La pace, o almeno la tregua

Il Papa chiede lo stop alla guerra sporca fra Hamas e Israele. In nome delle vittime innocenti. Euforia per la fine del coprifuoco sulla stampa italiana. I Vescovi: sì al Ddl Zan ma con modifiche

C’è una certa euforia sui giornali per l’inizio della settimana in cui si decideranno i termini concreti delle riaperture, fine del coprifuoco compreso. Oggi si riunisce la cabina di regia. In effetti i dati epidemiologici sono finalmente molto confortanti, così come il numero delle vaccinazioni. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte, anche se era domenica, 404 mila 917 iniezioni. Per la prima volta la media settimanale, dal 10 al 16 maggio, supera le famose 500 mila somministrazioni: siamo infatti esattamente a 503 mila 56. La media del mese di maggio fino ad oggi è 474 mila 531, ma nelle ultime due settimane può ancora migliorare. Due semplici osservazioni: il maxi assembramento degli interisti a Milano, dopo 14 giorni lo possiamo dire, non ha alla fine creato grandi conseguenze. Bene, anzi benissimo. Le Cassandre del virus, scienziati ed esperti tv come Massimo Galli e Andrea Crisanti, che avevano con grande clamore attaccato Draghi perché aveva calcolato male il rischio il 26 aprile, dovrebbero tacere per qualche giorno ancora. E magari, se parlano, ammettere di avere sbagliato loro, quella volta, i calcoli.

La guerra sporca di Hamas e di Israele non si ferma. E non si capisce chi possa intervenire per raggiungere almeno una tregua. Il Papa ieri al Regina Coeli ha lanciato un appello accorato. Fra le poche cose che la stampa libera occidentale pubblica in questi giorni, vi segnalo la testimonianza del reporter dell’Associated Press che aveva l’ufficio nella Torre dei giornalisti colpita e distrutta a Gaza. E il bell’articolo di Aldo Baquis sul rischio di guerra civile fra arabi ed ebrei, cittadini israeliani, dopo l’esperienza solidale contro il Covid.

La politica italiana è sempre agitata dallo scontro fra Pd e Lega sulle riforme. Bella intervista della Carfagna. Ugo Magri analizza la corsa al Quirinale. Il presidente dei Vescovi italiani, il cardinal Bassetti spiega la posizione della Chiesa sul DDL Zan: non c’è un’opposizione alla legge, ma va corretto il testo. E le perplessità di merito sulla legge riguardano proprio i punti molto controversi a sinistra, anche fra femministe e lesbiche. Ma la prima reazione del deputato Zan è talebana: la legge va approvata così com’è. Aspettiamo di vedere se sarà ancora questa la posizione di Enrico Letta. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Per una volta il Corriere della Sera forza il titolo di prima e prevede: Il coprifuoco sarà eliminato. Anche il Messaggero punta alle riaperture: Coprifuoco e locali, si riparte. Il Giornale: Finalmente più liberi alla faccia dei gufi. Il Mattino fissa una data sul calendario: Coprifuoco, via da giugno. Per il Quotidiano nazionale: Si vede la luce, ok a nuove riaperture. La Verità: Stop alla lotta di classe sul Covid. Insiste la Repubblica sul tema delle nuove leggi che il Governo deve varare: Draghi, via alle riforme. Ma per Il Fatto: Il Parlamento non esiste più: passacarte ai decreti Draghi. La Stampa con un’intervista al leader della Cgil va sul tema del lavoro: Landini: non è tempo di pace sociale. Mentre Il Sole 24 Ore: Sos ritardi del Sud: cura in sette anni con 210 miliardi e il Domani si occupano del Mezzogiorno: Il ponte dei desideri. Il tema libero per Libero oggi è: Grillini stufi di Grillo. Senza Avvenire e Manifesto, il lunedì i due giornali non escono, non si riesce a trovare un quotidiano italiano che metta in primo piano la guerra sporca fra Hamas e Netanyahu. Anche questa è una notizia. Amara.

