Kabul, caduta capitale

I Talebani entrano nella capitale dell'Afghanistan. Clamoroso fallimento della missione americana ed occidentale. Il mondo ora diffida degli Usa. Il ricordo di Gino Strada. Accordo sulla scuola

Benvenuti alla Versione della Sera, rubrica domenicale estiva e oggi ferragostana, dedicata ai quotidiani di questo fine settimana di metà agosto. Il mondo è sgomento. Biden ha proseguito nella politica decisa da Trump del ritiro occidentale dall’Afghanistan. E oggi, il giorno di Ferragosto del 2021, siamo all’atto finale. Kabul come Saigon, gli elicotteri americani evacuano il personale che ha collaborato con le ambasciate occidentali. I Talebani prendono il potere, il Governo filo occidentale sta per cedere il potere agli studenti islamici senza altri spargimenti di sangue. È tutto successo molto più rapidamente di quanto previsto dal Pentagono.

In vent’anni la teoria di Bush padre e figlio, iniziata con la prima guerra del Golfo di 30 anni fa, di esportare e imporre la democrazia con le armi occidentali, ha miseramente fallito. È stata una dottrina condivisa anche dai Presidenti democratici, prima da Clinton (guerra in Kossovo e contro Milosevic) e poi da Obama (primavere arabe) che non ha portato a nulla. La soluzione di Donald Trump, tipica di un’idea neo isolazionista, è stata: ritirarsi e subito per risparmiare soldi e vite umane. Una soluzione talmente popolare fra i cittadini americani da imporsi anche nella linea Biden. Trent’anni fa ci fu Giovanni Paolo II ad opporsi a quella folle guerra. Così come i Papi, anche dopo di lui, si opposero sempre all’invasione dell’Irak, peraltro giustificata dagli Usa con prove contraffatte presentate all’Onu. Pensate che cosa sarebbe accaduto alla Chiesa occidentale se Wojtyla, Ratzinger e Bergoglio avessero dato retta ai loro critici, anche interni, e agli atei devoti che volevano il Papa con l’elmetto americano e occidentale.

Al di là della retorica sugli italiani brava gente, i nostri soldati di Camp Arena lo sapevano bene quando hanno salutato nell’ultimo tristissimo ammaina bandiera i cittadini e le autorità di Herat lo scorso 8 giugno. Il fallimento occidentale era già tutto lì: noi il meglio lo abbiamo dato in quei Paesi con gente come Gino Strada (la sua morte ha coinciso simbolicamente con la caduta) o con le altre Ong cattoliche, come l’Avsi, o con la Croce Rossa. Gente che non se ne andrà.

La strategia occidentale e americana subisce un grande choc: la storia non è finita con la democrazia, come qualcuno pensava. Tunisia ed Egitto, da una parte, e Turchia, dall’altra, indicano la tentazione di altre vie per mantenere l’ordine mondiale. Vie autoritarie, se non dittatoriali. Tradizionalmente i Presidenti Usa democratici sono sempre più interventisti dei loro colleghi repubblicani sullo scacchiere internazionale. Vedremo se sarà ancora così con Biden e dove ci porterà il nuovo corso che fatalmente inizia oggi, con la caduta di Kabul.   

Veniamo alle altre notizie. Bello il ricordo della figlia Cecilia, a proposito della morte di Gino Strada, di cui abbiamo già detto. Da leggere anche il pezzo di Moni Ovadia sul Manifesto. A proposito di pandemia, le notizie sull’andamento del contagio (non solo in Italia, ma in Europa) cominciano ad essere migliori. La sensazione è che il picco della quarta ondata sia superato. Cattive notizie invece sulla campagna vaccinale, dove il ritmo delle somministrazioni tende a stabilizzarsi sul basso. In agosto in media siamo a 200mila vaccini in meno al giorno. Va un po’ meglio la statistica delle prime dosi, il numero sale, il che conferma un certo entusiasmo dei giovani. Pessime le notizie su lavoro e scuola. Per il rientro in classe a settembre, si è giunti ad un accordo dopo ore e ore di trattativa. Reggerà?

Bell’articolo su Avvenire del presidente dei Vescovi italiani Bassetti sulla festa dell’Assunzione di Maria, che ricorre oggi. Interessante anche l’anticipazione del Meeting che riguarda il film di Malick su Jägerstätter, il contadino tedesco che pagò con la vita la sua obiezione di coscienza al Nazismo. Domani non escono i giornali, ci rivediamo martedì. Buona lettura.

MORIRE PER KABUL, OPPURE ANDARSENE

Tanti i commenti dei quotidiani in questi due giorni sulla caduta dell’Afghanistan nelle mani dei talebani. È una sconfitta storica, un fallimento senza precedenti per l’Occidente. L’editoriale di Maurizio Molinari per Repubblica di oggi.

«A quattro anni dalla dissoluzione dello Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi la riconquista dei talebani di gran parte dell'Afghanistan - sono entrati a Kabul - è una vittoria della Jihad globale perché restituisce al fondamentalismo sunnita più estremo il territorio di una nazione dove edificare il proprio modello di Emirato basato sulla versione più oscurantista della Sharia, la legge islamica. Nella sfida jihadista "agli apostati ed agli infedeli", iniziata con il patto fra Jihad egiziana di Ayman al-Zawahiri e Al Qaeda di Osama bin Laden del febbraio 1998, il possesso di un territorio nazionale è stato sin dall'inizio una priorità. Per tre ragioni convergenti: la prima è militare perché significa disporre di una base sicura da dove attaccare i propri nemici; la seconda è economica perché il controllo di risorse e trasporti consente di finanziarsi; la terza è ideologica perché sottomettere un'intera collettività permette di evidenziare la superiorità del modello jihadista sui governi musulmani "corrotti", per non parlare delle "depravate" democrazie occidentali. Al-Zawahiri e Bin Laden trovarono questo santuario jihadista nell'Afghanistan dei talebani del Mullah Omar, che li ospitò, sostenne e finanziò fino a consentirgli di organizzare l'attacco agli Stati Uniti dell'11 settembre 2001. (…)  Non c'è dubbio che la scelta degli Stati Uniti - già presa dal presidente Donald Trump e confermata dal successore Joe Biden - di ritirare le truppe sia stata il detonatore dell'attuale escalation, comportando l'abbandono a se stessa della debole nazione afghana, così come la Nato è di fronte all'evidente fallimento della transizione dei poteri alle leadership locali a cui ha dedicato imponenti risorse. Ma gli errori lampanti e gravi commessi dagli alleati occidentali non bastano a spiegare perché gli afghani non si battono per evitare il ritorno dei talebani, il cui terrore ricordano bene. Nessuno più della popolazione afghana ha patito per il regime medioevale che i talebani hanno imposto dal 1996 al 2001, come nessuno più delle famiglie afghane sa cosa significa per ogni donna tornare nella prigione del burqa . Dunque perché soldati e poliziotti non combattono? La risposta più evidente viene dalle cronache di Kabul: gli afghani non hanno alcuna fiducia nel loro governo e ciò significa che non sono bastati venti anni di imponenti aiuti stranieri per far germogliare il rifiuto della Jihad nelle viscere del Paese. E se non sono gli afghani a battersi per loro stessi e per le loro libertà, nessun altro potrà farlo con garanzia di pieno successo. Poiché il conflitto con la Jihad appare destinato a continuare e poiché le minacce per le democrazie sono destinate a crescere proprio a causa della ricostruzione del santuario dei talebani, è bene dunque tenere a mente la feroce lezione che viene da quanto sta avvenendo a Kabul: il jihadismo si può sradicare solo se i musulmani trovano, nei singoli Paesi, la forza ed il coraggio di rigettarlo per loro scelta e convinzione. È una forza, morale e politica, che deve nascere da loro stessi e che neanche il più potente degli eserciti potrà mai riuscire a rimpiazzare».

