Kabul, sono proprio talebani

L'illusione di un'evoluzione del nuovo governo afghano dura meno di 24 ore. Sparano sulla folla, perseguitano le donne. Draghi pensa al G20 sui profughi. Record di morti (e di no vax) in Sicilia.

Nonostante le speranze di qualche diplomatico, i talebani di oggi sembrano molto simili a quelli di ieri. Una manifestazione per le strade di Jalalabad in difesa della bandiera nazionale ha provocato una reazione durissima: i  nuovi governanti hanno fatto sparare sulla folla. Non solo, già sono ricominciati gli abbattimenti di statue e simboli della tradizione. Diversi giornali pubblicano la foto di una donna barbaramente picchiata perché voleva raggiungere l’aeroporto di Kabul. Il premio Nobel Malala da Londra ammonisce: gli “studenti islamici” non sono cambiati, temo per le mie coetanee. Il destino degli afghani dei prossimi anni, nel migliore dei casi, è quello di diventare profughi, come nota Quirico.

Profughi ai quali l’Europa e il mondo guardano con apprensione. Mario Draghi sta parlando in queste ore con i colleghi del G20: l’obiettivo è arrivare rapidamente ad una serie di azioni condivise. Gli inglesi accoglieranno 20 mila rifugiati. Emma Bonino si dice scettica e sostiene: cercheranno di farli accogliere ai Paesi confinanti. Nel frattempo l’Occidente, e gli Usa in particolare, cercano di elaborare il lutto di un fallimento storico. Ian Bremmer, in Italia sul Corriere, difende la scelta di Biden (e di Trump): l’errore sarebbe stata nei modi, nell’ “esecuzione”.  Aldo Cazzullo interviene per difendere la scelta storica della guerra come strumento di esportazione della democrazia: in Irak, sostiene, non c’è più Saddam Hussein. Sullo sfondo la polemica, che prosegue ancora sul Foglio di oggi, fra Letta e Ferrara. Il Fatto però aggiunge un elemento impressionante, mettendo in fila tutte le missioni militari italiane degli ultimi 17 anni: sono stati spesi 20 miliardi. In molti pensano che non siano state guerre giuste, come hanno sempre sostenuto i Papi. Se avessimo speso un decimo di quei soldi per combattere, ad esempio, l’analfabetismo degli afghani oggi non saremmo in queste condizioni.

A proposito di Papi, ieri Francesco ha rivolto un videomessaggio alle popolazioni dell’America Latina invitando alla vaccinazione: “Vaccinarsi è un atto d’amore”. Bell’articolo di Socci su Libero, che pure non è proprio un fan di Bergoglio, su quei cattolici che hanno pericolose tentazioni No Vax. Quanto alla pandemia, ieri ci sono stati in Italia 69 decessi per Covid, e più di un terzo in una sola regione: la Sicilia. La regione, ultima per vaccinati in proporzione alla popolazione, sta pagando un prezzo altissimo e viaggia verso la zona gialla se non arancione. Il ritmo della campagna vaccinale resta, come per tutto agosto, al 50 per cento del target: solo 270 mila 403 le vaccinazioni fatte nelle ultime 24 ore.

Domani inizia il Meeting di Rimini: speciale di 8 pagine su Avvenire, bell’anticipazione della mostra su Pasolini della Verità, articolo di presentazione anche su Repubblica. La Versione propone l’intervista al linguista Moro. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Stampa disillusa sul comportamento dei nuovi padroni dell’Afghanistan. Il Corriere della Sera denuncia: Il volto violento dei talebani. Per il Giornale sono: I tagliagole di sempre. Il Quotidiano Nazionale riecheggia la frase di Tacito sui Britanni: La pace talebana: morti e soprusi. Il Manifesto descrive il popolo già sofferente: Nella morsa talebana. Per il Mattino le violenze fanno emergere a: Kabul, il vero volto dei talebani. La Repubblica: Il pugno dei talebani. La Stampa è didascalica: Rivolta afghana, a Kabul si spara. Libero gioca con le parole: La balla dei Talebuoni. Il Domani critica i governi occidentale: La smobilitazione disordinata della diplomazia europea. Il Fatto elenca soldi e decisioni: Missioni militari: 20 miliardi in 17 anni. Avvenire sintetizza la nota dei Vescovi italiani, preoccupati per i profughi afghani ma anche per le vittime del Covid e per le firme raccolte in favore dell’eutanasia: Vicini a chi soffre. Il Messaggero sceglie un titolo choc sulla pandemia: Covid, picco di decessi in Sicilia. Il Sole 24 Ore rilancia una presa di posizione del presidente dell’Associazione bancaria italiana: Patuelli: «Autunno decisivo per il fisco, ridurre le differenze nell’Unione Europea». La Verità se la prende con la ministra degli Interni che non ha fermato il rave party nel Lazio: Lamorgese, droga e rock 'n roll.

I TALEBANI SPARANO SULLA FOLLA

Non è durata neanche 24 ore l’illusione che i talebani, ora al potere in Afghanistan, si fossero, almeno per un po’, evoluti. Il drammatico racconto della giornata di ieri nell’articolo di Francesco Semprini per la Stampa:

«Spari sulla folla, repressioni, furia iconoclasta. A meno di ventiquattr' ore dalle dichiarazioni di pseudo tolleranza con le quali i taleban hanno tentato di accreditarsi agli occhi del mondo, dalle strade del Paese emerge l'altro volto dei fondamentalisti. Il volto del terrore scatenato dall'offensiva nazionalista che si è contrapposta alla decisione di ammainare la bandiera del Paese dagli edifici pubblici - primo fra tutti il palazzo presidenziale - e sostituirla con quella bianca del movimento. L'onda patriottica dai social ha invaso le piazze. «Ieri a Khost e oggi a Jalalabad: la gente protesta chiedendo di non toccare la bandiera nazionale», si leggeva su Twitter in mattinata. E proprio nella capitale della provincia di Nangarhar, nell'est del Paese, centinaia, se non migliaia di persone, hanno protestato rimuovendo le bandiere bianche dell'Emirato islamico e issando il tricolore afghano. Sono seguiti scontri e la violenta risposta dei fondamentalisti, che hanno sparato sulla folla causando diversi morti, sino a 35 dicono fonti locali riportate da SkyTg24. La furia dei miliziani è tornata a colpire a Bamiyan, dove è stata abbattuta la statua di Abdul Ali Mazari, eroe sciita anti-taleban. Proprio in quella valle dove venti anni fa i combattenti delle madrasse polverizzarono le ciclopiche statue di Buddha scolpite nella roccia facendole saltare a colpi di dinamite, razzi e artiglieria. Due anni dopo l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità l'intera vallata. La furia iconoclasta fa temere ritorsioni nei confronti della minoranza sciita degli Hazara, concentrata soprattutto ad Herat, dove era di stanza il contingente italiano. «Siamo preoccupati per le violazioni diritti umani», spiega Caroline Van Buren, rappresentante dell'Alto Commissario Onu per i Rifugiati (Unhcr) in Afghanistan, che riferisce di «diverse notizie di abusi contro le donne: in alcune aree non possono andare al lavoro e non possono muoversi senza che un familiare maschio sia con loro». Sono del resto gli stessi taleban a fare chiarezza sui loro intenti attraverso un alto funzionario, Waheedullah Hashimi: «Non ci sarà alcun sistema democratico perché non ha alcuna base nel nostro Paese. Non discuteremo quale tipo di sistema politico dovremmo applicare in Afghanistan, perché è chiaro. È la legge della Sharia e basta». E a quanto sembra ciò non dispiace a tutti. In un video che circola sui media si vede una folla di entusiasti sostenitori che accoglie il mullah Abdul Ghani Baradar, cofondatore del movimento assieme al mullah Omar, e suo leader politico, al suo atterraggio all'aeroporto di Kandahar da Doha, dove è stato negoziatore politico. Oltre a lui, tra i leader che potrebbero comporre il direttivo dell'Emirato ci sono Mawlavi Yaqoob, figlio del mullah Omar, Sirajuddin Haqqani, leader della potente rete Haqqani. Il leader del movimento Haibatullah Akhundzada (meritevole dell'endorsement di Ayman Al-Zawahiri, capo di al Qaeda), nel nuovo schema avrebbe un ruolo al di sopra del capo del consiglio, simile a quello di presidente. Ieri intanto membri di spicco dei taleban, tra cui Anas Haqqani, hanno incontrato a Kabul l'ex presidente afghano Hamid Karzai (il primo dopo l'avvio della missione Nato) e l'alto funzionario Abdullah Abdullah, il quale aveva guidato il consiglio di pace del governo durante i colloqui falliti tra le parti in Qatar. I leader taleban «hanno detto di aver graziato tutti gli ex funzionari del governo e quindi non c'è bisogno che nessuno lasci il Paese». L'ex presidente Ashraf Ghani, dagli Emirati Arabi Uniti dove si è rifugiato, ha detto di aver dovuto lasciare l'Afghanistan perché altrimenti ci sarebbe stato un bagno di sangue a Kabul. Ha espresso sostegno al dialogo tra i taleban e il suo predecessore Karzai, e ha smentito le voci di una fuga con un tesoro da 169 milioni di dollari: «Fa tutto parte di un piano per diffamare la mia persona». A farsi sentire è anche l'icona dell'ultimo serraglio di resistenza anti-taleban, Ahmad Massoud, figlio dell'omonimo leader dell'Alleanza del Nord (conosciuto come il «Leone del Panshir»). «Siamo pronti a combattere di nuovo contro i taleban - ha detto Massoud -. Abbiamo tante armi accumulate negli anni sapendo che questo giorno sarebbe arrivato». Lapidario l'appello rivolto ai vecchi alleati di Washington: «L'America può ancora essere "un grande arsenale per la democrazia"' come disse Franklin Roosevelt». 

