Ingresso in aula

Riparte la scuola in 9 regioni e una provincia: 4 milioni entrano in classe. Col Green pass, archiviando la DAD. Letta da Bologna dimentica i 5S. Da Kabul appelli all'Italia. Il Papa bacchetta Orbán

Sta per suonare la campanella di inizio lezione in nove regioni e una provincia autonoma: Lazio, Lombardia, Piemonte, Abruzzo, Basilicata, Emilia-Romagna, Umbria, Veneto, Valle d’Aosta e Trentino. Quattro milioni di studenti tornano finalmente in classe, dopo due anni scolastici davvero ad ostacoli e in gran parte in DAD. Già questa è una notizia, anzi una buona notizia. In realtà la campanella suonerà più di una volta perché l’ingresso viene scaglionato. De Bortoli sul Corriere nota come il Paese abbia il dovere di non dimenticare chi lavora a scuola. C’è un po’ di allarmismo su code all’ingresso e controlli, speriamo siano preoccupazioni esagerate.

Lentamente, ma i contagi continuano comunque a scendere. Anche se ci vorrebbe una scossa in questa fase finale della campagna vaccinale. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte solo 146 mila 934 iniezioni, record negativo di somministrazioni. Da questo punto di vista, l’estensione del Green pass, cui tiene Draghi, potrebbe cambiare le cose. Ancor di più l’obbligo vaccinale, che però è un tema sicuramente rinviato a dopo le amministrative.

A proposito di politica, Enrico Letta ieri ha chiuso con il tradizionale comizio del segretario la Festa dell’Unità a Bologna. I commentatori hanno notato che non ha mai citato i 5 Stelle, né Giuseppe Conte, presunti alleati. La sua ambizione è quella di rimettere gli italiani di fronte all’alternativa fra i due poli: o con la destra o con la sinistra. Ma che cosa è oggi la sinistra? È ancora lotta alla povertà e attenzione ai più deboli? La nota positiva del discorso di Letta è stata la sua fermezza su vaccini e green pass. In polemica con Salvini, ma anche con Landini e con un sindacato confuso.

Dall’Afghanistan arrivano messaggi disperati e appelli all’Italia per rientrare nel nostro Paese. Interessante l’articolo di Lucio Caracciolo sulla Stampa che torna a riflettere sul senso delle nostre missioni militari: 20 miliardi spesi in 17 anni dall’Italia senza una vera strategia. Il Papa ha iniziato un viaggio nel cuore dell’Europa ed ha avuto un confronto molto esplicito con il presidente Orbán: sono divisi da due concezioni opposte. Buon segno quando la cronaca torna in prima pagina, perché significa che le altre emergenze scendono di intensità.

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Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera insiste sul piano di Draghi: Così sarà esteso il Green pass. Ma per il Fatto, decide la Lega: Pass, sbarchi e fisco: Draghi appeso ai capricci di Salvini. Il Giornale nota che c’è uno scontro ma è sugli Interni: Salvini-Lamorgese. Duello nel governo. La Verità dipinge a tinte fosche il primo giorno di scuola: A Londra si rimangiano il green pass. Noi tutti in coda per entrare in classe. La Repubblica rilancia un appello di centinaia di afghani che hanno collaborato col nostro Paese: “Italia non abbandonarci”. Anche il Domani resta in Afghanistan: Kabul segreta. Torna in prima pagina la cronaca con due fatti, il primo è la contesa sul piccolo sopravvissuto del Mottarone scelto dalla Stampa: L’odissea del piccolo Eitan. “Lo riporteremo in Italia”. La vicenda dell’assalto di Rimini è invece il tema del titolo di prima del Quotidiano Nazionale: Coltellate sul bus, allarme ignorato. Libero sottolinea il sostegno del fondatore dei 5 Stelle al referendum sulla cannabis: Grillo si attacca alla droga. Il Messaggero anticipa le intenzioni del Governo sull’economia: Fisco e lavoro, ecco la manovra. Mentre Il Sole 24 Ore rivela che pochi proprietari hanno sfruttato finora i vantaggi offerti a chi abbassava la pigione: Aiuti agli affitti, il fisco tenta il rilancio.

PRIMO GIORNO DI SCUOLA COL GREEN PASS

Pronti via, si riparte con controlli e nuove regole, a cominciare dal Green pass. La cronaca su Repubblica è di Michele Bocci e Viola Giannoli.

 «Quasi quattro milioni di studenti tornano oggi tra i banchi: mezza Italia. Sono quelli di 9 Regioni e una provincia autonoma per i quali dalle 8 suonerà la prima campanella: Abruzzo, Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Umbria, Veneto, Valle D'Aosta e Trento. Con tutti in classe, per contrastare l'atteso aumento dei casi legato alla ripresa delle lezioni e intercettare subito eventuali cluster di asintomatici, alcune Regioni avvieranno da subito lo screening a campione con il tampone salivare. I test stanno già arrivando nei magazzini e l'idea è di partire con il primo giro di esami, che saranno quindicinali, entro fine mese. E proprio dai test salivari parte il numero due della Lega, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, per un'apertura sul tema del Green Pass. Uno strumento «utile perché dobbiamo essere prudenti e ancora per un po' seguire le regole. Se le osserviamo tutti torneremo alla libertà vera prima possibile ». Un certificato verde, dice, da ottenere «anche con i tamponi salivari, che dal 23 settembre saranno omologati» agli altri tipi di test, cioè daranno diritto al certificato sanitario. Giorgetti sul punto sembra su una posizione diversa rispetto a Matteo Salvini. E aggiunge: «Bisogna vedere la realtà in modo pragmatico: se non riusciamo a contenere il fenomeno purtroppo poi ci sono le altre misure, che dobbiamo evitare». Sulla scuola, il ministro Bianchi è stato chiaro: «Mai più Dad», tranne appunto che per ragioni sanitarie temporanee come la quarantena di una singola classe. In presenza si riparte con qualche certezza, come la mascherina, e qualche novità, come il ritorno dei banchi biposto e il Green Pass per docenti ed esterni, la prima grande incognita che ha indotto un sindacato, l'Anief, a proclamare già per oggi uno sciopero. Non sarà l'unica protesta dei primi giorni: per il 20 il comitato Priorità alla scuola ha convocato manifestazioni in molte città per chiedere lezioni in presenza, tutto l'anno, ovunque. Oggi a debuttare sarà anche la piattaforma a semafori per il controllo della Certificazione verde. Eppure alcuni presidi come Cristina Costarelli del Newton di Roma hanno già annunciato: «Per qualche giorno andremo avanti con la vecchia app, mi sembra più prudente». Altro rebus: il controllo del Pass ai genitori. In una parte delle scuole materne si rinuncerà ad abbracci e saluti coi più piccoli ma "Tuttoscuola" ha calcolato che, dove mamme o papà dovessero entrare anche solo in cortile, il tempo di attesa potrebbe arrivare a 100 minuti in un istituto di 200 bambini. E ancora, l'inizio del nuovo anno racconta di ingressi scaglionati per fasce orarie per evitare gli assembramenti sia sui bus, dove la capienza non dovrebbe superare l'80%, che all'ingresso e all'uscita. Ma ci sono pure scuole che si sono dovute attrezzare ancora con i doppi turni per carenza di spazi. Le Regioni intanto lavorano ai test salivari. Il protocollo è pronto da qualche giorno, l'idea è di coinvolgere 110 mila studenti al mese. Veneto, Toscana ed Emilia Romagna sono già pronte, aspettano l'arrivo di tutto il materiale. Altre Regioni seguiranno a breve. Il campione sarà scelto tra gli alunni dai 6 ai 14 anni, cioè delle elementari e delle medie. L'Istituto superiore di sanità ha chiesto alle Regioni di impegnarsi a ruotare i ragazzi testati ogni mese. Durante l'anno, se verranno rispettati i termini del progetto, potrebbero essere analizzati 450 mila alunni su 4,2 milioni in quella fascia di età».

