Italians do it better

Si chiude per l'Italia un'edizione storica delle Olimpiadi. La speranza di una fase positiva per il Paese, non solo nello sport. Boom del Green pass, il turismo riparte. Rossini a Pesaro.

Perché siamo stati così felici delle medaglie d’oro italiane di questa strana Olimpiade di Tokyo, un’edizione partita triste e in ritardo di un anno? I tre ori nel salto in alto, nei 100 metri e poi nella staffetta 4 per cento, discipline simbolo dell’atletica leggera, sono pura leggenda. Mai successo in 125 anni di Giochi. Ma tutte le 40 medaglie azzurre sono state fantastiche. Noi italiani amiamo essere benvoluti, ammirati, considerati dal resto del mondo. Diciamoci la verità, di solito ci fustighiamo taffazianamente. Sembra sempre che all’estero vivano meglio, siano più bravi, riconoscano il merito eccetera eccetera. Tutto vero ma gli italiani, se vogliono, lo sanno fare meglio. Italians do it better. Nessuna strumentalizzazione politica, per carità, abbiamo ben due partiti che hanno la parola “Italia” nel nome. Ma una considerazione politica va fatta: è come se lo spirito di un governo d’emergenza, di unità nazionale, voluto da Mattarella e guidato da Draghi, avesse fatto da turbo alle nostre capacità: dall’Eurovision Song Contest, agli Europei di calcio, alle medaglie di Tokyo. L’Italia è tornata vincente in questi mesi

Campagna vaccinale vistosamente rallentata nei numeri della prima settimana di agosto. Ieri 372 mila nuove vaccinazioni. 387 mila 470 è il dato, basso, della media settimanale. Non è mai stata superata la soglia obiettivo delle 500 mila iniezioni giornaliere, anche se non è chiaro quanto il calo possa dipendere dal blocco della Regione Lazio, dovuto all’attacco informatico. Figliuolo ora punta sui giovani per arrivare all’obbiettivo dell’80 per cento di vaccinati a settembre. Polemiche ancora sul Green pass, milioni di italiani lo hanno scaricato e presumibilmente usato in questi primi giorni di obbligo. Per il Messaggero è un grande successo del turismo italiano, per la Verità un “flagello”.

Grandi movimenti nei vari settori della politica: Conte deve consolidare la sua leadership nei 5 Stelle e nominare la squadra. Berlusconi insiste rilanciando l’idea di partito unico del centro destra. Dall’estero notizie angoscianti da Afghanistan, Libano e Bielorussia. A Pesaro comincia il Rossini Opera Festival. Largo al Maestro. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Sipario conclusivo su Tokyo 2020, le Olimpiadi più belle per l’Italia. Il Corriere della Sera: Giochi da sogno con 40 medaglie. Il Mattino esclama: Quaranta volte, grazie! Il Messaggero pubblica un mosaico di foto degli azzurri medagliati: Le 40 meraviglie. Tutti i giornali pubblicano inserti e molte pagine sui Giochi ma i titoli di apertura si fermano qui. Spazio ancora al tema pandemia per il Giornale che esalta il vademecum dell’Iss contro le bufale: Come vaccinarsi contro le fake news. Il Sole 24 Ore approfondisce il tema del ritorno in classe: Dote di 2,4 miliardi. La scuola riparte: 80mila assunzioni, green pass per i prof e accordo sicurezza. La Repubblica intervista il segretario della Cgil su mense e Green pass: Landini, monito a Draghi: niente sanzioni ai lavoratori. La Verità traccia uno scenario apocalittico: Il Green pass è già un disastro economico. Altri argomenti in ordine sparso. Quotidiano Nazionale è preoccupato dalle previsioni meteo:  Arriva il super caldo, allarme incendi. La Stampa dà notizia della prima tranche del Pnrr: La Ue versa i 25 miliardi all’Italia. Il Fatto annuncia un’ iniziativa del leader dei 5 Stelle contro il sottosegretario della Lega che vuole cambiare il nome di una piazza a Latina: Anche l’Anpi contro Durigon. Conte: “Ora deve dimettersi”. Il Domani va a testa bassa contro Zaia, che avrebbe concesso troppe costruzioni nella sua regione: Il sacco del Veneto. Mentre Libero punta contro gli sbarchi: Tre italiani su 4: basta immigrati.

OLIMPIADI, FESTA ITALIANA

Miguel Gotor su Repubblica prova ad interpretare il segreto dell’Italia vincente ai Giochi olimpici di Tokyo. E lo spiega così: alla base ci sono la famiglia e lo Stato, con i gruppi sportivi dei vari corpi che hanno dato la possibilità agli atleti di esprimersi.

«Le Olimpiadi hanno portato l'Italia sul tetto del mondo: nessuno salta in alto, corre veloce e marcia meglio di noi. Un simile successo è la conferma di un modello sportivo in cui la mano pubblica svolge da sempre un ruolo predominante. Anche in Giappone, infatti, la stragrande maggioranza delle medaglie proviene dai gruppi sportivi della Polizia, della Guardia di finanza, dei Carabinieri e dell'Esercito che hanno arruolato gli atleti quando erano giovani promesse, investendo sul talento di ognuno e mettendo a disposizione strutture e professionalità per i loro allenamenti. In questo modo lo Stato, potendo offrire un posto di lavoro fisso, è riuscito a garantire ai suoi sportivi una sicurezza esistenziale anche dopo la fine dell'attività agonistica che un modello esclusivamente privatistico evidentemente non è in grado di offrire, se non a un manipolo di supercampioni. Tuttavia quest' esplosione di gloria - l'Italia in queste Olimpiadi ha battuto il record di medaglie conquistate dal 1896 a oggi - deve basarsi anche su altre ragioni che le improvvise e imprevedibili condizioni emergenziali imposte dall'epidemia hanno contribuito a valorizzare. Certo, come ha dichiarato il presidente del Coni Giovanni Malagò queste vittorie sono il simbolo di un Italia multietnica e super integrata, ma è probabile che la formula segreta del record sia scaturita anche dall'incrocio virtuoso tra il consueto modello sportivo di matrice militare e uno privato di tipo famigliare, messo alla prova dal lockdown, con la sua proverbiale arte di arrangiarsi. Ne sono una riprova i filmati dei luoghi e delle modalità di allenamento dei tanti vincitori che hanno consentito di entrare nel backstage di ogni singola impresa, rinviando una sorprendente realtà casareccia, artigianale e fai da te: Marcell Jacobs, l'uomo più veloce del mondo, durante l'epidemia, si è allenato in una pista privata messa a disposizione da un amico della madre che l'ha fatta costruire nel giardino della propria villa e, secondo i suoi compagni di allenamento romani, a occhio e croce tutti atleti amatoriali, ha perfezionato la partenza grazie alla disponibilità di qualcuno di loro che si è seduto sui blocchi per tenerli fermi col proprio peso; l'altro velocista Filippo Tortu ha raccontato di essersi tenuto in forma nel parco vicino casa; il marciatore Massimo Stano ha compiuto vorticosi giri nell'area verde del quartiere di Ostia dove abita suscitando la comprensibile curiosità dei suoi vicini che non sapevano che stesse preparando le Olimpiadi; la ginnasta Vanessa Ferrari ha ripreso a volteggiare nel garage della sua abitazione; il karateka Luigi Busà ha colpito a ripetizione un artigianale "fiammifero", vale a dire un manico di scopa alla cui estremità era fissato un guantone rosso; la marciatrice Antonella Palmisano ha svolto i quotidiani esercizi nel cortile di casa, stretta tra una macchina parcheggiata e la ringhiera cui attaccare l'elastico per le flessioni e i vicini pensavano che volesse fare l'esibizionista. In alcuni casi sono stati gli stessi padri a diventare gli allenatori dei propri figli all'inseguimento di una gloria a loro sfuggita che li ha spinti a trasformare la trappola della frustrazione in una molla di riscossa tra le generazioni: così Tamberi senior, ex primatista italiano di salto in alto, ha forgiato il Tamberi junior; il karateka Busà ancora si ricorda la volta in cui suo padre Sebastiano, ex campione italiano che lo allenava, gli strinse la mano e gli disse «vuoi diventare il numero uno?», promettendogli un sogno ora divenuto realtà a partire da una cucina di Avola («allora ero un bambino obeso e solo mio padre credeva in me»). Dietro altre storie di vittoria, invece, ci sono padri assenti e madri modello come quelle di Jacobs e Fausto Desalu, che hanno cresciuto da sole e controcorrente i rispettivi figli, insegnando loro il valore del sacrificio e del riscatto che ha trovato nella sfida a correre più veloci di tutti un'irresistibile valvola di sfogo. La possibile origine di questi ori italiani rivela però anche l'altra faccia della medaglia che lascia sorgere una domanda spontanea: se siamo arrivati così in alto proprio grazie a questo modello ibrido e flessibile, in cui la dimensione familiare, con le sue intricate dinamiche psicologiche motivazionali, e quella statale, con le sue rassicurazioni lavorative per il dopo, si sono mescolate tra loro moltiplicando i propri benefici effetti, cosa potrebbe fare l'Italia se fosse in grado di organizzare un sistema sportivo all'altezza di questi incredibili successi individuali? Con maggiori investimenti economici nel settore, con la costruzione di impianti di allenamento più moderni e diffusi sul territorio, con lo sviluppo di una cultura sportiva capillare a partire dalla scuola dell'obbligo? La prossima sfida per il Coni è proprio questa: fare di più e meglio per trasformare il trionfo di Tokyo in un'occasione di crescita sportiva per l'intero sistema Paese».

