La mossa di Conte

Il leader dei 5Stelle spiega ai suoi perché Draghi al Colle non significa voto anticipato. Si conclude il G20. Successi collaterali, ma pochi impegni veri. Comincia il Cop26: Greta sul piede di guerra

Sarebbe fin troppo facile dire che il G20 incorona Mario Draghi leader mondiale riconosciuto. Lo fanno già in molti in queste ore. Semmai va notato che esattamente come tutti gli altri abitanti della terra, anche i leader politici dei Paesi più industrializzati sono sembrati felici di tornare a incontrarsi in presenza e di persona, dopo due anni di stop forzato. Roma ha offerto uno scenario perfetto e il getto della monetina nella fontana di Trevi è di buon auspicio. Dal punto di vista dei risultati politici concreti, ce ne sono pochi. È quasi sempre così. Incassati gli accordi su tasse e vaccini, sul clima si è arrivati ad un risultato impegnativo ma non vincolato sui tempi per tutti. Vedremo se su questo tema nei prossimi giorni l’incontro internazionale di Glasgow, la Cop26, darà altri frutti. Greta è pronta a scendere in piazza.

Le cose migliori del summit di Roma sono avvenute “a latere” e negli incontri politici bilaterali: in primis l’accordo Usa-Ue che fa cadere i dazi sull’acciaio europeo voluti dal protezionista Trump. Ha ragione Porro sul Giornale: questo è davvero un grande successo. Così come sono stati importanti gli incontri Draghi-Erdogan, Macron-Biden, e anche, oltretevere, quello fra il premier indiano Modi e papa Francesco. In chiave negativa, significativo il confronto fra i capi delle diplomazie Usa Blinken e cinese Wang sull’isola di Taiwan.

Curiosamente proprio nel giorno della massima esposizione mediatica di Supermario, la notizia di politica italiana è la mossa di Giuseppe Conte che apre alla possibilità di votare lo stesso Draghi al Quirinale. Conte rassicura i suoi deputati e senatori che si tratta di un’opzione praticabile, che non significa, di per sé, elezioni anticipate. Anzi: c’è il Pnrr da completare. Il leader dei 5 Stelle spiazza così il Pd, che sembrava voler coltivare l’idea del suo candidato al Colle, Gentiloni o Franceschini o Bindi che fosse. Mette anche in crisi la destra, che sembra trincerata sulla candidatura Berlusconi. A proposito, da quelle parti, ci sono contrasti, subito dopo gli incontri al vertice, come racconta Giuseppe Alberto Falci sul Corriere.  

Davvero istruttivo e tutto da leggere il dialogo fra la senatrice a vita Segre e la ministra Cartabia sulle colonne della Lettura. Lo trovate integrale nei pdf. Come spiega in un bell’articolo Alessandro d’Avenia sul Corriere oggi, primo novembre, è la festa di tutti i santi, la festa della beatitudine, della felicità. E di ognuno di noi. Dunque auguri a tutti, anche a chi non crede.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Le conclusioni del G20 dominano le scelte. Il Corriere della Sera sintetizza così: Clima, accordo su più 1,5 gradi. Per la Repubblica è: Un passo avanti per curare il clima. La Stampa, illustrando la foto dei grandi alla Fontana di Trevi: Successo di Draghi ma spiccioli per il clima. Il Quotidiano Nazionale nota: Mini intesa sul clima, ma Draghi vince. Il Mattino personalizza: Clima, al G20 il patto di Draghi. Il Messaggero ottimista: Passo avanti sul clima. Per Libero il successo è una gabbia dorata: Draghi prigioniero. Mentre Il Giornale sottolinea il valore dell’accordo sull’acciaio europeo: Briciole sul clima ma accordo d’oro su dazi e affari. In ordine sparso gli altri giornali. Il Domani illustra con questo titolo una grande foto del ministro Giorgetti: Chi comanda sui fondi del Pnrr. Il Fatto propone un’intervista col giudice Nino Di Matteo: “Per noi l’ora più buia: la legge Cartabia viola la Costituzione”. Il Sole 24 Ore offre invece un approfondimento sul 110 per cento: Bonus casa 2022: le scelte sui lavori avviati o da iniziare. La Verità sembra legittimare l’orribile offesa dei No Vax vestiti come gli ebrei ad Auschwitz: Vogliono segregare i non vaccinati.

G20, IMPEGNO SUL CLIMA MA SENZA DATE

Si è concluso il G20, che ha impegnato i Paesi in «misure concrete» sul clima: contenere l’aumento medio della temperatura in un grado e mezzo, ma senza una data fissata. Per alcuni Paesi è il 2050, per altri, come Cina e Russia, il 2060. La cronaca di Viviana Mazza per il Corriere della Sera.

«Con un lancio di monetine nella fontana di Trevi si è aperta ieri la seconda e ultima giornata del G20. Si è chiusa con un mazzo di fiori ad Angela Merkel, per la quale questo di Roma è stato l'ultimo summit e che è stata definita da Mario Draghi «una campionessa di multilateralismo». È stato il primo G20 faccia a faccia in due anni, una prova di ritorno alla normalità e agli impegni condivisi dai leader mondiali nonostante le assenze importanti della Cina e della Russia. Ma fuori dalla Nuvola dell'Eur si percepiva il bisogno di azioni concrete che accompagnino le parole: a ricordarlo è anche la cifra di quasi 5 milioni di persone morte di Covid dall'inizio della pandemia. Questo vale anche per il clima su cui si è concentrata gran parte dell'attenzione ieri. «Le speranze sono state disattese, ma non sepolte»: così António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ha commentato la dichiarazione finale sul clima. I Paesi del G20, che rappresentano tre quarti delle emissioni di gas serra, restano divisi sui tempi con cui affrontare l'emergenza e ora «la palla passa nel campo britannico», cioè alla Cop26 di Glasgow. Sul clima, il G20 ha riconosciuto infatti «che l'impatto del cambiamento climatico a 1,5° centigradi è molto inferiore rispetto a 2°. Mantenere l'obiettivo di 1,5 a portata di mano richiederà azioni significative ed efficaci e l'impegno da parte di tutti i Paesi». Manca però il riferimento al 2050 come termine per azzerare le emissioni, si parla invece di «entro o vicino alla metà del secolo». Eppure Draghi ha detto: «Non era scontato». C'era il rischio di un indietreggiamento. Il premier italiano è convinto che sarà più facile d'ora in poi lavorare con Cina e India, e che ci siamo avvicinati molto di più a raggiungere il finanziamento di 100 miliardi di dollari a sostegno dei Paesi più vulnerabili. Numerosi anche nell'ultimo giorno i bilaterali. Tra questi un meeting tra dieci Paesi, un G20 in formato più ristretto, a proposito delle catene di approvvigionamento che durante la pandemia hanno rallentato l'arrivo di prodotti ai consumatori: un incontro voluto da Biden perché l'America sta soffrendo particolarmente il problema. Poi Biden con Ursula von der Leyen ha spiegato come la rimozione dei dazi sulle importazioni europee di acciaio e alluminio non solo contribuisce a ripristinare fiducia e dialogo tra alleati ma anche a colmare la domanda che rischia di far aumentare i prezzi in America e a limitare l'influenza dell'industria cinese che produce a prezzi più bassi ma è altamente inquinante. Anche questa iniziativa è stata inquadrata sotto il mantra della «politica estera per il ceto medio». Il segretario di Stato Antony Blinken ha visto il suo omologo cinese che lo ha esortato a rendersi conto del «grave danno dell'indipendenza di Taiwan», Blinken ha rinfacciato a Wang Yi che la Cina sta aumentando le tensioni (e mentre si parlavano c'è stata una nuova incursione di 8 aerei cinesi nello stretto di Taiwan). Questo vertice ha confermato che l'America è tornata, ma lo sguardo del suo presidente è rivolto con calcolo e costanza alla Cina e alle complicate sfide interne.».

