L'80 per cento è vaccinato

Raggiunto stamattina alle 6 il target dell'80% degli over 12 con due dosi. Guerriglia a Roma, modello Capitol Hill. Irruzione alla Cgil. Disagio 5 Stelle. In piazza contro la Polexit. Parte il Sinodo

Stamattina alle 6 è arrivato il dato che conferma l’obiettivo posto da Figliuolo per la fine di settembre: l’ottanta per cento degli italiani, con più di 12 anni, sono vaccinati con prima e seconda dose. 43 milioni e 220 mila persone. Comunque un traguardo raggiunto che si vede nel calo continuo del contagio e nel ritorno alla vita normale. Nonostante che una buona fetta di intellettuali e opinionisti tv, nella finzione di un dibattito fra due posizioni falsamente equivalenti, si siano pesantemente schierati contro la vaccinazione e il Green pass, gli italiani ne stanno uscendo, con grande responsabilità. E fra mille difficoltà. Gli andrebbe riconosciuto.  

Ieri ci sono stati gravi disordini a Roma nella manifestazione anti green pass sui luoghi di lavoro, alla vigilia dell’obbligo che scatta venerdì 15. L’assalto alla sede della CGIL è stato in stile Capitol Hill, del resto era stato evocato, prima, in piazza del Popolo, quell’esempio. I manifestanti hanno bastonato chi proteggeva la sede nazionale del sindacato, rotto finestre e porte, e hanno fatto irruzione. Sul Messaggero ci sono foto in cui poi i No Green pass si aggirano a torso nudo per i corridoi. Dopo l'attacco, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato al segretario generale della Cgil, Maurizio Landini per esprimere solidarietà. Lo stesso ha fatto Draghi. Nessuna auto critica dai partiti di destra, che anzi imputano alla Lamorgese una cattiva gestione della guerriglia nella Capitale.

La politica si cura ancora le ferite del primo turno delle amministrative. In particolare c’è molta agitazione nei 5 Stelle, perché alla fine il voto di Roma mette tutti a disagio. Roberta Lombardi, l'ex deputata oggi assessore della Regione Lazio, lancia un appello a tutto il Movimento per il ballottaggio nella Capitale a favore di Gualtieri, in una lettera pubblicata sulla Stampa. Mentre, guarda caso, proprio al contiano Fatto parla Gualtieri che promette: “Porterò avanti il lavoro di Conte-Raggi". Sul Messaggero un retroscena attribuisce alla Raggi l’intenzione di preparare il suo movimento. Questi tre articoli li trovate nei pdf.

Dall’estero tre temi su tutti: l’emergenza profughi piombata sull’Europa, con la tentazione della Polexit contro cui oggi vanno in piazza a Varsavia. Il baricentro della politica Usa spostato sul Pacifico. Il buio calato sul Libano, esausto e senza risorse.

Il Papa, con una solenne celebrazione in san Pietro, apre stamattina il Sinodo. Francesco indica tre parole-chiave: comunione, partecipazione e missione per la Chiesa del futuro. L’occasione, ha detto ieri, «non è un parlamento, ma un momento ecclesiale irrinunciabile al quale è chiamato ciascuno di noi».  

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

L’assalto alla Capitale dei No Vax è un tema dominante. Icastico il titolo del Manifesto: Marci su Roma. Per Libero è: La guerra dei cretini. La Repubblica usa un termine da ventennio: Assalto squadrista al lavoro. E La Stampa fa la stessa scelta: Squadrismo nero, assalto alla Capitale. Più neutro il Corriere della Sera che pure non nasconde la gravità dei disordini: La guerriglia urbana dei no vax. Il Mattino condanna: Non Passeranno. Il Messaggero commenta: Follia no Green pass. Il Giornale è oggettivo: Violenza No Green pass. Il Fatto minimizza le violenze: Green pass: piazze piene e coccodrilli. La Verità preferisce oggi tematizzare una sua notizia esclusiva sullo scandalo dell’avvocato indagato: «Con Conte abbiamo un premier amico». Ecco l’sms di Di Donna ai suoi clienti. Altro caso politico- giudiziario lo solleva il Domani che apre su due dirigenti laziali “fratelli di loggia”, mentre nel Carroccio è vietata l’appartenenza: Nella Lega c’è anche la massoneria. Il caso imbarazza Salvini e Durigon. Sull’economia vanno il Quotidiano Nazionale che racconta: Il piano per tagliare le micro tasse. E il Sole 24 Ore: Pnrr a rilento, ripartito il 50% dei fondi. Avvenire dedica il titolo in prima pagina all’apertura del Sinodo, oggi a Roma: La strada è aperta.

ROMA IN OSTAGGIO DEI NO VAX

Sabato di manifestazioni violente a Roma, in nome della protesta contro il green pass. La cronaca di Rinaldo Frignani sul Corriere.

«L'allarme dell'ambasciata americana risuona in via Veneto mentre qualche decina di metri più avanti la polizia risponde con raffiche di lacrimogeni alle bombe carta dei no green pass. «State lontani dalle finestre, rimanete al coperto, attendete istruzioni», ordina al personale diplomatico una voce registrata in inglese nei cortili di Palazzo Margherita. A meno di 500 metri, circa 600 estremisti di destra, di Forza Nuova e non solo, al grido «Traditori e venduti!», avevano già assaltato e devastato la storica sede della Cgil in corso d'Italia, dopo aver aggredito a bastonate quattro poliziotti di guardia. Uno dei momenti peggiori di un sabato di violenza, di guerriglia urbana nel centro della Capitale, cominciato alle 15 con la manifestazione più numerosa dall'inizio delle proteste contro l'obbligo del lasciapassare verde, con oltre 10 mila persone in piazza del Popolo, e concluso in serata con altre cariche della polizia per disperdere un centinaio di incappucciati, qualcuno ultrà di Forza Nuova, che avevano tirato contro gli agenti bottiglie, sampietrini e perfino pale presi da un cantiere. In mezzo, per ore, l'assedio a suon di petardi di migliaia di no green pass e no vax a Palazzo Chigi e a Montecitorio, una marea umana che ha oltrepassato i cordoni di sicurezza a Villa Borghese, via Veneto, piazza Barberini e via del Tritone, davanti a turisti e romani in centro per la movida e lo shopping: il fumo acre dei lacrimogeni è arrivato perfino a Fontana di Trevi, affollata come sempre, e prima ancora ha costretto famiglie con bambini a trovare rifugio nei grandi magazzini o negli androni dei palazzi. Prima di mezzanotte il bilancio era di quattro arrestati, alcuni poliziotti feriti e altri contusi, compreso qualche manifestante. Oggi però potrebbero esserci sviluppi nelle indagini: la Digos è al lavoro con la Scientifica per analizzare centinaia di filmati, fra quelli pubblicati sui social e quelli della videosorveglianza, per identificare i violenti. In molti sono stati portati in ufficio, fra loro anche il leader romano di Fn Giuliano Castellino, già sorvegliato speciale. Così come a Milano dove la manifestazione contro il pass - a differenza di Roma non autorizzata dalla Questura -, alla quale hanno preso parte 5mila persone, si è spostata in corteo da corso Buenos Aires alla stazione Centrale, con l'obiettivo di occupare i binari e bloccare i treni. Ma il presidio delle forze dell'ordine ha fatto fallire il piano: quattro fermi e tre feriti (un agente, più due manifestanti urtati da veicoli mentre occupavano di proposito la strada a corso Venezia e piazza San Gioacchino). Secondo la Questura c'è stato anche un blitz tentato alla Galleria da piazza Duomo, ma è stato respinto. A Roma che sarebbe stata una giornata ad alta tensione si è capito subito, quando in piazza del Popolo si sono radunate più persone di quelle preavvisate dagli organizzatori (appena un migliaio), mentre all'altra manifestazione no green pass alla Bocca della Verità non c'era quasi nessuno dei 3mila annunciati. Fra gli interventi dal palco anche quello di Castellino, più volte denunciato negli ultimi mesi a margine di scontri e tafferugli in occasione di queste iniziative. Presente anche il fondatore di Fn, Roberto Fiore. Già alle 16 a migliaia, provenienti anche da fuori Roma (campani e veneti, con la bandiera della Serenissima) hanno cominciato a premere sui blocchi di via del Corso e via del Babuino. «Montecitorio!», hanno preteso a gran voce, sedendosi per terra. La richiesta è stata respinta dai responsabili dell'ordine pubblico che avrebbero invece concesso un corteo all'interno di Villa Borghese, «per consentire ai manifestanti pacifici di esprimere il loro dissenso». Non tutti hanno accettato, ma in più di 5mila si sono spostati nel parco per fermarsi a piazzale Brasile, prima di via Veneto. I blindati di polizia e Finanza, messi di traverso, non sono bastati per scoraggiare chi protestava che ha invece aggirato l'ostacolo passando per il parco, davanti alla Casa del Cinema. Qui il primo scontro con gli agenti, con lo stesso Castellino contuso alla testa da una pietra e le forze dell'ordine scavalcate dalla folla: una parte si è diretta verso la Cgil e ha occupato gli uffici del sindacato, mentre il grosso è sceso per la strada della Dolce Vita, ha sfilato davanti all'ambasciata Usa e infine occupato piazza Barberini dopo un secondo tafferuglio con la polizia. I lacrimogeni, sparati in grande quantità, non sono stati sufficienti per arrestare la marcia dei no green pass che hanno preso possesso di via del Tritone per piombare in un attimo a largo Chigi e piazza Colonna. L 'assedio ai palazzi del potere è durato fino alle 22. I negozi erano già stati chiusi, come la Galleria Alberto Sordi, mentre via del Corso è rimasta spezzata in due dai blindati delle forze dell'ordine che nel frattempo avevano circondato i manifestanti a largo Chigi, utilizzando gli idranti per bloccare qualsiasi tentativo di assalto. A ogni abbozzo di carica i turisti fuggivano nei vicoli rischiando di farsi male. Traffico paralizzato in tutto il centro, fino al Flaminio e ai Parioli. Dopo il tramonto la protesta si è spostata in via del Parlamento: qualche centinaio di no green pass, sempre con Castellino in testa, ha tentato più di una sortita verso Montecitorio, ma ha fallito. E allora l'obiettivo principale sono tornati a essere gli agenti contro i quali è stato tirato di tutto, prima che gli incappucciati sparissero nel buio».

