J&J come AstraZeneca

Gli Usa sospendono il vaccino per sospetti casi di trombosi. Per noi è un film già visto. Riaperture e ristori, 20 miliardi da stanziare e date da decidere. Riapre l'Olimpico per gli Europei di calcio

Un film già visto. Parliamo fatalmente ancora di vaccini. Al centro dell’interesse delle autorità sanitarie ci sono di nuovo sospetti casi di trombosi, tutti in donne sotto i 60 anni. Solo che questa volta l’allarme è partito dagli Usa e non riguarda AstraZeneca, ma il vaccino della Johnson&Johnson. L’impressione però è che ci si trovi in una situazione che in Europa abbiamo già affrontato. Il vaccino della J&J usa infatti la stessa tecnologia AstraZeneca a vettore virale, anche se a singola somministrazione. Sono sotto la lente d’ingrandimento 6 casi su quasi 7 milioni di dosi. In USA discutono di quel che noi abbiamo affrontato le scorse settimane e l’impressione è che finirà nello stesso identico modo: con una limitazione nell’età dei soggetti che si sottopongono a quel vaccino. 60 anni? Certo è che nel nostro Piano vaccinale (Figliuolo sembra alle prese con una tela di Penelope), continuamente da ripensare, dovremmo cambiare qualcosa: si puntava molto anche su J&J. Intanto sul fronte della campagna segnaliamo che dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state iniettate 299 mila 125 dosi. Superati i 4 milioni di italiani che hanno ricevuto prima e seconda dose. Siamo dunque vicini all’obiettivo giornaliero di 310 mila.

Intanto ieri ancora proteste in mezza Italia. Si studia su due diversi interventi: le date di riapertura e i nuovi finanziamenti per i ristori. Comunque, ha ragione Sallusti, il calcio ha battuto tutti, come spesso capita in Italia: si tornerà allo stadio in presenza, all’Olimpico di Roma, per la partita inaugurale degli Europei. Sul fronte dei nuovi finanziamenti, Il Sole parla di circa 20 miliardi di nuovi stanziamenti. Nelle prossime ore, e giorni, le decisioni finali del Governo su nuovo scostamento di bilancio e DEF.

La politica italiana è anch’essa nel tormento. Conte è alle prese con il programma di rifondazione del Movimento 5 Stelle. Mentre l’altro nuovo leader, Enrico Letta, deve risolvere l’enigma del Campidoglio, con Virginia Raggi convinta a resistere e ricandidarsi. Zingaretti e Calenda, che si prepara anche lui a correre come sindaco, stanno sullo sfondo. Sui temi parlamentari, intervento di un prete di frontiera, don Patriciello, dalle colonne di Avvenire, sulla legge Zan: “Quando vengo offeso, sui social, e tante volte per strada, per il solo fatto di essere prete, debbo mettermi a gridare alla 'pretefobia'?”. Finiamo con una bella notizia: una donna, italiana, è il nuovo direttore della prestigiosa agenzia di stampa Reuters. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Lo stop stavolta viene dagli Usa, ma ha il sapore di qualcosa già accaduto da noi. Per il Corriere della Sera: Vaccini, la nuova frenata. Mentre la Repubblica è fiduciosa: Vaccini Usa, sospeso J&J. «L'Italia non si fermerà». La Stampa fa un passo avanti e pensa come saranno i vaccini fra un po’, dando credito ad un retroscena: Dal 2022 stop a AstraZeneca e J&J. Per Avvenire semplicemente è una corsa ad ostacoli: Vaccini, altro inciampo. Quotidiano nazionale ci vede messi male, l’opposto di Repubblica: Stop anche a J&J, ora l'Italia è nei guai. Il Mattino per una volta si schiera: Vaccini, la follia del nuovo stop. Il Messaggero si consola con la decisione di inaugurare, con il pubblico, gli Europei di calcio all’Olimpico di Roma: A giugno si torna allo stadio. Mentre Libero insiste sulle proteste di commercianti e albergatori: Morire di Covid o di fame. La Verità, colpo di fantasia, chiede la testa del Ministro della Salute: Speranza è l'ultimo a cadere. Mentre Il Fatto se la prende con Del Turco e Formigoni, che sebbene condannati riavranno il vitalizio da ex parlamentari: Derubano la sanità e vincono il vitalizio. Il Domani va sui tormenti della nostra economia: Arriva il Recovery degli scarti. Miliardi di nuovo debito per i progetti che l'Ue non vuole. Mentre Il Sole 24 Ore si occupa del mercato globale: Criptovalute all'esame di Wall Street: maxi quotazione da 100 miliardi. A proposito di mondo e di ambiente, l’unico quotidiano ad occuparsi della decisione giapponese di sversare l’acqua contaminata di Fukushima nel Pacifico è il Manifesto: Fukushock. Anche se a noi piace di più lo choc, scritto così, alla francese. Manie da titolisti.