SI RIAPRE, CALO DEI CONTAGI OLTRE LE PREVISIONI

Euforia “aperturista” del Corriere della Sera, che con Monica Guerzoni anticipa le nuove misure che oggi il Governo comincerà a prendere:

«Se anche il ministro del rigore assoluto Roberto Speranza si concede una passeggiata agli Internazionali di tennis di Roma e parla in pubblico di riaperture «con ragionata fiducia», vuol dire che il giorno tanto atteso è davvero arrivato e che non si tornerà indietro. L'Italia prova a ripartire, si lascia alle spalle i mesi delle restrizioni per contenere i contagi da Covid-19 e si prepara ad accogliere i turisti. Il premier Mario Draghi, che fonti di governo descrivono favorevole a riaperture «sicure e ragionate, decise con la testa sulla base dei dati», riunisce oggi a Palazzo Chigi la cabina di regia. Ci sono da sciogliere gli ultimi nodi, tecnici e soprattutto politici, in vista del nuovo decreto. Tra domani e giovedì il governo vedrà le Regioni, poi il Consiglio dei ministri darà l'ok e il provvedimento che fissa le date per liberare il Paese dai divieti entrerà in vigore. Settimana cruciale dunque, perché il calendario scandirà l'estate degli italiani e dei turisti stranieri. Nel decreto - che sarà contestuale ai sostegni per le imprese - ci sarà una data anche per la ripartenza dello sci, la cui serrata aveva scatenato una bufera politica. Da settimane la battaglia si è spostata sul coprifuoco. Se la Lega vuole abolirlo, Speranza è per archiviare gradualmente la norma-simbolo dell'emergenza: «Con i dati in miglioramento possiamo allentare e poi superare il coprifuoco. È possibile grazie alle misure adottate, ai comportamenti della maggioranza delle persone e alla campagna di vaccinazione». In serata il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, rilancia il messaggio di Speranza («è ora di superare il coprifuoco») rendendo evidente una strategia Pd-M5S-Leu per sfilare la bandierina dalle mani di Salvini. Il dato che interessa agli italiani è che l'orario del coprifuoco slitterà, di un'ora o due al massimo. Le Regioni hanno chiesto di bloccare le lancette sulle 23, gli scienziati consigliano di non prendere decisioni azzardate e anche Draghi sembra orientato a muoversi con prudenza. La road map si avrà solo oggi, ma la rotta è tracciata: qualche settimana con il coprifuoco alle 23 o a mezzanotte e presto la misura verrà archiviata». 

Il Quotidiano Nazionale analizza i dati con il fisico Roberto Battiston, uno degli esperti più affidabili e seri nel commentare i numeri dell’epidemia.

