In piazza per le donne di Kabul

Manifestazione oggi a Roma, ieri piazze piene nei Fridays for future. Landini apre al salario minimo, Letta sostiene il patto Draghi. Si vota in Germania. Il Papa nomina Santoro per i Memores

Fridays for future. Tornano le piazze dei giovani per l’ambiente in mezzo mondo. Ed è un boom di partecipazione. Come se pandemia, cambiamenti climatici e voglia di futuro avessero creato una nuova spinta per l’impegno. Siamo anche alla vigilia della Cop26 e del pre incontro di Milano. Altra manifestazione importante oggi delle donne a Roma, in piazza del Popolo, a favore delle ragazze di Kabul. Il coraggio e la testimonianza delle afghane non possono essere dimenticate.

Il fronte pandemia riserva buone notizie. La curva dei contagi sta scendendo ed è in atto in tutta Europa una decrescita che in Italia «è ancora più sostenuta», ha spiegato Silvio Brusaferro alla conferenza stampa settimanale della cabina di regia. L’Rt è sostanzialmente stabile allo 0,83%, e soprattutto l'incidenza dei casi è scesa sotto i 50 per 100 mila abitanti, sono solo 5 regioni sono ancora sopra quella soglia. Gli statali torneranno in ufficio dal 15 ottobre, lo prevede un decreto del Governo firmato ieri.

I commenti dei giornali sono tutti per le sorti del “patto” che Draghi ha lanciato all’Assemblea della Confindustria rivolgendosi alle parti sociali. Letta ci crede molto e spinge perché vengano focalizzati i punti dell’intesa. Fra di essi il salario minimo, proposta verso la quale apre Landini della Cgil. Draghi resisterà a Palazzo Chigi anche fino al 2023? Secondo Verderami del Corriere no, pensa al Quirinale. Commenti del giorno dopo anche per la sentenza di Palermo, che ha stabilito non ci fu una trattativa da parte dello Stato, ma solo un tentativo di ricatto della mafia. Importante lettera sul Foglio del vice segretario del Pd Provenzano, che condivide il giudizio del grande giurista Fiandaca: le sentenze sono espressione dello Stato di diritto. Non scrivono o riscrivono la storia a fini politici. La lotta alla mafia continua, i teoremi sono solo fuorvianti. Anche se Travaglio, Ingroia & c. sembrano questa volta non accettare le sentenze dei giudici. Bella intervista di Nicola Mancino su Repubblica.    

Dall’estero: si vota in Germania e la circostanza è rilevante per tutti gli europei. La Merkel si spende per Laschet anche nell’ultimo comizio ma i sondaggi sono ancora molto incerti fra Spd e conservatori. Il mondo finanziario è in apprensione per il botto della Evergrande, i mercati però confidano che il governo cinese non farà fallire il colosso immobiliare in modo rovinoso. Sarà una caduta controllata, la partita si gioca comunque in queste settimane. A proposito di Pechino, interessante approfondimento sull’Avvenire sul “gran balzo indietro” di Xi: la nuova ideologia recupera “14 punti comunisti” e mette in castigo i propri imprenditori. Si vuole dimenticare Deng?

Il Papa ha deciso di nominare l’arcivescovo di Taranto Filippo Santoro alla guida dei Memores domini, la fraternità laicale nata dall’esperienza di Cl. Nei Memores da tempo si lavorava a nuove regole e a un ricambio di leadership, con la collaborazione del Vaticano. Ma evidentemente qualcosa in questo dialogo non ha funzionato e Francesco è intervenuto direttamente. Il Giornale, nell’articolo di Fabio Marchese Ragona che trovate in pdf, ipotizza che potrebbe accadere la stessa cosa per la guida dell’intero Movimento, fondato da don Giussani.   

Due parole sulla Versione. Vi ricordo che potete scaricare gli articoli integrali in pdf nel link che trovate alla fine della rassegna. Consiglio di scaricare subito quello che vi interessa perché il file resta disponibile solo per 24 ore. Scrivetemi se volete arretrati. Domani ancora appuntamento intorno alle 9.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera punta sul decreto firmato ieri e annuncia: Gli statali tornano in ufficio. Per il Quotidiano Nazionale è una decisione del premier: L’ordine di Draghi: statali in ufficio. Il Mattino aggiunge però la notizia che i progetti del Pnrr sono fermi: Gli statali tutti in ufficio. Le riforme impantanate. Il Messaggero riporta le parole dell’intervista al ministro Brunetta: «Lavoro agile con le pagelle». Per il resto ogni quotidiano fa una scelta diversa. La Repubblica: Puigdemont il mistero dell’arresto. La Stampa torna sul patto proposto da Draghi e sottolinea l’apertura di Landini: Pronti al salario minimo. La Verità insiste contro il certificato verde: Il Green pass istituisce i delatori. Libero difende il suo fondatore, minacciato da una richiesta di condanna per un titolo del passato: Vogliono Feltri in galera. A proposito di giustizia, sul dopo sentenza di Palermo ci sono Il Fatto (che non accetta la sentenza): Così destra e sinistra han favorito la mafia. E il Giornale che per l’appunto accusa Travaglio, Ingroia & c.: Negazionisti della giustizia. Avvenire tematizza l’inizio del dopo Merkel: Il voto in Germania. Un voto sull’Europa. Il Domani attacca ancora Brugnaro: L’antiriciclaggio indaga sui finanziamenti sospetti al sindaco di Venezia. Il Manifesto gioca con le parole, esaltando la piazze verdi dei giovani: Autunno caldo. Il Sole 24 Ore dà le ultime notizie sulle tasse: Fisco, stop a 16 milioni di cartelle.

GLI STATALI TORNANO IN UFFICIO

Decreto ieri del Governo per far rientrare i dipendenti pubblici negli uffici. La cronaca di Sarzanini e Guerzoni. Trovate tutti i particolari nel pdf linkato alla fine della rassegna.

«Dal 15 ottobre i dipendenti pubblici dovranno rientrare in ufficio. C'è un'unica norma nel Dpcm firmato ieri dal presidente del Consiglio Mario Draghi: «La modalità ordinaria di lavoro nelle Pubbliche amministrazioni torna ad essere quella in presenza». Dopo l'approvazione avvenuta la scorsa settimana del decreto che impone il green pass a tutti i lavoratori, compresi privati e autonomi, arrivano le disposizioni per 3 milioni e 200mila persone. Il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta parla di «era della nuova normalità». L'obiettivo è spiegato nella relazione: «Sostenere cittadini e imprese nelle attività connesse allo sviluppo delle attività produttive e all'attuazione del Pnrr consentendo alle amministrazioni pubbliche di operare al massimo delle proprie capacità». Le linee guida saranno diramate nei prossimi giorni, ma alcune regole sono già state stabilite e alcuni dettagli vengono chiariti nelle Faq (risposte a domande frequenti) pubblicate sul sito del governo. Tenendo ben presente un dato: sono 320 mila i dipendenti pubblici non vaccinati, il 10% del totale. Nel Dpcm è specificato che «il rientro dovrà avvenire nel rispetto delle misure di contrasto al Covid 19» e Brunetta ha già chiarito che dovrà essere «coerente con la sostenibilità del sistema dei trasporti». E dunque «per evitare di concentrare l'accesso al luogo di lavoro nella stessa fascia oraria o di ingolfare i trasporti pubblici nelle ore di punta, sarà consentita una più ampia flessibilità degli orari di ingresso e di uscita».

CHI DICE SÌ AL PATTO DI DRAGHI

Il discorso di Mario Draghi all’Assemblea della Confindustria continua a suscitare reazioni. Il premier ha proposto giovedì un accordo alle parti sociali per favorire la crescita. Letta sembra condividere l’idea nello “stile Ciampi”. Giovanna Vitale per Repubblica.