Da punto di vista del tessitore Draghi il G20 "è stato un successo", perché è stata la "vittoria del multilateralismo". Anche con quei Paesi, come Russia, Cina e India, dove è meno facile avere "un'ambizione comune". Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Il blu cobalto sparato dai proiettori sfuma il profilo dei leader. Le scale mobili sorvolano il salone della Nuvola passando quasi sopra la testa dei Venti. Mario Draghi prende appunti, è la bozza di quanto dirà due ore dopo alla stampa. «Non è stato facile raggiungere questo accordo - è la linea - Il G20 è stato un successo». Per alcuni, ad esempio per il segretario generale dell'Onu, il documento dei Grandi non è abbastanza ambizioso. Il presidente del Consiglio pensa altro. Ritiene che si tratti di una «vittoria del multilateralismo». Aver tenuto Cina e Stati Uniti a dialogare, nonostante tutto. Aver coinvolto anche India e Russia. Aver allineato questi colossi agli impegni dell'Occidente. «È un successo - spiega - nel senso che manteniamo vivi i nostri sogni. Ora la credibilità dipende dalle nostre azioni». Non è stato semplice. Alla vigilia Draghi temeva che le resistenze di Mosca e Pechino potessero far naufragare il summit, negando anche un testo finale condiviso. E siccome molto ha investito nel ruolo di tessitore, mobilita al massimo delle sue possibilità la sponda euroatlantica per sminare il rischio. Anche i russi, nonostante la faccia feroce, mantengono durante tutto il summit un filo costante con gli sherpa italiani. E Nuova Delhi evita strappi e collabora. Non era scontato, secondo il premier. E infatti distribuisce soddisfazione. «Negli ultimi mesi sembrava che i Paesi emergenti non avessero nessuna intenzione di prendere altri impegni». E invece qualcosa si è mosso, ad esempio per lo stop ai finanziamenti pubblici delle centrali a carbone: «Abbiamo un'ambizione comune che prima non c'era». Ovvio che si è trattato di una maratona diplomatica. Che l'Europa e gli Stati Uniti chiedevano più coraggio. Ed altrettanto ovvio che Draghi pensa che il percorso sia appena iniziato. L'impegno politico, adesso, va «trasformato in fatti» già durante la Cop26 che si apre oggi a Glasgow. «Molti dicono che sono stanchi del bla bla, io credo che abbiamo riempito di sostanza le parole». A partire dalle risorse. I cento miliardi di dollari per i Paesi in via di sviluppo sono confermati, l'Italia raddoppierà la "posta" con 7 miliardi in cinque anni. Denaro che può sommarsi agli investimenti dei privati per l'energia verde. «Parliamo di cifre stratosferiche, fino a 140 trilioni ». L'organizzazione del summit ha funzionato benissimo, Roma ha retto alla grande, Draghi incassa questo successo. Sul fronte delle trattative, invece, la prova è stata più complessa. La formula scelta per la fine delle emissioni - «entro o attorno alla metà del secolo» - non è il 2050 richiesto dall'Europa, ma neanche il 2060 preferito da Putin e Xi Jinping. E consente almeno di sperare, come fa il premier: «L'impegno è oggi un pochino più verso il 2050, nel linguaggio del comunicato. Non è preciso, ma prima era assente. Si sarebbe preferito che tutti avessero confermato il 2050, ma gradualmente ci si arriverà». Proprio perché ci crede, il premier sceglie comunque di lodare Pechino, nonostante gli evidenti tentativi di frenare accordi più ambiziosi: «Fino a pochi giorni fa dalla Cina mi attendevo un atteggiamento più rigido. Ma assieme alla Russia ha accettato l'evidenza scientifica del tetto di 1,5 gradi, che comporta notevolissimi sacrifici. I cinesi producono il 50% dell'acciaio mondiale e molti impianti vanno a carbone ». Cauta fiducia in ulteriori passi. Anche perché il premier non pensa che le resistenze del Dragone dipendano dall'assenza di un libero dibattito interno o di una "Greta cinese": «L'opinione pubblica si lamenta del clima anche da loro». Ma la massima espressione del multilateralismo è sul fronte commerciale, secondo Draghi. E risiede nell'intesa sull'acciaio tra Stati Uniti e Unione europea, suggellato a margine del G20 da Joe Biden e Ursula von der Layen. «È la conferma del progressivo superamento del protezionismo degli scorsi anni». La fine del trumpismo dopo Trump. Sui vaccini, invece, bisogna accelerare, visti i gravissimi ritardi nella distribuzione nei Paesi poveri. L'ultimo pensiero è però rivolto a Papa Francesco. Domandano a Draghi se ha trovato nel Pontefice un alleato del summit. «Non solo del G20 - replica sorridendo - ma per tutto ciò che concerne il clima e la conservazione della Terra».

SUPERMARIO, UN SUCCESSO DA GESTIRE

Non è andata malissimo per Mario Draghi, ma un successo di questa portata, sostiene Alessandro Sallusti nell’editoriale su Libero, suscita grandi invidie ed è tutto da gestire. Per chi non ha i voti come Supermario.

«Mi spiace per i suoi (pochi) detrattori, per i (pochi) nostalgici di Conte, per chi anche tra gli elettori di Centrodestra non vede di buon occhio questa situazione di apparente democrazia sospesa e dell'uomo solo al comando. Mi spiace, ma se uno vuole essere onesto non può che ammettere che, con la tre giorni di vertice mondiale conclusa ieri a Roma, Draghi ha compiuto un capolavoro per sè innanzi tutto e per l'Italia di conseguenza. Un successo personale addirittura eccessivo e come tale fastidioso, con tutti i leader del mondo, ma proprio tutti, a dirci ma quanto è bravo Draghi, ma quanto è bello avere Draghi, ma quanto siete e siamo fortunati ad avere Draghi. Solo per il piacere di non unirsi al coro verrebbe da dire che Mario Draghi ci ha rotto le palle e speriamo tolga il disturbo al più presto. Sarebbe liberatorio ma anche stupido, non c'è storia che tenga: con il successo di Draghi, entrato ufficialmente nell'olimpo dei grandi del mondo, bisogna fare i conti. Ma prima di tutti li deve fare lui perché chi si sottopone a una eccessiva esposizione al sole rischia di bruciarsi. Uno con una reputazione così non può concedersi parentesi da comune mortale ma i comuni mortali lo aspettano all'unico varco in cui fino ad ora non è passato, quello di essere contato invece che nominato. A questo punto Draghi per diventare Presidente della Repubblica chiederebbe un voto plebiscitario che non è scontato, per continuare a fare il presidente del Consiglio una maggioranza forte e coesa che lui di suo non ha. Insomma, Mario Draghi rischia di essere prigioniero, se non addirittura vittima, del suo enorme successo e consenso internazionale, che funziona tra pari e sotto i riflettori dei vertici soprattutto se il set è quella cosa meravigliosa che è Roma artificialmente depurata da spazzatura, traffico e cinghiali. Ma che non è detto funzioni altrettanto con la politica canaglia. Draghi non ha armate, non quelle che servono per sopravvivere nella giungla politica, Draghi suscita sì rispetto ma anche invidia, e non tutti, nel suo mondo, sono attrezzati per sopportare un successo del genere. Auguri presidente, da oggi più che mai si guardi alle spalle».

USA-EUROPA: PATTO D’ACCIAIO

Nella conferenza stampa finale a Roma il presidente americano Biden ha ricordato due passaggi importanti della sua visita romana: l’incontro in Vaticano e il nuovo patto con l’Europa che fa cadere i dazi sull’acciaio. Patto che fa cadere il protezionismo verso l’Europa. Anna Lombardi per Repubblica.

«I tanti accordi raggiunti hanno mostrato il potere che ha l'America quando si impegna»: il presidente americano Joe Biden lo ha detto nel corso della conferenza stampa con la quale ieri - davanti alla stampa internazionale ad affollare le poltrone rosse dell'auditorium della Nuvola - ha tratto le somme della tre giorni romana appena terminata. Vera maratona politica dove, oltre agli obblighi del G20, si è impegnato soprattutto in una serie di bilaterali essenziali a riequilibrare le relazioni degli Stati Uniti con gli alleati. La Francia, con cui ha ricucito dopo lo "sgarbo" dell'accordo Aukus. E la Turchia: anche se resta irrisolto il nodo del sistema di difesa missilistico S-400 Triumph che Ankara ha acquistato dai russi. «Ringrazio gli italiani per l'ospitalità e mi congratulo col premier Mario Draghi. Con questo G20 ha fatto un lavoro straordinario» esordisce Biden. «Abbiamo fatto progressi su molti temi e abbiamo dato davvero un contributo significativo all'agenda ». D'altronde, il risultato positivo della sua missione era tutt' altro che scontato, tanto più dopo settimane di stampa negativa. La catastrofica uscita dall'Afghanistan e, appunto, il patto di difesa Aukus con Australia e Regno Unito che tanto aveva fatto arrabbiare i francesi, avevano infatti cancellato l'entusiasmo con cui a giugno gli alleati lo avevano accolto nel primo viaggio in Europa. Invece, «il vertice dei leader del G20 a Roma ha prodotto risultati tangibili su clima, pandemia ed economia », esulta. Rimarcando le sue doti di mediatore: «Niente può sostituire i negoziati faccia a faccia per la cooperazione globale». Già. Il presidente americano, che a casa ancora fatica a trovare la maggioranza necessaria ad approvare il pacchetto di misure sullo sviluppo "Build Back Better", comprendente pure i 555 miliardi di dollari da destinare alla lotta ai cambiamenti climatici lascia Roma con un soddisfacente bottino che lo aiuterà a rilanciare in patria quanto spesso ripete: «la diplomazia degli Stati Uniti e la politica estera americana sono allineate agli interessi interni della classe media americana». Anche per questo, lui che ha appena terminato di presiedere la riunione sulla catena di forniture, ricorda quanto il multilateralismo sia essenziale: «L'economia sta cambiando e il coordinamento è cruciale, dobbiamo lavorare insieme. Non possiamo tornare al "business as usual", tutto come prima. Dobbiamo ridurre insieme i blocchi evidenziati dalla pandemia». Poi, annovera i successi. A partire da quella Global Minimum Tax da lui fortemente sostenuta, «punto di svolta per lavoratori, contribuenti e imprese americane». Negoziare quell'intesa che impone alle multinazionali con fatturati superiori a 20 miliardi di euro di versare un'aliquota minima del 15 per cento, si è rivelato per lui più facile che alzare le tasse alle "corporations" in patria: dove invece ha dovuto abbandonare la proposta di portare l'aliquota per le aziende dal 21 al 28 per cento. «Continueremo insieme a dimostrare quanto le democrazie sono in grado di dare soluzioni solide ai problemi» insiste. Esaltando l'altro accordo raggiunto ieri da Stati Uniti e Ue per la cancellazione dei dazi su acciaio e alluminio che conclude di fatto la guerra commerciale in atto e rilancia l'alleanza transatlantica. Su cui torna citando il vertice con Francia, Germania e Gran Bretagna per ripristinare l'accordo sul nucleare iraniano: «Paghiamo ancora la pessima decisione di Donald Trump di abbandonarlo ». «Dipende tutto da Teheran. Se dovesse comportarsi male risponderemo con fermezza». Il presidente si commuove quando un giornalista gli chiede del suo rapporto con papa Francesco: «Rappresenta ciò che per me è la fede cattolica: perdonare e prendere per mano. Mi ha dato sollievo quando è morto mio figlio Beau». Resta aperta la sfida dei cambiamenti climatici. Il G20 si è concluso con un accordo senza scadenze stringenti. I negoziati proseguiranno a Glasgow: «Sono deluso dal mancato impegno di Cina e Russia. Abbiamo fatto progressi significativi ma dobbiamo fare di più», conclude Biden».