«La velocità di ritirata dell'epidemia sembra aver accelerato (in una settimana -15% decessi, -15% Rianimazioni, -18% ricoveri, -19% nuovi casi): cosa dicono i numeri? «Che nonostante le aperture delle scuole il 7 aprile poi quelle delle regioni il 26 aprile, l'andamento ha cominciato a migliorare in modo significativo», risponde il professor Roberto Battiston (foto sopra), docente di Fisica sperimentale all'università di Trento ed ex presidente dell'Agenzia spaziale italiana, colui che previde il picco di casi a novembre scorso. Il motivo? «La diffusione dei vaccini. A oggi abbiamo coperto il 31% delle persone con almeno una dose e stimiamo a circa il 16% chi è guarito dalla malattia: dunque, il 40-45%, 24-27 milioni di italiani, ha una protezione da medio a buona. Questo significa che se uno incontra 100 persone, in termini di contagio, è come se ne vedesse 55: così l'indice Rt di Agenas viene ridotto della stessa percentuale. Oggi in Italia è a 0,76: un numero così basso non si vedeva dal luglio 2020». Quando arriveremo a zero nuovi casi giornalieri in Italia? «Fare previsioni per l'Italia è impossibile perché ogni regione ha una propria andatura e piccoli focolai continueranno per mesi. Però, si può dire che l'Emilia Romagna oggi è la grande regione più virtuosa e in un mese sarà la prima a confrontarsi con una discesa di casi verso lo 0. A livello nazionale, se siamo stati attenti, per l'estate avremo un numero molto basso di contagi». E zero decessi? «Per l'ultimo decesso potremmo aspettare qualche mese. Nell'ultima settimana ci sono stati 1.457 decessi, mentre a fine marzo erano più di 3mila: -50% in un mese e mezzo». Ci può dare la data che segneremo sul calendario: quando il nuovo Coronavirus non detterà più l'agenda dell'Italia? «Sarebbe bello, ma ci sono andamenti diversi da area ad area. Nel mese scorso i parametri sono crollati del 60% e il prossimo sarà migliore ancora: il muro del vaccino ha preso il sopravvento. Ma non bisogna abbassare la guardia: ci sono ancora 320mila attualmente positivi ufficiali, più tre volte tanti non registrati. Dovremo evitare di perdere il controllo con l'arrivo dei turisti stranieri e lo spostamento degli italiani».

OPEN DAY DEI VACCINI E PASS

Successo inaspettato per la vaccinazione dei 40enni e dei vari “open day” delle Regioni. Nel Lazio prossimo fine settimana dedicato agli over 30. La cronaca del Corriere:

«Un successo inaspettato. Migliaia di quarantenni in coda fino a notte fonda sabato e domenica per vaccinarsi. «Vogliamo tornare alla normalità il prima possibile»; «siamo quelli che lavorano, immunizzarci è fondamentale per tutti». È successo nel Lazio, dove in due giorni almeno 20 mila over 40 hanno ricevuto la prima dose di AstraZeneca nel primo «open day» dedicato ai vaccini con prenotazione virtuale su una app. Ma sta succedendo anche nel resto d'Italia, dove la formula «open day» sta diventando la soluzione per vaccinare in brevissimo tempo tutti coloro che ancora non rientrano nelle classi d'età programmate dalla campagna vaccinale. Una sorta di «liberi tutti» che permette così di accelerare le inoculazioni utilizzando le dosi che risultano in eccesso e aumentare quindi la copertura vaccinale della popolazione. Una formula che, dopo oltre un anno dall'inizio della pandemia, a 5 mesi dal via della campagna vaccinale e alle porte dell'estate, piace e soprattutto funziona con buona pace dei «no Vax». E le Regioni si organizzano. Il Lazio già prepara un nuovo «open day» per il prossimo fine settimana dedicato agli over 30, sempre con AstraZeneca. Ma soprattutto lancia entro il 2 giugno un «open day» per i 500 mila studenti che dal prossimo 16 giugno cominceranno gli esami di maturità: tutti vaccinati con la dose unica di Johnson&Johnson». 

Il Messaggero fa il punto sul pass, che permetterà di spostarsi per turismo.

«Il certificato vaccinale o green pass è il documento che serve per spostarsi liberamente, anche in Regioni di colore diverso dal giallo. Viene rilasciato dalla Regione di appartenenza quando si viene vaccinati (e vale sei mesi), dalle Asl se si è guariti dal Covi-19 (anche in questo caso vale sei mesi) o dal laboratorio che effettua un tampone (e vale per 48 ore). Fra qualche settimana il pezzo di carta italiano sarà sostituito dal green pass europeo che potrà essere anche digitale cioè conservato sul proprio telefonino sulla base di un codice QR. Quest' ultimo pass consentirà di spostarsi liberamente fra i vari Paesi che lo riconosceranno, non solo dell'Unione Europea».