«Noi ci siamo» risponde Enrico Letta a Mario Draghi, accettando la sfida del Patto nazionale per la ripresa lanciato dal premier alla convention di Confindustria. Il Pd non solo vuol sedersi al tavolo con il governo e le parti sociali per progettare insieme la rinascita del Paese attraverso l'attuazione del Pnrr, di cui le riforme sono parte essenziale, ma intende farlo da protagonista. Offrendo un corposo pacchetto di proposte, a cui il Nazareno lavora da mesi, in grado di coniugare sviluppo e lavoro, crescita e protezione dei più fragili. Con un obiettivo prioritario: «Non lasciare indietro nessuno». D'altronde in aprile era stato proprio Letta ad avanzare, nella sua prima assemblea da segretario, l'idea di un patto con sindacati e imprese sul modello Ciampi. E ora che il presidente del Consiglio l'ha fatta propria, riscuotendo unanime consenso, il leader dem è soddisfatto: «La considero una vittoria del Pd», sorride. Cioè la prova di una mutazione che sta spingendo la principale forza del centrosinistra lontana dai vecchi cliché con cui, per pigrizia o malizia, viene ancora dipinta: «Noi siamo il partito del lavoro e il partito dell'impresa, non esiste contrapposizione, chi lo dice fa una caricatura novecentesca del Pd», rivendica il segretario, passato in meno di 24 ore dalla platea degli industriali a quella della Cgil. «Lavoro e impresa sono pilastri della stessa casa». Un binomio ormai obbligato. Perché la sfida per l'Italia post Covid non è solo recuperare quanto perso con la pandemia. «È andare oltre un ventennio di stagnazione economica e crescenti disuguaglianze», spiega il segretario. Un diverso modello di sviluppo sostenibile che impone «una nuova alleanza tra lavoro e impresa ». Superando svalorizzazione e precarizzazione del lavoro, che ha depresso la produttività e alimentato il rancore sociale. Premiando al tempo stesso le imprese che rischiano e investono, creano buona occupazione e si fanno promotrici della transizione ecologica e digitale. In quest' ottica sono cinque le misure che Letta chiederà di inserire nel Patto draghiano. Primo: un presidio per tenere al riparo i fondi del Recovery da infiltrazioni criminali. «Il no alla mafia non è un tema giudiziario e basta, diventa fondamentale se si parla di lavoro e sviluppo», ragiona. «Il contrasto alla criminalità favorisce infatti le imprese sane e tutela i più vulnerabili dal lavoro nero e dal sommerso». Secondo punto: il salario minimo. «Non va ideologizzato, né possono esserci tabù», avverte il segretario dem. «Va inquadrato nell'ambito del rafforzamento della contrattazione collettiva e della legge sulla rappresentanza sindacale, da noi rimasta inattuata». Sono solo cinque i Paesi Ue, oltre all'Italia, che non hanno un salario minimo legale. E sebbene i confederali facciano resistenza, temendo di perdere peso e potere, qui da noi quasi un lavoratore su cinque non è coperto da un contratto collettivo (uno su tre nella ristorazione e nei servizi di istruzione e assistenza). Va corretta questa stortura per i dem. Senza però smontare, né umiliare, gli organismi di rappresentanza. Anzi: «I corpi intermedi sono un presidio di democrazia. Minarli è sempre stata prerogativa delle destre o dei populisti», prende le distanze Letta. «Noi non lo faremo». Terzo: la sicurezza del lavoro, sulla quale a luglio è stata istituita una task force guidata dal vicesegretario Provenzano. Quarto: la riforma degli ammortizzatori e delle politiche attive che il ministro Orlando sta ultimando. Quinto: l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Basta con la flessibilità massima, «va riformato l'apprendistato e contrastata la vergogna degli stage, che spesso sono solo sfruttamento», conclude il leader dem. Un vasto programma, che la ritrovata sintonia con Draghi potrebbe ora trasformare nel Patto per l'Italia. Restituendo al Pd un nuovo protagonismo».

Maurizio Landini a Bologna, per un evento della CGIL, apre uno spiraglio proprio sul punto del salario minimo. Francesco Olivo per La Stampa.

«La Cgil apre all'introduzione del salario minimo. Mette dei paletti, «serve una legge sulla rappresentanza», dà un contenuto più articolato, vuole capire bene i confini, ma la sostanza è che si è rotto un tabù antico. Per i sindacati questa è stata, ed in parte lo è ancora, una linea rossa da non attraversare, il motivo è semplice: un limite agli stipendi può mettere a rischio la contrattazione e questo, per le organizzazioni, va scongiurato in ogni modo. Ma nella prima giornata di "Futura", la manifestazione della Cgil a Bologna, il tema è emerso con chiarezza sin dal primo dibattito. E sul palco del teatro Duse è nato un asse di sinistra di fatto, Enrico Letta chiedeva l'apertura del dibattito, «in chiave europea», Giuseppe Conte indicava il salario minimo come una priorità del "patto" proposto da Mario Draghi alle parti sociali all'assemblea della Confindustria, la vicepresidente dell'Emilia Romagna Elly Schlein lo rilanciava e il segretario generale Maurizio Landini, da padrone di casa, non ha liquidato l'argomento, anzi, inquadrandolo in una strategia più ampia commentava soddisfatto: «È un bene che le forze politiche progressiste recuperino la capacità di rappresentanza del mondo del lavoro», dice. E a chi richiama l'accordo del 1993 Landini ricorda che «allora servì per moderare i salari. Oggi abbiamo il problema opposto». Il segretario confederale insiste che è ora di parlare di stipendi e conia una formula efficace: «Non possiamo passare dalla pandemia del virus alla pandemia dei salari». E il vaccino qual è? Combattere contro il cosiddetto «lavoro povero», è il momento di affrontarlo» , ripete Landini, dando valore di legge ai contratti. La segreteria della Cgil pensa a provvedimenti legislativi che sostengano e rafforzino la contrattazione collettiva. L'idea è che sia il contratto lo strumento minimo di tutte le forme di lavoro: «Con una legge sulla rappresentanza si possono sancire quali sono i contratti validi e quali no - spiega un dirigente a fine giornata - e a quel punto, non ce ne saranno 900, ma 200 e devono avere un valore di legge, così si introdurrebbe un minimo salariale, ma anche un minimo di diritti sanciti». La resistenza dei sindacati, sicuramente della Cisl (ma non solo), sarà grande, ma la Cgil crede che difendere l'autonomia della contrattazione, senza un sostegno legislativo, alla lunga non sia sostenibile. Alcune proposte presenti in parlamento, come quella dell'ex ministra grillina Nunzia Catalfo di portare a 9 euro l'ora il salario minimo, non suscita l'entusiasmo della platea del teatro Duse, «non si può fissare una cifra a prescindere dai contratti». Rispetto alla proposta, citata anche da Conte ieri mattina, la Cgil insiste nel volerla definire meglio: «È troppo vago dire 9 euro, è una cifra oraria pura, o ci sono dentro voci come la tredicesima e il Tfr?». C'è poi la questione europea: la direttiva sullo stipendio base è ferma per le divisioni tra i partner, da una parte ci sono i Paesi del Nord che frenano, dall'altra ci sono quelli che fanno dumping salariale grazie a stipendi bassissimi. E l'Italia «ha la sua tradizione di contrattazione da difendere». Lunedì i sindacati andranno a Palazzo Chigi, dove di salari non si parla, formalmente all'ordine del giorno ci sono salute e sicurezza, ma Cgil, Cisl e Uil cercheranno un confronto su «questioni fondamentali» come Pnrr, fisco, pensioni e appunto stipendi. L'ultima volta non era andata benissimo, i sindacati si trovarono davanti il presidente del Consiglio e alcuni dei principali ministri con il testo del decreto sul Green Pass già praticamente licenziato. Così Landini mette le mani avanti: «Se il confronto non ci fosse, dovremmo parlare con i lavoratori e decidere le forme più opportune per portare a casa risultati che tutelino la loro condizione». Qualcuno gli chiede se sia una minaccia di sciopero: «È uno strumento che è sempre possibile utilizzare ma non è un fine» chiosa Landini. Non si esclude niente, ma ora c'è un'emergenza da affrontare. La pandemia dei salari».

I lettori della Versione conoscono bene il tema, perché ampiamente sottolineato subito dopo il discorso di Draghi all’Eur. Davvero l’ex capo della Bce potrebbe restare Presidente del Consiglio oltre il 2023? Il consueto retroscena di Francesco Verderami sul Corriere è dedicato a questo. La sua tesi è: non è un’idea di Draghi.