Ferruccio de Bortoli scrive l’editoriale del Corriere. La riapertura delle scuole è importante per tutti noi: è l’occasione per non far sentire a chi lavora nella scuola che “viene dopo tutti gli altri”.

«Oggi è il primo giorno di scuola per tutti. Non solo per gli studenti, le loro famiglie, gli insegnanti e il personale che affronteranno i disagi del green pass e delle norme anti Covid. Ma anche per gli altri cittadini italiani. Mai come quest'anno dovremmo sentirci solidali con gli allievi, grandi e piccoli, che più di tutti hanno subito un danno. La didattica a distanza ha contribuito a ridurre la ferita, profonda, apertasi nelle loro vite, ma ha ampliato gli effetti negativi delle disuguaglianze di reddito. Gli studenti non hanno protestato. Ma avrebbero avuto, e hanno, tutto il diritto di farlo. Una perdita di apprendimento grave che ci auguriamo venga recuperata grazie all'impegno straordinario del mondo della scuola. La ferita, però, non è rimarginabile se la società nel suo complesso non restituisce alla cura e alla formazione del capitale umano le attenzioni necessarie. Ne aveva di più quando il Paese era povero, durante la ricostruzione post bellica per esempio. Ne ha meno oggi quando è più ricco, distratto, immemore. «Ogni euro investito nella scuola - è l'opinione di Francesco Profumo, ex rettore del Politecnico di Torino ed ex ministro dell'Istruzione - è investito anche nel resto del Paese». Ma non è solo una questione di risorse. Ce ne sono tante, come mai accaduto in passato. C'è bisogno di altro. Lasciamo da parte, per un attimo, le polemiche sindacali, le proteste fuori luogo, una certa insopportabile vanità intellettuale di alcuni docenti, inutili raccolte di firme, e concentriamoci su questo particolare lunedì e il suo significato per tutti noi. Nessuno escluso. Ragazze e ragazzi ritroveranno la gioia di stare insieme, di conoscersi, frequentarsi e condividere, con i loro insegnanti, l'avventura del sapere, nel luogo fondamentale in cui si forma la socialità. Ma dovranno essere rassicurati. Al centro del sistema nazionale dell'istruzione, nella pienezza dei loro diritti, non ostaggi di riflessi corporativi, residuali rispetto ad altre pur legittime istanze di chi lavora nella scuola. Nei mesi della pandemia è stato trasmesso loro un messaggio devastante: venite dopo tutti gli altri. Come se l'educazione non fosse un servizio essenziale, irrinunciabile con costi dopotutto sopportabili. Un semplice prodotto di consumo, fungibile. Oggi si aspettano che li si convinca del contrario, che li si protegga come cittadini - per esempio nel rispetto del distanziamento nella mobilità urbana - al pari di quello che avviene per categorie di lavoratori con maggiore potere negoziale».

L’estensione del Green pass è ancora sul tavolo del Presidente del Consiglio. In effetti sono molti i dossier attualmente sospesi in campagna elettorale, Draghi vorrebbe però incontrare Salvini e ottenere quanto prima questa misura. Alessandro La Barbera sulla Stampa.

«La delega sulla concorrenza che subisce un nuovo rinvio. La riforma fiscale che non c'è, ma ora potrebbe rispuntare in cima all'agenda. E infine l'estensione del passaporto vaccinale, ancora incerta nei suoi confini. Ormai non c'è tema nella maggioranza che non divida i partiti. A tre settimane dal primo turno delle amministrative, Mario Draghi fa sempre più fatica a imporre una sintesi. A Palazzo Chigi non perdono la speranza di riuscirci, a partire da stamattina con la questione del Green Pass. Il premier dovrebbe incontrare Matteo Salvini, al quale spiegherà perché è necessario farlo al più presto, e senza eccezioni. Come giustificare diversamente l'obbligo del passaporto vaccinale per ogni dipendente statale senza fare altrettanto con i dipendenti del settore privato? È possibile distinguere in maniera chiara fra chi ha rapporti con il pubblico da chi non li ha? E soprattutto: ha senso fare un intervento limitato agli statali se quelli che l'obbligo già lo devono rispettare (medici e personale della scuola) sono i due terzi del totale? Per tutte queste ragioni Draghi vorrebbe imporre l'estensione questa settimana, e in tutti i luoghi di lavoro. Salvini è rassegnato a subirla, ma farà fino in fondo la parte di chi è contrario, e la decisione di ieri del governo inglese di rinunciarvi darà fiato alle sue rimostranze. Il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta spinge per il compromesso, ovvero l'estensione immediata ai soli statali: è la precondizione per costringere a tornare in ufficio i troppi ancora in smart working, con conseguenze nefaste sui tempi per il disbrigo delle pratiche burocratiche. Basta qui citare il caso degli sportelli anagrafici, nei quali è normale attendere tre mesi per una carta di identità. Il ministro dello Sviluppo Giancarlo Giorgetti è d'accordo con Brunetta per un motivo speculare: l'estensione limitata agli statali eviterebbe ulteriori spaccature all'interno della Lega. Dunque sul tavolo di Palazzo Chigi ci sono ancora due ipotesi: un allargamento del pass ai soli statali già questa settimana o, in alternativa, un unico provvedimento per tutto il mondo del lavoro la successiva. Confindustria e sindacati non sono contrari. In ogni caso la norma non sarà in vigore prima di un mese: abbastanza per dar tempo ai non vaccinati di adeguarsi, e permettere ai partiti di affrontare il primo turno delle amministrative senza il fardello di una decisione impopolare. Ormai tutta l'agenda ruota attorno a questo, e lo testimonia la rapidità con cui cambiano le priorità di politica interna: settembre avrebbe dovuto iniziare con un forte allargamento del Green Pass, e così non è stato. La delega sulla concorrenza, programmata per la scorsa estate e poi rinviata a metà settembre, potrebbe slittare fin dopo il primo turno nei Comuni, il 3 e 4 ottobre. I partiti osteggiano l'introduzione di maggiore concorrenza nei servizi pubblici locali e il rispetto della direttiva Bolkenstein sulle concessioni, in particolare le balneari. Draghi vorrebbe una soluzione che cancelli la procedura di infrazione europea, ma i partiti non sembrano intenzionati ad assecondarlo. Il consigliere di Palazzo Chigi per le questioni giuridiche, Marco D'Alberti, aveva ipotizzato un compromesso: compensazioni per le imprese che hanno effettuato investimenti negli stabilimenti. Salvini per primo è contrario anche a questo: per lui va benissimo la proroga fatta nel 2019 dall'allora ministro del Turismo Gian Marco Centinaio. Per non dare l'impressione della paralisi, c'è chi non esclude la possibilità che il governo ora mandi avanti il testo di riforma fiscale, fin qui congelato. La delega è sufficientemente generica, dovrà passare comunque dal Parlamento e i tempi per l'entrata in vigore (nel 2023) lasciano i margini per un accordo. Il passo successivo sarà la Finanziaria, ma a quel punto i sindaci saranno eletti e Draghi riavrà spazio politico. Semestre bianco permettendo».