MALALA E LE DONNE AFGHANE

Parla da Londra il premio Nobel per la pace Malala Yousafzai. La cronaca del Corriere della Sera è di Paola De Carolis.

«Come molte donne ho paura per le mie sorelle afghane». Il premio Nobel per la pace e una vita che, nonostante i 24 anni, le ha già mostrato il meglio e il peggio: raggiunta da un proiettile alla testa per via del suo impegno sul diritto all'istruzione di ragazzine e giovani donne, Malala Yousafzai è il simbolo della violenta repressione dei talebani. Portata d'emergenza in Gran Bretagna dal Pakistan dopo l'attentato nel 2012, è cresciuta, ha studiato, si è laureata nel Regno Unito. Geograficamente è lontana dal mondo in cui è nata, emotivamente ed intellettualmente non lo ha mai lasciato. Gli eventi in Afghanistan le ricordano la sua infanzia e le difficoltà di una realtà in cui essere femmina significa non potersi permettere aspirazioni e sogni. «Negli ultimi 20 anni - ha sottolineato Malala con un intervento sul New York Times - milioni di donne e ragazze afghane hanno ottenuto un'istruzione. Il futuro che era stato loro promesso ora sta per scivolare via». Il ritorno dei talebani al potere significa tornare indietro alle circonstanze in cui Malala ha vissuto la sua infanzia nella valle dello Swat, dove i talebani arrivarono nel 2007. «Nascondevo i libri sotto un lungo scialle e andavo a scuola con il cuore pieno di paura. Cinque anni dopo, quando avevo 15 anni, i talebani cercarono di uccidermi perché avevo parlato del mio diritto a un'istruzione». Attraverso i microfoni della Bbc Malala ha lanciato un appello all'Occidente - perché «ogni Paese ha le sue responsabilità» - affinché vengano aperti i confini per accogliere profughi afghani. Le promesse dei talebani sulla garanzia dei diritti delle donne nel rispetto della legge sharia «non hanno senso». «Dov' erano questi diritti vent' anni fa?» ha sottolineato alla Cnn . «Di che legge sharia parlano? Di una versione tutta loro? Ci sono tanti Paesi musulmani dove le donne hanno gli stessi diritti degli uomini e possono ambire non solo alla laurea ma anche a professioni e carriere impegnative e prestigiose». (…) La ministra per gli Interni Priti Patel assicura che la Gran Bretagna accoglierà in cinque anni 20.000 cittadini afghani. Per Malala non basta. «La mia richiesta è che vengano protetti i diritti umani di tutti gli afghani adesso. Abbiamo bisogno di soluzioni immediate. La gente, le donne sono in pericolo, rischiano la vita». 

Quello degli afghani è un destino segnato: un destino da profughi. Domenico Quirico per La Stampa.

«Hanno già compreso: non ci sono altre vie di scampo. In fondo, anche se l'Afghanistan non lo hanno ancora lasciato, sono già diventati profughi. Sono entrati nel nuovo immenso popolo dei migranti, la nuova nazione del terzo millennio. Non hanno letto saggi e articoli sulla cosiddetta «volontà della Storia». Non ne hanno bisogno, in molti luoghi del mondo come oggi a Kabul la sentono come un richiamo nell'aria: un mattino i gendarmi e i soldati non sono più all'angolo della strada a pavoneggiarsi con le divise dismesse di qualche alleato ricco, i mercanti hanno chiuso le merci dietro grate spessissime illudendosi che resistano al saccheggio, i manifesti con le facce ridenti del presidente sono scomparse o sforacchiate dalle pallottole. Passano pick-up guidati da barbuti che portano il mitra come se fosse l'ombrello. Ecco: il veleno è bevuto, la stregoneria è fatta. Il destino di cittadini del mondo moderno è durato pochissimo, non ha portato a nessuna meta terrena. La volontà della Storia, decisa da altri, ha deciso che il loro futuro sarà non di abitare ma di vagare. (…) I migranti: ne riconosco le facce in queste immagini afghane, all'aeroporto, alle frontiere dell'Iran e del Pakistan. Hanno tutto in viso, uomini in gabbia che hanno perso la forza di attacco e di difesa, più disarmati della stessa disperazione. Riconosci il loro destino da quello che si portano dietro, dai loro eterni fagotti, valigie slabbrate, ceste di paglia a cui hanno apposto ingenui lucchetti, fardelli mille volte aperti e riabbottonati per farci stare ancora qualcosa una coperta, in indumento, una pentola. Ci sono cose da cui gli uomini non riescono a separarsi neppure quando fuggono in preda alla paura. Questi poveri hanno sempre comunque qualcosa da trascinarsi dietro a fatica. Che sparirà al primo posto di blocco taleban o alla prima implacabile frontiera. Il nuovo Afghanistan che l'Occidente ha accettato e subìto li ha scaraventati fuori, non gli appartengono più, hanno assaggiato stili di vita, ripetuto parole che per i nuovi padroni contengono batteri impuri, irrimediabile possibilità di contagio. Con la acuta intuizione delle vittime hanno capito che attendere è inutile, questi padroni non se ne andranno per altri vent' anni. Gli altri, gli americani gli inglesi, gli italiani, l'Onu, ah! quelli tratteranno, accetteranno, non aspettano altro. già con il bilancino cercano di fiutare quelli con cui sarà meno indigesto accordarsi: si scrutano le barbe, se canute o ben curate è un buon indizio, un turbante raffinato conforta aruspici ottimisti, ecco individuati i moderati, i dialoganti, i «politici» che faranno da argine ai barbuti più selvatici, ai savonarola della sharia. Lasciamo che partano, che trovino i loro impervi sentieri. Inutile accrescere il fardello svelando quale sarà il loro destino: qualche centro di accoglienza per i più fortunati, quelli «utili», quelli da cui potremo spremere qualcosa che ci rende. Gli altri li incontreremo nelle strade, nelle stazioni ferroviarie, nei ruderi delle periferie, davanti ai supermercati a mendicare. Non sono ancora partiti, sono solo una ipotesi, e già le lamentazioni sulla loro sorte disgraziata che noi abbiamo innescato, come sempre, si appannano, si riducono alle solite condoglianze d'occasione. Le loro sono diventate sventure astratte e come assegnate da un destino malvagio e non da colpe di uomini. Spaventano i costi, le moltitudini, se ne discute con toni prefettizi. Alzano la voce i razzisti, gli xenofobi con i loro primitivi ululati, sempre eguali: l'invasione, i terroristi infiltrati. Una storia di oggi? Nel 2016 li ho incontrati, gli afghani, a Calais, nel campo che chiamavano la giungla, erano dentro tende zuppe d'acqua, quasi tutti giovani, guadavano fuori nel chiarore grigiastro, dove inorgoglivano rovi e immondizie. I visi solcati da una tensione che contraeva i lineamenti, come lo sforzo di una bestia per decifrare quello che vede fuori dalla sua tana, in un ambiente nuovo. Ogni notte tentavano di passare il tunnel della Manica. Qualcuno moriva».