Romano Prodi sul Messaggero allarga il ragionamento al quadro geo politico globale. Gli Usa sono ancora i gendarmi del mondo?

«Il ritiro degli Stati Uniti e della Nato dall'Afghanistan è un avvenimento scontato ma, nello stesso tempo, tragico. Scontato perché l'opinione pubblica americana, ormai da molti anni, non accetta più il ritorno dei ragazzi morti o feriti per guerre lontane, in Paesi dei quali essi conoscono a malapena l'esistenza. Si ripete oggi quanto già avvenuto nel caso iracheno: il ruolo di definirsi gendarme del mondo a difesa della democrazia diviene un sentimento sempre più flebile con l'allontanarsi dall'emozione provocata dai tragici avvenimenti dell'11 settembre di vent' anni fa. Per questo motivo la decisione del nuovo presidente, Joe Biden, è solo il proseguimento di una linea già preparata da Obama e Trump ed è per lo stesso motivo che le polemiche interne alla politica americana sono assai tenui rispetto a quanto solitamente avviene in casi di tale importanza. Le divergenze si esprimono con asprezza unicamente nei confronti di aspetti particolari, anche se di grande valore umano ed emotivo, come il ritardo e l'inefficacia della protezione nei confronti di coloro che avevano partecipato alla lotta contro i talebani, a cominciare dagli interpreti per finire con chi aveva svolto un qualsiasi lavoro nelle basi logistiche della Nato. Un avvenimento tuttavia tragico, perché crea milioni di profughi mentre si sta sostanzialmente abbandonando l'Afghanistan ai talebani in tempi più rapidi rispetto ad ogni previsione. Già Kandahar ed Herat (seconda e terza città del Paese) sono cadute e l'esercito nazionale, per la cui ricostruzione e il cui addestramento sono state spese somme immense, non sembra porre alcuna resistenza efficace, anche per la corruzione e la non credibilità del governo afghano, che ha invano tentato di mettere un freno alla propria debolezza sostituendo per ben tre volte il vertice delle proprie strutture militari. La tragedia non si limita al campo militare, ma coinvolge anche quello umano e politico. L'avanzata dei talebani è infatti così rapida per cui, vincendo facilmente sul terreno, essi non saranno spinti a trattare o mediare né riguardo al trattamento della popolazione né su qualsiasi comportamento del governo futuro. Gli episodi di brutalità dei quali giungono sempre più numerose evidenze non potranno che moltiplicarsi, con tragedie umane che, nei mesi futuri, riempiranno i media ma, riguardo alle quali, non avremo alcuna possibilità di intervenire. È inutile inoltre nascondere che questa pur prevedibile ritirata sta portando uno sconcerto politico a livello mondiale. La fiducia che gli Stati Uniti siano in grado di proteggere i loro alleati viene totalmente messa in crisi dall'abbandono di un'operazione militare che pure era stata fortemente voluta dagli americani stessi che, come nel caso iracheno, pensavano di poterla concludere in un breve spazio di tempo. Questa sfiducia, seppure in modo meno diretto, tocca anche l'Europa, che dimostra ancora una volta di non essere in grado di costruire una politica estera e una politica militare capace di esercitare una concreta influenza nei confronti dell'alleato americano. L'avanzata talebana in Afghanistan non mette in crisi soltanto le democrazie occidentali, ma produce anche profondi cambiamenti in tutto il mondo islamico. L'Egitto, l'Arabia Saudita e gli Stati del Golfo si sentono direttamente minacciati da questa così rapida evoluzione che, a sua volta, apre inaspettate possibilità di movimento a Turchia e Qatar, Paesi che non si erano certamente schierati con la stessa intransigenza nei confronti dei talebani e che stanno esercitando una presenza sempre più attiva nel mondo asiatico. Molti analisti stanno inoltre osservando con estrema attenzione il comportamento del governo cinese che, solo poche settimane fa, ha ricevuto con una certa solennità una delegazione ufficiale dei talebani. Non vi sono elementi per pensare che questa missione si sia trasformata in un'alleanza, anche perché il problema politico forse più complesso che il governo cinese deve affrontare è proprio il rapporto con la minoranza islamica degli Uiguri e la Cina conosce bene come sia difficile fare accordi con chi fonda le proprie strategie su un'assoluta intransigenza religiosa. Più facile è prevedere che la Cina scelga di intensificare i propri rapporti con il Pakistan, Paese che, più di ogni altro, ha protetto e fiancheggiato l'attività dei talebani. Appoggiando attivamente il Pakistan, la Cina raggiungerebbe il duplice obiettivo di rafforzare il fronte anti-indiano e di esercitare una crescente influenza sull'Afghanistan. Un'evoluzione che, a sua volta, obbligherà gli Stati Uniti ad affrontare il problema dell'ambiguità del Pakistan, Paese che si è finora retto su un delicato ed equivoco equilibrio fra l'Occidente e gli oltranzisti islamisti. Siamo quindi di fronte a prospettive di radicali cambiamenti mondiali, ma costretti anche a compiere un'amara riflessione sull'Italia. Alla missione afghana abbiamo infatti dato un grande e generoso contributo. Ricordando prima di tutto i 53 morti e i 723 feriti tra i nostri soldati, non possiamo nemmeno sottovalutare gli otto miliardi spesi per il sostegno della nostra missione. A questo dobbiamo anche aggiungere (e non è retorica) che la nostra presenza è stata dedicata non solo all'aspetto militare ma anche alla ricostruzione civile della regione di Herat che, proprio negli scorsi giorni, è stata conquistata dai talebani ponendo fine ad un'opera che aggiungeva ad un obiettivo militare un grande contributo al progresso civile e sociale della regione. Per questi motivi abbiamo il diritto e il dovere di esercitare un ruolo politico attivo nei confronti delle enormi conseguenze che saranno provocate dalla fine della guerra in Afghanistan». 