RISCHIO TROMBOSI, SOSPESO IL VACCINO J&J

Dunque per 6 casi di trombosi sospette, verificatisi in donne vaccinate fra i 18 e i 58 anni, su quasi 7 milioni, le autorità USA hanno sospeso il vaccino della Johnson&Johnson. Magrini, dai vertici dell’agenzia italiana del farmaco, fa il punto con il Corriere della Sera.

«Nicola Magrini, direttore dell'agenzia del farmaco Aifa, cosa cambia per l'Italia dopo lo stop del vaccino di J&J? «Non cambia nulla. È una pausa necessaria voluta dall'agenzia americana del farmaco Fda per verificare l'origine dei sei casi di trombosi molto rare e particolari segnalati in Usa su 7 milioni di vaccinati. Il sospetto è che siano simili a quelli osservati in Europa su 35 milioni di vaccinati. Sono episodi talmente infrequenti da essere ai limiti della valutabilità». Che tempi prevede? «Spero ci diano presto il semaforo verde. Siamo in contatto con le agenzie europea Ema e con la Fda. Confidiamo che si possa riprendere tra pochi giorni dopo l'acquisizione degli elementi necessari per meglio comprendere l'accaduto». Perché fermarsi di nuovo di fronte a episodi così limitati, uno su un milione? «La Fda ha adoperato il massimo della cautela, forse eccessiva ma che fa parte della migliore gestione di un'emergenza». I problemi di rara trombosi sono legati ai vaccini a vettore virale, come AstraZeneca e J&J, e non a quelli come Moderna e Pfizer-Biontech costruiti su piattaforme tecnologiche diverse? «Fino a questo momento i sistemi di farmacovigilanza non hanno rilevato eventi di rarissime trombosi cerebrali con riduzione di piastrine collegabili a vaccini prodotti con la tecnologia dell'Rna messaggero, appunto Pfizer e Moderna. Quindi è plausibile pensare che il fenomeno sia limitato ai vaccini sviluppati con piattaforme virali. Però non ci sono dati che mostrano segnali in questa direzione».

In un retroscena su la Stampa Ilario Lombardo e Paolo Russo sostengono che in prospettiva sia l’Europa sia l’Italia punteranno solo sui vaccini a m-RNA, di nuova concezione come Pfizer e Moderna, e non più su quelli a vettore virale come AstraZeneca e Johnson&Johnson. Questi ultimi nell’immediato saranno usati sugli over 60.

 «È abbastanza certo ormai che il destino del vaccino Johnson&Johnson sarà lo stesso di AstraZeneca. Dopo i pochissimi casi di trombosi rilevati negli Stati Uniti e la sospensione decisa dalle autorità americane, fonti del governo italiano confermano che l'orientamento immediato è di circoscriverne l'uso solo agli over 60, come una settimana fa, a livello europeo, era stato deciso per il siero di Oxford. Ma c'è anche un'altra notizia che emerge dalle preoccupazioni sullo stop a J&J, e che coinvolge la famiglia dei farmaci anti-Covid alla quale appartiene. Si chiamano vaccini a vettore virale: AstraZeneca, J&J e Sputnik. Tutti e tre finiti nella bufera di questi giorni di ansie e incertezze, i primi due per motivi scientifico-sanitari, il terzo anche per ragioni geopolitiche. Secondo quanto è venuta a conoscenza La Stampa da una fonte del ministero della Salute, la Commissione europea, d'accordo con i leader di molti Paesi, avrebbe deciso che alla scadenza dei contratti validi per l'anno in corso non saranno rinnovati quelli con le aziende che producono vaccini di questa tipologia. Si vuole puntare tutto sui sieri a Rna messaggero, che trasporta le istruzioni per la produzione della proteina Spike utilizzata dal coronavirus, permettendo così all'organismo di produrre anticorpi specifici e di immunizzarsi. Sarebbe il trionfo di Pfizer e Moderna, che fino ad ora hanno dato più sicurezza (anche sul fronte contrattuale, dicono nel governo) mentre verrebbero penalizzati AstraZeneca, J&J, già autorizzati dall'Ema, Sputnik, che ancora deve ricevere il via libera, ma anche il vaccino made in Italy, in fase di sperimentazione, ReiThera. In fondo, il presidente del Consiglio Mario Draghi aveva già avvertito in conferenza stampa che l'Ue non avrebbe replicato l'errore di firmare contratti senza vere garanzie, specificando che «i prossimi saranno fatti meglio».

Ma è proprio così? Oppure anche i vaccini a vettore virale avranno un’evoluzione? Allo Spallanzani di Roma si sta lavorando, in collaborazione con gli scienziati russi, sul vaccino Sputnik proprio in questa direzione. Il Fatto intervista il direttore sanitario Francesco Vaia, che sostiene fra l’altro la possibilità, dopo una prima dose di AstraZeneca, di usare un altro vaccino per il richiamo.

