Italia fra giallo e rosso

Rischio giallo per i contagi in Sicilia e Sardegna. Bollino rosso per il caldo in dieci città. Nuova circolare per il Green pass. Caos controlli e falle nel sistema burocratico. Stasera show nel cielo

L’Italia è nella stretta fra il giallo e il rosso. C’è rischio giallo per alcune regioni (Sicilia e Sardegna dal 16 agosto) a causa dei contagi da virus. Il rischio rosso è quello per l’ondata di calore. Dieci città sono da «bollino rosso»: Bari, Bologna, Campobasso, Frosinone, Latina, Palermo, Perugia, Rieti, Roma e Trieste. Se per proteggersi dal caldo (il solito anticiclone africano potrebbe restare più giorni sulla nostra penisola) gli accorgimenti sono sempre quelli, si discute su come proteggersi dal virus. Ieri il Viminale ha diffuso una nuova circolare nel tentativo di fare chiarezza sui controlli da mettere in campo per verificare il Green pass. Ci sono ancora molti intoppi burocratici e falle nel sistema, come spiega Avvenire. Ma a vedere ciò che fanno gli altri Paesi europei siamo in buona compagnia.

Paolo Mieli sul Corriere della Sera segnala la nascita di una forte corrente anti Green pass a sinistra. Landini sarebbe sulla scia di Agamben e Cacciari. C’è una domanda fulminante di Mieli: ma se il sindacato facesse il suo mestiere, non dovrebbe chiedere, semmai, tamponi gratis per i lavoratori che non sono vaccinati? In Germania i tamponi gratis sono concessi solo fino ad ottobre, ma per ora ci sono.

Due casi agitano il dibattito politico: il caso Durigon e lo ius soli. Per la prima vicenda, da oggi Il Fatto, lanciato nella crociata anti governativa, raccoglie le firme per far dimettere il sottosegretario leghista. Per la seconda questione c’è un duro scontro Salvini-Letta che coinvolge anche Lamorgese. Sullo ius soli Taverna dei 5 Stelle prende le distanze dal Pd. Entrambi i temi rischiano di rimanere sul tavolo almeno fino a settembre. Interessante l’analisi del Corriere che anticipa le conclusioni del comitato di valutazione sul Reddito di cittadinanza.

Dall’estero due big coinvolti in un colpo di coda del Me too: il governatore di New York Cuomo, che si è dovuto dimettere, e il principe inglese Andrea di York, che sarà processato sempre negli Usa. Consiglio per stasera: se siete al mare o in montagna, lontani da fonti di luce artificiale, guardate il cielo. Le stelle garantiscono un vero spettacolo. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Pandemia e Green pass ancora in primo piano. Il Corriere della Sera tematizza i numeri che spingono per il giallo: Ricoveri, regioni in bilico. Il Quotidiano Nazionale si concentra sulla nuova circolare del Viminale: Green pass, controlla anche il gestore. Per Il Mattino c’è un po’ di casino: Green pass, è caos controlli. In autunno vaccino ai bimbi. Il Messaggero cita il capo del CTS Locatelli che promette: «In autunno vaccino per i bimbi». Per La Repubblica la nuova circolare è severa: Green pass, scatta la stretta. Mentre Libero sottolinea una proposta della deputata Cirinnà: L’ultima follia del Pd: no Green pass ai trans. Altro tema quello della discussione sullo ius soli. Il Giornale sintetizza così: Letta-Salvini, botte d’agosto sui migranti. Gioco di parole tendente al romanesco per il Manifesto: Ius sòla. Come a dire che c’è sotto una fregatura. La Stampa gioca alla contrapposizione: Salvini: «Lamorgese inadeguata». La Verità attacca il Viminale, parafrasando il capo della Lega che ha definito “assente” la titolare: Abbiamo un ministro clandestino. Il giornale diretto da Marco Travaglio lancia la campagna contro il sottosegretario leghista all’Economia: 3 ministri vs Durigon. Oggi si firma sul Fatto. Il Domani: I partiti si accorgono che Durigon è impresentabile: adesso cacciatelo. Avvenire torna sul tema del surriscaldamento del pianeta con un’intervista al Commissario europeo: Von der Leyen: Ue a emissioni zero.

I RISTORATORI E LA “PALESE VIOLAZIONE”

Nuova circolare del Viminale per cercare di fare chiarezza sull’applicazione del Green pass. Il resoconto di Guerzoni e Sarzanini per il Corriere.

«I gestori dei locali pubblici sono obbligati a chiedere il green pass ai clienti, ma non il documento di identità. Possono però farlo in caso di palese violazione». Dopo giorni di dubbi e proteste da parte dei ristoratori il Viminale chiarisce le modalità per gli ingressi. E nella circolare trasmessa a prefetti e questori ribadisce quanto era stato sottolineato da Palazzo Chigi: «Vanno intensificati i controlli delle forze dell'ordine». Il documento viene firmato in serata dal capo di gabinetto della ministra Luciana Lamorgese, il prefetto Bruno Frattasi, dopo consultazioni e verifiche incrociate tra il ministero dell'Interno, quello della Salute e Palazzo Chigi. Il Dpcm firmato il 17 giugno dal presidente del Consiglio Mario Draghi inseriva infatti «i titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi» nell'elenco dei «soggetti deputati a svolgere la verifica delle certificazioni verdi e di conoscere le generalità dell'intestatario» e questo aveva provocato la rivolta dei gestori dei locali pubblici «perché non siamo poliziotti, i controlli non spettano a noi». Dal 6 agosto bisogna avere la certificazione per dimostrare di essere vaccinati almeno con la prima dose, essere guariti dal Covid 19 nei sei mesi precedenti, avere un tampone con esito negativo effettuato nelle 48 precedenti per partecipare a una serie di attività. L'elenco comprende: Servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio per il consumo al tavolo, al chiuso; spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportivi; musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre; piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all'interno di strutture ricettive, limitatamente alle attività al chiuso; sagre e fiere, convegni e congressi; centri termali, parchi tematici e di divertimento; centri culturali, centri sociali e ricreativi, limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l'infanzia, compresi i centri estivi, e le relative attività di ristorazione; sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò. Il decreto individua due fasi: «La prima consiste nella verifica del possesso della certificazione verde da parte di chi intende accedere alle attività. La seconda nella dimostrazione della propria identità mediante un documento che ha come scopo contrastare i casi di abuso o di elusione». Frattasi chiarisce che la seconda «non ricorre indefettibilmente» perché è «a richiesta dei verificatori» e quindi «dei pubblici ufficiali nell'esercizio delle relative funzioni». Per i gestori rimane «la natura discrezionale sulla verifica dell'identità della persona che esibisce la certificazione», che diventa però «necessaria quando appaia la manifesta incongruenza con i dati anagrafici contenuti nella stessa certificazione». Una linea confermata dal Garante della Privacy in risposta a un quesito della Regione Piemonte. L'Authority concede il via libera alla «possibilità» per i gestori di controllare i documenti di identità, ma senza prevedere obbligo: «Le figure autorizzate alla verifica dell'identità personale sono indicate nell'articolo 13 del Dpcm del 17 giugno 2021 e quindi anche i titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi». I gestori temono di dover pagare le multe se nel locale viene individuato un cliente con green pass contraffatto, ma la circolare sottolinea che «qualora si accerti la non corrispondenza fra il possessore della certificazione e l'intestatario della medesima, la sanzione si applica solo all'avventore, laddove non siano riscontrabili palesi responsabilità a carico dell'esercente». Per i grandi eventi e gli stadi il Viminale chiarisce: «Possono essere abilitati alle verifiche i cosiddetti steward, ossia il personale iscritto negli appositi elenchi dei questori, il cui impiego in servizi ausiliari delle forze di polizia è previsto negli impianti sportivi». È un post pubblicato sulla pagina di Palazzo Chigi su Instagram a ricordare che «per verificare se una certificazione verde è autentica bisogna utilizzare l'app gratuita VerificaC19 installata su un dispositivo mobile (non è necessario avere una connessione internet). L'app non memorizza le informazioni personali sul dispositivo del verificatore».