Anche nello sport c’è la geopolitica. Bello notare che nel medagliere di queste Olimpiadi gli Usa sono rimasti primi nel mondo, battendo la Cina al fotofinish. Flavio Vanetti sul Corriere.  

«Quarantotto ore per ribaltare un verdetto. Quando pareva impossibile il sorpasso, gli Usa hanno piazzato il golpe che vale il primato nel medagliere (che, sarà bene ricordare, il Cio non riconosce in nessuna forma): Cina scavalcata per una medaglia d'oro in più, 39 contro 38. L'ex presidente Donald Trump, immaginiamo, sarà contento. Lo sprint vincente è maturato negli ultimi due giorni da leoni degli americani: nove titoli tra il 7 e l'8 agosto, contro il solo della Cina. Le squadre nell'epilogo di Tokyo 2020 hanno dato un contributo fondamentale con quattro primi posti: le atlete Usa hanno trionfato nella pallanuoto, nel volley e nel basket, dove si sono distinti anche gli uomini. Nella pallavolo si celebra la gloria di Karch Kiraly, fuoriclasse da giocatore - a Ravenna se lo ricordano bene - e oggi olimpionico anche come coach. Gli altri ori in extremis sono venuti dalle due staffette 4x400 dell'atletica e da tre imprese al femminile: nel pugilato, nell'omnium del ciclismo e nel golf. Non era scontato che gli yankee reiterassero un primato che resiste da Londra 2012 (a Pechino 2008, invece, la Cina si abbuffò con 50 titoli, 15 in più degli americani). Gli Stati Uniti a un certo punto sono stati a -7 dal colosso asiatico: la svolta l'hanno data proprio la squadra delle pallavoliste e Jennifer Valente nell'omnium. Il titolo in più si accompagna al primato per quantità, 113 podi contro 88: qui non c'è stata storia. L'ultimo oro di Tokyo 2020 l'ha conquistato la Serbia nella pallanuoto maschile (13-10 alla Grecia) mentre il podio minore del medagliere spetta al Giappone (27-14-17) che ha sfruttato il «fattore campo» per precedere la Gran Bretagna (22-21-22). L'Italia della spedizione più prolifica di sempre (40 podi) scivola dall'ottavo al decimo posto anche perché la Francia ha a sua volta avuto un rush finale con gli ori nella pallamano femminile e nel volley maschile. Oltre agli azzurri e ai francesi, 10 titoli li hanno olandesi e tedeschi. Ma rispetto a noi hanno più secondi posti, dunque più qualità. Invece se usassimo il criterio della quantità saremmo settimi davanti a Germania (37), Olanda (36) e Francia (33): nulla ci vieta di contare e non di pesare, posto che lo fanno gli americani e che ordinare per ori è una convenzione non seguita da tutti».

VACCINI, TOCCA AI GIOVANI

Campagna vaccinale sempre accidentata ma anche in accelerazione sulle giovani generazioni. Hanno fatto il giro d’Italia le foto delle somministrazioni in spiaggia ad Ostia, organizzate dalla Regione Lazio nel fine settimana. Fabio Savelli per il Corriere.

«Una «corsia preferenziale» per gli adolescenti. È il momento dei più giovani, soprattutto degli under 30. La campagna vaccinale, per loro, è entrata nel vivo. C'è da fare l'ultimo scatto per arrivare all'immunità collettiva, all'80% entro fine settembre. L'ultima salita per convivere con maggiore serenità col Covid e ripristinare la scuola in presenza al rientro dalle vacanze. La struttura commissariale, guidata dal generale Francesco Figliuolo, ha concepito un nuovo piano per coinvolgere al meglio la fascia tra i 12 e i 19 anni. L'Aifa, la nostra agenzia del farmaco, ha appena approvato di concerto con l'Ema il preparato Moderna dopo il via libera a Pfizer a giugno. Ora si punta a «coinvolgere i giovani anche in modo attivo e mirato, con iniziative quali corsie preferenziali presso gli hub senza prenotazioni, e attraverso figure importanti come i medici di base, i pediatri di libera scelta e i farmacisti», dice il generale Figliuolo. «I vaccini ci sono e la loro disponibilità è tra l'altro destinata a crescere in maniera considerevole, da subito dopo Ferragosto, grazie all'azione del presidente Mario Draghi in ambito europeo», spiega il commissario. «Nella fascia dei giovani stiamo già andando bene, visto che, da un recente rilevamento effettuato dal Financial Times , è emerso che l'Italia è terza nel mondo per vaccinazioni ai giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Anche in questo periodo, maggiormente dedicato alle vacanze, la propensione alla vaccinazione tra i giovani è rimasta alta. È proprio nella classe tra i 12 e i 29 anni che stiamo registrando il maggior numero di prime somministrazioni», dice Figliuolo. I numeri gli danno ragione, ma occorre immunizzare la più ampia platea possibile nell'arco di un mese. Anche ieri, alle 19, in un solo giorno oltre 64mila ragazzi tra i 12 e i 19 anni hanno ricevuto la prima dose. Siamo in una fase di grande crescita. È la fascia che sta trainando le prime somministrazioni della campagna vaccinale dopo un'importante flessione a partire dalla seconda metà di luglio che sembrava poter determinare un rallentamento della corsa all'immunità di gregge. Al momento non sta avvenendo. L'incentivo dettato dall'adozione del green pass dal 6 agosto per molte attività sociali tra cui piscine e palestre, tradizionalmente frequentate dai più giovani, ha rinverdito la propensione alla vaccinazione. Al momento sono «scoperti» in questa fascia d'età, l'ultima per la quale sono state aperte le prenotazioni, oltre 2,7 milioni di ragazzi, ma si sono vaccinati a ciclo completo in circa 998mila. Sono in attesa del richiamo in oltre 841mila, quasi un terzo di tutti quelli che devono ricevere la seconda somministrazione, al momento oltre 2,8 milioni di persone. Oltre agli adolescenti e ai 4,4 milioni di over 50 non vaccinati (un numero che desta più di qualche preoccupazione, data la maggiore trasmissibilità della variante Delta che rischia di provocare un aumento ospedalizzazioni e decessi se in molti non decidono di coprirsi con i vaccini), quella tra i 20 e i 29 anni è l'altra fascia su cui il generale Figliuolo intende spingere per rendere la circolazione del virus meno problematica in autunno, quando la vita all'aperto diminuirà e comincerà la stagione influenzale». 

È stato pubblicato un vademecum anti bufale dell’Istituto superiore di Sanità. Nadia Ferrigo su la Stampa.

«Ma se i vaccini anti- Covid sono sperimentali, perché dobbiamo fare da cavie per le aziende farmaceutiche? Per rispondere a questa e altre perplessità il Gruppo vaccini dell'Istituto superiore di Sanità ha stilato un vademecum che annienta le principali "bufale" che si trovano in rete. Tra le più diffuse c'è quella sui vaccini "sperimentali". I vaccini autorizzati contro il Sars-Cov-2 hanno completato tutti i passaggi della sperimentazione necessari per l'autorizzazione all'immissione in commercio, senza saltarne nemmeno uno. Anche se il processo di sviluppo ha subito un'accelerazione senza precedenti a livello globale. Il sistema di farmacovigilanza è lo stesso di tutti gli altri farmaci e vaccini già approvati in precedenza: dopo i risultati degli studi autorizzativi effettuati su decine di migliaia di individui di diversa età, che sono stati condotti anche in questo caso, vengono raccolte le segnalazioni dalle agenzie regolatorie nazionali e internazionali di possibili eventi avversi temporalmente correlate con la vaccinazione. E se media e aziende farmaceutiche tengono nascosti gli effetti collaterali? Non è possibile, perché - spiegano gli esperti dell'Iss - i dati della farmaco-vigilanza sono pubblici. In Italia l'Agenzia Italiana per il farmaco pubblica periodicamente il resoconto con le segnalazioni di sospetti eventi avversi, e lo stesso fa l'autorità europea Ema. Anche se mi vaccino, posso essere lo stesso contagioso. Allora a che serve? Esistono i cosiddetti "fallimenti vaccinali". Ma un livello di copertura della popolazione alto minimizza il rischio di trasmissione. I dati provenienti dai paesi con una campagna vaccinale avanzata, Italia compresa, hanno dimostrato che il vaccino protegge dalle conseguenze peggiori della malattia, dal ricovero al decesso, oltre 9 persone ogni 10 vaccinate. La vaccinazione riduce anche la capacità di infettare. Eppure d'estate il virus scompare. La trasmissione del virus è facilitata dalla frequentazione degli ambienti chiusi, ma anche all'aperto, in caso di assembramenti, la sua circolazione resta possibile. Ma più vacciniamo, più escono nuove varianti? Le varianti emergono perché il virus, replicandosi, tende a sviluppare nuove mutazioni. I vaccini, riducendo la circolazione, limitano quindi la possibilità che il virus muti. Il vaccino modifica il Dna? No. I vaccini non interagiscono in alcun modo con il Dna. Sia i vaccini a mRNA che quelli a vettore virale forniscono istruzioni alle nostre cellule utili ad attivare una risposta immunitaria».