IN GRAN BRETAGNA HANNO CAMBIATO IDEA

Luigi Ippolito sul Corriere della Sera spiega che il governo di Londra ha cambiato di nuovo idea: il premier Boris Johnson si è visto costretto a ritirare la proposta di applicare il certificato verde. Non c’era il sostegno parlamentare per fare approvare la misura.

 «La Gran Bretagna rinuncia a introdurre il Green Pass. Il governo di Boris Johnson ha annunciato di aver abbandonato l'idea di imporre un passaporto vaccinale per discoteche, cinema ed eventi sportivi: un provvedimento che era stato ventilato nei mesi scorsi e che sarebbe dovuto entrare in vigore a fine settembre. Tuttavia il green pass difficilmente sarebbe stato approvato dal Parlamento: una buona fetta dello stesso partito conservatore di Johnson si era schierata contro, definendo la misura «coercitiva e discriminatoria»; fieramente opposti, per ragioni ideologiche, erano i liberaldemocratici e così pure il leader laburista Keir Starmer, che aveva bollato l'idea di un passaporto vaccinale come «contraria allo spirito britannico». D'altra parte, questo è un Paese dove non esistono carte d'identità, considerate un grave attentato alla libertà personale, e dove non ti chiedono di identificarti neppure al seggio elettorale quando vai a votare, perché lo ritengono un sopruso inaccettabile. Come ebbe a dire un deputato conservatore, «non siamo il tipo di Paese che chiede i documenti alla gente»: figuriamoci allora il Green pass. Il governo ha spiegato la marcia indietro col fatto che gli attuali vaccini costituiscono già una efficace «prima linea di difesa» contro una eventuale ondata invernale del coronavirus. E Johnson appare determinato a non reintrodurre restrizioni: addirittura, domani annuncerà la fine della legislazione d'emergenza e dunque la rinuncia da parte del governo al potere di imporre limitazioni alle attività economiche, alle scuole e università oltre che a raduni ed eventi. Insomma, mai più un nuovo lockdown. Johnson sembra confortato dal fatto che la scommessa di luglio, di riaprire tutto nel mezzo della terza ondata del Covid, pare essersi rivelata vincente: lo stesso governo aveva ammesso di temere un balzo dei contagi fino a 100 mila al giorno e gli esperti ne profetizzavano 200 mila per agosto. Nulla di tutto ciò: i nuovi casi si sono stabilizzati attorno ai 30 mila».

LETTERA APERTA PER RIAPRIRE I TEATRI

Il teatro ha bisogno di decisioni: una data precisa per allestire cartelloni e prossime stagioni. Prima firmataria dell’appello al Governo è Andrée Ruth Shammah. Laura Zangarini per il Corriere.

«Una lettera aperta, di cui prima firmataria è Andrée Ruth Shammah, direttrice e regista del Franco Parenti di Milano, sottoscritta nel giro di poche ore dai importanti nomi del mondo del teatro: registi, attori e direttori artistici, da Claudio Longhi (Piccolo Teatro di Milano) a Nino Marino (Stabile dell'Umbria), da Fabrizio Grifasi (Fondazione Romaeuropa Arte e Cultura) a Pamela Villoresi (Biondo di Palermo). Anche le star del cinema, riunite sabato al Lido per la cerimonia di premiazione della 78ª edizione del Festival di Venezia, hanno sostenuto il grido di aiuto del teatro con le firme raccolte da Piero Maccarinelli, regista teatrale e direttore di Artisti Riuniti. Toni Servillo, Paolo Sorrentino, Mario Martone, Roberto Andò, Gabriele Lavia, Stefania Rocca, Giuliana De Sio: sono solo alcuni dei firmatari della lettera. «Siamo grati al titolare della Cultura che, pochi giorni fa, ha chiesto al premier Draghi e al ministro della Salute Roberto Speranza di ripensare le regole per l'accesso a cinema, teatri, sale da concerto e spettacoli dal vivo, fermo restando il possesso di Green Pass valido e l'obbligo di indossare la mascherina - spiega Shammah -. Sarebbe però importante poter avere l'indicazione di una data certa per misure meno restrittive, in modo da poter programmare produzioni e circuitazione degli spettacoli che, nel corso delle ultime due stagioni, hanno subito cancellazioni e rinvii senza certezze». La regista ricorda come il presidente del Consiglio Mario Draghi, nell'assumere l'incarico, «ha citato con forza, e per la prima volta da parte di un premier, il ruolo strategico dello spettacolo dal vivo e della cultura nel suo complesso. Franceschini sa - prosegue Shammah - quanto il nostro settore e quello della cultura concorrono in percentuale significativa al Pil del nostro Paese (nel 2018 il sistema produttivo culturale e creativo ha prodotto 95,8 miliardi di euro, pari al 6,1% del Pil). Perché si possa costruire la stagione e contare su ricavi indispensabili all'ammortamento degli investimenti in produzione e spese di gestione, è vitale superare le limitazioni imposte dal distanziamento. Come per altro, con il Green Pass, avviene in Paesi come Francia, Spagna, Israele. In agosto Filippo Fonsatti, direttore dello Stabile di Torino e presidente di Federvivo (Federazione dello Spettacolo dal Vivo), ha assistito a L'opera da tre soldi al Berliner Ensemble: il pubblico era senza mascherina». «Se dovessimo nuovamente ritrovarci con il contingentamento dei posti - riflette Maccarinelli -, il teatro privato non sopravviverebbe e quello pubblico potrebbe avere bisogno di nuovi sussidi. Noi siamo pronti a ripartire e lavorare. Abbiamo bisogno però di un segnale preciso».

QUI AFGHANISTAN, IL PANSHIR È NORMALIZZATO

Un valle diventata disabitata, dopo la pace imposta dalla conquista talebana. Il reportage di Lorenzo Cremonesi per i lettori del Corriere.