Che cosa accade negli altri Paesi europei? In Francia ci vuole un braccialetto al polso per viaggiare. Il racconto di Marco Cicala per Repubblica.

«In fondo al corridoio che porta ai binari dell'Alta velocità ti aspetta un cordone di ragazzotti dall'aria non minacciosa però determinata. Ognuno con un borsone a tracolla. Appena superato lo sbarramento ti senti un po' come un pollo certificato bio o un caciocavallo con bollino Dop. Perché, una volta verificato il Green Pass - nel mio caso italiano - quei giovanotti hanno estratto dal sacco un braccialetto adesivo numerato (919826, il mio) per sigillartelo al polso. Esperienza non esattamente gradevole. Ma tant' è. Emergenza oblige . Sulla fascetta - che dovrai mostrare anche salendo sui vagoni, durante il viaggio e all'arrivo - c'è scritto: "In treno, tutti responsabili". Da lunedì è la procedura standard in vigore nelle stazioni francesi per i treni a lunga percorrenza. È il - contestatissimo - Pass in versione "hard" esteso dal presidente Emmanuel Macron a trasporti, ospedali, grandi centri commerciali, bar e ristoranti. Ma, alla Gare de Lyon, tra la gente diretta verso le spiagge del Sud, non si avverte irritazione: file fluide, pochi assembramenti. Giusto qualche ingorgo davanti all'ormai irrinunciabile chiosco del sushi da asporto. L'impressione è che, per non innervosire la clientela, si sia scelta la linea della vigilanza morbida e soprattutto della super-assistenza al viaggiatore. La garantisce un piccolo esercito di addetti dalle pettorine multicolori. Salvo sviste, ne ho contate di sei tonalità diverse: azzurra (controlli Green Pass); blu scuro (informazioni alle biglietterie); rossa (informazioni per l'Alta velocità - in tutto il Paese 750 treni e 400mila passeggeri al giorno); arancione (sicurezza); viola (informazioni turistiche); blu chiaro (pulizie). Per i distratti c'è sempre il tampone rapido dell'ultimo minuto: «Da lunedì siamo un po' oberati di richieste, ma stiamo prendendo la mano » sorride una farmacista all'interno della Gare. Intanto gli altoparlanti martellano come un grido di battaglia lo slogan trinitario della campagna anti-Covid sul fronte delle ferrovie: "Un biglietto. Una mascherina. Un Pass sanitario"».

In Germania Merkel & C hanno deciso ieri: basta tamponi gratis da ottobre a chi non si vaccina. Sebastiano Canetta da Berlino per Il Manifesto.   

«Obbligo di test negativo per accedere negli ambienti chiusi (chiese comprese) se l'indice di contagio supera i 35 casi ogni 100 mila abitanti negli ultimi 7 giorni, e fine dei tamponi gratuiti per chi rifiuta di vaccinarsi a partire dal prossimo 11 ottobre. Così hanno stabilito ieri la cancelliera Angela Merkel e i governatori dei 16 Land riuniti nella videoconferenza dedicata alle misure di contenimento della quarta ondata della pandemia, oltre che ai ristori per chi è stato colpito dalla maxi-alluvione di fine luglio. Con il placet della maggioranza di governo compatta sul nuovo corso della gestione dell'emergenza Covid-19 e le forti critiche dell'opposizione che chiedeva provvedimenti diametralmente opposti: da Linke e Verdi contrari ai test a pagamento e pronti a denunciare l'inerzia della Groko (abbreviativo di Grosse Koalition ndr) nei confronti della scuola, ai liberali che puntavano a esentare vaccinati e guariti da ogni genere di restrizione. A premere per non allentare il giro di vite, rinnovando così lo stato di emergenza formalmente in vigore dalla primavera 2020, sono stati soprattutto il governatore di Berlino, Michael Müller (Spd) e il premier bavarese Markus Söder (Csu) in prima fila nella lotta alla «pandemia dei non vaccinati». Oltre al ministro delle Finanze, Olaf Scholz, candidato cancelliere dei socialdemocratici, convinto che «i test non devono più pesare sulle tasse visto che in Germania ora ci sono abbastanza vaccini per tutti». Finora il suo dicastero alla voce tamponi ha speso oltre 3,7 miliardi di euro. Più o meno ciò che ha sostenuto Söder («chi non vuole vaccinarsi paghi») e l'esatto contrario della strategia suggerita da Linke e Verdi. «Invece di mettere in discussione misure collaudate come i test gratuiti governo e Land dovrebbero migliorare ciò che fa davvero la differenza, cioè mettere il "turbo" alle vaccinazioni» riassume la co-segretaria Linke, Susanne Hennig-Wellsow. Prima di puntare il dito contro la Groko rea di avere lasciato soli insegnanti e studenti. «Ciò che mi fa davvero arrabbiare è che anche nel vertice di ieri non si è fatto alcuno sforzo per rendere le scuole a prova di Covid prima dell'autunno. Non si può proteggere studenti e insegnanti solo con l'aerazione delle aule» scandisce la leader della Sinistra. Ma «prima la scuola!» è anche la parola d'ordine di Annalena Baerbock, leader dei Verdi e aspirante-cancelliera: vuole evitare qualunque forma di lockdown scolastico e a riguardo chiedeva a Merkel «una chiara promessa politica». Proprio la scuola rimane il fattore decisivo per la gestione della pandemia in Germania. Nonostante lo stato di emergenza l'istruzione resta una materia di stretta competenza dei Land che però, in nome del federalismo, continuano a varare regole a macchia di leopardo. Colpa del calendario scolastico diverso in ogni Stato ma anche dell'indice di contagio che investe in modo diverso le singole regioni. Già da una settimana gli studenti del Mecleburgo-Pomerania e dello Schleswig-Holstein sono tornati alle lezioni in presenza dopo la pausa estiva, mentre lunedì hanno aperto i battenti anche le scuole di Berlino; in Baviera invece l'anno scolastico comincerà fra oltre un mese. In attesa della ripartenza generale fanno "scuola" le misure adottate dai due Land del Nord. In Mecleburgo-Pomerania e Schleswig-Holstein studenti e insegnanti devono indossare la mascherina nelle aule ma chi non è vaccinato deve anche sottoporsi al test due volte alla settimana. In compenso viene nuovamente permesso agli studenti di riunirsi in gruppo all'aperto senza mascherine. In più da lunedì prossimo si comincerà a offrire il vaccino a tutti i maggiori di 16 anni. Attualmente in Germania il vaccino è stato somministrato a 45,8 milioni di persone (55,1%) mentre il 62,5% ha ricevuto la prima dose. L'indice di contagio nazionale ieri era a quota 23,5 con 2.480 nuovi casi rispetto a sette giorni fa secondo i dati dell'Istituto Robert Koch».

I BUCHI DEL GREEN PASS

Torniamo all’Italia per vedere, dopo quattro giorni, i buchi burocratici del Green pass. Fulvio Fulvi per Avvenire fa il punto delle falle nel sistema.

