Incubo terza ondata

Le varianti frenano le riaperture. Lutto per Luca e Vittorio. Conte verso la guida dei grillini. Meloni scrive a Cartabia

Nonostante il pressing per la riapertura della inedita coppia (in rima) Salvini & Bonaccini, l’espressione spauracchio ricompare ieri per bocca di Guido Bertolaso: “terza ondata”. Il bello è che l’ex capo della Protezione Civile l’ha usata per parlare di una situazione lombarda (Brescia e alcuni Comuni della provincia di Bergamo) ufficialmente definita da un colore “arancione rafforzato”, o “arancione scuro”, scelta linguistica tipica della prudenza alla Draghi. Ma niente da fare: la “terza ondata” di colpo riaffiora qua e là nei ragionamenti e anche nei titoli. Sui vaccini notizie sempre ansiogene, oggi poi si mette in luce che non siamo in grado di distribuire neanche le fiale che abbiamo nei frigoriferi. Sul fronte delle due vittime italiane, grande cordoglio e grande nebbia sui contorni dell’agguato in Congo. La politica ci regala due notizie: Conte studia per diventare il nuovo capo dei 5Stelle, presto scioglierà le riserve. Sulla giustizia prosegue lo scontro sotto traccia fra i partiti, la Meloni scrive alla Cartabia. Per ora rinviato il nodo prescrizione. Ma ecco le scelte nei titoli dei quotidiani.

LE PRIME PAGINE

Emergenza Covid di nuovo in primo piano per quasi tutti i quotidiani. Per i ristoranti, sebbene si sia consolidato un asse politico per la riapertura, i tecnici sono stati molto pessimisti col Governo. E dunque: La cena delle beffe, per quelli del Manifesto. Il Corriere della Sera sceglie questa sintesi: Nuove chiusure per le varianti. Per La Stampa è già il momento di mettere nel titolo la terza ondata: Allarme terza ondata, no alle riaperture. Più pudico Avvenire: Rischio «fase 3». Libero per una volta vorrebbe essere ottimista ed è fuori tono: Ristoranti di sera, L’ITALIA CI SPERA. Il Messaggero chiede allora più realisticamente: «Ristori subito per chi chiude». Il Quotidiano Nazionale sintetizza così: I tecnici a Draghi: no alle riaperture. Sui vaccini si concentrano la Repubblica con un Vaccini, Draghi preme sulla Ue e Il Sole 24 Ore che sottolinea l’inceppamento del meccanismo di vaccinazione delle varie Regioni: Piano vaccini flop e Regioni divise Usata solo una fiala AstraZeneca su 10. Il Mattino spera in Sputnik: Vaccini russi e cinesi, la Ue apre. La Verità di Belpietro insiste contro Arcuri: I MESSAGGI CIFRATI BENOTTI-ARCURI SVELANO LE BUGIE DEL COMMISSARIO. Il Fatto privilegia la politica e vede la luce in fondo al tunnel del turbamento 5Stelle, avanza infatti un salvatore della patria grillina: Pressing 5S su Conte. Che stavolta è pronto. Il
Domani invece va su un nodo di potere economico e segnala: La grande spartizione politica intorno a Tim e alla rete unica.

RIAPRIRE O NO? PRESSING SU DRAGHI

Proprio quando la politica sembrava voler puntare sulle riaperture, ecco arrivare cattive notizie sul contagio. Monica Guerzoni sul Corriere della Sera racconta:

«Troppi contagi, troppi morti. Con la variante inglese che a metà marzo sarà predominante in tutta l'Italia, Mario Draghi sceglie di continuare sulla linea della massima cautela. Nessuna riapertura, non ancora. Gli scienziati saliti a Palazzo Chigi hanno portato dati e tabelle per nulla incoraggianti e il presidente del Consiglio, che pure non è sordo alle pressioni politiche di chi invoca l'allentamento dei divieti, intende muoversi sulla base dei numeri e della curva del virus. (…) In questo quadro di nuovo drammatico, con la terza ondata che ha preso in pieno Brescia e non solo, Speranza invita a muoversi «nel solco della linea europea, che non è certo riaprire tutto». Il ministro lo ha ripetuto nel vertice della cabina di regia politica con Draghi, al quale gli esponenti dei partiti sono arrivati con posizioni anche opposte, divisi tra rigoristi e aperturisti. Una spaccatura che ha innescato qualche momento di tensione. Da una parte il centrodestra, che ha chiesto «grande attenzione all'economia» e ha visto saldarsi l'asse tra il ministro leghista dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti e Mariastella Gelmini, la responsabile forzista degli Affari regionali. Dall'altra Speranza e Dario Franceschini, il quale vorrebbe riaccendere al più presto le luci di cinema e teatri perché «i rischi sono dove non si indossa la mascherina», ma è contrario a riaprire i ristoranti la sera come chiede Matteo Salvini. Raccontano che gli accenti da campagna elettorale del leader leghista abbiano spiazzato anche il suo vice Giorgetti. Mario Draghi, che chiede ai partiti sobrietà ed equilibrio, ieri si è chiuso mezz' ora a Palazzo Chigi con il leader della Lega e, faccia a faccia, gli ha suggerito prudenza e lo ha invitato ad abbassare i toni. La moral suasion ha funzionato, perché Salvini ha cambiato registro e il premier pare abbia apprezzato. Di Covid e vaccini Draghi ha parlato anche nella videocall con i vertici europei von der Leyen, Merkel, Michel, Costa e Mitsotakis, per coordinarsi in vista del Consiglio Ue di giovedì e venerdì. «Nessuno si salva da solo», è stato il messaggio del premier italiano. »

Sempre sul Corriere della Sera Alessandro Trocino analizza la nascita della strana coppia, Salvini Bonaccini, il capo della Lega che va d’accordo con il più pragmatico dei Presidenti di Regione eletti dal Pd:

«Usano entrambi la stessa espressione, «buon senso», per rilanciare una posizione aperturista spinta non solo sui ristoranti, ma anche su piscine, cinema e teatri. Il fatto è che sull'asse del «buon senso» si sono allineati due uomini politicamente agli antipodi: il leader della Lega Matteo Salvini e il governatore dem dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Un'alleanza inedita, con Bonaccini che definisce «ragionevole» la proposta di Salvini sulla riapertura dei ristoranti anche a cena, nelle zone a minore rischio. La prima lettura è quella di un'alleanza tra esponenti del Nord produttivo, sensibili alle ragioni di esercenti e commercianti. Salvini è reduce da un incontro con i ristoratori in rivolta a Roma. Bonaccini sente la pressione delle categorie. E anche il 5 Stelle Stefano Patuanelli, appena arrivato al dicastero dell'Agricoltura, ha deciso di sostenere le ragioni dei produttori Ma c'è una seconda lettura, che vede in questa strana alleanza un anticipo del congresso dem, con Bonaccini che insidia la leadership di Nicola Zingaretti. »

VACCINI E ARANCIONE RAFFORZATO

I romani al volante conoscono l’espressione “rosso fresco”. La usano per dire che al semaforo si può passare col giallo e anche nei primi secondi di accensione del rosso. Espressione colorita (è il caso di dirlo) che è venuta alla mente con tutto questo parlare di arancione rafforzato, arancione scuro… Perché non introdurre anche il rosso fresco? Purtroppo non è un argomento su cui si possa scherzare molto. Letizia Moratti viene intervistata dal Corriere e lancia una proposta pratica: interveniamo coi vaccini dove le aree sono più colpite dal contagio, e non vacciniamo, per ora, chi è stato ammalato ed è guarito.