GREEN PASS, BOOM E CRITICHE

Incredibile boom del Green pass che nel primo fine settimana di obbligo nei locali al chiuso è stato scaricato da quasi 7 milioni di persone. Un numero impressionante. Luca Cifoni e Michele di Branco per il Messaggero hanno raccolto i primi dati molto positivi per il turismo: il certificato verde funziona.

«Industria turistica pronta al colpo di coda estivo, con i numeri della stagione balneare che tornano ai livelli del 2019. L'introduzione del green pass e la spinta alle vaccinazioni sembrano aver inciso positivamente sul settore offrendo un quadro di regole certe che ha portato molti italiani e stranieri (evidentemente rassicurati dalla prospettiva di soggiornare in luoghi e strutture più sicure) a spostarsi e a prenotare hotel, b&b e ristoranti. L'estate era partita un po' fiacca: il bimestre maggio-giugno non è andato bene. Ma a luglio c'è stata finalmente una ripresa e agosto promette un ulteriore rilancio. A Roma le camere occupate sono aumentate del 10 per cento. La conferma di questa tendenza arriva da Bernabò Bocca. «L'effetto della campagna di vaccinazione è stato molto positivo», riconosce il presidente di Federalberghi spiegando però che la riscossa riguarda soprattutto il comparto balneare, «ormai pronto, proprio nei mesi di luglio e agosto, a pareggiare i dati di presenze e fatturato dell'estate 2019». Le mete: «È un dato di fatto osserva ancora Bocca che i turisti tedeschi, francesi e in generale del Nord-Europa, stanno tornando ad affollare le nostre coste. E la ragione, evidentemente, è che si sentono più sicuri rispetto ad altre mete tradizionali, come Grecia e Spagna». Certo, ammonisce il numero uno di Federalberghi, resta il problema delle città d'arte, dove il turismo continua a faticare «ma in quel caso pesa l'assenza degli statunitensi». Anche se Roma, Firenze e Venezia appaiono in risalita dopo il -49,6% di presenze dell'anno scorso. L'obbligo di Green pass, va ricordato, non si applica direttamente per l'accesso alle spiagge e nemmeno per gli hotel, ma vale per i ristoranti al chiuso compresi quelli degli alberghi (nel caso di clienti esterni), per i musei e per i parchi a tema. Verosimilmente ha contribuito a rassicurare i viaggiatori: già a luglio Assoturismo Confesercenti prevedeva che il certificato verde avrebbe generato 2,2 milioni di presenze straniere aggiuntive. La locomotiva della ripresa, comunque, resta il mare. Federbalneari benedice l'introduzione del Green pass e prevede che i flussi turistici «terranno molto bene anche in agosto». La previsione degli arrivi, per tutto il mese, è di 39 milioni: il 12% e 20 milioni di presenze in più rispetto al 2020. L'occupazione degli hotel è all'80%. La ricerca del Centro Studi mostra che il mare viene scelto anche per agosto dal 70% degli italiani, con una durata media della vacanza di 7 giorni per oltre il 50% degli italiani. «Ancora una volta per il mercato interno la spiaggia è il baricentro di un flusso turistico che accede all'alberghiero ed all'extra alberghiero dice Marco Maurelli, presidente di Federbalneari Italia il turismo balneare si conferma come la prevalente attrattiva ed i servizi turistici connessi sono perfettamente integrati». Entrando nel dettaglio, nel Lazio è stato complessivamente buono il mese di luglio, con un incremento medio di presenze del 6% e concentrazione massima nei fine settimana e festivi. Boom di prenotazioni in Sardegna: per il mese di luglio si attesta ad un + 27% rispetto al 2020 e conferma anche in agosto con + 31%, con alcune mete sold out. Decisamente buona la situazione anche in Veneto, dove il turismo costiero si conferma tra le principali attrattive con un segno positivo sul 2020 che si attesta per luglio a + 38% e con un trend sempre positivo per il mese di agosto in forte crescita, e in Calabria con luglio in linea con il 2020 ma con previsioni di circa il 39% in più di domanda per agosto. Al top c'è la Liguria, con un tasso di occupazione delle strutture ricettive, nel primo week end di agosto, del 94,2%, ben superiore alla media nazionale, comunque molto positiva, dell'83,1%. Insomma il turismo pare lasciarsi alle spalle lo scorso anno e avviarsi al recupero. Sempre secondo i dati di Assoturismo nel trimestre giugno-agosto 2020, le presenze nelle strutture ricettive si erano fermate a 148,5 milioni, con 65 milioni in meno rispetto al 2019, e con un calo del -30,4%. Un crollo dipeso dalla mancata presenza straniera, con un calo avvertito soprattutto dal settore alberghiero (-70%). Il crollo della domanda turistica, lo scorso anno, era stato avvertito in tutte le aree del Paese, specialmente dagli imprenditori del Nord Ovest (-34,2%) e del Nord Est (-34,4%). Valori meno negativi per le regioni del Centro Italia (-31%) e per le aree del Sud e delle Isole, dove il calo è stato del -20,4%. Oltre all'andamento negativo della domanda turistica, il settore aveva fatto registrare anche un crollo del fatturato: rispetto al 2019 c'era stata una flessione del 37,5%. Numeri che sembrano ormai lontani».

Per Carlo Cambi della Verità il Green pass è già un “flagello”. Uno si aspetterebbe dati diversi dal Messaggero, ma poi non sembrano così puntuali e attendibili.

«Agroalimentare, turismo e cultura, a occhio sui 400 miliardi di fatturato, sono sulla soglia di una nuova crisi da green pass. L'allarme lo ha dato due giorni fa Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia: «I ristoranti stanno perdendo il 25% delle presenze». Una stima che secondo Aldo Cursano, vicepresidente di Fipe, è ottimistica. «Stiamo perdendo oltre il 50% dell'incasso, nelle città d'arte siamo al 70% in meno, e c'è un fenomeno molto preoccupante: chi ha il green pass, visto il caldo, vuole accomodarsi nei dehors, dove però stanno anche i non vaccinati, visto che è l'unico spazio a loro consentito. Ma chi è immunizzato preferisce andarsene; qui si rischia la segregazione. I pochi turisti stranieri, peraltro, sono infastiditi dai controlli e non entrano». Si resta in attesa di una circolare che né il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, troppo impegnato a contare i clandestini che sbarcano, né il ministro della Salute, Roberto Speranza, indaffarato a contare i green pass (e duramente contestato, come riferisce Ilgiornale.it, ieri in Toscana), chiarisca se ristoratori, baristi, musei vari sono tenuti o meno a chiedere i documenti a chi presenta il salvacondotto. Gli operatori non vogliono farlo, anche i presidi si rifiutano (e per i controlli chiedono 8.000 assunzioni), il governo dice che devono, ma non sta scritto da nessuna parte. E il caos aumenta. Così ieri Luigi Scordamaglia è tornato a farsi sentire: «Rischiamo lo stop alla produzione nell'agroalimentare se non si regolamenta per legge l'introduzione del green pass sui luoghi di lavoro con gradualità e con un accordo con le parti sociali; non si può affidare questa delicatissima materia alle singole aziende. Non possiamo rischiare di aggravare la carenza di manodopera: una repentina imposizione del green pass causerebbe un'interruzione della produzione». La filiera agroalimentare già sconta, fa osservare Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza cooperative, un altro gap: «Aumenti fino al 30% dei costi di produzione a causa dell'incremento dei prezzi delle materie prime rischiano di mandarci fuori mercato». Grazie al Green pass ci stiamo giocando 140 miliardi di fatturato. Che fa il paio con il caos turistico tra trasporti, musei e parchi a tema in difficoltà, al netto del fatto che si continua a perseguire le discoteche anche se si balla ovunque». 

Repubblica dedica l’apertura del giornale, e il titolo principale in prima pagina, ad un’intervista a Maurizio Landini, leader della Cgil. Che cosa sostiene Landini? Che una mensa aziendale è diversa da un ristorante e che non ci vuole l’obbligo di Green pass sui luoghi di lavoro.

«Sia chiaro, il sindacato sta invitando tutti i lavoratori a vaccinarsi e non abbiamo nulla di principio contro il Green pass, ma in nome di ciò non è accettabile introdurre una logica punitiva e sanzionatoria nei confronti di chi lavora ». Maurizio Landini, segretario generale della Cgil ce l'ha con le multe previste per il personale scolastico che si presenti al lavoro privo di Green Pass e anche con la norma dell'ultimo decreto del governo che finisce per trattare le mense aziendali allo stesso modo dei ristoranti. «Mi domando - aggiunge - se chi ha deciso questa regola sia stato negli ultimi tempi dentro una mensa aziendale. Beh, dovrebbe andarci». Perché lo dice? «Perché dopo i protocolli sulla sicurezza che abbiamo sottoscritto attraverso il distanziamento, l'uso delle mascherine, la sanificazione, lo smart working e diversi turni di lavoro, i luoghi di lavoro sono sicuri. Nessuno può sostenere che gli uffici o le fabbriche costituiscano oggi potenziali focolai per la diffusione del virus. Non deve passare il messaggio sbagliato che i vaccini ed il Green Pass, pur fondamentali, da soli siano sufficienti a sconfiggere il virus. Non è così, purtroppo ». Nessuno ha proposto o sta proponendo di abbassare la guardia. «Il rischio che vedo è quello. Guardi il caso delle mense aziendali: il governo dice di volerle regolare al pari delle attività di ristorazione. Ma le mense aziendali hanno i turni, il plexiglass, la sanificazione periodica. Non sono un ristorante ma un servizio per chi lavora. Se il governo pensa che il vaccino debba essere obbligatorio, lo dica e approvi una legge. Abbiano il coraggio di farlo! Non si può pensare di raggiungere il medesimo obiettivo in maniera surrettizia, a danno di chi lavora. È una forzatura controproducente rispetto all'obiettivo di realizzare la vaccinazione per tutti».