IL GIORNO PIÙ SANGUINOSO DELLA GUERRA SPORCA

È stata la giornata più sanguinosa della guerra sporca in Medio Oriente. Con quasi 200 vittime fra la popolazione palestinese. È intervenuto Papa Francesco, ieri al Regina Coeli, chiedendo l’immediato cessate il fuoco e l’inizio di una trattativa. Biden vorrebbe riaprire i negoziati con l’Autorità palestinese, congelati da sette anni. La cronaca di Davide Frattini sul Corriere della Sera.

«I morti in totale sono oltre 190 (fra i palestinesi ndr). I portavoce dell'esercito dicono che a Rimal i missili hanno colpito un sistema di tunnel scavato da Hamas e il crollo delle gallerie sotterranee ha coinvolto le case dei civili. Benjamin Netanyahu viene intervistato dai programmi americani della domenica mattina. Spiega che il suo governo «ha condiviso con la Casa Bianca le informazioni di intelligence» sul palazzo distrutto a Gaza da dove lavoravano l'agenzia Associated Press e l'emittente Al Jazeera: «Era un obiettivo legittimo, operativi di Hamas si nascondevano tra gli uffici dei giornalisti». La Ap ha replicato di aver sempre verificato le presenze nell'edificio proprio per evitare infiltrazioni. In una settimana gli integralisti - che spadroneggiano nella Striscia dal 2007 - hanno sparato quasi 3.000 razzi contro le città israeliane: sono oltre la metà di quelli lanciati in 51 giorni di guerra nell'estate del 2014. Ieri hanno continuato a bersagliare il sud del Paese, gli israeliani uccisi dall'inizio sono 10. (…) Gli analisti militari spiegano che sono stati i generali a chiedere ancora qualche giorno. Lo conferma Aviv Kochavi, il capo di Stato Maggiore: «I capi di Hamas hanno commesso un grave errore di valutazione quando ci hanno attaccato. Non si aspettavano questa nostra risposta: adesso andiamo avanti con il nostro piano, i prossimi passi sono già definiti». Tra gli obiettivi di questa campagna: colpire i leader dell'organizzazione, anche le loro proprietà. Un missile ha distrutto la casa di Yahia Sinwar a Khan Younis, dove abita - in questi giorni è nascosto - ed è cresciuto. Netanyahu e Kochavi sanno che la pressione diplomatica sta crescendo. Devono anche evitare che altri fronti si allarghino: a Gerusalemme Est un palestinese ha lanciato l'auto su un posto di blocco, 7 i soldati feriti, è stato ucciso. Gli egiziani continuano la mediazione per fermare i combattimenti e il re giordano Abdallah II conferma di essere coinvolto nelle trattative. Hady Amr, l'inviato americano per la questione israelo-palestinese, è arrivato a Gerusalemme per portare il messaggio di Joe Biden: sosteniamo il vostro diritto di difendervi ma è il momento di pensare al dopo. Il presidente - che deve ancora nominare il suo ambasciatore in Israele - non pensa solo alla tregua con i fondamentalisti a Gaza: Amr ha incontrato Abu Mazen, la Casa Bianca vuole che i negoziati con l'Autorità palestinese - ibernati dal 2014 - possano ripartire. Si è riunito il Consiglio di Sicurezza dell'Onu: «Siamo impegnati a ottenere un cessate il fuoco immediato», ha spiegato il segretario generale Antonio Guterres. La Cina accusa gli Stati Uniti di aver bloccato una dichiarazione dell'Onu che chieda la fine degli scontri. Anche papa Francesco lancia un appello: «Tra le vittime ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro. Mi chiedo dove l'odio e la violenza porteranno. Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l'altro?»

Drammatica testimonianza di Fares Akram, reporter dell’Associated Press, che era nella Torre dei giornalisti a Gaza, bombardata e distrutta. Ecco il suo pezzo in prima persona stampato dal Corriere.