«Ormai Draghi è diventato una sorta di brand che - visti gli indici di gradimento del premier - una parte consistente del Palazzo prova a sfruttare per proprio tornaconto elettorale. Quasi fosse un'etichetta, si parla dell'«agenda Draghi», del «partito di Draghi» e persino di un «Draghi bis». Ma l'idea che dopo Draghi ci sia ancora Draghi, che possa cioè rimanere a Palazzo Chigi anche la prossima legislatura, non appartiene a Draghi. Il suo governo, figlio della crisi dei partiti, è una specie di circolazione extra corporea della politica, che come ogni soluzione emergenziale ha un limite temporale. E un ministro del Pd conviene che ci sarebbe una sostanziale differenza tra l'attuale esecutivo «senza colore», deciso da Mattarella nel pieno di una pandemia, e un gabinetto con lo stesso premier scelto però dai partiti dopo il voto: «Perché la strategia di Draghi funziona se non diventa il totem di una parte. È così che va avanti». Sebbene non abbia ancora terminato l'opera, c'è però chi ne sente già la mancanza. «Avete sentito Confindustria?», diceva l'altro ieri il titolare dei rapporti con il Parlamento D'Incà a un capogruppo della maggioranza: «Vogliono che vada oltre il 2023». E non si capiva se stesse dando una notizia o confidando il suo auspicio. Che non è l'auspicio di tutti, e il modo in cui Quagliariello disegna la mappa del Parlamento fa capire quanto siano diverse le posizioni: «Salvini, Meloni e un pezzo del Pd stanno nel blocco di quelli che "Adda passà 'a nuttata" e aspettano di riprendersi il pallone. Poi c'è l'area di quanti hanno capito di doversi mettere in scia a Draghi, con Letta e Conte che ha evitato finora falli di reazione. E infine ci sono i centristi, metà Forza Italia e un altro pezzo di Pd che evocano il partito "per Draghi" e non "di Draghi" per tentare di ridisegnare gli schieramenti». Insomma, la Lega sarà spaccata in due, ma i dem a loro volta sono divisi in tre. C'è il professor Ceccanti che teorizza il bis per l'attuale premier. C'è il franceschiniano Astorre che mette il limite al 2023. E c'è poi una corrente carsica, trasversale quanto autorevole, che attraversa la segreteria del partito e cova un forte malcontento verso Draghi: «Con Confindustria siamo arrivati al culto della personalità». Il fatto è che nel Pd sanno dissimulare, «sono dei professionisti» si lamenta un dirigente leghista: «Potevamo intestarci la nostra quota parte di successo per l'azione di governo e invece ci siamo intestati la battaglia sul green pass. Allora stavamo all'opposizione, come la Meloni». Con cui Draghi ha cura di tenere periodici contatti riservati. Il futuro è un'ipotesi. I partiti attendono il responso del voto amministrativo per capire se si discuterà su una nuova legge elettorale. In pochi ci scommettono al momento, ma a sentire uno dei maggiorenti del centrodestra «le convenienze di oggi non saranno più le stesse dopo le urne». Si vedrà se resterà l'attuale modello o si andrà verso un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente, che piace (anche) alla Lega. Nel frattempo a Palazzo Chigi - come sostiene la ministra Bonetti - «si stanno mettendo in campo tutte le energie per far ripartire il Paese». Così la rappresentante di Iv evidenzia un problema di sistema, che è all'origine del dibattito politico sulle sorti di Draghi. A interpretare i sondaggi, i numeri del premier sono dovuti al fatto che l'opinione pubblica ha la percezione di uno standard di governo più alto rispetto al passato. E chi verrà dopo dovrà misurarsi con questa asticella. C'è la prova di un approccio diverso. Ieri in un'intervista all'Huffington , il sindaco dem di Pesaro Ricci ha denunciato che «sul Pnrr manca velocità», che «così non ce la facciamo», che «la lentezza burocratica può trasformarsi in un rischio democratico». Ma già il giorno prima Palazzo Chigi aveva reso pubblico il richiamo del premier alle strutture dei ministeri, chiamate ad accelerare l'attuazione del piano. Come racconta un ministro, «fin dall'inizio è parso evidente quale fosse il disegno di Draghi con il suo cronoprogramma. Lui vuole mettere in sicurezza le riforme entro febbraio». In coincidenza, guarda caso, con l'apertura della corsa al Quirinale. Perché il premier non pare intenzionato a succedere a sé stesso e men che meno a farsi un partito. Per il Colle invece...».

SENTENZA DA STATO DI DIRITTO

Non c’è solo il day after della proposta di Patto di Draghi. Sui giornali di oggi si parla ancora tanto della sentenza di appello di Palermo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Concetto Vecchio di Repubblica ha intervistato Nicola Mancino, che fu assolto in primo grado.

«Nicola Mancino, cosa ha provato quando ha saputo dell'esito della sentenza Stato-mafia? «Ho pensato che il verdetto cancellava d'un colpo ciò che la Procura di Palermo aveva costruito in dieci anni di indagini. È crollato un intero castello d'accusa». Se l'aspettava? «Sì e no, però trovo che abbia ragione il maestro Giovanni Fiandaca: i suoi allievi pubblici ministeri hanno preso una cantonata». Il professor Fiandaca sostiene anche che l'aula di giustizia è troppo piccola per una vicenda così grande. «Concordo, anche se l'aula di appello io non l'ho mai vista, perché in primo grado, il 18 aprile 2018, venni assolto con formula piena». Lei incontrò Paolo Borsellino il giorno del suo insediamento al Viminale come ministro dell'Interno, nel giugno del 1992? «Venne con il procuratore Aliquò, così sostenne quest' ultimo al processo. Ma ci fu tra noi un saluto, nulla di più». L'ipotesi accusatoria è che in quell'incontro si accennò alla trattativa. «Impossibile. Fu un colloquio di circostanza. Del resto le pare possibile che io, proprio nel giorno del mio insediamento, come prima mossa abbia convocato Paolo Borsellino che fino a quel momento non avevo mai conosciuto?». Il pm Nino Di Matteo in aula l'accusò di omertà istituzionale. «L'ho sempre ritenuto un giudizio ingeneroso. Di Matteo fu molto duro nei miei confronti, dopodiché non fece ricorso in appello in seguito alla mia assoluzione». Le pare una contraddizione? «Non c'è dubbio. Ma prese senz' altro la decisione più giusta». Nelle motivazioni i giudici sostengono che lei tentò di sottrarsi al confronto con l'allora ministro Claudio Martelli, che sosteneva di averle espresso dubbi sul comportamento dei Ros in quell'estate del 1992. «Martelli non è stato leale con me. Il confronto poi ci fu, e in quell'occasione ho contestato la sua tesi. Ribadisco qui di non avere mai saputo dei sospetti sui Ros nella presunta trattativa con la mafia». Antonino Ingroia parla di sentenza double face: "La trattativa ci fu, ma i Ros agirono a fin di bene". Cosa ne pensa? «Penso che la trattativa non ci fu. Mi rifiuto di credere, da un punto di vista culturale e politico, che lo Stato potesse cedere alla mafia. Ciò premesso, prima di esprimere dei giudizi bisognerebbe sempre leggere le motivazioni». Il processo non si doveva fare? «No, non andava celebrato. Voglio anche precisare che la trattativa non ha mai riguardato la mia persona. Ho sempre fatto il mio dovere io». Cosa rivelano le tante polemiche sulla trattativa Stato -mafia? «Che bisogna aspettare le sentenze. Anche il segretario del Pd ha espresso sorpresa per il rovesciamento del verdetto di primo grado. Ma nel nostro Paese, fino a prova contraria, ci sono tre gradi di giudizio». Cosa ha rappresentato umanamente per lei l'esperienza da imputato? «Sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo. Sono stato volutamente additato ad emblema di una trattativa inesistente, relegato perciò per anni in un angolo. Non mi invitavano più neanche al Senato». Ma poi le sue ragioni sono state riconosciute. «Sì, alla fine mi è stata resa giustizia. Ma che sofferenza!» Cosa accadde esattamente nell'estate del 1992? «Lo Stato venne colto di sorpresa. Col senno di poi dobbiamo ammettere che non era preparato. Dobbiamo aggiungere che da allora la lotta alla mafia è stata efficace». Resta il fatto che lo Stato non seppe proteggere le vite di Falcone e Borsellino. Come lo spiega? «Sì, ma erano eventi non prevedibili». La classe dirigente della Prima Repubblica fece abbastanza contro la mafia? «Per me sì. In quella stagione inoltre c'erano già al governo uomini come Carlo Azeglio Ciampi e Giovanni Conso, che rappresentavano delle garanzie di democrazia». Ha mai pensato di fare causa allo Stato? «Qualche tentazione l'ho avuta. Poi ho pensato che sarebbe stato come fare causa contro me stesso, perché ero e sono un uomo dello Stato. E in fin dei conti per me era più che sufficiente l'assoluzione piena maturata in tribunale». Firmerà i referendum sulla giustizia? «No, non lo farò». Perché? «Ritengo che una materia così complessa come la giustizia, che pure ha bisogno di riforme, debba essere affrontata in Parlamento». Tra pochi giorni compirà 90 anni. Come li festeggerà? «In modo semplice, in famiglia. Sono felice di tagliare questo traguardo». È soddisfatto di quel che ha raggiunto nella vita? «Perché mai non dovrei esserlo?».

