La "grande speranza" di Calenda

Rientrato il dissidio Salvini-Draghi. Riaprono al 100 per cento teatri, cinema e musei, al 50 le discoteche. Storico discorso del Papa: "Più vaccini e meno armi". La Merkel saluta Roma

Ieri mattina avevamo fatto intendere nel titolo della Versione che Mario Draghi avrebbe incontrato solo Angela Merkel. Ci eravamo sbagliati. La Merkel è venuta a Roma, ma Draghi ha trovato il tempo di vedere anche Salvini. L’ennesima rottura fatale, quella post elettorale, si è sciolta in un faccia a faccia a Palazzo Chigi fra il presidente del Consiglio e il Capitano (della Lega). Tutto rientrato? Sembra di sì, perché i giornali che ieri più avevano drammatizzato, oggi minimizzano. L’incontro fra i due ha forse anche avuto il merito di affrettare le riaperture di teatri, cinema e musei al cento per cento. Riaperture comunque votate all’unanimità dal Consiglio dei Ministri.

Piuttosto la politica è agitata dalla discussione post elettorale, soprattutto in vista del ballottaggio di Roma, che ha un forte valore anche simbolico. Nei 5 Stelle la Raggi attacca la linea di Conte e non vorrebbe appoggiare Gualtieri nella corsa al Campidoglio. Anzi, fa sapere che prenderà un caffè con Michetti, il candidato di Fratelli d’Italia. Da parte sua Carlo Calenda, forte di un consenso popolare inaspettato, crea tensione in quello che Letta immagina come il nuovo Ulivo: un centro sinistra che abbracci Calenda, Renzi e i 5 Stelle… Avvenire dice che il leader di Azione è la “grande speranza” di questo voto. Intanto nel centro destra circola un documento targato Forza Italia, secondo Repubblica, in cui si certifica la sconfitta di sovranisti e populisti.

Il Papa, in occasione dell’appuntamento inter religioso organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio al Colosseo, ha lanciato un appello contro le armi e la guerra e in favore dei vaccini ai Paesi poveri. Un discorso che segna una tappa storica. Era presente anche Angela Merkel, a Roma per l’ultima visita ufficiale da Cancelliera. Molto interessante il dialogo della leader tedesca con Draghi sul filo di una diversa concezione dell’Europa.

Conforta la decisione dell’Accademia svedese di dare il premio Nobel per la Letteratura allo scrittore tanzanese Gurnah. È un messaggio preciso contro il colonialismo e a favore di tutti i profughi nel mondo. Bella l’intervista concessa dallo scrittore ad Avvenire. Si attendono ristampe delle sue opere da Garzanti.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Si celebra il ritorno al 100 per cento nei cinema, teatri e musei. Il Corriere della Sera: Via libera alle riaperture. Il Giornale spiega perché è possibile: Effetto vaccini: riapre tutto. Il Quotidiano Nazionale la legge in chiave politica: Pace con Salvini, Draghi riapre l’Italia. Il Messaggero è didascalico: Teatri e discoteche, le riaperture. Così come La Stampa: Teatri, stadi, discoteche: l’Italia riapre. Ovviamente per La Verità, nonostante il liberi tutti, la certificazione verde resta il male assoluto: Green pass, obiettivo fallito. Così andiamo tutti a sbattere. La prima riunione della cabina di regia sul Recovery interessa Il Sole 24 Ore: Il 40 % dei ricercatori sarà donna. Il Domani: Per rilanciare la ricerca non bastano le promesse e gli omaggi a Parisi. E la Repubblica che però lancia un SOS: Recovery, allarme Sud. Ma il Mattino di Napoli va da un’altra parte: I primi fondi al Sud per scuole e periferie. Libero torna sulla riforma del catasto: Ecco perché sulla casa Draghi non la dice giusta. Avvenire sottolinea l’incontro inter religioso al Colosseo: Più cibo, meno armi. Il Fatto punta sullo scandalo dei Pandora papers: Mancini e Vialli offshore: tutti zitti. Il Manifesto si occupa di nuovo del caso dell’ex sindaco di Riace Lucano, ribadendo: La giusta causa.

RIAPERTURE, IL GOVERNO SUPERA IL CTS

Accelerazione per le riaperture. Il Governo va oltre le indicazioni del CTS e riporta al 100 per cento gli ingressi a teatri, cinema e musei. Al 50 per cento le discoteche. Alessandro Farruggia su Quotidiano Nazionale.

«Teatri, cinema e musei tornano a riveder le stelle: da lunedì potranno riaprire al 100 per cento. Con un'accelerata inattesa, il consiglio dei ministri vara un decreto riaperture che alza le percentuali di capienza ben oltre i suggerimenti del Cts: una decisione eminentemente politica, favorita delle pressioni di molti partiti (dalla Lega a Forza Italia, dal Pd a M5s) e delle categorie economiche interessate, e resa possibile dall'andamento favorevole della pandemia. In zona bianca, prevede il primo comma del decreto legge, «per gli spettacoli aperti al pubblico in sale teatrali, sale da concerto, sale cinematografiche, locali di intrattenimento e musica dal vivo e in altri locali o spazi anche all'aperto», la capienza consentita è «pari a quella massima autorizzata». Quindi del 100%, sia all'aperto che al chiuso. In zona gialla, invece, gli spettacoli saranno consentiti solo con posti preassegnati e «con capienza non superiore al 50 per cento del totale». Anche per i musei è confermata la riapertura al 100% - che venne suggerita anche dal Cts - e per i visitatori cade, sempre da lunedì, l'obbligo di rispettare la distanza interpersonale di un metro. La capienza aumenta anche per lo sport, anche se non al massimo. Il comma 2 del decreto stabilisce che «in zona bianca l'accesso è consentito esclusivamente ai soggetti dotati di Green pass e la capienza degli eventi e delle competizione sportive non può superare il 75% di quella massima autorizzata all'aperto (come negli stadi o negli autodromi) e al 60% al chiuso (come nei palasport)». In zona gialla la capienza degli eventi sportivi non potrà invece essere superiore al 50% all'aperto e al 35% al chiuso. In cambio dell'aumento delle capienze e delle riaperture, arriva un giro di vite per chi non rispetta le prescrizioni. La norma è stata caldeggiata dal ministero della Salute, ma condivisa da tutti. «Dopo una violazione delle disposizioni relative alla capienza consentita e al possesso di una delle certificazioni verdi Covid-19 - recita il comma 3 - a partire dalla seconda violazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della chiusura fino a dieci giorni». Per le discoteche la capienze in zona bianca sono invece del 50% al chiuso e del 75% all'aperto. A battersi affinché restassero i limiti fissati nell'ultimo parere del Cts (35% per le sale da ballo al chiuso) è stato il ministro della Salute, Roberto Speranza, che fino a qualche ora prima in riunione coi colleghi aveva detto: «In questi mesi abbiamo sempre messo avanti il diritto alla salute». Ma dagli altri partiti - dalla Lega nella maniera più plateale - è venuto un forte pressing, culminato nell'incontro tra Salvini e Draghi, nel quale il leader della Lega ha avuto assicurazioni. Così, ha dato disposizione ai suoi di partecipare al consiglio dei ministri e di votare a favore del decreto, che ha visto e discusso in dettaglio con Draghi. Il clima politico era ormai ampiamente favorevole ad un allentamento. E così è arrivato il via libera. «Finalmente - ha scritto su Twitter il ministro della Cultura e capodelegazione Pd, Dario Franceschini - la cultura ricomincia a vivere. Dall'11 ottobre, quindi, cinema, teatri, e concerti al chiuso e all'aperto tornano al 100% della capienza, ovviamente con mascherina e Green pass. Negli stadi e nei palasport per la musica, stesse regole dello sport». «Il provvedimento sulle capienze - osserva il ministro degli affari regionali, Mariastella Gelmini - è una boccata d'ossigeno per l'intero Paese e per tante attività economiche. Il Green pass funziona, il numero dei vaccinati aumenta e, di conseguenza, in queste ultime settimane i dati dei contagi, delle ospedalizzazioni e dei decessi sono sensibilmente calati. In zona banca ci saranno quindi importati novità, che Forza Italia, insieme alla delegazione del centrodestra al governo, ha fortemente voluto: lo rivendichiamo. L'allargamento non è un "liberi tutti", ma un far respirare realtà economiche sinora fortemente penalizzate dalla pandemia».

PRIMO INCONTRO SUL PNRR: SCUOLA E UNIVERSITÀ

Prima cabina di regia della maggioranza per l’attuazione del Pnrr, dedicata all'istruzione e ai giovani. Entro novembre partono i bandi da oltre 5 miliardi di cui 3 miliardi per asili nido e 800 milioni per l'edilizia scolastica. Sei miliardi all'Università. La cronaca di Claudio Tucci e Eugenio Bruno sul Sole 24 ore.