«Valle del Panshir. La guerra è finita. I talebani hanno vinto. Le forze della resistenza sono in rotta o nascoste senza speranza nelle valli più remote e tra gli anfratti d'alta quota su queste montagne aspre. La sconfitta del figlio del «Leone del Panshir» ha il volto melanconico e triste di bivacchi sgombrati in fretta e furia, qualche autoblindo bruciata, in realtà pochi segni di battaglia dura, ma invece di questa infinita serie di abitazioni vuote, villaggi abbandonati, animali dispersi nei campi deserti e frutti maturi non colti. Dei circa 120.000 abitanti non sono rimasti che qualche migliaio, forse meno del 20 per cento. Siamo arrivati ieri nel cuore di questa vallata posta a un centinaio di chilometri a nord di Kabul, che fu il regno per quasi tre decenni di Ahmad Shah Massoud, il mitico eroe della resistenza antisovietica e poi l'unico comandante che con i suoi guerriglieri tagiki fu in grado di non soccombere ai talebani tra il 1994 e il 2001. A ucciderlo furono due kamikaze vigliacchi di Al Qaeda travestiti da giornalisti, non a caso solo due giorni prima degli attentati dell'11 settembre di vent' anni fa. Suo figlio, il 32enne Ahmad Massoud junior, non è riuscito a perpetuare il mito di invincibilità del padre. I loro ritratti pendono bucherellati di pallottole dai muri delle case. Se ne vedono i resti bruciacchiati, sgualciti, assieme alle bandiere flosce e sporche della loro milizia. «Il figlio non poteva fare di più. È restato con noi sino alla fine. Ha provato a organizzare la resistenza armata. Gliene rendiamo atto. Ma è troppo giovane, privo di esperienza bellica e i nemici sono troppo forti, troppo bene armati e col morale alle stelle dopo la presa di Kabul», dice il 75enne Golam Narih, che per un quarto di secolo ha lavorato per le Nazioni Unite qui nel villaggione di Bazarak, che è il capoluogo amministrativo della vallata. I talebani sono venuti da lui l'altro giorno per chiedergli di convincere gli ultimi nascosti qui attorno a deporre le armi. Dal suo balcone di casa mostra le tre vallate dove potrebbero trovarsi: Manjuk, Tolha e Parandeh. «Sono zone ripide, alte oltre 4.000 metri. Ad un giovane ben allenato occorrono almeno dieci ore di marcia veloce per raggiungerle. Saranno rimasti in alcune decine. Da qualche giorno comunque non combattono più», spiega. Di Massoud non sa. Ma molti sono convinti che abbia abbandonato la valle. Secondo i talebani lui e l'ex vicepremier Amrullah Saleh, cui i talebani tre giorni fa hanno assassinato il fratello a poche centinaia di metri dall'abitazione di Narih, sarebbero già fuggiti in Tagikistan. Proviamo a raggiungere la tomba-mausoleo di Massoud, che domina a metà della vallata. Era diventata meta popolare di pellegrinaggio per i tagiki e comunque per tutti quegli afghani che temono come il fumo negli occhi l'oppressiva teocrazia dei mullah talebani. Un luogo alpino, invaso dalla luce pura delle terre alte e sovrastato da ampi pendii mozzafiato. Il fondovalle è ricco di ristorantini affacciati al fiume Panshir, le cui acque cristalline sono ricche di trote. I talebani di guardia però bloccano l'accesso. «La tomba è stata danneggiata dai combattimenti. Noi rispettiamo i morti. Sarà visitabile solo dopo il restauro», spiegano, non aggressivi, però inflessibili. Nel vicino palazzo del governatore bivaccano le loro truppe speciali. Sorpresa: non sono pashtun, bensì tagiki, talebani locali. «I comandi di Kabul ci hanno inviati qui perché conosciamo bene la regione e i suoi sentieri. Siamo penetrati con facilità e, in ogni caso, gli uomini di Massoud erano pochi, non più di 500, e disorganizzati. Le nostre forze erano almeno dieci volte più numerose e molto meglio armate. Grazie alla nostra superiorità i combattimenti sono durati solo quattro giorni. Già il 6 settembre era finito tutto», racconta il 31enne Nasrullah Malekzada. Un suo compagno, il 23enne Karisai Fasihuddin, tiene a sottolineare che i pachistani non hanno avuto alcun ruolo. «Non abbiamo certo avuto bisogno di loro per vincere. Abbiamo fatto tutto da soli», spiega. Chiediamo delle vittime, quanti morti? « Le battaglie decisive sono state alla gola di entrata da sud e al passo Kawak. I nemici morti sono almeno un centinaio, con una quarantina di feriti. I nostri una ventina e dieci feriti», risponde Nasrullah. Però in valle parlano di centinaia di talebani ancora insepolti nelle aree impervie. Per cercare verifiche andiamo all'ospedale di Emergency, posto al villaggio di Anaba, una mezz'oretta d'auto dal governatorato. Alla porta i talebani che vogliono visitare i loro feriti ricoverati vengono disarmati. «Sono le nostre regole da sempre. E, tranne qualche momento di tensione una settimana fa, anche i talebani le rispettano», spiega la coordinatrice italiana, Gina Portella. Anche lei tende a confermare che i numeri delle vittime delle battaglie sono limitati. «Abbiamo ricevuto una quarantina di feriti, sia talebani che della resistenza, e in tutto una decina di morti. Gli ultimi due ricoveri per ferite d'arma da fuoco di striscio sono stati fatti venerdì sera», dice. Ma il vero dramma è quello dei profughi. Partiti, scappati all'arrivo dei talebani. Quasi tutti hanno trovato riparo tra amici e parenti nella zona di Kabul. Nel villaggio di Mala, su cento famiglie, ne sono rimaste solo quattro. «Attendiamo il loro ritorno», dice Samir, un quindicenne incontrato tra i cortili vuoti. «Non so più con chi giocare».

QUI AFGHANISTAN, APPELLO ALL’ITALIA

Repubblica sta raccogliendo e rilanciando numerosi appelli di afghani rimasti nel Paese, ora controllato dai Talebani, che vorrebbero venire in Italia. Floriana Bulfon.  

«Sono passate due settimane dalla fine del ponte aereo da Kabul e centinaia di afghani continuano a invocare il soccorso dell'Italia. Sono militari e agenti che hanno combattuto con i nostri soldati; collaboratori e interpreti che hanno lavorato per le nostre truppe, le nostre sedi diplomatiche, le nostre ong. Sono i familiari di quelli che hanno raggiunto l'Occidente ottenendo asilo: in molte città i talebani li vanno a cercare casa per casa. Una lista lunghissima che comprende persone che vivono o studiano nel nostro Paese da anni ed erano rientrate in patria per le prime vacanze dall'inizio della pandemia rimanendo intrappolate dall'avanzata fondamentalista. Tutti hanno paura delle rappresaglie e descrivono violenze del passato e del presente. Decine dei loro parenti che dall'Italia cercano di aiutarli hanno scritto all'indirizzo sosafghanistan@repubblica.it e da oggi cominciamo a raccontare le loro storie, usando nomi di fantasia per non esporli a ritorsioni. Molte delle persone bloccate a Kabul erano riuscite a entrare nelle liste dei voli militari italiani in partenza dalla capitale, ma l'attacco kamikaze contro l'aeroporto ha impedito loro di varcare i cancelli. Alcuni stanno tentando di raggiungere il Pakistan, viaggiando con donne e bambini. Un esodo che - ad esempio - ha permesso a parte dei dipendenti afghani della onlus Wave of Hope for the Future di varcare la frontiera: la Farnesina si è impegnata a fargli ottenere un visto umanitario a Islamabad. Ma altri - come i parenti di un ex funzionario dell'intelligence che adesso vive in Friuli - si trovano isolati e senza soldi in luoghi che non conoscono, in balia delle richieste dei trafficanti e delle retate talebane. Sono appelli disperati quelli raccolti da Repubblica. Molti dei familiari denunciano la difficoltà nel contattare la Farnesina e i nostri uffici diplomatici nei Paesi confinanti, mentre sostengono sia più facile avere risposte dal Comando Operativo Interforze della Difesa, che ha gestito l'operazione di rimpatrio. Chi sta lottando per portare in salvo qualcuno vorrebbe almeno avere un numero di telefono dedicato e ricevere aggiornamenti. Il ministero degli Esteri ribatte però che l'Unità di crisi non ha mai smesso di occuparsi di queste persone, anche se oggi l'assenza di relazioni con i nuovi signori di Kabul ha fermato tutte le partenze dall'Afghanistan: non c'è un canale umanitario né diplomatico per farli uscire. È un muro che lascia poche alternative alla fuga a piedi, affrontando le strade di montagna verso Pakistan o Iran. Nella speranza di arrivare poi in Italia».