SCUOLA, LE NUOVE REGOLE

Approfondimento del Sole 24 ore del lunedì sulla scuola. Il quotidiano economico propone ben due pagine con diversi contributi, in primo luogo fa i conti dei nuovi assunti, 80 mila, e in secondo dei finanziamenti, 2,4 miliardi. Ecco invece l’articolo su come sarà il nuovo piano sicurezza a settembre.

«Aerazione costante dei locali. Igienizzazione di aule e attrezzature. Pulizia dei bagni almeno due volte al giorno (con liquidi a potere virucida). Mascherina chirurgica obbligatoria dai 6 anni in su: si può derogare a tale obbligo nelle classi composte da alunni integralmente vaccinati o guariti dal Covid-19. E ancora: per gli alunni dell'infanzia è raccomandata una didattica a gruppi stabili (sia per i bambini che per gli educatori); mentre per chi assiste ragazzi disabili è previsto l'utilizzo di ulteriori dispositivi di protezione individuale (si potranno usare, unitamente alla mascherina, guanti e dispositivi di protezione per occhi, viso e mucose). Sono alcune delle raccomandazioni che il ministero dell'Istruzione è pronto a inviare alle scuole - dopo il decreto sul green pass e le linee guida del Piano Scuola 2021/22 - con un nuovo protocollo di sicurezza. Anche alla luce del Dl varato giovedì, il testo presentato ai sindacati conferma il metro di distanza (sia in posizione statica che dinamica) e i due metri tra banchi e cattedra del docente (anche nelle zone bianche). Se gli spazi non ci sono, si può restare in classe anche con meno di un metro di distanza, ma utilizzando la mascherina. Nelle aree di distribuzione di bevande e snack, sarà il preside a prevedere norme ad hoc che evitino gli assembramenti. Sempre il dirigente scolastico, dovrà predisporre eventuali ingressi e uscite ad orari scaglionati, anche utilizzando accessi alternativi sempre per garantire la massima sicurezza di tutti. Anche a settembre, non si potrà entrare a scuola se sussistono le condizioni di pericolo (soggetti con sintomatologia respiratoria o temperatura corporea superiore a 37,5°; provenienza da zone a rischio o contatto con persone positive al virus nei 14 giorni precedenti, etc.) stabilite dalle autorità sanitarie competenti. Per ciascun lavoratore c'è l'obbligo di informare tempestivamente il dirigente o un suo delegato della presenza di qualsiasi sintomo influenzale durante lo svolgimento della propria prestazione lavorativa o della presenza di sintomi negli studenti presenti all'interno della scuola. Un capitolo finale del protocollo (12 articoli complessivi) riguarda la gestione dei casi sintomatici. Qui si conferma la procedura già prevista: il soggetto interessato dovrà essere invitato a raggiungere la propria abitazione e scatteranno segnalazione e contact tracing da parte della Asl competente. Cambia invece la quarantena, per adeguarsi alle nuove regole del ministero della Salute: per i soggetti che hanno completato il ciclo vaccinale, questo periodo può limitarsi a 7 giorni, a condizioni che, al termine, si faccia un test diagnostico (e l'esito sia negativo). Il rientro a scuola di personale e studenti che hanno avuto il Covid-19 deve essere preceduto da tampone negativo e certificazione medica. Degno di nota, infine, è il ritorno dopo un anno e mezzo delle gite scolastiche e delle visite d'istruzione, quanto meno in zona bianca. Un altro pezzetto di normalità portato in dote non dal protocollo ma dalla versione finale del Piano Scuola». 

5 STELLE, PARLA PATUANELLI

È considerato il ministro del governo Draghi più vicino al nuovo leader del Movimento Giuseppe Conte. Emanuele Buzzi per il Corriere della sera intervista Stefano Patuanelli.

«Ministro Patuanelli, Conte ha detto che vuole «volti nuovi». È un avviso alla vecchia guardia? «Il Movimento ha iniziato un nuovo percorso, è doveroso che vi siano volti nuovi ad assumersi la responsabilità di questa rifondazione. Peraltro, ci sono colleghi preparatissimi, di grande valore, sia alla Camera sia al Senato, finora poco valorizzati». Si parla di lei come un possibile vicepresidente. «Sono nel M5S fin dalle sue origini, ho aperto il meetup a Trieste nel luglio del 2005 e in oltre sedici anni mai mi sono interessato di cariche, nomine, ruoli. Ho sempre e solo lavorato per il bene del Movimento, dando tutto ciò che potevo dare, ricevendo molto. Farò ciò che Giuseppe mi chiederà di fare». Conte ha detto anche che è finita l'era dei personalismi. «Mi auguro davvero che sia così, che non si continui con le veline, gli off, le smentite e le contro smentite, perché sono cose che hanno sempre fatto male al Movimento. Oggi abbiamo una leadership pienamente legittimata e le differenze di vedute, se in buona fede, dovranno diventare un'occasione di arricchimento reciproco e non un modo per delegittimare l'altro». Intanto, ci sono già le prime grane. Al Nord il M5S è a pezzi. «Il problema del Nord c'è, inutile negarlo. Sono contento che il presidente Conte abbia deciso di iniziare il suo tour proprio dal Nord. Alla sua presenza fisica il Movimento affiancherà molti contenuti: per prima cosa vogliamo portare dentro la riforma fiscale il superbonus per le imprese, ovvero la cessione del credito d'imposta 4.0 sul modello del Superbonus 110%. La cessione del credito significa un abbassamento netto e immediato delle tasse a cui si affianca lo stimolo agli investimenti privati. Inoltre, dobbiamo proseguire sull'abbattimento del cuneo fiscale per dare più soldi in busta paga ai lavoratori, come fatto nel governo Conte 2. Questi sono i due pilastri della riforma fiscale secondo il Movimento». C'è poco dialogo con le imprese? «Nel mio mandato al Mise e ora come ministro delle Politiche agricole non ho mai avvertito una difficoltà nel dialogo. Senz' altro c'è stata qualche occasione di scontro dovuta a qualche intervista sopra le righe, ma lo ritengo inevitabile. Ma se oggi parliamo di una crescita del Pil di oltre il 5%, lo si deve alle politiche messe in campo nel Conte 2, oltre 100 miliardi immessi nell'economia e riforme come Transizione 4.0, il superbonus, il Fondo centrale di garanzia, il fondo perduto e ovviamente la protezione sociale garantita dalla cassa Covid e dal reddito di cittadinanza. Ricordo infine che sono stato il primo a parlare di statuto degli imprenditori, proponendolo come collegato alla legge di bilancio». Per le Comunali il vostro alleato sarebbe il Pd, ma in molti capoluoghi sarete avversari. E per le Politiche? «Sono anni che auspico un dialogo con il Pd ma è un percorso da costruire per tappe, non può esserci una amalgama completa su tutto e subito. E attenzione, non può funzionare se il Movimento viene visto come un satellite, in modo subalterno. È stato un errore proporci di supportare sempre i loro sindaci uscenti ma non garantire mai il supporto ai nostri». Reddito di cittadinanza: Renzi e Salvini vogliono cancellarlo. Draghi ne condivide «il concetto alla base» e Conte vuole migliorarlo. Come? «Garantendo un beneficio più diretto alle imprese che assumono i percettori del reddito. Sentir parlare di lavoro, fatica, sudore, da bordo di uno yacht o dal Papeete è un po' surreale. In ogni caso, non mi preoccupano i proclami di Renzi e Salvini, resteranno tali. Mi preoccupa però il ragionamento di fondo secondo cui una misura sociale fondamentale come il reddito venga messa in discussione solo a fini politici, senza preoccuparsi delle conseguenze. Il reddito è una misura nobile che vuole aiutare chi nella vita ha un momento di difficoltà. L'era del turbo-liberismo in Italia e in Europa è finita per sempre, finalmente siamo in una fase keynesiana con un'attenzione al sociale».

Matteo Pucciarelli per Repubblica analizza l’universo degli scontenei e dei fuoriusciti dal Movimento.