«Anelli spezzati nella catena di comando. All'atto pratico, dopo i primi quattro giorni con l'obbligo vigente del Green pass per chi entra nei locali pubblici al chiuso, affiorano ancora ritardi, lentezze e blocchi nelle procedure previste per il rilascio della certificazione vaccinale. Pasticci, rebus e disagi che toccano migliaia di cittadini e che, se non risolti subito, potrebbero influire nelle quotidiane attività, nel lavoro e nelle sacrosante vacanze di altrettante famiglie. Perché c'è chi è rimasto intrappolato negli ingranaggi di un meccanismo burocratico dove spesso le competenze di Aziende sanitarie locali, Regioni e ministero della Salute si intrecciano o si sovrappongono, lasciando dei vuoti che danneggiano l'utente, spesso in attesa da settimane del certificato a cui ha diritto. Una minoranza, certo, di fronte agli oltre 60milioni di certificati scaricati finora con il necessario "QR code" (sui 35milioni di vaccinati a ciclo completo, ndr) ma pur sempre cittadini discriminati che nel frattempo, senza la "carta" non possono nemmeno andare a trovare i parenti in ospedale o nelle Rsa. Il primo nodo da sciogliere riguarda tutti quelli che, soprattutto anziani, non hanno dimestichezza (o trovano intoppi informatici nelle operazioni di scarico del certificato) con la tecnologia oppure non posseggono né computer nè telefonino e per ottenere il documento cartaceo dovrebbero rivolgersi al medico di base. La maggior parte dei dottori però, tramite i propri sindacati, hanno fatto sapere che non lo vogliono fare perché si tratta di una pratica amministrativa che non compete loro e per di più toglierebbe tempo alla cura dei pazienti che hanno in carico. È vero però che per svolgere questo servizio (gratuitamente) sono state chiamate le farmacie, dove l'unico inconveniente per l'utente, è quello di mettersi in fila e aspettare il proprio turno. E, ancora. Molti, il codice di avvenuta immunizzazione, chiamato "authocode", ce l'hanno ma quando lo inseriscono nel sito governativo per ottere il documento il sistema segnala l'errore: «Il codice non è disponibile, la certificazione potrebbe non essere stata generata o i dati inseriti non essere corretti». E tutto si ferma lì. E per accedere al fascicolo sanitario personale, nel sito della Regione, è necessario lo Spid, che non tutti ancora hanno scaricato e che può risultare inutile se ci si è vaccinati in una regione diversa dalla propria. Il numero verde "1500", poi, attivato dal ministero per rispondere alle domande dei cittadini sul coronavirus, ha tempi di attesa lunghissimi (in media un'ora) e non sempre risolve in concreto i problemi. E i disagi non finiscono qui. Tra le competenze dei medici e dei pediatri di famiglia c'è il rilascio dei certificati di guarigione dal Covid, necessari per ottenere il Green pass (validità sei mesi) purché si abbia ricevuto una dose di vaccino. Ma troppo spesso i camici bianchi, già oberati di lavoro, lasciano indietro questa incombenza e diversi guariti, come è stato accertato, non figurano ancora nella piattaforma del ministero perché i dati non sono stati aggiornati. E questo perché le Asl in diversi casi non hanno ancora inviato le segnalazioni di guarigione dei loro assistiti. Una falla per colmare la quale il ministero ha assicurato il proprio impegno, in un dialogo stretto con le Regioni. C'è poi il caso di chi si è vaccinato in un Paese extra Ue (per motivi di studio, di lavoro o di doppia cittadinanza) e l'ha fatto con un prodotto non riconosciuto dall'Ema, l'agenzia europea del farmaco (che sono Pfizer, Moderna, AstraZeneca e J&J). E per la nostra autorità sanitaria è come se non si fosse vaccinato. Un problema che esiste anche quando "lo straniero" deve completare con il richiamo la procedura vaccinale necessaria per ottenere il Green pass. Attualmente la carta verde si può ottenere anche con un tampone molecolare o antigenico negativo, anche se la validità del "lasciapassare" è limitata a 48 ore. Ma nei casi di guarigione da Covid- 19 la certificazione (che sarà generata entro il giorno seguente al test) avrà un'efficacia di sei mesi. Al momento però sono esclusi gli autotest rapidi, i salivari e quelli sierologici».

No Green pass per i trans? È la proposta della deputata Pd Monica Cirinnà messa nel mirino da Alessandro Sallusti nel suo editoriale di oggi per Libero.

«Quando la discussione politica a sinistra, come accade ciclicamente, prende a ruotare attorno allo ius soli di solito vuole dire che la situazione degli sbarchi di clandestini è talmente fuori controllo da necessitare di una manovra diversiva per distrarre l'opinione pubblica. Fateci caso: più sale il numero degli immigrati che raggiungono le nostre coste più il Pd si lancia in proclami sul diritto di cittadinanza. Questa volta a spalleggiarlo è scesa in campo anche la ministra degli Interni Luciana Lamorgese che in realtà dovrebbe occuparsi di ben altri diritti, tipo quello degli italiani di avere - soprattutto in era Covid - confini protetti e in subordine quello degli immigrati di avere una accoglienza civile e sicura in attesa, per i non aventi diritto, di un celere rimpatrio. Ma, siccome il ministero degli Interni non è in grado di fare né la prima né la seconda cosa, la si butta sui diritti civili omettendo che l'Italia già oggi è tra i Paesi occidentali quello con il più alto tasso di integrazione di fatto a partire dai diritti allo studio e all'assistenza per i minori - e con il maggior numero di cittadinanze concesse, circa 130 mila all'anno, secondi solo alla Germania. Tutto questo Enrico Letta lo sa bene, ma siccome non sa bene cosa fare del suo partito che come un pendolo oscilla tra Draghi e Conte a seconda dei giorni, ecco che non trova di meglio che ammorbare i suoi e tutti noi con questioni inutili e marginali tipo la legge sulla transfobia, detta anche legge Zan, o sullo ius soli spacciato come emergenza nazionale. E siccome da quelle parti si è persa non solo la linea ma pure il senso del ridicolo, ieri la senatrice Pd Monica Cirinnà ha posto con forza al governo un problema centrale per la democrazia: «Ai trans- ha dichiarato- non può essere chiesto di esibire il Green pass per una questione di privacy identitaria». Brava Cirinnà, ma mi chiedo: come fa un poliziotto a capire che una certa persona è trans in modo da non disturbarla? E come si fa a controllare la veridicità di questa, immagino, autocertificazione-salvacondotto? Povera sinistra, che quando parla di identità incerte in realtà parla di se stessa».

LANDINI E LA SINISTRA ANTI-GREEN PASS

Paolo Mieli affronta per il Corriere la discussione interna al sindacato sul Green pass. Ieri avevamo sottolineato la lettera aperta di Marco Bentivogli, fino ad un anno fa segretario nazionale della FIM CISL, che contestava duramente la linea di Maurizio Landini. Mieli iscrive ora quella discussione in uno scontro più ampio, nato a sinistra.