Gian Micalessin sul Giornale polemizza con le posizioni assunta dal nostro Ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

«Ignoriamo dove fosse il ministro degli Esteri Luigi Di Maio tra il 1996 e il 2001, quando i talebani ospitavano un Osama Bin Laden intento a progettare l'11 settembre e, intanto, governavano l'Afghanistan a colpi di lapidazioni e mutilazioni rituali. Possiamo però garantirgli una cosa: ipotizzare, come fa il ministro in un'intervista al Corsera, la disponibilità talebana ad offrire «le dovute garanzie sul rispetto dei diritti acquisiti» equivale ad accarezzare una tigre affamata nell'illusione di sentirla far le fusa. Un'illusione che può ben illustrargli il suo predecessore Massimo D'Alema, ritrovatosi a gestire, nel marzo 2007, la vicenda del giornalista Daniele Mastrogiacomo rapito dai talebani e costretto ad assistere allo sgozzamento del suo interprete. Ascoltare Di Maio appellarsi alla clemenza talebana, formulando un involontario, ma sostanziale ossimoro, è anche irrispettoso per le vite dei 53 nostri soldati caduti in Afghanistan e il sangue degli oltre 700 feriti che di quella clemenza non hanno beneficiato. Per non parlare dei 389 collaboratori afghani delle nostre Forze Armate che attendono di venir trasferiti in Italia e rischiano, intanto, una brutta fine, mentre - spiega ancora il ministro - ci apprestiamo a sgomberare la nostra ambasciata a Kabul. Ancor più sconcertante è sentirgli affermare che «non possiamo pensare di abbandonare dopo 20 anni il popolo afghano». Qualcuno, per cortesia, gli spieghi che i talebani si sono appena impossessati di Farah e Herat, le province dell'Afghanistan occidentale dove per quasi 20 anni abbiamo promesso democrazia, benessere e rispetto dei diritti delle donne. Promesse platealmente tradite quando ce ne siamo andati al seguito degli americani. Certo, soli non potevamo restare, ma la figuraccia resta. E un ministro farebbe meglio a non aggravarla con un'inutile retorica. Fra tante banalità, l'unico punto apprezzabile è l'appello ad un'Europa chiamata a «recitare un ruolo di primo piano e porsi come interlocutore credibile». Un ruolo che l'Europa dovrà giocare non appena sulla rotta balcanica si muoveranno migliaia di afghani. Peccato che anche qui Di Maio finisca con il confondere i disperati in fuga dall'odio talebano con gli «irregolari» muscolosi e ben pasciuti scaricati sulle nostre coste dalle navi delle Ong. Una confusione che vanifica l'appello ad un'Europa chiamata non ad infischiarsene, come fa con gli «irregolari» sbarcati in Italia, ma ad offrire loro asilo e assistenza. Nel rispetto della Convenzione di Ginevra».

IL RICORDO DI GINO STRADA

È morto Gino Strada, il medico chirurgo fondatore di Emergency. La figlia, Cecilia Strada, intervistata dal Corriere della Sera, lo ricorda così:

«Aspetta un secondo. Forse abbiamo avvistato un barcone». Cecilia Strada è in mare, in mezzo al Mediterraneo a bordo di ResQ, la nave della Ong fondata tra gli altri dall'ex pm del pool di Mani Pulite Gherardo Colombo. La comunicazione va e viene, di sottofondo la radio gracchia. L'altro ieri il team di ricerca e soccorso di ResQ ha salvato 84 vite umane durante la sua prima missione, proprio mentre a bordo arrivava la notizia più triste per Cecilia. «Siamo in osservazione, stiamo ancora in Sar Zone (la zona di ricerca e soccorso davanti alla Libia, ndr), se non dovessimo effettuare altri salvataggi richiederemo porto sicuro e rientreremo». Suo padre se n'è andato da poche ore, migliaia di messaggi sono arrivati da ogni parte del mondo. «Credo di non potergli rendere omaggio in un modo migliore che salvando altre vite», è stato il suo primo commento a caldo. Per tutti era il dottor Gino. Per lei, ancora di più. «Il primo ricordo che ho di lui è di questo viaggio pazzesco coast to coast nei parchi del Nordamerica, lo avevamo raggiunto con mia madre mentre lavorava all'Università di Pittsburgh facevamo sempre un gioco, quello della famiglia degli orsi». Che gioco era? «Lo aveva inventato lui. Eravamo una famiglia di orsi che raccoglieva salmoni in un torrente immaginario. Per me - avrò avuto 4 anni o giù di lì - era divertentissimo. Giravamo in tenda. Mi vengono in mente risate, scherzi, era un papà felice». La foto più cara insieme? «Ah, difficilissimo dirlo. Lui era proprio appassionato di fotografia. Viaggiava sempre con due Nikon al collo e avevamo centinaia di foto tutti insieme. A un certo punto però ha avuto la grande idea di portare tutto in cantina, la cantina si è allagata e voilà . Ma restano i ricordi». Poi suo padre ha iniziato a stare sempre più lontano, è arrivata Emergency... «Ci sono stati periodi in cui lo vedevo tre volte all'anno. Chiamava, scriveva, certo. Addirittura c'era il box post office a Quetta, in Pakistan, al quale gli mandavo le lettere. Ogni volta che partiva avevamo questo rito: gli mettevo bigliettini ovunque nascosti nei bagagli così li avrebbe poi trovati man mano». E quando tornava? «Era una festa incredibile. Le sue valigie erano una festa, saltava fuori di tutto, anche paccottiglia presa nei mercatini. Mi ero andata a fare i buchi alle orecchie perché continuava a portare a casa orecchini di ogni tipo. Il regalo più caro è un pesciolino costruito con le cannule di una flebo che gli aveva dato il padre di un paziente bambino. Ma c'era anche la sua inquietudine continua. Ci scherzavamo sempre anche con la mamma: mentre era via non facevamo altro che chiedergli "quando torni". E poi quando tornava, "quando riparti?". Era il nostro gioco». È mai stata gelosa del fatto che suo padre fosse altrove a curare altre persone? «No, in realtà ne ero fiera. Con la mamma chiamavamo Emergency "il mio fratello più piccolo". Avevo 15 anni all'epoca e certo non è facile vedere qualcos' altro che si porta via tutta l'attenzione. Ma sono stata parte di quel momento. La prima centralinista di Emergency ero io che rispondevo al telefono di casa. Certo, poi c'erano i periodi in cui mi arrabbiavo e dicevo "perché nessuno qui mi si fila?". Ci ha tolto tempo e quotidianità ma ci ha dato anche tantissimo».