«Mi svegliano le urla dei colleghi. Sono quasi le 14 e sto riposando al piano superiore dell'Associated Press, il nostro ufficio dal 2006. I miei orari: dormire al mattino e lavorare di notte. Corro giù. I colleghi indossano l'elmetto, urlano: «Fuori, fuori». Uno mi dice: «Hai dieci minuti». Afferro il laptop. Un'occhiata intorno, a quello che è stato per anni il mio posto di lavoro. Oggetti, ricordi di persone care. Prendo qualcosa: un piatto con la foto della mia famiglia, una tazza regalo di mia figlia, che dal 2017 vive con la sorella e mia moglie al sicuro in Canada. Sono l'ultimo rimasto, nel giorno più inquietante, nel luogo dove sono nato e cresciuto e dove ancora vivono mia madre, i miei fratelli. Venerdì un raid ha distrutto la casetta di campagna della mia famiglia nel nord della Striscia. Adesso tocca al mio posto di lavoro, il palazzo con gli uffici di Ap e Al Jazeera. Faccio di corsa 11 piani di scale fino al parcheggio sotterraneo. La mia è l'unica auto rimasta. Schizzo via. Quando sono a circa 400 metri, mi fermo e scendo. Ci sono altri colleghi. C'è anche il proprietario della Torre, al telefono con gli israeliani. Chiede più tempo. No, rispondono: «Torna a controllare che non sia rimasto nessuno. Dieci minuti. Ti conviene sbrigarti». Penso alle famiglie che vivevano agli ultimi cinque piani. Dove andranno ora? Succede nel giro di otto minuti: prima gli attacchi dei droni, poi tre missili dai caccia F-16. Sembra un sacchetto di patatine fritte a cui qualcuno ha dato un pugno dall'alto. Il cielo trema. Una nuvola di polvere. Ho ancora in tasca la chiave di un posto che non esiste più. Avrei voluto salvare il registratore a cassette di quando a 20 anni ho cominciato a fare questo mestiere. Rimango un po' lì a guardare. Poi penso che la priorità non siamo noi, ci sono le storie degli altri da raccontare. Come sempre, il mondo intorno trema, e tocca a noi cercare di spiegare come». 

Una cronaca puntuale di quanto detto ieri dal Papa al Regina Coeli è di Fausto Gasparroni dalle colonne del Giornale di Sicilia.

«Mi chiedo: l'odio e la vendetta dove porteranno? Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l'altro?». Sono accorate le parole di papa Francesco nel suo forte appello, subito dopo la recita del Regina Coeli, per la fine degli scontri in Terra Santa fra israeliani e palestinesi e del «crescendo di odio e violenza» che rischia di sfociare in un'inarrestabile «spirale di morte e distruzione». «Seguo con grandissima preoccupazione quello che sta avvenendo in Terra Santa -ha detto il Pontefice - . In questi giorni, violenti scontri armati tra la Striscia di Gaza e Israele hanno preso il sopravvento, e rischiano di degenerare in una spirale di morte e distruzione». «Numerose persone sono rimaste ferite, e tanti innocenti sono morti», ha ricordato Francesco, anche con una dolorosa sottolineatura: «Tra di loro ci sono anche i bambini, e questo è terribile, è inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro, ma lo si vuole distruggere». Inoltre, «il crescendo di odio e di violenza che sta coinvolgendo varie città in Israele è una ferita grave alla fraternità e alla convivenza pacifica tra i cittadini, che sarà difficile da rimarginare se non ci si apre subito al dialogo». «In nome di Dio che ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro - ha continuato papa Bergoglio citando il Documento sulla Fratellanza umana firmato nel 2019 ad Abu Dhabi -faccio appello alla calma e, a chi ne ha responsabilità, di far cessare il frastuono delle armi e di percorrere le vie della pace, anche con l'aiuto della Comunità internazionale». «Preghiamo incessantemente affinché israeliani e palestinesi possano trovare la strada del dialogo e del perdono, per essere pazienti costruttori di pace e di giustizia, aprendosi, passo dopo passo, ad una speranza comune, ad una convivenza tra fratelli -ha aggiunto - Preghiamo per le vittime, in particolare per i bambini; preghiamo per la pace la Regina della pace», ha concluso il Papa recitando l'Ave Maria con i fedeli di Piazza San Pietro». 