«A sinistra è nato, quasi senza che ce ne accorgessimo, un vivace movimento anti green pass. Dapprincipio si trattava solo di una corrente di pensiero a cui avevano dato voce personalità dal rilievo non esclusivamente italiano: Giorgio Agamben, Massimo Cacciari (gli iniziatori); successivamente Gianni Vattimo, Carlo Freccero, Franco Cardini. Ognuno di loro ha messo subito in chiaro di essersi fatto iniettare a tempo debito le dosi del vaccino; ma, poi i cinque hanno sostenuto che molte (troppe) insidie si nascondono dietro l'obbligo di esibire il certificato di avvenuta immunizzazione. Ragion per cui hanno esortato a diffidare di tale imposizione. Sulla scia di questi intellettuali, il segretario della Cgil Maurizio Landini ha concesso una serie di interviste (l'ultima, lunedì scorso, a Roberto Mania, su «Repubblica») nelle quali ha chiesto che i lavoratori siano esentati dal dover esibire la certificazione verde - come impone la legge - per accedere alla mensa aziendale. E che, nel caso siano sprovvisti di green pass, non abbiano a subire «sanzioni o punizioni». Sanzioni o punizioni - secondo il capo della Cgil - sarebbero «inaccettabili». Gli è andato dietro il segretario della Uil, Pierpaolo Bombardieri, il quale, intervistato su questo giornale da Claudia Voltattorni, ha detto che, a suo avviso, i protocolli di sicurezza usati finora («frutto dell'accordo tra governo e parti sociali dello scorso aprile quando i vaccini c'erano già») bastano e avanzano. Perciò, anche per il segretario della Uil: nessuna ammenda per chi va in mensa senza avere il green pass. A questo punto il vicesegretario del Pd, Giuseppe Provenzano, ha dichiarato a Radio24 che la questione posta da Landini e Bombardieri «ha un suo fondamento» ed è dunque necessario tornare «a un tavolo con le parti sociali». Il che, tradotto, vuole dire rimettere in discussione le decisioni in materia prese dal governo con il pieno assenso del ministro Roberto Speranza. Sarebbe per certi versi il bis di quel che accadde con la riforma Cartabia. Qualcuno si muove già sul terreno delle minacce. Marcello Pacifico, presidente dell'Associazione nazionale insegnanti e formatori, ha rivelato, su il manifesto , di aver già ottenuto migliaia di sottoscrizioni a un appello per «la cancellazione della norma che introduce il green pass obbligatorio per il personale scolastico e per gli studenti universitari». Ancora una settimana di raccolta firme, ha annunciato Pacifico, e poi, a meno che il governo faccia «marcia indietro», «procederemo per le vie legali». È trascorso appena un anno e mezzo da quando, a inizio pandemia, i rapporti tra esecutivo e mondo del lavoro furono - nonostante le complicazioni di quei momenti - molto collaborativi. Landini all'epoca non faceva mistero di nutrire una grandissima stima, quasi un'ammirazione nei confronti dell'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E fu forse anche per questo motivo che, come ha ricordato Marco Bentivogli, non ci furono proteste in fabbrica contro l'introduzione delle mascherine, la rilevazione della temperatura, gli screening con test sierologici e molecolari. O comunque furono minime. Adesso Landini ha cambiato registro e sostiene che i protocolli sono sufficienti a garantire la salute nelle aziende e che, perciò, il green pass non serve. Ma protocolli sono stati sottoscritti anche per bar, ristoranti, cinema, teatri, treni, aerei. Per non parlare delle scuole. Ambienti in cui da tempo si sanifica, come è stato concordato con il governo, così da offrire garanzie di sicurezza (per quel che è possibile). Anche lì, anche in quei «luoghi di lavoro» non andrebbe sanzionato chi è sprovvisto di certificato verde? Viene da chiedersi da dove venga questa grande sensibilità a vantaggio di chi obietta alla certificazione vaccinale. E perché i leader sindacali non siano altrettanto sensibili nei confronti di coloro che, in possesso di green pass, dovrebbero esporsi a rischi vivendo la propria vita lavorativa a stretto contatto con persone che potrebbero contagiarli. Il segretario della Cgil infine motiva l'attuale irrigidimento anti green pass con tre considerazioni davvero curiose. La prima: «Nessuno può sostenere che gli uffici o le fabbriche costituiscano oggi potenziali focolai per la diffusione del virus». E infatti non lo sostiene nessuno. Proprio nessuno. La seconda: «Non deve passare il messaggio sbagliato che i vaccini e il green pass, pur fondamentali, siano sufficienti a sconfiggere il virus». A chi si rivolge Landini? Che ci risulti, non c'è persona che dica una cosa del genere. Constatiamo, semmai, che le vaccinazioni servono, in caso di contagio, a non finire nei reparti di terapia intensiva o al cimitero. E non è poco. Ma sono discorsi diversi. Il terzo appunto del segretario della Cgil è già stato un cavallo di battaglia dell'opposizione di destra: «Se il governo pensa che il vaccino debba essere obbligatorio, lo dica e approvi una legge. Abbiano il coraggio di farlo!». Non è questione di coraggio, caro Landini. Riteniamo che il ministro Speranza voglia lasciare aperta l'alternativa tra vaccino e tampone perché quella del tampone può fungere da «opzione» per chi non vuole (o non può) vaccinarsi. Eventualmente i sindacati potrebbero battersi per ottenere la gratuità (o quasi) del tampone. In fabbrica. Nelle scuole. Per chi è costretto a prendere un treno o un aereo. Ma questo sarebbe un discorso assai diverso che poco o nulla concederebbe a quel che si intravede dietro la guerra al green pass». 

RACCOLTA DI FIRME CONTRO DURIGON

Il Fatto lancia la raccolta di firme contro il sottosegretario leghista all’Economia Claudio Durigon, che aveva proposto di intitolare il parco di Latina ad Arnaldo Mussolini.

«Una petizione per chiedere al presidente del Consiglio Mario Draghi di ritirare immediatamente le deleghe da sottosegretario all'Economia al leghista Claudio Durigon. Da questo pomeriggio alle 15.30, sul fattoquotidiano.it e su change.org, si potrà firmare l'appello sottoscritto da Antonio Padellaro, Peter Gomez e Marco Travaglio: "Fuori Durigon dal governo!". Mercoledì scorso il fedelissimo di Matteo Salvini al ministero dell'Economia ha proposto di intitolare il parco di Latina non più a Falcone e Borsellino ma ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce. Parole "nostalgiche" che sono state stigmatizzate da Anpi, Libera e dal centrosinistra. L'ex premiere leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha chiesto le dimissioni di Durigon definendo le sue parole "aberranti" mentre il segretario del Pd Enrico Letta ha spiegato che il sottosegretario è "incompatibile con il ruolo che ricopre". Anche le associazioni antimafia e antifasciste chiedono il passo indietro del sottosegretario del Carroccio e il sindaco di Sant' Anna di Stazzema Maurizio Verona, città dell'eccidio nazifascista del1944, ha detto che le parole di Durigon sono uno "sfregio" alle vittime. Se Draghi non revocherà le deleghe di Durigon o se il sottosegretario non deciderà di dimettersi autonomamente, Pd, M5S e LeU hanno annunciato che a settembre voteranno una mozione di sfiducia individuale per cacciare il leghista. Perché questo avvenga prima, da questo pomeriggio potete firmare la petizione del Fatto. Via Durigon dal governo!».

REDDITO DI CITTADINANZA, LE COSE CHE NON FUNZIONANO

Si discute del Reddito di cittadinanza, diventato battaglia di bandiera per Conte e i 5 Stelle. Ma quali sono i numeri veri della sua applicazione? Hanno fondamento le critiche di Matteo Renzi e Matteo Salvini? Enrico Marro anticipa per il Corriere alcune cifre del Comitato di valutazione istituito dal ministro Orlando.