L’attore Moni Ovadia lo ricorda sul Manifesto di oggi:

«Da oggi siamo più soli, più smarriti, più fragili», è stato il mio primo pensiero alla notizia improvvisa della morte di Gino Strada, un uomo giusto. E mi chiedo, chi siamo? Tutti noi che crediamo nel valore integro, sacrale della vita umana, tutti noi che ripudiamo radicalmente la guerra e i suoi osceni travestimenti, tutti noi che crediamo con la forza di una fede nella dignità di ogni essere umano, nei suoi inviolabili diritti civili e sociali, che sosteniamo il bene comune come priorità assoluta e riteniamo pertanto che il finanziamento pubblico debba essere destinato ad esso a partire dalla sanità pubblica. La sua voce, quando parlava di questi temi era unica per autorevolezza, per verità. Le sue parole asciutte, semplici, logiche erano inopponibili per la forza tragica di chi ha visto le carni maciullate di folle di vittime innocenti e non, per opera delle guerre, di quelle umanitarie, delle armi intelligenti, degli effetti collaterali, di giocattoli perfidamente esplosivi. Parlava a muso duro il dottor Strada, chirurgo di guerra, con quella sua straordinaria faccia pesta segno inequivocabile della dedizione ai suoi pazienti e al suo magistero. Anche in televisione resisteva all'allisciamento patinato che fa, anche dei migliori, figurette lustre di talk show pletorici, monotoni e mediocri. Lui con quella faccia per niente "simpatica" e men che meno corriva e con quella sua espressione da Sestese/Milanese incazzato risultava come una pietra lanciata contro lo schermo e svegliava le coscienze assopite dei teleutenti in coma sui sofà. Gino Strada era radicato nella grande cultura antifascista della "Stalingrado" operaia, la Sesto san Giovani alle porte di quella Milano medaglia d'oro della Resistenza che ha nutrito le migliori intelligenze del dopoguerra. La classe operaia è stata l'unica classe in quanto tale che sia stata portatrice di valori universali. Di questa eredità Strada si è fatto portatore ed interprete come fondatore di Emergency e come chirurgo di guerra. Si perché Gino era prima di tutto un medico. Certo svolgeva un'intensa attività come front man dell'associazione a cui aveva dato vita insieme alla moglie Teresa, ma ciò che dava più senso alla sua attività era il lavoro di sala operatoria. Un giorno mi confidò che i suoi momenti migliori erano quelli che trascorreva operando, fino a sedici ore in un solo giorno. E i momenti di gioia li viveva quando, dopo avere operato al cuore un fantolino e dopo avergli abbassato la temperatura per rallentare il battito cardiaco al fine di fare l'intervento, lo riportava alla sua temperatura naturale e assisteva alla ripresa del battito regolare in quel cuoricino riportato alla vita in salute. Questo era l'uomo di cui migliaia e migliaia di donne e uomini oggi piangono la prematura scomparsa, prematura, si, perché avrebbe dovuto vivere in eterno. Così pensavo anch' io, eravamo amici, lo eravamo diventati dal primo incontro, dopo un recital al PalaVobis a Milano a cui lui aveva assistito insieme a sua moglie Teresa. Casualmente mia moglie Elisa si era seduta al loro stesso tavolino, fu lei che me li presentò. Ci raccontarono del loro progetto di Emergency chiedendo il nostro sostegno. Fu un colpo di fulmine. Non ci siamo più lasciati. Neppure ora che la morte fisica ce lo ha portato via, lui vive in noi e con noi e non è una formula retorica. È impossibile dimenticare Gino Strada! Quando ci incontravamo con amici si rivolgeva a me con l'epiteto affettuoso "vecchio giudio" al quale io rispondevo altrettanto affettuosamente chiamandolo "segaossa". Il suo amico, vecchio giudio, vuole dedicargli una riflessione che proviene rapsodicamente dal mio retroterra dell'esilio ebraico. Una tradizione khassidica afferma che il mondo si sostiene su 36 giusti, si chiamano lamedvavnik, dalle lettere ebraiche lamed e vav che formano insieme il numero trentasei. Non si sa chi siano, a quale ceto appartengano, se siano semplici o con una alta formazione culturale, ma hanno una caratteristica comune. Sanno che la relazione sociale e umana muovono a partire dall'altro da sé, che il riconoscimento e l'accoglimento dell'alterità è valore primo. Il giusto è un essere umano che è pronto a rischiare la propria vita per la salvezza di un suo simile, in questo senso Gino Strada era un giusto nel significato più radicale del termine. L'altro esprime il livello più intimo della sua essenza e del suo senso quando è oppresso, perseguitato, diseredato, sfruttato, ferito, mutilato. Gino percepiva immediatamente la sofferenza e accorreva a costo di qualsiasi rischio per lenire il dolore, per curarlo. E c'era chi trovava il modo di calunniarlo».

FERRAGOSTO COL GREEN PASS

Anche a Ferragosto tocca occuparsi del green pass. Le discussioni proseguono. Il Governo vuole dissipare i dubbi. La cronaca per il Corriere della sera a cura di Sarzanini e Guerzoni.