«"Saremo i primi al mondo a verificare l'efficacia dello Sputnik V sulle varianti di SarsCov2. È normale che il virus muti e noi dobbiamo adeguare le armi". Il professor Francesco Vaia, direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, sorride dopo la firma con i russi dell'Istituto Gamaleya di Mosca. "Fra una decina di giorni porteranno in Italia materiale biologico e cominceremo lo studio: la scienza è neutra e incondizionata da interessi geopolitici". Il memorandum con la Russia prevede altro? «Inseriremo Sputnik in uno studio sugli incroci di vaccini. Intendiamo dare un'opportunità a quella che chiamo "popolazione perplessa" dalla comunicazione su AstraZeneca che di AstraZeneca (VaxZevria) ha già avuto la prima dose. Premesso che il vaccino anglo-svedese è efficace e sicuro come gli altri, su base volontaria offriremo questa possibilità di fare la seconda dose con Sputnik, Pfizer o Moderna. Studi simili sono già stati approvati nel Regno Unito e in Germania. Anche la nostra Aifa sembra propensa a dire di sì. Potrebbe risolvere in parte anche il problema degli approvvigionamenti. Lo studio sarà concluso entro giugno e pubblicheremo il bando con le modalità per presentarsi come volontari dopo aver già avuto, appunto, la prima dose di AstraZeneca». Lo stop degli Usa a J&J è un'altra mazzata. «Esatto, non ho ancora fatto in tempo a leggere nulla a parte quanto diffuso dalla stampa, i casi di trombosi sembrano comunque pochi ed è tutto da verificare». Ma già J&J prevedeva poche dosi e aveva annunciato dei tagli. «Il nostro studio, ripeto, potrebbe metterci una pezza e ricordo anche che i russi si sono resi disponibili a trasferire anche in Italia la tecnologia per produrre Sputnik qui da noi, il che aiuterebbe anche». Il professor Roberto Burioni negli ultimi giorni sta battendo molto sulla improbabilità di diffusione del contagio all'aperto. Alcune delle misure di questo terribile anno sono del tutto inutili quindi? «La mia posizione "aperturista" è nota da tempo. L'altro giorno ho fatto un appello, su basi scientifiche, ai sindaci perché tengano aperti i parchi e le ville magari destinandoli ad attività di palestre e teatri. Vanno evitati gli assembramenti, abbiamo imparato a non stare gli uni sugli altri, ma è ora di ritornare a fare delle cose in sicurezza. Preferisco assistere a un concerto con la mascherina mantenendo le distanze piuttosto che rinunciare. Bisogna parametrare le attività sulla pandemia».

Federico Rampini su Repubblica ha il merito, partendo dal nuovo caso di Johnson&Johnson, di tracciare un quadro preciso di quella “geopolitica dei vaccini” che sta mettendo l’Europa in ginocchio:

 «Il dramma europeo continua ad avere una duplice faccia: sanitario e industriale. Di fatto gli Stati membri dell'Unione ancora non possono contare su un vaccino totalmente controllabile perché "loro". L'unico prodotto continentale, quello del laboratorio di ricerca tedesco BioNTech, ha dovuto affidarsi all'americana Pfizer per la produzione. Moderna è americano, Johnson & Johnson pure, AstraZeneca britannico. Nella geopolitica globale dei vaccini l'Europa si è lasciata declassare dietro le superpotenze America, Cina, India. È un declino antico, causato da errori di politica industriale, più una diffusa cultura anti imprese che con l'illusione di contrastare Big Pharma ha consegnato il Vecchio Continente nelle mani dei suoi burocrati. Nell'emergenza una delle soluzioni consiste nel produrre su licenza delle multinazionali americane. È un rimedio meno veloce di quanto si vorrebbe: bisogna riconvertire impianti produttivi, metterli a norma, ottenere permessi dalle autorità farmaceutiche. I macchinari abilitati a produrre vaccini devono offrire garanzie di sicurezza e sono sottoposti a controlli speciali. Imprese "affini" possono affrontare la riconversione, ma hanno bisogno di finanziamenti e di tempo. Non a caso l'America oggi raccoglie i frutti di una strategia lanciata un anno fa. Anche qui le burocrazie europee non hanno brillato né per previdenza né per lungimiranza o rapidità. La geopolitica dei farmaci continua a evolversi sotto i nostri occhi. La Cina sembrava lanciata verso una diplomazia dei vaccini trionfale; invece di colpo ammette che i suoi hanno un'efficacia modesta. Era un sospetto già diffuso, vista la bassa percentuale della popolazione cinese che ha accettato di farsi inoculare. L'incalzare dell'Amministrazione Biden, che torna a chiedere un'indagine seria sulle origini del Covid, forse ha costretto Pechino a uno sforzo di trasparenza almeno sui vaccini. L'India alle prese con un'impennata di contagi pratica il protezionismo farmaceutico e blocca l'export. La Russia ha un problema simile all'Europa: buoni laboratori di ricerca ma una base industriale insufficiente per la produzione in massa. Intanto per l'Italia ogni incidente di percorso rende più aleatoria quella riapertura estiva da cui dipende la sopravvivenza di settori vitali dell'economia».

RIAPERTURE, COPRIFUOCO A MEZZANOTTE?