«Se da un giorno all'altro si abolisse il Reddito di cittadinanza (Rdc), l'Italia tornerebbe ad essere l'unico Paese europeo a non avere uno strumento di lotta universale alla povertà. Strumento che la commissione Ue sollecitava all'Italia già ben prima che i 5 stelle ne facessero un cavallo di battaglia. Forse anche per questo il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto che lui «il concetto alla base del Reddito di cittadinanza» lo condivide. Del resto, la pandemia ha reso evidente che almeno una parte di vecchi e nuovi poveri si è tenuta a galla anche grazie a questa misura. Che, dice l'Istat, ha concorso, insieme con il Reddito di emergenza (Rem), la cig in deroga e altri strumenti, a ridurre - di poco, per la verità - «il valore dell'intensità della povertà assoluta», cioè quanto la spesa media mensile delle famiglie povere è al di sotto della linea di povertà, insomma «quanto poveri sono i poveri». Valore sceso dal 20,3% del 2019 al 18,7% del 2020, 1,6 punti in meno. Ma questo non significa che il Rdc funzioni bene. Anzi. I dati dicono che, nonostante il Reddito e la Pensione di cittadinanza interessino 1,3 milioni di famiglie per complessivi tre milioni di persone, nel 2020 le famiglie in condizioni di povertà assoluta, cioè non in grado di acquistare un paniere di beni e servizi sufficiente a «uno standard di vita minimamente accettabile» (definizione Istat), sono aumentate da un milione 674 mila a due milioni, il che equivale a un milione di poveri in più: da 4,6 a 5,6 milioni. Certo, c'è stata la pandemia, ma siamo ben lontani dall'«abbiamo abolito la povertà» urlato dall'allora ministro del Lavoro Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi il 27 settembre 2018. Normale, quindi, che l'attuale ministro del Lavoro Andrea Orlando (Pd) abbia costituito un Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza, presieduto da Chiara Saraceno, che a ottobre consegnerà le sue proposte. Ma che cosa non ha funzionato? Tantissime cose. Oggi l'assegno, in media 551 euro al mese, arriva appunto a 3 milioni di persone, con una spesa per il bilancio pubblico di circa 8 miliardi l'anno. Grazie al Rdc, si legge nel recente Rapporto della Caritas, il 57% dei percettori ha superato la soglia di povertà assoluta, in particolare tra i single. Ma la misura non è ben mirata rispetto al bersaglio. Intanto, dice il Rapporto, solo il 44% delle famiglie povere riceve il Rdc, ma c'è anche un 36% di famiglie che prende il sussidio pur non essendo in povertà assoluta secondo la definizione Istat. Non che non ne abbia diritto, ma i criteri per concedere il Rdc non sono quelli dell'Istat. Questo 36%, spiega Cristiano Gori, docente di Politica sociale a Trento e membro del Comitato voluto da Orlando, «non è fatto di truffatori», ma prende il Rdc per via di come è disegnata la misura. Che concentra le risorse sulle famiglie con uno o due componenti, a scapito delle famiglie numerose. In sostanza, con gli 8 miliardi annui a disposizione, aver stabilito che il singolo senza altri redditi potesse avere 780 euro al mese ha costretto a limitare il beneficio per i nuclei con tre o più figli che sono quelli coi più alti tassi di povertà, ma che al massimo ricevono un assegno doppio rispetto a un single. Inoltre, il requisito della residenza in Italia da almeno 10 anni ha escluso gran parte delle famiglie di immigrati, spesso le più povere. E non aver introdotto importi differenziati sul territorio (al contrario di quanto fa l'Istat nel calcolare il paniere della povertà assoluta) ha concorso al fatto che il Rdc si concentri al Sud, con Campania, Calabria e Sicilia che da sole raccolgono la metà dei beneficiari, cioè 1,5 milioni, mentre al Nord sono solo 578 mila. Ma non c'è solo questo. I controlli non funzionano. Le banche dati non vengono incrociate, per verificare col Pra il possesso dei veicoli, con l'anagrafe tributaria e col catasto i conti correnti e le case, col casellario giudiziario i carichi penali, con le regioni e i comuni eventuali altri sussidi erogati. I controlli vengono fatti dopo, a campione. Nel 2020 la Guardia di finanza ha denunciato 5.868 truffatori, tra i quali mafiosi e possessori di ville e auto di lusso. Infine, non si è avverata la promessa che i percettori del Rdc sarebbero stati avviati al lavoro. Non solo perché c'è stata la pandemia, ma fondamentalmente per due motivi: 1) solo un milione di beneficiari del Rdc sono indirizzabili al lavoro (gli altri sono minori, disabili o con problemi di inclusione) ma il 72% ha al massimo la licenza media; 2) molti percettori del Rdc che lavorano in nero preferiscono continuare così e cumulare. Che fare? «Bisogna migliorare la capacità del Rdc di raggiungere chi ha veramente bisogno, intercettando il resto con altri strumenti, dall'assegno unico ai nuovi ammortizzatori - dice Gori -. Inoltre, vanno rafforzati, grazie alle assunzioni di personale, i percorsi di inclusione sociale e lavorativa. In sostanza, bisogna correggere la misura, ma considerare che è come se si partisse adesso, perché la pandemia ha finora condizionato tutto». Più drastico, invece, Natale Forlani, che ha curato per Itinerari previdenziali uno studio sul Rdc: «Se dopo aver speso solo per il Rdc 8 miliardi si è ottenuta una riduzione di appena 1,6 punti dell'intensità di povertà e abbiamo un 36% di beneficiari che non sono poveri e i controlli non funzionano, e le politiche attive fanno ridere, o si cambiano le cose o si rischia una deriva parassitaria. Guardiamo agli altri Paesi, dove si punta meno sul sussidio e più sui servizi legati a una forte condizionalità».

SALVINI-LETTA, SCONTRO SULLO IUS SOLI

Marco Cremonesi per il Corriere racconta lo scontro fra il capo della Lega Matteo Salvini e il segretario del Pd Enrico Letta. Motivo della disputa: lo ius soli. Tornato di attualità con le vittorie italiane, alcune multietniche, alle Olimpiadi di Tokyo.