Per Nicola Porro, che ne scrive un editoriale sul Giornale, è la vera notizia del G20 di Roma. Un accordo che vale oro.

«Il G20 a Roma si è concluso con un compromesso sul clima, qualche promessa sui vaccini e la ratifica di un accordo sulla tassa minima globale già preso mesi fa. Come d'altronde era prevedibile. Questi vertici multilaterali, in cui è rappresentato l'80 per cento della ricchezza del pianeta, sono dotati di una grande scenografia, ma più essa è ricca e meno si raggiungono risultati concreti. È difficile mettere insieme le politiche di ventisette Paesi europei, molto vicini per cultura e tradizioni, figuratevi voi come sia possibile unire America e Russia o Canada e Cina, democrazie mature e autocrazie consolidate, libero mercato e socialismo di Stato. Come spiegare a Paesi ancora sulla curva dello sviluppo che non devono adottare politiche ambientali che hanno fatto la forza e la ricchezza di Paesi già sviluppati? Insomma, per definizione, questi vertici partoriscono documenti che non soddisfano l'ansia pragmatica delle attese. Al G20 di Roma, inoltre, sono mancati tre attori fondamentali, che hanno affidato la loro partecipazione ad un video: Putin (Russia), Xi Jinping (Cina) e Bin Salman (Arabia Saudita), togliendo molto del significato per il quale, quattordici anni fa, nacque questa riunione allargata. Senza Cina e Russia molto del conclamato multilateralismo degli accordi si perde. E, soprattutto, vengono a mancare quelle occasioni di incontri bilaterali che, al là dei comunicati, costruiscono il futuro geopolitico. C'è però un aspetto positivo, molto positivo di questo summit. Anche se ottenuto a margine, fuori dai riflettori e tra i due blocchi che più si conoscono: America ed Europa. La progressiva cancellazione dei dazi su acciaio e alluminio. Al di là delle chiacchiere, questa intesa ha un profondo significato politico. Non aveva infatti senso la politica di chiusure commerciali di Donald Trump. «Laddove non passano le merci, marciano gli eserciti», scriveva, più di un secolo fa, l'economista Frederic Bastiat. E l'idea che nel mondo del nuovo millennio le due sponde della democrazia e della libertà non si facciano una pesante guerra commerciale è un ottimo risultato. I prezzi dell'alluminio, a 2700 dollari la tonnellata, e dell'acciaio, che rischia di sfondare quota 4000, raddoppiati rispetto all'anno scorso, a cui aggiungere quote e dazi potenziali del 25 per cento, avrebbero compromesso la nostra ripresa. Non farà notizia, come il flop sul clima, ma oggi è un accordo, sia pure bilaterale, che vale oro».

BIDEN E IL PAPA

Fra i bilaterali “a margine” del G20 un incontro che resterà impresso è quello fra il Papa e Biden. Ci torna oggi Fabrizio d’Esposito nella sua rubrica sul Fatto:

«Che cos' è la laicità di uno Stato per un cattolico adulto? "Quando sei un personaggio pubblico devi prendere determinate decisioni, specialmente in una democrazia, per conto di qualcosa di più dei tuoi sentimenti personali". La dichiarazione - raccolta dall'Associated Press - è di Joe Ciccone, vicerettore della chiesa di San Patrizio a Roma, il riferimento della comunità cattolica americana nella Capitale. Ed è qui che sabato scorso, il giorno dopo il lungo colloquio con Francesco in Vaticano, Joe Biden ha ricevuto la comunione, assistendo alla messa seduto in ultima fila con la moglie. Il vicerettore Ciccone ha anche detto di non aver avuto alcun problema a dare l'eucarestia al presidente degli Stati Uniti. Le sue parole sono in linea con quelle di papa Bergoglio, per il quale "i vescovi devono essere pastori, non politici". Ha detto il sacerdote: "La comunione è ciò che ci unisce nel Signore. Nessuno di noi è puro e perfetto. Lottiamo attraverso la vita. Siamo tutti santi e peccatori". Simbolo di unità l'eucarestia, non di divisione, quindi. La questione è nota, raccontata con ampi particolari in questi giorni. Da circa un anno i vescovi conservatori degli Stati Uniti, guidati dall'arcivescovo di Los Angeles José Gomez (Opus Dei), vogliono negare la comunione a Biden, ritenuto un "abortista". Per giunta "alleato di Lucifero", come sostengono monsignor Carlo Maria Viganò e il cardinale Raymond Leo Burke, gli Stanlio e Ollio dell'estrema destra clericale, complottista e no vax. La decisione sarà presa nell'assemblea prevista questo mese. Ed è in questo dibattito lacerante che s' inserisce quindi un dettaglio decisivo che lo stesso presidente ha rivelato del suo incontro con il papa: "Abbiamo appena parlato del fatto che era felice che fossi un buon cattolico e che dovessi continuare a ricevere la comunione". Di questo tema non c'è traccia nel comunicato ufficiale della Santa Sede, ma il Vaticano non ha smentito. Tuttavia, un quotidiano online del network cattolico anti-Bergoglio, Korazym, ha messo in dubbio la versione di Sleepy Joe: "E se Biden avesse mentito?". Improbabile, ma l'esternazione del presidente ha riacceso la guerra dei vescovi americani conservatori contro la Casa Bianca. Alla vigilia dell'arrivo di Biden in Vaticano lo stesso Burke aveva rivolto un appello a Francesco: "Rimprovera Biden e difendi la santità della Santa Eucarestia, salvaguardando le anime dei politici cattolici che violerebbero gravemente la legge morale e si presenterebbero comunque a ricevere la Santa Comunione, commettendo così un sacrilegio". In Italia, giova ricordarlo, furono tutti cattolici i politici che firmarono la legge numero 194 del 22 maggio 1978 sull'aborto: il capo dello Stato Giovanni Leone, il presidente del Consiglio Giulio Andreotti e i ministri Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi. In seguito, Andreotti rivelò che si era posto il problema della controfirma: con il rifiuto, però, "si sarebbe aperta una crisi e la Dc avrebbe rischiato di perdere Palazzo Chigi". Quando il potere prevale sulla legge morale, per dirla con Burke. Non dimentichiamo, allora, che se Biden è il novello Lucifero, il divo Giulio era pur sempre Belzebù».

Giuliano Ferrara sul Foglio, rispolvera la veste di anti abortista e ateo devoto. Critica il Papa, dopo aver ricordato i passi del Catechismo.