Nel commento di prima pagina sempre sul Corriere della Sera la condanna di Fiorenza Sarzanini.

«Le scene dei manifestanti che protestano contro l'obbligo di green pass tentando l'attacco ai palazzi delle istituzioni sono immagini che sfregiano un intero Paese. Ma soprattutto offendono le vittime di questa pandemia, i cittadini che si sono ammalati e ancora portano i segni e le conseguenze del virus. Per una giornata Roma, la capitale d'Italia, è stata ostaggio di poche centinaia di violenti che sono riusciti ad aggregare migliaia di persone. La risposta delle forze dell'ordine è apparsa inadeguata, debole rispetto alla minaccia. L'assalto alla sede della Cgil è un'azione intollerabile, la dimostrazione che la protesta ha passato il segno. Anche perché rende visibili gli effetti della degenerazione che può causare. Da giorni le forze politiche - comprese quelle che sostengono il governo Draghi - si fronteggiano sull'obbligo di green pass. E in alcuni casi sembrano fomentare o addirittura sfruttare il malcontento di una parte dei cittadini che rifiutano il vaccino. Decidere di non immunizzarsi è un diritto, almeno fino a che non dovesse essere ritenuto necessario imporlo con una legge. Ma in questa situazione di emergenza sanitaria deve prevalere il diritto di chi invece non vuole ammalarsi e per questo si è già sottoposto alla doppia dose, pronto - se necessario - alla terza».

Alessandro Sallusti su Libero cerca di distinguere fra i violenti in piazza e chi è contrario al vaccino o al green pass.

«Io non so se i cretini che hanno devastato ieri Roma siano di destra o di sinistra. So che sono dei cretini che nulla hanno che fare con gli italiani paurosi del vaccino o scettici sull'obbligatorietà del green pass. E lo ripeto, sono cretini che si sentono meno cretini perché cattivi maestri del giornalismo- molti dei quali star delle reti televisive - e della cultura gli ripetono da mesi che loro sono quelli intelligenti del Paese e noi moderati siamo dei servi di Draghi e delle multinazionali. "No green pass, diritto al lavoro", urlavano ieri con le spranghe e le molotov in mano gente che nella maggior parte non ha mai lavorato un giorno in vita sua, non nel senso che comunemente si intende. Non cadiamo nel tranello della disinformazione. Quello che è successo ieri a Roma non ha nulla a che fare con le diverse e tutte legittime opinioni sulla ricetta di contrasto al Covid. Sprangatori e picchiatori sono mercenari che sprangano e picchiano a chiamata e pure gratis perché non solo nessuno mai li pagherebbe, ma perché non sanno fare altro. E quelli di loro che si danno una patente di destra, senza avere superato alcun esame, sono i più cretini di tutti perché inquinano le nostre idee. Come dimostra in questa pagina Pietro Senaldi, i vaccini e il Green pass hanno funzionato al punto che stiamo davvero per uscire dalla emergenza sanitaria ed economica. Fin dall'inizio della pandemia la gestione dell'emergenza, in quanto sconosciuta e quindi senza precedenti, è stata un work in progress. Si prova una strada, se funziona lá si segue altrimenti la si modifica. Ecco, se serve cambiare in corsa le regole del green pass perché lo chiedono lavoratori e imprenditori, nessun problema. Ma questo non giustifica le violenze viste ieri a Roma. Chi pensa di cambiare le regole sprangando la polizia impedisce il cambiamento. Perché nessuna persona civile vorrà mai stare dalla sua parte, né sarà mai un eroe per chicchessia».

POLEMICHE IN VISTA DELL’OBBLIGO SUL LAVORO

Sull’attuazione dell’obbligo del green pass sui luoghi di lavoro, ieri i presidenti di Regione Zaia e Fedriga avevano lanciato un ultimo appello al governo per test veloci da far fare alle aziende. E tuttavia sia i sindacati che gli imprenditori si dicono pronti. Il governo tira dritto. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Il 15 ottobre il Green Pass entrerà in vigore esattamente come è stato congegnato. Nessuna deroga. Nessun aggiustamento. Nessuna mano tesa a Matteo Salvini. Certo, per il futuro si approfondirà con gli scienziati l'opzione di allungare a 72 ore la validità del tampone antigenico, già scartata soltanto poche settimane fa. Si vedrà se prevedere tra qualche tempo alcuni tipi di test salivari rapidi per le scuole. Ma una cosa è certa: per adesso Mario Draghi ha scelto una linea e non intende rinnegarla. Promette anzi «impegno per portare a termine la campagna vaccinale» e ringrazia i milioni che hanno già «aderito con senso civico». L'obiettivo è difendere il certificato vaccinale e incrementare le vaccinazioni. Lo strumento funziona e garantisce la ripresa. «La carta verde è il pilastro della strategia anti-Covid del governo - sostiene Roberto Speranza - Ha permesso le riaperture. Il Green Pass non va indebolito». E sì che il leader della Lega ci prova, a indebolirlo. Nel giorno in cui il centro di Roma viene preso d'assalto da frange No Vax e di estrema destra che si oppongono al passaporto vaccinale, Salvini torna all'attacco del Green Pass e chiede di aumentare a 72 ore la validità del tampone antigenico. Significa per un lavoratore passare da 2-3 test a settimana a 1 o 2 al massimo, indebolendo la spinta a favore dei vaccini. In realtà, l'argomento fu già dibattuto a livello scientifico e di governo soltanto poco tempo fa. In consiglio dei ministri fu Giancarlo Giorgetti a sollevare la questione. L'indicazione arrivò dopo un tavolo con il ministero della Salute, l'Aifa e l'Iss: il limite dei tre giorni valga per il test molecolare (il cui risultato richiede comunque molte ore), non per quello rapido antigenico. Troppo rischioso renderlo valido per 72 ore, perché c'è il tempo di contagiarsi e diventare infettivi. Un principio da affermare ancora di più adesso, visto che in quasi tutti i luoghi di lavoro, di trasporto e di svago viene allentata o cancellata la regola del distanziamento. La questione è ovviamente anche politica. I governatori leghisti - capitanati da Luca Zaia - si mostrano in sintonia con Salvini, per la prima volta dopo mesi. E criticano una svolta - quella del Green Pass - che loro stessi avevano collaborato a imporre nonostante l'opinione del leader. Non sono in ogni caso argomenti che fanno breccia nell'esecutivo. O che scalfiscono Draghi. Lo conferma Maria Stella Gelmini, che gestisce il delicato rapporto con gli enti locali: «Massima considerazione delle opinioni dei governatori - premette - ma l'esecutivo ha puntato tutto sui vaccini. Le dosi ci sono, le Regioni rispondono celermente alle prenotazioni. Chi voleva immunizzarsi, ha avuto il tempo di farlo. Per agevolare le aziende abbiamo previsto che si possa chiedere il passaporto fin dall'11 ottobre. Oggi l'interesse pubblico è di spingere al massimo per l'immunizzazione». Dal 15 ottobre il governo si aspetta infatti un incremento delle prime dosi giornaliere, già passate da 50 a 70 mila quotidiane con il solo annuncio dell'estensione del cer tificato verde per i luoghi di lavoro. L'85% degli italiani ha già ricevuto almeno una dose, il traguardo da tagliare è quello del 90% della popolazione over 12 vaccinabile. E quindi, avanti senza deroghe. Il generale Figliuolo lavora per fornire i numeri reali dei non vaccinati, che dovrebbero essere inferiori a quelli indicati dai governatori leghisti. I ministri Brunetta e Orlando preparano le linee guida per i controlli nella Pubblica amministrazione e nelle aziende private, che puntano a smontare la tesi che al 15 ottobre il caos sarà inevitabile. Soltanto in prospettiva, si ragionerà sull'estensione di alcuni test salivari non molecolari, in particolare in ambito scolastico per gli studenti under 12 che non possono ancora vaccinarsi. Sempre tenendo presente un dato: a differenza di quelli salivari molecolari - che già oggi sono validi per ottenere il certificato vaccinale - quelli rapidi che non passano dal laboratorio sono precisi solo al 50%, "bucano" molti positivi e non sono considerati un criterio valido per concedere il Green Pass nel resto d'Europa. C'è poi un dato politico da non sottovalutare. Draghi non sembra aver voglia di concedere nulla a Salvini su questo terreno. A fatica ha siglato un'intesa con i sindacati, che chiedevano tamponi gratuiti e hanno dovuto incassare una sconfitta. Certo, si registrano alcune voci critiche anche tra gli industriali, ma la linea dei vertici di Confindustria è quella della fermezza. Musica per le orecchie di Palazzo Chigi. Che d'altra parte ha già fatto i conti, in passato, con alcune fosche previsioni avanzate dopo l'estensione del Green Pass in ristoranti e trasporti, che si sono poi rivelate infondate. Resta infine congelata anche l'opzione di imporre un obbligo vaccinale di legge, rilanciato ieri da Forza Italia. Ai vertici dell'esecutivo non se ne rintraccia, almeno per adesso, la necessità. La curva epidemiologica è infatti in calo, la variante dominante è stabilmente quella Delta e la campagna vaccinale non si arresta. Basta il Green Pass, insomma».