A proposito di sopravvivenza e riaperture. Ieri altra giornata di manifestazioni, soprattutto a Roma e a Napoli. Ecco la cronaca di Repubblica, nel pezzo a doppia firma di Ettore Livini e Alessandra Paolini.

«Ci sono i baristi e gli chef stellati. I proprietari di discoteche e i produttori di confetti, messi ko da un'Italia dove - causa Covid - non ci si sposa quasi più. I rappresentanti dei balneari alzano in aria i loro cartelli con un appello chiaro - #vogliamounadata (sottointeso, per la riapertura) - mentre Moreno, ristoratore arrivato dalla Toscana, impugna un martello e spacca piatti e bicchieri in mezzo a piazza San Silvestro. «Tanto - spiega - se non mi fanno ripartire non servono più». Benvenuti nel girone infernale delle vittime collaterali della pandemia. Il mondo variegato di quei pubblici esercenti «che sono stati la categoria più penalizzata dalla crisi sanitaria» - come ricorda Lino Enrico Stoppani, presidente di Fipe, l'associazione di categoria - e che ieri si sono trovati nelle piazze di tutta Italia per chiedere al Governo più aiuti («ho perso l'80% del fatturato e incassato il 4% di ristori», calcola Marco Valenza, titolare dei caffè fiorentini Gilli e Pazkowski) e un giorno preciso in cui poter davvero rialzare le saracinesche. «La nostra è una protesta dignitosa e composta», rivendica da Genova il pasticciere Alessandro Cavo. Il bilancio del settore è da Caporetto: il Covid ha cancellato 13mila insegne e bruciato 34 miliardi di ricavi ( - 34,2%) nel 2020. «Il 30% delle discoteche ha chiuso i battenti per sempre», spiega Maurizio Pasca, titolare del 4 Colonne di Gallipoli. E le storie di chi è finito nel tritacarne della crisi sanitaria fanno più rumore e notizia delle bombe carta e degli scontri visti appena 24 ore prima al corteo di #ioapro, «cose che non hanno niente a che vedere con noi», assicurano tutti».

Marco Galluzzo racconta come e quando si potrebbe arrivare alle riaperture di tante attività commerciali. Maggio il mese chiave:  

«Le Regioni stanno lavorando a delle linee guida sulle riaperture da sottoporre domani al governo. Mario Draghi ha chiesto ai membri del Cts, il Comitato tecnico scientifico, di predisporre dei protocolli per quelle attività che possono riaprire prima di altre. Non ci sono ancora dettagli, né certezze, perché tutto dipenderà dai dati dei prossimi giorni, ma è ormai chiaro che dai primi di maggio ci sarà una graduale riapertura sia delle attività di ristorazione, sia delle attività all'aperto, probabilmente anche di quelle sportive e culturali. Se il governo sembra intenzionato a prorogare lo stato d'emergenza per altri due mesi, dunque sino a fine giugno, tutti ormai parlano di maggio come del mese decisivo per un graduale ritorno alla normalità. Ne discute Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, con i rappresentanti del Fipe, i pubblici esercizi: «Presumibilmente maggio sarà un mese di riaperture. La decisione sarà presa probabilmente la prossima settimana dal Consiglio dei ministri». Ci crede anche Maria Stella Gelmini, ministra per gli Affari regionali, ribadendo che non «dobbiamo farci prendere da un eccesso di fretta» anche se le riaperture vanno fatte «nel più breve tempo possibile». E maggio «sarà il mese delle riaperture di tutte le attività economiche», come ha confermato anche la sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento Deborah Bergamini a una delegazione di ristoratori. (…) Sulle modalità filtrano alcune ipotesi: le Regioni chiederanno al governo di riaprire i ristoranti anche la sera, privilegiando gli spazi all'aperto. Un'altra richiesta è quella di spostare l'orario del coprifuoco dalle 22 a mezzanotte, ipotesi che sembra condivisa anche da esponenti del governo. Ovviamente molto o quasi tutto dipenderà dai dati della campagna vaccinale, visto che il capo del governo ha legato a doppio filo l'impegno sulle riaperture alla capacità di vaccinare tutti gli over 80 e una buona parte degli over 75. A Palazzo Chigi non sono in grado di fare previsioni sui tempi, ma sperano che le nuove raccomandazioni alle Regioni (vaccini prima ai fragili e agli over 80) siano rispettate».

Sulla stessa linea parla a Repubblica Maristella Gelmini:

«Credo che già questa settimana definiremo il cronoprogramma per le riaperture. Perché dobbiamo procedere. Con cautela, per evitare di commettere errori e dover richiudere, ma man mano che il tasso di contagi diminuisce e le vaccinazioni coprono i più fragili dobbiamo riaprire. A breve il Cts inserirà proprio il dato sulle vaccinazioni tra i criteri di valutazione per il passaggio delle regioni da un colore all'altro». Prudenza, niente aperture avventate e immediate. Ma la ministra degli Affari regionali Mariastella Gelmini parla delle settimane che ci attendono con moderato ottimismo, nonostante la pessima notizia di giornata. E cerchia per la prima volta maggio come mese chiave per le riaperture. Tuttavia, niente isole Covid free: «Lo sarà l'intera Penisola». Ora «ci sono tutte le condizioni per liberare il Paese da questa morsa».