«Che serve ancora? «Un cambio nella strategia vaccinale. Da una parte mantenere e portare a conclusione le vaccinazioni per il personale sanitario, le Rsa, il personale e gli ospiti delle strutture sociosanitarie e gli over 80. Dall'altra concentrare prioritariamente le risorse vaccinali nelle aree critiche in modo da contenere il contagio. Partiremo da domani, giusto il tempo tecnico per attrezzarci. Iniziamo dai comuni al confine tra la provincia di Brescia e di Bergamo che fanno da cerniera tra le due province. La strategia è quella di creare una sorta di muro ideale tra le due province per contenere quanto più possibile il virus». Il cambio della strategia di vaccinazione con la priorità per le fasce arancioni penalizzerà altre categorie? «Non va a scapito di altre categorie perché la rimodulazione del vaccino di AstraZeneca, con la possibilità di somministrazione fino ai 65 anni e l'allungamento da 10 a 12 settimane per la seconda dose ci aiuta. Come potrebbe aiutarci anche l'altra proposta che abbiamo fatto al tavolo tecnico che vede insieme il ministero della Salute, l'Iss, Aifa, Agenas e 4 regioni». Quale proposta? «Il tavolo tecnico si è costituito un paio di settimane fa. L'abbiamo chiesto perché abbiamo pensato che in un momento come questo, con l'evoluzione della malattia, l'aumento dei contagi e la scarsità di vaccini, fosse utile una sorta di unità di crisi che potesse aiutare tutti a prendere le decisioni nel tempo più rapido possibile. Come Regione Lombardia abbiamo già portato al tavolo il parere dei professori Remuzzi, Grossi e Gori sull'opportunità di estendere AstraZeneca fino a 65 anni e di allungare i tempi per la seconda dose. Il parere è stato validato prima da Aifa e poi dall'Iss. Questo ha consentito al ministro di firmare la circolare autorizzativa. Adesso abbiamo presentato una nuova proposta». Sempre sui vaccini? «Due giorni fa, dopo aver fatto ulteriori approfondimenti basati su pubblicazioni ed evidenze scientifiche, oltre alle esperienze maturate in altri Paesi, abbiamo chiesto di prevedere la somministrazione di una sola dose e/o il posticipo di 6 mesi per chi ha già contratto il Covid. Un'eventuale risposta positiva ci permetterebbe di avere una maggiore disponibilità di vaccino. È all'esame del ministero».

Sempre sui vaccini Lorenzo Salvia sul Corriere analizza la questione dei ritardi nella distribuzione finale delle dosi. Non c’è solo un problema di fiale che non arrivano dalle case farmaceutiche, ma anche di campagna “inceppata”, come sostiene Il Sole 24 Ore:

«Certo, di vaccini ce ne vorrebbero di più. Vero, i tagli non aiutano. Specie quello di ieri, con AstraZeneca che dimezzerà le consegne nel secondo trimestre, un crollo da 24 a 12 milioni di dosi. Ma c'è anche altro dietro l'andamento lento della campagna vaccinale italiana. E cioè una rete che spesso si inceppa proprio all'ultimo miglio, non riuscendo a somministrare velocemente nemmeno le poche fiale a disposizione. È dai numeri che bisogna partire. Il dato di ieri alle 18.52 dice che in Italia sono state distribuite alle regioni poco più di 5 milioni di dosi. Per la precisione: 5.198.860. Di queste, quelle effettivamente somministrate sono poco più di 3 milioni e mezzo. Sempre per la precisione: 3.682.425. La differenza è la misura più efficace della (scarsa) efficienza messa fin qui in campo. Ci sono più di un milione e mezzo di dosi rimaste in attesa, come le persone che aspettano il vaccino per tornare a vivere in modo quasi normale.»

“RIAPRITE IL SIPARIO”

Protestano i lavoratori di palestre e piscine, si organizzano i ristoratori. Ieri sono scesi in piazza a Roma, davanti al Teatro dell’Opera, gli operatori dello spettacolo. Uno dei più grandi attori italiani, Massimo Popolizio, intervistato dal Quotidiano Nazionale, chiede date certe. Per dire, il tanto celebrato premier inglese Johnson ha fissato la riapertura dei teatri in UK dal 17 maggio. Mica da domani.

«Tutti noi attori abbiamo perso lavori, soldi, recite. Ma ha perso anche il pubblico. Certo, abbiamo visto tante cose sulle piattaforme: ma non è affatto uguale. Sarebbe come dire: che riapriamo a fare i parchi nazionali? Guardiamoci i documentari su National Geographic! Eh no, l'esperienza reale è sempre un'altra cosa. Alla fine, viene penalizzata una fascia della società preziosissima. Magari non economicamente: ma intellettualmente sì». Che cosa proponete, in concreto? «Con Unita, l'Unione degli interpreti del teatro e dell'audiovisivo, vogliamo chiedere al governo date certe per le riaperture. Non è necessario che sia subito: ma i teatri e gli artisti hanno bisogno di programmare. Quello che si fa è frutto di mesi, quando non di anni, di lavoro. Una riapertura è essenziale. Non c'è in gioco solo la sopravvivenza nostra, ma quella del pubblico». Pensate a un calendario di riaperture. «Sì, con gli accorgimenti messi in atto già a settembre: il biglietto via mail, temperatura misurata prima di entrare, distanziamento, biglietti nominativi, mascherine obbligatorie». Il ministro della Cultura è sempre Franceschini. È cambiato qualcosa? «Mi sembra che nel suo atteggiamento sia cambiato qualcosa rispetto allo scorso ottobre. Ha espresso il desiderio che l'Italia sia il primo Paese a riaprire i luoghi culturali, e mi auguro sia così».