«Da una parte c'è la forza simbolica della scelta di partire, nella prima cabina di regia attuativa del Piano nazionale di ripresa e resilienza, da scuola e ricerca. Dall'altra c'è l'impatto concreto degli 11 miliardi che tra fine 2021 e inizio 2022 verranno messi in circolo con i bandi confezionati dal ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, e dalla sua collega dell'Università e della Ricerca, Cristina Messa. Un maxi-piano che parte dagli asili nido e, passando per l'edilizia scolastica, arriva ai partenariati tra enti pubblici, atenei e imprese. E che rappresenta una prima tranche dei 30,88 miliardi appostati dal Pnrr - tra investimenti e riforme - per l'intera missione 4 da qui al 2026. Un'iniezione di liquidità che, grazie al doppio paracadute del 40% per le aree depresse e per le ricercatrici, punta anche a rendere il nostro paese un po' meno diseguale. Sia dal punto di vista territoriale che da quello della parità di genere. Sul capitolo Istruzione il Pnrr alla voce investimenti prevede 17,59 miliardi. Entro novembre saranno emanati i primi bandi per oltre 5 miliardi. Si tratta di 3 miliardi per asili nido e scuole dell'infanzia. Poi ci sono 400 milioni per le mense, anche per crearne di nuove e favorire l'attivazione del tempo pieno o l'incremento del tempo scuola. Altri 300 milioni sono destinati alle palestre con l'obiettivo di aumentare l'offerta formativa relativa ad attività sportive sin dalle prime classi delle primarie, anche oltre l'orario curriculare. 800 milioni serviranno per costruire nuove scuole e altamente sostenibili e con l'intento di garantire una didattica basata su metodologie innovative in grado di stimolare la creatività. I restanti 500 milioni andranno per la ristrutturazione degli istituti e la messa in sicurezza. «Abbiamo messo l'istruzione al centro del futuro del Paese - ha sottolineato il ministro Bianchi-. È il segnale che stiamo dando all'Italia». Durante la cabina di regia la ministra per il Sud Mara Carfagna ha preannunciato che si valuta una compensazione a favore delle regioni meridionali in relazione al bando da 700 milioni per l'edilizia scolastica dello scorso marzo. Potrebbe non essere stata rispettata, infatti, la quota minima per il Sud fissata al 34% (nel frattempo per il Pnrr la quota dei bandi è stata innalzata al 40%). Da qui a inizio 2022 anche la sotto-missione Università e Ricerca punta a giocare un ruolo di primo piano nella partita complessiva del Pnrr. Come sottolineato dalla ministra Cristina Messa dopo la cabina di regia che ha dato il via alle linee guida sulle prime 4 linee di investimento in programma: partenariati estesi, centri nazionali, ecosistemi dell'innovazione, infrastrutture di ricerca e innovazione. «Sono 6 miliardi di finanziamento - ha spiegato l'ex rettrice di Milano Bicocca - di cui 5 devono andare a bando entro la fine di quest' anno. Prevedono circa 60 progetti che passeranno questa fase di valutazione. Le misure a bando saranno riservate per il 40% a donne ricercatrici e gli enti che si manifesteranno per la formazione delle filiere dovranno dimostrare di avere all'interno un bilancio di genere o una valutazione sulla parità di genere». Proprio quest' attenzione al lavoro femminile è una nota distintiva dei bandi in arrivo visto che la soglia fissata dal Pnrr per la lotta al gender gap si ferma al 30 per cento. Qualche elemento in più sui progetti è arrivato proprio dalle linee guida. Ad esempio quando precisano i 5 ambiti nei quali potranno nascere i centri nazionali: simulazioni, calcolo e analisi dei dati ad alte prestazioni; agritech; sviluppo di terapia genica e farmaci con tecnologia a Rna; mobilità sostenibile; bio-diversità. A questi «campioni nazionali» della ricerca e sviluppo - formati da enti pubblici, atenei e aziende, possibilmente riuniti in fondazione o consorzio, il Pnrr destinerà 1,6 miliardi. E altrettanti - ma il bando arriverà a febbraio-marzo 2022 - spetteranno ai partenariati estesi (dedicati cioè alla ricerca di base o applicata) dove i privati sono chiamati ad avere un ruolo ancora più rilevante. Si punta a farne nascere 10 in 15 settori d'interesse: intelligenza artificiale; scenari energetici del futuro; rischi ambientali, naturali e antropici; scienze e tecnologie quantistiche; cultura umanistica e patrimonio culturale; diagnostica e terapie innovative nella medicina di precisione; cybersecurity; nuove tecnologie e tutela dei diritti; conseguenze e sfide dell'invecchiamento; sostenibilità economico-finanziaria dei sistemi e dei territori; modelli per un'alimentazione sostenibile; Made in Italy circolare e sostenibile; neuroscienze e neurofarmacologia; malattie infettive emergenti; telecomunicazioni del futuro; attività spaziali. Senza dimenticare i 12 ecosistemi dell'innovazione, a cui andranno 1,3 miliardi, e le infrastrutture di ricerca e innovazione, che ne riceveranno 1,58. In entrambi i bandi arriveranno entro dicembre».

FACCIA A FACCIA DRAGHI-SALVINI

Si distendono i rapporti fra il presidente del Consiglio e il capo della Lega, che ieri si sono incontrati. La cronaca sul Corriere.  

«È stato confermato l'impegno del governo a evitare ogni aumento della pressione fiscale» dice Palazzo Chigi. «C'è stata piena condivisione degli obiettivi economici, con un impegno comune affinché non ci siano aumenti di tasse» conferma la Lega. Tra il presidente del Consiglio Mario Draghi e il segretario del Carroccio Matteo Salvini è pace fatta. Due giorni di tensioni sorte dopo l'approvazione da parte del governo della delega fiscale che punta a riordinare, tra le altre cose, il Catasto si sono sciolte in un'ora di colloquio ieri pomeriggio a Palazzo Chigi. Al termine del quale emerge anche un passo in avanti «politico»: l'impegno a un incontro settimanale tra i due. Una sorta di «istituzionalizzazione» di un rapporto che, per evitare altri incidenti, va reso più stretto e ravvicinato. Le note ufficiali parlano di «incontro cordiale e costruttivo». Il leader leghista prima del faccia a faccia con il premier (loro due soli, senza intermediari né testimoni) incontra i ministri, con il titolare dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti in testa, nel suo ufficio al Senato. E poi li rivede ancora al termine del vertice nel cortile di Palazzo Chigi prima che inizi il Consiglio dei ministri. Tutto è legato. Salvini si presenta di fronte a Draghi con alcune richieste precise, come poi scrive con una serie di tweet: accelerare la riapertura totale delle attività culturali e sportive; la riapertura delle discoteche con una percentuale superiore al 35% indicata dal Comitato tecnico-scientifico; allungare la durata dei tamponi da 48 a 72 ore (il Cts è contrario) e l'estensione dell'uso dei tamponi rapidi gratuiti. E poi c'è la partita della riforma fiscale, e del Catasto in particolare. Se sulle richieste relative alle misure post Covid le risposte arrivano a stretto giro di posta dal Consiglio dei ministri, sulla questione degli immobili che aveva suscitato il vivace scambio di battute fra Salvini e Draghi (l'uno che sosteneva che nella delega era nascosta una patrimoniale, l'altro che ribatteva che non è previsto alcun aumento della pressione fiscale) una soluzione formale al momento non c'è. Il segretario leghista ancora ieri mattina aveva sostenuto che pretendeva da Draghi un impegno scritto. Ma nelle note ufficiali non si trovano riscontri. Dal fronte leghista si fa sapere che sul Catasto si lavorerà per trovare una mediazione. Anche a questo servirà l'incontro a cadenza settimanale che il premier ha concordato con il segretario della Lega. Dagli altri partner di governo non arrivano commenti positivi. Il segretario del Pd Enrico Letta è duro: «È sempre il solito film, Salvini racconta al Paese una storia, poi dopo va a Palazzo Chigi e tutto torna come prima. Oramai è stancante commentare questo giochino che non serve a nessuno. Salvini non è un problema per la maggioranza ma per la Lega». E anche il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, non usa parole dolci: «Non so cosa voglia dire per Salvini "tutto chiarito", è difficile fidarsi di Salvini. Siamo abituati ai suoi ripensamenti, adesso vedremo quanto durerà questo atteggiamento. Non posso interpretare la linea di condotta politica del segretario della Lega». Sullo sfondo, entro la fine del mese, c'è già un possibile nuovo oggetto di tensione per la Lega: la legge sulla concorrenza (concessioni balneari).».

In un retroscena tutto interno alla Lega Lauria e Ciriaco su Repubblica, disegnano i nuovi rapporti di forza nel Carroccio.

