Kabul è di nuovo talebana

Storica riconquista dell'Afghanistan da parte dei Talebani. Scene di caos e di disperata fuga dalla Capitale. Biden si giustifica. Europa in imbarazzo, crisi dei profughi. Una scelta di interesse?

Questa Versione stamattina è quasi del tutto monotematica. Ci sono momenti in cui la cronaca diventa storia e oggi è uno di quei momenti. Le terribili immagini del decollo del cargo americano dalla pista dell’aeroporto della capitale dell’Afghanistan è infatti un’immagine che resterà nella nostra memoria. Negli ultimi giorni avevamo temuto una nuova Saigon. La Kabul del Ferragosto 2021 è peggio, molto peggio. Coi disperati afghani che si attaccano al carrello dell’aereo e cadono nel vuoto, come le vittime delle Torri Gemelle, vent’anni dopo. Americani e Italiani hanno levato le tende per “interesse”, come nota oggi con acume Domenico Quirico. La democrazia non è stata esportata con le armi. Questa guerra durata trent’anni è stata davvero “un’avventura senza ritorno”, come al mondo ha testimoniato a lungo, spesso in solitudine, la tenace e pacifica opposizione dei Papi. Il popolo afghano ha, con tutta evidenza, appoggiato il ritorno dei Talebani, da ieri “back in charge”, di nuovo al potere, come titola il New York Times.

Oggi vi offriamo qui una serie di materiali per cercare di capire la cronaca drammatica di queste ore e per provare a comprendere le ragioni di quello che è avvenuto. Perché gli Usa e l’Occidente hanno deciso di ritirarsi? Che cosa accadrà agli afghani che hanno cercato di sostenere la democrazia? Quante migliaia di profughi provocherà questo ritiro e come si comporteranno gli europei di fronte a questa nuova crisi umanitaria? Il Presidente Usa Biden ha cercato di giustificare le scelte compiute. È del tutto evidente che la Nato e l’Europa le vivono con grande disagio. Ma al di là delle scelte contingenti, c’è una questione di fondo che riguarda l’identità stessa della nostra civiltà. Chi potrà mai più fidarsi di noi occidentali? Come alleati militari ma anche come esempio di convivenza civile?

Le Ong, Caritas, Croce Rossa, Emergency e le altre varie organizzazioni umanitarie, restano in Afghanistan. È un piccolo segno che Occidente non significa solo interesse cinico ed egoismo. Restano lì a difendere una parte di noi, la migliore. Quanto al sacrificio delle 53 vittime italiane e di tutti i soldi spesi in questi decenni, la considerazione è che non ci si può limitare a rinfacciarsi le colpe fra i partiti. Il governo di emergenza guidato da Draghi dà invece la possibilità di ragionare in termini di interesse generale e di trovare una strada condivisa in politica estera.

Ci occupiamo, come dicevamo, di poco altro. Parliamo di Haiti, perché anche lì c’è allarme rosso per il collasso di un intero Paese dopo il terremoto. Sulla pandemia, registriamo il rischio molto probabile di una Sicilia in zona gialla da lunedì. Ancora molto basso il ritmo delle vaccinazioni:  241 mila 935 nelle ultime 24 ore. Meno della metà dell’obiettivo giornaliero delle 500 mila. Per quanto riguarda la scuola Il Sole 24 Ore illustra la circolare del 14 agosto, che fissa le regole per i docenti che non hanno il Green pass. Venerdì apre il Meeting di Rimini. Vediamo i titoli, oggi anche dei giornali stranieri.

LE PRIME PAGINE

Anche la rassegna dei titoli ha un solo argomento. Avvenire: Torna la notte su Kabul. Il Corriere della Sera sottolinea le ultime ore: Caos a Kabul, assalto agli aerei. Il Domani ragiona sui profughi afghani: Accogliamoli tutti. Il Fatto traccia un bilancio sconfortante: 9 miliardi e 53 morti per riavere i Talebani. Il Giornale riecheggia il famoso libro di Spengler: Il tramonto dell’Occidente. Quotidiano Nazionale cerca di spiegare la strategia Usa: La linea Biden: non moriremo per Kabul. Il Manifesto, con la foto del cargo americano sulla pista: Si salva chi può. Il Mattino mette fra virgolette una frase del commissario europeo Gentiloni: «Kabul, piano per i profughi». Lo stesso fa Il Messaggero: «L’Europa non li lasci soli». La Repubblica sintetizza: I talebani al potere. L’ora della vendetta. La Stampa riecheggia il Vietnam: Apocalisse Afghanistan. Libero: Fuga dall’Islam. Qualche titolo straniero. I francesi la vedono dal punto di vista dei vincitori. Le Figaro: I Talebani impongono l’ordine islamista a Kabul e Le Monde: I Talebani di nuovo padroni dell’Afghanistan. Gli inglesi analizzano la linea Usa. The Daily Telegraph: Biden difende la partenza degli americani. The Guardian: Biden difende il ritiro americano fra scene di caos a Kabul. Il New York Times registra: I Talebani sono di nuovo al potere. Due giornali italiani restano sui temi a loro cari. Il Sole 24 Ore: Banda ultralarga, il piano di Colao. La Verità: Il ricatto del tampone.

KABUL, IL GIORNO DELLA VERGOGNA

Francesca Mannocchi è a Kabul per una serie di reportage per l’Espresso. Ecco il suo racconto della drammatica giornata di ieri dalle colonne di Repubblica:

«Una massa indistinta che si muove caotica intorno all'aeroporto, le auto bloccano le strade, non ci sono più i soldati dell'esercito nazionale. I talebani sono in città, è saltata la linea di comando. Ognuno, come può, tenta di mettersi in salvo. I ministeri si svuotano, così come gli uffici di polizia. I cittadini di Kabul che fino a poche ora prima, con i talebani a Wardak, ultima porta della capitale, ascoltavano con apprensione le notizie per capire quando si sarebbero avvicinati, si sono svegliati con i talebani davanti alla porta di casa. Pronti a dichiarare vittoria. È in quel momento che la libertà di andare via, a Kabul, ha preso due forme. La prima quella delle evacuazioni delle sedi diplomatiche, dei ponti aerei e dei mezzi militari pronti all'aeroporto Hamid Karzai per portare via i diplomatici, staff consolare e civili stranieri, e la seconda quella degli afghani, intrappolati, all'assalto dell'unica via d'uscita rimasta nel Paese. Migliaia di uomini e donne, bambini aggrappati ai cancelli, gridavano disperati, una reazione collettiva, incontrollata, mentre i talebani si stavano insediando a Kabul quasi senza incontrare resistenza. La paura degli afghani era diventata rabbia. Assalti ai convogli blindati, lanci di pietre, e urla: «Vergognatevi ». E urla più forti: «Dovete portarci via». È in questo clima che l'ambasciata italiana è stata evacuata, il 15 agosto. Troppo pericoloso per il convoglio blindato il tragitto via terra, si decide per il ponte aereo dalla sede diplomatica all'aeroporto. Dalle ricetrasmittenti una voce dice: «Si sta mettendo male». Si stava mettendo male su tutti i fronti. I talebani erano ormai nelle strade, gli afghani sapevano che l'aeroporto era rimasta l'unica via d'uscita dal Paese. Tutti avevano capito che quella che si stava consumando non fosse un'entrata pacifica e senza spargimento di sangue come dichiarato dal portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, un'entrata verso la formazione di un governo di transizione. Kabul assisteva a una resa. I talebani non hanno dovuto conquistare la città, come a Kandahar, Kunduz, Lashkharga. Kabul gli è stata consegnata. Dall'inefficienza del governo di Ashraf Ghani, che avrebbe potuto trattare tre mesi fa, quando era già evidente che i talebani stavano avanzando senza sosta, Ghani il presidente da cui pochi, in Afghanistan si sentono rappresentati, che poteva mediare e non l'ha fatto. Kabul è stata consegnata dalle forze armate, prive di indirizzo, leadership, corrotte e demotivate mentre i ministeri e gli uffici di polizia si svuotavano in fretta. Dai soldati che scappavano, in fuga con aerei ed elicotteri verso l'Uzbekistan, prima di essere cacciati. O peggio uccisi. Kabul è stata consegnata ai talebani mentre i cittadini afgani gridavano: «Ci avete tradito», nascondendosi dai rastrellameti casa per casa. Una cosa però ieri è stata rispettata: gli accordi di Doha, in cui i talebani hanno ottenuto il ritiro delle truppe impegnandosi a garantire la loro uscita in sicurezza dal Paese. E così è stato, i diplomatici e i civili occidentali sono stati evacuati, è stato garantito loro un passaggio sicuro verso la parte militare dell'aeroporto Karzai, con seimila soldati americani a difenderla. Oggi arriveranno anche i soldati francesi, con due aerei per garantire il rimpatrio di chi ha lavorato con loro. «Abbiamo combattuto per una giusta causa, non abbandoneremo nessuno», dice Macron. A Doha i talebani si erano detti pronti a un dialogo diplomatico con i politici afgani. Impegno di cui non hanno avuto bisogno. Quando gli americani, con l'amministrazione Biden, hanno confermato il ritiro e l'hanno confermato senza condizioni del dialogo intra afgano non c'era piu' bisogno. È stata proprio l'assenza di condizioni a rafforzare i talebani, e dare loro lo slancio per vincere la partita militare. Kabul è stato il capitolo finale, non conquistata ma consegnata ai talebani, nel giorno della grande evacuazione dei diplomatici e del presidente Asfrah Ghani scappato via. Anche a lui e ai suoi collaboratori è stato garantito un passaggio sicuro verso l'aeroporto, un'evacuazione, una fuga. Salito sulla scala del veicolo senza dire una parola al Paese, senza congedarsi, né scusarsi con i cittadini che solo pochi giorni prima aveva invitato a resistere. Le sirene hanno lanciato l'allarme sicurezza all'interno dell'aeroporto per tre volte. I soldati hanno imbracciato le armi, i civili da evacuare restavano chiusi all'interno, accucciati a terra mentre la città, fuori, si infuocava di rabbia. Più persone a premere sui cancelli per entrare, più gli spari a rompere l'aria. Ma è troppa la paura, e migliaia di afghani scavalcano le transenne di sicurezza, occupano gli aerei. Kabul è divisa in due: gli aerei militari pronti per le ultime evacuazioni della notte pronti sulla pista, gli aerei civili fermi. Si ripete l'appello per le liste dei voli militari. Gli italiani ci sono tutti. Mancano gli afghani che non riescono ad arrivare, non riescono ad attraversare i cancelli. Troppa la folla, troppe le urla, il pericolo, i colpi sparati in aria dalle truppe americane a difesa dello scalo, per disperdere la ressa. «Bisogna andare a prenderli», «Non partiamo senza di loro». Frasi carpite, strappate all'impegno dell'ambasciata per portare in Italia i collaboratori afghani con le loro famiglie. Per tutti visto pronto da tempo, e ormai svanita la speranza di non avere bisogno di usarlo per scappare. I funzionari diplomatici si spendono fino a notte fonda, anche oltre le norme di sicurezza per andare a prendere i cittadini afgani nella parte civile dell'aeroporto. Il convoglio si muove tre volte, per due sotto il tiro dei proiettili. E torna, tre volte, con le famiglie afghane. I collaboratori, due ragazzi, tre bambini. Frasi strappate agli abbracci che si consumano nella notte: «Per uno che riusciamo a portarne via troppi resteranno qui». Ieri i cittadini di Kabul, e quelli arrivati da lontano, hanno provato di nuovo a occupare la pista, correndo dietro gli aerei, e aggrappandosi mentre decollavano, corpi caduti nel vuoto come l'undici settembre. È la storia che si ripete nella sua forma piu' tragica. Andrà avanti così tutto il giorno. Gli ospedali ricevono i corpi dei cittadini uccisi dai colpi che hanno provato a impedire la loro fuga. Gli afghani sanno che si scappa solo da lì, dall'aeroporto Karzai, e che partito l'ultimo diplomatico il rischio è che nessuno più entri ed esca dal paese. Sono da poco passate le tre del pomeriggio, è appena atterrato al terminal 5 dell'aeroporto di Roma Fiumicino il volo militare che ha riportato a casa l'ambasciatore italiano a Kabul Vittorio Sandelli, parte della delegazione diplomatica, i civili della cooperazione internazionale e delle organizzazioni umanitarie e sedici afghani con le loro famiglie: collaboratori contrattisti della sede diplomatica italiana a Kabul. «Avremmo voluto fare molto di più». Sono le parole dei diplomatici arrivati a Roma, che tengono insieme la forza e la stanchezza degli ultimi giorni. La concitazione dell'evacuazione, lo sforzo per salvare più persone possibile il più in fretta possibile, la frustrazione di non averlo potuto fare». 