EROI DELL’ULTIMO MIGLIO

Cordoglio e foto commoventi all’arrivo delle salme di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci ieri sera a Ciampino. Sul fronte delle indagini c’è molta incertezza sulla natura dell’agguato in Congo, che è costato loro la vita. I Ros indagano, il Governo congolese cerca di giustificarsi, c’è un giallo sulla decisione di non affidare una scorta armata più consistente alla missione del WFP, il World Food Program. Emerge una testimonianza umanitaria luminosa di Attanasio. Alessandra Muglia oggi sul Corriere ne parla attraverso la moglie Zakia:

«Zakia ne ha passate davvero poche di giornate in una residenza dorata a bere il tè con le amiche. Appena dopo le nozze, nel 2015, con l'amato Luca funzionario alla Farnesina e casa a Trastevere, si era offerta di dare una mano agli anziani soli seguiti dalla Comunità di Sant' Egidio. A fine 2017, sbarcata a Kinshasa con il marito capo missione (sarà nominato ambasciatore due anni dopo), rimane impressionata dalla miriade di shegué , i bambini di strada, almeno 14 mila, che di giorno bussano ai finestrini delle auto e di notte si dileguano. «Cosa posso fare?» si chiedeva con una bimba piccola e altre due, gemelle, in arrivo. Le sono bastate poche settimane per dare vita a «Mama Sofia», un'associazione di volontari desiderosi di «migliorare la vita a donne e bambini in difficoltà». Il suo motto, scritto nero su bianco anche sul sito: «Sognare una realtà più bella. Insieme è possibile». Insieme, innanzitutto a Luca, con cui ha condiviso sogni, aspirazioni e un certo modo di vedere la vita».

Sempre Alessandra Muglia sul Corriere aveva descritto bene, attraverso la testimonianza di Miriam Ruscio dell’AVSI, questa coscienza di voler aiutare chi agisce sull’ “ultimo miglio”. Non solo una beneficienza da lontano per scaricarsi la coscienza, non solo programmi umanitari e piani di aiuto. Questo giovane Ambasciatore voleva aiutare chi arriva fin lì, sul territorio, dove il bisogno è straziante e rischi e fatiche non si contano. Recuperiamo qualche riga dell’articolo di ieri:

«L'ultima cena con l'ambasciatore Luca Attanasio «è stata una serata conviviale, come un ritrovo tra amici», racconta il giorno dopo al Corriere Miriam Ruscio, che da due anni a Goma coordina alcuni progetti congolesi della Fondazione Avsi. «Domenica era venuto in visita nell'Est come fa ogni anno, per incontrare noi ragazzi delle ong e gli altri italiani, cooperanti e missionari, laici e religiosi, che lavorano in questa parte del Paese», la più instabile, al confine con il Ruanda. «Eravamo una cinquantina di persone, tra cui alcuni connazionali delle Nazioni Unite, membri di famiglie italiane da generazioni in Congo e imprenditori». (…) «A un certo punto l'ambasciatore mi si è avvicinato. 'Dovresti andare a visitare quel centro perché fanno un lavoro straordinario' mi ha detto con gli occhi che brillavano mentre parlavo con suor Antonina, che a Goma gestisce un centro di formazione professionale per ragazze madri. Quando torni a trovarci? gli ha quindi chiesto lei. E lui l'ha sorpresa dicendo che avrebbe portato presto anche le figlie». Era uno così l'ambasciatore Attanasio, era come se si considerasse in perenne debito di conoscenza e riconoscenza per chi si impegna in questa frontiera di civiltà. «Elogiando la presenza capillare degli italiani in Congo ha detto che questa raggiunge l''ultimo miglio': mi ha colpito perché è la stessa definizione che usiamo in Avsi. Dei nostri 12 progetti, tre sono in Nord Kivu», la provincia di Goma. C'è l'adozione a distanza, a cui l'ambasciatore aveva aderito, il sostegno al reinserimento scolastico per i piccoli sfollati e il recupero dei bambini soldato, «arruolati» dai tanti gruppi armati presenti nel Paese».

