, mentre procediamo al livello successivo, di dare al mio ufficio lo spazio necessario per lavorare" ha riferito Khan, assicurando che non permetterà a nessuno di "politicizzare" le indagini, iniziate già in maniera informale nel 2018. Sono stati sei i Paesi che all'epoca hanno chiesto che Maduro e il suo governo finissero sul banco degli imputati: cinque Stati sudamericani ed il Canada. Adesso, più di tutti, dice di rispettare la scelta di Khan, proprio Maduro stesso. Si tratta di "un passo avanti nei rapporti di cooperazione tra il Venezuela e la Procura della Cpi, emerge una grande verità: il Venezuela garantisce giustizia". Jose Miguel Vivanco, a capo della divisione latinoamericana dell'ong Human Right Watch, ha detto che si tratta "di un punto di svolta". Questa indagine "non solo dà speranza alle vittime che hanno subito atrocità da parte del governo Maduro", ma lascia sperare che "Maduro stesso può essere ritenuto responsabile per i crimini commessi dalle sue forze di sicurezza, che hanno agito impunemente in nome della rivoluzione boliviana"».

4 NOVEMBRE. “CHE COSA C’È DA FESTEGGIARE?”

Sull’Huffington Post Pigi Battista commenta le celebrazioni di ieri, le frecce tricolori, l’omaggio all’Altare della Patria, i presentat-arm, ponendo una domanda che è una provocazione: che cosa c’è da festeggiare in quella vittoria? Sostiene Battista: aveva ragione il Papa: fu “un’inutile strage”, una decimazione di massa di un popolo contadino e inconsapevole mandato a morire senza un vero motivo. Ma io aggiungo: quei 600 mila morti chiedono ancora oggi un senso. E forse la nostra pietà e riconoscenza verso il loro sacrificio.

«Perché mai continuiamo a festeggiare il 4 novembre come anniversario della vittoria? Ma vittoria di che, perché quel tripudio di Frecce Tricolori che rombano sui cieli di Roma? Casomai dovremmo celebrare in questa giornata la fine della più grande e insensata carneficina della storia, l’”inutile strage” della Prima guerra mondiale che solo Benedetto XV implorò di scongiurare. Ieri sera ho visto in tv un film bellissimo, La scelta di Maria, diretto da Francesco Micciché, dove si racconta l’epopea del Milite Ignoto traslato esattamente cent’anni fa da Aquileia al Vittoriano, e la madre dolorosa, Maria, che sceglie la bara con i resti irriconoscibili di uno dei tanti figli perduti in guerra senza nemmeno il conforto di una decente sepoltura. Perché questo fu la Prima guerra mondiale: lo sterminio di centinaia di migliaia, milioni di morti in battaglia schiacciati nell’anonimato. Nella guerra tradizionale si potevano cantare le gesta dell’eroe, la gloria, la fama imperitura di chi moriva combattendo. Nella nuova guerra i soldati sono solo gli ingranaggi di una macchina di morte che cancella ogni individualità, divide senza nome e senza volto, militi ignoti che la guerra rende materiale da discarica di massa. Il milite ignoto, scriveva Ernst Jünger, si definisce “nella sua sostituibilità, e nel fatto che dietro ogni caduto è già pronto, di riserva, il cambio della guardia”. Pezzi sostituibili di una macchina mostruosa. Morti anonimi che esigono il cambio della guardia, nuova carne da macello per rimpiazzare quella già consumata, dopo anni di immobilità, di fame, di patimenti, di gelo, nella merda e nel fango delle trincee. Cosa abbiamo da festeggiare, ancora? Dovremmo ringraziare, piuttosto, perché quella carneficina infinita invece finì. Ma la sua fine fu l’inizio delle cose peggiori e più atroci che il Novecento ha conosciuto. Milioni di mutilati, milioni di vedove e orfani. Per che cosa? La Seconda guerra mondiale fu un’apocalisse, un numero spaventoso di morti in battaglia, popolazioni decimate, popolazioni deportate, l’orrore indicibile della Shoah, città distrutte, la società civile ridotta in poltiglia. Ma in quell’orgia di sangue si intravedeva un senso, un significato, il mondo non sarebbe stato lo stesso se a vincere fosse stato Hitler. Ma la Prima guerra mondiale non aveva nessun senso, nessuna grandezza, nessun imperativo morale. Questioni territoriali, irredentismi sparsi, conquiste imperiali. E poi? Gli intellettuali, nelle “radiose giornate” che segnarono l’inizio delle ostilità, come al solito suonarono il piffero della causa sbagliata, si arruolarono fatui e febbrili per vivere l’avventura e per affrancarsi dalle mollezze della pace borghese: una pace che nei decenni precedenti aveva significato sviluppo economico, rivoluzione industriale, crescita del benessere e che loro, come sempre, detestavano, la trovavano esteticamente riprovevole. Pensavano a una guerra lampo, al clangore della battaglia, al rullare dei tamburi. E non capivano che quella guerra sarebbe durata un tempo impensabile. Cercarono di dare un senso eroico a quella guerra, ma dovettero arrendersi alla terribile realtà: aveva ragione il Papa, era una ”inutile strage”. Strage di migliaia di fucilati perché “disertori”, “disfattisti” e “imboscati”, poveri contadini analfabeti che non capivano per quale bandiera dovessero farsi ammazzare. Con la Prima guerra mondiale prendono avvio le grandi tragedie del Novecento. Hitler è un figlio del trauma immane di quella guerra. Il bolscevismo, e i decenni di sacrifici umani che avrebbe richiesto, non lo si comprende senza il grande massacro di quella guerra. La moltiplicazione degli Stati nazionali, il principio wilsoniano per cui ogni popolo ha un diritto incomprimibile a un proprio Stato, fu l’innesco di una serie infinita di contese territoriali, di pulizie etniche, di nazionalismi aggressivi. I reduci che tornarono devastati ed esausti in un’Italia in cui si sentivano estranei e alieni, in una “vita civile” di cui non se sentivano più parte, trascinarono con sé un’ondata di risentimenti, di patologie psichiatriche, di disadattamento sociale. Antonio Scurati ha raccontato bene nel primo volume del suo “M”, quanto in quegli anni di incubazione del fascismo fosse onnipresente, anche nell’estrema sinistra, uno spirito di violenza sconfinata che era diretta emanazione della guerra: il pugnale, il cazzotto, la violenza, la familiarità con la morte, lo spirito dello squadrismo come continuazione dello spirito di trincea con altri mezzi. Crollò l’ordine liberale, crollò il socialismo riformista sferzato dal radicalismo comunista, crollò la credibilità della democrazia parlamentare. I totalitarismi del ventesimo nacquero allora, in quelle trincee, in quella strage immane e senza senso. Il 4 novembre del 1918 finì, per noi. Ma non c’è niente, assolutamente niente, da festeggiare».

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