«Ferragosto con il green pass, tra appelli del governo alla cautela, ordinanze di sindaci e presidenti di Regione per evitare gli assembramenti e controlli rafforzati delle forze dell'ordine per stanare i clienti e gli esercenti che non rispettano le regole. A Palazzo Chigi si lavora «a tappeto» per chiarire ogni aspetto dell'uso della certificazione verde e sgombrare il campo da dubbi e alibi. E al Viminale si potenziano gli sforzi sul fronte della sicurezza e della legalità. Oggi la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese sarà in prefettura a Palermo a presiedere il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica «e dare un segnale di attenzione alle comunità locali siciliane e di tutto il Mezzogiorno, gravemente colpite dalla piaga degli incendi boschivi». La scelta del capoluogo siciliano è anche un modo per dire grazie alla Regione e ai comuni dell'Isola «per il costante e fondamentale impegno in quanto primi e principali punti di approdo dei flussi migratori». Lamorgese ricorda come in questa fase della pandemia «va ancora riservata una particolare attenzione a tutte le situazioni di rischio sanitario e di conflittualità sociale, nonché ai tentativi della criminalità organizzata di aggredire il sistema economico che sarà investito da una consistente iniezione di liquidità grazie al Pnrr». Saranno potenziati i controlli nelle località turistiche con circa 2.300 unità aggiuntive di polizia fino alla prima settimana di settembre e 350 unità di rinforzo dei carabinieri per il mese di agosto. Da marzo ad agosto sono state effettuate quasi 50 milioni di verifiche sulle persone - con 11.550 denunciati e 720 mila sanzionati - e 11 milioni quelle effettuate agli esercizi commerciali. Solo per il green pass sono stati sanzionati 26.400 esercizi commerciali e sono state 7.500 le persone denunciate. La prima raccomandazione di Palazzo Chigi è che il green pass è «utile e importante» e bisogna sospettare di quei locali dove la carta verde non viene richiesta: «Serve la massima attenzione di tutti, le norme di comportamento sono chiare e vanno rispettate, senza se e senza ma». Il ministro Roberto Speranza ricorda che «la variante Delta è molto più contagiosa» e raccomanda di essere prudenti, usare correttamente le mascherine, rispettare le regole e completare il ciclo vaccinale». Palazzo Chigi ha ribadito che «per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde, come nei ristoranti. A tal fine, i gestori dei predetti servizi sono tenuti a verificare le certificazioni verdi Covid-19 con le modalità indicate dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri 17 giugno 2021. Di fronte all'impennata di contagi, governatori e sindaci provano a blindare le località turistiche in vista del Ferragosto e fanno aumentare controlli e verifiche mirati sull'uso del green pass. In molte regioni, nei luoghi affollati, torna l'obbligo di mascherina all'aperto e scattano divieti e limitazioni sulle spiagge. Alle isole Eolie divieto di approdo e mascherine all'aperto dalle 7 alle 20.30 nelle aree portuali di Lipari, Vulcano, Panarea e Stromboli. A Rimini i locali chiudono all'1 di notte e la vendita di alcolici è vietata fino al 16 agosto. In controtendenza la Sardegna, dove l'apertura dei locali è stata prorogata eccezionalmente fino alle 3. In Sicilia si può entrare negli uffici pubblici solo con il green pass. A Roma i parchi sono presidiati dalle pattuglie a cavallo. Annullate cerimonie e processioni in Emilia-Romagna, Campania e Umbria. In Sicilia, a Ponza, al Circeo torna l'obbligo di indossare la mascherina all'aperto nei luoghi più affollati e visitati. Sulla costa del Lazio e sulle spiagge della Sicilia e della Campania falò e fuochi d'artificio sono vietati. A Positano, per il secondo anno consecutivo niente spettacolo pirotecnico. Con il caldo torrido molti clienti si rifugiano al chiuso, cercando il refrigerio dell'aria condizionata. Anche per questo sono stati intensificati i controlli per verificare che i clienti siano in regola con il lasciapassare sanitario. È richiesto in tutti i luoghi chiusi a rischio assembramento come bar, ristoranti, gelaterie, rosticcerie, palestre, piscine, parchi tematici, cinema, teatri, sale da concerto, impianti sportivi. Dall'1 settembre sarà obbligatorio anche per salire su aerei, navi, traghetti e treni a lunga percorrenza, come intercity e convogli ad alta velocità. Il green pass viene rilasciato a chi è guarito dal Covid da non più di sei mesi, a chi ha fatto almeno una dose di vaccino e a chi presenta un tampone antigenico negativo effettuato nelle ultime 48 ore. A partire dai 12 anni è obbligatorio il certificato verde per frequentare bar, ristoranti e altri locali al chiuso. Anche in Europa (ad esempio in Grecia) può essere richiesta la seconda dose di vaccino sopra i 12 anni, oppure un tampone che consenta di ottenere il green pass».

ACCORDO SULLA SCUOLA

Accordo raggiunto sulle regole per le scuole. Basta con la DAD. La cronaca di Claudia Voltattorni sul Corriere.

«Alla fine hanno firmato, ma il personale no vax non avrà i tamponi gratis. In piena notte, dopo un incontro iniziato nel pomeriggio del 13 agosto e finito a notte fonda, sindacati della scuola - Cgil, Cisl, Uil, Snals, Anief - e ministero dell'Istruzione hanno siglato il Protocollo di sicurezza con le norme per l'avvio del nuovo anno nel quale «si ritiene assolutamente necessario dare priorità alla didattica in presenza». Oltre alla conferma di tutte le regole già valide durante lo scorso anno scolastico (dalle mascherine obbligatorie dai 6 anni in su al distanziamento minimo di un metro), è stata anche trovata l'intesa sulle corsie preferenziali per la vaccinazione degli insegnanti ancora non vaccinati e sulla possibilità di effettuare tamponi gratuiti per i docenti che saranno a carico delle scuole. Sì poi anche al green pass obbligatorio per tutto il personale della scuola a partire dal primo settembre. Sul Protocollo manca però la firma dell'Anp, l'Associazione nazionale presidi, che dopo aver letto nel testo la possibilità che i tamponi per insegnanti e personale amministrativo siano a carico delle scuole sono saltati sulla sedia. «Non vogliamo favorire alcuna logica di sostituzione della vaccinazione con il tampone, deve essere chiaro - spiega il presidente Antonello Giannelli -: si tratta di tutela della salute collettiva e questo per noi è prioritario». E pure per Mario Rusconi, presidente Anp Roma e Lazio, la questione è molto grave: «Con quasi 200 mila persone tra docenti e non docenti ancora non vaccinati, quanto costerà alle scuole? Questo significa buttare i soldi, anche del Pnrr». La protesta di presidi, ma anche docenti vaccinati, corre sui social e per tutta la Penisola. Finché il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi è costretto a puntualizzare che «le scuole in accordo con le Aziende sanitarie locali e il Commissario straordinario potranno intervenire a favore dei più fragili, coloro che non sono vaccinabili e che risultano, quindi, anche i più esposti al contagio». E una ulteriore nota del ministero ribadisce: «Non è previsto né si è mai pensato di prevedere un meccanismo di gratuità del tampone ai cosiddetti no vax», anzi, «il Protocollo prevede una corsia preferenziale per i non vaccinati, dunque una intensificazione della campagna vaccinale». Non c'è «alcun automatismo», viene spiegato, «saranno accordi successivi con il commissario straordinario e il ministero della Salute e Asl a disciplinare le singole situazioni». Quindi, in autonomia e con i propri fondi, le scuole potrebbero anche organizzare degli screening con tamponi tra i propri docenti. I presidi a questo punto chiedono che il testo del Protocollo venga modificato visto che vi si legge: «Le istituzioni scolastiche, mediante accordi con le Aziende sanitarie locali o con strutture diagnostiche convenzionate, utilizzeranno tali risorse anche per consentire di effettuare tamponi diagnostici al personale scolastico, secondo le modalità previste dall'autorità sanitaria». Alle scuole è poi arrivata la circolare esplicativa sul green pass dove viene confermato l'obbligo di «questa ulteriore misura di sicurezza» per tutto il personale docente e non dal primo settembre al 31 dicembre 2021. Obbligo di «possesso» e di «esibizione». Sarà il preside, o un suo delegato, a dover controllare la certificazione, e chi non la presenterà sarà considerato «assente ingiustificato». Dopo 5 giorni sarà sospeso dal lavoro e dalla retribuzione. E sarà sanzionato: le multe vanno dai 400 ai 1.000 euro.».