Davanti alle telecamere di Al Jazeera i Talebani sono ufficialmente tornati al potere in Afghanistan. La cronaca di Marta Serafini sul Corriere della Sera.

«Oggi è un grande giorno per il popolo afghano e i mujaheddin. Grazie a Dio, nel Paese la guerra è finita». Sono state queste le prime parole pronunciate ai microfoni di Al Jazeera da Mohammad Naeem, il portavoce dell'ufficio politico dei talebani quando domenica i mujaheddin hanno fatto il loro ingresso nell'ufficio del presidente Ashraf Ghani. Per il debutto davanti al mondo Naeem ha scelto toni rassicuranti affermando che il tipo e la forma del nuovo governo afghano saranno presto chiariti e che i talebani non vogliono vivere in isolamento ma «tenteranno di avere relazioni internazionali pacifiche». Poi, l'intera delegazione di 15 uomini ha intonato un versetto del Corano che recita all'incirca: «Quando la vittoria arriva e vedi i popoli entrare a far parte della religione di Allah allora esalta e loda il tuo Signore e chiedigli perdono. Egli infatti accetta sempre il pentimento». Una scelta che, secondo gli analisti come Hassan Hassan, lascia trasparire una volontà momentanea di dialogo. Il passato però non si dimentica. Seduto al tavolo presidenziale non a caso ha fatto la sua comparsa anche Gholam Ruhani, top leader dell'intelligence talebana, che ha raccontato lui stesso all'emittente saudita di essere stato detenuto per otto anni a Guantánamo. Un messaggio chiaro al «nemico» statunitense. Al di là dello stile di comunicazione scelto dagli insorti per la loro propaganda, grande incertezza resta sul futuro del Paese. Mentre proseguono i contatti con le forze statunitensi - il generale Kenneth McKenzie si è incontrato a Doha domenica con i rappresentanti talebani per trattare l'evacuazione dell'aeroporto di Kabul - Russia e Pechino aprono al riconoscimento di un governo degli studenti coranici e sottolineano, nelle dichiarazioni ufficiali, come la caduta del governo afghano sia arrivata a fronte di una totale assenza di resistenza da parte delle forze armate afghane addestrate dagli Stati Uniti e dai loro alleati. A rafforzare la propaganda talebana, anche le polemiche sulla fuga in Tagikistan del presidente Ashraf Ghani scappato - a detta del portavoce dell'ambasciata russa Nikita Ishchenko - «con quattro auto piene di soldi. I suoi assistenti hanno cercato di infilare un'altra parte delle banconote in un elicottero, ma non ci stavano tutti. E così hanno lasciato una parte del denaro sulla pista». Anche il Consiglio di sicurezza nella giornata di ieri ha fatto appello alla ripresa delle trattative per la formazione di un nuovo governo «unitario, inclusivo e rappresentativo» che comprenda anche donne». Aperture però frenate dalle parole dell segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres che ha parlato di «notizie agghiaccianti su gravi restrizioni ai diritti umani in tutto il Paese». E ha rievocato i fantasmi del passato. «Faccio appello al Consiglio di sicurezza e alla comunità internazionale nel suo insieme - ha aggiunto - affinché lavorino e agiscano insieme utilizzando tutti gli strumenti a loro disposizione per sopprimere la minaccia terroristica globale in Afghanistan e garantire che i diritti umani siano rispettati».

Il Presidente Usa Joe Biden difende le scelte americane, parlando alla Nazione dalla Casa Bianca. La cronaca del Corriere

«Non intendo ripetere gli errori del passato, non esiste un buon momento per lasciare l'Afghanistan, ma non possiamo restare all'infinito». Il presidente Joe Biden parla alla nazione dalla Casa Bianca, definendosi «addolorato per le immagini strazianti» che arrivano da Kabul ma affermando che questi ultimi drammatici giorni dopo vent' anni di guerra non fanno che confermare che l'ora del ritiro è arrivata. Di fronte alle immagini storiche della caduta di Kabul, del caos dell'evacuazione e della disperazione degli afghani, Biden ieri mattina aveva fatto sapere da Camp David che avrebbe parlato «nei prossimi giorni», ma nel pomeriggio, sotto considerevole pressione, è tornato alla Casa Bianca per parlare alla nazione. Joe Biden verrà ricordato come il presidente che ha posto fine alla guerra più lunga. Era quello che voleva, però non immaginava che sarebbe finita così. «Il presidente noto per l'empatia sceglie la freddezza», titolava prima del discorso il Washington Post . Biden ha usato anche toni personali, ricordando i viaggi fatti negli anni in Afghanistan, «parlando con il popolo, i leader e le truppe», e si è rivolto ai veterani, ai diplomatici e agli attivisti che hanno trascorso una vita aiutando l'Afghanistan e ora guardano addolorati. Ma ha spiegato di aver capito, proprio per esserci stato, «ciò che è possibile e ciò che non lo è»: ha rivendicato il successo della missione che uccise Osama bin Laden e che ha «demolito» Al Qaeda, ma ha spiegato che il progetto di «costruire una nazione, una democrazia unificata e centralizzata, rovesciando secoli di storia» era impossibile. «Cina e Russia non vogliono niente di più che vederci sperperare in Afghanistan eterne risorse e attenzione». I media americani gli rimproverano di non ha riconosciuto gli errori di valutazione e il fallimento dell'intelligence. Il presidente ha insistito che ogni scenario era stato contemplato e pur ammettendo che «tutto è avvenuto più rapidamente di quanto avessimo anticipato», ha attribuito la colpa alla fuga dei leader afghani e al collasso delle forze armate. Come già sabato scorso, Biden ha accusato Trump per aver condotto negoziati che hanno rafforzato i talebani, fissando una data del ritiro già il 1° maggio e lasciandogli solo la scelta tra rispettarla o tornare in guerra. Le operazioni di antiterrorismo continueranno in Afghanistan ma anche nei numerose altre zone calde, e c'è la promessa di colpire con «forza devastante» i talebani se dovessero ostacolare l'evacuazione o attaccare gli interessi americani. «Dobbiamo combattere le minacce del presente, non quelle del passato». Ma c'è chi si chiede se davvero sarà possibile, visto che l'intelligence si aspettava la caduta di Kabul tra 90 o 30 giorni. Alle donne afghane, il presidente infine promette che difenderà i loro diritti, «con la diplomazia». Nelle ultime 72 ore Biden si è trovato sotto pressione non solo da rivali repubblicani o da Trump, ma dai media progressisti, da ex generali e diplomatici. Fino a martedì scorso il presidente aveva sostenuto che le forze afghane erano in grado di difendersi dai talebani. L'8 luglio aveva negato la possibilità di una nuova Saigon («Non vedrete mai la gente prelevata dal tetto dell'ambasciata»). Ryan Crocker, ex ambasciatore Usa a Kabul sotto Obama, ha definito questo ritiro dall'Afghanistan «una macchia indelebile». Molte delle critiche ricadono anche sul segretario di Stato Antony Blinken e il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. La domanda è quale sarà il costo politico per il presidente. L'America è stanca di interventi militari all'estero. Biden lo sa quando chiede «Quante generazioni volete che mandi a combattere queste guerra civile?». L'ultimo sondaggio del Chicago Council, a luglio, indicava che il 70% degli americani vuole il ritiro dei militari. I sondaggi devono ancora recepire l'impatto delle immagini drammatiche che arrivano e continueranno ad arrivare, ma anche le troupe di giornalisti alla fine lasceranno il Paese. In Europa il premier britannico Boris Johnson annuncia un vertice virtuale del G7, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron promettono di non abbandonare gli afghani ma sono preoccupati dall'ondata di profughi. Ora il mondo sta a guardare in che modo i talebani gestiranno il potere».