LA NUOVA GEOPOLITICA DOPO IL RITIRO

Come cambia il mondo dopo l’abbandono dei  militari occidentali e la conquista choc di Kabul? Lucio Caracciolo, direttore di Limes, con la consueta chiarezza, traccia un nuovo scenario geopolitico per la Repubblica:

«Il territorio afghano - non lo Stato Afghanistan, miraggio forse indotto dalla locale abbondanza di oppiacei - misura da un paio di secoli la temperatura dei grandi o miseri giochi che le potenze ingaggiano nel cuore impervio dell'Asia. Fossero gli imperi zarista e britannico, l'altro ieri, o siano quelli americano e cinese, con la partecipazione speciale di quel che resta del russo, oggi e certamente domani. La fuga insieme tardiva e affrettata del più agguerrito esercito del mondo da quel campo minato ha già conseguenze rilevanti. La prima è la perdita di credibilità del Numero Uno. Riflesso della crisi di fiducia in sé stessa che investe la società americana e ne confonde la razionalità strategica (ma anche viceversa). Sarà una tempesta destinata a mutare in schiarita entro fine decennio, come pronosticava l'anno scorso il geniale geopolitico George Friedman nel suo La tempesta prima della calma , il più originale studio sul momento americano? Nelle cancellerie europee riecheggiano quale profezia le parole di Angela Merkel dopo il suo non-incontro con Trump del maggio 2017: «I tempi nei quali potevamo completamente affidarci ad altri sono passati da un pezzo. Noi europei (eufemismo per tedeschi, n.d.r. ) dobbiamo riprendere il nostro destino nelle nostre mani». Il discorso con cui Biden ha giustificato il ritiro davanti al suo pubblico era d'altronde di stringente logica trumpiana. È l'America che sta cambiando registro, non questo o quel presidente. Più ambigue le conseguenze nel teatro asiatico, epicentro del duello Stati Uniti-Cina. Il provvisorio vincitore di questa mano è il Pakistan. I talebani sono prolungamento dei servizi segreti (Isi) e delle Forze armate pachistane, impegnate a tenere insieme un edificio tarmato dalla nascita, vero arsenale del jihadismo. Soprattutto destinate a controllarne l'arsenale nucleare, allestito per bilanciare quello dell'arcinemico indiano. Con l'evacuazione degli occidentali l'Afghanistan talebano disegna per Islamabad l'agognata profondità strategica contro il vicino. E ne rafforza il vincolo con la Cina, frutto della medesima fissazione anti-indiana. A prima vista, dunque, occorre registrare il trionfo pachistano in terra afghana, su cui l'Isi contava fin dall'autunno 2001, quando correttamente prevedeva che il tentato suicidio americano in quel teatro di "guerra al terrorismo" sarebbe andato a buon fine. Ne deriva la speculare sconfitta dell'India, che negli ultimi anni ha messo tutte le sue uova nel paniere americano venendone ripagata con la cessione dell'Afghanistan al nemico esistenziale. Al grado superiore, questa concatenazione segnerebbe un punto per Pechino nella partita con Washington. Specie se, come pare, i cinesi riusciranno ad esercitare un certo grado di influenza su Kabul. E se i talebani, pragmatici e concreti come vogliono oggi apparire, eviteranno di esportare le loro tecniche terroriste nella vicina provincia cinese del Xinjiang a vantaggio dei ribelli uiguri. Sarà interessante verificare se la Turchia, che in Asia centrale sente di giocare in casa, darà mano alle intese sino-pachistano-afghane. Di sicuro Erdoan intende investire nella regione, con l'equilibrismo necessario a non trovarsi contro gli "alleati" a stelle e strisce. Il formidabile successo delle serie televisive di propaganda neo-ottomana in Pakistan testimoniano, fra l'altro, del soft power turco. Per niente tranquilli sono invece i russi. Il timore che l'estremismo islamista sedimentato nell'Afpak penetri nello spazio regionale ex sovietico e persino in casa propria induce Mosca a cercare fra i talebani referenti che garantiscano contro questa tentazione. Ancora meno sereni i persiani, che hanno perso la loro sfera d'influenza attorno a Herat e sono esposti ai devastanti flussi di droga e alle ondate di profughi afghani in fuga via Iran-Turchia verso l'Europa. Tutto ciò conforta chi a Washington, un po' credendoci e altrettanto per consolarsi, confida che questa sconfitta possa presto volgere in rivincita: noi ce ne andiamo da quel pantano, ora sono affari di cinesi, russi e iraniani. La storia non è finita. Tantomeno nella terra del Grande Gioco».

L’OCCIDENTE E I CONTI COL PASSATO

Ma è stata davvero una guerra giusta quella dell’Occidente negli ultimi vent’anni? Ian Bremmer, analista strategico vicino alla Casa Bianca, difende la scelta Usa di abbandonare militarmente Kabul. La scelta è corretta, sbagliati i modi, dice nell’articolo pubblicato in Italia dal Corriere.

«Il ritiro maldestro delle truppe americane dall'Afghanistan rappresenta la prima vera crisi dell'amministrazione Biden in politica estera. La colpa non va attribuita alla decisione di ritirarsi: si è trattato di un errore attuativo, non strategico. La presenza americana nel Paese si era fatta sempre più insostenibile. Gli Stati Uniti avevano già riportato in patria un numero consistente di truppe, mentre i talebani guadagnavano rapidamente territorio, e in patria ben pochi americani si interessavano ormai all'intera vicenda. Biden aveva ereditato un processo di pace andato in frantumi e avrebbe dovuto affrontare la prospettiva di un rinnovato conflitto contro le forze talebane, sempre più agguerrite, se avesse fatto marcia indietro sugli impegni sottoscritti da Trump. Riprendere i combattimenti avrebbe richiesto un ulteriore coinvolgimento militare che nessuno, nel governo Biden, a cominciare dallo stesso presidente, era disposto ad appoggiare. Il ritiro è stata la migliore tra le varie opzioni, tutte pessime. Il presidente Biden è profondamente convinto di questo, come ha ribadito nel suo appello alla nazione lunedì scorso. Ma la sorpresa maggiore - davvero scandalosa, se si pensa all'esperienza e alla professionalità della squadra di sicurezza nazionale e politica estera messa in piedi da Biden - è venuta dalla palese incompetenza dimostrata nell'esecuzione».

Aldo Cazzullo interviene, senza citarla esplicitamente, nella polemica, di cui abbiamo parlato ieri, fra Enrico Letta e Giuliano Ferrara. Cazzullo cerca di “troncare e sopire”.  Secondo lui va dissipato “l’equivoco ad ovest”: la guerra giusta era quella in Irak.