COVID. RENZI VUOLE UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Laura Cesaretti sul Giornale intervista Matteo Renzi che torna a chiedere una commissione d’inchiesta su quello che è accaduto nelle prime settimane della pandemia.  

«Draghi riapre tutto e dice che grazie ai vaccini possiamo iniziare a guardare oltre il Covid. Lei intanto chiede una commissione di inchiesta sulla questione degli appalti Covid: «Peggio di Tangentopoli», dice. Perché? «Draghi ha ragione. Ma proprio adesso che ci stiamo mettendo alle spalle un disastro senza precedenti, e con 132mila morti, dobbiamo pretendere parole di verità su ciò che è successo. Ci sono troppe opacità negli appalti milionari assegnati dalla gestione commissariale, ed è sacrosanto che la politica verifichi se qualcosa non ha funzionato. Non è andato tutto bene. Ed è sacrosanto capire cosa. Se qualcuno ha rubato sulle mascherine o ha commesso reati mentre l'Italia non aveva mascherine e ventilatori, quel qualcuno deve pagare. Perché rubare è un reato odioso e insopportabile, ma se oltre a rubare ti approfitti di un paese in ginocchio, quello diventa alto tradimento, contro l'Italia e contro gli italiani». Quindi l'inchiesta per traffico di influenze su Luca Di Donna, con contorno di generali, sarebbe solo la punta di un iceberg? «Non tocca a me verificarlo. Se fosse vero che hanno restituito delle mascherine perché l'accordo con determinati legali non è stato perfezionato, sarebbe gravissimo. Ma siccome siamo garantisti, aspettiamo che decidano i magistrati. Quello che non possiamo aspettare, invece, è il giudizio politico su una vicenda che coinvolge il commissario scelto da Conte, con personale dei servizi la cui delega aveva Conte, nello studio del mentore di Conte, nell'ufficio del collega di Conte. Il partito di Conte ha qualcosa da dire, o a forza di urlare onestà hanno perso la voce e sono diventati improvvisamente afoni?». L'avvocato Di Donna (anche lui dello studio Alpa) veniva spesso citato come figura chiave del cerchio magico contiano. Ora però Conte smentisce recisamente di averlo frequentato da premier. Ci crede? «Conte dice di non aver avuto rapporti con Di Donna quando era a Palazzo Chigi. Arcuri smentisce frequentazioni con Di Donna. Sul Conte Ter alla fine scopriremo che ha fatto tutto Ciampolillo. Sinceramente mi sembra tutto poco credibile. Ma alla fine mi interessa il giusto: sono così felice di aver aperto la crisi e di aver mandato a casa Conte, sostituendolo con Draghi, e Arcuri sostituito da Figliuolo, che questo scaricabarile non mi appassiona. Oggi l'Italia è più forte di prima, ed è merito anche di Italia viva, non del giro Di Donna». La «Bestia» di Morisi la ha spesso messa nel mirino, ma lei oggi gli esprime solidarietà. Perché? «Morisi è stato ispiratore di tante campagne di manganellamento mediatico contro il sottoscritto e contro molti miei amici. Ma l'accanimento contro la sua vita privata è incivile. Non è giusto finire sui giornali solo perché partecipi a un incontro gay o per scelte personali in cui nessuno ha il diritto di mettere il naso. Da avversario politico, gli esprimo solidarietà: i suoi fatti privati dovevano restare tali. E se la Bestia ha massacrato mediaticamente alcuni di noi, questo non giustifica una reazione uguale e inversa. Occhio per occhio, dente per dente significa aderire alla legge del taglione, non a quella della civiltà. E noi non siamo bestie: basta con l'accanimento mediatico basato su notizie prive di rilievo penale. Basta».

MICHETTI ANTI SEMITA?

Proprio nel giorno in cui la piazza No Vax sembra egemonizzata dagli estremisti di destra, scoppia la polemica sull’anti-semitismo del candidato del centro destra Michetti, che cerca i voti per il prossimo ballottaggio. Giovanna Casadio per Repubblica.

«Bufera su Enrico Michetti per le parole sulla Shoah. Il candidato del centrodestra nella sfida per il Campidoglio ha fatto affermazioni, poco più di un anno fa, che rivelano un grave pregiudizio antisemita. È il Manifesto a ripescare quelle frasi: «Mi chiedo perché la stessa pietà non viene rivolta ai morti ammazzati nelle foibe, nei campi profughi, negli eccidi di massa forse perché non possedevano banche». Le scuse arrivano a stretto giro: «La Shoah è il punto più basso della storia. Mai più antisemitismo», dice adesso Michetti. Ma non basta a placare la polemica sui social. E la presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello è netta: «Le parole di Michetti sono pericolose e nascondono un inquietante pregiudizio». Ancora più dura la presidente dell'Unione delle comunità ebraiche, Noemi Di Segni: «Il pensiero che le nostre istituzioni cittadine siano guidate da persone il cui pensiero è intriso da pregiudizi fa tremare». Il tornado si abbatte sul dibattito politico già teso per il ballottaggio. La partita per la Capitale è strettamente intrecciata con quella che si sta giocando dentro i 5Stelle. Virginia Raggi, la sindaca uscente e sconfitta - ma con una sua dote di oltre il 18% di voti - rivendica un ruolo. L'altro ieri ha invitato il candidato del centrodestra Enrico Michetti a prendere un caffè in Campidoglio, domani sarà la volta di Roberto Gualtieri lo sfidante del centrosinistra. Nessun endorsement in vista. I pentastellati romani sono divisi. Nella loro chat c'è una frangia che propone di scrivere sulla scheda ancora il nome di Raggi. Ma c'è anche chi si schiera, come Paolo Ferrara, fedelissimo di Raggi, che ha parole di apprezzamento per Gualtieri. E se Raggi portasse invece a destra il suo tesoretto di voti, anche in funzione anti-Conte? Il sospetto c'è, in parte del Pd e nello stesso M5S. Ma Raggi fa sapere che sente l'ex premier quotidianamente e che lo vedrà in settimana. Comunque Giuseppe Conte ne è (quasi) certo: Michetti non è favorito nella corsa al Campidoglio. Il leader del M5S torna sul ballottaggio di domenica e lunedì prossimo: «Non ho la palla di vetro... però non vedo l'interprete delle politiche di destra favorito». Fa il paio con le frasi all'indomani del voto, in cui Conte chiariva che non batte a destra il cuore grillino. Segnali timidi al centrosinistra, non certo indicazioni di voto».

Moni Ovadia, attore, cantante e scrittore di origine ebraica, scrive sulla prima pagina del Manifesto:

«Le dichiarazioni del candidato sindaco dell'Urbe della destra Michetti, colpiscono per l'infimo livello del suo antisemitismo: per rozzezza metterebbe in difficoltà gli antisemiti di razza. Dunque la tragedia della Shoah, della distruzione degli ebrei d'Europa, progettata dai nazisti con la fattiva collaborazione di tutti i fascisti d'Europa, compresi i fascisti italiani - non il popolo, i fascisti - godrebbe nelle manifestazioni della memoria di soverchia attenzione da parte dei buonisti, rispetto al dramma delle foibe, per la ragione che gli ebrei hanno le banche. Le ceneri di sei milioni di «banchieri» di cui un milione e mezzo di bambini urlano. Con i deportati e i morti del ghetto di Roma, i più romani de Roma. Questo politico da «generone romano» non prova pietà per le vittime delle foibe né per il dramma degli esuli istriani, perché il suo unico scopo è raschiare voti - non è forse stata Fd'I a guida Meloni che ha presentare in Parlamento una legge di fatto negazionista che chiede l'equiparazione delle foibe alla Shoah? Tutto ciò è vile. Gli unici che non hanno titolo di commemorare le vittime delle foibe sono i fascisti e i loro eredi. Se i fascisti italiani non avessero invaso le terre della Jugoslavia con i nazisti e, servendosi della complicità degli ustascia fascisti croati , non avessero commesso atrocità rimaste cancellate e impunite - pulizie etniche, stragi, stupri, campi di concentramento -- le tristi vendette delle foibe non ci sarebbero mai state. I morti delle foibe, gli esuli istriani meritano giustizia, cordoglio e memoria. I fascisti tacciano e meditino sui loro crimini. L'Italia e Roma non hanno bisogno di squallidi clown che cavalcano l'antisemitismo».