«Quando Matteo Salvini si presenta al cospetto di Mario Draghi, ha soprattutto una preoccupazione: riaffermare che nella Lega è lui che comanda. Non Giancarlo Giorgetti. Non i "governisti". Lamenta subito con il presidente del Consiglio il movimentismo del suo ministro. Chiede, per questa ragione, incontri periodici a Palazzo Chigi. Li vorrebbe settimanali. Saranno frequenti, ma non così frequenti. Il presidente del Consiglio ascolta. Sa di aver già vinto, sa che almeno per adesso la rivolta è sedata. E non ha difficoltà a riconoscere quello che già disse una volta pubblicamente: «Parlo con il leader del partito». E d'altra parte, con il ministro dello Sviluppo economico il rapporto è talmente consolidato da poter sopportare anche questo passaggio. Lo schiaffo sul fisco è ancora fresco. Il faccia a faccia non serve tanto a ribadire ciò che Draghi ha affermato almeno tre o quattro volte - e cioè che le tasse non aumentano e la casa non si tocca - quanto piuttosto ad avere chiarezza della prospettiva politica. Il premier vuole sapere le reali intenzioni del leghista. E chiarisce due punti. Primo: senza la Lega, non c'è l'unità nazionale e, di conseguenza, questo esecutivo. Secondo: l'aria nel Paese chiede misure concrete, impegno per la ripresa, poche urla e molto lavoro. Per l'ex banchiere, insomma, è anche nell'interesse di Salvini sostenere questo governo. Il leghista sembra condividere. Se incomprensioni ci sono state, sono frutto anche della "sospensione" del dialogo determinata dalla fitta agenda del premier e dagli impegni di campagna elettorale del leader. È una lettura assai parziale, ma è utile a ricucire. Salvini incassa capienze maggiori per le discoteche e soprattutto giura che non intende togliere l'appoggio all'esecutivo. Lo farà anche pubblicamente, poco dopo. Fino all'elezione del Quirinale, sembra il suo orientamento, la navigazione sarà magari mossa, ma mai pericolosa. È un compromesso raggiunto nel partito. Che nel pomeriggio si era ritrovato nello studio di Salvini, di fronte a Palazzo Madama, prima del vertice a Palazzo Chigi. Ci sono Giancarlo Giorgetti e Massimiliano Fedriga, esponenti della cosiddetta "ala istituzionale" del partito, convinti che non abbia senso cercare il frontale con l'esecutivo. E poi, "per andare dove, per fare cosa?". E per di più mentre le enormi risorse del Recovery iniziano ad affluire, copiose. Salvini è d'accordo ma dice pure che vorrebbe farla finita con le intermediazioni che, a suo parere, hanno provocato equivoci e malintesi su tanti dossier. Giorgetti resta il capodelegazione, Salvini una sorta di "quarto ministro" e cerca di riprendere una centralità politica forte. C'è una tregua nel governo e una nella Lega, favorita anche dalla promessa di una maggiore democrazia interna: ai coordinatori regionali riuniti in videoconferenza il Capitano fa sapere che fra novembre e dicembre ci saranno i congressi di sezione. Nel frattempo, anche il resto della maggioranza sembra riposizionarsi. Enrico Letta - pure infastidito dal "balletto" salviniano - evita di incunearsi nel dialogo tra il premier e Salvini. Non chiede, almeno per ora, analoghi incontri periodici con Draghi. Perché non ne ha bisogno. E per non mettere in difficoltà Palazzo Chigi, lasciando che a gestire il "caso Lega" sia il presidente del Consiglio. Certo, anche in Forza Italia si osserva con un certo sgomento lo zig zag dell'ex ministro dell'Interno. «Le riaperture - esulta Maria Stella Gelmini - sono un successo del centrodestra. E tutto è stato possibile grazie al Green Pass». Un'altra stoccata al leader del Carroccio, insomma. E d'altra parte, le concessioni di Draghi a Salvini sulle riaperture dicono che per adesso la strada è stata spianata. La scelta di aumentare di un po' la capienza rispetto alle indicazioni del Cts soddisfano infatti Salvini (oltre a Dario Franceschini e al Movimento). È un compromesso che piace alla Lega, che aveva chiesto per le discoteche almeno il doppio della percentuale di occupazione indicata dal Cts (35%). Il ministro della Salute, Roberto Speranza, che pure chiede di tener conto delle indicazioni degli scienziati, non erige barricate, perché segue l'andamento della curva epidemiologica e sa che per adesso si può accelerare. «Sempre con prudenza e un passo alla volta», è l'unica raccomandazione di Draghi in consiglio dei ministri. Che, per il resto, si consuma senza acuti. Come se le minacce e le defezioni leghiste di tre giorni fa non fossero mai esistite».

SCONTRO NEI 5S: RAGGI CONTRO IL PD

Il risultato elettorale amministrativo non ha provocato fibrillazioni solo nel rapporto fra Lega e Governo ma anche forti tensioni nel Movimento 5 Stelle. Monica Guerzoni per il Corriere racconta il malessere dei grillini.

«Più i ballottaggi si avvicinano, più il malessere dei parlamentari del M5S cresce e il bersaglio è Giuseppe Conte. «La situazione sta sfuggendo di mano, finiremo per annegare con tutti i vestiti» geme un deputato, che ha appena finito di compulsare con alcuni colleghi l'analisi dei flussi elettorali. Il foglio che passa di mano in mano parla chiaro, il torrente di voti in uscita dal M5S è andato verso l'astensione e verso il Pd. E i Cinquestelle non vogliono morire democratici, né tantomeno ulivisti. Nelle chat, dove corre il terrore di «essere fagocitati» dal Nazareno, rimbalza la foto che immortala Di Maio e Fico con De Luca, il quale ieri si è divertito a sfottere gli alleati: «Lunedì sera a Napoli avevamo più dirigenti dei 5 Stelle che voti dei 5 stelle». Il dito nella piaga, aperta dalla sberla elettorale e resa ancora più dolorosa dall'altolà di Carlo Calenda, che (come Renzi) non vuole ritrovarsi in coalizione con il M5S: «Con i grillini mai». Ecco allora che Conte, a Tagadà su La7, accarezza gli eletti: «Non ce lo vedo il M5S a fare un ramo dell'Ulivo... Noi la transizione ecologica l'abbiamo nel Dna e siamo un albero che dà ossigeno per nostro conto». In realtà il M5S è andato meglio dove era in tandem con il Pd, quindi l'invito di Conte a non «riproporre vecchie formule» non basterà a spegnere quel «dialogo costante» aperto con Enrico Letta. Il segretario del Pd tira dritto, per lui il traguardo è una coalizione «modello Siena» che allarghi il centrosinistra a M5S, Italia Viva, Azione, Verdi, Socialisti e via includendo. Ma Sergio Battelli, tra i primi a lanciare l'allarme «piazze piene urne vuote», non intende entrare in un fronte progressista «come ruota di scorta» e sono in tanti a pensarla come lui. Conte lo ha capito e prende distanza dai potenziali alleati: «L'affidabilità di Renzi è un problema, anche per il Pd». Al momento però chi ha i problemi più grandi è proprio Conte, al quale i parlamentari, frustrati, delusi e angosciati dall'inevitabile ghigliottina dei seggi al prossimo giro, rimproverano di non incontrare i gruppi, di non aver fatto una vera analisi del voto, di non parlare abbastanza di contenuti, di avere la «presunzione» di decidere da solo... E c'è persino chi rimpiange l'alleanza con Salvini, perché ai tempi del primo governo Conte i consensi erano ben diversi. L'ex ministro Vincenzo Spadafora vede all'orizzonte altre, dolorose scissioni e sul Mattino sprona Conte a «uscire da ogni ambiguità e operare una scelta di campo chiara e riconoscibile». In fretta, perché il leader non ha ancora scelto i membri della segreteria e «il tempo delle incertezze non può essere infinito». La sconfitta di Roma brucia ed è proprio all'ombra del Cupolone che può nascere la rivolta contro il nuovo leader. La vicepresidente del Copasir Federica Dieni loda la sindaca uscente per non essersi sottratta alla sfida e, intervistata da Huffpost , picchia su Conte: «Bisogna mettere la faccia dove si perde». E bisogna, altro tema molto sentito, dire con chiarezza se il Movimento voterà per Gualtieri, oppure no: Conte per adesso si è limitato a giudizi lusinghieri. Virginia Raggi, furiosa per essere stata lasciata sola, è dipinta da molti come una specie di eroina, che ha avuto il coraggio di tentare il bis ed è rimasta in battaglia per condizionare il ballottaggio. A lei guardano tanti eletti della prima ora, sognando che trovi la forza di tentare la scalata alla leadership. Il caffé di Raggi con Enrico Michetti ha per Conte il sapore amaro della sfida: «Non scherziamo, un caffé non vuol dire che nasce un'alleanza col centrodestra».

IL CASO CALENDA AGITA DESTRA E SINISTRA

Eugenio Fatigante per Avvenire intervista Carlo Calenda, il leader di Azione, la lista giunta prima a Roma. Avvenire definisce l’exploit una “grande speranza”.