«La discussione su un evento epocale come la caduta di Kabul e l'umiliazione dell'Occidente deve partire dal chiarimento di un equivoco. Vent' anni fa in Afghanistan non ci fu nessuna vittoria occidentale o americana o della Nato. Ci fu una serie massiccia di bombardamenti Usa che colpirono duramente i talebani e diedero ai loro nemici interni la forza di entrare a Kabul, che cadde nello stesso modo repentino e inatteso di questi giorni (come testimoniarono le cronache del primo inviato a entrare nella capitale, Andrea Nicastro del Corriere). I nuovi padroni vennero definiti impropriamente l'Alleanza del Nord, e tra loro primeggiava quel Dostum di cui adesso si finge di scoprire che non era un sincero liberaldemocratico con la casa piena di libri, ma un capoclan che arredava la sua reggia con il gusto e il senso del bello appunto di un capoclan. All'indomani dell'attacco alle Torri Gemelle, l'America in sostanza intervenne in una guerra civile afghana, che si combatteva da tempo, spostandone gli equilibri a sfavore di un regime che proteggeva Osama Bin Laden. Nei vent' anni successivi le truppe occidentali si limitarono, con alcuni contrattacchi quando la situazione si faceva troppo difficile, a contenere e di fatto rinviare la riscossa dei talebani; i quali adesso - con il ritiro giustappunto dell'aviazione Usa e dei contractors che consentivano a quella afghana di volare - si sono presi una rivincita di cui erano incerti i tempi, non la sostanza. (Tutto questo ovviamente non rappresenta un'attenuante per l'Occidente; semmai un'aggravante). La vera guerra americana è sempre stata quella irachena. In Iraq i diversi presidenti - a cominciare da Bush junior, che con Saddam aveva ereditato dal padre un conto aperto - hanno profuso una quantità di risorse, armi, uomini ed energie incomparabile rispetto all'Afghanistan. E in effetti, pur dopo immenso dolore, oggi a Bagdad c'è un governo - sciita, com' è ovvio che sia in un Paese dove la maggioranza sciita era stata tenuta a lungo sotto il tallone della cricca sunnita del dittatore - che bene o male regge, nonostante il disimpegno americano in corso. Resta, quella irachena, una guerra che era meglio non fare; ma in Iraq oggi davvero di Saddam non resta nulla, tanto meno nelle regioni settentrionali dove il coraggioso popolo curdo si è conquistato un'ampia autonomia. In Afghanistan l'America si è mossa sempre senza impegnarsi sino in fondo, senza affrontare davvero il nemico o supposto tale; e non si saprebbe dire chi ha sbagliato di più tra Bush che disperse le forze, Obama che autorizzò escalation inutili, Trump che condusse negoziati maldestri, e Biden che ha fallito clamorosamente la gestione operativa e mediatica del ritiro. Il paragone con Saigon 1975 è suggestivo, ma improprio. Là non c'era una galassia di fazioni come quella che per semplicità chiamiamo talebani. C'era il governo filosovietico di Hanoi con cui negoziare. All'epoca Nixon e Kissinger capovolsero la partita geopolitica, avviando il dialogo con Mao, riconoscendo la Cina popolare, spaccando il fronte comunista (e Pechino sarebbe arrivata a combattere con il Vietnam una guerra di confine). A quel punto, tenere Saigon a ogni costo non era più una necessità strategica; e gli alleati sudvietnamiti vennero abbandonati al loro destino. Oggi il Vietnam è una potenza capitalista, che ha superato la Germania per numero di abitanti e dialoga con l'Occidente. Ma Biden e la nuova amministrazione democratica non hanno compiuto alcun progresso significativo nel rapporto con il mondo islamico. Anzi, ereditano le conseguenze del disimpegno di Trump dal Nord Africa e dal Medio Oriente, dove il vuoto purtroppo non è stato riempito dall'Europa ma nell'immediato dalle potenze regionali - Turchia, Arabia Saudita, Iran - e in prospettiva da Russia e Cina. Il problema è che proprio sull'Europa gravano ora le principali incognite, sia in termini di migrazioni - davvero tutto quello che Angela Merkel ha da proporre è un altro assegno a Erdogan perché si tenga i profughi? -, sia in termini di contrasto al terrorismo islamista, che in questi anni ha colpito duramente in quasi tutte le capitali, arrivando a ribaltare l'esito delle elezioni spagnole del 2004 e a cambiare la storia francese con lo choc del Bataclan. Resta, sulle coscienze di noi italiani, il macigno dei 53 caduti in Afghanistan; ai quali per la comunità del Corriere si unisce inevitabilmente la memoria di Maria Grazia Cutuli, assassinata il 19 novembre 2001. E resta da riflettere sulle parole affidate a Lorenzo Cremonesi dall'ex comandante della Folgore: noi italiani siamo bravissimi nelle missioni di pace; ma non vogliamo e forse non sappiamo fare la guerra. Non per mancanza di truppe o armi o coraggio; ma per una politica e una cultura irrimediabilmente divise tra un pacifismo generoso ma talora impossibile (quando non ideologico), e la corsa dei capipartito o aspiranti tali a mettersi al servizio ieri di Washington e domani magari di Pechino, nell'illusione che possa giovare alla propria fazione o meglio ancora alla propria carriera».

Il Fatto fa un elenco degli investimenti militari dell’Italia negli ultimi 20 anni. È un elenco impressionante di missioni, sugli esiti delle quali il Parlamento non ha mai veramente dibattuto. Marco Pasciuti ha intervistato Fabrizio Coticchia, professore a Genova.

«L'esercito addestrato anche dagli italiani che si sfalda, i talebani che prendono Kabul, la gente aggrappata agli aerei in decollo per fuggire. L'Italia ha missioni di addestramento anche in altri Paesi. Fabrizio Coticchia insegna Foreign policy analysis e Security studies nella facoltà di Scienza politica dell'Università di Genova. Si rischia anche altrove quello che è successo a Kabul? «Noi abbiamo due impegni molto gravosi. Il principale in Iraq, dove dobbiamo gestire un'operazione che è l'eredità di quella avviata nel 2014 contro l'allora Isil e da quest' an no, su richiesta degli Usa, assumiamo il comando della missione Nato di addestramento delle forze locali. Il crollo dell'esercito afghano è molto simile a quello avvenuto negli anni passati alle forze irachene che, nonostante fiumi di denaro e anni di formazione, si erano sciolte come ghiaccio al sole di fronte ai jihadisti di Isil. L'altro impegno? Avviato il ritiro da Kabul, in questi anni l'Italia si è concentrata sul cosiddetto "Mediterraneo allargato", che va dal Golfo di Guinea al Corno d'Africa e che comprende anche la Libia e il Sahel. Quest' ultimo caso è emblematico: lì noi cerchiamo di addestrare le forze locali per contrastare minacce per noi vitali, come l'immigrazione clandestina e il terrorismo. Anni di studi e di insuccessi sul terreno, dimostrano che formare le forze locali in contesti non democratici per metterle in condizione di affrontare le minacce al posto nostro non funziona». Perché? «Perché rappresentano governi che non sono percepiti come legittimi. Guardi le forze afghane: erano numerose e ben equipaggiate, ma non rappresentano nessuno a livello sociale e politico. Per chi avrebbero dovuto combattere? Infatti alla prima occasione si sono dissolte. Questo è '' un approccio che va ripensato». In che modo? «Per raggiungere risultati in quei contesti servono strategie complesse che comprendono una maggiore inclusione di forze politiche e il coinvolgimento della società dal basso. Cose molto più complicate rispetto a istruire un po' di soldati». Come è evoluto l'approccio italiano alla questione delle missioni? «Dopo la fine della Guerra fredda, l'Italia le ha usate per aumentare il suo prestigio internazionale fornendo appoggio a un alleato maggiore come laNato o l'Ue: Desert Storm nel Golfo nel 1990, poi l'impegno nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, in Libano, fino alla Libia nel 2011. Lì avviene un cambiamento: dopo le difficoltà sul campo, quelle economiche e la visione ormai condivisa che intervenire in operazioni di nation building non portava benefici, dal 2015 l'Italia ha ridotto le unità all'estero e le ha concentrate nel Mediterraneo allargato. Ora però serve un passo in più». Quale? «Da anni gli Usa e molti altri Paesi hanno avviato una fase di valutazione dei risultati raggiunti in Afghanistan. Noi invece non abbiamo fatto alcuna valutazione degli obiettivi e dei loro costi. Servirebbero analisi scientifiche rigorose, e noi non le abbiamo. Il Parlamento ha votato il rifinanziamento della missione in Afghanistan quando Guerini aveva già celebrato l'ammaina-bandiera a Herat. Invece di discutere e approvare le missioni a gennaio come previsto dalla legge 145, noi lo facciamo a metà anno con effetti paradossali. In Germania c'è una discussione continua sul tema e il Parlamento esercita un forte controllo sul governo. In Italia, invece, per anni l'esecutivo ha avuto larghissima autonomia. Dal 2016, con il documento che ha sostituito il dl Missioni, le Camere avrebbero la possibilità di valutare le voci di spesa. Ma una sola volta, a inizio 2018, il Parlamento ha rispettato i tempi. Le Camere erano già sciolte, perché si sarebbe votato a marzo.