DRAGHI E IL FUTURO DEL CENTRODESTRA

Antonio Socci su Libero, prendendo ancora le mosse dalla polemica sulle misure eccezionali per combattere il Covid, analizza il rapporto di Draghi col centrodestra:

«Draghi non ha un atteggiamento arrogante. Ha subito cercato (e trovato) il dialogo con Salvini, come con i sindacati. Lui è una singolare sintesi di decisionismo tecnocratico e disponibilità democristiana. Ma il suo, votato da una maggioranza di unità nazionale, è un governo tecnico o politico? Il presidente Mattarella alla nascita lo definì «governo di alto profilo» determinato dall'emergenza pandemica in corso ed è la migliore definizione. In effetti è molto diverso dal governo Monti. I cosiddetti "governi tecnici" sono esperimenti del passato che volevano essere "la soluzione" e invece hanno aggravato il problema. Lorenzo Castellani, nel libro "L'ingranaggio del potere", del 2020, fa questa ricostruzione storica: «I regimi politici che chiamiamo democrazie liberali si sono progressivamente trasformati in un sistema sempre più complesso, e questa trasformazione ha visto aumentare lo spazio della tecnocrazia, fondata sul principio di competenza, a danno della politica rappresentativa, fondata sul principio democratico. Lo ha spiegato bene il giurista Sabino Cassese, secondo il quale nelle democrazie moderne esiste "un'area non rappresentativa" che, "esprimendo competenze, incarna un bisogno sempre più sentito nelle società contemporanee: quello di correggere la scelta del popolo con quella dei competenti». Il concetto di "correzione" del voto popolare tramite i "competenti" appare molto indigesto e sembra descrivere proprio il caso del governo Monti (peraltro i "competenti" in quel caso ebbero risultati disastrosi). Castellani aggiunge che «questo principio aristocratico -gerarchico convive con il principio democratico-rappresentativo di cui, negli ultimi decenni, ha progressivamente eroso significativi spazi». Il citato Sabino Cassese, nel libro "La democrazia e i suoi limiti", sottolinea che si tratta di «un tema complesso che diventerà sempre più fondamentale in futuro». E segnala, per esempio, la «continua tensione, particolarmente evidente nei rapporti tra politica e giustizia, ma presente anche in quelli tra politica e amministrazione». Cassese aggiunge che «la storia della democrazia è piena di tentativi degli organi rappresentativi di asservire quelli non rappresentativi». Ma giustamente non cita - a questo proposito- il caso italiano dove semmai viviamo da anni il rischio opposto. Solitamente si ritiene che dal 1992 in Italia siano rimasti due poteri forti: la magistratura e la presidenza della Repubblica. In realtà si sono aggiunti l'Unione europea e i cosiddetti Mercati che sostanzialmente hanno dettato legge a Parlamento e governi. Si fa fatica a vedere in atto, in questi decenni, quella "sovranità" che per la nostra Costituzione "appartiene al popolo" (tramite i suoi rappresentanti eletti), tanto che, anche in questi giorni, c'è stato bisogno di ricordare che "sono le Costituzioni nazionali a legittimare l'esistenza dell'Unione Europea e del suo diritto e non può essere il contrario" (dichiarazioni di ieri degli eurodeputati Rinaldi e Zanni). Il vero europeismo è questo, non quello a cui dà voce la Von der Leyen. In tale situazione si può ipotizzare che l'uomo che ha saputo realizzare l'"eresia" QE (avendo contro l'opinione pubblica tedesca), oggi, con il suo governo, porti al pieno ritorno dello Stato italiano e a una nuova legittimazione di governo e Parlamento? Si può sperare che - pur essendo nato per l'emergenza sanitaria ed economica - l'esecutivo Draghi ricostruisca quell'equilibrio dei poteri che la nostra Costituzione ha disegnato eche, negli ultimi decenni, si è offuscato? Sì. Possiamo sperarlo. Ancor più leggendo - su Domani - un articolo in cui Rino Formica scrive l'esatto opposto: «La crisi dei partiti ha investito le istituzioni, ed è una crisi che si vorrebbe risolvere dicendo che non c'è più destra e sinistra ma c'è l'istituzione. Questo porta a una novità: le istituzioni si fanno partito politico. Lo stato diventa partito e per risolvere i conflitti che sono dentro la società reale deve dire che non c'è destra e sinistra. C'è lo stato. Ecco la pericolosa tentazione che vediamo oggi quando il governo e il suo presidente del Consiglio sostengono il superamento di destra e sinistra... E il governo è la direzione generale del partito-stato... Ma questo esperimento è applicabile al sistema italiano? Ritengo di no. Lo sarebbe solo con l'abrogazione della dialettica democratica del paese». In realtà non è Draghi che sostiene il superamento di destra e sinistra e che abroga la dialettica democratica. La rappresentazione di Formica somiglia casomai all'Italia "commissariata" degli anni scorsi, fino al Covid. Quella che Draghi ha trovato. Il suo governo può rappresentare l'esatto contrario, cioè il ritorno dello Stato che ricostruisce le condizioni che poi permetteranno ai partiti di governare (dopo le elezioni) senza essere sopraffatti da altri poteri (mercati, Commissione europea, magistratura, burocrazia eccetera). È una scommessa audace. Il centrodestra di governo sta facendo precisamente questa scommessa. La strada per riportare l'Italia alla normalità è tortuosa e Draghi non può scoprire le sue carte (a Salvini ha detto: "fidati") perché sa che la partita, a Bruxelles, per riscrivere i parametri, è dura e complessa. Ma se non ci riesce lui chi può riuscirci? Si tratta di capire se può garantire meglio questo ritorno pieno dello Stato italiano e della nostra Costituzione dal Quirinale o da Palazzo Chigi».

5 STELLE, I DUBBI DI GRILLO

Se nel centro destra si discute fra governisti e oltranzisti, nei 5 Stelle le elezioni amministrative hanno fatto esplodere più di una contraddizione. Beppe Grillo, fino ad oggi assente, potrebbe tornare sulla scena. La cronaca di Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Un'ombra che si staglia sul Movimento: quella di Beppe Grillo. Il padre nobile dei Cinque Stelle è il convitato di pietra in uno dei momenti più tormentati e delicati della storia M5S. Evocato (dai parlamentari), discusso (dalla base), temuto (da una parte dei big che hanno paura di colpi di mano e cambi di rotta): il mondo dei pentastellati attende le mosse del garante. Lui, in occasione del compleanno del M5S, ha fatto un post che è stato letto nel Movimento tra l'evocativo e il polemico: «Dodici anni fa abbiamo fatto l'impossibile, ora dobbiamo fare il necessario». Si tratta di un invito ad andare avanti, anche se tra le righe c'è chi ha letto un ridimensionamento dei Cinque Stelle e del ruolo di Giuseppe Conte. Grillo - che continua dal suo blog a battere sui cavalli di battaglia storici dei Cinque Stelle - è stato chiamato in causa da deputati e senatori, che vedono il Movimento allo sbando o troppo schiacciato sui dem. Malesseri diffusi che affiorano anche in post pubblici, come quello di Sergio Battelli («Personalmente sono anche d'accordo con un'alleanza all'interno del fronte progressista, però deve essere chiaro che il Movimento deve avere una sua identità politica ben definita e non può essere in nessun caso la ruota di scorta del Partito democratico»). Ecco allora la necessità di tirare per la giacca il garante, di contrapporlo a Conte. Grillo stesso, sostengono i parlamentari, si sarebbe mostrato contrario all'idea di un'alleanza progressista con il Movimento socio di minoranza. Non solo. Ad alcuni avrebbe espresso «preoccupazione» per lo «spaesamento» dei Cinque Stelle, auspicando un allargamento della catena di comando a più voci, oltre ai contiani. C'è chi chiede un intervento, una presenza di Grillo a Roma. Non è escluso che il garante nelle prossime settimane dia un segno tangibile ai parlamentari e al presidente: più un gesto di vicinanza più che una volontà di contrapporsi. Conte rimane la carta da giocare per il rilancio dei pentastellati, anche l'etichetta di «mago di Oz» che Grillo ha riservato all'ex premier mostra la lontananza tra i due. C'è chi tifa per una ricomposizione nel medio periodo. Il garante è attendista: vuole seguire l'evolversi degli eventi, ma dalla giusta distanza. Anche perché ad attrarlo c'è il ritorno sulle scene. Grillo aveva pronto un nuovo show nella primavera 2020, uno spettacolo che è stato bloccato dalla pandemia. Ora, sostengono i ben informati, il garante del Movimento Cinque Stelle ci avrebbe rimesso mano, lo starebbe mettendo a punto in vista - situazione Covid permettendo - di una possibile tournée nei prossimi mesi. Insomma il Grillo showman al momento ha la precedenza sul Grillo politico. Le elezioni, d'altronde, sono ancora solo evocate e il fatto che tutti i parlamentari maturino la pensione a fine settembre 2022 lascia pensare che ci sia tempo per seguire una evoluzione del progetto contiano. Un'evoluzione che Grillo osserverà da un punto di vista privilegiato, forte anche di un comitato di garanzia rinnovato e fondato su tre big come Di Maio, Fico e Raggi. Al vaglio, soprattutto, la prossima agenda: con i parlamentari che chiedono un'identità forte, cavalli di battaglia in stile M5S per cui battersi».

Su Conte non grava solo la critica politica ma anche lo sviluppo del caso Di Donna. Trovate in pdf l’articolo di Giacomo Amadori sulla Verità che rivela nuovi particolari dell’inchiesta. Qui il commento di Maurizio Belpietro.

«Di una certa utilità sarebbe anche un dibattito sullo strabismo di giornali e tv, che in vista delle elezioni propongono ai propri lettori e telespettatori solo alcune storie e mai altre. A che cosa ci riferiamo? Beh, voi pensate che siano più interessanti le nottate di Luca Morisi e il saluto romano di Roberto Jonghi Lavarini o gli incarichi di centinaia di migliaia di euro ottenuti da un avvocato di nome Luca Di Donna, che il giorno in cui Giuseppe Conte fu nominato presidente del Consiglio, inviò ad amici e clienti un sms con scritto «Abbiamo un amico a Palazzo Chigi»? Non so voi, ma piuttosto che frugare fra le lenzuola di Morisi e inseguire le sceneggiate di un barone da operetta, io preferisco capire che cosa ci faceva un generale dei servizi segreti a un appuntamento in uno studio legale vicino all'ex premier mentre si parlava di contratti. Anzi, vi dico di più: fossi in Formigli, giornalista di provata esperienza che vuole fare piazza pulita, io a Di Donna, Conte, compagni e affari dedicherei una bella puntata.».

IL PUNTO SULLA CORSA AL QUIRINALE

Il Corriere della Sera propone un punto sulla corsa al Quirinale. Roberto Gressi.