«Gli irriducibili del sogno 5 Stelle oggi immaginano la (ri)costruzione del terzo polo "fuori dal sistema", in pratica un ritorno al disegno originario di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. A sentirli parlare o a leggere i loro post, la lancetta sembra essersi fermata a sette-otto anni fa, al Movimento contro l'euro, per il recupero della sovranità, dubbioso sui vaccini e tutto il resto. Non sarà semplice, però: il big bang della casa madre, ora pianeta a sé con condizioni ambientali molto diverse dalla massa precedente, ha provocato la nascita di gruppi diversi, tutti simili - nella retorica, nei propositi - ma incapaci di coalizzarsi. "L'Alternativa c'è" ad esempio ha 15 deputati e quattro senatori: con l'apporto di altri cinque alla Camera e sei al Senato, potrebbe diventare un gruppo vero e proprio e controbilanciare Fratelli d'Italia come opposizione, concorrendo - eventualmente - per posti di peso nelle commissioni, dove la minoranza ha o avrebbe diritto di rappresentanza. «Intanto diversi consiglieri regionali e comunali stanno aderendo ad Ac, poi a settembre anche in Parlamento dovrebbero arrivare altri», ne è sicuro il deputato Pino Cabras. Quando insomma il progetto di Giuseppe Conte sarà definito, e quando sarà certo che non ci saranno ripescaggi tra gli espulsi dopo il no o l'astensione al governo di Mario Draghi, allora quelli che finora sono rimasti un po' alla finestra dovranno decidere il da farsi. Uno di questi è il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, dice che «in queste cose la fretta non è buona consigliera»; a un certo punto la nascita di un "suo" partito assieme a Barbara Lezzi pareva imminente, poi nel M5S stava crollando tutto, addirittura stava rientrando in gioco Davide Casaleggio e a quel punto si riaprivano mille scenari, per cui si è rimasti lì ad aspettare. Inutilmente, par di capire. Ormai con un piede dentro Ac, c'è un altro eletto alla Camera, Raphael Raduzzi, uno fedele all'antico vocabolario: la riforma Cartabia è una «schiforma », i soldi ottenuti dal governo Conte per il Pnrr sono «la buffonata del secolo». Comunque, «per noi il M5S di Conte è alla stregua delle altre forze politiche, ce l'abbiamo nel mirino perché è stata tradita la speranza di chi aveva votato il cambiamento e si è ritrovato la stessa minestra », ragiona la senatrice Bianca Laura Granato (Ac). Lei, calabrese, sosterrà Luigi De Magistris alla regionali, «ma la mia è una adesione individuale». Nel mondo Ac accadono anche fatti originali, tipo Leda Volpi che rilascia interviste al sito dei Carc, il partito comunista anni fa accusato di simpatie verso le nuove Br, dove spiega che al governo con la Lega c'era uno slancio diverso, pre-rivoluzionario, poi con il centrosinistra la spinta propulsiva si è spenta. Con l'ex pm Antonio Ingroia, che ha prestato il simbolo della sua "Lista del popolo" (0 virgola nel 2018) per creare la componente, i rapporti sono più che diradati: ci fu una conferenza stampa alla Camera a fine giugno, poi pochissimo altro. In questo senso va leggermente meglio l'altra unificazione, quella tra ex 5 Stelle e Italia dei Valori. «È ancora presto, però abbiamo un candidato sindaco a Roma, Rosario Trefiletti... », spiega Elio Lannutti, che pure di Idv fu senatore ai tempi di Antonio Di Pietro. Il partito ora guidato da Ignazio Messina, che si colloca idealmente nel centrosinistra, rilancia puntualmente interventi e battaglie in aula sue e della ex ministra della Difesa Elisabetta Trenta. O di un'altra deputata, Piera Aiello: «Conte? Continua a prendere in giro gli italiani», è la sobria posizione sulla riforma della giustizia e sul proposito del presidente del M5S di cambiarla in futuro. Sul Green pass, post Facebook con la classica card allegata, "chiedono sacrifici vogliono privilegi! Fico sveglia!", fotona del presidente della Camera: «Obbligatorio per tutti, ma non per i 650 parlamentari che potranno girare indisturbati per l'aula e assembrarsi! Roberto Fico ma uno non doveva valere uno?». Come detto: sono tuffi nel passato, rivisitazioni nostalgiche di hit straconsumate. Dentro il M5S preoccupazioni vere non ce ne sono, nella convinzione che il ciclo populista tendente al giustizialismo anti-casta sia ormai terminato. Solo si guarda con attenzione ad Alessandro Di Battista, che oggi parla del Movimento come un soggetto «diventato parte integrante dell'establishment, tra l'altro la parte che conta meno». A settembre potrebbe fare un po' di campagna elettorale per Virginia Raggi, ma in parecchi fuori dai 5 Stelle lo invocano per ricominciare tutto daccapo, quando era possibile contestare tutto e tutti in santa pace, senza fare i conti con la complessità dell'assumersi delle responsabilità. Con ogni probabilità resteranno delusi, per fortuna di Conte&co». 

CENTRO DESTRA, PARLA MR. B

Se nei 5 Stelle ci sono defezioni e nuove formazioni, che succede nel Centro destra? Ugo Magri ha intervistato Silvio Berlusconi sulla Stampa, che rilancia il disegno di una federazione.

«Presidente Berlusconi, anzitutto come sta, come si sente? Sulle sue condizioni di salute si alternano voci, qualche volta allarmanti. «La ringrazio di avermelo chiesto e approfitto dell'occasione per ringraziare tutti coloro che si preoccupano per le mie condizioni di salute. In verità non c'è alcun motivo di allarme, tuttavia gli effetti del cosiddetto "long covid" si fanno ancora sentire in modo severo, danno una stanchezza profonda ed altri effetti collaterali. Ma lentamente ne sto uscendo, il riposo qui nella meravigliosa Sardegna, nel favoloso e ormai famoso Parco del Presidente, mi fa molto bene». (…) Che rapporto ha con il presidente del Consiglio? Vi sentite qualche volta? Può indicare una circostanza in cui Draghi ha dato seguito ai suoi suggerimenti o, magari, avrebbe fatto meglio ad ascoltarla? «Il rapporto è eccellente, sono stato io ad indicare Draghi alla guida di Bankitalia e della Bce, sono stato il primo a volere questo governo. Ovviamente ci sentiamo con cordialità, ma sarebbe indelicato e irrispettoso verso il presidente del Consiglio entrare nel merito delle nostre conversazioni». Nel mondo politico qualcuno spinge per trasferire Draghi al Quirinale, altri vorrebbero tenerlo a Palazzo Chigi. Se il diretto interessato chiedesse un suggerimento, alla luce della sua esperienza, lei dove gli consiglierebbe di puntare? «Il presidente Draghi ha una lunga esperienza istituzionale ed oggi anche politica. Non ha certo bisogno dei miei consigli». L'elezione del tredicesimo presidente della Repubblica sarà un passaggio politico delicato. Nel 2015 lei cercò un'intesa con Renzi, che però non fu onorata dall'allora leader Pd; ritiene che il metodo della larga condivisione stavolta avrà più probabilità di successo? «Ho detto più volte che non intendo toccare l'argomento Quirinale fino alla naturale scadenza del mandato del presidente Mattarella, per rispetto nei suoi confronti». Per quale motivo il centrodestra non è mai riuscito a eleggere un suo esponente nell'antico palazzo dei Papi? «Il Capo dello Stato deve essere espressione della collettività nazionale, non di una parte politica. Dev'essere garante, e quindi cessa di appartenere ad una parte. Così è stato con molti presidenti e così sarà per il futuro». Il suo partito e la Lega stanno sostenendo il governo con notevole impegno. Con altrettanta energia, però, Fratelli d'Italia cerca di farlo cadere. Due scelte che più antitetiche non si potrebbe. Le sembra plausibile che, il giorno delle elezioni, vi rimettiate insieme senza un serio chiarimento preventivo? «Sì, perché 27 anni di centro-destra, che si fondano su valori e programmi condivisi, non si cancellano perché ci siamo divisi su una scelta specifica, per quanto importante. Il centro-destra, che io ho fondato, è scritto nel cuore degli italiani. Andremo uniti con un programma comune alle prossime elezioni, le vinceremo e governeremo bene per molti anni a venire». Per superare le tensioni tra alleati, lei ha rilanciato la sua vecchia idea di un partito unico del centrodestra. Che prospettive ha il progetto, dopo il colloquio che lei ha avuto con Giorgia Meloni a Villa La Certosa? «Sono decisamente ottimista. Nella mia vita ho realizzato molti progetti che tutti consideravano impossibili». Il suo partito, Forza Italia, ha registrato uno stillicidio di abbandoni, alcuni inattesi. Tra le prime regole di condotta tra alleati non dovrebbe esserci una moratoria della "campagna acquisti"? «Ne ho parlato con Giorgia e con Matteo, e sono sicuro che episodi simili non si ripeteranno. Del resto, rispetto le decisioni di tutti, anche se non ho capito certe scelte. Forza Italia è l'unica forza politica davvero coerentemente liberale, cristiana, europeista, garantista. Siamo gli unici a batterci contro l'oppressione fiscale, l'oppressione burocratica, l'oppressione giudiziaria. Forza Italia ha una funzione essenziale non solo oggi ma soprattutto per il futuro, anche nel partito unico, quando nascerà».

ZAIA E IL SUOLO DEL VENETO

Chiara Mazzoleni per il Domani mette insieme una serie di dati per dimostrare che la grande popolarità di Luca Zaia nella sua regione deriva anche da una politica urbanistica non proprio green.