«Carlo Calenda è stato una sorta di 'grande speranza' di questo primo turno delle amministrative 2021. Ha convinto a votare per lui 219.807 romani, che lo hanno issato al terzo posto della corsa (ma sopra la sindaca uscente Raggi) e hanno fatto della sua lista il primo partito della capitale. Un protagonista, in ogni caso, per quanto sconfitto. Confessa, però, smaltita «la delusione delle prime ore, di apprezzare ora la soddisfazione per il percorso fatto» in un anno intero di campagna elettorale. Un percorso che ora prosegue, per creare quella che definisce «una grande onda di idealismo pragmatico». Ritiene che sia stato più un voto alla sua persona o a uno spazio politico che si può aprire? «Non sono un megalomane. Non penso sia stato un voto a me, semmai a un modo diverso di fare politica. E l'apprezzamento per una candidatura fortemente voluta da me e non scelta dai capipartito. In questo, forse, è stato un segnale». Per dire cosa? «Per rifondare la politica, per crearne una non più basata sul rinfacciarsi ancora le accuse 'fascista' e 'comunista', ma sulla ricerca delle soluzioni ai tanti problemi esistenti, che sono difficili ma possono esserlo di meno se li affrontiamo assieme». Ora ha annunciato un tour? «Sì, da fine ottobre a gennaio. Partirò dal Nord e finirò al Sud. Cercherò di convincere le persone che la politica è l'arte del governo, non è stimolare il voto 'contro' qualcuno. È questa la rivoluzione di cui abbiamo bisogno in Italia. Cercherò di attivare una grande onda di idealismo pragmatico. Quel che deve contare è spiegare ai cittadini la propria visione della società, basata su cosa si può fare realmente e non sui sogni e su sterili parole d'ordine». Perché non ha usato il simbolo di Azione? «Perché era un progetto di natura civica, parlava a una città. Azione è nato come un partito di ispirazione liberal-socialista che prende le mosse dal partito d'Azione». Il suo progetto a chi altri guarda ora? Ai riformisti in genere, ai moderati? «Guardi, le definizioni contano quando le declini in politiche effettive. A cosa serve definirsi di sinistra o di destra, se poi una volta al governo, a esempio nell'immigrazione, non si sono fatte politiche di vera integrazione dei migranti e non si sono chiusi davvero i porti? Deve contare quel che si fa, non quel che si proclama. Il resto è buono solo per i talk-show». Draghi può essere un leader di questo percorso? «È di sicuro un punto di riferimento, perché anche lui si è definito un liberal-socialista, ma soprattutto perché è l'archetipo di questa politica pragmatica. Ciò detto, penso che lui sia più interessato a fare il capo dello Stato se non a restare a Palazzo Chigi. Tocca a noi, allora, tramutare quello che ci piace di questo governo istituzionale, diverso dagli altri, in un voto convinto da mettere nelle urne. Questo ci deve far riflettere. Troppo spesso noi italiani oggi votiamo con la pancia e non con la testa e il cuore. È ora di spezzare questa maledizione, se vogliamo bene al Paese». È inevitabile accostarla al percorso di Renzi. «Io non credo però a un'unione di sigle. Renzi ha oggi un percorso molto parlamentare, ha fatto il premier, ora è interessato all'elezione del presidente della Repubblica. Io sono in una fase diversa. Non ho niente contro di lui e ho molta stima della classe dirigente di Italia Viva, ad esempio del ministro Elena Bonetti. Però abbiamo anche visioni a volte molto differenti. Non concordo sul liquidare il reddito di cittadinanza solo come «soldi dati a chi sta sul divano», piuttosto mi voglio impegnare affinché queste persone siano coinvolte in percorsi di lavori di pubblica utilità, con un compenso anche maggiorato rispetto al Rdc. A Roma pensavo a esempio di ripristinare la figura dello spazzino di quartiere. Sono anche a favore del salario minimo legale. E sono stato e resto in totale disaccordo sull'appoggio dato da Renzi al governo Conte II». Il voto «personale» per il secondo turno a Roma da lei indicato per Gualtieri può aver infastidito suoi elettori tendenzialmente di centrodestra? «Probabilmente sì, me ne rendo conto e mi spiace. Non ho fatto però un passo indietro sul giudizio di complessiva debolezza della proposta di Gualtieri, né sulle critiche alla classe dirigente romana del Pd. Semplicemente ho preso atto del meccanismo del doppio turno, che ti porta a votare poi la soluzione che si ritiene meno dannosa. E questa per me è Gualtieri, persona che stimo, mentre considero Michetti - specie dopo i confronti avuti con lui, che sono stati rari per sua scelta - una figura totalmente inadeguata a guidare una città complessa come la capitale». A proposito di Conte: ha detto che «non vede M5s come un ramo di un nuovo Ulivo». «Ma più che ai rami Conte deve pensare alle pagliuzze. Il Movimento non c'è più. Resterà una sorta di nuova Udeur agganciata qua e là a qualche cacicco locale. È stato una grande illusione. Durata un baleno, per nostra fortuna». Enrico Letta, segretario del Pd, continua però a guardare molto a M5s. Se lo farà, vuol dire che non faremo alcun percorso insieme». In sostanza, a chi si vuol rivolgere allora? «Mi rivolgo a tutti coloro che ragionano con la propria testa e non per schemi fissi. E guardo anche a tutta l'area del popolarismo europeo - penso a Mara Carfagna e altri in Forza Italia -, visto che Berlusconi ha deciso di chiudere la sua carriera politica sotto il giogo di Meloni e di Salvini. Il capo della Lega litiga con Draghi sul fisco... Salvini è un politico che non sa prendersi le sue responsabilità e fa i suoi giochini, consapevole di aver fatto un percorso politico di crescita che ora si è arrestato. Vede sfumare il forte consenso e perde lucidità. Succede a tanti».

Chi proprio fa una crociata contro Calenda è Marco Travaglio, evidentemente preoccupato. Titolo del suo editoriale sul Fatto: Carletto la qualunque.

«Guardando Carlo Calenda che si limonava da solo a Otto e mezzo, abbiamo temuto per Giuseppe Conte. Con tutti i guai che ha coi 5Stelle gli mancava soltanto un benvenuto di Calenda nel "nuovo Ulivo", che poi è la vecchia Unione prodiana da Mastella a Turigliatto, naufragata nel 2008 dans l'espace d'une année. Un endorsement di Calenda porta buono almeno quanto un endorsement di Ferrara, che infatti aveva endorsato Calenda. Ma Conte l'ha scampata: il noto frequentatore di se stesso l'ha riempito di insulti e annunciato che con i 5Stelle non si alleerà mai. Se Letta soffre della sindrome di Stoccolma, visto che si ripiglia due campioni di lealtà come Calenda e Renzi, Carletto Rolex è affetto dalla sindrome della mosca cocchiera, che si posa sul cavallo e si convince di essere lei a trainare il carro. Nessuno gli ha spiegato che Roma non è l'Italia, dove i sondaggi lo danno in zona Iv. Lì ha preso il 19,8% perché molti elettori di destra ridevano all'idea di Michetti sindaco. E han deciso giustamente che il vero candidato di destra era lui (ex Confindustria, ex Montezemolo, ex Monti, ex Renzi, autore col Pd di un furto con destrezza di voti da manuale: prendi il seggio europeo da 18mila euro al mese e scappa). Evento difficilmente ripetibile su scala nazionale, visto che a destra c'è già un discreto affollamento di leader, e purtroppo tutti più popolari di lui (persino B.). Una rondine non fa primavera e un Calenda non fa capoluogo. Lui però se la sente calda: "Voto Gualtieri, ma la mia non è una dichiarazione di voto urbi et orbi" (testuale). Si definisce "socialista-democratico", "liberalsocialista", "liberaldemocratico", "erede del Partito d'Azione" solo perché il suo partito si chiama Azione. Se gli domandano qualcosa di più preciso, dice "basta con fascismo e comunismo, berlusconismo e antiberlusconismo", manco fossero la stessa cosa: un Cetto La Qualunque dei Parioli. E ora che fa? Un bel centrino con Renzi, Bentivogli e FI ? "No, mi fa schifo". Ah. E quindi? Una grande alleanza con i "popolari come la Carfagna" (sic) e pure con Fratoianni, "anche se dice un sacco di idiozie". Ecco. Però, sia chiaro, "ho una pregiudiziale sui 5Stelle, populisti e trasformisti": "Conte non so cos' è" e "ha governato con la Lega e col Pd"; e "Di Maio al Mise ha fatto un disastro epocale, in un Paese serio venderebbe i giornali". Gli è forse sfuggito che Conte è il premier che ha gestito la pandemia e portato a casa il Recovery Fund. E Di Maio, al Mise, spuntò da Mittal molti meno esuberi di quelli avallati da lui. Quanto al trasformismo, lui è stato eletto nel Pd, i suoi tre parlamentari nel Pd, in FI e nel M5S , e Azione sostiene un governo con dentro M5S , Lega e Pd contemporaneamente. Quando arriva l'ambulanza?».

La “grande speranza” di Calenda mette in crisi anche il direttore di Libero Alessandro Sallusti. Se per Travaglio è un Cetto la Qualunque, per Sallusti Calenda è un Mario Segni.

«"Quanto è bravo Calenda", "Ma come parla bene Calenda", "Che cose interessanti dice Calenda". Quanti di noi negli ultimi mesi hanno sentito dire, o addirittura detto, frasi di questo genere. Con l'aggiunta dell'immancabile chiusa: "Pensa che bello se fosse nel centrodestra". Ecco, oggi sappiamo che Calenda non era nel centrodestra perché è di sinistra, più di sinistra di quanto lasci intendere come dimostra il fatto che a poche ore dalla chiusura dei seggi di Roma ha regalato il suo 20 per cento raccolto al primo turno, in vista del ballottaggio, al candidato Pd Gualtieri invece che a Michetti. Per tutta la campagna elettorale Calenda era stato, con la sua lista che alla fine è risultata la più votata, equidistante tra sinistra e destra al punto da raccogliere l'applauso di Giancarlo Giorgetti, vicerè della Lega. Un secondo dopo aver fatto il pieno di voti anche nell'orto del centrodestra, ha scoperto che la destra è di destra, quindi impresentabile, e che il suo cuore batte a sinistra. E bravo Calenda, ha fregato tutti sia pure con stile impeccabile. Ha preso voti di destra per portarli in omaggio (vedremo nel tempo quanto in omaggio) al nemico. Mi ricorda Mariotto Segni, un Calenda ante litteram, che per una stagione ha spopolato nei primi anni Novanta al punto da essere definito "l'uomo che ha in mano l'Italia". Democristiano, prese le distanze dal suo partito - e fece una scissione - perché contrario al compromesso storico con il Pci (Calenda si è scisso col Pd sull'accordo con i grillini) e ottenne un grande successo al referendum da lui lanciato per riformare la legge elettorale. Silvio Berlusconi, intenzionato a entrare in politica, si innamorò di lui e lo corteggiò come possibile leader. Ma una bella mattina Mariotto tentennò e alla fine annunciò che mai e poi mai si sarebbe messo alla guida del nascente Centrodestra perché inquinato da An (con la quale, anni dopo, finì alleato nella fallimentare esperienza dell'Elefantino, una delle tante ideone di Gianfranco Fini). Poi l'oblio. È la fine che fanno i furbetti "né né". O per dirla alla Marchese del Grillo: "Io sono io e voi...". Peccato, Calenda in effetti predicava bene, ma al dunque ha razzolato male. Ora lo sappiamo».