«Non è chiaro se la foto postata su Facebook sia stata uno sberleffo o - in fondo ma proprio in fondo - un modo per alleggerire le tensioni. Matteo Salvini ha pubblicato un suo selfie con in mano il libro di Enrico Letta Anima e cacciavite e una rivista di sudoku: «Decisione difficile: quale importante pubblicazione mettere nello zaino???». Il fatto è che la tensione sullo ius soli, la cittadinanza italiana a chi nasce sul suolo nazionale, negli ultimi giorni è tornata a montare come un'onda. Punto di scontro, l'intenzione espressa ieri sera alla Versiliana dal segretario del Partito democratico, Enrico Letta: «A settembre subito si apra un tavolo in Parlamento per fare una nuova legge sulla cittadinanza. Rifiuto il ragionamento di chi dice "Si lasci perdere questo e si pensi agli sbarchi": accostare queste due vicende è un fatto intollerabile, unire queste due cose è offensivo». Chi le accosta è Matteo Salvini, che considera il tema del tutto pretestuoso sin dagli albori del governo Draghi: «Siamo il Paese europeo che concede più cittadinanze. Non si capisce perché il Pd abbia questa priorità, le mie priorità sono la salute, il lavoro e la scuola». Questo, per quanto riguarda la cittadinanza. Ma l'ex ministro dell'Interno è tornato al quotidiano attacco di colei che gli è succeduta al Viminale, Luciana Lamorgese: «Un ministro assente. Le nostre coste sono assediate dagli sbarchi illegali come non avveniva da anni. Da ministro dell'Interno ho dimostrato che volere è potere e a settembre andrò a processo per aver contrastato, coi fatti e non a parole, la mangiatoia dell'immigrazione clandestina. Lo rifarei». Il sottotesto evidenziato nella comunicazione del leader leghista è quello della difesa dei confini nazionali. Sottolineato da un meme realizzato durante l'inusuale visita di ieri alla caserma Ferrari Orsi di Caserta, in cui la brigata Garibaldi lo ha salutato formalmente schierata sul piazzale. Titolo del post: «La difesa della patria è un sacro dovere del cittadino». La polemica sullo ius soli è tornata alla ribalta dopo le vittorie olimpiche e la proposta del presidente del Coni Giovanni Malagò di anticipare l'iter burocratico per lo ius soli sportivo. Lo annota Giorgia Meloni: «Dopo le Olimpiadi, la sinistra torna - strumentalmente - alla carica sullo ius soli, con il segretario del Partito democratico che addirittura chiede di aprire una discussione in Parlamento. Per Fratelli d'Italia non esiste alcun margine di trattativa su questa proposta insensata e puramente ideologica, che nulla ha a che fare con i reali problemi dell'Italia e degli italiani. Torneranno mai in contatto con la realtà?». La presidente di Fratelli d'Italia, che aveva proposto il blocco navale per contrastare l'immigrazione, ha polemizzato a sua volta con la ministra Lamorgese: «Se avesse letto la proposta di FdI, saprebbe che il blocco navale che noi chiediamo è una missione europea in accordo con le autorità nordafricane». E la polemica riesplode. Il ministro dem del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando esprime la sua solidarietà alla collega del Viminale «per gli attacchi volgari e gratuiti» di chi a lei «addebita la mancata soluzione di un problema globale come quello dei migranti che deve essere affrontato con la responsabilità di tutti». Mentre Osvaldo Napoli, di Coraggio Italia, bacchetta i contendenti: «Il segretario del Pd e quello della Lega continuano a confondere il governo Draghi con l'asilo Mariuccia».

Annalisa Cuzzocrea intervista Paola Taverna per Repubblica. Taverna, che sta per entrare nella squadra di Giuseppe Conte alla guida dei 5 Stelle, prende le distanze dalle polemiche di Letta e sullo ius soli tira in ballo la sicurezza.

Vicepresidente Paola Taverna, le vittorie alle Olimpiadi e le parole del presidente del Coni Malagò, che chiede lo ius soli per meriti sportivi, hanno rilanciato il dibattito sulla cittadinanza. Lamorgese, Letta, allargano il tema a una nuova legge per tutti. Lei cosa pensa? «Se legge la Carta dei valori del nuovo Movimento vedrà che al centro c'è l'individuo, c'è la persona. Penso che con il presidente Conte sapremo trovare una sintesi che tenga conto sia del multiculturalismo, sia di corrette politiche di integrazione e del diffuso bisogno di sicurezza, ma questo argomento ogni tanto è usato in maniera pretestuosa e credo che nell'attuale situazione politica ci siano altre priorità». La sicurezza non c'entra, anzi, una maggiore integrazione la rafforza. Ci sono sempre altre priorità quando una cosa non la si vuol fare. «C'è un lavoro enorme che ci aspetta per la lotta alla pandemia e per sostenere la ripresa».

MELONI E IL PARTITO UNICO

L’opposizione al Green pass ma non ai vaccini, i rapporti con il Governo e con gli alleati del centro destra. Intervista a tutto campo di Vittorio Macioce sul Giornale a Giorgia Meloni.

«La voce è rauca e si fa fatica a sentirla. Si scusa, prende un caffè, fa i conti con questa estate ancora carica di incertezze. Non è ottimista per quello che accadrà in autunno. Non è solo per il virus. È che bisogna rimettere in piedi una terra che giorno dopo giorno smarrisce un po' di speranza e la strada è ancora lunga. Giorgia Meloni è testarda e anche se non crede agli oroscopi questa cosa è scritta da qualche parte nel suo segno zodiacale. È un capricorno e in questo animale mitologico ha finito per riconoscersi. Per simpatia. «Adesso diranno che sono poco scientifica». È così? «Il contrario. Sono una che quando ha un dubbio va alla ricerca di risposte razionali. È la logica del pensiero scientifico: teorie, dubbi e confutazioni». Si è vaccinata? «Sì e senza problemi. Ho vaccinato Ginevra, mia figlia, con i vaccini tradizionali, anche nei casi in cui non era obbligatorio. Mi sono preoccupata per mia madre e l'ho accompagnata al primo centro disponibile, subito». La accusano di essere vicina ai No Vax. «Mai stata No Vax, ma questo non mi impedisce di continuare a farmi domande». Sul green pass. «Non mi bevo cose che non mi sembrano ragionevoli. Sono a favore della campagna vaccinale, ma contraria a questo utilizzo del green pass». Era, però, favorevole a quello europeo. «Certo, perché serviva a garantire il passaggio da un confine all'altro. La scorsa estate non è stato fatto nulla per gestire il contagio di ritorno, di chi era andato in vacanza all'estero e riportava il virus in Italia. Quando invece dicono che sono No Vax perché contraria al green pass per entrare nei ristoranti cosa vuol dire? Che è No Vax anche la Merkel? Gli spagnoli e i greci, che hanno vaccinazioni più basse delle nostre? Tutto il resto d'Europa ad eccezione di Macron sono No Vax, allora? Magari hanno semplicemente considerato che uno strumento che serviva a far ripartire l'economia viene usato per il suo esatto contrario». (…) Si sente tradita da Salvini e Berlusconi? «Ci sono stati episodi sui quali mi sono interrogata. Il fatto che abbiano partecipato a una sorta di conventio ad excludendum insieme a Pd e Cinque Stelle non mi ha fatto certo piacere. È una cosa che io non farei mai». E continua a fidarsi? «Spero che siano stati solo episodi, legati magari a equivoci o incomprensioni». Non è che è lei a essere troppo chiusa? Non dialoga, rifiuta il compromesso, si chiude nel suo guscio, non riconosce la situazione di emergenza. «Davvero?» C'è chi lo dice. «Non mi chiudo nel guscio. Io sono una persona seria e non condivido l'idea che per essere aperti bisogna fare gli inciuci. Non mi piace neppure quando mi dicono che per diventare rispettabile mi tocca andare al governo con il Pd. Non ho bisogno di patenti. Sto bene dove sto e lavoro con il centrodestra per elaborare proposte politiche. Non mi nascondo e non mi tiro indietro. E poi un'opposizione ci vuole». Si sta sacrificando, insomma? «Messa così sembra una presa in giro. Se non c'è opposizione, però, non c'è democrazia. Senza Fratelli d'Italia noi avremmo avuto due anomalie». Cioè? «L'anomalia di essere l'unica democrazia europea ad avere a capo del governo una persona che non è mai passata da una consultazione popolare». E la seconda? «L'anomalia, appunto, di essere l'unica democrazia al mondo senza opposizione. Fratelli d'Italia sta svolgendo un ruolo necessario ed è utile anche al centrodestra». Gli altri lo sanno? «Spero di sì. Lega e Forza Italia hanno un vincolo con la maggioranza che noi non abbiamo. Se noi non avessimo presentato l'ordine del giorno sul coprifuoco non si sarebbe aperto un dibattito all'interno del governo. Questo è solo un esempio, ma se ne possono fare tanti altri. Non sono una che fugge dalle responsabilità».  

CUOMO SI È DIMESSO

Alla fine il governatore di New York ha dovuto cedere e si è dimesso. Anna Lombardi per Repubblica.