«Come ha fatto la Lega a consolidare il suo consenso in Veneto fino a superare il 60 per cento nelle ultime elezioni regionali, con un risultato senza precedenti del presidente in carica Luca Zaia, al suo terzo mandato? Un sentiero seguendo il quale si possono trovare molti indizi di questo successo è quello del governo delle trasformazioni del territorio. Un territorio che, con l'affermarsi delle rivendicazioni autonomiste, non è più riconoscibile come un bene comune ma è diventato appannaggio di chi ne può derivare un arricchimento privato e di una forza politica di maggioranza che ha consentito a una parte consistente della popolazione di trarne vantaggio. Il quadro regolamentare a livello regionale comprende norme e parametri specifici sul consumo di suolo o prevede obiettivi sul suo contenimento in leggi approvate nel corso del primo decennio del 2000. Eppure i monitoraggi ufficiali denunciano un incremento costante delle coperture artificiali. Che non mostra segnali di rallentamento, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività economiche durante il lockdown del 2020. Il primato del Veneto Dall'ultimo Rapporto sul consumo di suolo del Sistema nazionale per la protezione dell'Ambiente - edizione 2021 - si evince che, dal 2012 al 2020 (periodo per il quale si hanno dati confrontabili con quelli attuali), il Veneto ha consumato la maggiore quantità di suolo in valore assoluto e con intensità più elevata negli ultimi anni (2016-2020), avendo concentrato sul proprio territorio un quinto delle trasformazioni registrate a livello nazionale. Anche l'incremento del consumo di suolo rilevato nel 2019-2020 è rimasto particolarmente elevato in questa regione, che si conferma come la parte del territorio nazionale con le peggiori prestazioni per la quantità di suolo consumato in rapporto alla superficie territoriale».

I CASI DURIGON E FARINA

Il Fatto quotidiano ha sollevato due “casi” negli ultimi giorni: quello della collaborazione del giornalista Renato Farina al ministro Brunetta e il caso del sottosegretario Durigon, che vorrebbe cambiare il nome ad una piazza di Latina. Farina si è dimesso, Durigon no. L’articolo di Tommaso Rodano.

«Sul caso Durigon, Giuseppe Conte sembra pronto a combattere una delle prime battaglie da leader dei Cinque Stelle. Quella per le sue dimissioni: "Trovo grave e sconcertante - dice l'ex premier al Fatto - il proponimento del sottosegretario al Tesoro di cancellare l'intitolazione del parco di Latina a Falcone e Borsellino, con l'aggravante di volerlo restituire alla memoria del fratello di Mussolini. È aberrante voler cancellare anni di lotta alla mafia e il sacrificio dei nostri uomini migliori, per giunta allo scopo di restaurare il ricordo del regime littorio". Conte si aspetta che il braccio destro di Matteo Salvini nel Lazio sia allontanato subito dal governo: " Il Movimento chiede che Durigon si batta pure per questo suo progetto ma dismettendo immediatamente l'incarico di sottosegretario di Stato, che richiede ben altri proponimenti". Per l'ex premier, le parole di Durigon "mettono a nudo l'ipocrisia di forze politiche che, come la Lega, non hanno alcuna reale intenzione di contrastare il malaffare delle organizzazioni criminali". A tre giorni dalla proposta "nostalgica" del leghista, nel perdurante silenzio del premier Mario Draghi e dei suoi ministri, la questione Durigon non si sgonfia. Il centrosinistra si muove nella stessa direzione. Anche il Pd considera "grave" il caso Durigon e la posizione del segretario Enrico Letta - come fanno sapere dal Nazareno - coincide integralmente con quella del deputato dem Filippo Sensi: "Le dimissioni del sottosegretario mi paiono un requisito minimo di dignità, opportunità e senso delle cose", aveva detto venerdì, a caldo. "Non è un semplice scivolone o una caduta di stile. Si è superato un punto. Va posta la questione della sua permanenza nell'esecutivo", ha confermato Sensi al Fatto. Parole sottoscritte dal collega di partito Emanuele Fiano: "Un uomo che ha nostalgia di Mussolini, e addirittura ne cita il nome ingiuriando la memoria di Falcone e Borsellino, non può servire la Costituzione con disciplina e onore, non dovrebbe restare al governo". Una linea condivisa a sinistra anche da Articolo 1, come ha dichiarato Arturo Scotto: "Durigon ha giurato sulla Costituzione che è antifascista. Mi aspetto che arrivi qualche parola da Palazzo Chigi". Per Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, "il braccio destro di Salvini nel Lazio non dovrebbe stare nel governo Draghi da tempo, da ben prima della genialata di intitolare il parco Falcone/Borsellino a Mussolini, non avendo chiarito alcunché dei rapporti opachi con i clan di Latina"».

Alessandro Sallusti nel fondo di oggi per Libero torna sulla vicenda di Renato Farina, collaboratore del giornale. Ieri Farina era stato bullizzato da un articolo del Corriere.

«Fabrizio Roncone è un inviato speciale del Corriere della Sera, titolo che stride con il suo mediocre curriculum sia di giornalista che di scrittore (i suoi articoli e i suoi libri non sono mai passati alla storia né del giornalismo né della narrativa). Ma siccome l'inviato speciale soprattutto se del Corriere deve essere uno tosto, ogni volta che imbraccia la penna deve sparare e fare quello che "io sono io e voi non siete un ca...". Ieri, buon ultimo dopo i suoi compari de Il Fatto e La Repubblica, si è esercitato in una disciplina particolare, il tiro a Renato Farina, nostro collega che ha regolarmente pagato dazio sia con l'Ordine dei giornalisti che con la giustizia ordinaria per aver collaborato in passato con i servizi segreti (italiani, non di una potenza straniera). Farina, secondo questi signori, è l'unico giornalista a cui dovrebbe essere negato in perpetuo il diritto al lavoro - mai contestato per esempio a un altro ex collega, Adriano Sofri, killer del commissario Calabresi - e così ogni volta che lo trova (una misera collaborazione con il ministero di Brunetta) deve essere randellato. A tal proposito ha scritto bene ieri in un tweet Piero Sansonetti, direttore de Il Riformista: «Gli squadristi facevano così: andavano in sette o otto, prendevano un avversario solo solo e lo bastonavano con ferocia». Bastona oggi, bastona domani, l'altra sera Farina si è dimesso non prima di aver smentito nella forma e nella sostanza l'articolo-intervista scritto su di lui dall'inviato specialissimo Roncone (uno che pretende che i colleghi gli diano del lei, come i nobili decaduti). A chi credere? Mi affido al giudizio di una collega terza, Giulia Innocenzi detta "La Santorina", anni fa finita anche lei nelle sgrinfie del duro che "qui le domande le faccio io". Ecco il commento scritto sul suo social: «Dopo averla letta sono costretta a rilevare, come peraltro avevo già avuto modo di verificare in altre circostanze, che si tratta di un poveretto costretto per campare a manipolare le interviste che effettua: in caso contrario, evidentemente, quello che scrive non risulterebbe interessante neanche in una rivista parrocchiale. Quello di Roncone non mi pare giornalismo, ma un modo patetico per tirare avanti inventando quello che non è mai accaduto e che però fa comodo scrivere. Tra l'altro, con una fantasia mediocre». Che dire, lunga vita al collega Renato Farina».

AFGHANISTAN, LA CONQUISTA DEI TALEBANI

Notizie inquietanti dall’estero. Le peggiori arrivano dall’Afghanistan, abbandonato dalle forze militari occidentali. Lorenzo Cremonesi per il Corriere della Sera.