Il vicesegretario del Pd e già ministro del Mezzogiorno Giuseppe Provenzano scrive al Foglio sulla sentenza di Palermo. E sostiene: condivido le considerazioni di Fiandaca, nelle sentenze vince lo Stato di diritto.

«Caro Cerasa, ho letto con interesse i vostri articoli dedicati al tema della trattativa Stato - mafia. Personalmente, non è nel mio stile commentare le sentenze prima di leggere le motivazioni. E tuttavia non ho problemi a dire che condivido le considerazioni che il professor Giovanni Fiandaca ha fatto ieri sul suo giornale. C'è un giudice a Palermo che sembra affermare una cosa molto semplice e allo stesso tempo uno dei cardini dello stato di diritto: nei tribunali si processano i reati, non la storia. Però, caro direttore, consiglio ancora attenzione. La storia dei rapporti tra mafia e politica non è finita, in Sicilia e altrove, e deve restare all'ordine del giorno. Perché "la mafia non ha vinto", come scrivevano Fiandaca e Lupo, in quel loro libretto formidabile. Ma non ha nemmeno perso. E dunque, tanto più dopo questa sentenza, dobbiamo tornare ai fondamentali. La battaglia contro le mafie deve essere in primo luogo culturale, sociale e politica, e non si combatte solo con le armi del processo penale, che può fare una parte e non deve farne altre».

TORNANO I VENERDÌ DEL FUTURO

Grande partecipazione ieri in mezzo mondo all’appuntamento con i Fridays for future, lo sciopero ambientalista degli studenti lanciato da Greta Thunberg. La cronaca sul Manifesto è di Serena Tarabini.

«Milano, Roma, Genova, Venezia, Bolzano, Bari, ma anche Londra, New York, Melbourne, Città del Capo, Nuova Delhi, a grande scala o piccola scala, venerdi 24 settembre 2021 ha visto nelle piazze di ogni città fiumi colorati di giovani in marcia a scuotere il tavolo dove i grandi della terra discutono e decidono come se di tempo ce ne fosse a sufficienza. Un appuntamento e un successo planetario il ritorno in piazza dei Fridays For Future: due anni di pandemia non ne hanno intaccato l'energia, la creatività, la determinazione, l'entusiasmo: gli slogan quelli di sempre «Non abbiamo un pianeta B», «Cambiare il sistema, non il clima» ma anche dei nuovi «Fate pagare la crisi ai ricchi», «Giustizia climatica e giustizia sociale» a indicare quel salto di consapevolezza che hanno fatto in questi tanti mesi che li hanno tolti dalle piazze e li hanno costretti alle scrivanie: un tempo durante il quale non hanno evidentemente smesso di comunicare, confrontarsi e osservare un mondo che non divide in parti uguali responsabilità e conseguenze della crisi climatica. La pagina web del movimento riporta i numeri di questo appuntamento: 97 paesi, 1155 città, incontabili i partecipanti totali, e che abbiano superato o no il mezzo milione previsto, poco importa. Nella sola Germania che si appresta al voto federale in due giorni i manifestanti sono stati centinaia di migliaia, e nella capitale Berlino è arrivata anche Greta Thumberg, secondo la quale nessun partito ha fatto veramente qualcosa per il clima. A Londra a dare manforte ai giovanissimi manifestanti che si sono radunati in piazza del Parlamento e hanno marciato verso la cattedrale di Westminster c'era anche il leader radicale Jeremy Corbyn che ha affibbiato alla 26 esima Conferenza delle parti sul Clima che si terrà nel Regno Unito, la definizione di "Festival del Greenwashing". A Glasgow, la città scozzese sede del vertice, i manifestanti si sono diretti sotto il Parlamento. Piene di studenti le piazze e le strade di molte altre capitali europee quali Vienna, Praga, Varsavia, dove i giovani manifestanti si sono gettati a terra a simulare la fine del pianeta. «Siamo qui perché stiamo dicendo un forte 'no' a ciò che sta accadendo in Polonia, il regno del carbone», ha detto l'attivista di 19 anni Dominika Lasota, «Il nostro governo ha bloccato per anni qualsiasi tipo di politica climatica e ignora le nostre richieste per un futuro sicuro». Nel continente Africano le manifestazioni più corpose si sono svolte in Uganda dove l'attivista Hilda Flavia Nakabuye, dopo aver capito che la crisi climatica era responsabile delle alluvioni che hanno costretto la sua famiglia ad abbandonare la propria terra, ha fondato Fridays for Future Uganda nel 2019, che nel giro di pochi anni è diventato il più grande movimento giovanile dell'Africa. In Sudafrica si sono svolte manifestazioni in 12 città nell'ambito di uno sciopero di tre giorni per chiedere al governo di supervisionare una giusta transizione dai combustibili fossili. Nell'America del nord sconvolta da uragani e incendi si sono svolti quasi 200 eventi, 168 solo negli USA e le proteste più grandi si sono viste a New York City and Los Angeles; in Canada, in particolare in Quebec, più di 100 mila studenti hanno puntato il dito contro un'azione politica non altezza della crisi. In Messico, i manifestanti si sono radunati davanti al Palazzo Nazionale di Città del Messico per chiedere alla compagnia petrolifera statale Pemex di presentare un piano per la decarbonizzazione. Grandi manifestazioni anche in Brasile e Argentina. In Bangladesh gli attivisti hanno chiesto la demolizione delle nuove centrali elettriche a carbone e gas, mentre in Pakistan Yusuf Baluch, 17 anni, un giovane attivista nella provincia del Belucistan, ha affermato che il ritorno agli eventi di persona è fondamentale per costringere i leader ad affrontare la crisi planetaria. A proposito di classe politica, nelle tantissime e partecipate manifestazioni che si sono svolte in Italia e che hanno visto partecipare migliaia di studenti, il ministro per la Transizione Ecologica Cingolani è stato frequentemente bersaglio di slogan e dichiarazioni. A Milano, città fulcro delle mobilitazioni dovendo ospitare a breve la pre-COP 26, è stato definito «Ministro della finzione ecologica» per i pochi fatti messi in fila e le tante parole anche sgradite, come quelle sui radical chic del clima e sul nucleare. Non si fanno buttare fumo negli occhi i Fridays italiani, anche se recentemente il ministro sembra essere stato riportato a più miti consigli dal premier Draghi che, almeno a parole, non perde occasione per rimarcare la gravità della crisi climatica e l'urgenza di un'azione radicale. L'ultimo intervento ieri all'Assemblea generale dell'Onu, è stato un vero assist nei confronti dei giovani attivisti per il clima, «portatori di cambiamento che è un dovere ascoltare»: il premier ha dichiarato che «in qualità di Presidenza del G20 e partner del Regno Unito nella Cop 26», l'Italia intende raggiungere obiettivi ambiziosi, riducendo il più possibile, nel prossimo decennio, la CO2 prodotta da combustibili fossili e gli altri gas clima-alteranti, incluso il metano e di voler raggiungere un'intesa globale per interrompere al più presto l'uso del carbone e bloccare il finanziamento di progetti di questo tipo. E' proprio il caso di dire «bentornati Fridays».

Nuovo appuntamento fra tre giorni a Milano per preparare la Cop26 in Scozia. Avvenire racconta dei due giovani italiani che vi parteciperanno.