Lucio Caracciolo su la Stampa riflette sulla politica militare del nostro Paese: la ritirata dall’Afghanistan potrebbe essere l’occasione per fare i conti con noi stessi.

«Una campagna militare perduta è un'occasione da non perdere per evitare di perdere la prossima. Specie se la sconfitta è l'ultima di una collezione in cui abbiamo metodicamente impiegato le Forze armate contro i nostri interessi. Perché prima di insabbiarci per quasi vent' anni in Afghanistan - alfa e si spera omega della nostra "guerra al terrorismo" - a costi umani e materiali considerevoli, avevamo fatto persino peggio contro la Jugoslavia (1999) o contro la Libia (2011), contribuendo a destabilizzare la nostra frontiera balcanica e quella nordafricana. Ergo, la sicurezza del nostro Paese. Un autogol può capitare, ma quando diventa regola significa che qualcosa non funziona nel nostro modo di usare la forza. Molto semplicemente, manca la strategia. La determinazione degli obiettivi di fondo del nostro Paese nel medio-lungo periodo e degli strumenti atti a perseguirli. Esercizio cui non possiamo sottrarci a causa dei nostri limiti di potenza: a differenza dei primattori non abbiamo strati protettivi che permettano di assorbire colpi pesanti. Non possiamo sbagliare strada maestra senza finire dritti nel muro. Serve una direzione di marcia adattabile ma chiara negli obiettivi vitali, sostenuta dal consenso della nazione al di là dei governi o delle ideologie di moda. C'era una volta la guerra fredda che preassegnava il compito a tutti i contendenti: noi dentro la coalizione occidentale, sotto gli americani (con intenzione) e contro i sovietici (con giudizio), salvo il diritto a saltuarie escursioni in solitario, talvolta benedette dal principale. Lunga e beata adolescenza, al di qua della linea d'ombra. Schema quasi perfetto, che ci ha viziati. Abituandoci all'irresponsabilità. Da trent' anni quelle certezze sono sfumate. Il Numero Uno è con la testa (confusa) altrove, del nemico o "avversario strategico" si hanno idee molto diverse dentro la stessa Nato, di cui molti americani e francesi, per ragioni diverse, mettono in questione il senso. Nel frattempo siamo invecchiati senza maturare il senso del dovere verso noi stessi che l'età impone. Tanto più ora che intorno e dentro la Penisola soffiano venti di tempesta. Ci rifiutiamo di stabilire che cosa vogliamo. Anzi, facciamo la lezione agli altri, invochiamo il rispetto dei "diritti umani universali" (concetto per niente universale) salvo discettare su come delegarne la cura a impotenti organizzazioni (Onu) o formati internazionali (G7, G20 e chi più G ha più ne metta) non esattamente esecutivi. Insomma ci atteggiamo a ente morale. Pensoso dell'ecumene. Siamo uno Stato responsabile dei suoi sessanta milioni di cittadini, non dell'umanità. Abbiamo, per casi estremi, Forze armate deputate a proteggerci. Risorsa esigua, pur dotata di punte invidiabili, capaci di reggere il confronto con professionisti dotati di superiori armamenti. Tesoro da non sperperare impiegandolo a vanvera. Ma per paradosso questo Paese vocato alla pace, consapevole che in una guerra vera avrebbe le ore contate, pecca di militarismo. Accade quando lo Stato non fissa l'obiettivo del suo braccio armato. Spariamo di rado, ma quando lo facciamo non sappiamo perché. La forza italiana è scaduta da mezzo a fine perché il fine non c'è. Forza per la forza, guerra per la guerra. Senza nemmeno sapere chiamarla tale. Ma se continuiamo a farci del male ci sarà pure del metodo in questa follia. Infatti c'è. Nulla di segreto né di misterioso. Solo l'impulso di certificare la nostra esistenza in vita agli americani o ad altri potenti alleati, spedendo contingenti-gettone nei teatri più improbabili. Sperando così di garantirci un posto apparecchiato ai tavoli delle potenze, per i cui formati e allestimenti coltiviamo una passione. Peccato che di norma il nostro piatto resti vuoto. Perché le potenze vere, a cominciare dall'America, non sentono di dover nulla a chi nulla sa chiedere. Non rispettano chi non si rispetta. Possiamo ancora dare un senso postumo al sacrificio di chi è stato comandato a combattere senza poter sapere perché - eroismo quasi trascendente. Avviando nei luoghi deputati e davanti all'opinione pubblica la definizione di una gerarchia di obiettivi cui non deflettere. E delle risorse adeguate a perseguirli. Le assicurazioni sulla vita, ammesso ci siano mai state, sono scadute. Speriamo non debba mai arrivare il momento in cui, nell'emergenza inattesa, scopriremo di essere soli responsabili di noi stessi».

LETTA A BOLOGNA IGNORA I 5 STELLE

Il segretario del Pd Enrico Letta ha chiuso ieri la Festa dell’Unità a Bologna, con il suo comizio. Un discorso orgoglioso, dove non sono mai stati citati i 5 Stelle. Il leader democratico ha anzi spiegato che, dopo una confusa fase a tre, si sta tornando al bipolarismo. Si deve stare o di qua o di là. Giovanna Vitale per Repubblica.