CENTRODESTRA, L’ANALISI DEL VOTO

La Repubblica, con Emanuela Lauria, pubblica un documento riservatore di lettura del voto che circola negli ambienti di Forza Italia.

«L'orgoglio forzista sta tutto in una nota interna di analisi del voto che, nel celebrare un risultato di sostanziale tenuta rispetto ai sondaggi, va ben oltre la dichiarazione di esistenza in vita: il documento di dieci pagine, da un paio di giorni sui tavoli di big e deputati, esalta il "ruolo centrale" del partito di Silvio Berlusconi e non manca di assestare qualche elegante fendente agli alleati. Di governo e di opposizione. E' anche sulla base di questi numeri, e delle conclusioni politiche che se ne traggono, che nasce la netta presa di distanze dei ministri azzurri da Salvini e dal suo strappo sulla delega fiscale. Mai, Fi e Lega, sono stati così distanti, al punto da rendere ormai remota l'ipotesi di una federazione e di rendere più corposi i sospetti di un avvicinamento dei berlusconiani a una piattaforma centrista. Nella nota c'è una bocciatura netta del civismo scelto come compromesso da Salvini e Meloni per le grandi città: si segnala che «fra le candidature del centrodestra ai ruoli apicali solo due erano esplicitamente riconducibili a Forza Italia, Occhiuto in Calabria e Di Piazza a Trieste». E questo significherebbe due cose: «Che vincono candidati non improvvisati, perché entrambi hanno una lunga storia politica alle spalle. E che vincono candidati con un profilo centrista come quelli che solo Forza Italia sa esprimere». Evidente la bocciatura di Michetti a Roma e soprattutto di Bernardo a Milano: «Il centrodestra non riesce a vincere nelle grandi città, dove l'elettorato è più informato e più aperto all'Europa e al mondo... A differenza del passato non abbiamo neanche provato a competere per conquistare questo elettorato urbano: a Milano in passato ci eravamo riusciti con Albertini e Moratti e ci eravamo andati vicini con Parisi». Più chiaro di così. Severa, per usare un eufemismo, la lettura del voto degli alleati: «La nostra coalizione ha fortemente ridotto i voti soprattutto per effetto del forte calo della Lega, che ha perso in due anni 634.652 consensi, pari al 70,2 per cento». Un crollo che, si badi, è valutato escludendo dal calcolo Napoli, dove la lista del Carroccio era stata ricusata. Un crollo che, è sottolineato nel documento "segreto" di Forza Italia, «è in proporzione maggiore anche a quello dei 5 Stelle». E i meloniani? Ce n'è anche per loro: «Il calo della Lega - è scritto - è stato solo in piccola parte compensato dalla crescita di Fratelli d'Italia ». E Fdi costituisce sì l'unico dei grandi partiti ad avere guadagnato voti. ma non si è rafforzato «nel modo clamoroso indicato dai sondaggi ». E con una premessa quasi imbarazzata («Pur non attribuendo a questo dato più valore di quello che merita »), si fa notare che «in questa tornata elettorale Fi risulta il terzo partito del panorama politico, dopo Pd e Fdi ma prima di Lega e 5S». C'è, ed è evidente, un buon tasso di autocompiacimento, ma i numeri, elaborati con l'apporto del politologo Roberto D'Alimonte, portano dritto alla conclusione che bisogna restare saldamente dentro il governo Draghi: «Il fatto di averlo appoggiato coerentemente, pur rimanendo nel centrodestra, è stato premiato - è scritto - da un risultato relativamente migliore rispetto agli alleati e soprattutto ci ha dato un ruolo centrale. La scelta di opposizione di Fdi è stata premiata meno delle attese mentre la partecipazione critica della Lega al governo è stata penalizzata». E tutto questo, viene osservato, «ci dà qualche carta in più da giocare in vista dell'elezione del capo dello Stato». Poco prima, non casualmente, si annuncia il «ritorno in campo del presidente Berlusconi» e si ricorda che «al centrodestra manca la figura di un federatore», quale era l'ex premier «quando i numeri erano a suo favore». Gonfiano il petto, gli ultimi della coalizione. Li davano per finiti e ora mettono in mora i sovranisti».

ROMA, IL CONGEDO DELLA MERKEL

Paolo Valentino per il Corriere della Sera racconta il passo d’addio della Cancelliera Angela Merkel, ieri in visita a Roma.

«È sempre la stessa storia: la solidarietà va insieme alla responsabilità», dice Mario Draghi in una cerimonia degli addii affettuosa e velata di nostalgia. Accanto a lui, Angela Merkel ha appena riproposto il suo antico teorema: «L'Unione dei trasferimenti non sarebbe un bene per l'Europa. Mutualizzare le finanze non riuscirà. Se le cose vanno finanziate, le responsabilità devono rimanere negli Stati membri». La cancelliera riconosce che «abbiamo bisogno di maggiore solidarietà», ben oltre quella dei fondi di coesione. Ma ricorda che occorrono certe condizioni, come il completamento dell'Unione bancaria ancora in mezzo al guado e l'uso del Mes, fin qui considerato quasi radioattivo. Eppure, Merkel ammette che di fronte a eventi eccezionali, l'Unione deve dimostrare una capacità di risposta, com' è successo nella pandemia con il Next Generation EU. È solo uno spiraglio. Ma a Draghi basta per rovesciare il ragionamento. Il Next Generation Eu, spiega il premier, è un'occasione straordinaria per l'Italia «per crescere e colmare il vuoto accumulato nelle infrastrutture, nella ricerca, nell'educazione e in altri campi». Ma, «poiché abbiamo ottenuto la fetta maggiore dei fondi europei, portiamo anche la maggiore responsabilità nello spenderli bene e con onestà». La dobbiamo a noi stessi e ai cittadini europei «che pagano le tasse per finanziare un piano di cui siamo i primi beneficiari». Soltanto «se avremo successo tornando a crescere, come penso e spero, saremo più credibili e potremo anche pensare che questo tipo di sforzo non sia una tantum». Merkel risponde a tono: «Come si presenterà l'Italia dipende dal suo premier. E in Europa Mario Draghi ha una voce in capitolo. E che voce. Ha presentato un ottimo programma per il Next Generation Eu e sono sicura che l'Italia spenderà bene questi fondi». Così lontani, così vicini. Etica delle convinzioni ed etica della responsabilità hanno legato Draghi e Merkel in questi anni e continuano a unirli, mentre prendono reciproco congedo. Ognuno nel suo ruolo, hanno entrambi salvato l'euro e tenuto insieme l'Europa. E il premier le rende merito: «Durante i miei anni alla guida della Bce, la cancelliera ha difeso con grande convinzione l'indipendenza della Banca centrale, anche quando venivamo attaccati per le politiche espansive mirate a difendere l'integrità della moneta unica, allontanare i pericoli della deflazione e sostenere la ripresa. Le sono personalmente grato». E ancora: «Campionessa del multilateralismo, ha difeso i valori della democrazia, è stata un esempio per tante ragazze e giovani donne». Merkel ascolta con la testa inclinata, i suoi celebri Mundwinkel , gli angoli della bocca, segnalano commozione: «Mario Draghi ha protetto l'euro». Prima di presentarsi alla stampa hanno parlato di Libia e Afghanistan, confermando la determinazione di Roma e Berlino a proseguire insieme nella ricerca di soluzioni alle due crisi: elezioni, cessate il fuoco e ritiro delle truppe straniere nella sfida libica; emergenza umanitaria e rispetto dei diritti umani nel caso afghano, in vista del G20 straordinario convocato dalla presidenza italiana per la prossima settimana. A colazione, sullo sfondo di uno strepitoso panorama romano, Draghi e Merkel si appartano lanciandosi in una fitta conversazione. Uno di quei colloqui, che una volta un consigliere di lei paragonò a un seminario accademico. Parlano soprattutto del futuro: il clima, la difesa comune, l'innovazione, l'intelligenza artificiale, le pandemie. Tutte sfide «più grandi di ogni singolo Paese» nelle parole del premier, sulle quali si misura la capacità dell'Unione di darsi autonomia strategica: «Ogni quadrante dello scacchiere mondiale ci manda lo stesso messaggio: occorre rafforzare la cooperazione, il coordinamento e la consultazione tra noi europei». La cancelliera fa un «campo stretto»: «Entriamo in una fase in cui la competitività europea rispetto all'innovazione non è più sufficiente. Servono più global players , gruppi industriali a livello globale e più investimenti su innovazione, ricerca e sviluppo». Giunta alla fine del viaggio, poteva fare di più o diversamente Angela Merkel? «In questi sedici anni ho sempre agito secondo coscienza e con la migliore delle intenzioni». Draghi gliene dà atto: «È stata determinante nel disegnare il futuro dell'Europa, ci mancherà».