«Il Quirinale prossimo venturo assomiglia a uno di quei rompicapo dove c'è uno che dice no ma vuol dire si, l'altro dice sì ma vuol dire no e un terzo che dice si e no, e alternativamente mente o dice la verità. Ma la ricerca della soluzione è in corso, tra primi contatti prudenti, piani A e piani B, e gimcane accorte che, in ogni caso, evitino il rischio di elezioni (troppo) anticipate. Tanto da far immaginare pronunciamenti precoci, da parte delle persone in odore di Quirinale, sull'assoluta necessità di portare a termine la legislatura. Matteo Salvini ha tutta l'intenzione di giocarsi la partita da protagonista, di «metterci la testa» e portare il centrodestra unito alla scelta finale. Proprio per questo, alle prime votazioni, porterà compatta la Lega a sostenere Silvio Berlusconi. Candidatura difficile, facendo e rifacendo i conti il pallottoliere lo lascia sotto di almeno quaranta voti anche quando, dopo la terza chiama, basterà la maggioranza assoluta di 505 grandi elettori. Senza trascurare poi che, con la legislatura agli sgoccioli, un presidente (di qualunque parte) che nascesse con una spallata potrebbe rivelarsi debole all'arrivo del nuovo Parlamento. Salvini intanto ha chiaro in testa che, a meno che non si apra la terra, non lascerà la maggioranza che sostiene Mario Draghi. Ci è entrato per affrontare la pandemia, per il Piano nazionale di ripresa e resilienza e proprio per cercare di dare le carte per il Quirinale, e intende restarci. Non crede alle elezioni anticipate, neanche nel caso in cui l'inquilino di Palazzo Chigi si trasferisse al Colle, ma sarebbe assai improbabile un suo sostegno al governo che ne seguirebbe, guidato magari dal ministro dell'Economia Daniele Franco. E con Giorgia Meloni si opporrebbe a una nuova legge elettorale di stampo proporzionale, mentre aprirebbe le porte al ritorno del «Mattarellum». Il leader della Lega non è il solo aspirante kingmaker, ce ne sono tanti, almeno quanti sono quelli che pensano che l'abito del nuovo presidente sia proprio ritagliato sulla loro figura. Nel Pd, per esempio, sono molti quelli che hanno un curriculum di tutto rispetto. È una delle ragioni che spinge il segretario Enrico Letta a camminare sulle uova. Anche perché proprio il risultato favorevole delle recenti elezioni, oltre a un numero risicato di grandi elettori, specie dopo la scissione renziana, rende molto difficile trovare una maggioranza qualificata pronta a regalargli il Colle. Lui resta incrollabile nella sua decisione: di Quirinale non parla fino a gennaio. Nel suo partito si fa notare la vicinanza con il presidente del Consiglio ma si invita anche a guardare i suoi primi movimenti di questi mesi. Due donne capogruppo alla Camera e al Senato, una donna nel consiglio di amministrazione della Rai, tre donne tra i garanti delle Agorà. E se, tra i suoi piani alternativi, ci fosse anche quello di proporre una donna per il colle più alto? Non potrebbe essere una figura di partito, ma un nome da tenere coperto fino all'ultimo minuto. I Cinque stelle rappresentano l'incognita più grande. In crisi alle amministrative, ma in Parlamento sono ancora un esercito, tanto da far pensare che non sia facile eleggere un presidente della Repubblica senza o contro di loro. Quale sarà la loro posizione resta al momento un rebus, anche perché Giuseppe Conte è ancora lontano dal tenere in mano il timone, mentre soffiano venti di scissione e con Beppe Grillo che potrebbe tirare fuori prima o poi una delle sue invenzioni spiazzanti. Tra gli osservatori si teme anche la riproposizione del ritornello secondo il quale «sostenere questo governo non ci conviene», ma l'idea che qualcuno coltiva di andare alle elezioni si scontra con sondaggi spaventosi. Sergio Mattarella intanto, come ha raccontato sul Corriere Tommaso Labate, cerca casa in affitto e ha più volte motivato il suo no ad un secondo mandato. Bastò un solo scrutinio per eleggere Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi, ma ce ne vollero ventitré per mandare al Colle Giovanni Leone. Se il Parlamento si incartasse e prima che i cittadini scoperchino Montecitorio, in quella casa bisognerebbe andare a cercarlo con il cappello in mano perché accetti di ritornare sulla sua decisione. Ma c'è anche chi lavora per un'altra soluzione. Italia viva è la formazione più attiva in questi primi vagiti della corsa alla presidenza. D'obbligo per loro il nome di Mario Draghi, che vedono però legato, soli insieme a Giorgia Meloni, alle elezioni anticipate. E allora l'altro piano contempla, non è un mistero, la ricerca di un consenso ampio per Pier Ferdinando Casini. Ma, qui è la novità, sono convinti che sia il centrodestra la formazione attualmente più qualificata per guidare la scelta. E allora il kingmaker, l'uomo che lo propone, dovrebbe essere Matteo Salvini. Elezioni a scadenza naturale, tempo per tutti per organizzare le alleanze, con un occhio anche al cambio della legge elettorale. Non facile per tanti, per esempio il Pd, digerire un'operazione di stampo troppo renziano e allora, soprattutto nel centrodestra ma non solo, si fanno nomi destinati semplicemente a fare numero. E nei corridoi spuntano anche voci sull'avvocata Paola Severino, che avrebbe però il problema che la legge che ha tenuto Berlusconi fuori dal Senato porta il suo nome».

OGGI LA MARCIA PERUGIA-ASSISI

60 anni dopo la prima marcia voluta da Aldo Capitini, torna oggi e in presenza la marcia Perugia-Assisi. Tema di quest’anno la cura, con lo sguardo rivolto ai vaccini per i Paesi poveri. Luca Liverani per Avvenire.

«Cura è il nuovo nome della pace. Nell’era della pandemia da Covid, è questo lo slogan scelto dal mondo di associazioni, movimenti e volontariato che riprende il cammino – finalmente in presenza – per rinnovare l’impegno a “prendersi cura” di disuguaglianze, povertà, clima, guerre dimenticate. Lo fa oggi, da Perugia ad Assisi, seguendo per 24 chilometri le orme di Aldo Capitini. Era il 1961, giusto 60 anni, quando il filosofo organizzò la prima Marcia per la pace e la fratellanza, insieme a tante donne e uomini di buona volontà. Proprio come oggi. Partenza dai Giardini del Frontone alle 9 per questa 24esima edizione. Arrivo sei ore dopo, alle 15, su alla Rocca della città di San Francesco. Prima dell’ultima salita, tappa al Sacro Convento di Assisi, dove i francescani saluteranno il fiume arcobaleno con i messaggi inviati da Papa Francesco e dai presidenti della Repubblica Sergio Mattarella e del Parlamento europeo David Sassoli. Marcia in presenza, dunque, dopo quella simbolica della catena umana del 2020. Ha ancora senso la Marcia per la pace? Alla vigilia, all’incontro a Palazzo dei Priori a Perugia, il coordinatore Flavio Lotti è convinto che ce ne sia «un estremo bisogno. Il mondo – dice – non fa abbastanza contro il cambiamento climatico, contro la pandemia, se solo il 3% degli africani sono vaccinati: le varianti nascono lì dove non abbiamo voluto portare i vaccini. Contro il nostro interesse». E poi i drammi «delle dodici guerre silenziate, più che dimenticate – sostiene Flavio Lotti – se non fosse per alcuni giornalisti coraggiosi, come i Nobel per la pace. La cura, l’I care, dunque, è il contrario dell’indifferenza. No alla competizione selvaggia, all’individualismo cieco. È il messaggio che Papa Francesco ha dato per la Giornata mondiale per la pace del 1° gennaio». Don Luigi Ciotti lo ribadisce forza: «Il senso della Marcia è costruire insieme la pace. Ma io auguro a tutti un conflitto, interiore, contro ogni pigrizia, delega, indifferenza, rassegnazione. Troppi vogliono vivere in pace, noi dobbiamo vivere per la pace. Auguro un conflitto contro la corruzione, le mafie, le ingiustizie». Don Ciotti denuncia «i 12 Paesi dell’Ue che chiedono di alzare muri. La sicurezza non viene dai muri, ma dai diritti per tutti. Una vergogna nella culla della civiltà. La stessa Ue che ha già dato miliardi all’Egitto che non ci ridà Zaki e non parla su Regeni. E a un altro dittatore in Turchia, per trattenere i migranti». Don Ciotti punta il dito contro «la grande emorragia di umanità nel nostro Paese, l’inerzia omicida di chi non ferma le stragi in mare, nuovo olocausto. Muri per fermare chi è costretto a fuggire, abbattuti invece per le merci e le armi». Il fondatore di Libera ricorda che «la libertà è un diritto che Dio ci ha donato. È la massima espressione della dignità che dobbiamo impegnare per dare libertà a chi non ce l’ha. Siamo piccoli e fragili, ma uniti possiamo fare grandi passi». La viceministra degli Esteri Marina Sereni ricorda di essere stata tante volte tra i marciatori «anche se ora sono, pro-tempore, membro del governo». Sottolinea la speranza data dai 400 giovani alla Conferenza di Milano sul clima in vista della Cop26 a Glasgow. E indica quali sono «le radici delle guerre che dobbiamo tagliare. Più che la cattiverie umane, sono radici fatte dalla povertà, dall’ignoranza, dal riscaldamento globale, dalle disuguaglianze sociali». Tanta strada da fare, molto più di questi 24 chilometri. Ma comunque una prima tappa indispensabile».

IL CAMPO PROFUGHI AI CONFINI DELL’EUROPA

Sul confine nord-orientale dell’Europa si sta consumando una tragedia nascosta, che con l’inverno può solo peggiorare. Ci sono già alcuni morti tra iracheni, siriani e afghani spinti nei boschi dalla Bielorussia e respinti o male accolti da Polonia e Lituania. Il drammatico racconto di Nello Scavo, inviato per Avvenire in Lituania.