«Federica Gasbarro, romana di 26 anni, e Daniele Guadagnolo, 28 anni di Arona nel Novarese, sono i due delegati che rappresenteranno l'Italia al prossimo vertice "Youth4Climate" che per due giorni (il 28 e 29 settembre) a Milano riunirà quasi 400 giovani (due per ogni Paese, un maschio e una femmina) provenienti da tutto il mondo per parlare di clima alla vigilia della Pre-Cop 26, in programma con i "grandi" dal 30 settembre al 2 ottobre. Federica si sta laureando in scienze biologiche presso l'ateneo di Roma Tor Vergata ed è stata in prima linea nei "Fridays for future": nel 2019 è stata l'unica italiana scelta dalle Nazioni Unite (insieme a Greta Thunberg e ad altri 99 ragazzi) al primo raduno di giovani leader al Palazzo di Vetro di New York e all'Assemblea Generale durante il vertice per il Clima, nel 2020 ha pubblicato il libro Diario di una striker. Daniele, laureato in economia all'Università degli Studi di Milano Bicocca con una specializzazione in marketing, e co-fondatore e membro attivo di diverse organizzazioni che si occupano di sostenibilità. Con "Youth4Climate", organizzato per la prima volta all'interno del calendario della Cop26, i giovani passeranno dalla protesta alla proposta in nome della difesa del clima e del pianeta. Con loro ci sarà anche Greta Thunberg insieme all'altra giovane attivista Vanessa Nakate. Giovedì 30 settembre, in un evento di alto livello, i giovani incontreranno i capi di Stato e i ministri». 

Luca De Carolis e Virigina della Sala sul Fatto rivelano però che non è stato ancora nominato l’inviato speciale italiano per il clima.

«È stato promesso più volte nell'ultimo anno, ci sono decine di comunicati e di articoli che lo provano, il mese scorso c'è anche stato un incontro ufficiale per discuterne. Eppure dell'inviato speciale italiano per il clima non c'è ancora traccia. "È un tema che riguarda tutti noi e ogni aspetto della nostra vita. Bisogna dare una risposta efficace, senza perdere tempo - aveva detto il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio a inizio estate -. Per questo abbiamo deciso di dotare il nostro Paese di una figura strategica in questo campo, cioè l'Inviato speciale per il cambiamento climatico, come già fatto da Usa, Regno Unito, Francia e Germania. Si tratta della persona incaricata di seguire i negoziati e di rappresentare l'Italia a tutti i tavoli internazionali". Aveva anche fornito una scadenza, Di Maio: "Il prossimo passo ora è la sua nomina, che avverrà a settembre. Agiamo subito". Subito è passato, così come è quasi trascorso settembre: non solo non c'è la nomina ma non c'è ancora neanche un nome. Si tratta di una figura importantissima in quella che viene definita "diplomazia climatica" e che è prevista dall'articolo 5 del decreto legge 23 giugno 2021 n. 92 sulle "Misure urgenti per il rafforzamento del ministero della Transizione ecologica". Si prevede che l'inviato speciale sia nominato dal ministro degli Affari Esteri e dal ministro della Transizione Ecologica (dunque Di Maio e Roberto Cingolani) e che la sua azione sia quindi supportata e coordinata, come pure è ovvio, da entrambi i dicasteri al fine di "consentire una più efficace partecipazione italiana agli eventi e ai negoziati internazionali sui temi ambientali, ivi inclusi quelli sul cambiamento climatico". I due ministeri devono fornire "supporto tecnico e organizzativo". I soldi ci sono: l'incarico porta in dote 250 mila euro per il 2021, 350 mila per il 2022 e altri 250 mila per il 2023. Manca invece un curriculum che metta d'accordo i due ministeri su una figura che - è questo il punto - sia "di raccordo" e non sostitutiva o decisionale. Di fatto, alla nomina tiene particolarmente Di Maio. Per Cingolani, di cui è difficile reperire anche solo una parola in proposito, al momento sembra essere per lo più un passaggio inevitabile su cui ad agosto si è raggiunto comunque un'intesa. A oggi, infatti, è il ministro a trattare in materia di ambiente e di clima e la figura che si ricerca, che avrebbe soprattutto un ruolo di tipo diplomatico, deve essere di spessore politico e riuscire ad affiancare il ministro, senza sostituirlo. Il parallelismo che viene fatto di solito è con John Kerry, l'inviato scelto dal presidente americano Biden. Negli Stati Uniti, però, i temi ambientali sono per lo più coperti dal ministero dell'energia quindi di fatto c'era una casella vacante. Fonti del Movimento Cinque Stelle vicine a Di Maio, ieri, spiegavano che sono stati presi in considerazione molti curricula, ma nessuno al momento pare soddisfare i requisiti. La ricerca non è facile (diversamente da quanto trapelato finora non ci si concentrerà esclusivamente su candidate donne) ma il ministro conta di poter chiudere il dossier al ritorno da New York dove sta partecipando alla 76esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Anche perché il tempo stringe: nell'agenda del futuro inviato ci sarebbero già dovuti essere alcuni appuntamenti importanti, dall'ormai andato Food Systems Summit dell'Onu di questi giorni agli eventi a cui potenzialmente l'inviato speciale potrebbe ancora prendere parte last minute (magari 'alleggerendo' il ministro Cingolani che è alle prese con la gestione tecnica e politica dei rincari energetici e di una transizione sempre più necessaria) come la Cop15 di Kunming sulla biodiversità a ottobre e la Cop26 di Glasgow sul clima a novembre che sarà, oltretutto, preceduta dalla PreCop di Milano. La Cop26 di Glasgow, oltretutto, sarà organizzata dalla Gran Bretagna e dall'Italia che presiederà anche il G20 del 30-31 ottobre a Roma. L'ambiente? Sarà ovviamente al centro dell'agenda».

ELON MUSK ALLA TECH WEEK DI TORINO

L’economia Green è anche un grande affare. Se è vero che in pochi anni l’attenzione al clima ci costringerà a passare all’auto elettrica. Proprio ieri nell’ambito della Tech Week di Torino, c’è stato un dialogo in diretta fra Elon Musk, fondatore di Tesla, e John Elkan, principale azionista di Stellantis. Luca Piana per Repubblica.