LA STRATEGIA DI DRAGHI E IL G20

Emanuele Lauria per Repubblica fa il punto sulle iniziative del nostro Presidente del Consiglio.

«Ieri pomeriggio ha avuto un colloquio con Boris Johnson, oggi sentirà Vladimir Putin. L'emergenza Afghanistan, per Mario Draghi, corre sul filo di lunghe telefonate con i leader degli altri Paesi. Le «possibili iniziative per favorire la stabilità», al centro delle conversazioni di queste ore, sono una frangia della delicata tela che il premier sta cercando di tessere. L'obiettivo è quello di favorire un dialogo il più esteso possibile per giungere a una posizione internazionale comune su tre punti enucleati nell'intervista al Tg1 di martedì sera: profughi, terrorismo, diritti umani. La "sede naturale" della collaborazione, l'ha detto lo stesso presidente del Consiglio, è il G20, di cui l'Italia ha quest' anno la presidenza. E Palazzo Chigi si sta adoperando per una riunione straordinaria dei capi di Stato e di governo delle venti potenze economiche mondiali, che anticipi quella già fissata a Roma per fine ottobre. Il precipitare della vicenda afghana induce una reazione rapida, questo è il ragionamento. Nel frattempo apparati di Stato e diplomazie sono al lavoro per sviluppare la cooperazione anche all'interno di altri due "fori" individuati per fronteggiare la crisi figlia del ritiro delle truppe da Kabul: il G7 a guida britannica - che in queste ore celebra summit a distanza - e il Consiglio europeo. Ma il G20, per Draghi, ha una valenza strategica: è in quel luogo di confronto che si può e si deve giungere a un impegno che leghi non solo le forze di un Occidente uscito malconcio dalla ventennale missione in Afghanistan, ma anche e soprattutto quei Paesi come Cina, Russia, Arabia Saudita, Turchia che hanno interessi e influenza sull'autoproclamato Stato islamico. È una strategia che vede gioco forza l'Italia in un ruolo centrale, anche per l'autorevolezza riconosciuta a Draghi in questo consesso. Un percorso faticoso, tutto da costruire ma in tempi non lunghi, e con l'esigenza di tenere la barra dritta almeno su un paio di fronti. Da un lato, bisogna affrontare la possibile imponente ondata migratoria nella quale c'è il rischio che si annidino terroristi: il governo ha una linea meno rigida di quella francese ed è pronto ad accogliere chi ha collaborato con l'ambasciata italiana in Afghanistan ma anche le donne minacciate dal nuovo regime. Però una base di intesa, con i partner del G20, potrebbe essere il cosiddetto "modello turco", ovvero il supporto dei Paesi limitrofi - come il Pakistan - per arginare la fuoriuscita dei profughi. È una soluzione da definire, che presuppone il dirottamento di risorse dalla rotta del Sud - sulla quale Draghi ha richiamato a giugno l'attenzione del consiglio europeo - a quella balcanica. E poi c'è il fronte dei diritti, che passa anche da un appuntamento più ravvicinato nel tempo, quello del G20 sull'empowerment femminile in programma il 26 agosto a Santa Margherita Ligure: Draghi non parteciperà all'evento ma invierà un messaggio di indirizzo che potrebbe segnare il solco della discussione. Il ministro delle Pari Opportunità Elena Bonetti non nasconde la rinnovata portata dell'evento: «I tragici accadimenti di questi giorni rafforzano la necessità di lavorare per un dialogo che porti a una posizione chiara e comune sulla tutela dei diritti delle donne in Afghanistan. L'Italia - dice Bonetti - avrà un ruolo importante nel porre questo argomento nell'agenda del vertice e favorire una condivisione d tutti i Paesi del G20, anche quelli non occidentali». L'appuntamento di Santa Margherita Ligure, a regia italiana, si colora di un significato nuovo: produrrà un documento conclusivo che potrebbe essere il primo vincolo internazionale al rispetto dei diritti delle donne e dei più deboli, nel Paese riconquistato dai Taleban».

Francesco Grignetti su La Stampa intervista Emma Bonino.

«I taleban, Emma Bonino li conosce bene. Era il 1997. Erano al potere da qualche mese quando l'allora commissaria europea, in visita a Kabul, fu arrestata in una corsia di ospedale. «E per fortuna che eravamo lì su invito del loro ministro della Sanità». Li conosce sul serio, insomma. E non se ne fida assolutamente. Perché era a Kabul? «Investivamo cifre considerevoli negli aiuti umanitari all'Afghanistan. Le Ong lì presenti però ci fecero presente che era impossibile operare in quelle condizioni. Gli stessi aiuti erano divenuti una forma di discriminazione perché le donne, segregate in casa, non potevano usufruirne. Da commissaria agli aiuti umanitari, volli andare a vedere di persona. Ci portarono in un ospedale femminile ben strano, dove non c'era un letto o un materasso... E finì che ci arrestarono per qualche ora». Tornò poi in Afghanistan nel 2005, quando ormai tutto era cambiato, a capo degli osservatori dell'Ue che avrebbero monitorato le prime elezioni parlamentari. «Mi trasferii a Kabul per sei mesi. Diciamo che quella realtà la conoscevo abbastanza bene». E che cosa pensa, Emma Bonino, delle promesse dei nuovi taleban? «Che dureranno lo spazio di un mattino. Adesso gli serve mostrare al mondo che sono cambiati e sono diventati moderati. Ma io di taleban moderati non ne conosco». Eppure l'Unione europea è già pronta a voltare pagina. «Guardi, da quel che capisco, leggendo tra le righe, intanto c'è da dire che i nostri governi non hanno raggiunto alcun accordo. Così, come si fa sempre in questi casi, delegano la Commissione. Stavolta è toccato a Josep Borrell dire qualcosa. Ma in questo modo, ovviamente, i governi si tengono le mani libere. L'altra cosa che ho capito è che i governi non vogliono affatto i profughi afghani. Tutto lo sforzo, politico ed economico, sarà sui Paesi confinanti per tenerli lì. Daranno soldi al Pakistan, al Tajikistan, al limite pure all'Iran, pur di fermare i profughi che usciranno dal Paese». Lei si aspetta dunque che cadrà presto la maschera della moderazione. «Oddio, tutto è possibile. Non è certo il governo talebano che ho visto all'opera nel 1997. Ma penso che le grandi promesse, l'amnistia, pure la giornalista donna che intervista il loro portavoce, sono tutto fumo. Li vedremo tra un po' all'opera». E ora c'è da attendersi un fiume di gente in fuga. «Quello che mi ha sbalordito è l'impreparazione della coalizione e degli americani su tutti. Con tutti i soldi che spendono per l'intelligence, possibile che non avessero capito che il governo si sarebbe sciolto nel giro di una mattinata? E lo stesso per i militari. Mi sconcerta, poi, la scoperta che non avevano nemmeno un piano per l'evacuazione». Chi ha sbagliato di più? «Un nome su tutti: Donald Trump. Ma è ovvio che se annunci con 6 mesi di anticipo che i tuoi soldati se ne andranno, qualunque sarà l'esito della trattativa, in pratica stai dando ai taleban il tempo di prepararsi per una insurrezione e contemporaneamente stai minando il morale dell'apparato governativo». Si dice: questa catastrofe afghana avrà un immenso effetto geopolitico. «Intanto vedo che gli unici a non chiudere le ambasciate sono Cina, Russia e Turchia. Mi pare chiaro quale è il nuovo allineamento dei taleban». In Occidente si cerca ora di correre ai ripari. Tanti chiedono i corridoi umanitari, Enrico Letta tra i primi. «Sì, certo. Ma i corridoi umanitari vanno negoziati proprio con loro, i taleban. Non possiamo mica andare a prenderci la gente in Afghanistan a mano armata». E quindi verrà via da quell'inferno solo chi decidono loro. I corridoi umanitari sembrano solo uno slogan consolatorio. «Sì, un bello slogan. Io sarei la prima a esserne felice, ma questa è la realtà. D'altra parte è palese che si sta negoziando con i taleban pure in queste ore. Altrimenti mica lascerebbero decollare quei pochi voli che ci sono. Ma anche questa è la faccia moderata che i taleban ci tengono a mostrare in questo momento». Lei non si è pentita di avere appoggiato la guerra occidentale, nel 2011? «No, nessun pentimento. Dobbiamo calarci in quel contesto per ricordare le ragioni dell'intervento. C'era stato l'attentato alle Torri Gemelle. Il terrorismo islamista minacciava tutti. Pensi che io, dopo il 1997, tornando in Europa, feci un rapporto per tutte le capitali, scrivendo che l'intero Afghanistan si era trasformato in un gigantesco campo di addestramento di jihadisti. Sul momento però non successe nulla. Dopo le Torri Gemelle si decise invece per un intervento per sradicare il terrorismo. E solo successivamente si estese l'obiettivo al "nation building"». Ecco, a proposito, non pensa che sia da ripensare l'idea stessa di «nation building», cioè di costruire una nazione a tavolino? «Sicuramente. Ci vorrebbe più umiltà in chi pensa questi progetti. Pensiamo solo al Kosovo, che al confronto dell'Afghanistan è uno sputacchio, e stiamo ancora lì da ancora più anni. E poi mi lasci dire che la democrazia non può essere materia di import-export. Sono processi lunghi, faticosi, da favorire, non imporre». E ora che fare, secondo Emma Bonino? «Avrei una proposta: a Ginevra, in Svizzera, si sta per tenere una sessione del Consiglio Onu sui diritti umani. Sarebbe buona cosa prevedere un organismo indipendente sull'Afghanistan. Aiuterebbe chi è rimasto lì a non sentirsi del tutto abbandonato. E a tutti noi potrebbe dare informazioni su quel che accade».