«Un passo indietro». Andrew Cuomo, 63 anni, definisce così le sue dimissioni dalla carica di governatore dello stato di New York, arrivate 24 ore dopo la devastante intervista tv di Brittany Commisso, 32 anni, l'ex assistente finora rimasta anonima, le cui accuse sono particolarmente gravi: «Mi toccò il sedere con la scusa di un selfie. Mi toccò il seno sotto la camicia. Quel che mi ha fatto è un crimine. È malato, un predatore». Commisso, d'altronde, è solo una delle 11 donne citate nel rapporto di 165 pagine presentato una settimana fa dalla procuratrice di New York Letitia James, con le denunce di molestie subite a opera del potentissimo politico. Sì, l'italoamericano figlio dello storico governatore Mario Cuomo (alla guida dello stato fra 1983 e 1994), ex marito di una Kennedy, Kerry, da cui ha avuto tre figlie, considerato perfino papabile alla presidenza per il modo fermo con cui aveva gestito l'emergenza Covid. «Voglio collaborare e date le circostanze, il modo migliore è fare un passo indietro, permettendo al governo di lavorare» ha detto Cuomo in tv annunciando sull'orlo delle lacrime la mossa che, comunque, gli permette di schivare l'impeachment. «Da sempre troppo espansivo, ma nella mia mente non ho mai superato limiti. Ma i tempi sono cambiati. Non me ne sono accorto in tempo». D'altronde, a chiedergli di lasciare era ormai l'intero, imbarazzatissimo, partito democratico, Joe Biden in testa. E infatti la Casa Bianca commenta lesta: «Questa è una storia di donne coraggiose». Al posto di Cuomo subentra la vice Kathy Hochul, avvocatessa di 63 anni, tenutasi in questi mesi prudentemente lontana dal capo, focalizzata solo sugli impegni politici. Diventa così prima donna governatrice dello Stato una figura navigata, che sa come trattare gli scandali sessuali dei colleghi senza farsene travolgere. Nel 2007 collaborò infatti col predecessore di Cuomo, quell'Eliot Spitzer rimasto alla guida dello stato solo un anno e poi costretto a mollare per aver speso ben 15mila dollari in prostitute mentre era in carica (il suo caso ispirò la serie tv The Good Wife). Ancora nel 2011 Hochul fu eletta alla Camera grazie a elezioni speciali indette dopo le dimissioni del repubblicano Chris Lee, il conservatore anche lui costretto a lasciare per aver mandato foto osé a una giovane conosciuta online. Chiamata nel 2014 da Cuomo, in corsa per il secondo mandato, lei si è sempre definita "dem indipendente", con posizioni spesso autonome rispetto al partito: ad esempio favorevole all'aborto solo se la madre è in pericolo di vita. E contraria alla concessione della patente di guida agli immigrati clandestini garantita dallo stato di NY. Le dimissioni di Cuomo arrivano dopo una serie di drammatici abbandoni annunciati da figure chiave della sua cerchia più stretta, tanto che i giornali locali parlano già di "caduta degli dei". Domenica era toccato a Melissa De Rosa, la fedelissima che aveva ordito false accuse contro Lindsey Boylan, la prima a puntare il dito contro il governatore a dicembre. La stessa che aveva pure diminuito il rea le numero di morti nelle case di cura a causa del coronavirus, altro scandalo che grava sull'ormai ex governatore. Lunedì pure Roberta Kaplan, l'avvocatessa che portò alla Corte Suprema la questione del matrimonio gay e ora difende la giornalista Jean Carroll in una causa per diffamazione contro Donald Trump, ha lasciato la guida di Time' s Up, il fondo creato dal movimento #MeToo per sostenere le donne che denunciano: aveva dato la sua approvazione legale alla lettera scritta per screditare Boylan. Insomma, altro che passo indietro: Cuomo sta trascinando i suoi amici con sé, tutti giù per terra». 

IL PRINCIPE ANDREA SARÀ PROCESSATO

Il principe Andrea sarà processato negli Stati Uniti. È la prima volta che accade ad un membro della Royal family inglese. Vittorio Sabadin per la Stampa.

«Il principe Andrea, duca di York, terzogenito della regina Elisabetta, sarà processato a New York con l’accusa di stupro. Virginia Roberts, la donna che da tempo lo accusa di avere abusato per tre volte di lei nel 2001, quando aveva 17 anni, ha presentato una denuncia al tribunale di Manhattan, che ora dovrà procedere. Non era mai accaduto che un alto esponente della Royal Family britannica andasse a giudizio e per accuse così infamanti. Andrea è stato sempre il figlio prediletto di Elisabetta, che si trova a dover affrontare l’ennesimo scandalo del suo lungo regno, ogni volta causato da parenti non all’altezza del loro ruolo. Roberts, che oggi vive in Australia con il cognome del marito, Giuffre, faceva parte del giro di minorenni arruolato dal pedofilo Jeffrey Epstein, morto suicida in carcere nell’agosto del 2019, e dalla sua amica Ghislaine Maxwell, arrestata undici mesi dopo. Il principe Andrea avrebbe abusato di Virginia per la prima volta proprio nella casa di Maxwell a Londra, poi nelle residenze di Epstein a New York e ai Caraibi. Nelle 15 pagine consegnate al tribunale, l’avvocato David Boies afferma che il duca di York «ha toccato Roberts in modo offensivo e sessuale senza il suo consenso». Si tratta di azioni che «costituiscono una condotta estrema e oltraggiosa che scuote la coscienza». «L’abuso da parte del principe di una bambina, che lui sapeva essere minorenne e vittima di traffico sessuale, va oltre ogni possibile limite di decenza ed è intollerabile in una comunità civile». Roberts, dice ancora Boies, «temeva la morte o lesioni fisiche a se stessa o ad altri, e altre conseguenze, se avesse disubbidito a Epstein, a Maxwell e al principe Andrea, a causa delle loro potenti connessioni, ricchezza e autorità». Il duca di York ha sempre respinto le accuse di Roberts, e ha sostenuto in una intervista alla Bbc di non averla mai incontrata. C’è però una foto che lo ritrae a Londra in compagnia della ragazza, mentre le stringe la vita con un braccio. Andrea non ha mai accolto i numerosi inviti dell’Fbi di andare a deporre a New York nell’inchiesta su Epstein e Maxwell. La complice del pedofilo è guardata a vista in prigione. C’è chi sospetta che Epstein non si sia suicidato, ma sia stato eliminato per quanto avrebbe potuto rivelare. Tra i suoi amici, oltre al principe Andrea, c’erano uomini molto potenti e famosi, compresi Bill Clinton e Bill Gates. Da qualche parte, se non sono già stati trovati, potrebbero esserci filmati e registrazioni compromettenti. Andrea non gode come sua madre dell’immunità diplomatica, e potrebbe essere giudicato in contumacia. Elisabetta lo ha già privato di ogni incarico nella Royal Family e dovrà spiegargli che ora gli restano solo due opzioni: difendersi a testa alta andando in tribunale a New York, o passare il resto della vita nascosto come un coniglio». 

EUROPA, “EMISSIONI ZERO ENTRO IL 2050”

La Croix, per l’ Italia Avvenire, pubblicano un’intervista alla commissaria Ue Ursula Von der Leyen sul tema dei cambiamenti climatici dopo il drammatico rapporto dell’Onu. L’impegno della Von der Leyen è quello di rendere l’Europa capofila di una svolta davvero verde.