Aldo Baquis da Gerusalemme scrive per il Quotidiano Nazionale a proposito degli episodi di guerra civile, accaduti in Israele negli ultimi giorni, che angosciano il mondo.

«Più ancora degli attentati, più dei serrati lanci di razzi, in questi giorni si è profilato in Israele l'incubo più grave: quello dell'apertura di un fronte interno che contrapponga la popolazione ebraica alla minoranza araba. Ci sono state giornate di estese violenze nelle città a popolazione mista (Jaffa, Lod, Ramleh, San Giovanni d'Acri, Tiberiade), con tanto di molotov lanciate nelle case degli arabi, senza neanche risparmiare i bambini. Per reprimere i disordini la polizia ha dovuto mobilitarsi e il premier Benjamin Netanyahu ha fatto intervenire anche lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno specializzato nell'intercettare gli attentati e nel soffocare sul nascere le rivolte dei palestinesi nei territori. Alla vista di quelle violenze Hamas ha esultato. Il progetto era utilizzare l'ondata di sdegno seguita ai gravi incidenti (centinaia di feriti) di una settimana fa alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme nel Laylat al Kader - la solennità conclusiva del digiuno del Ramadan - per sferrare a Israele un potente attacco di razzi. Voleva così dimostrare ai palestinesi che, mentre la figura di Abu Mazen e al Fatah diventa sempre più evanescente, proprio Hamas sarebbe ormai la forza trainante della loro causa nazionale. Per questo era necessario coinvolgere nel confronto violento con Israele non solo i palestinesi di Gerusalemme, ma anche quelli della Cisgiordania e gli arabi cittadini di Israele, il 20% della popolazione. Con l'ingresso sulla scena delle Brigate Ezzedin al-Qassam, l'ala militare di Hamas (un mini-esercito ben addestrato forte di 20-30mila uomini) in alcune località arabe di Israele la febbre è salita. Folle di facinorosi sono comparse nelle strade a Lod attaccando passanti ebrei, appiccando il fuoco ad auto in sosta, devastando appartamenti e poi anche attaccando sinagoghe. Il contagio è stato veloce. Scene simili si sono avute anche a Jaffa e ad Akko. La reazione degli estremisti ebrei è stata altrettanto rapida ed irruente. A Bat Yam, amena località turistica vicina a Tel Aviv, un gruppo di teppisti ebrei ha linciato un tassista arabo di passaggio, malgrado in quel momento l'attacco fosse ripreso dalla tv di Stato e trasmesso in diretta per mezz' ora. Episodi di brutalità di arabi a danno di ebrei, e di ebrei a danno di arabi, sono proseguiti per giorni, prima che la polizia riuscisse a riprendere un controllo almeno precario della situazione. Adesso i servizi segreti sono impegnati a cercare di comprendere se dietro alle giornate di anarchia ci fosse una regia. L'arresto di un dirigente del movimento islamico nel nord di Israele ha evocato il sospetto che la frazione massimalista del Movimento islamico (che in passato ha avuto contatti con Hamas, a livello di associazioni di beneficenza) abbia ispirato le agitazioni di piazza. D'altra parte l'ala moderata del Movimento islamico, guidata dal deputato Mansur Abbas, ha promesso che parteciperà alla riparazione delle sinagoghe danneggiate. Ad accrescere il timore di un'escalation l'intervento nei disordini di elementi della estrema destra ebraica, legati al movimento dei coloni. Erano giunti dalla Cisgiordania in rinforzo di 'Nuclei religiosi' di ebrei nazionalisti insediatisi negli ultimi anni nei rioni omogenei arabi di quelle città, col finanziamento di enti governativi israeliani. La loro presenza aveva generato fra gli arabi il timore che dietro ai 'Nuclei religiosi' ci fosse un progetto politico a loro ostile. Israele si è così trovato vicino a un baratro forse più minaccioso di quello prospettato dagli attacchi dei razzi lanciati da Gaza (3.000 in una settimana): ossia che gruppi avversi per religione e per politica, entrambi in possesso di grandi riserve di armi, si confrontassero a viso aperto sul territorio. Di fronte al baratro i leader politici e religiosi si sono mobilitati. Decine di ex deputati hanno firmato un appello per l’amicizia arabo-ebraica e molte iniziative di riconciliazione sono state organizzate in tutto il Paese. La fiammata improvvisa di violenza ha comunque creato sbigottimento: anche perché negli ultimi mesi ebrei e arabi avevano lottato spalla a spalla e con grande determinazione contro il Covid, ottenendo risultati che avrebbe destato ammirazione nel mondo».