«In teoria a me, che non mi sono mai confessato né comunicato, e lo dico senza boria, forse avrei fatto bene a farlo, importa poco che il Papa abbia autorizzato Biden a prendere l'ostia consacrata. In pratica, dico nella mia ragion pratica o morale, questa autorizzazione mi sembra un gesto di amore pastorale per la persona (Biden o altri) e di rottura dottrinale con una tradizione così chiaramente e puntigliosamente e gioiosamente evocata nel Catechismo della chiesa cattolica. Che l'amore per la persona sia superiore alla devozione per il sacramento in cui culminano vita e gloria del corpo di Cristo, cioè della chiesa che lo ricorda e celebra in forma comunionale, può essere scandalo per un cattolico praticante e confessante, per me è incomprensibile semplicemente. Mi sembra una scorciatoia casuistica, un'eccezione alla legge suprema liberamente stabilita nei secoli della successione apostolica, un inciampo nel cammino del popolo di Dio. Mi sembra come se si dica: il mio amore per te, nutrito di fede personale e umanità, è superiore a quello di Cristo e al tuo amore per Cristo. Sarebbe diverso se la chiesa, che è ricca di fior di teologi, ha nel suo seno grandi scrittori e esegeti, detiene autorità suprema e carismatica sul deposito della fede, decidesse di rivedere, riclassificare, riformare la prodigiosa impalcatura che è la celebrazione eucaristica. Se il culmine della messa cattolica è quello indicato nel Catechismo, sulla scorta del vangelo ( comprensivo delle Lettere paoline) e dell'insegnamento dei Padri, una persona impegnata nel perseguimento dell'aborto come diritto, e nella sua sanzione legale, come certamente è il presidente Biden, non può ricevere la comunione, che sarebbe la sua condanna in coscienza, dalle mani di un sacerdote e, per via discendente, dal vescovo, dal Papa, infine da Cristo stesso che spezza il pane e leva il calice. Le pagine del Catechismo sull'eucaristia sono molto belle, comunque la si pensi la si senta e comunque si pratichi la vita, e definitive, a loro modo, nel definire che cosa è la cattolicità cristiana. In quelle righe e tra le righe leggi una logica stringente, una resa teatrale, spettacolare, del percorso liturgico per il quale e attraverso il quale la chiesa si mostra corpo del Signore per i vivi e per quelli di prima e per quelli di dopo ( e per quelli mai nati), in un sentimento interno del tempo e del ricordo pasquale che sa di eternità e di libertà. Ma sono parole umane che interpretano segni e illuminazioni del divino, e come tali possono cambiare. Sarebbe un atto di coraggio, quello sì, non derogare alla buona e contraddittoriamente all'impianto, ma riformare, cambiare, correggere l'impianto dottrinale, in quello che il cardinale Newman chiamerebbe "uno sviluppo della dottrina cristiana". Francesco, ancora uno sforzo».

“COME HERE!”, I GRANDI ALLA FONTANA DI TREVI

La cartolina da vacanze romane campeggia oggi su molte prime pagine. Si vedono i grandi della terra che, spalle alla fontana di Trevi, vi gettano una monetina. Massimo Donelli per il Quotidiano Nazionale:

«La Fontana di Trevi? In principio fu «La Dolce Vita» (1960), il capolavoro in bianco e nero di Federico Fellini (1920-1993). Per avere la scena perfetta, il regista riminese torturò, letteralmente, la svedesona Anita Ekberg (1931-2015) e il frusinate Marcello Mastroianni (1924-1996) con un'intera settimana di riprese notturne, tra febbraio e marzo. Freddo maledetto. Specie per i due attori, costretti a stare a mollo per ore e ore. Lei, solo con quell'abito lungo e nero che ne esaltava il décolleté. Lui, invece, sotto lo smoking indossava una muta da sub. Inutilmente: «Quando giravamo, la notte, c'era gente dappertutto. Arrampicata sui tetti, affacciata ai balconi. Ferma sulla scalinata. Faceva un freddo terribile. E per convincere Marcello ad entrare nell'acqua gelata lo abbiamo dovuto vestire da sommozzatore. Però aveva ancora freddo. E per resistere al bagno fuori stagione si è dovuto bere un'intera bottiglia di vodka. Con il risultato che, quando abbiamo cominciato a girare la famosa scena con la Ekberg, era completamente ubriaco!» raccontò il regista alla giornalista Maria Novella De Luca. Sacrificio ben ripagato. Quel frammento di copione (55 secondi appena), quel brevissimo scambio di battute (Lei: «Marcello, come here! Hurry up!» ovvero «Marcello vieni qui! Sbrigati!»; lui: «Sì Sylvia, vengo anch' io! Vengo anch' io!»: 69 lettere in tutto) hanno un posto di rilievo nella storia mondiale del cinema. E un angolino nella Storia (stavolta la s maiuscola è d'obbligo) ha anche la scena che ieri ha fatto il giro di tutti i telegiornali del pianeta: i leader del G20 schierati l'uno a fianco all'altro alla Fontana per essere immortalati mentre lanciano alle loro spalle la speciale moneta da un euro coniata in occasione del vertice di due giorni nella Capitale. Un gesto scaramantico di origini tedesche! Fu infatti l'archeologo Wolfgang Helbig, nato a Dresda nel 1839 e morto a Roma nel 1915, a inaugurare la tradizione cui nessun turista riesce a sottrarsi. Perché leggenda vuole che quel gesto possa propiziare il ritorno nella Città Eterna: nessun soggiorno, infatti, per quanto lungo, può mai bastare per goderne appieno la bellezza. (…) C’è un altro film fra i molti in cui la Fontana compare. È meno famoso de «La dolce vita», ma, almeno qui da noi, altrettanto mitico: si intitola «Totòtruffa '62». Diretto dal romanissimo Camillo Mastrocinque (1901-1969), uscito nel 1961, non è sicuramente titolo da Oscar, anzi. Ma regala un'imperdibile scena cult: quella in cui Totò, padre indebitato, fingendosi proprietario della Fontana (larga 20 metri e alta 26) la vende a un turista italo-americano per 10 milioni di lire, intascandone subito, a mo' di anticipo, 500 mila. Una truffa, appunto. Perché, naturalmente, la Fontana appartiene al Comune di Roma. Anche se le monetine non finiscono nelle casse del Campidoglio, bensì in quelle della Caritas. Una beneficenza che vale tra 1,5 e 2 milioni di euro l'anno. E che lo spot del G20, costato appena 15 euro (quattordici leader più Draghi: avrà detto «Guys come here!»?), renderà ancora più generosa. Bravo SuperMario!».

VIA ALLA COP26 DI GLASGOW

Inizia in Scozia la Conferenza dell’Onu sul clima: si punta su obiettivi specifici, come lo stop alla deforestazione. Ma i leader europei sono poco ottimisti, assenti Putin e Xi. Greta guiderà la protesta di venerdì e sabato. Luigi Ippolito sul Corriere.

«Manca un minuto a mezzanotte e dobbiamo agire adesso»: il discorso che Boris Johnson tiene oggi alla Cop26, in apertura del vertice dei Leader alla conferenza sul clima di Glasgow, suona come un drammatico campanello d'allarme. «Se non prendiamo seriamente il cambiamento climatico oggi, sarà troppo tardi perché lo facciano i nostri figli domani», avverte il capo del governo britannico. Johnson lancia un ultimo appello ai leader mondiali perché facciano dei passi concreti nel mettere fuori uso il carbone, accelerino la transizione ai veicoli elettrici, fermino la deforestazione e sostengano le nazioni in via di sviluppo con la «finanza climatica». E a questo proposito, il governo di Londra annuncia che porterà il suo contributo a circa 15 miliardi di euro entro il 2025. Il premier britannico riecheggia in qualche modo le parole di Greta Thunberg - e della regina Elisabetta - che avevano lamentato l'inutile bla bla sul clima: «Dobbiamo spostarci da discorsi e dibattiti e discussioni ad azioni concertate nel mondo reale: non più speranze e obiettivi e aspirazioni, ma impegni chiari e un concreto calendario per il cambiamento». Dopo i discorsi inaugurali, nel pomeriggio Johnson presiede una tavola rotonda - cui partecipa anche Mario Draghi - che vedrà assieme alcune delle maggiori economie mondiali con i Paesi più esposti al cambiamento climatico, per capire su quali fronti occorre agire e dare il tono alle discussioni delle prossime due settimane. La Cop26 «è la nostra ultima speranza», ha detto ieri il presidente della Conferenza, il britannico Alok Sharma. Ma le aspettative di un successo si sono andate riducendo man mano che ci si avvicinava all'appuntamento: e i vaghi impegni assunti al G20 di Roma non hanno rappresentato il viatico migliore. Pesa anche l'assenza dei leader cinese e russo, Xi Jinping e Vladimir Putin: una circostanza che Downing Street ha provato a minimizzare, spiegando che comunque le delegazioni presenti a Glasgow sono di alto livello: «Vogliamo che ogni Paese si faccia avanti con obiettivi significativi sul clima e con promesse per raggiungere la neutralità di emissioni», dicono i consiglieri del premier britannico. Ma l'umore degli europei presenti a Glasgow è molto meno ottimista: «Tutte le linee rosse sono state già raggiunte», fanno notare, e dunque le delegazioni a Glasgow, in assenza dei leader per dare la spinta decisiva, non hanno più molto altro da mettere sul tavolo. L'obiettivo minimo, a questo punto, è raggiungere degli accordi su settori specifici che possano far dire che Glasgow non è stata un esercizio inutile: ad esempio, già domani potrebbe essere annunciata un'intesa per fermare la deforestazione. A fare pressione dall'esterno sulla Conferenza ci sono decine di migliaia di attivisti, discesi su Glasgow in queste ore: li guida Greta, che è stata accolta sabato sera alla stazione da una ressa di centinaia di persone, fotografi e poliziotti. La giovane svedese guiderà una manifestazione di giovani venerdì, per poi parlare sabato alla grande marcia di protesta: ma in questi giorni è già Greta-mania. Lei è comparsa ieri sugli schermi della Bbc , dove ha spiegato che «a volte dobbiamo far arrabbiare la gente» per riuscire far passare il messaggio giusto...».