«Non li cita mai, neppure una volta. Per Enrico Letta, che in giacca e cravatta nonostante i 30 gradi all'ombra chiude da segretario la sua prima Festa dell'unità, i Cinquestelle non meritano neanche una menzione. Come non la merita Giuseppe Conte, che pure a Bologna è stato accolto con tutti gli onori. A riprova di una freddezza che, dopo il no al sostegno grillino in caso di ballottaggio a Torino, sfiora la perfidia: dando per scontato che il Movimento entrerà a far parte della coalizione di centrosinistra - di cui il Pd sarà perno e motore - in alternativa alla destra. Stavolta tertium non datur: o si sta nel campo dei progressisti, oppure con Salvini e Meloni, che in Europa vanno a braccetto con Orbán e la Le Pen. Un messaggio valido anche per i tanti cespugli che affollano il centro. Lo spiega con una nettezza mai ascoltata prima, il leader del Pd. «Attorno a noi si costruirà l'alternativa vincente alla destra estrema » scandisce Letta davanti a una folla di parlamentari e ministri, in prima fila Orlando e Franceschini (ma non Guerini), il presidente dell'Europarlamento Sassoli, il governatore Bonaccini, i tre capigruppo, tutti ringraziati uno per uno, assenti compresi. «Siamo entrati in una fase nuova: si chiude il periodo iniziato nel 2013, quando il M5S prese intorno al 25%, il centrosinistra il 25 e il centrodestra idem, dando vita a un tripolarismo che ha fatto saltare tutto. Stiamo entrando - ragiona il segretario dem - in una fase nuova di bipolarismo estremo in cui o si sta di qua o di là: non c'è posizione intermedia che abbia la minima possibilità di fare qualcosa di utile. La novità è che dall'altra parte non c'è più il centrodestra di Berlusconi, che era comunque legato al Ppe, ma la peggiore destra nazionalista ». E in questo schema «siamo noi gli unici a poter costruire l'alternativa», rivendica il leader. Ossia Il Pd, un partito di cui andare «orgogliosi». Il partito del lavoro ma anche amico delle imprese, dello sviluppo, della crescita. All'opposto di chi «magari sfila accanto alle categorie » e poi però con le sue azioni le danneggia. E ogni riferimento a Salvini è voluto. «Dobbiamo completare la campagna vaccinale per rendere il nostro Paese completamente libero», attacca Letta, «ma senza i 10 milioni di cittadini che mancano all'appello non ce la faremo contro le variante. Chi non si vuole vaccinare è contro l'altrui libertà e non può essere premiato. Chi è ambiguo su Green pass e vaccinazioni è contro la salute degli italiani ed è contro le imprese e i lavoratori», graffia il segretario. Un discorso a tutto campo, che incrocia le partite politiche più delicate del momento. «Noi sosteniamo questo governo in modo leale, vogliamo che duri fino alla scadenza naturale della legislatura e attui un programma fatto di riforme che aspettano da troppo tempo». Uno spunto utile per dare una carezza anche al capo dello Stato, chissà non venga voglia pure a lui di restare: «Abbiamo un esempio da seguire, si chiama Sergio Mattarella », afferma Letta, scatenando la standing ovation della platea. E siccome però un partito si riconosce dalle battaglie che fa, quelle «sui diritti troveranno risultati», garantisce il leader dem. «Arriveremo all'approvazione finale del ddl Zan e vogliamo usare un anno e mezzo di legislatura per non ripetere l'errore che già facemmo la scorsa di non varare una nuova legge sulla cittadinanza». Perché «la pandemia ci ha insegnato che il Paese ha bisogno di più solidarietà, di giustizia e coesione sociale», conclude il segretario. «Troppi dibattiti in questi mesi ci hanno fatto pensare che da questo dramma collettivo si sarebbe usciti da destra, io invece sono convinto che lo faremo da sinistra». Vincendo le prossime elezioni con una coalizione «europeista, progressista e democratica», pronta a guidare il Paese».

LO SCONTRO GRECO-DAVIGO

Valeria Pacelli sul Fatto commenta l’intervista del Procuratore capo di Milano Greco al Corriere di ieri, sotto il titolo eloquente: C’era una volta Mani Pulite: Greco accusa, Davigo querela.  

«L'ex consigliere del Csm ha infatti mal digerito le parole di Greco nell'intervista di ieri al Corriere della Sera. Il procuratore traccia un bilancio della sua esperienza ormai agli sgoccioli (a novembre andrà in pensione) nella Procura di Milano, parlando per la prima volta di quei verbali di Piero Amara, ex legale esterno dell'Eni, consegnati dal suo sostituto Paolo Storari a Davigo, allora consigliere del Csm. Si tratta degli interrogatori in cui Amara rivela l'esistenza di una presunta loggia denominata "Ungheria", della quale, a sua detta, facevano parte magistrati, avvocati, politici e imprenditori. Quello che sta andando in scena a Milano è dunque uno scontro, i cui protagonisti (Storari, Greco e Davigo) sono tutti magistrati perbene e di grande esperienza: ognuno però dà una propria versione di ciò che è accaduto intorno a quei verbali, arrivati anche nelle redazioni di due quotidiani, Il Fatto e Repubblica (per la Procura di Roma la "postina" sarebbe stata l'ex segretaria di Davigo, ritenuto estraneo alla vicenda). Partiamo dunque da Greco. Al Corriere lo dice chiaramente: "Aver fatto uscire dal perimetro del segreto investigativo dei verbali secretati è un atto irresponsabile". Poi la stoccata a Davigo: "L'uscita era nell'interesse di Davigo che non si è preoccupato assolutamente della sorte del procedimento e quando ha lasciato il Csm quei verbali li ha abbandonati. Fatto imbarazzante". Ma perché Storari consegna all'allora consigliere Csm i verbali di Amara? Al Corriere il 24 luglio Davigo aveva spiegato: "Nell'aprile 2020 Storari mi descrisse una situazione grave, e cioè che a quasi 4 mesi dalle dichiarazioni di Amara su un'associazione segreta i suoi capi non avevano ancora proceduto a iscrizioni, che il codice invece richiede 'immediatamente'. Per evitare possibili conseguenze disciplinari, gli consigliai di mettere per iscritto" la sua richiesta di procedere subito all'iscrizione. L'inerzia investigativa, nella versione di Storari al Csm, è diventata una preoccupazione e una divergenza di vedute con i suoi capi. Per Greco però "nessun sollecito, nessun contrasto, nessuna inerzia è emersa perché non c'è mai stata. Anzi è stato il sottoscritto a sbrogliare la questione delle iscrizioni imponendo quella di Amara e dei suoi sodali per Ungheria, mentre Storari le aveva volontariamente omesse". Storari però avrebbe consegnato ai pm di Brescia le e-mail in cui chiedeva ai capi di iscrivere. Una volta ricevuti i file word dei verbali da Storari, Davigo preoccupato, informa - vincolandoli al segreto - alcuni membri del Csm. Ma in modo informale. "Se la procedura da seguire non consente di mantenere il segreto, allora non si può seguire", ha infatti spiegato l'ex consigliere. Che, come ha ricostruito, ne parlò con alcuni membri del Csm, con il vicepresidente David Ermini e con il pg di Cassazione Giovanni Salvi: "Nessuno si è sognato di dirmi di formalizzare". Ieri Greco ha attaccato Storari anche sulle modalità in cui informò Davigo. "Si seguono le regole e si mette tutto per iscritto. Storari non ne ha rispettata nessuna. E quando si agisce senza un protocollo, puoi variare la doglianza a seconda del bisogno, e il consigliere del Csm può diffamare, così come è successo, senza che ci sia la possibilità di una replica dell'interessato. La consegna clandestina infatti ha consentito di costruire una narrazione totalmente priva di riscontri". E ancora: "Quando i magistrati violano le regole che agli altri si impone di rispettare, è un fatto gravissimo e pericoloso". Insomma per Greco quella di Storari è stata "una coltellata alla schiena": "Ha tradito anche la fiducia della collega (l'aggiunto Laura Pedio, ndr), ha messo in difficoltà tutte le Procure (Roma, Perugia, Catania, Reggio Calabria, Potenza e Firenze) con le quali collaboravamo in coordinamento investigativo mentre i verbali 'circolavano' per Roma". Versioni diverse che insieme alla lettera di solidarietà a Storari firmata da 56 magistrati su 64 consegnano l'immagine di una Procura spaccata, mentre Storari continua a lavorare nel proprio ufficio, dopo che il Csm ha rigettato la richiesta di Salvi di trasferirlo altrove. E in questa Milano lacerata, la querela di Davigo a Greco può rappresentare la rottura definitiva di ciò che fu Mani Pulite».