«In Afghanistan i talebani mirano ormai decisamente alla conquista militare dei centri urbani. Nella sola giornata di ieri si sono impadroniti di ben tre capoluoghi di provincia: Kunduz, che con i suoi quasi 380.000 abitanti è una delle città più importanti delle regioni settentrionali, oltre alla vicina Sar-e-Pol, capoluogo della provincia omonima, e Taloqan, capoluogo del Takhar. Se si sommano a quelle catturate tra venerdì e sabato, Sheberghan (sempre nel nord) e Zaranj, nella provincia meridionale di Nimroz sul confine con l'Iran, sono ormai cinque i capoluoghi in mano talebana sui 34 complessivi. Ma la situazione reale è molto più drammatica. Non sembra sbagliato riprendere le dichiarazioni talebane, per cui circa l'80 per cento del Paese sarebbe sotto il loro controllo, o comunque non più in mano ai lealisti del presidente Ashraf Ghani. Le ultime cronache rivelano che gli assedi contro Herat, Lashkar Gah e Kandahar sono vincenti su tutta la linea. Le truppe governative restano asserragliate in pochi edifici e caserme isolati, iniziano a mancare le munizioni, gli aeroporti sono chiusi o funzionanti a singhiozzo, i raid dell'aviazione di Kabul, sostenuta soltanto in parte da quella americana e adesso in difficoltà a causa dell'evacuazione dei contractor stranieri, non riescono a rallentare l'assedio. Gli Stati Uniti hanno inviato in missione in Afghanistan alcuni bombardieri B-52 e AC-130H Spectre per fermare l'avanzata dei talebani. Joe Biden ha fissato al 31 agosto la data finale del ritiro americano, assieme a quello dell'intero contingente internazionale. Ma per allora la stessa capitale potrebbe già vivere l'incubo dell'assedio, con il ritorno delle milizie etniche in guerra tra loro e la fuga di massa verso l'estero dei civili, decisi a non tornare a vivere sotto il tallone della teocrazia talebana, come fu nel periodo compreso tra la metà degli anni Novanta e l'attacco americano nell'ottobre-novembre 2001 in risposta agli attentati di Al Qaeda dell'11 settembre. Per comprendere l'impatto dell'offensiva aiuta osservare la cartina del Paese ed è subito evidente che le loro forze si muovono come un esercito ben organizzato su più fronti contemporaneamente, dalle zone a maggioranza pashtun nel Sud-Est a quelle hazara nell'Ovest, armato a sufficienza e con una strategia precisa. In un primo tempo hanno occupato le zone rurali e le cittadine minori, adesso puntano alle concentrazioni urbane. Hanno studiato le battaglie della coalizione alleata contro l'Isis in Siria ed Iraq: sanno bene che per i droni e jet americani, che ormai partono da lontano, sarà ora molto più complicato operare con efficacia. Gli analisti internazionali continuano a puntare il dito sull'antica alleanza con le forze militari pachistane, che adesso tornano a giocare un ruolo determinante. Dagli accordi di pace con il presidente Trump nel febbraio 2020, i talebani hanno evitato di attaccare i contingenti stranieri, ma si sono concentrati contro i governativi locali. Ed è stato subito evidente che, nonostante i miliardi di dollari e le infinite ore di lavoro investiti dagli Usa e dai loro alleati (inclusa l'Italia) in oltre un quindicennio di addestramento e armamento delle forze di sicurezza afghane, queste non sono in grado di combattere da sole. «Potrebbero venire battute entro sei mesi», ammetteva in giugno lo stesso Scott Miller, che sino al 12 luglio era il generale americano al comando del contingente Nato nel Paese. Non è da escludere possa avvenire prima. Va però sottolineato che le vittorie talebane non sono un fulmine a ciel sereno, bensì rappresentano la sommatoria di una lunga serie di errori e passi falsi commessi dalla coalizione alleata sin dal 2002, quando, a meno di un anno dall'invasione dell'Afghanistan, l'amministrazione Bush decise di preparare l'attacco contro il regime di Saddam Hussein in Iraq. I talebani ebbero così modo di riorganizzarsi quasi indisturbati. Soltanto tre anni dopo gli alleati scelsero di operare sull'intero Afghanistan. Le organizzazioni civili internazionali al seguito si coordinarono poco tra loro, sprecando fiumi di dollari, che in gran parte alimentarono la corruzione locale. Nel 2010 oltre 100.000 soldati alleati non furono in grado di sconfiggere i talebani, che tra il 2015-16 presero Kunduz ben due volte. Già allora fu ovvio che la terza volta sarebbe stata soltanto una questione di tempo».

LIBANO: SENZA LUCE, SENZA SOLDI E SENZA GOVERNO

Sul Fatto la giornalista franco libanese Nada Maucourant Atallah racconta il crollo inarrestabile del Paese dei cedri.

«Sono già tre settimane che Roula non ha quasi più l'elettricità nella sua casa di Ashrafieh, un quartiere elegante di Beirut. "Da diversi mesi le interruzioni di corrente sono molto frequenti, ma da qualche settimana la situazione è peggiorata. Sono rimasta al buio anche tre giorni di seguito. Negli ultimi tempi abbiamo sì e no un'ora e mezza di corrente al giorno". Nel caldo soffocante del luglio libanese, Roula, 50 anni, docente universitaria, trascorre giorni e notti senza poter accendere il condizionatore d'aria. "Ma il problema più grosso - dice - è il cibo, dal momento che non possiamo conservare nulla in frigo". Stando alla Banca mondiale, il Libano sta sprofondando in una delle peggiori crisi economiche e finanziarie al mondo mai registrate dal 1850. Da maggio la carenza di elettricità si sta ancora aggravando. Sul web si moltiplicano foto e video che mostrano come questi tagli stanno incidendo sulla vita quotidiana dei libanesi. In uno si vede un paziente asmatico costretto a attaccare il suo respiratore alla presa di corrente della moschea. Tante famiglie dormono sul balcone alla ricerca di un po' di fresco. All'origine del problema c'è la carenza di combustibile destinato ad alimentare le centrali del Libano, in un contesto di grave crisi di liquidità che dura ormai da due anni. L'importazione del carburante è garantita dagli anticipi del Tesoro, versati dalla Banca del Libano. Ma quest' ultima sta ritardando l'apertura di linee di credito destinatea finanziare l'approvvigionamento di carburante per salvare le sue magre riserve in dollari. La situazione ha costretto l'Elettricità del Libano (EDL), l'ente pubblico responsabile della fornitura di energia elettrica, a razionare fortemente la sua produzione. EDL riesce a malapena a produrre 700 megawatt (MW), ovvero tra due e tre ore di elettricità al giorno, mentre il suo parco energetico ha una capacità di produzione di circa 1.900 MW. Di fronte al razionamento statale, sono subentrati i generatori di corrente privati. Non è del resto la prima volta che in Libano è necessario ricorrere ai privati per far fronte ai tagli statali: il deficit di produzione di EDL risale a molto prima della crisi attuale. Secondo la Banca mondiale, nel 2018, il razionamento quotidiano variava già da tre a undici ore, con importanti disparità tra una regione e l'altra. Nelle ultime settimane, i generatori privati funzionano a pieno regime, ma non riescono a soddisfare il fabbisogno crescente ei proprietari sono costretti a loro volta a razionare la produzione. Anche l'approvvigionamento in olio combustibile è diventato complicato. Il problema non colpisce solo i privati, ma anche, e molto duramente, le aziende, i ristoratori e gli ospedali. "La situazione è catastrofica", conferma Sami Rizk, direttore esecutivo del Lebanese American University Medical Center-Rizk Hospital (LAUMC-RH). La fornitura di elettricità ormai dipende quasi esclusivamente dai generatori dell'ospedale. A causa della scarsità di carburante, l'ospedale è costretto a ricorrere in parte al mercato nero, dove però i prezzi sono raddoppiati. Ma anche sul mercato nero l'olio combustibile è una merce rara. Al di là della questione strettamente finanziaria, l'approvvigionamento in energia è diventato una lotta quotidiana per evitare il rischio di un blackout. "Il nostro stock ha raggiunto la soglia critica di una settimana. Per questo abbiamo dovuto ridurre il consumo in alcuni reparti amministrativi. Per fortuna, per ora, i reparti destinati ai pazienti sono risparmiati", continua Sami Rizk. A luglio, dopo diversi mesi di trattative, il Libano è riuscito a ottenere un accordo con l'Iraq: in cambio di aiuti sanitari, il Paese riceve un milione di tonnellate di carburante iracheno, che corrisponde ad una decina di ore di energia al giorno per quattro mesi. Una soluzione che permette di non attingere ai preziosi dollari conservati nelle riserve della banca centrale libanese. Ma che solleva altre questioni, e non meno importanti, dal momento che il carburante iracheno, carico in zolfo, non è adatto alle centrali elettriche libanesi. La penuria di dollari pone anche problemi alla remunerazione dei fornitori, che viene garantita dalla Banca del Libano per conto di EDL. Così, a maggio, Karpowership, una filiale dell'operatore turco Karadeniz, da cui il Libano acquista il 25% della produzione nazionale tramite navi generatrici di elettricità ormeggiate alle sue coste, ha interrotto la sua produzione per quasi un mese e mezzo. L'azienda reclamava, tra le altre cose, i 170 milioni di dollari di arretrati accumulati dallo Stato libanese nell'ultimo anno e mezzo. La situazione attuale riflette in realtà disfunzioni strutturali più profonde. Per più di dieci anni i diversi ministri dell'Energia hanno promesso ai libanesi, oggi costretti a vivere al buio, che avrebbero avuto accesso all'elettricità ventiquattro ore su ventiquattro. La verità è che, a distanza di anni, quasi nessun investimento è stato realizzato per poter mantenere questa promessa. Gli affari lucrosi legati alla costruzione di nuove centrali elettriche, in preda ad un continuo braccio di ferro politico, si sono impantanati in procedure contrattuali opache. Questa inazione dello Stato si spiega anche perché allo fine lo status quo avvantaggia alcuni interessi privati, in particolare, quelli dei proprietari dei generatori, come nel caso del mercato dei combustibili, che secondo la Banca Mondiale rappresentava 2 miliardi di dollari nel 2019, e nel quale alcuni partiti politici posseggono delle parti importanti. "Le soluzioni tecniche esistono. A bloccare la riforma del settore sono esclusivamente fattori politici", spiega Marc Ayoub, ricercatore in politiche energetiche presso l'Issam Fares Institute for Public Policy and International Affairs dell'Università americana di Beirut (AUB). Di fatto i governi non hanno fatto nulla per mettere in atto soluzioni durature, continuando a privilegiare soluzioni costose, come l'acquisto di elettricità dalle navi generatrici di corrente di Karpowership, di cui, lo scorso marzo, alcuni responsabili sono stati citati in un'inchiesta giudiziaria in Libano per corruzione e riciclaggio di denaro. (…) Il Libano sta ancora aspettando la formazione di un nuovo governo, a quasi un anno dalle dimissioni dell'esecutivo di Hassane Diab, dopo la terribile doppia esplosione nel porto di Beirut». 