Alessandro Sallusti nell’editoriale del Giornale propone questo ragionamento: ma se si è fissata una data per gli stadi di calcio, in vista degli Europei, perché non fissare le date anche per tutti gli altri?

«Potenza del calcio. Prima che per i ristoranti, i cinema, i teatri, le palestre e chi più ne ha più ne metta, il governo ha deciso la data della riapertura al pubblico per gli stadi: sarà l'11 giugno, partita inaugurale all'Olimpico di Roma dei Campionati europei di calcio. Senza il via libera anticipato, l'Italia rischiava di perdere questa importante vetrina, quindi diciamo che abbiamo ceduto a un non celato ricatto dell'Uefa, l'organismo europeo del pallone. Quel giorno all'Olimpico convergeranno quasi ventimila persone un quarto della capienza, che come assembramento non è male. Logica vuole che per quella data sia previsto un inatteso liberi tutti, a prescindere dalle curve del Covid e delle vaccinazioni, o forse già oggi chi di dovere sa che a giugno la situazione sarà ben diversa dall'attuale. Ma se ci sono previsioni così certe, perché non dire chiaramente quando potranno riaprire altre attività, magari meno nobili di quella pallonara, ma vitali per milioni di italiani? Non è giusto che solo i calciatori e il business del loro mondo - possano vivere di certezze, programmare il loro lavoro. Non crede il governo che analogo trattamento meritino anche altre categorie? Se si può dire quando riapriranno gli stadi, immagino che - salvo imprevisti importanti - la stessa cosa si possa fare per i negozi, i ristoranti, i musei che non hanno certo il potere e le conoscenze altolocate dell'Uefa, ma contribuiscono al Pil italiano in misura assai maggiore». 

E i nuovi ristori, tanto attesi? Il Sole 24 Ore è il più completo nello spiegare che cosa aspettarsi dal Governo. Stamattina alle 11,30 è convocato un Consiglio dei Ministri. Secondo i calcoli del quotidiano economico, i nuovi sostegni dovrebbero ammontare a poco più di 20 miliardi.

«Al nuovo giro di «sostegni» dovrebbe andare qualcosa più di 20 miliardi, per compensare due mesi di restrizioni al costo per la finanza pubblica di 10 miliardi abbondanti al mese. Altri tre miliardi circa dovrebbero essere destinati ai rimborsi dei «costi fissi», in un capitolo dominato da un rilancio del credito d'imposta sugli affitti e nuove esenzioni Imu per gli immobili strumentali delle categorie più colpite dalle misure anti-pandemia, a partire dagli alberghi. In lista c'è il prolungamento fino al 31 dicembre delle esenzioni sul canone unico che da quest' anno ha preso il posto di Tosap e Cosap sulle occupazioni di suolo pubblico, e un nuovo rinvio delle scadenze fiscali: sotto esame ci sono le date del 30 aprile, quando gli autonomi dovrebbero versare gli acconti di novembre scorso, il 30 giugno, data di pagamento delle rate 2020 della rottamazione ter e saldo e stralcio, e il 30 novembre quando scadono le rate 2021. Il nuovo stop sarebbe riservato alle imprese in crisi, a cui dovrebbe essere limitato anche il nuovo rinvio del blocco degli sfratti. Sempre in campo fiscale, si lavora allo slittamento a ottobre del prelievo erariale unico sui giochi. Ma il prossimo decreto, che nel lessico governativo dovrebbe essere intitolato alle «imprese», guarderà anche alle misure per la ripresa: un ambito nel quale oltre agli incentivi all'occupazione e alle misure sulla liquidità (moratorie in primis) dovrebbe trovare spazio anche il finanziamento dei quasi 7 miliardi di Transizione 4.0 usciti dal Recovery e dal primo decreto sostegni. La griglia del nuovo provvedimento prende forma insieme ai numeri dello scostamento e del Def su cui le calcolatrici del ministero dell'Economia hanno lavorato a pieno ritmo anche ieri. Per questa mattina alle 11.30 è in programma un Consiglio dei Ministri che all'ordine del giorno reca solo le «varie ed eventuali», come già accaduto nelle fasi convulse del Conte-2. Il punto è che il nuovo Def ha bisogno di qualche ora in più di lavorazione, sul deficit per il decreto sostegni-bis le riunioni si sono susseguite per tutta la giornata di ieri, in parallelo con quelle sul Recovery, e prudenza ha consigliato di evitare una convocazione troppo puntuale nei dettagli. Il Consiglio dei Ministri nasce per approvare lo scostamento, intorno ai 40 miliardi sul 2021 comprensivi della prima (piccola) quota del nuovo deficit pluriennale da 30 miliardi per finanziare le misure che saranno escluse dal Recovery, mentre il Def finirebbe sul tavolo di una riunione successiva e conseguente domani. Ma l'accordo politico sui numeri è da costruire, dopo che in particolare da Lega e Forza Italia erano arrivate richieste di un disavanzo più ampio (Salvini ha parlato di 50 miliardi, Fi di 20 miliardi al mese fino alla fine dell'emergenza). Anche per questo, mentre le manifestazioni che si ripetono fanno suonare più di un allarme sulla tenuta sociale del Paese, il Consiglio dei Ministri si potrebbe risolvere in un primo confronto sulle cifre, rimandando a domani il via libera ufficiale a scostamento e Def. La nuova tornata di aiuti a fondo perduto domina comunque l'impianto a cui lavorano Palazzo Chigi e Mef. Il meccanismo dovrebbe replicare quello del decreto di marzo, anche per garantire tempi brevi ai bonifici».