IUS SOLI, ANZI IUS SCHOLAE

A proposito di scuola, ma nella sua accezione di luogo di formazione e cultura, c’è da segnalare un’interessante intervista di Avvenire alla capogruppo dei 5 Stelle nella commissione Affari costituzionali della Camera Vittoria Baldino. Baldino interviene sul tema dello ius soli, tema sul quale sarà decisivo il ruolo del Movimento 5 Stelle, rilanciando una proposta di ius scholae.

«Il nuovo Statuto impone al Movimento 5 stelle di occuparsi di diritti delle persone, come la riforma della cittadinanza. E credo che puntare su uno ius scholae potrebbe far trovare una sponda anche in Forza Italia». Vittoria Baldino, avvocato, è la capogruppo del M5s in commissione Affari costituzionali alla Camera. Ribadisce l'impegno dei grillini sul tema e chiede al Pd un passo avanti per venire incontro ai 'nuovi italiani'. «Preferisco parlare di riforma della cittadinanza piuttosto che di ius soli. Il dibattito si è concentrato solo su una delle proposte sul tavolo», dice Baldino. «Il nostro nuovo statuto mette la persona al centro e parla di profondità di pensiero. Il combinato disposto di queste due posizioni rende il tema fondamentale per noi. Non stiamo parlando solo di immigrazione, ma di diritti di persone che vivono sul nostro territorio, studiano con i nostri figli, parlano la nostra lingua. Ma non possono dirsi italiani per una legge vetusta». A destra non la pensano così: cittadinanza, immigrazione e sicurezza sono considerati temi inscindibili. «Questioni totalmente diverse. Non sono mai stata favorevole ad associare il fenomeno migratorio alla sicurezza. È improprio, crea confusione e ingenera una percezione della realtà che non corrisponde al vero. È una narrazione politica semplicistica». Enrico Letta dice che per il Pd è un tema centrale. «In commissione c'è un iter avviato a inizio legislatura. Se i partiti di sinistra ci tengono a far avanzare questa riforma, si può trovare una mediazione. La nostra proposta è quella di uno ius scholae che potrebbe trovare sponda anche nel centrodestra. Renata Polverini di Forza Italia - partito che non ha una posizione netta - ha firmato una proposta analoga. Lo ius scholae è una proposta di buon senso, che valorizza l'integrazione. Tanti ragazzi con genitori stranieri hanno completato un ciclo di istruzione: hanno diritto a chiedere la cittadinanza, senza dover aspettare la maggiore età, oggi ci vogliono più di due anni. È una condizione essenziale, ad esempio, per partecipare ai concorsi pubblici». Se ne parla quando il 'nuovo italiano' è un campione o un personaggio noto. «È molto ipocrita. Ci sono tante storie normali, come infermieri al servizio del nostro Paese, penalizzati perché formalmente non italiani. Dire che non è una priorità non mi sembra sia una linea politica». È quello che ha detto la vicepresidente del Senato, Paola Taverna, del M5s. «Non voglio alimentare polemiche. Il M5s deve avere una posizione su tutte le questioni, anche se scomode. Lo ius scholae somiglia allo ius culturae del Pd, che propone anche lo ius soli condizionato alla presenza stabile dei genitori nel Paese, come ovunque in Europa. «Non sono contraria allo ius soli temperato, ma se vogliamo arrivare a una soluzione bisogna cercare sponda anche fuori dal centrosinistra. E lo ius scholae è un buon punto di mediazione».

5S: GRILLO NELL’OMBRA, RAGGI DI AGOSTO

A proposito di 5 Stelle, Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera analizza il silenzio di Beppe Grillo dopo la designazione di Giuseppe Conte a Presidente.