MENO ARMI E PIÙ VACCINI

La Cancelliera tedesca ha anche partecipato alla chiusura dell'incontro internazionale promosso dalla Comunità di Sant' Egidio al Colosseo. Dove ha parlato il Papa, che ha detto: meno armi e più cibo, più vaccini distribuiti equamente e meno fucili venduti. La cronaca di Gianni Cardinale per Avvenire.

«Il sogno di una «terra come casa comune, abitata da popoli fratelli», di «religioni sorelle e popoli fratelli!», di «religioni sorelle, che aiutino popoli a essere fratelli in pace, custodi riconciliati della casa comune del creato». Papa Francesco chiude con questa accorata invocazione il discorso che pronuncia nel momento conclusivo dell'incontro internazionale "Popoli fratelli, Terra futura. Religioni e culture in dialogo", il 35° promosso dalla Comunità di Sant' Egidio nello spirito di Assisi, dopo la storica giornata voluta da Giovanni Paolo II nel 1986. Un discorso potente. Letto davanti al Colosseo dopo un momento di preghiera con il patriarca ortodosso Bartolomeo I e il catholicos di tutti gli armeni, Karekin II. Il Pontefice interviene dopo il fondatore della Comunità Andrea Riccardi, dopo la cancelliera tedesca Angela Merkel, ospite d'eccezione insieme al consorte, dopo il grande imam dell'università di al-Azhar al-Tayyeb (che denuncia l'iniqua distribuzione dei vaccini nel mondo), dopo il presidente della Conferenza dei rabbini europei Pinchas Goldschmidt, presenti all'evento insieme ad esponenti buddisti e induisti. Francesco ricorda che «la vita dei popoli» non è «un gioco» ma «cosa seria e riguarda tutti», e non si può lasciare «in balia degli interessi di pochi o in preda a passioni settarie e nazionaliste ». Sottolinea che è la guerra a «prendersi gioco della vita umana ». È «la violenza», è «il tragico e sempre prolifico commercio delle armi, che si muove spesso nell'ombra, alimentato da fiumi di denaro sotterranei». Ribadisce quanto scritto in Fratelli tutti: «La guerra è un fallimento della politica e dell'umanità, una resa vergognosa, una sconfitta di fronte alle forze del male». E i rappresentanti delle religioni «sono chiamati a non cedere alle lusinghe del potere mondano», ma a farsi «voce di chi non ha voce, sostegno dei sofferenti, avvocati degli oppressi, delle vittime dell'odio, scartate dagli uomini in terra ma preziose davanti a Colui che abita i cieli». Perché oggi in troppe parti del mondo «anziché prevalere il dialogo e la cooperazione, riprende forza il confronto militare come strumento decisivo per imporsi». In nome della pace il Pontefice esorta a disinnescare in ogni tradizione religiosa «la tentazione fondamentalista » e «ogni insinuazione a fare del fratello un nemico ». E lo fa citando un detto dell'imam Ali: «Le persone sono di due tipi: o tuoi fratelli nella fede o tuoi simili nell'umanità». Ad ascoltare il Papa ci sono numerosi cardinali (Re, Sandri, Ayuso, Bassetti, Kasper, Zuppi, Tolentino de Mendonça, Ouel-let, Ouedraogo, Czerny), i ministri Lamorgese e Bianchi, la scrittrice Edith Bruck. Nel discorso richiama l'esortazione che fece nel 2019 ad Abu Dhabi sul compito non più rimandabile che spetta oggi alle religioni «smilitarizzare il cuore dell'uomo». Il cuore ma anche le mani. Dovere delle religioni infatti è «aiutare a estirpare dai cuori l'odio e condannare ogni forma di violenza». Incoraggiando «con parole chiare» a «deporre le armi», a «ridurre le spese militari per provvedere ai bisogni umanitari», a «convertire gli strumenti di morte in strumenti di vita», a «costruire compassione». «Meno armi e più cibo, meno ipocrisia e più trasparenza, più vaccini distribuiti equamente e meno fucili venduti sprovvedutamente », è l'appello del Papa. Infine il richiamo al tempo della pandemia, quando i tanti «si sono malati di dimenticanza, dimenticanza di Dio e dei fratelli ». Ciò ha portato «a una corsa sfrenata all'autosufficienza individuale, deragliata in un'avidità insaziabile, di cui la terra che calpestiamo porta le cicatrici, mentre l'aria che respiriamo è piena di sostanze tossiche e povera di solidarietà». Ma in questo clima deteriorato «consola pensare che le medesime preoccupazioni e lo stesso impegno stiano maturando e diventando patrimonio comune di tante religioni». Infatti «la preghiera e l'azione possono riorientare il corso della storia». Al termine ecco l'accorato appello alla pace letto da una donna afghana appena fuggita dal suo Paese. Un appello a non usare le religioni «per la guerra», a «riprendere presto il processo di disarmo oggi bloccato», a «fermare il commercio e l'uso delle armi», a «far avanzare il disarmo nucleare» perché il proliferare delle armi atomiche «è un'incredibile minaccia». L'incontro promosso dalla Comunità di Sant' Egidio si chiude con un breve intervento del patriarca Bartolomeo. Poi l'appuntamento per il prossimo anno, per la 36ª edizione. Quella che si è appena conclusa, spiega il presidente della Comunità, Marco Impagliazzo, ha fatto capire che «c'è bisogno di incontrarsi di persona all'insegna del dialogo tra i leader delle diverse religioni per guardare al futuro, ma anche di ascoltare insieme il grido degli ultimi per capire il vero stato del mondo». E in questo quadro «i temi della fraternità universale e della cura dell'ambiente emergono con chiarezza come preoccupazione comune di tutte le religioni e al tempo stesso come via d'uscita dalla pandemia».

VIALLI E MANCINI NEI PANDORA PAPERS

Arriva dall’estero l’ultimo scandalo che coinvolge due simboli dell’Italia nel mondo. Non solo calcistici. Giuseppe Sarcina per il Corriere.

«Ci sono anche Roberto Mancini e Gianluca Vialli nei Pandora Papers. Dalle carte risulta che tutti e due siano stati proprietari di società offshore nel paradiso fiscale delle Isole Vergini britanniche. Il Commissario tecnico della Nazionale è l'azionista della Bastian Asset holdings. Il suo ex compagno di squadra nella Sampdoria degli anni d'oro, è invece, il titolare della Crewborn Holdings. La notizia arriva proprio nel mezzo del torneo Nations League: per ora nessun commento dall'allenatore della Nazionale campione d'Europa. Vialli, invece, ha fatto sapere di «essere un cittadino britannico» e che i suoi «investimenti commerciali sono registrati e amministrati nel pieno rispetto della normativa fiscale». Mancini, 56 anni, e Vialli, 57, sono i nomi più noti che emergono dal capitolo italiano, curato dall'Espresso , nell'inchiesta dell'International Consortium of Investigative Journalists. Circa 11,9 milioni di documenti esaminati da 150 testate mondiali, tra le quali il Washington Post , Bbc , Guardian e Le Monde. Le rivelazioni hanno già portato alla luce, tra l'altro, gli affari segreti di 35 capi di Stato e di governo, di cui 14 tuttora in carica. Da Vladimir Putin al re di Giordania Abdullah II; da Tony Blair al premier della Repubblica Ceca Andrej Babis. Anche le star dello spettacolo e della moda sono clienti assidui dei «paradisi fiscali»: Elton John, Ringo Starr, Claudia Schiffer. Almeno nove Paesi, tra i quali Australia, Gran Bretagna e Pakistan hanno già aperto le indagini. In volo sui Caraibi. Mancini controlla la Bastian Assett Holdings, base nelle caraibiche Isole Vergini britanniche, dall'aprile del 2008. Da qui sembra transitare almeno una parte dei suoi redditi e delle sue ricchezze. Nel maggio di quell'anno lasciò la panchina dell'Inter con una buonuscita di otto milioni di euro. Nel novembre successivo ecco che la società offshore di Mancini acquista un aereo privato Piaggio P180 per sei milioni di euro. Nel gennaio 2009 si verifica uno strano passaggio di fondi. La Bastian riceve un prestito di 4,7 milioni di euro dalla Sg Equipment Finance Schweiz, una fiduciaria con sede a Zurigo. Gli svizzeri pignorano, a titolo di garanzia, sia il velivolo che le azioni della Bastian Assett. Nel novembre 2009 Mancini torna in pieno possesso delle azioni. Un mese dopo diventa l'allenatore del Manchester City. E nel dicembre del 2009 scrive alla Fidor-Fiduciaria Orefici di Milano per comunicare che aveva «intenzione di approfittare della recente legislazione italiana», cioè lo scudo fiscale introdotto dal governo Berlusconi che consentiva il rientro di capitali parcheggiati all'estero, in cambio di una tassa del 5% sul valore complessivo. Non è noto se Mancini si sia messo in regola con l'erario italiano. Il Piaggio P180 era rimasto l'unico asset della Bastian: fu venduto nel 2011, come premessa, si legge nel dossier di Pandora, per la «liquidazione» della società offshore. L'ex attaccante della Sampdoria e della Juventus, protagonista dei Mondiali '90 e attuale accompagnatore della Nazionale, sarebbe arrivato prima di Mancini nelle Isole Vergini britanniche, fondando la Crewborne Holdings Limited nel 1998. Un'altra società, la Belvedere Investments Limited opera come trust, cioè come fiduciaria, della famiglia di Gianluca Vialli. I «Pandora Papers» indicano che i fondi provengono «dal patrimonio personale» dell'ex giocatore. I proventi per i diritti di immagine, accumulati tra il 2008 e il 2013, confluirono nei due contenitori offshore. In quel periodo si verifica un curioso giro di denaro. La Crewborne riceve diversi prestiti senza interessi: si va dai 319 mila euro nel 2009 ai 4,1 milioni di euro nel 2012. Da dove arrivano questi soldi? Dalla Belvedere Investments, il trust della famiglia Vialli. Le risorse servono anche ad alimentare gli affari di Claudio Giacopazzi, grande amico di Gianluca. La Crewborne finanzia la Fish Eagle Trading e Servicos, base nell'isola di Madeira, paradiso fiscale portoghese. Giacopazzi ne è l'azionista principale. L'impresa è specializzata «nella produzione e nella distribuzione di materiale digitale per l'industria dell'intrattenimento». Crewborne fu liquidata nel 2017, ma non prima di aver investito nel fondo Bc European Capital VIII, gestito dalla Bc Partners di Londra. Quattro anni dopo, nel gennaio del 2021, si formò una cordata per tentare di comprare l'Inter dai cinesi di Suning. L'iniziativa partiva da Vialli e Fausto Zanetton, ex banchiere di Goldman Sachs e Morgan Stanley, che avevano fondato «Tifosy», una piattaforma aperta ai contributi dei supporter. All'impresa si era unito il Fondo Bc European Capital VIII, si scopre ora con i Pandora Papers, mettendo sul piatto i fondi di Vialli in arrivo dalle Isole Vergini britanniche».