«John Elkann a Torino, Elon Musk collegato in diretta dal Texas. Entrambi, dopo la pandemia, ottimisti sul futuro. «È stato straordinario vedere quante risorse sono emerse per affrontare i rischi, trovare le soluzioni e andare avanti. Questo mi dà tanto ottimismo così come me lo danno i giovani. Vedere quanto sono bravi, quanta ambizione hanno mi dà tanta fiducia», dice il presidente di Exor, che è anche principale azionista di Stellantis, quarto produttore automobilistico al mondo. Il fondatore di Tesla, che ha trasformato l'auto elettrica in una realtà e nel primo semestre dell'anno ha venduto quasi 400 mila vetture, non può essere da meno: «Preferisco essere ottimista e avere torto che pessimista e avere ragione ». Lo scambio avviene in uno degli incontri più attesi dell'Italian Tech Week. Elkann è sul palco delle Ogr, le antiche officine ferroviarie torinesi restituite a una nuova vita culturale da un attento restauro. Musk in video, quando nei suoi uffici texani non sono ancora le cinque del mattino. A moderare il loro dialogo Maurizio Molinari, direttore de La Repubblica , il cui editore Gedi (controllato da Exor) organizza la manifestazione dedicata all'innovazione e ai protagonisti del futuro. Elkann e Musk vengono da esperienze molto diverse ma, di fronte a 500 ospiti, trovano molti punti di contatto e toccano argomenti complessi: la conquista dello spazio, la sfida per dotare il mondo di energia pulita, lo sviluppo di tecnologie neuronali in grado di fare da interfaccia fra uomo e computer. Tra i tanti spunti, uno dei momenti più personali arriva, a sorpresa, quando i due imprenditori parlano delle crisi che ogni azienda è periodicamente chiamata a superare. «Ho affrontato più di tre crisi e, come imprenditore, avere un ruolo attivo in azienda comporta dei rischi; ci sono momenti difficili e può essere complicato. Bisogna essere consapevoli che si può essere sulle montagne russe. Non bisogna mai deprimersi quando si è in un momento basso, mai super eccitarsi quando si è in alto», dice Elkann, ricordando i giorni in cui ha affrontato i rischi di un fallimento, «che alla fine avviene sempre per motivi finanziari». Musk non si tira indietro. Racconta che «Tesla è stata vicina al fallimento sei o sette volte » e ricorda due momenti particolari. Il primo nel 2008, quando riuscì a reperire i finanziamenti necessari per andare avanti alla vigilia di Natale, l'ultimo giorno utile. Il secondo momento, «il più doloroso», risale al 2018, quando stava lavorando al progetto della Model 3, la vettura pensata per trasformare Tesla da casa di nicchia a produttore di massa. «Stavamo lottando per metterla in produzione e in quel momento ci siamo sentiti molte volte con John», dice Musk, rivelando che l'aiuto dall'Italia arrivò da Comau, l'azienda di Grugliasco dell'allora gruppo Fca che collabora da tempo con Tesla e che, nell'occasione, realizzò le linee di assemblaggio delle scocche e dei moduli batteria del nuovo stabilimento cinese. La transizione verso l'auto elettrica è certamente uno dei momenti forti del dialogo. Musk esprime fiducia sulla rapida conclusione della carenza di microchip che oggi sta fermando numerosi impianti in tutto il mondo: «Penso che sarà una crisi a breve termine. I produttori sono al lavoro e penso che il prossimo anno la situazione sarà migliore», dice, pur ammettendo di non essere «sicuro al 100%» di uno sviluppo così favorevole. La necessità di produrre energia pulita, in modo che i motori siano davvero a emissioni zero, trova punti in comune tra i due imprenditori, sul nucleare e sul solare. «Mi hanno sorpreso i Paesi che hanno abbandonato il nucleare, è una tecnologia sicura. Non bisogna chiudere le centrali perché non sono un pericolo. Ci sono più pericoli dall'uso del carbone che dal nucleare», sostiene il fondatore di Tesla, trovando un'eco immediata in Elkann: «Il nucleare è una soluzione che conosciamo, esiste già, è sicura, dovremmo svilupparla ulteriormente. Cina e India stanno utilizzando sempre più l'energia nucleare, è un'indicazione di ciò che dovremmo fare. In contemporanea dobbiamo puntare su energie alternative. Anche l'energia solare diventerà sempre più centrale», risponde il presidente di Exor. Qui è Musk a cogliere la palla al balzo: «Trovo che l'energia solare sia sottovalutata. Se non ci fosse il Sole, la Terra sarebbe una roccia senza vita », osserva, sostenendo che basterebbe un impianto solare di 200 chilometri quadrati per fornire energia a tutta l'Europa: «Ci sono molti luoghi in Europa dove l'energia solare sarebbe molto efficiente», spiega, indicando in particolare le coste del Mediterraneo. Nella transizione verso l'auto del futuro, però, ci sono confini che non verranno superati. Una Ferrari a guida autonoma non si vedrà mai: «Sarebbe triste, lo spirito della Ferrari è proprio quello di poterla guidare», rassicura Elkann».

MA PER ORA LA DITTATURA È DIGITALE

Si può arrivare al punto di non esprimere una propria idea per evitare di essere sommersi dagli insulti e dalle critiche sui social? Michele Serra nella sua rubrica L’Amaca lancia un invito: meglio infischiarsene.

«Capita che intellettuali e politici ammettano di non avere detto quello che pensavano, su un determinato argomento, perché avevano paura della reazione dei social. Ultimo caso notevole quello di Maud Maron, candidata dem a New York, che ha detto di avere rinunciato a prendere posizione in favore della scrittrice J.K. Rowling, massacrata dagli ultras della cultura gender per avere sostenuto che il sesso non è solo un portato culturale, è anche un dato di fatto biologico. Maron aveva paura, difendendo la Rowling, di essere accusata di transfobia, se non di fascismo. Senza entrare nel dettaglio, oso enunciare un principio generale. Intellettuali, scrittori e in misura meno urgente e meno assoluta anche i politici, sbagliano gravemente, e a proprio danno, a concedere ai social un potere così rilevante. Se proprio non riescono a starne fuori (soluzione ideale), dovrebbero almeno relativizzare, e di molto, la force de frappe di singoli straparlanti e dei manipoli organizzati. In una parola: infischiarsene. Non per snobismo o arroganza. Per libertà di spirito, perché non si parla e non si scrive per piacere (o dispiacere) agli altri. Si parla e si scrive per dare faticosamente forma alla propria esperienza e alle proprie idee. La scrittura è un esercizio individuale e troppi, con l'avvento dei social, scrivono avvertendo alle proprie spalle lo sguardo della folla che giudica ogni parola. È autocensura, mortificazione del proprio punto di vista, perfino viltà: già altre forme di pressione e di influenza gravano sull'intellettuale (la committenza, la convenienza politica, le ambizioni accademiche) perché se ne possa aggiungere un'altra, così intimidatoria, così sbrigativa, così sommaria. Il futuro del pensiero è social free».

GERMANIA, I SONDAGGI DELL’ULTIMA ORA

Dall’estero in primo piano il voto tedesco. Si vota in Germania e Angela Merkel, dopo tanti anni, non sarà in lizza. Ecco la fotografia dei sondaggi della vigilia secondo La Stampa.

«A poche ore dal voto l'ultimo sondaggio fotografa un testa a testa fra i conservatori di Armin Laschet e i socialdemocratici di Olaf Scholz nella partita decisiva per il dopo Merkel. Ma il candidato Spd da settimane in vantaggio non demorde: «Sento che la gente vuole una svolta. Lo sento qui oggi, e in molte piazze del Paese. Noi vogliamo questo cambiamento. Noi vogliamo un governo a guida Spd», ha detto a Colonia il vicecancelliere. Gli ha risposto proprio la grande assente della campagna, Angela Merkel che, a Monaco per il comizio ufficiale di chiusura ha detto: «Per garantire stabilità alla Germania il cancelliere dovrà essere Laschet». Al di là delle dichiarazioni, gli ecologisti cercano di approfittare della spinta dello sciopero generale sul clima che ha riempito le piazze di tutta l'Europa. La scelta di Greta Thunberg di parlare a Berlino, davanti al Reichstag, ha reso evidente la chiara intenzione politica, mentre Annalena Baerbock si è presentata a sorpresa a Colonia alla manifestazione dei Fridays: «In queste elezioni in ballo c'è tutto. Non possiamo permetterci di aspettare ancora perché diventerà un compito dal conto non si potrà più pagare», ha affermato a proposito della svolta necessaria, promessa e rivendicata dai Verdi, sulle politiche del clima. Il sondaggio Allensbach, pubblicato dal giornale conservatore Faz, attribuisce il 26% delle preferenze ai socialdemocratici e il 25% a Cdu-Csu. I Verdi sono al 17%, il liberali al 10,5%, l'ultradestra di Afd al 10% e la Linke al 5%, in bilico per l'ingresso al Bundestag».

L’INVOLUZIONE DELLA CINA: IL GRANDE BALZO INDIETRO

Che cosa sta accadendo davvero in Cina? La linea intrapresa dal presidente Xi non è affatto neutra. Luca Miele su Avvenire racconta l'accentramento di poteri che sembra riportare indietro negli anni il grande Paese asiatico. L'offensiva culturale voluta da Xi Jinping fa parte di una strategia in cui gli ideali comunisti vengono enfatizzati in 14 «principi primari». Ed è profondamente modificato l’atteggiamento verso gli imprenditori privati cinesi, cui era stato dato in passato molto più spazio.