«Un Ferragosto nell'ombra del padre nobile. Beppe Grillo è uno scoglio su cui si scontrano (o si aggrappano) le diverse anime pentastellate. Il suo silenzio - nemmeno un tweet per l'elezione di Giuseppe Conte a presidente M5S - si è fatto sentire e non poco all'interno del gruppo parlamentare, specie tra gli eletti della prima ora. Diversi deputati e senatori invocano un passaggio di Grillo a Roma a settembre, un passo formale per rilanciare il nuovo corso. Probabilmente l'occasione sarà tra un mese per la chiusura della campagna elettorale di Virginia Raggi. Lui, il garante, al momento rimane lontano dai radar. «Non vuole interferire con i progetti di Conte», dice chi lo conosce. Tuttavia proprio dopo l'elezione di Conte, Grillo, paradossalmente, ha «ripreso» a battere di nuovo con insistenza sui suoi temi sul blog. Nel giro di una settimana è intervenuto sui rifiuti e sul riscaldamento globale. Non solo, ha ospitato interventi in chiave anti-glisofato e sul reddito di base universale. Proprio su questo argomento sempre nelle ultime ore ha rilanciato un convegno che si terrà da mercoledì a sabato. «Il tema del Congresso di Glasgow di quest' anno è "dall'idea alla realtà" ; considerare come possiamo trasformare il reddito di base universale da una grande idea di cambiamento a realtà. Ci saranno circa 200 presentazioni, panel ed eventi, che la renderanno la più grande conferenza sul reddito di base al mondo», ha scritto invitando i lettori a partecipare. In meno di ventiquattrore, poi, ha pubblicato sul sito altri due post. Prima la notizia di un browser che paga in criptovalute per vedere le pubblicità, poi ha rilanciato l'intervento del senatore M5S Gianluca Ferrara sulla situazione a Kabul. Grillo riprende le parole del parlamentare sulla necessità di una «vera missione di pace»: «è indispensabile lavorare per favorire la riconciliazione nazionale, disarmare i miliziani e favorire la loro reintegrazione». Un intervento «politico». Insomma, nonostante le vacanze, l'ex capo politico è tornato in prima linea. Era da inizio giugno - se non si contano gli interventi nella disputa con Conte - che il garante non era così attivo sul suo blog. Proprio gli ultimi post hanno diviso i militanti, che vivono ancora una fase di disorientamento dopo gli scossoni delle ultime settimane. C'è chi attacca l'ex capo politico chiedendo di farsi da parte, chi invece ne sposa la linea e lo vorrebbe di nuovo sui palchi a parlare a nome dei Cinque Stelle. Alcuni parlamentari, come Gianni Girotto, si schierano in scia del garante e rilanciano sugli stessi argomenti. Secondo alcune fonti il padre nobile del Movimento ha solo ripreso a puntare sui suoi cavalli di battaglia, temi che ha a cuore: un ritorno alla normalità dopo aver gestito i sei mesi della transizione del M5S dallo stallo di governo alla nuova fase contiana. Ma c'è chi tra i Cinque Stelle «legge» l'attivismo di Grillo come segno di un distacco da Conte. «Non ne condivide le mosse», dicono, evidenziando una irritazione del garante. Il riferimento è al mancato arroccamento dell'ex premier in difesa del reddito di cittadinanza - che Grillo teme possa essere spazzato via - e all'agenda dell'ex premier che insiste sulle diatribe Nord-Sud, quando il garante vede un orizzonte più ampio, fino al 2050 appunto, per il Paese. Un modo per dire che il garante non è appassionato dalle leggi ad hoc. «Nessuna divergenza», replica l'ala contiana. Ma gli equilibri interni sono oggetto di contesa. Alcuni parlamentari sottolineano come le cose siano cambiate dopo la trattativa sulla giustizia e come ora nel gruppo si avverta «la presenza di un leader forte, tanto che chi pensava che il M5S indietreggiasse dopo la telefonata di Mario Draghi a Grillo si è dovuto ricredere». Alchimie in via di definizione, ma che non possono ancora elidere la presenza del padre nobile del Movimento. «Per quanto ci siano stati cambiamenti, Beppe rimane la pietra angolare su cui si basano per nostre fondamenta», dice un pentastellato. Una pietra che senza il suo endorsement ha fatto sentire la sua mancanza».

Aldo Grasso nella sua rubrica in prima pagina del Corriere si occupa di una esponente di primo piano dei 5 Stelle: la sindaca di Roma Virginia Raggi.

«Raggi per biciclette. «Aumentano i mezzi a disposizione dei nostri agenti della Polizia Locale»; questo il fervente entusiasmo della sindaca Virginia Raggi nel presentare l'ultimo acquisto del parco mezzi della Polizia Locale. Nella foto si vedono alcuni vigili a cavallo di biciclette, in comodato d'uso, che hanno tutta l'aria di essere riciclate, cestello compreso. La Capitale sprofonda nella monnezza, ormai è uno zoo all'aperto, gli autobus bruciano, le buche assomigliano a piscine, le piante inghiottono le rovine e la Raggi, ancora indecisa se essere favorevole o contraria ai vaccini (Ni vax), si esalta per dieci biciclette a pedalata assistita. Non poteva esserci immagine più iconica di questa per raffigurare l'ideologia del «poraccismo» (dal romanesco «poracci», poveracci). Il poraccismo è la cultura del piccolo cabotaggio, il rifiuto di ogni grande investimento, vissuto solo come sperpero, il vivere di saldi. Si manifesta soprattutto con una serie di beau geste: no alle Olimpiadi, sì alla filosofia del rattoppo; no a opere concrete di trasformazione, sì a rendering su grandi progetti futuri. Si manifesta con l'inerzia; per le cose ordinarie si aspetta il Giubileo del 2025. «Sotto questo sole è bello pedalare, sì ma c'è da sudare». Dai raggi di sole alle Raggi di sòle».

LA FESTA DELL’ASSUNTA

Gualtierio Bassetti, presidente della Cei, scrive l’editoriale di Avvenire per la festa dell’Assunzione di Maria.

«Dal «mistero dell'Assunta», scriveva don Primo Mazzolari, possiamo ottenere una grande «consolazione». Maria, infatti, «è andata avanti e noi la seguiremo. Il suo corpo immacolato è maturato per l'eternità prima di noi. Ma anche noi un giorno, giungeremo a questa glorificazione». La Vergine, dunque, secondo le parole semplici del parroco di Bozzolo, ci indica la strada e ci chiama alla verità della vita. Maria, in questo senso, ci insegna ad alzare lo sguardo verso il Cielo e ad accettare la volontà del Signore con umiltà e gratitudine. Il canto del Magnificat che oggi sentiremo risuonare nelle nostre chiese è la sintesi perfetta di questo atteggiamento di lode e riconoscenza: movimento di redenzione che innesca un'autentica mobilitazione interiore. Mi viene in mente un dipinto straordinario: l'Assunta di Tiziano. La Vergine sta salendo al Cielo, gli occhi rivolti all'alto, le braccia tese all'Eterno, il volto circonfuso di luce. Sotto di lei gli Apostoli: turbati, radicati a terra in una zona scura, eppure, tutti insieme, protesi verso di Lei, con gesti che sono una richiesta di salvezza. «Noi abbiamo la vivificante certezza che i vostri occhi, i quali hanno pianto sulla terra irrigata dal sangue di Gesù, si volgono ancora verso questo mondo in preda alle guerre, alle persecuzioni, alla oppressione dei giusti e dei deboli», scriveva Papa Pio XII nel 1950 in occasione della proclamazione del Dogma. E allora, come gli Apostoli, proviamo a volgere lo sguardo verso l'alto, portando nei nostri occhi e nelle nostre mani tese le tante fratture di questo tempo e affidandole a Maria, che interceda per noi e le porti al cospetto di Dio. Vogliamo innanzitutto stringerci attorno a papa Francesco, assicurandogli vicinanza e preghiera. Le sue parole e i suoi gesti ci spronano a vivere e a promuovere sempre la fratellanza, vero antidoto al rancore e all'odio. Non possiamo dimenticare poi quanti hanno perso la vita sul posto di lavoro: l'indignazione per queste morti deve trasformarsi in assunzione di responsabilità perché tutele e sicurezza non siano solo slogan, ma impegni concreti. Un mondo più giusto e più vivibile si costruisce con i mattoni del rispetto e con la malta della cura per ogni essere umano. A partire da coloro che restano gli 'invisibili' anche nel mondo di oggi: ovvero gli ammalati, i sofferenti, i disabili, i carcerati, gli anziani, le persone sole e quanti portano addosso segni e conseguenze della pandemia». 

