La lezione di De Gasperi

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L’anniversario della morte di Alcide De Gasperi cade dopo Ferragosto, quando la vita pubblica è quasi sempre in pausa. Lo statista trentino morì infatti a Borgo Valsugana il 19 agosto del 1954. Ricordo che, ai tempi della Dc, per noi cronisti di Palazzo, la messa in suffragio al Verano a Roma (dove c’è un  monumento che ricorda l’ex presidente del Consiglio) era un appuntamento utile per contattare di persona i capi democristiani, durante la pausa estiva. Non mancavano mai Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Andreotti, subito dopo la terribile accusa di mafia, nell’estate del 1992, sedette in ultima fila per non mettere in imbarazzo i compagni di partito. La ricorrenza agostana è spesso (lo è anche quest’anno, parleranno in Trentino Guzzetti e Tremonti) l’opportunità di riflettere sull’importanza dello statista democristiano.

Alcide De Gasperi ha, per lungo tempo, diviso il Paese: oggi si sentono tutti (compresi gli eredi del Pci che lo riteneva il nemico) in debito con lui. La sua battaglia per la democrazia e per la Costituzione repubblicana, iniziata in una cella di Regina Coeli dove l’aveva condannato il Fascismo, fu limpida e intensa. La sua testimonianza di cristiano impegnato nella vita pubblica fu messa a dura prova dai contrasti anche interni alla Chiesa cattolica. Fu decisivo il conforto di monsignor Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI,  che incoraggiò e protesse De Gasperi nel momento più difficile. Problematico il rapporto con Papa Pio XII: la sua idea di laicità e di democrazia cristiana (mutuata da Maritain) a volte non era compresa. Oggi tutti condividono la lotta per la libertà e per la democrazia occidentali, l’idea positiva e feconda di un’Europa dei popoli prima che delle Nazioni.    

De Gasperi fu un grande statista, nel senso che seppe dare la vita stessa allo Stato, mantenendo modestia e onestà personale. Anche il suo patriottismo, dopo l’ubriacatura oggi diremmo populista del Ventennio, ebbe il giusto equilibrio di attaccamento alla Nazione, nel segno della solidarietà e della cooperazione internazionale. Quanto alla vita dei partiti, ne capì subito i difetti: non avrebbe voluto fare della Dc il partito sul modello leninista che poi costruì Fanfani, per contrastare il Pci. La sua idea era quella di un comitato elettorale che si avvaleva dei soggetti sociali, un comitato da sciogliere finite le elezioni. Il principio a lui caro era quello della sussidiarietà: più corpi intermedi e meno partito. Pensò anche di migliorare la forza e la stabilità dell’esecutivo, inserendo un premio di maggioranza, che fu bollato come “legge truffa” e fatto fallire. 

Ebbe una grande visione e anche per questo fu decisivo. Anche nelle battaglie politiche perse. Quando si vedono tanto celebrati Churchill in Inghilterra, De Gaulle in Francia, o Roosevelt in America, viene da notare che gli italiani non siano abbastanza coscienti di chi è stato davvero Alcide De Gasperi.

PS: Buon Ferragosto e buona festa dell’Assunta. Ci vediamo domenica per la Versione della Sera.