Al vetriolo Vittorio Feltri su Libero, che sancisce la fine del pool e sottolinea la figuraccia della Procura di Milano:

«Ieri Milena Gabanelli, giornalista televisiva talmente brava da essere scomparsa dal video e ricomparsa sul Corriere della Sera, che le affida la compilazione di paginate tipo lenzuola, ha intervistato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco. Un fiume di parole, tra domande e risposte, nel quale sono annegato, pur avendo io superato brillantemente le scuole dell'obbligo: non ho capito un tubo. A me Greco fa simpatia forse perché è di Napoli, città che amo, è un magazzino di cultura, essendo stata la capitale della sapienza europea fino al 1800, poi si è incasinata per vari motivi e ora brilla soprattutto per la camorra, criminalità organizzata tra le più sgangherate del mondo. Il magistrato di cui discettiamo è di sicuro una persona perbene, ma il fatto di indossare la toga probabilmente a lungo andare gli ha annebbiato un po' la vista. Certe cose forse gli sono sfuggite, per esempio l'inchiesta su presunti reati commessi da Eni, che si è conclusa dopo anni e anni di chiacchiere in nulla di fatto. Assoluzione di tutti gli imputati. Una vicenda giudiziaria trasformata in una commedia dell'assurdo degna di Ionesco. Sono convinto che don Francesco non abbia alcuna responsabilità su questo episodio, in apparenza esilarante e in pratica sconvolgente. Però mi pare che nel suo insieme la grande procura Milanese, descritta come la più preparata d'Italia, abbia rimediato una gigantesca figura di merda. Sorvolo per carità di patria sulla loggia Ungheria e sull'illustrissimo Piercamillo Davigo, coinvolto nella danza macabra per motivi che ignoro. Tutto questo rebelot ha distrutto la fiducia degli ambrosiani nell'ordine giudiziario benché costoro, quanto me, non abbiano ancora compreso che cosa in realtà sia successo nei piani alti del Palazzo di Giustizia. Iniziando a leggere il pistolotto della Gabanelli speravo di esserne illuminato, invece, giunto all'ultima riga della articolessa, confesso di essere rimasto all'oscuro di tutto. Ne so meno di quanto conoscessi prima di questa storia ingarbugliata. Non importa. Alla fine dell'anno Greco andrà in pensione e si toglierà un peso dallo stomaco. E noi poveri tapini tireremo un sospiro di sollievo senza un vero perché, ma lo tireremo lo stesso. Milano è la città più efficiente del Paese e si merita una procura decente almeno dal punto di vista estetico».

IL PAPA E ORBÁN: DUE IDEE DI EUROPA

Il confronto diretto fra il Papa e il Presidente ungherese alla fine c’è stato. E non è stato per niente “diplomatico” o formale. Si sono paragonate due idee di Europa e di convivenza, che sono opposte. Paolo Rodari per Repubblica.

«Nel cuore dell'Europa sovranista, teatro spesso di un cristianesimo tentato dalle chiusure, il Papa rilancia il Vangelo dell'accoglienza. Uscendo dal colloquio con il premier Viktor Orbán nel primo giorno del viaggio a Budapest e Slovacchia (fino a mercoledì) - l'ultimo con Alitalia a cui ha voluto dire «grazie» - Francesco incontra i vescovi ungheresi e usa parole inequivocabili: le diverse etnie presenti, i migranti, sono una realtà che «almeno in un primo momento spaventa». Ma, dice in scia a dei versi del poeta e pastore protestante slovacco Samo Chalupka, anche se «la diversità fa sempre un po' paura perché mette a rischio le sicurezze acquisite e provoca la stabilità raggiunta, è una grande opportunità per aprire il cuore al messaggio evangelico: amatevi gli uni gli altri». Per questo non ci si deve chiudere «in una rigida difesa» di una «nostra cosiddetta identità» ma «aprirci all'incontro con l'altro». È stato il premier ungherese a rilanciare per primo ieri mattina su Facebook la foto che immortala il momento della stretta di mano fra lui e Bergoglio. Secondo la Santa Sede il clima dell'incontro, a porte chiuse, durato in tutto quaranta minuti e a cui hanno partecipato anche il presidente della Repubblica János Áder e i vertici della segreteria di Stato vaticana Pietro Parolin e Paul Richard Gallagher, è stato cordiale. Si è parlato del ruolo della Chiesa nel Paese, dell'impegno per la salvaguardia dell'ambiente, della difesa e della promozione della famiglia. Ma non solo. Orbán ha chiesto a Francesco «di non far perire il cristianesimo in Ungheria». Il Papa gli ha risposto poche ore dopo durante l'incontro ecumenico di Bratislava: «È difficile esigere un'Europa più fecondata dal Vangelo senza preoccuparsi che non siamo ancora pienamente uniti tra noi nel continente e senza avere cura gli uni degli altri». Orbán, che dopo la presa di potere dei talebani in Afghanistan aveva detto di voler «proteggere l'Ungheria dalla crisi dei migranti», ha provato a portare Bergoglio sul terreno della difesa identitaria dell'Europa cristiana. Anche il regalo consegnatogli, una copia della lettera che il re ungherese Béla IV nel 1250 aveva scritto a Innocenzo IV per chiedere l'aiuto dell'Occidente contro i tartari che minacciavano l'Ungheria cristiana, a questo mirava. Il Papa, tuttavia, che temeva la strumentalizzazione politica dell'incontro, ha continuato per la sua strada. All'Angelus, con Orbán in prima fila ad ascoltarlo, ha ricordato che cosa insegna la croce cristiana: se «il sentimento religioso - ha detto - è la linfa di questa nazione, tanto attaccata alle sue radici», la croce, «oltre a invitarci a radicarci bene, innalza ed estende le sue braccia verso tutti: esorta a mantenere salde le radici, ma senza arroccamenti; ad attingere alle sorgenti, aprendoci agli assetati del nostro tempo. Il mio augurio è che siate così: fondati e aperti, radicati e rispettosi ». Per il Papa le minacce a cui va incontro l'Europa sono diverse. Fra queste quella «dell'antisemitismo» che, ha detto il vescovo di Roma, «ancora serpeggia». «È una miccia che va spenta». «Dobbiamo impegnarci a promuovere insieme una educazione alla fraternità, così che i rigurgiti di odio che vogliono distruggerla non prevalgano». 