BASSETTI: OK AL DDL ZAN MA VA CORRETTO

Il presidente della Cei, il cardinal Gualtiero Bassetti, interviene sul DDL Zan, alla vigilia della giornata internazionale contro l’omofobia. Dice in sostanza ciò che la Cei aveva già detto in un comunicato quando il DDL fu calendarizzato: se si fa una legge di questo tipo, vanno definiti bene i contorni e il confronto sul merito, sul testo, è necessario. Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera:  

«Guardi, che ci si ponga il problema di difendere le persone omosessuali da insulti omofobi, aggressioni o violenze, per me non è né è mai stato un problema, ci mancherebbe. Tutte le creature devono essere difese, protette e tutelate. Però la legge dev'essere chiara e non prestarsi a sottointesi». Il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, è appena rientrato nella sua diocesi a Perugia dopo aver celebrato la messa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, a Roma. Una sua frase all'uscita, in risposta ad una domanda, non poteva passare inosservata: il disegno di legge Zan contro l'omofobia «andrebbe più corretto che affossato». Voi vescovi avete cambiato idea, eminenza? «Ma no, è diverso. Io ho sempre sostenuto che non ci fosse bisogno di questo disegno di legge perché c'è già tutta una legislazione sufficiente a tutelare le persone contro le discriminazioni e le violenze. Non ne vedevo la necessità, tutto qui. Ma è chiaro che se poi decidono di andare avanti, non è una questione che spetti a me decidere, c'è un Parlamento. Se si ritiene utile una legge specifica contro l'omofobia, va bene, come dicevo non è certo questo il problema». E qual è? «La chiarezza. In ogni legge, lo dico da cittadino, il testo dev' essere scritto in modo semplice e chiaro. Così com' è ora, è un testo che si presta ad essere interpretato in varie maniere e può sfociare in altre tematiche che nulla hanno a che vedere con l'omofobia, gli insulti o le violenze. Ecco: come cittadino ho diritto di chiedere che scrivano una legge chiara, in modo che non abbia infiniti sensi e interpretazioni». Che cosa la preoccupa? «Che nella formulazione non si sconfini in altri campi, in terreni pericolosi come la cosiddetta "identità di genere". Una simile confusione antropologica mette in discussione la differenza uomo-donna e per noi è inaccettabile. Questo non vuol dire che non si debbano accettare o accogliere le scelte diverse, le varie situazioni esistenziali, le fragilità. Però una legge deve tutelare le garanzie e i valori fondamentali. La distinzione fra uomo e donna esiste. Per chi è credente viene da Dio, chi non crede dice invece dalla natura, ma esiste». C'è chi teme per la libertà di espressione e sostiene che citare la Genesi potrebbe essere «passibile di denuncia», che ne dice? «Mah, non so davvero se possa essere così. Ma è chiaro che noi continueremo a citare la Bibbia, questo non ce lo può impedire nessuno». (…) Ora che si può fare? «Non sta a me, come vescovo, fare le leggi. Da cittadino noto che il testo è scritto male. Secondo me la tutela da queste situazioni era già contenuta nelle leggi esistenti ma se si vuole accentuare, si accentui: nel senso della protezione, però. Con chiarezza e senza ambiguità».