Perché gli Usa hanno fatto questa scelta? Charles A. Kupchan, analista vicino alla Casa Bianca, prova a spiegarne i motivi in un articolo pubblicato sulla stampa internazionale e tradotto in Italia da Repubblica.

«Questa presa di potere incontrastata solleva ovvi interrogativi sulla bontà della decisione di Joe Biden di ritirare le forze statunitensi e di coalizione dall'Afghanistan. Paradossalmente però la rapida e agevole avanzata dei talebani è la conferma che Biden ha agito correttamente e non deve invertire la rotta. L'inefficienza e il crollo delle istituzioni militari e governative afghane convalidano la posizione di Biden, scettico sul fatto che ulteriori azioni di sostegno avrebbero consentito al governo di Kabul di autonomizzarsi. La comunità internazionale ha devoluto una ventina d'anni, molte vite e migliaia di miliardi di dollari al bene dell'Afghanistan - smantellando Al Qaeda, respingendo i talebani, addestrando ed equipaggiando le forze armate afghane, sostenendo le istituzioni governative e investendo nella società civile del Paese. Sono stati fatti notevoli passi avanti, ma non è bastato. Come ha mostrato la celere avanzata dei talebani neppure vent'anni di sostegno costante sono serviti a creare istituzioni afghane in grado di stare a galla. Questo perché la missione è stata fin dall'inizio segnata da un errore fatale. È stata una follia cercare di trasformare l'Afghanistan in uno stato unitario, centralizzato. La difficile topografia del Paese, la sua complessità etnica e le alleanze tribali e locali danno vita a una costante frammentazione politica. L'area geografica travagliata e l'ostilità alle interferenze esterne rendono rischioso l'intervento straniero. Questa situazione ineluttabile ha reso fallimentare qualsiasi sforzo teso a trasformare l'Afghanistan in uno stato moderno. Biden ha fatto bene a prendere la difficile decisione di procedere al ritiro, ponendo fine a sforzi inutili tesi a un obiettivo irrealizzabile.
A sostegno del ritiro va anche il fatto che gli Stati Uniti, pur avendo fallito sul fronte del nation-building, hanno centrato il loro principale obiettivo strategico: impedire attacchi futuri provenienti da territorio afghano contro l'America e i suoi alleati. Gli Stati Uniti e i loro partner di coalizione hanno decimato Al Qaeda in Afghanistan e Pakistan. Lo stesso vale per la branca afghana dello Stato islamico, che si è dimostrata incapace di portare avanti attacchi transnazionali dall'Afghanistan. Contemporaneamente gli Usa hanno costruito un partenariato globale per la lotta al terrorismo in tutto il mondo, condividendo l'intelligence pertinente e incrementando le difese interne. Oggi gli Stati Uniti e i loro alleati sono bersagli molto più difficili da colpire rispetto all'11 settembre. È dagli attentati di Londra del 2005 che Al Qaeda non riesce a portare a termine atti terroristici di grandi proporzioni all'estero. Ovviamente non esiste certezza che i talebani non offrano di nuovo rifugio ad Al Qaeda o gruppi analoghi, ma è improbabile. I talebani se la sono cavata benissimo da soli e non hanno bisogno di allearsi con Al Qaeda. Il loro desiderio di mantenere un certo grado di legittimità e sostegno internazionale soffocherà la tentazione di dare asilo a gruppi che mirano a organizzare attacchi terroristici contro potenze straniere e che hanno scarso interesse a cercare di riformarsi in Afghanistan, quando possono farlo più facilmente altrove. Infine, Biden fa bene a difendere la sua decisione di porre termine alla missione militare Usa, perché la scelta rispecchia il volere dell'elettorato. Gran parte dell'opinione pubblica americana non ne può più delle "guerre eterne" in Medio Oriente. A fronte di decenni di insoddisfazione economica tra i lavoratori, esacerbata dall'impatto devastante della pandemia, l'elettorato preferisce che le tasse vadano alle scuole del Kansas, non a quelle di Kandahar. In realtà il populismo illiberale che ha portato all'elezione (e alla quasi riconferma) di Donald Trump è emerso in parte in reazione all'intervento Usa nel Medio Oriente esteso, percepito come impegno esagerato. Gli sforzi di Biden tesi a risanare la democrazia americana puntano a realizzare investimenti interni. I provvedimenti che hanno come oggetto le infrastrutture e la politica sociale oggi all'esame del Congresso rappresentano passi importanti nella giusta direzione. Ma anche la politica estera ha un peso. Se Biden vuole portare avanti la "politica estera per la classe media" che si è impegnato a perseguire, ha bisogno che le sue scelte abbiano l'appoggio dell'opinione pubblica. L'Afghanistan necessiterà del sostegno della comunità internazionale. Ma la missione militare a guida statunitense ha fatto il suo corso. Purtroppo il massimo che la comunità internazionale può fare è contribuire ad alleviare le sofferenze umanitarie e spingere gli afghani a ricorrere alla diplomazia, al compromesso e alla moderazione mentre il loro Paese cerca di trovare un equilibrio politico pacifico e stabile».

Giuliano Ferrara sul Foglio interviene in un articolo dal titolo: Visto dai talebani.

«Gli americani hanno fatto il contrario di quanto avvenuto in Corea o in Europa, se è per questo, dopo la bunkerizzazione e la sconfitta di Hitler, di Mussolini e del Mikado: sono restati più o meno sul piede di partenza, sempre tentati dalla ritirata, sempre ricattati dall'opinione pubblica più insulsamente pacifista, apparentemente umanitaria, con varianti di piccolo isolazionismo, modello Monaco, incapace del tutto di valutare il significato di una riscossa talebana in Afghanistan. E' mancato il dispaccio di Brennan, non hanno costituito un'alleanza stabile per il contenimento del dispotismo islamista e terrorista, si sono comportati come se Truman e Eisenhower avessero preso a vergognarsi e a piagnucolare sui risultati politici e militari della guerra mondiale. La tragedia finale è la trasformazione delle grandi agenzie imperiali di guerra e pace, il Pentagono, il dipartimento di Stato, l'intelligence, in soggetti inidonei a fare il loro mestiere perfino nei dettagli di una ritirata divenuta una fuga ingloriosa ( calcolo dei tempi e delle forze in campo, scelta delle organizzazioni e dei poteri da impegnare in una resistenza alla prevedibile controffensiva di primavera a Kabul, uso sapiente e con capacità di deterrenza aerea della diplomazia con l'infido avversario). Non si poteva costruire una nazione, ma era possibile evitare una catastrofe come quella che abbiamo sotto gli occhi, nell'abbandono e nel tradimento della minoranza afghana che aveva disperatamente voluto credere in una svolta istituzionale e politica. Vista dalla parte dei Talebani, con i loro occhi feroci e penetranti, con le loro barbe d'ordinanza, con quegli zoccoli terragni e quelle armi esibite perché pronte a sparare, con quel tremendo disprezzo della vita e della morte, anche la propria, tipico degli eserciti che si battono anche in nome della fede, anzi, di una legge divinamente ispirata, questa è un'epopea di sacrificio, di accanimento umano e politico che ha dell'incredibile, a partire dalla fedeltà mai rinnegata all'ospite qaidista, è una storia che ributta indietro integralmente il fronte, con i suoi segni ora in via di cancellazione, dei criteri di vita e di civiltà incarnati, finché lo sono stati, dagli occidentali imbelli e sconfitti. Li abbiamo aiutati a resistere, a perseverare, a combattere, a ingannarci subdolamente e magnificamente, dagli accordi di Mike Pompeo al blitz dei mesi e delle giornate trascorse, e ora siamo anche costretti, sperando che facciano politica e rinuncino alla logica del terrore, delle proscrizioni e dei guai inferti ai vinti, ad ammirarli. Un capolavoro per la storia».