IL VALORE DELL’ OBIEZIONE DI COSCIENZA

Venerdì 20 agosto comincia a Rimini il Meeting per l’amicizia fra i popoli. Una serata sarà dedicata al film di Terrence Malick "La vita nascosta" sulla figura e l'esempio del contadino austriaco, Franz Jägerstätter. Francesco Comina sull’ Avvenire di sabato ha introdotto l’appuntamento.

«Agli inizi degli anni Sessanta la vicenda di Franz Jägerstätter varca l'oceano e di lì suscita grande interesse fra i leader di quell'imponente movimento contro la guerra del Vietnam, che dalle prime azioni pubbliche di obiezione di coscienza del maggio 1964 a New York, con i falò delle cartoline precetto messe a bruciare per protesta, si svilupperà in tutti gli States. La "nuova frontiera" aperta da John F. Kennedy rilancia la speranza di un processo democratico chiamato a misurarsi con le grandi sfide del tempo: il disarmo nucleare, la lotta alla povertà e alla disoccupazione, la crescita economica, l'utopia della pace, la fine dell'obbrobrio rappresentato dal sistema di segregazione razziale. Il sogno diurno di Martin Luther King Jr., I have a dream, si fonde nell'inno alla pace di Joan Baez We shall overcome, mentre nel caos della transizione politica divampano scontri, atti di terrorismo e attentati alle guide del cambiamento, come nel novembre del 1963, quando Kennedy viene ucciso da un cecchino mentre è in visita a Dallas. E poi nel 1968 con l'assassinio di Martin Luther King e Bob Kennedy. Sono gli anni in cui brilla la stella di Thomas Merton, monaco trappista dell'abbazia di Nostra Signora del Gethsemani a Bardstown nel Kentucky, scrittore prolifico, amante del jazz, famoso in tutto il mondo per i suoi scritti appassionati, che spingono i giovani della contestazione a cercare Dio sui sentieri impolverati della storia. Merton è uno dei riferimenti più importanti del variegato popolo che si batte contro la guerra del Vietnam, per l'affermazione di pari diritti civili per la popolazione nera, per il dialogo ecumenico e interreligioso. Nel 1965, il monaco esce con un libro contro la guerra dal titolo Fede e violenza, in cui cerca di dare senso alle istanze del dissenso americano. L'intento è chiaro fin dall'inizio: «Io sto dalla parte delle persone che vengono bruciate, fatte a pezzi, torturate, tenute in ostaggio, asfissiate col gas, mandate in rovina, distrutte Io sto dalla parte della gente che è stufa della guerra e vuole la pace per ricostruire il paese». E lancia, fin dalle prime pagine, la figura di Franz Jägerstätter come modello di uomo che ha avuto la forza e il coraggio di opporsi al più spietato regime della storia, mettendosi di traverso contro una guerra ingiusta e crudele. Un "nemico dello Stato" ucciso nel modo più feroce. Per il monaco trappista americano, Franz è un'icona del Concilio Vaticano II, il simbolo di un cristianesimo militante, che interpreta in maniera autentica la novità di una Chiesa nonviolenta e pacifista, una Chiesa che alza un argine nei confronti della legittimità di ogni conflitto e che pone la guerra come «aliena a ratione»: fuori dalle logiche razionali. Insomma, la chiesa di papa Giovanni XXIII e della sua enciclica Pacem in terris. Nella visione di Merton, Franz è un profeta di questi tempi tormentati che anelano alla pace. Scrive nel suo libro: «La storia di Franz Jägerstätter ha un'importanza veramente particolare nel momento in cui la Chiesa cattolica affronta, nel Concilio Vaticano II, il problema morale dell'armamento nucleare. Questo contadino austriaco non era soltanto un cattolico e un obiettore di coscienza, ma era un cattolico fervente, tanto fervente che alcuni che lo conobbero pensano che sia stato un santo. Il suo ragionato e fermo rifiuto di combattere per la Germania nella Seconda guerra mondiale era la conseguenza diretta della sua conversione religiosa. Era il modo di realizzare politicamente il suo desiderio di essere un perfetto cristiano. Franz Jägerstätter rinunciò alla propria vita piuttosto che toglierla ad altri, in quella che egli riteneva una "guerra ingiusta". Aderì a questo credo contro ogni obiezione possibile non solo da parte dell'esercito e dello Stato, ma anche da parte dei suoi compagni cattolici, del clero cattolico e naturalmente della propria famiglia. Doveva praticamente controbattere ogni argomento "cristiano" mosso in favore della guerra. Fu trattato da ribelle, disubbidiente all'autorità legale, da traditore della patria. Fu accusato di essere egoista, ostinato, di non considerare la sua famiglia e di trascurare il proprio dovere verso i figli. Gli fu anche detto che quello che sapeva non era sufficiente per giudicare se la guerra fosse o non fosse giusta. Che era obbligato a sottomettersi al giudizio superiore dello Stato. Il governo e il Führer ne sapevano molto di più. (…) The life and death of Franz Jägerstätter uscirà nel 1964 (il libro viene tradotto in italiano nel 1968 col titolo Il testimone solitario. Vita e morte di Franz Jägerstätter). Il racconto di Zahn su Jägerstätter esce a puntate anche sul "Catholic Worker" (la rivista del movimento, all'epoca molto diffusa) e accende l'interesse di Dorothy Day, che ne parla nei suoi diari il 25 maggio 1965 raccontando di essere immersa nella lettura del libro di Gordon Zahn, e poi il 23 febbraio 1967 citando la testimonianza dell'obiettore di coscienza austriaco come uno di quei segni di un tempo opportuno, il kairós, tempo di seminagione di un movimento cattolico contro la guerra con radici profonde. «Questo - scrive Dorothy Day nei suoi diari - è il momento di connettersi ovunque con le persone che sono potenzialmente interessate e fare qualcosa. Farle parlare e agire concretamente lì dove vivono e spiegare i fondamenti di un movimento cattolico per la pace nei termini più semplici e universali: Pacem in terris, il Concilio e il tema della guerra, l'obiettore di coscienza austriaco Franz Jägerstätter, papa Paolo VI, ecc.».».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.  

Domani, per la festività di Ferragosto, non escono i giornali. Anche la Versione riposa. Per chi vuole, ci vediamo per la rassegna di martedì mattina 17 agosto.