ANNUNCIATO UN VERTICE: BIDEN INCONTRERÀ XI

Svolta nei rapporti Usa - Cina, prima della fine dell’anno i due Presidenti si incontreranno. Federico Rampini analizza il passaggio.

«Due novità rilanciano Joe Biden, dopo settimane di difficoltà per la sua presidenza. La prima, sul fronte domestico, è un prezioso accordo bipartisan che al Senato raccoglie i voti necessari fra democratici e repubblicani per alzare il tetto del debito federale. Senza questo accordo si rischiava un default sovrano degli Stati Uniti - sia pure temporaneo e di natura "tecnica" - che avrebbe potuto destabilizzare i mercati. Per Biden l'aspetto più importante è l'appoggio dell'opposizione repubblicana. L'altra novità è l'annuncio del più importante appuntamento di politica estera dell'anno. Prima della fine del 2021 Biden incontrerà Xi Jinping. Il summit sarà virtuale ma comunque riunirà i leader delle due superpotenze per la prima volta da quando Biden è alla Casa Bianca. Un appuntamento su cui ambedue si giocano molto, ma forse soprattutto per il presidente americano si trasforma in un test cruciale. Il governo cinese sostiene che le relazioni tra Washington e Pechino «hanno toccato il fondo, sono nella situazione peggiore» da quando le relazioni vennero normalizzate dopo l'incontro fra Richard Nixon e Mao Zedong nel 1972. Anche da parte americana l'analisi dello stato delle relazioni è segnato da un profondo pessimismo. Biden si è circondato di una squadra che ha sulla Cina una visione perfino più negativa e allarmata rispetto all'Amministrazione Trump. Non a caso, un fronte dove c'è continuità da Trump a Biden è la politica commerciale. La massima responsabile dell'Amministrazione Usa per il commercio estero, Katherine Tai, ha confermato due giorni fa che tutti i dazi doganali introdotti da Trump resteranno in vigore, anche se si riserva di esaminare caso per caso le richieste di esenzioni quando vengono da aziende americane in difficoltà sugli approvvigionamenti. La Cina, secondo le stime di Washington, ha disatteso per l'ennesima volta le sue promesse, importando solo il 60% di quanto aveva promesso di acquistare dagli Stati Uniti. Inoltre Tai accusa Pechino di accentuare la dimensione "Stato- centrica" della sua economia, il che significa ancor più protezionismo, nazionalismo, aiuti ai campioni dell'industria pubblica attraverso sussidi e credito agevolato. Due settori dove la concorrenza sleale della Cina preoccupa particolarmente la Casa Bianca sono le energie rinnovabili e i semiconduttori: in entrambi i casi la competizione con il "metodo cinese" ha già fatto fallire o minaccia di far fallire aziende americane che operano nelle stesse aree. Un altro caso in cui c'è continuità da Trump a Biden è nell'offensiva per bloccare la penetrazione di Huawei nel 5G. Il colosso cinese delle telecom stava per conquistare una posizione dominante nella nuova generazione di Internet ultra-veloce, ma le pressioni di Washington sugli alleati hanno rallentato o bloccato i piani di Huawei in diverse parti del mondo. La tensione che si accumula fra le due superpotenze in vista del summit Biden-Xi non si limita alla sfera economica e tecnologica. Sul fronte militare, la Casa Bianca esprime un allarme crescente per l'escalation di violazioni dello spazio aereo di Taiwan da parte di squadroni di cacciabombardieri cinesi. Alcune iniziative recenti di Biden come la cooperazione militare con Regno Unito e Australia (Aukus) e il club delle democrazie Quad nell'Indo-Pacifico, sono finalizzate a contenere un espansionismo sempre più aggressivo da parte della Cina. È di ieri la notizia che dei consiglieri militari di Washington sono a Taiwan per formare le forze armate locali e attrezzarle a resistere meglio nell'ipotesi di un'invasione dalla Repubblica Popolare. E la Cia ha creato una nuova divisione appositamente focalizzata sulla minaccia cinese. In un clima così teso si segnala anche l'inquietudine per la ripresa dei consumi di carbone e altre energie fossili da parte della Cina: oltre a contribuire all'inflazione energetica mondiale, questo rischia di vanificare gli obiettivi di lotta al cambiamento climatico. In questo contesto l'auspicio formulato da Pechino e Washington, che il summit serva a "rimettere sul binario giusto" i rapporti bilaterali, suona come retorica diplomatica. È vero però che in ambedue le nazioni ci sono forze favorevoli a un disgelo. In America la finanza di Wall Street e una parte dell'industria digitale (Apple in testa) remano contro ogni scenario di decoupling o divorzio tra le due economie. Neppure i recenti problemi della "bolla immobiliare" cinese (il rischio di bancarotta del colosso Evergrande) hanno incrinato il desiderio di Wall Street di fare affari con la Cina. Sul fronte opposto, anche nel capitalismo privato cinese esiste un "partito filo-americano", ma la recente offensiva di Xi contro i miliardari di Big Tech ha indebolito questa opposizione interna, e la stessa Cina ha mosso dei passi verso il decoupling».

POLITKOVSKAJA SENZA GIUSTIZIA

Sono scaduti anche formalmente i termini di prescrizione per scoprire i mandanti dell’omicidio della giornalista Anna Politkovskaja. Lo scrive sulla Stampa Anna Zafesova.