I 5 STELLE SI DIVIDONO. E LETTA RISCHIA SU ROMA

Politica italiana. Sul dibattito interno ai 5 Stelle il Corriere della Sera intervista Massimo Bugani, leader storico del Movimento. Per lui bisogna trovare un accordo fra Davide Casaleggio e i parlamentari. Pena: mettere a rischio il futuro del Movimento.

«Ora o mai più: questo è il momento di fare un ultimo tentativo, di trovare un accordo tra Rousseau e il Movimento, altrimenti dallo scontro non ci sarà né un vincitore né un vinto, ma solo due feriti gravi»: Max Bugani, volto storico M5S, capo staff di Virginia Raggi ed ex socio di Rousseau lancia il suo grido d'allarme. Onestamente il divorzio sembra inevitabile. «Appunto. Io lo dico con il cuore a pezzi, ma il M5S è nato grazie alla struttura ideata da Gianroberto Casaleggio insieme a Davide e dalla straordinaria capacità comunicativa e dalle intuizioni di Beppe Grillo. Questi due elementi sono Rousseau e il M5S. Se si toglie uno dei due abbiamo un gabbiano con un'ala sola: così non può volare». I parlamentari però hanno rotto con Rousseau e Davide Casaleggio reclama 450mila euro. «Ci sono delle incomprensioni da chiarire. Casaleggio reclama quei soldi perché Rousseau non ha più fondi per operare e ciò dovrebbe preoccupare tutti gli eletti». Perché? «Perché Rousseau è lo scheletro del Movimento. Io parto da una posizione privilegiata: ho avuto una lunga amicizia con Gianroberto e Beppe, sono stato socio di Davide e ho avuto modo di vedere da vicino la funzione di Rousseau. Non è solo una piattaforma, ma dalla certificazione delle liste alle iniziative per gli iscritti è la struttura - sicuramente perfettibile - su cui è seduto il M5S. Se vai sul mercato per richiedere questi servizi ti servono milioni di euro, non qualche migliaio». Però i parlamentari parlano di una svolta politica con il Manifesto controvento. «Non è una mossa politica e poi non puoi chiedere a chi ha costruito le fondamenta del Movimento di lavorare senza risorse e stare pure zitto». Grillo che dovrebbe fare? «A Beppe dobbiamo tutto e anche con la mossa di Conte si vede la sua genialità. Ha capito che l'ex premier ha grandi valori e forza comunicativa, però ora stiamo pagando 15 mesi di stallo. È il momento di superare i dissapori». (…) Intanto si sta litigando per il tema dei due mandati. «Credo che questa polemica stia prendendo spazio nel momento peggiore». In che senso? «Siamo nel mezzo di una pandemia con il Paese in ginocchio, gli italiani sono preoccupati per il loro futuro». Conte intanto viene accusato di immobilismo. «Io lo stimo. Conte sinceramente non poteva immaginare di finire in un caos del genere. Nel progetto che sta portando avanti c'è del grande potenziale: rischiare di disperderlo per questioni personali ed economiche è un rigore sbagliato a porta vuota».

Antonio Polito analizza gli ultimi 60 giorni dell’ex premier Giuseppe Conte, che sta cercando di guidare la rifondazione dei 5 Stelle.

«Sono quindici mesi, dal giorno delle dimissioni di Luigi Di Maio, che i Cinquestelle non hanno un capo politico. Sono due mesi che Conte non è più premier. Carlo Marx scrisse il Manifesto del partito comunista in poco meno di tre mesi. Quello del nuovo MoVimento è ancora in cottura. D'altra parte non è facile. Di solito i movimenti politici nascono dall'opposizione con lo scopo di conquistare il potere. Qui si tratta invece di fondarne uno, o rifondarlo, per conservare il potere. È un'operazione che è riuscita solo a pochi. (…). In ogni caso l'avvocato pugliese ha il difetto di averlo già perso, il potere (anche se, per Goffredo Bettini, non perché sia «caduto» ma perché «è stato fatto cadere»). Ciò rende inevitabilmente revanchista il contenuto politico del suo progetto: tornare a Palazzo Chigi. E toglie quindi novità al disegno che si vorrebbe invece nuovo. Lui lo chiama Neo-Movimento, e già così l'espressione fa pensare al neo-classico, al neo-barocco, alla ripresa di uno stile passato di moda, a un déjà vu. Finora Conte si è occupato solo della «macchina» di questo nuovo partito, movimento o ciò che sarà. Di software, nel senso della proposta politica, del radicamento sociale, del sistema di alleanze, ha parlato molto poco».