“DRAGHI AL QUIRINALE NON VUOLE DIRE VOTO ANTICIPATO”

Mossa importante nella corsa al Quirinale. Con buona pace degli amici del Fatto, che avevano lanciato la candidatura della senatrice a vita Liliana Segre, Giuseppe Conte sembra intenzionato a convincere i 5 Stelle a puntare su Draghi al Colle. Per il Movimento sarebbe una soluzione migliore di qualsiasi candidato del PD, come forse proposto da Enrico Letta nel pranzo a tu per tu con l’ex premier, in trattoria subito dopo il voto amministrativo. Emanuele Buzzi per il Corriere.  

«Conte apre all'elezione di Draghi al Quirinale e giura ai suoi fedelissimi che non vuole andare al voto. Il leader del Movimento 5 Stelle lo dice chiaramente: «Se si dovesse realizzare la prospettiva di Draghi al Colle e si dovessero verificare le condizioni» per una sua elezione,«non dobbiamo pensare che sia automatico andare alle elezioni politiche». Conte interviene a Mezz' ora in più , coglie l'occasione per segnare il debutto tv della sua squadra di vice e precisa: «Non c'è fretta di andare a votare», anche perché «dobbiamo continuare ad attuare il Pnrr e l'avvio iniziale è fondamentale». Il presidente M5S ammette che il Movimento ha bisogno di tempo per adattarsi al nuovo corso. Anche sulla scelta del Colle ci sarà un cambio drastico: «Più evitiamo caminetti e più il processo di confronto è trasparente, più risponderemo agli interessi dei cittadini. Non ha senso fare come in passato con M5S che si rinchiude in sé stesso». Nonostante le aperture nei confronti di Draghi, Conte dribbla la domanda sull'attuale premier come erede di Merkel: «Me lo auguro come italiano, anche in virtù dell'alto prestigio di Draghi, ma prima di dire che l'Italia si sostituisce alla Germania aspetterei un po'». I 5 vicepresidenti finiscono oggetto di un siparietto con Lucia Annunziata, che scherza: «Vediamo cosa faranno, ecco Conte e i suoi pulcini...». Conte subito ribatte: «No, non sono pulcini, attenzione, hanno più esperienza di me, quindi, sarò io aiutato da loro». Al termine della trasmissione il presidente M5S puntualizza ancora ai vice: «Mettetevi l'animo in pace, si va al voto nel 2023». Ma i timori per il leader sono legati più che ai vice alla tenuta dei gruppi parlamentari. I 159 deputati e i 74 senatori M5S sanno benissimo che il loro futuro politico ha un orizzonte breve: con il calo dei consensi per i 5 Stelle e con il taglio dei parlamentari voluto proprio dal Movimento c'è chi assicura che «ad andar bene uno su quattro tornerà in Parlamento». Da qui nasce la volontà di non terminare anzitempo la legislatura (anche perché scattano le «pensioni» nell'autunno 2022). I gruppi temono che Conte voglia andare al voto dopo aver indicato e votato Draghi capo dello Stato. E meditano di tenere le mani libere nel segreto dell'urna. Anche le rassicurazioni dell'ex premier sembrano non attecchire. In più il gruppo fatica a trovare l'identikit di un eventuale nuovo premier per il dopo Draghi: lo stesso Conte in una riunione dopo le Amministrative avrebbe bocciato alcuni nomi gettonati. Mentre la partita sul Colle tiene in ansia il gruppo, si avvicina una nuova querelle giudiziaria. «Il 2 novembre si discuterà davanti alla settima sezione del Tribunale di Napoli il ricorso cautelare di alcuni attivisti del M5S con cui si è chiesto di sospendere l'efficacia delle votazioni di agosto che hanno modificato lo statuto e incoronato il candidato unico Conte alla carica di presidente del partito», annunciano l'avvocato Lorenzo Borrè e i ricorrenti. Un nuovo ostacolo sulla strada di Conte».

LA CHAT AZZURRA CONTRO BRUNETTA

Non bastano i vertici di villa Grande per mettere d’accordo le diverse anime di Forza Italia. Giuseppe Alberto Falci racconta sul Corriere della Sera lo psicodramma provocato in queste ore, negli ambienti azzurri, da un messaggino lanciato in una chat da Marta Fascina. In risposta a Brunetta e in difesa di Salvini.

«È la sera di sabato a Villa San Martino quando poco prima di cena viene mostrata a Silvio Berlusconi l'agenzia in cui Renato Brunetta replica a muso duro a Matteo Salvini. L'ex Cavaliere scuote la testa e commenta: «Cosa gli ha preso a quello lì». Riassunto della puntata precedente. Al mattino il leader della Lega manda in tilt quel pezzo di Forza Italia più critico verso Salvini: «L'Italia ha bisogno di visione, bisogna guardare un po' al medio-lungo periodo. La stragrande maggioranza dei parlamentari - afferma il capo del Carroccio - attualmente ha come unico orizzonte temporale il proprio collegio a marzo 2023». Il ministro della Pubblica amministrazione non si trattiene e risponde: «Dalla mia esperienza di questi otto mesi di governo non posso che dare un giudizio straordinariamente positivo del lavoro di tutti i parlamentari, sia di maggioranza che di opposizione. Evidentemente, si preoccupano più della responsabilità nei confronti del Paese, che del loro seggio e di questo ne va dato atto». E dunque, mentre Berlusconi legge la dichiarazione di Brunetta al suo fianco c'è Marta Fascina, fidanzata e parlamentare azzurra. Ed è in quell'istante che Fascina prende l'iniziativa di intervenire nella chat dei parlamentari azzurri a difesa dell'ex ministro dell'Interno: «Salvini ha detto una cosa corretta. La maggior parte dei parlamentari di queste Camere, che hanno il record storico per numero di voltagabbana, ha come obiettivo la fine della legislatura, la pensione che matura a settembre 2022 e la conferma del proprio seggio». Per otto minuti cala il silenzio nella chat. D'altro canto, spiega un quadro del partito, «se interviene lei vuol dire che sta parlando Berlusconi». Il primo a scrivere un messaggio in chat è Paolo Zangrillo, il fratello del medico personale del Cavaliere: «Brava Marta, è esattamente quello che si vive in Parlamento: è molto triste, ma è la verità». Segue il vicepresidente della Camera Andrea Mandelli: «Concordo perfettamente con le giuste osservazioni di Marta». Raffaele Nevi la mette così: «Secondo me è inutile far emergere una spaccatura nel centrodestra. Ci rimettiamo tutti». Giorgio Mulé, pezzo da novanta di Forza Italia, sostiene poi che «accendere una polemica su un fronte dove non siamo il bersaglio equivale a sentirci chiamati in causa e non fa bene alla coalizione». Fatta questa premessa il sottosegretario azzurro bacchetta il cosiddetto fronte governista che rimanda ai tre ministri Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini: «Sulle agenzie siamo gli unici a rispondere a Salvini (le cui dichiarazioni non si trovano nemmeno in agenzia)... Dunque posso dirlo? Anche oggi (come nell'elezione del capogruppo) abbiamo trovato il modo di farci male. E allora mi chiedo: chi ha interesse a dividerci?». In questo contesto Mariastella Gelmini resta in silenzio. Mara Carfagna fa lo stesso. Eppure la spaccatura c'è ed è profonda. Per diverse ore le varie chat, non solo quella ufficiale dei parlamentari, si riempiono di messaggi perché lo scontro arriva a pochi giorni dal patto di Villa Grande che prevede Silvio Berlusconi candidato per la corsa al Colle. Da qui il fronte governista lamenta che «l'uscita di Salvini è un autogol. Non aiuta il presidente in vista del Quirinale. Ma Salvini sa che il presidente della Repubblica sarà eletto da deputati e senatori, e non da Facebook e Twitter? E poi perché è intervenuta Fascina? Stiamo parlando di una che ha il record di assenze in Parlamento». Ad Arcore però non hanno dubbi: «È stato un fallo di reazione incomprensibile, anche perché arriva a tre giorni dall'accordo con Salvini».