Che cos’è l’Occidente oggi? Una sola parola: interesse. Scrive Domenico Quirico su La Stampa:

«La parola più vera, la parola più esatta, quella più densa di significato per questo Otto Settembre afgano è la parola interesse. L'ha pronunciata il segretario di Stato americano Antony Blinken: restare in Afganistan non è nel nostro interesse. Dando un nome alle cose si rischia di ferirle in mezzo al cuore con un colpo irrimediabile. Ho provato a immaginare un afgano all'aeroporto di Kabul impegnato in una caparbia opera di sopravvivenza, con i talebani all'uscio, collerici, sentenziatori di morte, vittoriosi. O uno di quelli che vivono nascosti perché sanno che i taleban stanno spuntando i nomi nelle liste abbandonate dagli occidentali, e si sentono già imputati in bieche aule di tribunali supremi, da impietose inquisizioni. In poche ore il mondo nuovo si è dissolto di colpo nelle profondità di campo del tempo. E quello che rimane loro è la frase del segretario di Stato americano, uno di quelli che avevano promesso di buttar giù a spallate la loro storia medioevale. Si dovrebbe scrivere come si respira. Un respiro armonioso, con le sue lentezze e i suoi ritmi all'improvviso affrettati. Ma come si fa a non ruggire di fonte a una così sfacciata, volgare manifestazione di nichilismo interiore? Raramente si è visto qualcosa di più anchilosato, rabberciato, malfatto di questa vile ritirata, di più vanitoso, lercio e appunto interessato di questo tradimento. Fa capolino già la successiva vergogna, cancellare gli afghani dalla memoria, si appronta il cassetto dove riporli accanto ai vietnamiti, ai cambogiani, ai somali, ai curdi e agli iracheni. In Occidente i perseguitati non hanno fortuna, non suscitano simpatie perché sono deboli. A Kabul il nostro mondo, esportato a forza, provvisorio, tarlato, è crollato in poche ore. Ma era da tempo che noi ce ne andavamo con i nostri pregiudizi, i nostri soldati invincibili, i canti e le bandiere. Non abbiamo nemmeno provato, per nasconder la vergogna della sconfitta, a stendere la mano a coloro che sono rimasti lì, per cui non ci sarà nessun ponte aereo, nella speranza che non la rifiutassero con troppo disgusto: che avete fatto perché noi si sia meno infelici? Ci chiederanno essi: che cosa avete fatto perché vivessimo in pace? In un altro luogo del mondo dove perdiamo altre guerre, il Sahel, un vecchio con l'aria vigorosa e tranquilla di un menhir, a cui daresti dieci secoli, che ha la giovinezza e la serenità di una montagna, mi disse sospirando: voi occidentali non avete amici, avete soltanto interessi. Già: gli afghani gli darebbero adesso ragione. Il loro peccato è di essere soltanto esseri umani, troppo poco per diventare interessi, per questa trasmutazione non sono bastati venti anni. Dietro ognuno, anche quelli che non ci amavano, sì, anche i taleban, c'è una identità: retti, astuti, malvagi, pratici, dolci, autoritari, fanatici, secoli di fatiche durissime tra quelle pietre li hanno induriti. Invece sono rimasti ombre anonime e scialbe che si possono abbandonare, in fondo senza nemmeno l'ingombro di troppi rimorsi. Eppure loro eravamo noi, il loro destino eravamo noi. C'è in questa realpolitik così sguaiata un rischio mortale. I nostri proclami sono ormai cose morte ma non mute. Testimoniano, accusano. Chi dopo questo tradimento così esplicito presterà ancora fede alle nostre parole, chi penserà che i nostri annunci di democrazia, tolleranza, la nostra magnifica parola diritti, siano altro che polvere se non coincide con i nostri interessi? Dove troveremo alleati visto che cerchiamo solo caudatari e complici provvisori? Le assonanze tra Kabul e Saigon, tra la fuga dal Vietnam e quella dall'Afghanistan assordano: la trattativa con l'Arcinemico fino a un minuto prima impronunciabile, il ritiro, gli alleati locali lasciati soli con satrapi balbettanti e corrotti, con eserciti fatiscenti e abituatati a far da comparse, regimi che si sciolgono, presidenti che fuggono, divise e armi gettate via, gli elicotteri, sempre loro, che portano via i nostri e, se c'è posto, anche qualcuno di loro. La stessa domanda: perché i loro combattono e i nostri no? E' solo a distanza di cinquant' anni la replica della stupidità militare di qualche nuovo impomatato Westmoreland? No. E' un metodo».

Alberto Negri sul Manifesto:

«Quali altre guerre sbagliate, e che non si possono vincere, ci aspettano, dopo gli inutili bagni di sangue di Afghanistan e Iraq? A Kabul c'è stato "un fallimento epocale finito in maniera umiliante", titolava il New York Times, quotidiano che ha appoggiato Biden nella campagna elettorale contro Trump. Eppure mai come adesso è vera la frase del grande musicista Frank Zappa: "La politica in Usa è la sezione intrattenimento dell'apparato militar-industriale". Biden, come in una caricatura hollywoodiana, continuava a sostenere in tv che il potente esercito afghano avrebbe respinto i talebani che stavano già alla periferia di Kabul. Ma il ruolo presidenziale è proprio questo: raccontare bugie, anche insostenibili, e contare gli utili, prima ancora dei morti. Anche le dichiarazioni del segretario di stato Blinken - "abbiamo raggiunto gli obiettivi" - appaiono meno ridicole di quel che sono se viste in questa ottica. Gli americani e la Nato dicono di volere esportare democrazia, in realtà esportano prima di tutto armi: il resto - "nation-building", diritti umani, diritti delle donne - è un delizioso intrattenimento per far credere che con le cannonate facciamo del bene. Se vuoi aiutare un popolo puoi farlo senza usare i fucili, questo tra l'altro insegnava Gino Strada, vituperato da vivo dagli stessi ipocriti che oggi lo incensano e all'epoca sostenevano le guerre del 2001 e del 2003. Chi paga davvero il prezzo del fallimento e il ritorno dei talebani non sono gli americani e noi europei, loro complici, ma gli afghani. In vent' anni i progressi per loro sono stati insignificanti e le perdite umane altissime, decine di migliaia di morti deceduti negli ultimi anni più nei raid americani e Nato che non negli scontri con i talebani. I 36 milioni afghani - di cui cinque-sei milioni sono profughi- vivono in media con meno di due dollari al giorno. In particolare perdono le donne che erano riuscite a rivendicare il diritto allo studio e un certo grado di autonomia personale, del tutto negato nel primo Emirato dei talebani. L'Emirato II° forse sarà, si spera, un po' meno duro o solo più pragmatico. Tra l'altro oltre alle donne pure i maschi a scuola ci vanno assai poco, se non nelle madrasse dei mullah: il sistema d'istruzione statale è allo sfascio. Vent' anni dopo l'invasione è una delle notizie peggiori. Con un'avvertenza: i sacrosanti diritti delle donne in questi anni sono stati esercitati soprattutto dalle afghane nei grandi centri urbani. Fuori, nelle zone rurali, hanno continuato a vivere secondo canoni oscurantisti e tradizionalisti, come del resto avviene in Arabia saudita dove nessuno per questo si sogna di bombardare il principe assassino Mohammed bin Salman. Ma a Riad sono talebani di successo di una monarchia assoluta e acquirenti di miliardi di armi americane. Nelle provincie remote i talebani hanno sempre controllato territorio e popolazione: il movimento jihadista esercitava già il suo predominio sul 40% del Paese. L'Afghanistan oltre che una guerra sbagliata è stata anche una narrazione sbagliata. I progressi sul piano dei diritti umani e civili hanno riguardato sempre una minoranza del Paese, una élite: è una delle diverse ragioni del fallimento. I talebani hanno conquistato senza combattere 25 città in 10 giorni e non sarebbe stato possibile senza poter contare, oltre che sulla disgregazione dell'esercito, su un certo consenso della popolazione esclusa dal circuito dei soldi e della corruzione che ha caratterizzato governi marcescenti e dipendenti da aiuti occidentali. L’approccio Usa di favorire una élite degli afghani si è rivelato superficiale. Ancora di più di quello dei sovietici che invasero il Paese nel 1979 per ritirarsi dieci anni dopo. Sotto i russi ci fu una modernizzazione in apparenza imponente: un embrione di riforma agraria, le università aperte alle donne, i cinema anche nelle città di provincia. Eppure anche quello slancio riguardò una minoranza ma più convinta: il governo afghano, senza Mosca, resistette altri tre anni prima di cadere. Questa volta esercito e governo si sono liquefatti subito. Deve far meditare che i talebani abbiano letteralmente passeggiato fino alla capitale vent' anni dopo la loro disfatta del 2001: significa che la "modernizzazione" non ha investito gran parte dei giovani afghani che hanno continuato a sostenere i jihadisti. Il fallimento militare e politico è bruciante ma lo è forse ancora di più quello ideologico. Richiamandosi alla tradizione dei mujaheddin che sconfissero i sovietici, i jihadisti possono vantare due clamorose vittorie in 40 anni: contro i comunisti negli anni Ottanta - con il sostegno americano - e oggi contro il sistema liberal-capitalistico. L'Afghanistan può rappresentare un polo d'attrazione per gli islamisti più radicali. Adesso hanno di nuovo a disposizione una nazione, dipenderà dall'Emirato II° non fare mosse false come l'appoggio a Al Qaeda nel 2001. I talebani, al momento, sono vincenti sul piano interno ma anche su quello internazionale. I negoziati di Doha voluti da Trump li hanno legittimati. È inutile girarci intorno. E quando Biden ha annunciato il ritiro, russi, cinesi e iraniani si sono precipitati a fare accordi con loro: le loro ambasciate a Kabul restano aperte. Sono tutti vicini di casa e hanno interessi politici ed economici nel cuore dell'Asia centrale. Biden è apparso una figura grottesca ma funzionale al sistema americano. Dovremmo ricordarcelo prima di farci ancora trascinare in altre guerre "sbagliate". Ma i nostri governi sono regolarmente sottomessi agli Usa. Secondo i sondaggi Joe Biden ha comunque ancora il 60% dell'approvazione degli americani per il ritiro dall'Afghanistan. Un po' di sondaggi e un po' di propaganda forse serviranno a mascherare la figuraccia di Kabul. Non a oscurare le menti pensanti».