«Citazioni di Xi. Immagini di Xi. Gesta di Xi. Confezionati, appositamente, per i bambini cinesi. Dal primo settembre gli alunni delle elementari del gigante asiatico hanno iniziato a studiare una nuova materia: "il pensiero di Xi Jinping", il nuovo Mao come l'Economist ha etichettato a più riprese il presidente cinese. E i libri di testo hanno immediatamente assorbito la "lezione": «Nonno Xi Jinping è molto impegnato con il lavoro, ma non importa quanto sia impegnato, si unisce comunque alle nostre attività e si preoccupa della nostra crescita», si legge in un testo consultato dal quotidiano inglese The Guardian. È solo l'ultimo tassello di una "colonizzazione" della scuola che va, appunto, dalle elementari fino all'università, dove da tempo il pensiero di Xi Jinping è entrato prepotentemente nei corsi accademici. Agli insegnanti spetterà il compito di «piantare nei cuori dei giovani i semi dell'amore per il partito, la patria e il socialismo», come si legge nelle istruzioni redatte dal governo cinese. «Le scuole primarie si concentreranno sulla coltivazione dell'amore per il Paese, il Partito comunista e il socialismo. Nelle scuole medie, l'attenzione sarà focalizzata sulla combinazione di esperienza percettiva e studio della conoscenza, per aiutare gli studenti a formare giudizi e opinioni politiche di base», ha spiegato il Global Time, il tabloid nazionalista del Quotidiano del Popolo. Al college, invece, «ci sarà una maggiore enfasi sull'istituzione del pensiero teorico». Siamo dinanzi a una offensiva che fa parte di una strategia di "rieducazione" più ampia. Una vera e propria campagna di moralizzazione lanciata dal Partito che vuole disciplinare l'uso dei videogame on line (massimo tre ore a settimana), che ha cancellato i talent show in Tv, ha intimato di promuovere una immagine più virile della mascolinità presso i giovani. M a qual è il cuore del «pensiero di Xi sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era»? La dottrina Xi si articola in 14 «principi primari» che enfatizzano gli ideali comunisti. I capisaldi attorno ai quali ruota sono il dogma delle «riforme complete e profonde» e delle «nuove idee in via di sviluppo», la promessa di «vivere in armonia tra uomo e natura », l'autorità «assoluta del partito sull'esercito popolare», l'importanza del modello «un Paese due sistemi» (Hong Kong e Macao) e la «riunificazione con la madrepatria » ( Taiwan). Come soppesarli? Cosa si maschera dietro questa profusione di principi? La sintesi del New York Times è drastica. Siamo in realtà davanti a un progetto finalizzato a consolidare il potere a tre livelli: la nazione, il partito e lo stesso Xi. La strategia del leader batte ossessivamente su un punto: «L'obiettivo di una Cina potente e unificata può essere raggiunto solo se il Partito comunista mantiene saldamente il controllo della Cina. Il partito è la soluzione ai problemi della Cina, non la loro fonte». Insistere sulla centralità del partito non è certo qualcosa di inedito per la Cina. Ma ciò che marca la strategia di Xi è la pervasività delle misure adottate per stringere la presa del Partito Comunista sugli affari, i media, Internet, la cultura e l'istruzione. L'influenza del Partito permea, fino ad asfissiarlo, ogni angolo della società. «Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era» è stato formalmente iscritto nel 2018 nella Costituzione del Paese. È stato il coronamento di una lunga marcia che ha portato nelle mani di Xi un accentramento di poteri come non accadeva dai tempi di Mao Zedong. Il presidente cinese ha prima accumulato una quantità impressionante di cariche - da segretario del Partito Comunista a capo dello Stato, da comandante in ca- po dell'esercito a 'core' («centro, nucleo, sole») del Partito, in quella che a molti è parsa come una vera e propria 'bulimia' di potere. Quindi ha 'marcato' - iscrivendovi la sua dottrina - lo Statuto del Partito comunista cinese (Pcc), come nessun altro leader cinese aveva fatto: unica eccezione, guarda caso, Mao. Nel 2018 è arrivata la 'picconatura' finale del compagno Xi: l'eliminazione del limite dei due mandati al potere presidenziale e la costituzionalizzazione del suo pensiero. Una doppia mossa che, di fatto, ha smontato l'architettura istituzionale cinese. Mandando in frantumi quel sistema di potere 'collegiale' e a 'termine' che, faticosamente, il Dragone aveva messo in piedi per evitare che si ripetessero gli eccessi legati al culto della personalità su cui Mao aveva edificato il suo potere. E per sterilizzare le lotte fratricide tra fazioni: nessuna doveva prevalere - definitivamente - sulle altre. Via ogni limite e ogni argine, dunque. Xi Jinping potrà 'regnare' a tempo indeterminato, ben oltre il termine dei dieci anni, imprimendo al suo potere una torsione imperiale. L'autocrazia di Xi ha assicurato una forza e una stabilità senza precedenti alla Cina? In realtà la questione non è così semplice. «Con Xi Jinping - spiega Nunziante Mastrolia, fondatore di Stroncature e autore di "Chi comanda a Pechino?" - la Cina ha fatto, in realtà, un balzo indietro impressionate. L'attuale presidente cinese ha smontato quelli che erano stati i capisaldi della politica istituzionale cinese messi in piedi a partire da Deng Xiaoping e posto fine a una serie di percorsi che garantivano una più ampia anche se relativa indipendenza della società civile, l'autonomia del mercato e bloccato ipotesi, avanzate dall'allora primo ministro Wen Jabao di primazia della costituzione sul partito. Insomma, sebbene in nuce, eravamo in presenza di un abbozzo di stato di diritto. Xi Jinping, con la lotta alla corruzione, in realtà una gigantesca purga, ha distrutto ogni forma di collegialità e di gestione condivisa del potere, affermando il primato del partito sulla Costituzione». L'ossessione che agita il nazionalismo cinese: «correre avanti per tornare indietro», vale a dire riparare alle umiliazioni subite da parte delle potenze occidentali e ripristinare così un ordine sinocentrico, di tipo "imperiale". Una politica che però rischia di avere un costo altissimo. Il gigante asiatico è esposto a un rischio potenzialmente mortale. «Dopo la morte di Mao - spiega ancora Mastrolia - il partito ha impiantato un ingranaggio che assicurava il passaggio del potere da una generazione all'altra: il limite dei due mandati, una gestione collegiale e meccanismi di cooptazione molto precisi. Ebbene, Xi ha smontato questo meccanismo, distruggendolo. Lo scenario più probabile quando il leader uscirà di scena, senza aver indicato il suo delfino, è che l'unica "norma" che regolerà la successione sarà la legge del più forte, della violenza». Come segnala Asia Times, dietro la facciata monolitica, i segni di erosione nella leadership di Xi sono già avvertibili: «Di fatto si è prodotta una spaccatura ideologica tra il presidente e l'élite imprenditoriale e culturale del Paese», ha scritto il quotidiano on line. Il futuro della Cina può dipendere dalla profondità di quella spaccatura».

EVERGRANDE SARÀ LA LEHMAN DI XI?

In questo contesto di cambiamenti, il mondo guarda con apprensione alla crisi del colosso immobiliare cinese Evergrande. L’azienda fallirà? Oppure il suo crack sarà “pilotato” dal governo cinese? Ieri i mercati asiatici e Wall Street hanno creduto all’intervento del governo. La Evergrande non sarà una Lehman asiatica. Domenico Siniscalco su Repubblica.