OFFESA ALLA MEMORIA DEI NO VAX

Sono ripartiti i contagi e il Ministero della salute pensa di prorogare lo stato d’emergenza fino al 31 marzo. Lo ha detto ieri Roberto Speranza, ospite di Raitre. Intanto i no Green pass vestiti come i prigionieri ebrei di  Auschwitz hanno indignato la comunità ebraica italiana: un’offesa alla memoria. Sarah Martinenghi per Repubblica.

«Una casacca di cartone grigia a strisce con il numero identificativo sopra, tutti in riga per le vie di Novara reggendosi a una corda di nodi come un filo spinato. I No Green Pass come i deportati. Un'immagine che crea scalpore, un'offesa alla memoria per la comunità ebraica, commentata come la «vergogna degli ignoranti» dall'Anpi. «Quello che è successo a Novara è fuori dalla grazia di Dio» ha redarguito il ministro Roberto Speranza che si è detto «scioccato». Critiche trasversali da parte della politica e polemiche anche dalle sigle sindacali sono piovute addosso alla scelta degli organizzatori del corteo, che però rimbalzano ogni accusa sostenendo che sia tutto frutto di un fraintendimento. Perché loro non volevano accostarsi agli ebrei, dicono, ma «più in generale ai discriminati, in quanto siamo la nuova minoranza» come spiega Giusy Pace, infermiera di 52 anni e presidente dell'Idu, l'associazione "Istanza diritti umani" che ha avuto l'idea del paragone. Nella stessa locandina della manifestazione il richiamo al periodo "buio" era già evidente: "Lavoro: il Green Pass non rende liberi" con l'immagine di un filo spinato e il cartello "questo negozio è ariano". Non comprende però, l'organizzatrice, le polemiche sull'accostamento, ritenendo evidente che il certificato verde sia come la tessera del pane. «Ci fa ripiombare al 1925 con le leggi "fascistissime" e l'abolizione delle libertà: il mezzo per inquadrare e assoggettare le masse con la scusa della pandemia», come ha scritto anche nella loro locandina. A sfilare sabato pomeriggio con torce e lumini erano circa in 200, con il gruppo di "deportati" in testa al corteo. La procura guidata da Giuseppe Ferrando sta aspettando di ricevere una nota informativa dalla Questura per valutare se aprire un fascicolo per "atti relativi". Al contempo anche tra le comunità ebraiche ci si confronta se quanto messo in scena possa rappresentare un reato, oltre che suscitare un corale sdegno. La prima a reagire è stata la presidente della comunità ebraica di Novara e Vercelli, Rossella Bottini Treves: «È pazzesco: la storia bisogna conoscerla. Fatti del genere lasciano senza parole». Quello che è successo per il sindaco di Novara, Alessandro Canelli, ha superato i limiti: «Nulla da dire sulla possibilità di manifestare il dissenso al Green Pass, ma ci sono limiti che non dovrebbero mai essere superati e soprattutto non attraverso la violenza. Perché di questo si tratta, di violenza psicologica che va condannata con forza esattamente come la violenza fisica». «Davanti a farneticazioni tali non è possibile invocare la libertà d'espressione. Paragoni impossibili come quello cui abbiamo assistito costituiscono un assoluto abuso e un'offesa alla Memoria, che non è solo Memoria ebraica ma patrimonio comune di una società» dice Noemi Di Segni, presidente dell'Ucei, unione delle comunità ebraiche italiane. «Sono paragoni pericolosi » anche per il vicepresidente della Comunità ebraica di Roma, Ruben Della Rocca. «Folle mettere in relazione vaccino e Green Pass con l'Olocausto» scrive invece la vice presidente del Senato Anna Rossomando (Pd)».

Antonio Socci su Libero torna ad argomentare in favore dei vaccini.

«In questo secondo anno di pandemia la giornata che la Chiesa dedica alla Commemorazione dei defunti, il 2 novembre, suggerisce anche considerazioni laiche sulla drammatica emergenza che ha provocato tante vittime. L'anno passato, in questi giorni, eravamo nel pieno della seconda ondata (gestita male dal governo Conte) che fu assai peggiore della prima e fece il doppio delle vittime. Il giorno 31 ottobre del 2020 avemmo 31.758 nuovi casi (quest' anno sono stati 4.526) e piangemmo 297 morti (quest' anno 26). Entrarono in terapia intensiva 97 nuovi malati, per un totale di 1.843, mentre il 31 ottobre di quest' anno erano 4 in meno del giorno precedente (in totale sono in terapia intensiva solo 346 persone). La situazione dunque è enormemente migliorata e lo dobbiamo al vaccino e alle misure di contenimento che sono ancora in vigore e che hanno permesso alla nostra economia di realizzare uno spettacolare recupero sull'anno scorso. Tuttavia è evidente che il problema non è ancora risolto e che la pandemia potrebbe riservare brutte sorprese (perché miliardi di persone nel mondo non sono vaccinate). Dobbiamo dunque concludere da tutto questo che, come sostengono alcuni, vaccini e Green pass sono inefficaci? Ovviamente no. Sarebbe irrazionale e anche devastante, perché rischieremmo di tornare ad avere 900 morti al giorno come lo scorso dicembre (il 3 dicembre 2020, per esempio, il tragico bollettino quotidiano contava 993 decessi). Il vaccino certamente non rappresenta la panacea di tutti i mali, ma limita la circolazione del virus (chi è vaccinato contagia assai meno) e fornisce un'altissima protezione per quanto riguarda la forma grave della malattia e la morte. A qualcuno pare poco. Fanno obiezione perché occorre una terza dose: evidentemente vorrebbero tutto e subito, però non sanno indicare qual è la strada per ottenerlo. È chiaro che la forte limitazione del male pandemico, assicurata dal vaccino, è un grande traguardo ed è immensamente meglio che restare totalmente indifesi. Sappiamo dalla storia del Novecento che il realista che accetta il bene possibile viene irriso da chi reclama il bene impossibile. Ma non accettare i limiti umani è illusorio e porta sempre disastri. La realtà ce la mostra proprio la ricorrenza del 2 novembre: siamo creature mortali, assai fragili, che, nel corso dei secoli, pur fra mille errori, hanno costruito argini per proteggere la vita umana dall'imperversare delle malattie e della morte. La scienza e la medicina ovviamente non possono dare l'immortalità, ma hanno consentito uno straordinario allungamento della vita media e un eccezionale miglioramento della sua qualità. La scienza sa bene che non possiede un sapere assoluto e i traguardi che raggiunge sono sempre provvisori, così anche le soluzioni che la medicina escogita di volta in volta sono perfettibili. Ma è il bene possibile ed è infinitamente meglio della malattia. Con l'esplosione del Covid-19 tutto il mondo scientifico si è impegnato in uno sforzo titanico, mai visto prima, anche grazie a risorse finanziarie eccezionali, in buona parte fornite dagli Usa, cioè - dobbiamo riconoscerlo - dall'allora presidente americano Trump. In tempi record è stato messo a disposizione dell'umanità un vaccino che però - sia chiaro - non è stato improvvisato da apprendisti stregoni: i tempi brevissimi sono dovuti anche al fatto che hanno potuto avvalersi di ricerche d'avanguardia che si stavano facendo da decenni. Certo non è del tutto risolutivo, ma ha permesso di mettere fine a una strage quotidiana e quei laboratori stanno tuttora lavorando per migliorare il vaccino stesso ed elaborare anche farmaci per la cura del Covid. C'è la possibilità di effetti avversi? Sì, come per tutti i farmaci, d'altronde nell'imperversare della pandemia non si potevano attendere dieci anni di ulteriori studi. Le vittime sarebbero state enormemente di più. Molti non capiscono che non esiste in natura il rischio zero. La vita umana ogni giorno espone a rischi, pure mortali, a cui non facciamo neanche caso: basta uscir di casa, in auto o a piedi. Però è ragionevole vivere e rischiare. I tentativi umani di contrasto alle malattie non sono perfetti, perché nessuna cosa umana lo è. Ma sono necessari. Bisogna uscire dalla contrapposizione manichea fra dogmatismi contrapposti, bisogna riconoscere serenamente i limiti del vaccino e le criticità che ha l'attuale strategia di contrasto alla pandemia (cercando di eliminarle), ma poi bisogna ammettere che - seppure imperfetta - questa è la strada migliore per non lasciare campo libero al virus. Altre paragonabili non se ne vedono».

CORRIDOIO UMANITARIO PER GLI AFGHANI

Questa settimana sarà firmata un’intesa tra ministeri di Esteri e Difesa e associazioni umanitarie per creare un corridoio umanitario che dovrebbe riportare 1.200 afghani in Italia. Floriana Bulfon per Repubblica.