DECESSI IN SICILIA E GREEN PASS

Le notizie dalla pandemia sono tristi. Mauro Evangelisti per il Messaggero si occupa dell’emergenza siciliana: la regione che ha il record di non vaccinati e di morti.

«La situazione della Sicilia, sul fronte della corsa dei contagi, è perfino più grave di quello che sembra. E ci sono alcuni numeri a spiegarlo: ieri l'Italia ha visto crescere ancora il dato dei decessi per Covid, 69, ma di questi il 36 per cento, 25, sono stati registrati in una sola Regione. La Sicilia, appunto. Che ha comunicato che gran parte sono frutto di mancate notifiche dei giorni precedenti, ma resta il drammatico incremento su base settimanale delle vittime per Covid nell'Isola (64 morti negli ultimi 7 giorni su 275 in Italia, circa un quarto). Non solo: in due giorni, tra il 16 e il 18 agosto, in Italia il numero dei posti letto occupati da pazienti Covid è salito di 263 unità, ma di questi un quinto, 47, sono tutti in una Regione. Sì, la Sicilia. Al Ministero della Salute invitano a essere prudenti nel dare per scontato il passaggio in fascia gialla già nel report della cabina di regia di domani, perché comunque i dati arrivano sempre in ritardo, ma è quasi secondario. Se l'epidemia corre a questa velocità, la Sicilia tra poche settimane rischia il passaggio in una fascia di rischio ben più seria, l'arancione. Perché questo avvenga devono avvenire tre condizioni: l'incidenza deve superare 150 casi ogni centomila abitanti su base settimanale (oggi è già a 140), le terapie intensive devono essere occupate al 20 per cento (siamo già sopra il 10), i posti di area medica al 30 (siamo già al 17). «Per la Sicilia, con l'attuale trend, la zona arancione è dietro l'angolo - avverte Antonello Maruotti, docente di Statistica all'Università Lumsa di Roma - Gli indicatori di pressione ospedaliera sono oltre le soglie previste dal passaggio in zona gialla. I ricoveri in terapia intensiva sono passati da 18 a 80 nel giro dell'ultimo mese e mezzo, e più che raddoppiati (dai 33 del primo agosto) nelle ultime due settimane. Inoltre, il peso delle terapie intensive sul totale dei ricoveri continua anch' esso a crescere, cioè la gravità è maggiore rispetto alle scorse settimane. Gli indicatori legati alle ospedalizzazioni continueranno ad aumentare, e non per un breve periodo. I dati sui nuovi contagi giornalieri ci mostrano una situazione fuori controllo». Spiega il presidente dell'Ordine dei medici di Palermo, Toti Amato: «Si stanno chiudendo i reparti non Covid per riconvertirli in Covid. È questa è la vera preoccupazione. Le terapie intensive già sono piene e alcuni pronto soccorso sono in difficoltà. Abbiamo il timore concreto che le cure ordinarie, non Covid, siano nuovamente marginalizzate e che aumentino le difficoltà dei malati. Recentemente c'è stata un'ordinanza della direzione generale dell'assessorato in cui si invitava a dimettere i pazienti quanto prima dagli ospedali». In sintesi: in Sicilia c'è chi ha accusato la Regione di avere reso più snelli i criteri per dimettere i pazienti e, parallelamente, aumentato i posti letto figurativi, proprio per evitare di finire in fascia gialla se non arancione. L'assessore alla Sanità siciliano, Ruggero Razza, dice che non è vero: «Non stiamo svuotando gli ospedali, stiamo applicando i criteri di Agenas per le cure domiciliari. I nuovi posti attivati, invece, non servono a evitare l'ingresso nel giallo, ma solo a essere pronti se aumentano i pazienti». La Sicilia, regione con la percentuale più bassa di vaccinati, si ritrova con le terapie intensive che si stanno riempendo con pazienti - 9 volte su 10 - che non sono stati immunizzati. Visto che la vaccinazione continua ad andare a rilento («C'è un concorso di colpe, da una parte la cattiva organizzazione, dall'altra la scarsa responsabilità dei cittadini», osserva il presidente dell'Ordine dei medici di Palermo), la situazione non può che peggiorare. Il professor Giovanni Sebastiani, ricercatore del Cnr, sottolinea anche che le regioni a rischio giallo sono agli ultimi posti per percentuale di vaccinati. Secondo l'assessore Razza, però, il passaggio in arancione a settembre sarà evitato perché presto ci sarà un calo del numero dei positivi: «Pagheremo ancora per un po' gli eccessi del periodo di Ferragosto, ma poi comincerà la discesa». Resta in bilico la situazione della Sardegna, che ieri ha segnato un incremento importante di positivi - 429 - però, almeno per questa settimana, il passaggio in giallo dovrebbe essere evitato. Da tenere sotto osservazione la Calabria: la percentuale di riempimento delle terapie intensive è salita al 7 per cento, in area medica al 14».

Continua la polemica sul Green pass nelle mense aziendali. Claudia Voltattorni per il Corriere torna ad intervistare il segretario della Cgil Landini.