«Quattro spari nel petto e uno, di controllo, in testa, nel centro di Mosca, nel giorno del compleanno del presidente: quindici anni fa, quella di Anna Politkovskaja è stata una morte che ha scosso tutto il mondo, forse il primo omicidio politico clamoroso della Russia putiniana, sicuramente quello che ha inaugurato una nuova era di paura, e di attentati a dissidenti e oppositori del Cremlino. Ed è anche il primo a venire archiviato: ieri sono scaduti i termini di prescrizione, e ora il mandante dell'omidicio della giornalista di «Novaya Gazeta» non verrà più indagato o ricercato, e il suo nome potrebbe rimanere sconosciuto al pubblico. Non al Cremlino, ha accusato ieri il vicedirettore della «Novaya Gazeta»: «La leadership politica russa conosce il suo nome, ma non ha mai ritenuto politicamente opportuno rivelarlo. E il mandante è convinto di non correre alcun rischio», sostiene Sergey Sokolov, che ha firmato insieme ai suoi colleghi una videoinchiesta pubblicata su YouTube, «Come hanno ucciso Anna». Il giornale - ultima delle testate critiche russe a non essere ancora stata chiusa o proclamata dal governo "agente straniero" - ha chiesto ufficialmente di riaprire il caso, e di continuare le indagini, per portare sul banco degli imputati non soltanto il killer Rustam Makhmudov - che attualmente sta scontando l'ergastolo - e quattro suoi complici, ma il potente che ha ordinato di uccidere la giornalista. Una richiesta sostenuta anche dall'Unione Europea e dalla Casa Bianca, che nell'anniversario della morte di Politkovskaja hanno ribadito la necessità di proseguire le indagini, e inviato i loro diplomatici a Mosca a piantare tulipani in sua memoria, insieme ai suoi figli Vera e Ilya e ai suoi colleghi. Che ieri hanno rivelato alcuni dei particolari dell'indagine parallela che non hanno mai smesso di svolgere. Con piste che portano nel Caucaso - da dove Politkovskaja aveva inviato i suoi reportage più coraggiosi - ma anche a Mosca, tra killer ceceni che avevano strane complicità con i servizi segreti russi, evidenti tentativi di coprire gli indiziati e altrettanto palesi indicazioni di incriminare per l'omicidio l'oligarca esiliato Boris Berezovsky, mentre la giornalista che nei mesi precedenti all'attentato veniva pedinata non soltanto dai poliziotti moscoviti collusi con gli assassini, ma anche dai servizi segreti Fsb, che non potevano non essersi accorti della presenza dei loro "concorrenti". Le domande restano molto più numerose delle risposte, ma il portavoce della presidenza Dmitry Peskov ha dichiarato ieri che Putin «non commenta né vuole commentare il lavoro degli inquirenti», pur augurandosi che tutti i responsabili dell'omicidio rispondano davanti alla giustizia, «anche tra molti anni». Per poter rispondere però ci vorrebbe una decisione del tribunale per prorogare il termine di prescrizione, ma i giornalisti di «Novaya Gazeta» sostengono che «nessuno ha mai voluto cercare il mandante, fin dal primo giorno». L'omicidio, che quindici anni fa aveva messo in imbarazzo Mosca - con manifestazioni di protesta durante le visite di Putin in Europa e decine di vie e giardini intitolati ad Anna Politkovskaja in diverse città europee - non aveva però preoccupato particolarmente la leadership russa, con il presidente russo che dichiarò in pubblico che la giornalista era «nota solo in Occidente e quasi sconosciuta in Russia e nessuno aveva interesse a ucciderla». All'epoca, era sembrato uno scivolone mediatico, come anche le allusioni di molti commentatori vicini al governo a una complicità dei critici di Putin, che avrebbero ordinato l'omicidio di Politkovskaja proprio per gettare un'ombra sul presidente. Quindici anni dopo, il copione si è ripetuto tante altre volte, con Aleksandr Litvinenko, con Boris Nemzov, con Alexey Navalny, solo per citare gli attentati più famosi, in nessuno dei quali è mai stato individuato il colpevole».

PREMIO NOBEL CONTRO IL COLONIALISMO

Lo scrittore tanzanese Abdulrazak Gurnah è stato insignito ieri del premio Nobel per la Letteratura 2021. In questa intervista ad Avvenire Gurnah si sofferma sui temi portanti della sua opera: «La storia non è mai del tutto dimenticata, anche l'invenzione può illuminare la realtà». Dorella Cianci per Avvenire.

«L'Accademia svedese, leggendo ieri le motivazioni per il premio Nobel per la Letteratura ad Abdulrazak Gurnah, ha detto: «È soprattutto un riconoscimento per l'intransigente e compassionevole indagine degli effetti del colonialismo e del destino dei rifugiati nel divario tra culture e continenti». Ed è proprio per queste ragioni che ci è capitato di incontrare il professor Gurnah, colto e gentile romanziere, oltre che docente di Letteratura all'Università del Kent. È nato a Zanzibar, dove è rimasto fino a quando è arrivato in Inghilterra come rifugiato. Gurnah appartiene a una minoranza etnica araba, che è stata atrocemente perseguitata sin dal 1963 in Tanzania, da dove lui riuscì ad andar via, spostandosi con una cattedra universitaria prima in Nigeria e poi a Canterbury, dove ad oggi lavora. Il suo impegno per i diritti civili, per le minoranze, per i temi legati agli effetti sociali del post colonialismo, lo rendono una voce autorevole di quei Sud del mondo spesso divorati dalla cultura dello scarto. In occasione anche del gruppo di lavoro "Refuge in a moving world" in collaborazione con Ucl-African Studies, pose l'accento, in particolare, sulla condizione delle varie aree del-l'Africa, invitando a non parlare genericamente di continente africano, ma cercando di prestare occhio, orecchio e cuore ai vari territori e alle diversissime popolazioni. Da oggi, certamente, i lettori italiani impareranno a conoscere un po' meglio questo scrittore, grazie in particolare a Garzanti, che certamente si attiverà per ripubblicarlo. Professor Gurnah, a che cosa lei presta occhio, orecchio e cuore? «Ai rifugiati, ai migranti, a coloro che vanno e a coloro che restano. Gran parte dei miei romanzi coprono un lungo periodo precedente alla mia nascita, ma queste narrazioni riguardano ancora me, mentre crescevo a Zanzibar, riguardano la mia storia, la mia famiglia, coloro che sono ancora lì o che sono stati perseguitati; ma riguardano anche i tanti fenomeni migratori che sono in corso nel nostro pianeta, dettati ora dalle guerre, ora dalle pestilenze, ora dalla siccità o dalla deforestazione (penso ad esempio ai cosiddetti migranti a causa del clima)». I suoi romanzi raccontano le molteplici forme di esclusione e inclusione, espropriazione e inclusioni difficili, che caratterizzano le migrazioni delle genti, oggi e in epoche passate. Lei si basa su una critica letteraria postcoloniale, restando vigile sui diversi processi migratori, che riguardano le persone attraverso il tempo e, soprattutto, lo spazio. Che può dirci della storia coloniale delle sue zone? «Gran parte della storia coloniale africana è stata messa in un cassetto, dimenticata nell'immaginario popolare britannico, anche un po' colorito. In mezzo alle diverse pubblicazioni romanzate e fin troppo stereotipate, segnalo solo una di buona qualità, La mia Africa di Karen Blixen, un romanzo autobiografico conosciutissimo, pubblicato in tutto il mondo. La storia, come vede, non è dimenticata da tutti davvero. Gli storici del colonialismo, ben più dei romanzieri, studiano questo periodo e questi eventi, così come indagano le vite delle persone, nostri avi, che sono state immerse in questo complesso tempo della storia. Quel periodo è stato un'ostinata guerriglia, fatta di pause e violente riprese, su cui le truppe a guida tedesca probabilmente ebbero la meglio. Quelle britanniche non furono molte. La maggior parte dei soldati erano africani. La maggior parte delle vittime erano africane». Leggendo i suoi romanzi vien naturale chiedersi quali siano il ruolo della critica letteraria e il ruolo della storia, aspetti che lei unisce. «Beh, ben prima della critica letteraria, io citerei "Refugee tales", un gruppo in autentica solidarietà con rifugiati e richiedenti asilo. Lavorando direttamente in collaborazione con coloro, che avevano sperimentato il sistema di asilo nel Regno Unito, e prendendo come modello la grande poesia di viaggio di Chaucer, scrittori, fra cui io, hanno e abbiamo raccontato una serie di storie. Credo che sia anche molto importante citare i Quaderni del '900, dove si indaga la letteratura postcoloniale italiana (Pasolini, Moravia, Flaiano). Nel 2002, inoltre, mi sono occupato di Derek Walcott e del suo senso della storia per il mio corso. Per avere una visione storica e letteraria di un mondo nuovo, bisogna avere piena consapevolezza della storia, come Whitman, Neruda, Borges e, in un senso lato, come il poema di Cesaire Cahier d'un retour au pays natal. Il suo saggio ha per epigrafe un bellissimo verso di Joyce: «La storia è l'incubo da cui sto cercando di svegliarmi». Questo vuol dire avere un senso critico della storia». Dunque, per lei, la vita vera che si fa narrazione... «C'è sempre fiction e realtà. Prenda Il disertore: è una meditazione sulla perdita e sull'abbandono. Inizia alla fine dell'Ottocento in un piccolo paese lungo la costa di Mombasa. Una mattina, sulla strada per la moschea, un negoziante timoroso, è terrorizzato da quello che pensa debba essere un ghul, che si staglia nella luce dell'alba, cioè un'entità sovrannaturale per i musulmani, un mito spesso dedito all'aggressione dei viaggiatori. Ecco perché il negoziante ha paura. A un esame più attento, risulta essere «un uomo dalla carnagione cinerea», Pearce, cioè un coloniale disilluso, che è stato derubato e lasciato quasi morire nel deserto dalle sue guide somale. Hassanali lo porta a casa sua, gli dà da mangiare e da bere e chiama il guaritore. Il tema dell'accoglienza non è mai da sottovalutare. Il secondo capitolo parte dal punto di vista doveroso e senza pretese di Hassanali al mondo imperialista del funzionario britannico locale, Turner. Il resto è noto, ma è chiaro che è un romanzo che, sotto diverse prospettive, parla degli effetti del colonialismo». Memory of Departure e The Last Gift sono due capolavori, ma quest' ultimo, in particolare… «Spero che anche qui, insieme al punto di vista solito, riguardante le genti in movimento, si comprenda l'ironia del protagonista, residente a Londra, che etichetta i suoi vicini di casa come «questi stranieri europei». Spesso ci sentiamo migranti appena mettiamo un piede fuori casa. Spesso lo siamo per tutta la vita sia oggettivamente che soggettivamente. Non so se le persone si abitueranno a essere immigrate, ma di certo, in particolare per noi che abbiamo vissuto quest' esperienza, sarebbe auspicabile mantenere sempre un'anima accogliente e una mente ricca di memoria, per non tradire i luoghi da dove si è partiti».

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