C’è una sola persona che può tenere insieme le anime dei 5 Stelle, e con più popolarità di Conte nella base. Ed è Virginia Raggi. Ma con la sua intenzione di ricandidarsi a sindaco di Roma sta mandando in crisi l’alleanza con il Partito democratico. È la prima grande seria difficoltà che deve affrontare Enrico Letta. Giovanna Vitale su Repubblica:

«Il fatto è che sin dall'agosto scorso, da quando cioè la prima cittadina si è auto-rimessa in pista, i numerosi tentativi di dissuaderla sono tutti caduti nel vuoto. Anche perché nel frattempo - blindata da Grillo e sostenuta da Alessandro Di Battista - Raggi è riuscita a imporsi come il volto più amato della fronda capitanata da Davide Casaleggio. Con un'idea ben piantata in testa: resistere resistere resistere. È stata lei stessa a confermarlo, ieri, in un lungo post su Facebook: «Effettivamente mi è stato proposto di tutto per invitarmi a fare un passo indietro e, allo stesso tempo, non sono mancate pressioni per lasciare spazio alla politica», ha scritto l'inquilina del Campidoglio. «La questione è che per me la Politica è altro: sono i programmi e non gli accordi di palazzo». E pazienza se, a causa sua, la coalizione fra i 5S e il centrosinistra salterà. «Il nostro percorso è segnato ed è aperto a tutti. Ma le regole le stabiliamo noi». Della serie: se il Pd la vorrà sostenere ben venga, altrimenti nessuno si faccia illusioni, la sindaca non arretrerà di un millimetro. Un bel problema per il Nazareno. Da settimane in pressing su Nicola Zingaretti per persuaderlo a scendere in campo nella Capitale. L'unico dato per vincente contro ogni possibile sfidante: secondo l'ultimo sondaggio commissionato dal Pd, al ballottaggio Raggi verrebbe doppiata, mentre con Bertolaso finirebbe 56 a 44. Una partita che Letta non può permettersi di perdere. E che tuttavia il governatore del Lazio - impegnato sul fronte della pandemia e della campagna vaccinale - non sembra aver voglia di giocare. Lo ha detto e ripetuto: il suo mandato scade nel 2023 e intende portarlo a termine. Senza trascurare un fattore politico non di poco conto: da segretario del Pd, Zingaretti è stato il principale promotore dell'alleanza strutturale con i 5S, se si candidasse a Roma dovrebbe fare campagna elettorale contro quello stesso Movimento che ha addirittura fatto entrare nella sua giunta regionale. Un cortocircuito che gli elettori potrebbero non capire. Diverso sarebbe se cambiassero le condizioni: se cioè si verificasse un fatto nuovo e di portata talmente rilevante da spingerlo a riconsiderare le sue scelte. E quel fatto nuovo non potrebbe che essere la defezione di Virginia Raggi dalla corsa per il Campidoglio. A quel punto il centrosinistra, lacerato dall'addio di Carlo Calenda, si presenterebbe in asse con i 5S e ogni imbarazzo verrebbe risolto. Ma, a giudicare dalle ultime sortite, la sindaca grillina appare irremovibile. E certo non aiuta la guerra sugli assetti interna al Movimento. Il cui esito il Nazareno non può consentirsi di aspettare. Mentre prenderà tutto il tempo che serve per dar modo a Zingaretti di fare le sue valutazioni. Convinto che se decidesse di scendere comunque in pista, non ce ne sarebbe per nessuno. Manderebbe in crisi sia Raggi, sia Calenda. Accelerandone la ritirata».

ANCORA SUL DDL ZAN

Don Maurizio Patriciello, prete di frontiera e attivista della Terra dei Fuochi, scrive l’editoriale di Avvenire sulla legge Zan. Titolo: Buon senso per favore.  