CONTE “PRONTO A GUIDARE” I GRILLINI, MALDIPANCIA NEL PD

Sulla politica politica i due principali teatri di dibattito sono i grillini, dopo l’emorragia nel voto di fiducia a Draghi, e il Partito democratico, in cui si lavora per un Congresso. Entusiasmo a 5Stelle dalle parti del Fatto, i grillini in difficoltà hanno trovato il loro leader: è lui Giuseppe Conte. “Manca solo il via del Garante”, cioè di Grillo. Anche il Direttorio di cinque membri sarebbe messo in stand by, accantonato in attesa del lider maximo.

«Il professore Giuseppe Conte è pronto per tornare a insegnare. Già venerdì, quando terrà la lectio magistralis che segnerà il suo ritorno all'Università di Firenze. Ma l'altro Conte, l'ex presidente del Consiglio, è pronto a rilanciarsi al tavolo della politica. Ovvero a prendere le redini del M5S lacerato dal sì al governo di Mario Draghi, il tecnico che ha preso il suo posto a Palazzo Chigi. "Giuseppe si sta convincendo" dicono fonti di peso del Movimento. Le interviste al Fatto di due big come Alfonso Bonafede e Paola Taverna gli hanno dimostrato che i contiani sono ancora forti, dentro i 5Stelle. E poi c'è il chiaro segnale lanciatogli su Facebook da Luigi Di Maio, l'unico possibile avversario interno: "Spero che il Movimento possa accogliere Conte a braccia aperte, il prima possibile". Di Maio sa che l'avvocato può essere l'unico mastice possibile per un M5S esploso in troppe schegge. (…) Un'idea maturata negli ultimi giorni, dopo la partenza in salita dell'intergruppo parlamentare giallorosa. Se prima l'ex premier ragionava di un progetto proprio, una sua lista che facesse da ponte tra Pd e M5S , ora teme che il "suo" partito possa avvelenare il clima: non solo nei 5Stelle in crisi, ma anche nei dem dove la linea di Zingaretti uscirebbe ulteriormente indebolita dalla nascita di una formazione che andrebbe a pescare pressoché nello stesso bacino elettorale. Per questo, assumere la guida M5S potrebbe essere il modo per salvare quanto costruito nell'ultimo anno e mezzo. E sarebbe anche una via per ripescare quell'Alessandro Di Battista che si è cancellato da Rousseau. E magari anche qualcuno degli espulsi: due sere fa, nell'assemblea dei senatori, Alessandra Maiorino ha proposto una tregua: anziché espellere chi ha votato no, date le "circostanze eccezionali", i parlamentari potrebbero essere sospesi per alcuni mesi, messi alla prova e magari riammessi nel M5S . È una proposta, a oggi non contemplata dallo Statuto. Ma chissà che Conte non abbia voglia di ricucire certe ferite.»

Sul fronte PD Repubblica intervista Antonio Decaro, sindaco di Bari e Presidente Anci:

«Una grande distanza fra chi lavora sul territorio e chi decide da Roma… «Enorme. Sindaci e presidenti di enti locali vedono il partito come la sonda su Marte, Perseverance. Mentre il Pd persevera in dinamiche di Palazzo, spartizione tra correnti, gli amministratori e i militanti stanno sulla terra a fare politica. È per questo che abbiamo vinto: nello stesso giorno in cui gli italiani votavano Salvini, Berlusconi, Grillo. Nella stessa cabina, a Bari, il Pd ha preso il 20 per cento, io il 67. Vale per Nardella, Gori, Ricci, Biffoni. Si vince così, non servono alchimie, dirette social, intergruppi». I cittadini le chiedono perché il Pd sia al governo con la Lega e con Berlusconi? «Certo, e molte volte non so cosa rispondere. La linea la leggo io stesso sui giornali. O Conte o il voto, poi Draghi, nessuno voto, no all'allargamento dell'alleanza, poi si è allargata. Per strada mi fermano per due cose: vaccini e lavoro. Su come fare per le vaccinazioni non bisogna andare lontano. Nel '73 Bari e Napoli hanno vaccinato un milione di persone in una settimana: se i vaccini ci sono, se arrivano. E anche sul Recovery: è giusto che alla decisione partecipino tutti. Lo posso spiegare. Quello che non riesco a spiegare sono l'intergruppo, le coalizioni. Che poi: se l'orientamento è di andare verso il proporzionale per quale motivo è importante la coalizione? Partiamo dai temi - la scuola, il lavoro, la lotta alla povertà - da lì poi facciamo alleanze». 