ANGELA MERKEL, BILANCIO DI UN’EPOCA

Un pagina intera del Corriere con tanti dati e grafici per tirare le somme del lungo cancellierato di Angela Merkel, secondo solo a quello di Kohl. La leader tedesca, salita al potere 16 anni fa, esce di scena in un mondo diventato quanto mai instabile. Ecco uno stralcio dell’articolo di Danilo Taino e Milena Gabanelli.

«Angela Merkel diventa cancelliera il 22 novembre 2005. Al momento, il suo è il secondo cancellierato più lungo della Germania moderna, dopo quello di Helmut Kohl. Durante il primo mandato guida un governo di Grosse Koalition tra la sua Cdu-Csu (cristiano-democratici) e la Spd (socialdemocratici). Nel secondo (2009) insieme ai liberal-democratici (Fdp); nel terzo (2013) una nuova Grande Coalizione con la Spd, confermata nell'ultimo mandato (2017). Per 16 anni, la politica tedesca ha ruotato attorno ad Angela Merkel, più sul centrosinistra che sul centrodestra. Nel 2006, da poco eletta, e da fisica quantistica, rivolgendosi alla sinistra antinuclearista dichiara: «Considero assurdo chiudere questi impianti, tecnologicamente sicuri e che non emettono anidride carbonica». Nel 2011, dopo il disastro di Fukushima in Giappone, Merkel decide per la chiusura a fasi di tutte le centrali entro il 2022, e dà slancio alla transizione verso le rinnovabili. Molti critici hanno sottolineato che dismettere il nucleare ha comportato un eccessivo utilizzo del carbone, ad alto effetto serra. In termini di obiettivi, la Germania ha rispettato le quote di taglio di emissioni che si era data nel 2007: il 40% entro il 2022 rispetto al 1990. Ma senza il blocco delle produzioni causato dalla pandemia, si sarebbe fermata al 38%. La posizione di Merkel durante la crisi finanziaria del 2008 e durante la crisi del debito in Europa 2010-2012 (Grecia e altri) è attendista e secondo i critici sbagliata in alcuni passaggi. Promuove il patto franco tedesco da cui nasce lo spread e il fiscal compact. Va considerato che Merkel è eletta dai tedeschi, e la Germania aveva accettato l'euro al posto del potente marco solo dietro garanzia che il bilancio di uno Stato non avrebbe finanziato il bilancio di un altro Stato. Per evitare il collasso di alcuni Paesi, fra cui l'Italia, la Bce compra ingenti quantità di titoli di Stato, salvando di fatto l'euro. Ma è stata la Merkel a garantire la copertura politica a Mario Draghi, consentendogli di pronunciare il famoso «Whatever it Takes». (…) «Ce la faremo», dice Angela Merkel nel 2015 dopo che centinaia di migliaia di rifugiati, soprattutto siriani, erano arrivati ai confini della Germania. La cancelliera decide di non chiudere le porte della Germania senza consultare i governi europei. Se l'avesse fatto avrebbe raccolto molti no. «Ha salvato l'onore della Germania» dice Wolfgang Schäuble, ma quell'atto di generosità non è mai diventato una politica. I tedeschi inizialmente accettano la decisione ma nel giro di qualche tempo l'arrivo di immigrati in massa - 600 mila tra metà 2015 e i primi mesi del 2016, poi fino a superare il milione - spinge l'emersione della forza politica di destra di Alternative für Deutschland. Investe 87 miliardi di euro nel più vasto programma europeo di integrazione. Sul versante europeo tratta personalmente con Erdogan la chiusura delle frontiere turche in cambio di 6 miliardi euro a spese della Ue. E altri ne verserà affinché trattenga milioni di profughi. La cancelliera si è invece detta favorevole a rivedere gli accordi di Dublino, che prevedono sia il primo Paese di sbarco a farsi carico degli immigrati. Ma la questione rimane intrattabile per le divergenze tra i 27. Sul fronte della pandemia da Covid-19, Merkel nella primavera del 2020 si presenta ai tedeschi in veste non solo di leader politica ma anche di scienziata: spiega con chiarezza e con successo i rischi. Nella seconda e terza ondata anche la Germania ha grosse difficoltà nella gestione del virus. Riesce però a penalizzare il meno possibile la scuola. Sul versante europeo, dopo la spinta iniziale di Emmanuel Macron, Merkel ha dato il via libera decisivo al Recovery Fund, il piano finanziario da 750 miliardi per trasferire denaro europeo ai Paesi più colpiti dalla pandemia. Un atto di solidarietà ma soprattutto un salto nell'essenza stessa dell'Unione europea, con la prima, parziale messa in comune del debito. In 16 anni di cancellierato, Angela Merkel non promuove riforme significative dell'economia tedesca. Vive di rendita su quelle realizzate nel mercato del lavoro, tra il 2003 e il 2004, dal cancelliere che l'ha preceduta, Gerhard Schröder. (…) È la geopolitica il tema sul quale forse la Storia giudicherà Angela Merkel. Guidata dall'idea che la globalizzazione di commerci senza frontiere, che al Paese ha garantito decenni di prosperità, non avrebbe avuto limiti geografici e di tempo, la cancelliera ha impostato l'intera sua politica estera sulla forza di un export aggressivo. Senza cogliere che il mondo stava cambiando, che la globalizzazione lasciava il posto sempre più al confronto tra Paesi democratici e Paesi autoritari, alla competizione tra potenze e le priorità diventavano politiche. In dodici viaggi in Cina dal 2005, Merkel porta banche e imprenditori tedeschi alla conquista (si fa per dire) del mercato cinese. Senza apparentemente mai porsi problemi di carattere strategico e geopolitico. L'accordo commerciale con la Cina che a fine 2020 la cancelliera impone alla Ue, poi fallito proprio per le tensioni geopolitiche, ha acceso un riflettore sulla tendenza di Berlino a mettere gli interessi commerciali nazionali davanti a diritti umani, politica, geopolitica ed Europa. Il merito maggiore di Merkel: avere tenuto insieme la Ue in anni difficili. Il suo demerito: non avere riconosciuto i cambiamenti del mondo. Esce di scena lasciando la Germania e l'Europa senza una bussola per muoversi nel disordine globale. Chiunque, tra i candidati, prenda il suo posto dopo le elezioni del 26 settembre, difficilmente cambierà traiettoria. L'uomo della Cdu-Csu, Armin Laschet, e quello della Spd, Olaf Scholz, sono favorevoli a tenere ferma la barra della tradizionale ortodossia tedesca, Annalena Baerbock, la donna dei Verdi, è meno tenera con Cina e Russia, ma è improbabile che diventi cancelliera. E la debolezza dei candidati non è un problema solo tedesco, ma anche europeo, data l'essenzialità della Germania nel continente».  

Leggi qui tutti gli articoli di lunedì 13 settembre:

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