“SALVIAMO CHI HA CREDUTO IN NOI”

Ieri pomeriggio a Fiumicino è arrivato un volo da Kabul. Valeria Costantini sul Corriere.

«Abbiamo abbandonato amici e colleghi a morire, i talebani li cercano casa per casa. Hanno creduto in noi, dobbiamo salvarli». La forte commozione interrompe a più riprese lo sfogo di Arif Oryakhail, medico afghano che lavora per l'Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo. È appena sbarcato dal primo volo proveniente dall'inferno Afghanistan, atterrato ieri all'aeroporto di Fiumicino. Un viaggio estenuante per i 70 passeggeri, personale diplomatico e dell'ambasciata, ma anche collaboratori locali con le loro famiglie, portati in salvo con un aereo dell'Aeronautica militare, da un Paese ormai lacerato e pericoloso. «Ci sono persone che hanno aiutato a costruire ospedali, abbiamo formato molti medici, incluse molte donne che ora sono a rischio», riassume la situazione precipitata in pochi giorni Domenico Frontoni, esperto in logistica per l'Aics, che ringrazia i carabinieri per la protezione che hanno offerto lungo il tragitto, anche durante i momenti più drammatici, quelli trascorsi nell'aeroporto di Kabul sotto assedio. «Abbiamo avuto paura prima della partenza, c'era il caos in strada, allo scalo sentivamo sparare e non sapevamo se saremmo riusciti a decollare», le stesse sensazioni di impotenza e di rabbia dei suoi colleghi opprimono Pietro Del Sette, che in Afghanistan da 11 anni lavorava nel settore agricolo. Insieme a loro sul volo anche molte famiglie locali, 17 persone in totale, sottoposte all'arrivo ai protocolli anti-Covid: i tamponi sono risultati tutti negativi e la Croce Rossa si è anche occupata di sottoporli a triage medico. «Sono molto provati e spaventati, ma stanno iniziando a realizzare di essere finalmente al sicuro - sottolinea Francesca Basile della Croce rossa italiana -. Ai bambini abbiamo offerto brioche e succhi di frutta, li abbiamo tranquillizzati, ma sono preoccupati per le sorti di amici e parenti». Il gruppo è stato poi trasferito in un centro logistico militare a Roccaraso, in Abruzzo: le procedure di protezione internazionali si definiranno nei prossimi giorni. Lo scenario rimane oscuro in Afghanistan e sono ancora numerosi i cooperanti da riportare in Italia. «All'inizio c'era la speranza di un Paese che potesse rifiorire - racconta Del Sette -, ora torniamo con il cuore in gola». La speranza appunto, quella che il dottor Arif ha ormai perso. «Ero un rifugiato, scappato dal mio Paese, ma sono tornato nel 2001 per aiutare la coalizione internazionale per ricostruire un nuovo Afghanistan. Abbiamo fallito», dice andando via dall'aeroporto per riabbracciare la sua famiglia, rientrata in Italia già da giorni. È lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi a rassicurare che l'Italia non lascerà nessuno indietro e «proteggerà i cittadini afghani». «Siamo al lavoro con i partner europei per una soluzione della crisi, che tuteli i diritti umani, e in particolare quelli delle donne» le parole del premier che ringrazia le forze armate per le operazioni «che stanno permettendo di riportare in Italia i nostri concittadini di base in Afghanistan». Nel Paese dei talebani al potere sono rimasti 25 militari italiani, in missione proprio per favorire il rientro dei collaboratori afghani, impegnati a lungo sul fronte di Herat. Non ci sono solo i lavoratori delle agenzie governative ancora in ostaggio dei piani dei talebani, ma anche personale medico e umanitario che da anni stava lavorando per un Afghanistan più moderno e libero. «Noi non ce ne andiamo, ora più che mai il nostro ospedale sta lavorando a pieno ritmo», assicura Michele Bertelli, portavoce di Emergency, anche lui stremato dal lungo viaggio verso casa: a Kabul sono assistiti al momento quasi 100 pazienti, molti i feriti legati alle violenze delle ultime ore. «Il nostro cuore è lì. C'è un sacco di gente che ha lavorato per noi per tanti anni, speriamo di tirarla fuori» si augura Giovanni Grandi, titolare della sede Aics di Kabul. Tra le mani ha ancora una cartina della città, tra progetti nuovi e un futuro che ora non ci sarà più».

L’Italia a Kabul. Il Fatto traccia un bilancio di vent’anni nell’articolo di Vincenzo Bisbiglia e Marco Pasciuti

«Venti anni, 50 mila soldati, 53 caduti, 723 feriti. Due decenni in cui l'Italia ha speso in tutto 8,7 miliardi di euro, di cui 840 milioni investiti solo dal 2015 nell 'addestramento dell'esercito afghano. Quelle stesse truppe che in dieci giorni si sono liquefatte dinanzi all'avanzata talebana. Terminato il 9 giugno con la cerimonia dell 'ammaina-bandiera e le foto di rito del ministro della Difesa Lorenzo Guerini a Herat, l'impegno militare più corposo per l'Ita lia dopo la Seconda guerra mondiale è iniziato nel 2001, nell'ambito della missione Isaf (Internatio nal Security Assistance Force), con l'invio dei primi 350 militari e i primi 82 milioni spesi, tra uno stanziamento previsto di 71,6 milioni e "costi extra" per altri 10, secondo i dati contenuti nei vecchi decreti legge Missioni ed elaborati da Mile Euro x - Osservatorio delle spese militari italiane. Un impegno proseguito negli anni successivi con un aumento costante ma regolare delle risorse, che dai 286,1 milioni del 2002 arrivano ai 389,8 del 2008. Da quel momento, la curva dei costi si impenna: la pressione dei talebani sale e crescono anche il numero di attacchi e delle vittime civili. Così la Nato cambia strategia: nel summit di Strasburgo-Kehl del 3 e 4 aprile 2009 il premier Silvio Berlusconi e il ministro degli Esteri Franco Frattini partecipano all 'enunciazione del principio del comprehensive approach che guiderà l'Alleanza nel teatro afghano: maggiore impegno degli alleati e rafforzamento delle istituzioni locali con ulteriore invio di personale militare e civile in una nuova missione, la Nato - Training Mission in Afghanistan, che ha lo scopo di addestrare l'Esercito, l'Aviazione e la Polizia afghani. Il 2009 segna anche un'altra svolta: il 1° dicembre, davanti ai cadetti di West Point, Barack Obama annuncial'invio di altri 30 mila soldati ma anchel'inizio di un graduale ritiro delle truppe a partire dal luglio 2011. Nel novembre 2010, poi, a Lisbona la Nato decide che la responsabilità della sicurezza nel Paese passi alle Forze nazionali afghane. È la svolta, gli alleati sono chiamati a incrementare il loro contributo in nome del principio del burden sharing e anche per l'Italia lievitano i costi: se nel 2009 la spesa sale a 638,1 milioni e i soldati in loco arrivano a 3.207, nel 2010 i milioni sono 811,4 e gli effettivi 4.200, per poi toccare i 914,7 milioni e i 4.250 militari nel 2011. Sono gli anni in cui la crisi finanziaria globale miete milioni di posti di lavoro, stritolando anche l'economia italiana e il Berlusconi IV. "L'andamento degli stanziamenti segue in modo abbastanza lineare il numero delle truppe inviate, che sono il costo maggiore delle missioni" spiega Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo, tra i curatori del rapporto Mile Euro x. Tanto che dal 2012, con i tagli avviati dal governo Monti, inizia la discesa: dagli 865 milioni e 4.000 soldati del 2012 si arriva ai 176,9 e 800 effettivi del 2018, a partire dal quale le cifre si stabilizzano. Nel 2015, tuttavia, anno in cui la missione Isaf viene sostituita dalla Resolute Suppor tMission, si apre un nuovo capitolo di spesa: 120 milioni l'anno fino al 2021 da versare per l'addestramento diretto delle Forze afghane. "Un costo extra di 840 milioni investiti per un esercito che in 10 giorni si è arreso ai talebani - è la critica di Vignarca - È evidente che qualcosa è andato storto: abbiamo addestrato un sistema di forze armate corrotto e inadeguato. Lo dimostra il numero di fucili e mitragliatori definiti 'persi' ma in realtà venduti: 150 mila solo tra quelli forniti da Usa e Uk". L'ultima particolarità è tutta italiana: "Il documento che ha sostituito il decreto legge Missioni viene votato in ritardo da 4 anni - conclude Vignarca - Il caso dell 'Afghanistan è di scuola. Quest' anno farlo per tempo sarebbe stato cruciale, data l'imminenza del ritiro delle truppe previsto per giugno. Se la deliberazione fosse arrivata a fine dicembre come previsto dalla legge, il Parlamento avrebbe potuto dare delle indicazioni. Invece è stato votato a luglio: la cerimonia di fine missione a Herat era già stata bella che fatta"».

Non va sottovaluata la crisi umanitaria che si apre ora, lo segnala la Caritas. L’articolo è di Avvenire.