«Segretario Maurizio Landini, da leader della Cgil, cosa risponde a chi accusa il sindacato di proteggere i No vax? «Rispondo che vaccinarsi contro il Covid è anche un dovere sociale. Noi non siamo mai stati No vax. Noi siamo per la sospensione dei brevetti affinché tutti nel mondo si possano gratuitamente vaccinare, solo così si possono sconfiggere le varianti e quindi il virus. È responsabilità del governo e del Parlamento di rendere per legge obbligatoria la vaccinazione. Se lo fanno, noi siamo d'accordo. Non è il momento delle divisioni e delle strumentalizzazioni». È il momento di rendere obbligatorio il vaccino anti Covid? «La nostra Costituzione prevede che l'obbligo di un trattamento sanitario può essere assunto solo con una norma di legge. Credo sia venuto il momento di aprire seriamente questa discussione nel nostro Paese e in Europa. Spetta a governo e Parlamento legiferare. Noi siamo stati i primi a realizzare i protocolli per la sicurezza nei luoghi di lavoro e a prevedere le vaccinazioni in azienda». In attesa di una eventuale legge, ora per i lavoratori è obbligatorio il green pass solo per mangiare nelle mense aziendali. È sufficiente? «In una situazione di emergenza pandemica, parlare solo di green pass è riduttivo, serve una strategia complessiva e la conferma di tutte le misure di prevenzione a partire dai dispositivi individuali e dal distanziamento. Il green pass non può diventare uno strumento che divide e discrimina. Non si capisce, ad esempio, perché le lavoratrici e i lavoratori possano lavorare 8 ore insieme e poi consumare il pasto separati. Le mense aziendali non sono un ristorante. I lavoratori sono già tracciati e da un anno e mezzo le mense sono organizzate secondo i protocolli di sicurezza: mascherine obbligatorie, separatori di plexiglass e turni». Non basta la «faq» del governo pubblicata sul sito di Palazzo Chigi? «Non sono temi che si risolvono con una "faq". Abbiamo chiesto con Cisl e Uil un incontro ai ministri della Salute e del Lavoro Roberto Speranza e Andrea Orlando con l'obiettivo di mantenere il diritto del servizio mensa per tutti i dipendenti».

IL PAPA: VACCINARSI È UN ATTO D’AMORE

Il Papa ha lanciato ieri l’appello: vaccinarsi è un gesto di carità per se stessi e per la comunità. La cronaca di Avvenire.

«Era l'inizio di febbraio quando papa Francesco riceveva la seconda dose del vaccino anti-Covid. La prima gli era stata somministrata il 13 gennaio, insieme con il Papa emerito Benedetto XVI. «Grazie a Dio e al lavoro di molti, oggi abbiamo vaccini per proteggerci» dal virus, dice adesso Bergoglio nel videomessaggio per la campagna di vaccinazione delle popolazioni dell'America Latina. Nella sua riflessione, indirizzata ad alcuni fra i Paesi dove l'emergenza sanitaria ha dimensioni drammatiche fino ad assumere i contorni della crisi umanitaria, il Pontefice tiene a far sapere: «Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore». Amore «per se stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli», aggiunge. Poi, citando due sue encicliche, la Laudato si' e la Fratelli tutti , ricorda che «l'amore è anche sociale e politico, c'è amore sociale e amore politico, è universale, sempre traboccante di piccoli gesti di carità personale capaci di trasformare e migliorare le società ». Ecco perché va considerato un gesto di carità anche il «contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini». Del resto, sottolinea Francesco, «vaccinarci è un modo semplice ma profondo di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente dei più vulnerabili». Da qui la preghiera. «Chiedo a Dio - dice il Papa - che ognuno possa contribuire con il suo piccolo granello di sabbia, il suo piccolo gesto di amore. Per quanto piccolo sia, l'amore è sempre grande». Si tratta, quindi, di «contribuire con questi piccoli gesti» a costruire «un futuro migliore». E le parole di Francesco diventano un richiamo alle coscienze di ciascuno. Già lo scorso gennaio il Pontefice aveva sostenuto in un'intervista tv di ritenere che «eticamente tutti debbano prendere il vaccino: è un'opzione etica perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». Certo, avverte ora Bergoglio nel suo ultimo videomessaggio, la profilassi anti-Covid si trasforma davvero in «speranza di porre fine alla pandemia» solo se i vaccini «sono disponibili per tutti e se collaboriamo gli uni con gli altri». Proprio l'urgenza di assicurare una distribuzione globale degli antidoti al coronavirus, magari liberi da vincoli economici, è stata evidenziata più volte da Francesco. «Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell'amore e della salute dell'umanità», aveva scandito già a Natale. E aveva chiesto «ai responsabili degli Stati, alle imprese, agli organismi internazionali di promuovere la cooperazione e non la concorrenza, e di cercare una soluzione per tutti. Vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi di tutte le regioni del pianeta ». Poi in un videomessaggio dello scorso maggio aveva invocato «uno spirito di giustizia » per «garantire l'accesso universale ai vaccini e la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale».

Antonio Socci su Libero commenta l’uscita del Papa, con un approfondimento sulle posizioni dei cattolici verso la vaccinazione di massa.

«Ieri papa Bergoglio ha fatto appello a tutti: «Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore... è un modo semplice ma profondo di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente dei più vulnerabili... E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli». Questo pronunciamento probabilmente è finalizzato a persuadere i fedeli ancora diffidenti. Ma difficilmente convincerà le opposizioni ideologiche al vaccino di alcune frange cattoliche. Anzi, potrebbe avere l'effetto opposto. Perché la disastrosa caratteristica di molti cattolici no vax è proprio quella di fare di tutta l'erba un fascio, mescolando questioni politiche, sanitarie e religiose in un confuso minestrone, paventando oscuri disegni di "una planetaria dittatura biotecnocratica", di cui tutti i poteri sarebbero in qualche modo complici e di cui i vaccini rappresenterebbero l'aspetto più minaccioso. Sono in contraddizione quei cattolici che ieri erano accesi sostenitori di Trump e che oggi demonizzano lo stesso vaccino che Trump rivendica (con ragione) come proprio merito. Ci sono no vax di destra e di sinistra, cattolici e laici. Alcuni estremisti. «I no vax radicali» come ha ricordato Pietro De Marco «hanno optato prima per l'inesistenza del virus, come se fosse una messa in scena politica mondiale, poi per la sua inoffensività, poi per una sua pericolosità indotta, strumentale a un progetto di soggezione dell'umanità». Ma chi sono i no vax cattolici? Si tratta di fedeli, solitamente di idee moderate, indotti d'improvviso ad abbracciare timori apocalittici un po' per la grande disinformazione che circola nella rete e che fomenta la paura, un po' per la confusa e contraddittoria informazione sanitaria ufficiale di questi mesi, un po' per la criticabile gestione dell'emergenza Covid del governo Conte, che perdura con Roberto Speranza al ministro della Sanità (si pensi ad esempio al problema delle cure domiciliari precoci). Infine anche per la confusione che regna nella Chiesa, le posizioni si sono radicalizzate e la spaccatura fra i fedeli è profonda. Sembra quasi che il sì o no al vaccino sia diventato una questione di fede, anzi uno spartiacque che decide se si sta con Cristo o con Satana. Eppure ci sono stati cattolici che hanno cercato di fare chiarezza riportando il dibattito nei giusti binari di razionalità. Uno dei primi a intervenire è stato il professor Roberto De Mattei. Ha pubblicato a febbraio scorso un documentato pamphlet Sulla liceità morale della vaccinazione che è «una risposta chiara ed esauriente a coloro che considerano la vaccinazione contro il Covid-19 in sé illecita». Una chiarificazione sia scientifica che dal punto di vista della morale cattolica e naturale con cui De Mattei ha dissolto i dubbi etici relativi all'uso, in certe fasi di lavorazione dei vaccini, di linee cellulari provenienti da tessuti fetali di antichi aborti. Il professore ha (giustamente) messo in guardia i cattolici dal cadere nella trappola dell'ideologia no vax in cui effettivamente diversi sono caduti. Ma, nonostante sia noto come intellettuale tradizionalista, di idee conservatrici, perfino de Mattei è stato sospettato, da taluni, di "complicità" col nemico per quanto ha scritto. Peraltro De Mattei, rifacendosi all'insegnamento di maestri di teologia morale come sant' Alfonso Maria de' Liguori e al Magistero cattolico (per esempio la Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II), non ha fatto che esplicitare le ragioni della Nota della Congregazione per la dottrina della fede del 21 dicembre 2020 che ha dichiarato legittimo il ricorso al vaccino anti-Covid. Ma pure tale pronunciamento (approvato dal Papa) viene considerato dai cattolici no vax come irricevibile perché sarebbe sospetto di "bergoglismo", mentre in realtà è in continuità con le precedenti dichiarazioni della Congregazione fatte durante i pontificati precedenti. Del resto Benedetto XVI si è vaccinato e questo vuol pur dire qualcosa. Ultimamente è intervenuto il professor Pietro de Marco, un autorevole filosofo cattolico che in questi anni ha anche espresso argomentate critiche ad alcune posizioni di papa Francesco e - negli angusti schemi giornalistici - potremmo collocare sulla linea Wojtyla/Ratzinger. De Marco, in concomitanza col dibattito del mondo laico sul "manifesto Cacciari-Agamben", ha scritto sul blog di Sandro Magister un articolo: Apocalittici e libertari. Il ribellismo suicida dei cattolici no vax. Egli sostiene che «l'apocalittica anti-Stato cresciuta da mesi nelle minoranze cattoliche tradizionaliste» è un autogol enorme: «Le libertà, rivendicate in forme paranoiche (o deliranti, come in chi ritiene sperimentazione nazista il sistema di cura e profilassi antivirale), sono esse stesse l'errore» ed «esprimono anch' esse quella insofferenza per ogni disciplina, infine per l'autorità, che appartiene alla great disruption libertaria». Questi cattolici, spiega De Marco, portano acqua al mulino dell'individualismo libertario dell'attuale «rivoluzione antropologica», che finisce nello sradicamento culturale e che «dissolve la concezione cristiana della politica, dello Stato, in definitiva dell'uomo», come sintetizza Magister. Si è aperto dunque, anche nel mondo cattolico, un dibattito alto su una questione che sta diventando dirompente. Merita attenzione anche per le possibili conseguenze ecclesiali. Il discorso del Papa va collocato in questo contesto». 