«La guerra sui tre confini si combatte anche a colpi di ansiolitici somministrati dall’esercito bielorusso ai bambini migranti. Nella terra di nessuno tra Lituania, Polonia e Bielorussia capita che i militari di Vilnius debbano affidare ai rianimatori qualche piccolo profugo. «Hanno dato a noi e ai nostri figli delle pillole», raccontano nell’ospedale di Kabeliai i genitori iracheni. Non erano vitamine per sopportare il freddo. Anche se di freddo si muore: almeno 5 le vittime accertate finora, ma di decine di persone disperse nei boschi non si sa più nulla. Distribuiti dai militari bielorussi in dosi sconsiderate per grandi e piccoli, i tranquillanti assicurano che gli stranieri spinti armi in spalla dai corpi speciali non comincino a piangere nel bel mezzo del bosco, di notte, dove la Lituania sorveglia la frontiera con droni e sensori nascosti tra gli alberi. Quando colti sul fatto, comincia la sceneggiata: le forze bielorusse accendono le videocamere e spingono i migranti verso le pattuglie lituane disposte per impedirne il passaggio. Al resto pensa la propaganda di regime, che mostrerà il volto spietato dei Paesi Ue, senza cuore nemmeno davanti ai bimbi. Anche con queste "munizioni" il dittatore bielorusso Lukashenko sta tentando di far saltare i nervi a Polonia e Lituania come rappresaglia per le sanzioni dell’Unione Europea al regime di Minsk. Bisogna attraversare più volte i tre confini per farsi un’idea delle rispettive parti in tragedia. Vilnius parla di "aggressione ibrida". «Abbiamo a che fare con un’azione di massa organizzata e ben diretta da Minsk e Mosca», rincara il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki. Secondo Varsavia, a partire dal mese di agosto oltre 7mila migranti e profughi hanno tentato di varcare il confine. Oltre 4mila nella sola Lituania. Fatte le debite proporzioni (38 milioni sono gli abitanti in Polonia, meno di 2,8 i lituani) si capisce come questi numeri possano essere usati per suscitare allarme. Nell’Europa che teme l’arrivo di una massiccia ondata di rifugiati afghani, vengono piantati altri pali d’acciaio per chilometri, issando barriere anti-migranti che stanno trasformando i confini esterni in una trappola di aculei. Il "muro polacco" è alto fino a 4 metri, una recinzione simile a quella eretta dall’Ungheria di Orbán nel 2015. Varsavia schiera circa mille uomini in appoggio alle guardie di frontiera lungo i 400 chilometri, in gran parte foresta, che separano i due Paesi. La linea di demarcazione tra Lituania e Bielorussia è una continua serie di tornanti, colline, fossati, campi arati per 678 chilometri. Anche qui è in costruzione una barriera, mentre 258 chilometri vengono monitorati elettronicamente. Con l’invio di migranti «Lukashenko sta cercando di destabilizzare l’Ue, usando gli esseri umani in un atto di aggressione», va ripetendo la commissaria europea per gli Affari interni, Ylva Johansson. Venerdì sono arrivati nella capitale lituana 29,6 milioni di euro sui 37 stanziati dalla Commissione europea per aiutare il Paese ad affrontare l’arrivo di profughi. In gran parte si tratta di iracheni e siriani, ma stanno aumentando le domande d’asilo di afghani e perfino indiani e srilankesi. Dal Baltico a Kabul o Karthum sono oltre 5mila chilometri di odissea. Eppure sudanesi e afghani arrivano fino a qui. Le testimonianze raccolte dalle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite confermano come negli ultimi mesi siano stati agevolati, qualche volta anche in aereo, i viaggi dall’Oriente verso la Bielorussia. Una volta finiti nel limbo di Minsk, i profughi riappaiono lungo i sentieri che s’infrangono contro le reti metalliche finanziate da Bruxelles. Chi riesce a guadagnare il suolo della Ue dovrà affrontare altri disagi, e il rischio di una deportazione con volo diretto verso il Paese d’origine. Non tutti vogliono fermarsi dalle parti di Vilnius e c’è chi teme di restare prigioniero del regolamento di Dublino, che non offre scelta: o si presenta domanda d’asilo e si rimane in attesa obbligatoriamente nel Paese Ue di primo ingresso, oppure si è condannati alla clandestinità. I due iracheni Mohamad Wasim Hamid e Hamza Hayek Mahmud erano arrivati in Lituania dalla Bielorussia nella serata del 29 luglio, ma non hanno chiesto protezione internazionale. Avevano in mente di raggiungere la Germania o la Scandinavia. Pochi giorni fa sono stati condannati a 45 giorni di detenzione e verranno avviate le procedure per il rimpatrio. Dovranno attendere in un centro di accoglienza. In realtà, si tratta di accampamenti per la detenzione sorvegliati da militari incappucciati che perlustrano i dintorni con la mano sulla fondina. A Vilnius hanno riaperto un vecchio edificio abbandonato sulla collina dietro la linea ferroviaria. Il muro di cinta impedisce di vedere all’interno, ma chi riesce a visitarlo non ne è uscito contento. Lo stesso nelle tendopoli militari dove i profughi già fanno i conti con l’anticipo del sottozero invernale. L’ufficio statale del Difensore civico lituano non l’ha presa bene. Giovedì ha pubblicato un rapporto sulle condizioni di vita «disumane e degradanti» affrontate dai migranti irregolari. Le persone dormono in stanze umide, fredde e affollate. Mancano di cibo adeguato, acqua calda a sufficienza e farmaci. Il ministero dell’Interno ha rilasciato un commento, spiegando di non aver ancora letto il rapporto, ma «alcuni estratti pubblicati dai media portano alla conclusione che le informazioni contenute siano obsolete». Per il Difensore civico, «le condizioni di detenzione dei migranti irregolari in Lituania» sono un «trattamento disumano proibito dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Il 22 settembre quattro profughi sono morti di freddo e stenti sul confine tra Bielorussia e Polonia. Una quinta persona è deceduta poco più a Nord, dopo essere riuscita a raggiungere la Lituania. Ma per la fondazione umanitaria polacca Ocalenje le vittime potrebbero essere di più. Nella foresta di Usnarz Górny da quasi due mesi una trentina di persone vivono nascoste. Ma da diversi giorni si è perso ogni contatto con le persone incastrate tra la boscaglia sul lato di Minsk e il reticolato polacco. Altri 8 migranti oramai incapaci di muovere un solo passo sono stati soccorsi dopo essere sbucati in una zona paludosa e 7 sono stati portati in un ospedale polacco oramai in gravi condizioni. «Da tempo avevamo avvertito le autorità – ricorda Piotr Bystrianin, di Ocalenje – che se le guardie di frontiera non avessero smesso di respingere le persone senza neanche ascoltare la loro richiesta di protezione umanitaria, presto avremmo dovuto affrontare delle tragedie». E l’inverno non è ancora iniziato».

POLONIA IN PIAZZA: “NOI RESTIAMO NELLA UE”

Manifestazioni in tutta Polonia contro la cosiddetta “Polexit”.

«Oggi i polacchi scenderanno in piazza contro il rischio Polexit, l'uscita di Varsavia dall'Ue, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha stabilito la supremazia del diritto nazionale sul diritto comunitario. La manifestazione è stata convocata dall'ex presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, presidente dimissionario del Ppe e leader del partito Piattaforma civica: «Dobbiamo salvare la Polonia, nessuno lo farà per noi - l'appello lanciato con un tweet -. Ci incontriamo questa domenica alle 18 in piazza Zamkowy a Varsavia». Sempre per oggi sono stati annunciati cortei almeno in altre venticinque città tra cui Cracovia, Lodz e Poznan con lo slogan: «Noi restiamo nella Ue». L'attesa è di una grande mobilitazione, tenuto conto che sondaggi recenti indicano che oltre l'80% della popolazione polacca è a favore della appartenenza all'Unione. La sentenza della Corte costituzionale polacca continua però a scuotere l'Europa. Ieri il ministro degli esteri polacco Zbigniew Rau ha detto che la Polonia continuerà a rispettare la legge dell'Ue ma «ciò che non possono essere accettate sono solo le forme della loro interpretazione o applicazione che violano la costituzione». Di fatto non riconoscendo il ruolo della Corte di Giustizia dell'Ue. In sostegno di Varsavia e contro Bruxelles si è espresso anche il premier ungherese Viktor Orbán: «La decisione della Corte costituzionale polacca - ha scritto in un documento ufficiale - è stata motivata dalla cattiva pratica delle istituzioni dell'Ue, che disattende il principio della delega e cerca di privare gli Stati membri di poteri che non hanno mai trasferito all'Unione Europea allargandoli in maniera surrettizia senza modificare i Trattati». Mentre i ministri degli Esteri di Francia e Germania Jean-Yves Le Drian e Heiko Maas hanno ribadito in un documento congiunto diffuso nella tarda serata di venerdì, che la Polonia - di cui riconoscono «un posto molto centrale nell'Ue» - ha l'obbligo legale e morale di rispettare completamente e incondizionatamente le regole dell'Unione, di cui fa parte Varsavia dal 2004. «L'appartenenza all'Ue - hanno sottolineato - comporta la piena e illimitata fedeltà ai valori e alle regole comuni».

IL CANCELLIERE AUSTRIACO KURZ SI DIMETTE

L’austriaco Kurz si è dimesso. La cronaca sul Giornale di Daniel Mosseri.

«Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz si è dimesso dopo essere stato indagato in un'indagine per corruzione e favoreggiamento. Le perquisizioni mercoledì scorso della polizia negli uffici della cancelleria federale, presso il ministero delle Finanze e presso la sede del partito popolare (Övp) guidato da Kurz avevano molto colpito gli austriaci. Con una mossa a sorpresa Kurz lascia la guida del governo evitando così la mozione di sfiducia personale che le opposizioni avevano programmato in Parlamento per martedì prossimo: un passaggio pericoloso dopo che i Verdi, alleati dell'Övp al governo, avevano lasciato intendere come, da indagato, Kurz non fosse più «idoneo» a ricoprire il ruolo di cancelliere federale. «Mi piacerebbe che in questo Paese la presunzione d'innocenza valesse per tutti», ha spiegato l'ormai ex capo dell'esecutivo in un messaggio di sette minuti letto in diretta Tv poco prima della 20. Kurz ha ribadito che le accuse contro di lui sono «false» e basate su sms scambiati nel 2016, «e sono convinto che le respingerò». Le titubanze dei Grünen e l'intervento a gamba tesa della leader del partito socialdemocratico (Spö) Pamela Rendi-Wagner devono avere convinto il cancelliere che disinnescare la mozione di sfiducia era la sua ultima speranza di tornare alla guida del Paese, se la bufera giudiziaria passerà e in fretta. Ore prima, Rendi-Wagner aveva invocato un governo di salvezza nazionale con l'appoggio della sua Spö, dei Verdi, dei neoliberisti di Neos e dell'ultradestra (Fpö) guidata da Herbert Kickl pur di togliere di mezzo Kurz. Giocando al contrattacco, il giovane ma ben navigato Kurz ha affermato che in un momento difficile come quello della pandemia e delle riforme sociali ed economiche impostate dal suo governo «un esperimento politico a quattro partiti che in fin dei conti dipenderebbe anche dalla volontà di Herbert Kickl sarebbe da irresponsabili». Meglio quindi fare un passo indietro: «D'altronde in questo passaggio difficile, l'interesse del Paese è più importante della mia persona». Per il ruolo di cancelliere, Kurz ha fatto il nome del ministro degli Esteri Alexander Schallen-berg, un diplomatico di carriera esterno all'Övp, diventato ministro a inizio 2019, quando Kurz governava il Paese insieme all'ultradestra. La mossa dimostra la perizia del capo del governo uscente: nomina qualcuno che lo sostituisca, venendo così incontro alle richieste dei Verdi, ma non dà spazio alla vecchia guardia del partito popolare. Al contrario, Kurz ha ricordato a maggioranza e opposizione che il leader dell'Övp è ancora lui e che diventerà capogruppo del partito in Parlamento. E ancora: «La squadra di governo della Övp mi ha assicurato che se fossi stato destituito, avrebbero lasciato l'incarico immediatamente; sono molto grato per questa prova di lealtà e di solidarietà». La cronaca politica riprende da qua. Il vicecancelliere verde Werner Kogler ha salutato con favore le dimissioni di Kurz. Si tratta «del passo giusto per il futuro lavoro di governo nel senso della responsabilità per l'Austria e per la reputazione del Paese all'estero». Kogler ha poi annunciato che si metterà al più presto in contatto con Schallenberg ricordando che finora la collaborazione con il ministro degli Esteri «è stata molto costruttiva».

PER GLI USA CONTA IL PACIFICO

Le mosse diplomatiche e strategiche degli Usa dimostrano che i loro interessi si stanno spostando. Maurizio Molinari analizza questo cambiamento per i lettori di Repubblica.

«A neanche 50 giorni dal ritiro dell'ultimo soldato americano da Kabul l'Asia è in ebollizione: l'amministrazione Biden ha compiuto una raffica di mosse, dimostrando di voler ridisegnare l'assetto strategico regionale per mettere sotto pressione la Cina, che reagisce minacciando una "pacifica riunificazione" con l'isola nazionalista ribelle di Taiwan. Washington si muove facendo leva sullo strumento delle alleanze. Il summit del Quad con i leader di Australia, India e Giappone è servito, a fine settembre, a concordare la visione di una regione dell'Indo-Pacifico "sicura e prospera", basata sulla cooperazione da un lato con i partner regionali dell'Asean - i dieci Paesi del Sud-Est asiatico - e dall'altro con quelli dell'Ue, che ha adottato una sua "strategia" su questo scacchiere. Il fine è affidare al Quad il compito di coordinare la risposta al Covid 19, producendo e donando vaccini, migliorare la sicurezza sanitaria regionale con "esercitazioni comuni", accelerare il taglio delle emissioni nocive per difendere il clima, facilitare gli investimenti nell'alta tecnologia come il 5G e nella protezione cyber. Ovvero, creare un'area di sviluppo comune dalle cime dell'Himalaya alle isole Cook per garantire benessere e sicurezza grazie alla cooperazione fra le maggiori nazioni democratiche dell'Asia, accomunate anche da un approccio alla sicurezza basato su prevenzione del terrorismo jihadista dall'Afghanistan; difesa delle libertà di circolazione sui mari; protezione dei diritti di pesca delle piccole isole; denuclearizzazione della Nord Corea; ripristino delle libertà in Myanmar. È una piattaforma politica che, suggellata dalla coreografia dei quattro leader seduti il 24 settembre uno a fianco all'altro alla Casa Bianca, non nomina l'avversario che mira a contenere: la Cina popolare. Da qui la convergenza con l'Aukus, il patto militare fra Usa, Gran Bretagna ed Australia perché, come il premier di Canberra Scott Morrison afferma, "si tratta di due organizzazioni che si rafforzano a vicenda". Il motivo è l'armamento attorno a cui Aukus nasce ovvero i sottomarini nucleari le cui potenzialità - possono restare in immersione senza limiti di tempo, con ordigni e rifornimenti - garantiscono di fatto il controllo delle rotte oceaniche perché questo è uno dei pochi fronti tecnologici su cui Pechino appare in ritardo. Senza contare che Aukus può avere il sostegno dei Five Eyes ovvero gli accordi di condivisione di informazioni di intelligence fra Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Australia e Nuova Zelanda in vigore dalla fine della Seconda guerra mondiale. È la sovrapposizione fra Quad, Aukus e Five Eyes che tratteggia la nuova architettura di sicurezza che Washington sta realizzando fra Asia del Sud, Estremo Oriente e Pacifico ripetendo - in maniera rafforzata - la cooperazione con gli alleati nell'Atlantico del Nord. Ma non è tutto perché, nonostante le forti tensioni con Parigi frutto della commessa dei sottomarini australiani ottenuta da Washington a dispetto della Francia, Biden è intenzionato a coinvolgere anche la Nato nel contenimento strategico della Cina. Consolidando il ruolo globale dell'Alleanza, avvalorato non solo dalle risorse uniche di cui dispone ma anche dalle basi francesi a Tahiti e Nuova Caledonia. C'è poi il fronte del commercio dove, come ha spiegato l'Alto Rappresentate Usa Katherine Tai al Center for Strategic and International Studies di Washington, l'intento è arrivare a "sanare gli squilibri globali" affrontando il "nodo fondamentale" dei sussidi dovuti alla natura stessa del modello economico cinese "basato sul ruolo dello Stato". La Casa Bianca non vuole "infiammare il commercio internazionale" e neanche un "decoupling dalla Cina" ma punta ad affrontare la questione delle "pratiche non di mercato" che distinguono il commercio cinese. È su questo fronte che Biden cercherà l'intesa con l'Ue tentando di sopperire all'inefficacia del Wto (Organizzazione mondiale del Commercio). Sono i contorni di una sfida globale che investe anche i diritti umani - per le denunce di abusi commesse contro i dissidenti di Hong Kong, gli uiguri dello Xinjiang ed altre minoranze - e vede Xi Jinping reagire accusando gli Stati Uniti di "neocolonialismo", moltiplicando gli investimenti per realizzare la Nuova Via della Seta ed inviando centinaia di aerei militari sui cieli di Taiwan per rivendicare il diritto alla "riunificazione" con l'isola nazionalista dove nel 1949 si rifugiò Chiang Kai-shek e dove oggi si trova una delle industrie leader nel settore strategico dei semiconduttori. "Il separatismo di Taiwan è la maggiore minaccia alla riunificazione della Madrepatria" afferma Xi, avvertendo che "nessuno deve sottovalutare la nostra determinazione" a realizzare l'intento del fondatore Mao Zedong. Anche se a difendere Taiwan ci sono le unità speciali del Pentagono schierate a Taipei e le navi di Aukus che ne attraversano gli Stretti. Insomma, se Biden vuole costruire una nuova architettura di sicurezza in Asia per consentire agli Usa di restare leader globali, Xi punta a terminare la riunificazione della Cina per completare il disegno di Mao. È l'attrito fra questi due progetti incompatibili fra loro che va in scena sull'isola di Taiwan e contiene le maggiori minacce per il nostro secolo».

LONDRA SENZA CARBURANTE E SENZA UE

Nella sua consueta rubrica diplomatica sul Corriere, l’ambasciatore Sergio Romano analizza i guai della Gran Bretagna.