«Il rapporto dell'Ipcc pubblicato il 9 agosto traccia un quadro inquietante. Qual è la sua reazione? «Dobbiamo agire immediatamente. In Belgio mi sono recata nelle cittadine che poche settimane fa sono state devastate dalle inondazioni. È stato un doloroso promemoria del fatto che questi fenomeni metereologici si verificano sempre più spesso, ovunque nel mondo. E del fatto che non possiamo più permetterci di sostenere i costi sempre maggiori del cambiamento climatico. Trasformare l'Europa nel primo continente climaticamente neutro entro il 2050 è la mia assoluta priorità fin da quando sono stata eletta presidente della Commissione europea. Ho presentato il Green Deal europeo undici giorni dopo l'inizio del mio mandato nel 2019. E, da allora, con i 27 Stati membri della Ue e il Parlamento europeo, abbiamo trasformato questo obiettivo climatico in un vero e proprio obbligo giuridico, grazie alla legge europea sul clima, la prima nel suo genere. Attualmente mettiamo in atto una nuova strategia di crescita per raggiungere la neutralità climatica basata su innovazione, energie pulite ed economia circolare. Il 14 luglio 2021 abbiamo presentato una tabella di marcia, suddivisa per settore, per operare la transizione verde che prevede, ad esempio, una fase di rinnovamento energetico, in tutta Europa, una gestione più sostenibile delle nostre foreste, un settore dei trasporti che contribuisca appieno al nostro impegno per il clima. Al centro di questa strategia abbiamo scelto il carbon pricing come strumento di orientamento chiaro e basato sul mercato, corredato da una compensazione sociale. Il principio è semplice: le emissioni di CO2 devono avere un prezzo, un prezzo che incentivi produttori e innovatori a scegliere tecnologie verdi, a orientarsi verso prodotti puliti e sostenibili». L'Ipcc ci ricorda che ci troviamo di fronte a un'urgenza: eppure alcune misure della strategia europea, presentate il 14 luglio, entreranno pienamente in vigore solo dopo il 2030. Ci stiamo muovendo abbastanza rapidamente? «Effettivamente, il prossimo decennio sarà cruciale. A livello di Unione europea, per stabilire l'obiettivo di riduzione dei gas a effetto serra di almeno il 55% entro il 2030, abbiamo esaminato con grande attenzione ciascun settore della nostra economia per capire a quale velocità potessimo muoverci. E come agire in modo responsabile, scientifico ed equo per tutti. La nostra analisi mostra chiaramente che l'economia e l'industria dell'Europa possono raggiungere quell'obiettivo e che la sua realizzazione ci permetterebbe di rispettare gli obblighi sottoscritti nell'ambito dell'Accordo di Parigi. E se altri Paesi seguono il nostro esempio, credo che il mondo sarà capace di mantenere il riscaldamento al di sotto degli 1,5 gradi. La maggior parte delle grandi case automobilistiche ha già annunciato che produrrà unicamente veicoli a emissioni ridotte entro il 2035. Di conseguenza, in Europa, la quasi totalità delle automobili in circolazione dovrebbe avere emissioni zero entro il 2050. Nel frattempo, l'ampliamento al trasporto su gomma del sistema per lo scambio delle quote di emissione va a incoraggiare l'uso di carburanti a minori emissioni di carbonio nella totalità del parco veicoli. Per quanto riguarda le quote gratuite, resteranno uno strumento di protezione contro il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di CO2 almeno fino al 2030. Ma verranno progressivamente ridotte nel corso del decennio». La Commissione propone un mercato del carbonio dedicato all'edilizia e al carburante. Come garantire una protezione per le famiglie a basso reddito? «Il principio del Green Deal europeo è mettere fine al riscaldamento climatico e sviluppare una nuova strategia di crescita. La nostra priorità assoluta è offrire a tutti i benefici di questa transizione verde, nel modo più equo e veloce possibile. Non dimentichiamo il motivo per cui dobbiamo agire fin da ora: non possiamo permetterci di sostenere i costi sempre più elevati del cambiamento climatico. Fenomeni metereologici estremi si verificano ovunque nel mondo, sempre più spesso. Quest' anno abbiamo assistito al disastroso tornado nella Repubblica Ceca che ha distrutto 2000 abitazioni, alle inondazioni devastanti in Belgio e in Germania in cui hanno perso la vita centinaia di persone e ai terribili incendi nei Paesi del Sud Europa».

LE  NOTTI DELLE STELLE CADENTI

Da ieri, San Lorenzo, tutti col naso all’insù, appena diventa buio. Il cielo garantisce lo spettacolo delle stelle cadenti. Spettacolo godibile soprattutto nei luoghi di villeggiatura con bassa intensità di illuminazione. Giovanni Caprara per il Corriere.  

«Lo spettacolo del cielo si riaccende in queste notti e nel buio del 12 agosto l'attesa pioggia delle Lacrime di San Lorenzo raggiungerà la sua maggiore intensità. È lo sciame delle Perseidi, le più celebri stelle cadenti dell'anno. Sono puntuali, favorite dalla stagione estiva e dalle vacanze che ci permettono di alzare più facilmente gli occhi al cielo, e le previsioni, per quanto incerte, promettono un centinaio di eventi ogni ora. Per avvistarle bisogna cercare luoghi il più possibile bui, al mare o in montagna. Se l'area di riferimento è la costellazione del Perseo, verso Nordest, che dà il nome alla pioggia perché è il punto da cui sembrano diffondersi, in realtà tutto il cielo è uno scenario adeguato per inseguirle. Le associazioni degli astrofili presenti nella Penisola sono mobilitate con iniziative in diverse zone e anche gli astronomi di numerosi osservatori dell'Istituto nazionale di astrofisica (da Asiago a Palermo) sono impegnati per raccontare le meraviglie delle luci che accendono la fantasia (esprimendo rigorosamente il tradizionale desiderio). La notte di San Lorenzo, il 10 agosto, è quella a cui si fa riferimento. Ma la Terra, con il suo moto di precessione, muove la direzione dell'asse di rotazione e nei secoli ha spostato anche la data dell'atteso evento di cui è responsabile la cometa Swift-Tuttle scoperta nel 1862 e in transito vicino al Sole ogni 133 anni. L'ultima volta è arrivata nel dicembre 1992 e durante il passaggio per effetto del calore solare ha abbandonato dietro di sé una scia di particelle che ogni anno tra luglio e agosto il nostro pianeta attraversa. Così i minuscoli frammenti, incontrando l'atmosfera alla velocità di alcune decine di chilometri al secondo, si disintegrano per l'elevato attrito generando il fatidico bagliore. Pochi anni dopo la sua scoperta Virginio Schiaparelli dall'Osservatorio di Brera aveva stabilito il legame tra la Swift-Tuttle e le Perseidi. L'astronomo più noto per la «visione» dei canali su Marte è stato infatti anche un illustre studioso di comete, rivelandoci l'origine dello spettacolo d'agosto. E, a proposito di comete, in queste notti, se si vuole andare oltre le Lacrime di San Lorenzo si può aggiungere anche l'osservazione di un astro con la coda. «Basta dotarsi di un binocolo per scorgere alta allo zenith la C2020PV6 che mostra un'affascinante coda» afferma Paolo Ochner, astronomo all'osservatorio di Asiago dove è stata effettuata nei giorni scorsi anche l'analisi spettroscopica per studiarne la composizione. Una curiosità: le Perseidi il 12 agosto 1993 furono all'origine di un rinvio del lancio dello shuttle Discovery perché allora si prevedeva una pioggia piuttosto intensa di meteore che avrebbe potuto disturbare le comunicazioni con gli astronauti. In queste notti però non ci sono particolari lanci spaziali in programma e quindi non ci resta che godere dello spettacolo celeste».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.