DOMANI INIZIA IL MEETING DI RIMINI

Paolo Viana intervista il neurolinguista Andrea Moro nell’inserto di Avvenire di otto pagine dedicato al Meeting, sul titolo della Kermesse.

«Quest' anno il Meeting riflette sul coraggio di dire io. Il punto è 'quale' io. Perché il mio io può essere la persona e il tuo io l'individuo e in mezzo c'è il mare delle culture e delle ideologie. «È vero: la parola io è una bandiera contesa da tanti - risponde Andrea Moro, il neurolinguista della Iuss Pavia che analizzerà le basi linguistiche dell'io nella giornata inaugurale del Meeting -. Ma pur nella nebulosa di significati, rimane, almeno a livello intuitivo, il fatto che il nucleo del significato di io non è ambiguo: è, per così dire, il nome proprio con il quale un individuo si riferisce a se stesso. Per certi versi è il sinonimo stesso della vita. Gadda, in un passo straordinario della 'Cognizione del dolore', definisce addirittura la morte come la «sovrana coscienza dell'impossibilità di dire io». Che posto ha il tu in questo disegno? «Il tu è il nome che prende l'io riferito ad un altro. Non si dà io se non c'è il riconoscimento di un tu. E questo è molto chiaro anche per chi studia l'apprendimento del linguaggio nei bambini. Questi pronomi si apprendono in coppia mentre il lei/lui e i plurali vengono molto dopo. La linguistica comparata ci insegna che le parole da sole non dicono tutto. Ciò che caratterizza il linguaggio è la combinazione delle parole». Ma come impariamo a combinarle? «Questa è davvero la domanda centrale. Intanto noi le combiniamo mentre tutti gli altri esseri viventi non sono in grado di farlo. È come se gli animali avessero dizionari di frasi e noi di parole con le quali possiamo costruire infinite frasi. Il modo nel quale li combiniamo è solo apparentemente semplice. Fu Chomsky negli anni '50 a catturare lo schema matematico che soggiace a questa capacità, la sintassi. Una delle sorprese maggiori fu che l'ordine lineare delle parole in una frase non conta: quello che conta sono relazioni molto più astratte e complesse, talmente complesse che, se non fossimo dotati di una griglia biologicamente determinata, da bambini commetteremmo molti più errori. Ed è una griglia che deve valere per tutte le lingue perché ogni bambina o bambino può apprenderne una (o più) qualsiasi nello stesso tempo senza sforzo, spontaneamente». Lei ha creato lingue impossibili per dimostrare che, contrariamente a quel che si pensava, i linguaggi non sono infiniti. Dove sono i confini di Babele? «Lo scopo della creazione di lingue impossibili, cioè lingue che non ubbidiscono alle leggi matematiche comuni a tutte le lingue era di vedere se queste leggi avessero natura convenzionale e arbitraria. Abbiamo misurato cosa accade in un cervello umano quando si apprende una lingua nuova fatta di regole impossibili, cioè di regole che si basano sull'ordine lineare delle parole. Il risultato è che il cervello reagisce in modo completamente diverso: la differenza tra lingue impossibili e possibili, dunque, è profondamente radicata nell'architettura neurobiologica del cervello, anzi le lingue possibili sono un'espressione del cervello, come se la carne si fosse fatta logos. I confini di Babele sono il vero obiettivo della ricerca: definire la classe delle lingue umane impossibili; quelle possibili sono poi il prodotto di fattori storici e culturali e anche del caso ma non sono predicibili». Questo dimostra che la biologia non spiega tutto. «Esattamente. La biologia spiega solo il limite della variazione e individua lo spartiacque tra lingue impossibili e possibili. Come poi si realizzano i casi particolari di lingue possibili non può essere spiegato dalla biologia ma, appunto, dalla storia, dalla cultura e, parzialmente, anche dal caso. Ma la cosa principale che la biologia non spiega è quale sia la capacità creativa di un individuo di scegliere determinate parole per esprimere determinati pensieri. Questa capacità fu colta già da Cartesio e, come dice spesso Chomsky, costituisce un mistero la comprensione del quale non è detto sia alla portata della nostra specie». Perché solo l'uomo ha il coraggio - e la capacità - di dire io? «Questa domanda tocca un problema duplice e attualissimo. Sono due, infatti, gli enti che potrebbero competere con noi nella capacità di dire io: le macchine e gli animali. È importante distinguerli perché, come fece notare Jeoshua Bar-Hillel, negli anni cinquanta del secolo scorso venivano dati come indistinti includendo gli esseri umani come animali. Oggi questa confusione che sembrava risolta è ritornata. Il primo errore sta nell'attribuire alle macchine la capacità di parlare. Le macchine possono solo simulare su base statistica un comportamento verbale umano ma non hanno intenzioni, coscienza. Ovviamente, se si spaccia la simulazione per comprensione si crea enorme confusione: il sospetto è che tanta parte della propaganda attuale su 'intelligenza artificiale', 'nativi digitali', ' neural engines' sia semplicemente una riuscitissima trovata pubblicitaria per giustificare nuovi bisogni e creare una classe di consumatori. Per quanto riguarda gli animali il discorso è molto più delicato. Non si può escludere che, data una definizione minima di coscienza, tutti gli animali ne siano provvisti ma certamente nessun animale possiede la sintassi. La manifestazione della coscienza, tuttavia, non è sufficiente per poter attribuire la capacità di dare un nome a se stessi e tantomeno di avere il coraggio di farlo. D'altronde la parola coraggio si aggancia etimologicamente al cuore; come dire: non basta solo il cervello. Per avere il coraggio di dire io, ci vuole tutto».

Per la Versione si prepara un grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung) per le prossime settimane. Scrivete suggerimenti, considerazioni, osservazioni critiche a lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.   

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Non perdetevi l’intervista di oggi con Farhad Bitani, scrittore ed educatore afghano.