«Ci sono conquiste che sono costate all'umanità tempo, fatica, sangue, alle quali non si può più rinunciare per nessun motivo. Tra queste c'è il diritto a esprimere liberamente il proprio pensiero, la propria opinione, le proprie convinzioni, la propria fede - soprattutto quando marciano in direzione opposta alla vulgata corrente - senza correre né il rischio di essere denunciato né quello - più subdolo e deprimente - di essere umiliato e deriso. Intanto, diciamo subito che denunce, avvocati, processi,tribunali hanno sempre intimorito i poveri, ben sapendo che, poi, costeranno tempo e denaro che essi non hanno a disposizione. Detto questo, qualche domanda: un italiano, onesto, perbene, può dire, oggi, proprio oggi (quando non ci sono ancora nuove norme liberticide in vigore) senza timore di essere calunniato come 'omofobo' o 'transfobico' di rispettare e amare i fratelli e le sorelle omosessuali e transessuali, ma - esempio niente affatto casuale - di considerare un vero e proprio obbrobrio il commercio di gameti umani e una inaccettabile forma di colonizzazione del corpo femminile l'affitto di un grembo di madre per mettere al mondo figli commissionati da altri? È stato ribadito tante volte, anche e soprattutto su queste colonne, che le nostre leggi sanzionano ogni atto di violenza, a cominciare da quelle verbali, per cui non servono ulteriori norme per tutelare i diritti dei fratelli e delle sorelle omosessuali e transessuali. Soprattutto non servono norme congegnate male come alcune di quelle contenute nel cosiddetto ddl Zan. Norme errate perché costruite in modo obliquo, e capaci di materializzare lo spettro di una tenaglia liberticida. Qualcuno, però, combatte la sua battaglia per ottenere proprio quelle norme. Battaglia che, pur non condividendo, rispettiamo, per il solo fatto che ognuno è libero di esporre, senza offendere nessuno, le proprie idee e di lottare per esse. Ma non è giusto, ed è violento, catalogare ancora una volta come 'omofobo' chi si oppone a quella prospettiva e dà l'allarme contro una deriva che giudica pericolosa. E poi - parlo da prete italiano - quando vengo offeso, sui social, e tante volte per strada, per il solo fatto di essere prete, debbo mettermi a gridare alla 'pretefobia'? Devo chiedere leggi personalizzate per me e per i miei confratelli? ».

REUTERS, AI VERTICI UN’ITALIANA APPASSIONATA

Scusate se per una volta parliamo di noi. La notizia è questa: una donna, e italiana, è alla guida dell’agenzia Reuters. Le prime parole di Alessandra Galloni da neo designata raccontano una grande passione e una grande curiosità. La voglia di studiare, di capire ma anche di difendere la qualità di un mestiere, che a volte sembra non più così utile alla nostra convivenza. La Stampa la racconta.

«Alessandra Galloni, giornalista, romana, 47 anni, ha scalato per prima la vetta più alta del mondo dell'informazione e ha abbattuto in un colpo solo due muri. Dopo una prestigiosa carriera internazionale, è la prima italiana al comando della più importante agenzia di stampa, la britannica Reuters. Ed è la prima donna a ricoprire quel ruolo dalla fondazione dell'azienda, 170 anni fa. «È un onore guidare la redazione migliore del mondo!», twitta pochi minuti dopo che la sua nomina è diventata una notizia che ha fatto il giro del globo. E la notizia è lei. Ha in curriculum una laurea ad Harvard, un master alla London School of Economics nel 2002, quattro lingue parlate fluentemente e un'esperienza di tredici anni al Wall Street Journal, dove si è specializzata prima come redattrice e poi come corrispondente di Economia e Politica da New York, Londra, Parigi e Roma. (…) E ora, sul tetto dell'informazione globale, dalla capitale britannica coordinerà il lavoro di uno staff formato da 2450 giornalisti in 200 città. «Difenderò strenuamente la libertà di stampa, punterò a riconoscere il valore, anche economico, del giornalismo di qualità, e poi ...ci dobbiamo divertire», promette e sorride. Chi la conosce sintetizza il suo stile asciutto e la sua autorevolezza con tre aggettivi: «Carismatica, determinata, acuta». Non si intimidisce nel raccontare che non ha mai avuto paura di sognare un incarico di questo peso: «Ho sempre voluto fare la giornalista e ho sempre fatto unicamente la giornalista. Quindi forse sì, un po' ci speravo». (…) Ieri, i primi complimenti pubblici le sono arrivati da Michael Friedenberg, il presidente di Reuters: «Alessandra è una leader stimolante dalle eccezionali credenziali giornalistiche, ha una prospettiva veramente globale e una visione convincente sul futuro delle notizie», ha scritto in un comunicato. E ha sottolineato che Galloni è «risultata una candidata eccezionale alla fine di un'ampia ricerca in tutto il mondo e un processo altamente competitivo». La grinta, il lavoro costante, il sorriso. Ai colleghi che le chiedevano se fosse emozionata, per il doppio primato, rispondeva con tono sincero e senza cerimonie: «Che io sia la prima donna in cima a Reuters è un fatto. Sull'orgoglio da italiana, giudicherete voi». La nuova direttrice di Reuters, che succede a Stephen J. Adler (ufficialmente dal 19 aprile), non fa una bandiera della nomina al femminile, perché il sesso non dovrebbe nemmeno contare. Però nota «con piacere che questa è l'ora delle donne e nell'ultimo periodo anche nel nostro Paese assumiamo più facilmente ruoli che una volta erano considerati maschili». Ora che il suo nome entra nel gotha del giornalismo, Galloni spende un minuto per ricordare: «Io ho una famiglia e due figli, amici e una vita privata. È possibile conciliare tutto». L'eccezionale normalità di un'italiana arrivata in pochi anni, davanti a tutti, sulla cima più alta».

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