«Un corridoio di speranza. Si apre un varco nel muro minaccioso che da oltre due mesi ha avvolto le loro vite: un migliaio di afghani potrà raggiungere l'Italia. Sono quelli che hanno collaborato con le nostre sedi diplomatiche, i nostri soldati, le nostre organizzazioni umanitarie: persone che erano esposte alla vendetta dei talebani e sono riuscite a fuggire in Pakistan e Iran. Per loro sarà aperto un corridoio umanitario. Un passo importante che permetterà di portare in salvo afghani che ci hanno aiutato e che per questo sono in pericolo. Molti a fine agosto erano entrati nelle liste dei voli militari italiani in partenza da Kabul, ma l'attacco kamikaze contro l'aeroporto gli aveva impedito di varcare i cancelli; altri avevano già il nulla osta per il ricongiungimento con i familiari nel nostro Paese ma erano rimasti intrappolati dopo la vittoria talebana. Questa settimana sarà siglato un protocollo per consentire che 1.200 afghani nei prossimi due anni raggiungano l'Italia. Un'iniziativa che vede agire insieme istituzioni come i ministeri di Esteri e Difesa e organizzazioni umanitarie: Comunità di Sant' Egidio, Chiese Valdesi, Caritas, Arci, Cei con il sostegno anche di Unhcr. L'obiettivo è quello di creare una via legale e sicura per lasciare il Pakistan e l'Iran: l'accoglienza sarà finanziata in gran parte dalle organizzazioni private che promuovono i corridoi. Un'esperienza già consolidata che in questi anni ha portato in Italia profughi siriani, eritrei o dell'area sud sahariana. Tanti tra quelli che hanno collaborato con gli italiani e i loro familiari rischiano però di non potere accedere al corridoio umanitario perché sono ancora bloccati in Afghanistan. Come Abdullah e la sua famiglia. Abdullah ha otto anni e continua a sognare i bambini che erano in fila accanto a lui e sono stati spazzati via dalla bomba all'aeroporto di Kabul. È salvo ma insieme alle sorelline sopravvive a fatica e per i parenti in Italia il sogno di riabbracciarli svanisce di giorno in giorno. Sanno che i talebani li stanno cercando: sono sulla lista 'nera' perché il loro papà Khalid ha lavorato per un decennio con l'Antiterrorismo, collaborando con l'intelligence della Nato e quella del governo di Kabul e contribuendo sul campo a dare la caccia ai jihadisti ora al potere. Quel 26 agosto doveva decollare anche Hameeda, ma i militari non l'hanno fatta passare. È una ginnasta e insieme all'ong "bon't worry" si è occupata di violenza di genere. Hameeda ha aiutato tante donne e ora è disperata. L'altro ieri sono entrati a casa della sua anziana madre: «Non mi hanno trovata e se la sono presa con lei. L'hanno massacrata di botte e poi buttata giù dalle scale». «È straziante. Ci ha aiutato e noi non siamo in grado di aiutarla - dichiara la fondatrice della ong Bo Guerreschi - Hameeda e tanti altri fino a ieri erano persone che facevano comodo e oggi possono morire. Non possiamo stare a guardare in silenzio, occorre aprire un canale per portarli in salvo». Lo chiede Tameem che ha scritto decine di mail ad ambasciate e ministeri. Sua sorella Sofia curava i bambini disabili per conto di un'associazione italiana: «Era nella lista per l'evacuazione, ora è sola con sua figlia di un anno e rischiano di essere uccise». Le segnalazioni che arrivano ogni giorno a sosafghanistan@repubblica. it , l'iniziativa di Repubblica per non dimenticare, invocano il soccorso dell'Italia. «Per favore salvateci. Siamo terrorizzati» scrivono Kabir e Ahmad che sono stati per anni a fianco dei nostri soldati ad Herat. Allegano documenti ed encomi, lettere di referenze e attestati di conoscenza della lingua. Messaggi per ricucire pezzi di memoria e riavere una possibilità di vita».

ALTA TENSIONE SU TAIWAN

Pechino preme per la riunificazione mentre gli Usa difendono l'indipendenza di Taiwan. Ieri a Roma Blinken, al margine del G20, ha ribadito a Wang «il totale appoggio con ogni mezzo». Flavio Pompetti per il Messaggero.

«Faremo tutto quanto possibile perché Taiwan abbia a sua disposizione ogni mezzo per difendere l'attuale assetto territoriale e la sua indipendenza». Il segretario di Stato Anthony Blinken fa un passo indietro e corregge la leggerezza con la quale il suo presidente Joe Biden una settimana fa, in risposta alle pressioni di giornalisti, aveva concesso che gli Usa sono pronti a intervenire militarmente a difesa dell'indipendenza di Taipei dalla Cina. Questa ambiguità dell'atteggiamento degli Usa, e la precarietà dei rapporti tra l'isola e il governo di Pechino, sono andati platealmente in scena ieri a Roma, dove i plenipotenziari degli Esteri di Cina e Stati Uniti si sono seduti a parlare, poche ore dopo che otto jet militari cinesi avevano violato per l'ennesima volta lo spazio aereo difensivo di Taiwan. La schermaglia era iniziata già da sabato, quando il consigliere di Stato e ministro degli Esteri Wang Yi aveva risposto con tono perentorio all'idea statunitense di una «partecipazione significativa» di Taiwan in seno all'Onu. «L'isola di Taiwan non ha altro futuro che la riunificazione con la Cina, e non ha uno status giuridico internazionale oltre a far parte della Cina» aveva ribadito Wang ancora prima di sedersi a parlare con Blinken. Gli Stati Uniti aderiscono al principio di una sola Cina patrocinata da Pechino e non riconoscono l'indipendenza di Taiwan, ma al tempo stesso a partire dal 1979 hanno fornito armamenti al governo secessionista di Taipei, insieme alla promessa di schierarsi al suo fianco nella separazione dalla madrepatria che è maturata nel 1949. L'anomalia sta sfociando in una posizione di sfida, dopo la politica del pugno duro con il quale Pechino ha riportato Hong Kong sotto l'ombrello del partito del popolo, e di fronte alla determinazione dell'amministrazione Biden di contrastare le ambizioni di espansione territoriale della Cina. La delegazione cinese è arrivata al G20 romano decisa a fare chiarezza sul caso. Nei giorni precedenti al summit il ministro degli Esteri di Taiwan Joseph Wu si era incontrato con funzionari e legislatori della Ue, ed era intervenuto in video ad una conferenza di 200 funzionari e politici di diciannove Paesi che condividono critiche nei confronti del governo di Pechino. «Non siamo soli» aveva dichiarato Wu al termine dei colloqui, e l'affermazione ha ulteriormente irritato i rappresentati cinesi al G20, i quali sospettano la mano degli Stati Uniti dietro le quinte di un complotto contro i loro interessi. Nell'incontro bilaterale, Blinken è partito all'attacco contro «una serie di azioni della Repubblica popolare cinese che indeboliscono l'ordine internazionale, basato sulle regole e che vanno contro i valori e gli interessi dei nostri alleati e partner». Il diplomatico di Washington ha citato a proposito Taiwan, il Tibet, Xinjiang, Hong Kong, il mar della Cina meridionale e orientale. Wang ha chiesto che gli Usa gettino la maschera, che «non tradiscano su Taiwan», e che si rendano conto del «grave danno» che la sua indipendenza comporterebbe sulla strada della realizzazione del progetto una sola Cina. L'incontro era stato disegnato per allentare la tensione che ha dominato nelle ultime settimane, nelle quali l'aviazione militare cinese ha violato centinaia di volte lo spazio difensivo di Taiwan, mentre la presidentessa taiwanese Tsai Ing-wen ha confermato alla Cnn la presenza di addestratori militari statunitensi sull'isola. L'esito è stato invece, come si temeva, esattamente opposto. L'incontro ha segnato l'inasprirsi di un confronto che negli occhi di molti osservatori internazionali potrebbe portare ad un nuovo clima di guerra fredda tra le due potenze internazionali, con Taiwan sfortunato e ipotetico terreno di una guerra differita. Joe Biden era arrivato alla Casa Bianca con l'idea di riaprire le trattative con Pechino precluse dalla guerra commerciale voluta da Trump. Ad un anno dall'inizio del suo mandato invece i dazi sono ancora tutti in vigore; il confronto si è esteso alle piazze finanziarie dei due paesi, e il rilancio degli armamenti è in pieno corso, a partire dai test con missili ipersonici che la Cina ha condotto la scorsa estate».

IL PAPA E NONNO LIBERO

Lino Banfi e Papa Francesco, complice la festa dei santi Gioacchino e Anna, si sono incontrati. Elvira Serra per il Corriere della Sera.