«La crisi finanziaria di Evergrande, fino a due anni or sono il piu grande gruppo di sviluppo immobiliare al mondo, scuote da una settimana i mercati finanziari dell'Asia e dell'Occidente. Ieri il gruppo cinese non ha onorato una scadenza su un bond internazionale da 83,5 milioni di dollari Usa. Scatta a questo punto un "periodo di grazia" di un mese e solo allora si vedrà se il debito della società di costruzioni, principalmente collocato in Cina ma anche sui mercati internazionali in dollari Usa, dovrà essere ristrutturato. Il pagamento o il default su questa scadenza, e della prossima che è fissata per mercoledì prossimo, non possono facilmente risolvere l'incertezza, data la dimensione del debito: 300 miliardi di dollari, di cui almeno 20 denominati in dollari Usa e collocati sui mercati internazionali. Senza un salvataggio pubblico, attraverso un'ampia iniezione di liquidità da parte delle autorità cinesi, quindi, il debito di Evergrande è destinato a essere ristrutturato. Lo stesso presidente Xi, alla vigilia di un terzo mandato presidenziale, starebbe soppesando i pro e i contro di un salvataggio in un'economia ove il debito totale, pubblico e privato, ha raggiunto il 290 per cento del Pil. L'andamento positivo del mercato cinese nella giornata di ieri fa pensare che una soluzione venga trovata e che la crisi di Evergrande possa contare il contagio. A quanto si legge, il gruppo Evergrande versa da un paio d'anni in difficoltà finanziarie, legate a una serie di investimenti immobiliari rimasti invenduti: un problema tipico sul mercato cinese. La crisi è esplosa, però, per la recente stretta dei regolatori cinesi sul settore delle costruzioni, che con un insieme di provvedimenti e di vincoli amministrativi hanno reso più difficile l'accesso al credito delle imprese di costruzione. Le cosiddette "tre linee rosse" sui costruttori e le "due linee rosse" sul settore bancario hanno dunque inaridito il credito, su cui il gruppo Evergrande, fondato e guidato dall'imprenditore era cresciuto e prosperato. Nel lungo termine le nuove regole cinesi potrebbero portare a un settore edilizio più equilibrato che produca "case per vivere e non per speculare" e dunque generi stabilità mettendo fine ai cicli economici e finanziari estremi visti in questi anni nel settore in Cina. Nel breve termine, però, gli sviluppi della crisi potrebbero avere conseguenze molto gravi in tutto il mondo. Le autorità cinesi stanno mettendo in opera una rete di salvataggio finanziario delle società operative di Evergrande, e non della holding, basata su precedenti casi di fallimenti nel settore. Si vuole in questo modo limitare gli impatti negativi economici e sociali sui cittadini. Tale piano riconosce peraltro l'importanza del credito internazionale in dollari per gestire la ristrutturazione. Secondo le principali banche di investimento internazionali che operano a Hong Kong è possibile che il rischio di contagio della società operativa venga contenuto almeno parzialmente, per mitigare l'impatto economico e sociale su un Paese che ha fatto del settore delle costruzioni un pilastro del proprio modello di sviluppo. Non vi è dubbio, comunque, che il modello delle costruzioni a ogni costo in Cina stia finendo con un possibile impatto negativo sul Pil che oggi si stima intorno ai due punti percentuali. È presto per dire se ci sarà contagio o meno a livello internazionale, ma è probabile che la ristrutturazione del debito avrebbe effetti di secondo e terzo ordine, come ha affermato Noel Qinn capo di HSBC, citato ieri dal Financial Times. In questo senso la limitata esposizione creditizia diretta dell'Europa, ricordata giovedi da Christine Lagarde è una buona notizia ma non lascia del tutto tranquilli data l'interconnessione dei mercati finanziari globali. È comunque improbabile che un credit event generi una serie di default e ristrutturazioni nel settore capace di propagrasi a livello globale. Quest' ultimo rischio, tuttavia, fa riflettere. La globalizzazione anche dopo la pandemia è innanzitutto di natura finanziaria e i mercati servono a mettere in contatto soggetti in surplus che hanno bisogni di ritorni con soggetti che hanno bisogno di investimenti. Ciò consente di correggere squilibrii e crea una fitta rete di interconnessioni. Questa rete - insieme agli scambi commerciali - è un potentissimo antidoto contro la guerra fredda tra Usa e Cina, che molti temono e che lo stesso Biden ha tentato di allontanare nel suo discorso alle Nazioni Unite. C'è una scuola di pensiero nelle migliori Università americane che considera questa guerra fredda inevitabile: studiosi di prima grandezza da Graham Allison a Niall Ferguson hanno scritto in profondità sulla questione. Ma questo argomento ignora che la vecchia guerra fredda tra Usa e Urss avveniva tra due blocchi isolati tra loro, praticamente senza scambi e separati su tutti i piani. Era dunque priva di conseguenze al di fuori della dimensione politica, economica e militare. Mentre oggi, tra Cina, Usa e Occidente, l'interconnessione sul piano degli scambi commerciali e dei mercati finanziari legano i due blocchi in modo assai stretto e praticamente impossibile da sciogliere. Una guerra fredda, per questo motivo, sarebbe molto costosa e difficile per le sue conseguenze economiche. Come sappiamo l'interconnessione tra aree allontana le crisi e le trasformano al più in tensioni su aree specifiche. È possibile dunque che questa volta gli scambi e i mercati allontanino i rischi una guerra fredda».

IL PAPA CHIAMA IL VESCOVO SANTORO PER I MEMORES

Con la nomina resa nota ieri Papa Francesco ha affidato all’arcivescovo Filippo Santoro il governo, a titolo temporaneo ma con pieni poteri, dell'esperienza laicale dei Memores domini, espressione di Cl, nominandolo suo delegato speciale. Padre Ghirlanda, già consulente, diventa l’ assistente pontificio. La cronaca di Avvenire.

«L'arcivescovo di Taranto monsignor Filippo Santoro è stato nominato dal Papa suo "delegato speciale" presso i Memores Domini. Una scelta di cambiamento decisa perché il Pontefice ha «a cuore l'esperienza» dell'associazione e «riconosce nel suo carisma una manifestazione della grazia di Dio». Così il comunicato della Sala Stampa della Santa Sede in cui si specifica che «il delegato speciale, assumerà temporaneamente » da oggi «ad nutum» (cioè secondo volontà) «della Sede Apostolica, con pieni poteri, il governo dell'associazione, al fine di custodirne il carisma e preservare l'unità dei suoi membri. Simultaneamente - prosegue il comunicato -, decade l'attuale governo generale» dei Memores. Quest' ultima, come noto, è un'esperienza nata a Milano, sotto la guida di don Luigi Giussani, per iniziativa di alcuni laici provenienti dall'esperienza di Gioventù studentesca che nel 1968 decisero di praticare vita comune costituendosi in Famiglie. Diffusasi in Italia e all'estero, nel 1981 l'Associazione ottiene il riconoscimento canonico dal vescovo di Piacenza, monsignor Enrico Manfredini mentre l'8 dicembre 1988 il Pontificio Consiglio per i laici ne decreta il riconoscimento come associazione internazionale di fedeli. Circa le sue caratteristiche Memores Domini - spiega una nota - «riunisce persone della Fraternità di Comunione e liberazione, che seguono una vocazione di dedizione totale a Dio vivendo nel mondo e praticando i consigli evangelici assunti con impegno personale e privato, emesso sotto forma di proposito. Due sono i fattori individuabili nel loro progetto spirituale: la contemplazione, intesa come memoria "tendenzialmente continua di Cristo"; la missione, cioè la passione di portare l'annuncio cristiano nella vita degli uomini, incontrandoli soprattutto nei luoghi del lavoro, che costituisce l'ambito normale della testimonianza. I Memores Domini praticano vita comune e si costituiscono in case maschili e femminili dove si vive una regola di silenzio, di preghiera personale e comunitaria, di povertà, di obbedienza e di carità fraterna». Attualmente sono circa 1600 distribuiti in quattro continenti, tutti tranne l'Oceania con prevalenza di presenze in Europa e Sud America. Ieri, parallelamente all'incarico affidato dal Papa a Santoro, il Dicastero per i laici, la famiglia e la vita ha nominato il gesuita padre Gianfranco Ghirlanda, assistente pontificio per le questioni canoniche relative ai Memores Domini. Si tratta del canonista, già rettore della Università Gregoriana cui il 26 giugno 2020, era stato chiesto di guidare come delegato pontificio il processo di revisione dello statuto e del direttorio dell'associazione. Incontrando resistenze, che ora il Papa chiede di superare. Monsignor Santoro, vicino a Cl (dal 1988 al 1996 è stato responsabile per il Movimento ecclesiale Comunione e Liberazione nell'America Latina) proprio in virtù di quanto indicato dalla Sala stampa vaticana, avrà infatti il compito di accompagnare la riflessione sullo statuto e il direttorio nonché successivamente di preparare e convocare, d'intesa con la Santa Sede, un'assemblea dell'associazione per eleggere il nuovo governo e approvare i testi normativi. Nell'accettare l'incarico - secondo quanto riferisce Tempi- Santoro pur riconoscendo che si tratta di «un grave provvedimento disciplinare», ha voluto ricordare che l'associazione è «un dono dello Spirito, che continua a dare «frutti preziosi di testimonianza evangelica e di missione nel mondo a partire dalla sequela senza riserve di Cristo e della Chiesa». Di qui il massimo impegno a «incontrare e ascoltare le persone e tutte le diverse componenti dell'associazione, per poter compiere un cammino comune a partire dal cuore del carisma in sintonia con quanto papa Francesco chiede per tutti i movimenti e associazioni ecclesiali».

Leggi qui tutti gli articoli di sabato 25 settembre:

https://www.dropbox.com/s/idajeeekuj4whxo/Articoli%20La%20Versione%20del%2025%20settembre.pdf?dl=0

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