PRESCRIZIONE E NODO GIUSTIZIA

Sulla vita parlamentare, passaggio delicato sulla prescrizione. Primo vero scoglio del Governo Draghi. Virginia Piccolillo sul Corriere racconta che alla fine ha prevalso la strategia del rinvio e del buon senso:

«Una sintesi che, come per il blocco degli sfratti, è stata trovata con un rinvio a data da destinarsi. Ad ottenerlo la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, grazie a un richiamo ai principi costituzionali e ai valori di riferimento dell'Unione europea. Già lo chiamano «metodo Cartabia». Applicato alla giustizia si è condensato in un ordine del giorno, approvato ieri, che «impegna il governo ad adottare le necessarie iniziative di modifica normativa e le misure organizzative volte a migliorare l'efficacia e l'efficienza della giustizia penale, in modo da assicurare la capacità dello Stato di accertare fatti e responsabilità penali in tempi ragionevoli (art. 111 Costituzione), assicurando al procedimento penale una durata media in linea con quella europea, nel pieno rispetto della Carta, dei principi del giusto processo, dei diritti fondamentali della persona e della funzione rieducativa della pena».

Giorgia Meloni, leader dell’opposizione e di Fratelli d’Italia ha preso carta e penna per scrivere una lettera aperta alla Cartabia:

«Il primo passo fatto in Parlamento è però un passo falso: il ministro D'Incà ha espresso parere contrario al nostro emendamento facendolo respingere, al prezzo di dividere la maggioranza. (…) L'emendamento di FdI puntava a bloccare lo strappo della pessima disciplina sulla prescrizione approvata nei mesi scorsi, in attesa che si chiarisse il quadro complessivo. Converrà ministro che l'esordio è stato deludente. Ora c'è da lavorare sulla rimodulazione del Recovery plan nella parte alla giustizia, per utilizzare le risorse disponibili verso interventi sulla macchina giudiziaria che permettano di recuperare funzionalità e abbreviare i tempi: a cominciare dall'indilazionabile ampliamento degli organici, anche tramite l'indifferibile stabilizzazione dei magistrati onorari, e da una digitalizzazione non a macchia di leopardo. Su questo, siamo disponibili a illustrarle le nostre proposte, convinti - come sono certa sia anche lei - che all'efficienza non servano spot ideologici, ma mezzi concreti e risorse umane adeguate».

Maurizio Crippa sul Foglio spiega bene però che il vero “metodo Cartabia” emergerà sul tema delle carceri che sta a cuore a tutti i garantisti:

«Va anche ricordato che la Consulta guidata da Cartabia ha portato attenzione sistematica ai "terreni del diritto penitenziario e dello stesso diritto penale sostanziale" (come si legge nella sua ultima relazione da presidente), ad esempio sui meccanismi premiali. Insomma una conoscenza anche diretta e una concezione del carcere come luogo non solo di erogazione di pene, ma anche di finalità rieducativa. Visione diametralmente opposta a quella di scuola Bonafede, il ministro che puntava ad abolire le misure alternative al carcere. Nel suo "principio della certezza della pena" il trattamento umano dei carcerati sottostava inderogabilmente "al principio inderogabile che chi sbaglia paga "(disse a Radio radicale ). L'unica modalità di espiazione della pena era la detenzione, il resto"tutt' al più" poteva esser concesso "dopo anni ". Sull'altro lato della maggioranza di governo, il carcere è un terreno in cui è inevitabile lo scontro con la Lega, se l'Infiltrato Salvini ritenesse di non dover abdicare almeno a una delle sue bandiere, quella del "buttare la chiave". L'intervento è urgente, come dimostrano non solo le sentenze europee ma anche la situazione sanitaria degenerata in questi mesi. Quale possibilità di manovra potrà avere Cartabia, e che sostegno reale da parte dei partiti (spesso soi disant) garantisti della maggioranza, si vedrà presto. Così come le regole d'ingaggio con il fronte giustizialista: calcolando che, dall'opposizione, in caso di "cedimenti" della Lega, Giorgia Meloni avrà gioco facile contro Salvini.»