«Lino Banfi ha vinto il suo Oscar alla carriera il 26 luglio 2021, festa dei santi Gioacchino ed Anna, nonni di Gesù. È datata quel giorno la lettera che lo accredita come «il nonno di una Nazione intera», che ha «condiviso con tante generazioni il dono del sorriso, che viene da Dio ed è una missione». L'attore pugliese viene ringraziato «per essere testimone della gioia» e gli viene chiesto di continuare «a trasmettere i valori della famiglia, i valori che contano». Firmato: Francesco. Il Papa. Lino, il Moige non può più dire niente! Ride. «Sicuramente si metterà l'animo in pace». Racconti tutto. Come nasce la lettera del Papa? «Bisogna spiegare l'antefatto e tornare a dicembre, nei giorni in cui il pontefice festeggiava il compleanno». Ottantaquattro anni. «Ero stato accompagnato dal mio amico don Sergio Mercanzin a Santa Marta, prima dell'udienza del mercoledì. Avevo espresso il desiderio di incontrare il Papa, monsignor Domenico Calcagno mi aveva aiutato. Ed eccomi davanti a due guardie svizzere, desiderando sotto sotto che mi rivolgessero la parola». Com' è andata? «Ero lì che le fissavo, quando arriva il Papa che mi prende quasi sottobraccio e mi fa entrare in questa stanza. "Lei è una persona molto importante, mi hanno detto che la chiamano il nonno d'Italia", esordisce. E io: "Allora lei è l'abuelo del mundo!". Aggiungo che abbiamo la stessa età, sono pure io del 1936, e lui: "Ma lei può dire anche meno!". E ci paragona al buon vino, che invecchia bene». Quanto è rimasto? «Venti minuti. Abbiamo parlato di famiglia, gli ho raccontato dei miei quattro anni al seminario. Poi a un certo punto gli ho detto: "Santità, io faccio l'attore e se racconto che ci siamo visti non mi crede nessuno. Non possiamo fare una foto?". Mi ha chiesto se avevo il cellulare, ma lo avevo lasciato a don Mercanzin. Allora l'ho chiamato e ci ha scattato lui le foto». E così abbiamo le prove. Dopo, gli scrisse? «Sì, in primavera, per ringraziarlo e dirgli che mi era rimasto impresso un fotogramma indelebile: lui che mi posava la mano sulla schiena e mi diceva che ero una persona importante». La risposta è del 26 luglio. «La sua lettera è arrivata dentro quattro buste, una sopra l'altra. L'ho incorniciata nel mio studio, accanto alle onorificenze più importanti, da quella di cavaliere di Gran Croce ad ambasciatore Unicef a membro della commissione italiana all'Unesco. Poi ho pensato: ma è troppo bella per tenerla tutta per me. Però non è che puoi condividere una cosa così senza permesso. Faccio chiedere e una decina di giorni fa mi arriva la telefonata: "Sono il segretario di Sua Santità. Può dirlo a chi vuole, anche a un giornale"». Che effetto le ha fatto sentirsi chiamare dal Papa «nonno di una Nazione intera»? «Mi sono emozionato: il Papa aggiunge che è "davvero impegnativo" esserlo». «I nonni sono i custodi della memoria e delle radici».

DIALOGO CARTABIA-SEGRE SU MEMORIA E GIUSTIZIA

Interessante dialogo fra la senatrice a vita Liliana Segre e la ministra della Giustizia Marta Cartabia sulla memoria della Shoah, la giustizia riparatrice e l’impatto della pandemia. Lo propone il numero da ieri in edicola della Lettura, settimanale di libri del Corriere della Sera, a cura di Venanzio Postiglione e Alessia Rastelli. Ecco uno stralcio del lungo dialogo. Nei pdf le quattro pagine tutte da leggere.

«Il silenzio, il buio, il binario. Un tempo sospeso, sotto la stazione Centrale di Milano. Qui gli ebrei venivano chiusi nei vagoni e mandati verso i campi di sterminio. Qui è nato e si sta ampliando il Memoriale della Shoah. E qui arrivano adesso, per fortuna, ragazzi di tutta Italia per ascoltare e vedere cosa è successo. Nel nostro Paese, pochi decenni fa. Quando il «Corriere della Sera» ha chiesto a Liliana Segre, senatrice a vita, e a Marta Cartabia, ministra della Giustizia, di incontrarsi e dialogare, la risposta è stata sì, di slancio. Ma Segre ha aggiunto un «però». Che sembrava una condizione e invece era un valore in più. «Però venite al Memoriale». Aveva ragione lei, naturalmente. La ministra ha accettato subito (e volentieri) l'invito, si è fatta guidare a lungo tra le immagini e i ricordi. La conversazione sulla giustizia, sul senso della giustizia, si è tenuta a pochi passi dal binario dell'orrore più grande. Sul muro scorrono i nomi dei perseguitati: in bianco chi non è più tornato, quasi tutti, in rosso chi è sopravvissuto. I sommersi e i salvati di cui parlava Primo Levi. Non era facile, soprattutto i primi minuti, trovare il filo, le parole. E così questa esperienza che ha scosso e commosso tutti, in una mattina d'autunno, ci è apparsa quasi una metafora (in piccolo, infinitamente in piccolo) di quanto sia difficile e allo stesso tempo inevitabile ripartire dopo le ferite. Liliana Segre ha raccontato l'odio di allora e quello di adesso, con la sua missione pubblica per combatterlo. Marta Cartabia ha detto che «il bisogno di giustizia è innanzitutto un bisogno di verità e di memoria». E poi i diritti umani che sono rimasti a metà strada. La libertà «che ha sempre una dimensione comunitaria». La giustizia per ricucire e riparare il mondo, quindi il contrario della vendetta. Dopo l'abisso dell'umanità, abbiamo abbracciato l'epoca dei diritti. Faticosamente, certo. (…) LILIANA SEGRE - Io non ho avuto una sensazione così ottimistica all'inizio della pandemia, quando ancora si andava sui balconi. Possiamo paragonare la pandemia a una guerra, come lo è stata ed è, gravissima, contro un nemico invisibile. Ecco, io posso testimoniare che avevo già visto da ragazza chi allora andò sui balconi, ma anche chi si macchiò di speculazioni e corruzioni. Vidi già allora il lato peggiore di quelli che avevano approfittato della guerra. Insomma, quando uno diventa così vecchio come me, si ricorda che ci sono i migliori ma ci sono anche i peggiori. E sono questi ultimi che mi fanno paura, sono questi che mi preoccupano perché sono abili, hanno una scia dietro di loro. Pandemica. Si dibatte molto oggi di libertà: il diritto alla salute è uscito vincitore o, come qualcuno accusa, siamo tutti meno liberi? MARTA CARTABIA - Questa situazione fa semplicemente emergere che la libertà ha sempre una dimensione comunitaria, deve tenere conto dell'altro. Parlando da costituzionalista dovrei dire: non esiste diritto che non abbia limiti e condizionamenti. Se è assoluto, dice la Corte Costituzionale, diventa tiranno. Anche la libertà. Papa Francesco proprio di recente sottolineava come oggi stiamo vivendo un concetto di libertà fatto di questa dimensione comunitaria. Credo sia la grande lezione della pandemia da non disperdere. Alla luce delle vostre esperienze, della visita insieme al Memoriale, di questo dialogo così intenso, che cos' è per voi la giustizia? MARTA CARTABIA - Quando mi fanno questa domanda rispondo con la frase che sant' Agostino usa rispetto al tempo: «Se non me lo chiedono, lo so; se me lo chiedono, non so spiegarlo». Perché il senso di giustizia è qualcosa che non possiamo dire di non conoscere. Ma è veramente difficile concettualizzarlo. Una delle prime frasi che dico quando entro nelle aule universitarie o quando parlo ai ragazzi è d'interrogarsi se hanno mai avuto un'esperienza di ingiustizia. Come accennavo in apertura del dialogo, tutti ce l'hanno. Anche i bambini di tre anni sanno dire «non è giusto» di fronte all'aggressione di un compagno, all'aver avuto attenzione o meno dalla mamma rispetto al fratello... Il senso del giusto e dell'ingiusto è innato. E io credo che l'unico accesso serio alla giustizia sia attraverso l'esperienza della mancanza di giustizia, per questo ritorniamo appunto all'inizio: al fatto che sia così significativo parlarne qui, al Memoriale, e non sul piano teorico ma su quello dell'esperienza. Questi sono i punti che possono permetterci di avvicinarci davvero a quel bisogno sterminato, universale, inesauribile di giustizia con un sano realismo e con un sano senso di quello che appartiene alla vita delle persone. Anche per questo ha più titolo a rispondere la senatrice Segre di quanto ne abbia io. LILIANA SEGRE - Sì, il senso della giustizia passa attraverso questo luogo. Chi esce da qui, materialmente o spiritualmente, può capire fino in fondo l'ingiustizia e sentire dentro di sé il fortissimo desiderio di provare a diventare una persona giusta. Contro il gelo dell'indifferenza.».

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