«Caritas Italiana, afferma un comunicato, segue con apprensione gli avvenimenti in Afghanistan dove si rischia una «gravissima crisi umanitaria». Dopo 20 anni di guerra dai costi incalcolabili, il ritiro delle forze armate statunitensi sta lasciando il Paese in un tragico baratro. Come sempre saranno i più deboli a pagare il prezzo più altro, già in decine di migliaia in fuga dalle zone di combattimento, mentre i taleban sono ormai nella capitale, Kabul» e anche «i pochissimi sacerdoti, religiosi e religiose che si trovano a Kabul si stanno preparando al rientro obbligato». La piccola comunità cristiana, ricorda Caritas italiana, è «una comunità piccola ma significativa che negli ultimi anni ha testimoniato l'attenzione nei riguardi dei più poveri e fragili». Caritas Italiana è impegnata nel Paese sin dagli anni Novanta, sostenendo nei primi anni Duemila un ampio programma di aiuto di urgenza, riabilitazione e sviluppo, la costruzione di quattro scuole nella valle del Ghor, il ritorno di 483 famiglie di rifugiati nella valle del Panshir con la costruzione di 100 alloggi tradizionali per le famiglie più povere e assistenza alle persone disabili. Attualmente l'ambito di azione nel Paese «è costituito dai minori più vulnerabili» mentre «crescono i timori per la possibilità di mantenere una presenza anche per il futuro, oltreché per la sicurezza dei pochi afghani di confessione cristiana». In queste ore una massa crescente di profughi sta fuggendo, aumentando la pressione sui Paesi circostanti. In Pakistan la Caritas sta avviando una valutazione della situazione nella regione di Quetta. «Mi segnalano di più famiglie cristiane che si vorrebbe portare via. Spero che qualche governo occidentale si ponga il problema delle minoranze, in particolare della minoranza cristiana», ha dichiarato il direttore di Aiuto alla Chiesa che soffre, Alessandro Monteduro. Nel Paese ci sono poche centinaia di cristiani».

Accogliamoli tutti, dice nel titolo di apertura Il Domani:

«Il governo canadese ha già una pagina online per raccogliere la disponibilità di tutti quelli che si vogliono mettere a disposizione per accogliere i profughi afghani in fuga dopo il ritorno al potere dei Talebani. Mentre si prepara a elezioni anticipate, annunciate in questi giorni, il premier Justin Trudeau annuncia che il Canada accoglierà 20.000 rifugiati. Anche la Scozia guidata da Nicola Sturgeon, che si vuole mostrare portabandiera di ideali europeisti rinnegati dal resto della Gran Bretagna con la Brexit, promette accoglienza ad altri 20mila rifugiati. Perfino la piccola e fragile Albania di Edi Rama, su richiesta degli Stati Uniti, ha accordato a fare la sua parte come "paese di transito" per gli afghani in fuga dai Talebani e diretti in America. Dal governo italiano, con una dichiarazione del premier Draghi, al momento, arrivano impegni ancora vaghi «a proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione» e a «una soluzione della crisi, che tuteli i diritti umani, e in particolare quelli delle donne». Fuga disperata Nel frattempo Twitter si riempie di video di persone che cercano disperatamente di lasciare l'aeroporto di Kabul aggrappate agli aerei in decollo, alcune cadono nel vuoto, la pista è così affollata che gli aerei della missione tedesca non riescono ad atterrare, mentre i Talebani cercano di riportare l'ordine che dalla loro prospettiva significa anche intrappolare tutti in un paese che vogliono governare come prima della guerra ventennale, a colpi di legge coranica, burqa per le donne, esecuzioni capitali e repressione di ogni dissenso. Difficile che chi oggi si aggrappa ai motori di un aereo, senza possibilità di sopravvivere fino all'atterraggio, sia disposto a rimanere in un paese abbandonato da quella parte della comunità internazionale che dal 2001 gli ha promesso democrazia e istituzioni. Il grande esodo sta già cominciando: e l'Europa, a cominciare dall'Italia, ha l'obbligo morale di accogliere tutti. Perché il fallimento di quello che con un gergo ormai passato di moda si chiamava "state building", la costruzione di uno stato là dove non c'era, è un fallimento condiviso. Degli Stati Uniti, certo, ma anche dell'Unione europea e dell'Italia nello specifico».

LE REAZIONI DELLA POLITICA ITALIANA

Ludovica Bulian per il Giornale descrive le reazioni di casa nostra.

«Il ritiro «prematuro» degli Stati Uniti è stato «un grave errore». E ora «non fare nulla ora sarebbe ancora più grave». La Nato non può restare a guardare i diritti violati del popolo afgano. Interviene sulle drammatiche immagini che arrivano da Kabul con i suoi cittadini in fuga disperata, aggrappati alle ruote degli aerei militari, il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Sono immagini, dice, «che ci riempiono di angoscia e di amarezza. L'Occidente non può limitarsi ad assistere rassegnato al trionfo dei suoi nemici, dell'integralismo islamico che sta riportando l'Afghanistan ai periodi più oscuri della sua storia». La condanna del disimpegno militare dal Paese avviato da Trump e confermato da Biden è netta: «Vent' anni di sacrifici e di sangue versato per garantire a quel grande Paese stabilità e sicurezza sono vanificati da un disimpegno che si è rivelato frettoloso e non preparato. Naturalmente dopo la decisione americana di ritirarsi non c'era alcuna possibilità per gli altri Paesi, come l'Italia, di rimanere. Anzi - dice Berlusconi - dobbiamo dire ancora una volta grazie ai nostri soldati, ai nostri diplomatici, a tutti i connazionali impegnati nella vicenda afgana, per come hanno gestito la presenza italiana in questo ventennio ed anche quest' ultima fase drammatica. Mai come ora l'Occidente avrebbe bisogno di una leadership esperta ed autorevole, in grado di dare una risposta non rassegnata a quello che sta accadendo. Questo ritiro prematuro è stato un grave errore, ma non fare nulla ora sarebbe ancora più grave. La Nato non può permettere che l'Afghanistan torni a costituire un pericolo per la sicurezza della regione e dell'intero Occidente, né può permettere che i diritti faticosamente acquisti dal popolo afgano in questi anni siano cancellati dall'integralismo e dalla violenza». E la disperazione per la fine già scritta di quei diritti è negli occhi e nelle parole del medico afgano atterrato ieri a Fiumicino con l'aereo dell'Aeronautica militare che ha evacuato da Kabul 70 persone tra diplomatici italiani ed ex collaboratori afghani con le loro famiglie: «I talebani stanno cercando i nostri colleghi casa per casa. In migliaia stanno rischiando la vita. La situazione negli ospedali è gravissima». Sulla sicurezza dei tanti collaboratori afgani che lavoravano con l'Italia che sono rimasti bloccati nel Paese proclamato dai talebani Emirato islamico, il premier Mario Draghi ha diramato una nota da Palazzo Chigi: «Il Presidente del Consiglio ringrazia le forze armate per le operazioni che stanno permettendo di riportare in Italia i nostri concittadini di base in Afghanistan. L'impegno dell'Italia è proteggere i cittadini afghani che hanno collaborato con la nostra missione». Il presidente fa sapere di essere «in continuo contatto con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio» sulle attività di trasferimento. Ministro, quest' ultimo, finito però nella polemica dopo alcune foto che lo hanno immortalato su una spiaggia del Salento nei giorni della caduta di Kabul. Ai partiti che hanno chiesto un'informativa urgente in Parlamento, il suo staff ha fatto sapere che Di Maio è disponibile a riferire anche questa settimana - oggi parteciperà al vertice straordinario dei ministri degli Esteri dell'Ue. E «con i partner europei», ha voluto assicurare il premier Draghi, «l'Italia è al lavoro per una soluzione della crisi, che tuteli i diritti umani, e in particolare quelli delle donne». Ieri è stato però il primo ministro britannico Boris Johnson a chiedere anche un incontro virtuale tra i leader del G7 «nei prossimi giorni». La necessità è quella di un «approccio unitario» sul caos afghano».

Stefano Cappellini per Repubblica ha intervistato Enrico Letta.

«Enrico Letta risponde al telefono da Rapolano, nella campagna senese, dove in questi giorni è impegnato in alcune iniziative per promuovere la sua candidatura alle elezioni suppletive per la Camera dei deputati. Letta ha trascorso però buona parte della giornata al cellulare a occuparsi di altro: Afghanistan. «Ho sentito tutti i ministri competenti - racconta - e ho avuto u n lungo colloquio con Josep Borrell (Alto Rappresentante per la Politica Estera dell'Unione europea, ndr ). Sono ore decisive e non devono essere sprecate. Non possono essere questi i titoli di coda dell'impegno dell'Occidente in Afghanistan. Non basta il vertice dei ministri degli Esteri, va convocato subito un Consiglio europeo che cerchi di raddrizzare il possibile. Serve una Ue unita e decisa, ora ogni distinguo è una diserzione. Questa è una guerra persa e bisogna limitarne gli effetti disastrosi». Letta, quella avviata dagli Usa nel 2001 è solo una guerra persa o anche una guerra sbagliata? «Una guerra disseminata di tanti, troppi errori, a cominciare dall'unilateralismo con cui è stata aperta e chiusa dagli Stati Uniti. Non si può infatti leggere la vicenda afghana slegandola dalla guerra in Iraq del 2003 e dalla over-reaction americana dopo l'attentato dell'11 settembre». In mezzo, però, c'è stata una lunga gestione multilaterale. Tutto da buttare? «No, ci sono stati anche dei risultati, a cominciare dall'eliminazione di al Qaeda e dalla crescita di una società civile afghana nuova e vivace, che però ora noi stiamo tradendo. Le immagini di questa fuga caotica dell'Occidente da Kabul, degli aerei che decollano dai tetti e lasciano la popolazione alla mercé dei talebani è un'onta che cancella anche quanto di buono è stato fatto in questi venti anni. A cosa sono valse tutte le vite perse? Anche la Nato ne esce malconcia». La sinistra italiana si divise profondamente sulla guerra in Afghanistan. La coincidenza della caduta di Kabul e della morte di Gino Strada ha spinto molti a dire: aveva ragione Strada. «Ho incontrato Strada l'ultima volta lo scorso anno, poco prima che scoppiasse la pandemia, ed era molto pessimista sul futuro dell'Afghanistan. Aveva ragione lui. È stato una grande figura, un candidato naturale al Nobel per la pace». Una guerra sbagliata grazie alla quale il popolo afghano ha potuto vivere vent' anni libero dal giogo talebano. «Pur con tutti i suoi limiti l'Occidente è l'unica parte del mondo che spende soldi e vite umane per cercare di migliorare le condizioni di vita anche in altre parti. Ma alla crescista della società civile afghana non si è accompagnato il nation building , la costruzione della nazione. Quello che è accaduto a Kabul dimostra che si possono avere le migliori tecnologie, i soldi, le truppe, i droni, ma alla fine ci sono Paesi nei quali questo non basta a impiantare i valori democratici». La democrazia non si esporta? «No. È stato uno degli abbagli successivi alla caduta del muro di Berlino, insieme alla teoria della fine della storia». La democrazia non si esporta, dice, ma non vede una contraddizione in chi esecra l'intervento militare che ha destituito il vecchio regime talebano e contemporaneamente deplora che gli afghani, e ancora più le afghane, siano lasciati al loro destino? «La questione dei diritti delle donne negati è centrale. Noi non dobbiamo lasciare nessuno solo davanti al ritorno del Medioevo, è un imperativo morale e politico». E come, senza più truppe sul territorio? «Evacuazione ordinata, creazione di corridoi umanitari, pressione internazionale per la formazione di un governo di unità nazionale. Sono tre tappe fondamentali e non vanno confuse l'una con le altre. Condivido le parole del presidente del Consiglio Mario Draghi quando dice che nessuno di coloro che hanno collaborato con la missione italiana deve essere lasciato sul campo e questa dottrina va interpretata in senso estensivo. Non possiamo permetterci di essere accusati di tradimento. Se occorre rafforzare la presenza transitoria di sostegno logistico delle nostre forze, è bene farlo. Lo dobbiamo innanzitutto ai 53 soldati italiani morti, ai 700 feriti e alle loro famiglie». 