«L'economia del Regno Unito attraversa un brutto momento, e una delle cause, secondo alcuni osservatori, sarebbe l'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea. A coloro che votarono per questa scelta nel referendum del 23 giugno 2016 era stato detto che la Gran Bretagna, non appena liberata dai lacci delle regole di Bruxelles, sarebbe diventata nuovamente la regina degli oceani e l'intraprendente conquistatrice di mercati lontani. I fatti hanno deluso queste speranze; qualcuno è addirittura convinto che alle origini di questa economia zoppicante vi sia, insieme alla pandemia, la partenza dalle isole britanniche di un milione e trecentomila lavoratori europei. Questo esodo ha avuto l'effetto di ridurre notevolmente la produzione industriale e il livello dei consumi. L'Inghilterra che ha lasciato l'Europa è più povera di quella che ne faceva parte. Sopravvive tuttavia un'altra speranza inglese: quella di un trattato commerciale con cui Londra e Washington getterebbero le fondamenta di un asse anglo-americano. Insieme, 80 anni fa, avevano sconfitto la Germania di Hitler, l'Italia di Mussolini e il Giappone di Hirohito. Perché non governare insieme gli affari economici del mondo? Per Winston Churchill, primo ministro britannico durante la guerra e figlio di una madre americana, il sogno dell'asse fra i due popoli di lingua inglese divenne quasi un affare di famiglia. Sperava che il suo rapporto con Roosevelt, presidente degli Stati Uniti durante il conflitto, sarebbe stato un modello per le generazioni future. Le cose andarono diversamente. Durante la Guerra fredda, i rapporti anglo-americani (e particolarmente quelli dei servizi d'intelligence dei due Paesi) furono certamente più intimi di quelli che legavano agli Stati Uniti le altre democrazie europee. Ma quando alcune di queste firmarono i Trattati di Roma e la loro unione divenne sempre più promettente, la Gran Bretagna temette di ritrovarsi sola ai bordi del continente, né americana né europea, e decise di mettere almeno un piede nella casa che si stava costruendo a Bruxelles sotto i suoi occhi. Ma un piede non basta e Brexit ha dimostrato che gli inglesi non hanno ancora interamente rinunciato alla speranza di un accordo speciale con i cugini d'oltre oceano. Ma per un trattato occorrono almeno due firme e quella di Biden sembra, almeno per il momento, improbabile. Lo stesso premier britannico, negli scorsi giorni, ha dovuto ammettere che la prospettiva di un trattato commerciale fra i due maggiori Paesi di lingua inglese è, almeno per il momento, difficile. Vi sono gruppi di pressione, in ciascuno dei due Paesi, che non vogliono aprire la porta ai loro concorrenti. Ma vi sono anche antiche ostilità che il tempo non ha ancora cancellato (il presidente americano, Joe Biden, è di origine irlandese). Forse arriverà il giorno in cui l'Inghilterra busserà ancora una volta alla porta dell'Europa».

BEIRUT SENZA CARBURANTE E AL BUIO

Reportage di Giordano Stabile sulla Stampa sulla drammatica situazione del Libano.

«L'ultimo spenga la luce, era una scritta nella Germania dell'Est da dove tutti stavano scappando. In Libano l'hanno spenta ben prima che tutti fossero scappati. Certo, duecentomila giovani hanno lasciato il Paese in due anni, da quando è cominciata la crisi finanziaria, la scomparsa dei dollari, la chiusura delle banche, poi la «saura», la «rivoluzione del 17 ottobre», che tante speranze aveva suscitato. Due primi ministri si sono dimessi, un vecchio cacicco della politica, Najib Mikati, ha messo su un governo «tecnico», sono riprese le trattative con il Fondo monetario. Ma niente. I soldi nelle casse statali sono finiti. Il governo non può più finanziare l'Electricité du Liban, il pachiderma statale che fornisce l'energia elettrica pubblica, «daule», come dicono qui. L'Edl ha finito il carburante e ieri le due principali centrali di Al-Zahrani e Deir Amar, le ultime ancora in funzione, hanno spento i motori. Le forniture, che già erano calate mese dopo mese da 21 ore al giorno a 2 soltanto, sono scese a zero. Alle sei e mezzo, dopo il tramonto, Beirut si è ritrovata al buio, spettrale, come la sede della stessa Edl, sventrata dall'esplosione del 4 agosto 2020 e mai ricostruita. Non siamo ancora al black-out totale, perché come in tutti i settori, dove il pubblico si ritira, arrivano i privati. Ma è un'iniziativa privata fatta di collusioni e corruzione, in questo caso «la mafia dei generatori». È nata trent' anni fa, sulle macerie della guerra civile, e ha fatto soldi a palate, anche perché l'Edl non ha mai potuto, o voluto, fornire elettricità 24 ore su 24. Ma adesso vive i suoi tempi d'oro. Nei quartieri benestanti, e anche in quelli della classe media, tutti i palazzi hanno il loro generatore, il «moteur», fonte di speranza e arrabbiature continue. Le fatture si sono moltiplicate per cinque, per dieci, mano a mano che i «moteur» sostituivano l'elettricità «daule» e il prezzo del kerosene aumentava sempre più. Molte famiglie non riescono più a pagare. E i «moteur», sollecitati oltre i loro limiti, si scassano in continuazione. Bisogna adattarsi a periodi al buio. Di notte la luce va via all'una e torna alle sette. Di giorno ci sono almeno un paio di tagli di due o tre ore. Quando c'è, bisogna caricare tutto, telefonini, computer, per non ritrovarsi sguarniti sul più bello. Il portiere, il «natùr», figura fondamentale nella vita beirutina, detta i tempi e informa sui tagli, accende e spegne il generatore, si ustiona le mani quando si rompe e bisogna ripararlo in tutta fretta. Ma più ci si allontana dal centro, peggio è. Oltre i quartieri cristiani e sunniti abbienti, di «moteur» ce ne sono pochi. Sia verso Nord, come per esempio a Burj Hammoud, quartiere armeno povero, sia verso Sud, nei campi palestinesi, nella banlieue sciita, il buio è già totale, o quasi. I partiti-setta si sono mobilitati, ognuno per conto proprio. Hezbollah è stato più svelto di tutti, ha chiesto aiuto al suo padrino, l'Iran. I Pasdaran hanno organizzato tre spedizioni nel giro di un mese. Gasolio e benzina, scaricati nel porto siriano di Baniyas e poi trasferiti in Libano, nella valle della Bekaa, con autocisterne e un corteo di bandiere e sostenitori. Tanta propaganda e poca sostanza, perché alla fine sono gocce nel mare. Il governo ha tentato la strada con l'Iraq, greggio scambiato «in natura», con servizi medici, finanziari e turistici, i punti forti della defunta economia libanese. Uno scambio complicato, in una triangolazione con gli Emirati arabi. Non è mai decollato. Le centrali elettriche si sono ritrovate a secco, questa è la realtà. Servono i dollari. A parole tutti sono pronti ad aiutare. Due giorni fa è arrivato il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian. Ha promesso mari e monti, compresa la costruzione di due impianti a gas «in 18 mesi». Progetto irrealizzabile in ogni caso, viste le sanzioni americane. Washington ha risposto con l'invio della numero tre del Dipartimento di Stato, Victoria Nuland, in arrivo a Beirut dopo una tappa a Mosca. Il premier Mikati si barcamena fra le due potenze, e punta però a percorrere la strada degli aiuti internazionali attraverso l'Fmi. Garantisce «trasparenza e lotta alla corruzione» ma intanto il suo nome spicca nei Pandora Papers assieme a quello del governatore della Banca centrale Riad Salamé. Le mille luci di Beirut si sono spente, le code ai distributori si sono ridotte, un poco, ma soltanto perché il prezzo della benzina è quadruplicato e molti lasciano la macchina a casa, in un Paese dove non esistono i mezzi pubblici. Restano le imprecazioni e la voglia di scappare. «Killon mujramin», tutti criminali».

COMINCIA IL SINODO

Il titolo in prima dell’Avvenire è La Strada è aperta. Inizia il Sinodo con una Messa a san Pietro stamattina e Papa Francesco indica le tre parole-chiave: comunione, partecipazione e missione. «Non è un parlamento, ma un momento ecclesiale irrinunciabile al quale è chiamato ciascuno di noi». La cronaca di Gianni Cardinale su Avvenire.

«Sinodo non è un «parlamento», non è «un’indagine sulle opinioni». Ma è «un momento ecclesiale». E «il protagonista» del Sinodo è lo Spirito Santo: «Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo». È con questa premessa, pronunciata a braccio, che papa Francesco inizia ieri mattina il suo discorso al momento di riflessione per l’inizio del processo sinodale che oggi viene inaugurato solennemente nella Basilica di San Pietro con una celebrazione eucaristica. Un discorso in cui il Pontefice indica le tre parole chiave del Sinodo dei vescovi: comunione, partecipazione, missione. E tre i rischi che si corrono: formalismo, intellettualismo, immobilismo. E tre le opportunità che si aprono: incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente, diventare una Chiesa dell’ascolto, diventare una Chiesa della vicinanza. Un discorso in cui Francesco si richiama al padre Yves Congar, «di santa memoria», e indica «la sfida» di fare non «un’altra Chiesa» ma «una Chiesa diversa». Una Chiesa non «da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire». Il Papa parla nell’Aula Nuova del Sinodo, in Vaticano, davanti ai rappresentanti del popolo di Dio, ai delegati delle riunioni internazionali delle Conferenze episcopali, ai membri della Curia Romana, ai delegati fraterni, a quelli della vita consacrata e dei movimenti laicali ecclesiali, e al Consiglio dei giovani. Prima del Pontefice intervengono il gesuita del Burkina Faso Paul Berè e la spagnola Christina Inogés Sanz. Quindi prende la parola il cardinale Jean-Claude Hollerich, relatore generale del Sinodo. Seguono le testimonianze di sei persone che rappresentano i cinque continenti: la sudafricana Dominique Yon del Consiglio dei giovani; la domenicana Donna Ciangio, cancelliere della diocesi di Newark negli Usa; l’arcivescovo coreano Lazarus You Heung-sik, prefetto della Congregazione per il clero; diverse famiglie dell’arcidiocesi di Brisbane in Australia: il brasiliano padre Zenildo Lima Da Silva, rettore del Seminario Manaus; frère Alois, priore di Taizé».

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