BIELORUSSIA, LETTERA APERTA

Svetlana Tikhanovskaja, grande oppositrice di Lukashenko, ha scritto una lettera aperta contro il regime della Bielorussia. In Italia stampata da Repubblica.  

«Sto combattendo contro le macchine, letteralmente, sto combattendo contro il sistema. Un pezzo alla volta, spremendo fuori da me uno schiavo, una vittima e un impostore. È quello che facciamo tutti, l'intera nazione bielorussa. È quello che fanno tutte le donne, soprattutto in Bielorussia. Stiamo combattendo contro il sistema, contro l'invisibile. Siamo intrappolati nel circolo vizioso di una lotta per la libertà e una protesta pacifica che dura da oltre 365 giorni perché vogliamo evitare altre vittime. Non vogliamo usare gli stessi strumenti manipolativi e violenti che usa il regime totalitario. Eppure, sempre più persone vengono torturate e uccise. È una realtà dell'intera nazione bielorussa che è intrappolata da 27 anni in una relazione abusiva con un dittatore. Questa sono io, Svetlana Tikhanovskaja, una leader della Bielorussia democratica. Un anno fa ho rischiato tutto candidandomi alla presidenza al posto di mio marito Serghej, che è stato imprigionato dalle autorità e a cui era stata negata la possibilità di candidarsi in prima persona. Serghej, insieme a più di 600 altri prigionieri politici, uomini e donne senza paura, resta dietro le sbarre già da più di un anno. Tuttavia, per una volta, dopo l'ennesima elezione fraudolenta, la nostra nazione si è svegliata e sta combattendo disperatamente e degnamente per la sua libertà dalla primavera del 2020. A volte ci sentiamo lasciati soli con la nostra lotta. A volte vediamo a malapena la luce alla fine di un tunnel. Soprattutto quando leggiamo l'ennesima storia di torture o di un altro tentativo di suicidio da parte di un prigioniero politico. Oltre 36mila persone innocenti hanno subito repressioni brutali. E questo numero cresce ogni giorno. Dopo l'ennesimo annuncio ridicolo, l'udienza in tribunale del processo contro la suonatrice di flauto e mia compagna nella campagna elettorale per le presidenziali Maria Kolesnikova e l'avvocato Maksim Znak, eminenti combattenti bielorussi per la libertà, sarà tenuta segreta. Chiusa al pubblico. Il regime totalitario non vuole nessuna pubblicità perché il desiderio di libertà di Maria e Maksim non è stato piegato da un anno di carcere. Il processo con prove inventate che vede imputato mio marito Serghej Tikhanovskij dura già da più di un mese e mezzo. Rischia fino a 15 anni di carcere. Diverse figure di spicco sono accusati nello stesso processo, tra cui il noto giornalista Igor Losik. Non dite che questa è una crisi interna della Bielorussia. Dopo il dirottamento dell'aereo Ryanair, è diventata la crisi di tutta l'Europa. Abbiamo a che fare con un regime imprevedibile e irresponsabile pronto ai crimini più brutali. Tuttavia, dopo il momento della delusione, arriva il momento dell'ispirazione. Quando vedo gente in strada che, nonostante il terrore, continua a protestare, appendendo bandiere, tenendo comizi, distribuendo volantini, mi sento ricaricata di energia. Dopotutto, il genio è uscito dalla lampada e nessuna macchina al mondo può rimetterlo dentro. I bielorussi che sono scesi in piazza un anno fa hanno detto forte e chiaro che ci siamo e non ci arrenderemo. E questo mi dà la forza di continuare la lotta insieme a loro. E, soprattutto, non siamo soli in questa lotta. L'Europa e l'intero mondo libero sono con noi. E andiamo avanti, passo dopo passo. Sì, tutti vorremmo che fosse più veloce, che fosse più facile. Ma dobbiamo essere pazienti. Sappiamo che stiamo seguendo l'obiettivo giusto. E sappiamo che il nostro cammino verso la democrazia, per quanto difficile, è necessario. Lungo la strada e in questa lotta, troviamo amici e alleati. Sono Svetlana Tikhanovskaja, una donna bielorussa arrivata in politica senza alcun background. Ho dovuto imparare in fretta. Insieme al popolo bielorusso, sto combattendo queste macchine, il sistema totalitario. Mi starete vicino?».

VIA AL ROSSINI OPERA FESTIVAL

Si inaugura il Rof, cioè il Rossini Opera Festival di Pesaro. Largo dunque al grande compositore italiano e a sue tre opere poco conosciute e rappresentate. Gregorio Moppi per Repubblica.

«Il nostro compito è onorare Gioachino Rossini, cercando di far rivivere, nel presente, la verità della sua musica. Lo facciamo dando prevalenza a titoli meno frequentati, a cast capaci di valorizzarli e alla stretta collaborazione con la musicologia, ancora al lavoro per restituire in edizione moderna partiture fedeli alla volontà del compositore». Lo dice Ernesto Palacio - manager di cantanti e già tenore di rilievo internazionale - da cinque anni a capo del Rof, ovvero il Rossini Opera Festival di Pesaro, rassegna di culto per melomani da ogni parte del mondo, perfino in epoca Covid-19. Qui viene presentato il Rossini più autentico, senza però tenerlo sotto vetro. «Perché puntiamo a dar voce a ogni possibile concezione interpretativa oggi su piazza, attraverso l'equilibrio tra grandi cantanti e giovani provenienti dalla nostra Accademia. Non vogliamo si crei un "club di Pesaro", dove girano sempre i soliti nomi, come succedeva nei primi tempi della nostra attività, partita nel 1980». Allora il Rof cominciò man mano a riscoprire partiture inaudite, e ormai non ce ne sono più da tirare fuori. Tranne una, Eduardo e Cristina. Il festival apre stasera con Moïse et Pharaon. Va avanti fino al 22 agosto, giorno del gala in piazza del Popolo alla presenza del presidente Mattarella, che celebra il quarto di secolo nei cartelloni Rof del belcantista ineguagliabile Juan Diego Flórez. I pezzi forti della rassegna sono tre opere di differenti periodi rossiniani: Il Signor Bruschino, farsa del compositore di quando aveva appena vent' anni, il dramma serio Elisabetta, regina d'Inghilterra, con cui nel 1815, ventitreenne, conquistò Napoli, allora capitale del melodramma e, appunto, Moïse et Pharaon, scritto per Parigi nel 1827, alle soglie del ritiro dalle scene. La sola cosa da rimproverare al Rof è la cautela nelle scelte registiche. «Non vogliamo stramberie», protesta Palacio. «Tant' è che certi progetti di messinscena li abbiamo rifiutati perché irrispettosi delle partiture». Comunque tra qualche estate è prevista Emma Dante, per sperimentare un po' di più. Intanto l'allestimento di punta è l'Elisabetta firmata Davide Livermore, che il 7 dicembre sarà impegnato per la quarta volta di seguito con un'inaugurazione scaligera in diretta Rai. «Non è un caso se mi chiamano, dato che le mie regie, pensate per agganciare l'attenzione anche di chi guarda da casa, hanno triplicato lo share, superando quello di X Factor», dice Livermore. Che pure sul palcoscenico pesarese riversa il suo gusto televisivo. Infatti trasforma due dei protagonisti (Karine Deshayes e Barry Banks) nell'Elisabetta II e nel Churcill della serie The crown , e con effetti speciali ottenuti grazie all'uso invasivo delle proiezioni li immerge in uno spazio psichedelico tridimensionale da talent show postmoderno - ma con mobilio sghembo alla maniera ronconiana - che si allarga, restringe, allunga, sembra vetro, legno, marmo, cielo aperto, si allaga, prende fuoco, ribolle di sangue, si riempie di aerei da guerra. D'altronde, si giustifica il regista, «se Rossini può raccontare una vicenda inventata intorno a Elisabetta I, perché con il mio team di pirati dei Caraibi della tecnologia non posso giocare anch' io con la contaminazione storica?». Si deve invece all'inventiva fru fru della coppia franco-canadese Barbe & Doucet un Signor Bruschino glassato, da confetteria dandy. Ambientato su una barchetta attraccata al molo, in una Marsiglia assolata di colori felici, si ispira al cinema di Jean Renoir, però il tenore innamorato trafficone (Jack Swanson) somiglia all'occhialuto Harold Lloyd del muto hollywoodiano. Lo spettacolo che più rappresenta la linea di equilibrio tra i vari ingredienti musicali attualmente perseguita dal Rof è però il Moïse et Pharaon , asciutto e ieratico messo su dal novantunenne Pier Luigi Pizzi con la bacchetta di Giacomo Sagripanti, guida ottima di masse e solisti. Geometrico l'impianto visuale, sicura e intelligente la direzione, superbo senza ostentazioni messianiche il protagonista Roberto Tagliavini insieme a Vasilisa Berzhanskaya, Eleonora Buratto, Alexey Tatarintsev e a Erwin Schrott, faraone gigione. Quest' anno il Rof avrebbe dovuto inaugurare uno spazio teatrale da mille posti, in pieno centro, per rimpiazzare la Vitrifrigo Arena, piuttosto periferica. È il vecchio PalaFestival dismesso sedici anni fa e ora rimodernato. Ma il cantiere non è chiuso, dunque appuntamento all'anno venturo». 

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, cattiverie a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.