HAITI, TERREMOTO CON ALMENO 1400 MORTI

Il terremoto che ha colpito Haiti ha un bilancio disastroso. Irene Soave per il Corriere.

«Sulla ricerca dei dispersi, ancora centinaia, infierisce la pioggia tropicale della tempesta Grace: 38 centimetri d'acqua al giorno e raffiche di vento che si sono abbattuti ieri sera sull'isola, e potrebbero causare nelle prossime ore, si teme, alluvioni che bloccherebbero le ultime disperate ricerche. Non ha tregua la pena di Haiti, sconvolta sabato da un terremoto di magnitudo 7.2 che ha ucciso almeno 1.400 persone - ma da molte ore l'agenzia di protezione civile non aggiorna il bollettino delle vittime, e le stime di alcuni media internazionali, come il New York Times , sono di almeno 1.800 - nelle province sudoccidentali del Paese. Nei centri più colpiti, Les Cayes, Jérémie, La Petite Anse, sono crollate 13 mila case e un milione e mezzo hanno danni strutturali; sono inagibili quasi tutte le chiese, unica fonte di welfare per la maggior parte degli haitiani poveri (il 59% vive sotto la soglia di povertà). Circa 5.700 i feriti gravi, ma gli ospedali, già insufficienti a far fronte all'epidemia di Covid-19, sono saturi, e i terremotati vengono curati a cielo aperto, sotto la pioggia battente e forse presto in mezzo al fango. A Jérémie, 800 mila abitanti tra città e circondario, c'è un solo ospedale. A Les Cayes, 100 mila abitanti, l'epicentro della tragedia è un hotel crollato e pieno di ospiti e dipendenti, da cui si continuano a estrarre corpi, non tutti vivi. I video di salvataggi che circolano sui social hanno un solo tappeto sonoro: le urla di dolore dei feriti adagiati in strada, dei famigliari che ritrovano cadavere un loro caro, di chi soccorre bambini con arti spappolati. Don Massimo Miraglio, camilliano di Cuneo presente a Jérémie da 17 anni, parla di «ospedali ingestibili»: il Covid-19, ventimila casi registrati e chissà quanti sommersi in tutto il Paese, ha gettato nel caos ospedali che non si erano mai ripresi dal colera che seguì il sisma del 2010. «Servono medicine, garze, bende, disinfettanti». Alla crisi umanitaria delle ultime ore si intreccia quella politica: la risposta al terremoto la gestirà il neurochirurgo Ariel Henry, primo ministro da poche settimane dopo l'assassinio, il 7 luglio scorso, del predecessore Jovenel Moïse, le cui circostanze non sono state del tutto chiarite. In visita al Sud da domenica, Henry ha comunicato su Twitter che la risposta governativa al sisma, finora molto lenta - non da ultimo perché gli aiuti, anche quelli internazionali, devono spesso attraversare quartieri e strade controllati dalle violentissime gang locali - sarà moltiplicata «di dieci volte» nei prossimi giorni. Ma per le strade dell'isola c'è disperazione»

Anche Avvenire dedica una pagina intera alla situazione ad Haiti. Lucia Capuzzi:

«Creeremo un domani migliore, ricostruendo Haiti meglio». Sono trascorsi oltre undici anni da quando Bill Clinton fece questa ambiziosa promessa. Era l'indomani del catastrofico terremoto del 12 gennaio 2010, che uccise di colpo oltre 230mila persone, e l'ex presidente era stato nominato commissario speciale dell'ente per la ricostruzione. «Build back better» divenne il mantra del post-sisma. L'organismo, gestito dall'Onu, dai principali Stati donatori e dalle autorità haitiane, raccolse in poco tempo 6,4 miliardi di dollari. Una cifra elevata. Almeno in teoria. L'annunciata ricostruzione non c'è stata. Secondo stime indipendenti, meno del 3 per cento del denaro raccolto è andato a organizzazioni e aziende locali. Il resto, sotto forma di lucrosi contratti d'appalto, è andato alle imprese delle nazioni donatrici. Le loro scelte di investimento appaiono quantomeno bizzarre. Gli Champs de Mars, che ben poco hanno in comune con gli omonimi giardini parigini, nel centro di Port-au-Prince sono stati abbelliti con chioschi, bistrot e bancarelle di souvenir. La ventilata ripresa del turismo, architrave del progetto di ricostruzione internazionale, non è mai avvenuta. Lo sanno bene i lussuosi Marriott e Best Western spuntati nuovi di zecca a Petion Ville, quartiere residenziale della capitale: il primo è perennemente vuoto, il secondo ha chiuso i battenti il 31 ottobre 2019. Un fallimento annunciato. Difficile immaginare frotte di visitatori aggirarsi per le strade di Port-au-Prince invase dai rifiuti perché non esiste un sistema nazionale di smaltimento, buie al tramonto per mancanza di corrente e terribilmente insicure, per la presenza di centinaia di gang. Ben poco è stato speso per realizzare le infrastrutture di base. Per contribuire all'edificazione di un sistema economico, politico e sociale. A un processo ampio, poco appariscente ma duraturo, è stato preferito un progetto da "vendere" sui media e in grado di garantire un ritorno di immagine immediato, facendo leva sulla smemoratezza globale. La corruzione locale ha fatto il resto. Tornata nel cono d'ombra della politica internazionale, Haiti ha dovuto subite un nuovo terremoto per esserne strappata. Come in un flashback, la comunità internazionale - Washington per prima - s' è lanciata in enfatiche promesse. Se, ancora una volta si tratterà di parole vuote o se finalmente il mondo si farà carico di un Paese che ha tanto contribuito a devastare - se ci sarà «interesse partecipe», come ha chiesto papa Francesco al termine dell'Angelus - lo dirà solo il tempo».

SICILIA VERSO LA ZONA GIALLA

Difficile parlare di cose italiane, ma la pandemia tiene ancora banco. Adriana Logroscino per il Corriere.

«Per la Sicilia l'ingresso in zona gialla, da lunedì 23, è quasi una certezza: manca soltanto il sigillo della cabina di regia che si esprimerà venerdì. Anche se la Regione, non potendo arrestare l'ondata di contagiati, prova ad evitare le restrizioni aumentando i posti letto. La Sardegna può sperare ancora di salvarsi, visto che per uno dei parametri è ben sotto la soglia di guardia. In tutte le Regioni si dà fondo a ogni genere di iniziativa per tenere lontano lo spettro delle restrizioni: dal moltiplicarsi degli Open days alle corsie preferenziali e senza prenotazioni per i ragazzi. E la Lombardia taglia un traguardo: il 65% dei 12-19enni ha aderito alla campagna vaccinale, il 30 ha completato il ciclo. Secondo le previsioni più ottimistiche questa nuova ondata di contagi doveva arrestarsi a metà agosto, invece per ora continua a crescere. Lentamente, con un ritmo meno impetuoso, ma inesorabilmente. A inizio luglio Sicilia, Sardegna e Toscana, le tre regioni oggi in vetta per numero di contagiati, erano intorno a 10 positivi su 100 mila abitanti. Oggi sono rispettivamente a 140, a 147 e a 132. Ma la Toscana, pur avendo registrato un incremento dei ricoveri, può ancora contare su un'ottima riserva di posti letto negli ospedali, visto che solo il 6% sia di quelli in terapia intensiva sia di quelli nei reparti ordinari, sono occupati da pazienti Covid. Non così la Sicilia, che ha il 15% dei posti nei reparti ordinari e il 9% dei posti in rianimazione già occupati. E neppure la Sardegna, che ha raggiunto rispettivamente l'8 e il 10% di saturazione dei letti. Seguita con apprensione anche la parabola della Calabria che registra meno casi delle prime tre regioni e tuttavia ha già il 13% dei suoi non numerosi posti letto nei reparti ordinari assegnati a pazienti Covid. Da fine luglio, infatti, a determinare il passaggio di colore - e le relative restrizioni - non è più solo l'incidenza di positivi su numero di abitanti: sopra i 50 positivi su 100 mila abitanti si va in zona gialla se si superano le quote del 10 e del 15% di posti letto occupati in terapia intensiva e nei reparti ordinari. Un contemperamento tra circolazione del virus ed effetti prodotti negli ospedali, richiesto con insistenza dai presidenti di Regione. Il Covid, grazie ai vaccini ormai somministrati a una larga fetta di popolazione, provoca meno decessi e meno ricoveri lunghi e gravi. Tuttavia non in modo uniforme: continua a colpire più duro dove sono ancora tanti i non vaccinati, come in Sicilia, e dove le reti ospedaliere sono più fragili. I nuovi positivi sono ancora tanti: ieri 3.674 ma con la metà dei tamponi eseguiti nel giorno di Ferragosto, 24 i morti. Il tasso di positività sale al 4,9%. Il maggior numero di contagi continua a essere registrato in Sicilia (881). In attesa delle decisioni sulle zone gialle e relative restrizioni (mascherina obbligatoria anche all'esterno e servizio ai tavoli di ristoranti e bar al chiuso solo fino alle 18), le Regioni non possono che spingere al massimo sulla vaccinazione. Per arrivare anche a quei cinque milioni di over 50 che ancora non si sono prenotati».

Per una volta ricorriamo al web e in particolare alla rubrica di Paolo Spada “Pillole di ottimismo”, pubblicato il 14 agosto, che con numeri e grafici fa una fotografia perfetta della pandemia oggi in Italia. Ecco il passo più significativo:

«La curva di incidenza nazionale, che ogni giorno sembra arrivare al picco – ma ancora non c’è del tutto – stavolta va guardata non solo come la somma di tutte le curve di incidenza regionali, e poi provinciali (lo abbiamo detto spesso in questi mesi, per rendere giustizia delle differenze di diffusione, talora marcate, nel nostro territorio), ma è oggi soprattutto la risultante di due invisibili curve che viaggiano a velocità molto diverse: quella dei vaccinati e quella dei non vaccinati. Lo vediamo bene nei grafici che oggi si aggiornano con i nuovi dati sulla copertura vaccinale: la differenza nel numero di diagnosi, e soprattutto di ricoveri e decessi, tra chi ha aderito alla campagna e chi ancora resiste, è davvero enorme. Ancora una volta avverto: non limitiamoci a notare quanti vaccinati ci sono tra i ricoverati e i deceduti, ma quanti ricoverati e deceduti ci sono tra i vaccinati (e i non vaccinati). Guardando quei grafici è facile immaginare come sarebbe piatta ormai la curva di incidenza se non ci fosse il fardello dei no-vax, o fosse più lieve. I ricoveri in reparto, o in Terapia Intensiva, avrebbero numeri insignificanti, i decessi sarebbero abbattuti. Già adesso, nonostante la quota dei riluttanti sia ancora significativa, l’impatto è modesto. Ogni punto percentuale rubato ai no-vax sono centinaia di ricoveri in meno, decine di vite risparmiate ogni giorno. Il problema sarebbe, semplicemente, risolto».

CHE SUCCEDERÀ NELLE SCUOLE

Il Sole 24 Ore entra nel merito della circolare del 14 agosto. I prof che non avranno il Green pass, al quinto giorno saranno sostituiti da un supplente.

«Il supplente, chiamato a sostituire il docente senza green pass, potrà essere nominato «a partire dal primo giorno di sospensione formale dal servizio, ovvero a decorrere dal quinto giorno dell'assente ingiustificato». Il chiarimento arriva dal ministero dell'Istruzione, con una circolare inviata il 14 agosto alle scuole, che risponde a una serie di quesiti tecnici sollevati dagli stessi istituti. Il certificato verde, come prevede la legge (il Dl 111), viene rilasciato dopo aver effettuato la prima dose o il vaccino monodose da 15 giorni, aver completato il ciclo vaccinale, essere risultati negativi a un tampone molecolare o rapido nelle 48 ore precedenti, essere guariti da Covid-19 nei sei mesi precedenti. Da settembre e fino al 31 dicembre, quindi, per entrare a scuola occorre esibire la certificazione verde (cioè vale anche per il personale dei servizi educativi dell'infanzia); la verifica è in capo ai presidi (ma può essere delegata a personale della scuola), e dovrà essere svolta attraverso una applicazione che il ministero renderà disponibile gratuitamente . Non è necessario, ha chiarito la circolare, acquisire copia della certificazione del dipendente, a prescindere dal formato in cui essa sia esibita, ma è sufficiente la registrazione dell'avvenuto controllo. Il mancato possesso della certificazione verde è, dalla norma, qualificato come "assenza ingiustificata" e il personale scolastico che ne è privo non può svolgere le funzioni proprie del profilo professionale, né permanere a scuola. La conseguenza giuridica, è anch' essa prevista dalla norma: a decorrere dal quinto giorno, scatta la sospensione senza stipendio; e la riammissione in servizio potrà avvenire non appena si sia acquisito il green pass. Per non avere "compresenti a scuola" sia il supplente che il sostituito, il contratto di supplenza, come detto, partirà dal quinto giorno dell'assente ingiustificato, con una durata del rapporto «condizionata al rientro in servizio» (del sostituto). A oggi circa 200mila unità, tra docenti e personale Ata, non sono in possesso del green pass. Secondo le primissime stime dei presidi (si veda intervista qui accanto) alla fine, tra no vax ed esentati (per motivi medici) potrebbero essere circa 100mila persone senza certificazione verde (con tutti i problemi di gestione dell'organizzazione didattica che ciò comporta). Dal ministero fanno sapere che stanno per arrivare oltre 400 milioni per garantire la ripresa in sicurezza a settembre, ripartiti tra gli Usr sulla base di tre criteri: numero di studenti nella regione; numerosità delle classi; indicatore di fragilità Invalsi. Con queste somme, fino al 31 dicembre, si potranno reclutare fino a circa 22mila docenti termine (organico aggiuntivo Covid) per il potenziamento degli apprendimenti e sino a circa 22mila unità di personale tecnico-amministrativo (Ata), sempre a tempo determinato, per le finalità connesse all'emergenza sanitaria. In via straordinaria arriveranno alle scuole anche altri 350 milioni per l'acquisto, tra l'altro, di mascherine, materiali per l'igiene, servizi professionali per supporto e assistenza psico-pedagogica. Per favorire la didattica in presenza, poi, sono previsti ulteriori 70 milioni per affitti di immobili e noleggi di strutture modulari temporanee, e 200 milioni di per lavori di messa in sicurezza e ampliamento e adeguamento delle aule».

IL MEETING DI RIMINI COMINCIA FRA TRE GIORNI

Quotidiano Nazionale ha intervistato Giorgio Vittadini alla vigilia del Meeting. Remy Morandi.

«Il Meeting di Rimini è alle porte. Dal 20 al 25 agosto andrà in scena una delle manifestazioni sociali, politiche, culturali più importanti di tutto il panorama italiano. Il titolo di questa 42esima edizione? "Il coraggio di dire 'io'". Professor Giorgio Vittadini, lei è presidente della Fondazione per la Sussidiarietà ed è tra gli organizzatori del Meeting. Che cosa significa "Il coraggio di dire 'io'"? «La pandemia ce lo ha insegnato: davanti ai gravi problemi che esistono nel mondo, l'io non può che tornare a riprendere coscienza di sé e della sua responsabilità all'interno di una comunità. L'io individualista che ha dominato in questi decenni ha fallito». Si parlerà di questo al Meeting? «Molti i temi: dal lavoro alla scuola, dalle riforme alla giustizia. Ci saranno dibattiti, mostre, spettacoli. Intervengono esponenti del mondo della cultura, della società civile, politici, amministratori, imprenditori e ministri. Per citarne alcuni: il ministro del Lavoro Andrea Orlando, dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, della Pubblica istruzione Patrizio Bianchi, delle Pari opportunità Elena Bonetti. Ma molti altri ancora. Tutto con al centro un tema: che cosa significa ricostruire l'Italia». Che cosa significa professore? «Significa cambiare. E un punto di partenza è 'il lavoro che verrà', tema al centro del talk quotidiano. Presenteremo il Rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà, incentrato sul lavoro sostenibile. Globalizzazione, tecnologie e transizione ecologica stanno trasformando tutti i mestieri: oltre metà delle professioni che esisteranno nel 2040 devono ancora essere inventate. L'Italia è soffocata da rigidità, burocrazia e tasse e fa fatica da sempre a creare occupazione: ogni 100 persone da 15 a 65 anni, solo 58 lavorano. In Europa sono 68 e in Germania addirittura 76. Nel 2021, però, è iniziata la ripresa. In sei mesi oltre 560.000 annunci di lavoro hanno affollato il web. Analizzando l'evoluzione di circa 270 professioni, abbiamo scoperto che in soli 5 anni, il ventaglio di competenze per svolgere qualsiasi lavoro è cresciuto del 30%. Però bisogna stare attenti anche ai passaggi intermedi. Se dobbiamo chiudere le raffinerie per tutelare l'ambiente, i lavoratori dove finiscono? La politica deve chinarsi per capire questi concetti». I politici devono chinarsi? «Oggi il governo Draghi sta lanciando importanti riforme per la rinascita del Paese, ma sembra che i partiti siano più concentrati ad azzuffarsi, su questo o quel tema. Invece devono tornare a cercare soluzioni concrete pensando ai problemi presenti e futuri, e a dialogare, e non solo tra di loro, ma con la gente comune, con i corpi intermedi e i giovani, che per costruirsi un futuro abbandonano l'Italia».».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.