RFIORME E BANDIERINE

Maria Teresa Meli del Corriere approfondisce la linea che il Pd sta mettendo a fuoco: Enrico Letta è preoccupato del forcing di Salvini e vuole appoggiare le necessarie riforme del governo Draghi.

«Il punto - spiega il segretario ai suoi - è che mettere in discussione le riforme come sta facendo Salvini in questi giorni indebolisce Draghi ed espone l'Italia alle manovre, soprattutto dei frugali, in Europa. Così rischiamo di venire nuovamente dipinti come i soliti inaffidabili». Il segretario del Partito democratico è invece convinto che questo governo sia in grado di fare le riforme: «Sono la missione di Draghi, oltre che la condizione formale per accedere ai fondi del pacchetto Next Generation Eu», spiega ai suoi. Letta ritiene perciò che Salvini dica cose infondate quando accusa il Pd e i 5 Stelle di non riuscire a mandare in porto le riforme. E, parlando con i suoi, rispedisce al mittente quelle critiche: semmai è la Lega che su questo terreno ha difficoltà a muoversi. La dimostrazione? «Sulla giustizia Salvini si nasconde dietro lo strumento nobile del referendum per non assumersi l'onere di una riforma condivisa. Il leader leghista sostiene che il Partito democratico è in imbarazzo su questo tema. Ma quando mai. Il Pd ha già presentato giovedì le sue proposte in linea con l'impianto della riforma Cartabia. Sono proposte molto chiare, specie sulla prescrizione e sul Csm». Insomma, il segretario dem è preoccupato che questo Salvini di «lotta e di governo» finisca per logorare l'esecutivo che invece ha una missione da compiere. Per questa ragione tutte le forze politiche che lo sostengono dovrebbero «agire con massima responsabilità». Indebolire il governo o staccare la spina prima sarebbe esiziale, secondo Letta, perché Draghi a Palazzo Chigi è «la garanzia» che si facciano le riforme. Perciò il segretario del Partito democratico incalza il leader leghista e lo sfida. «Non è il momento di fare i giochini», è l'ammonimento di Enrico Letta».

Mara Carfagna, ministra per il Sud, parla dalle colonne del Corriere della Sera. E dice a tutti: non mettete le bandierine sulle leggi, DDL Zan compreso. La legge contro l’omofobia è da approvare, ma il testo è da modificare.  

«Senza riforme non avremo né finanziamenti europei, né nuove infrastrutture, né ripresa, né posti di lavoro. Questo governo nasce per fare tutto questo». Quali riforme sono imprescindibili per FI? «Il fisco e la giustizia, in primis, insieme alla semplificazione di ogni processo pubblico, dalla più banale pratica, ai concorsi, ai grandi appalti. Ma nel Pnrr c'è anche una riforma sociale per cui mi sono spesa e ritengo irrinunciabile: l'individuazione dei Livelli essenziali di prestazione, i Lep, che cancellino finalmente il divario di cittadinanza tra Nord e Sud, tra metropoli e aree interne». Divario di cittadinanza? «Guardi, pochi giorni fa, ho avviato a soluzione un problema trentennale: la cancellazione dell'ultima grande baraccopoli italiana, a Messina. Ottomila persone senza acqua, fogne, strade. Abbiamo stanziato 100 milioni per la bonifica e per dare case decenti alle famiglie, e nominato commissario il prefetto. Situazioni così non possono più essere tollerate in un grande Paese come il nostro». Però tensioni esistono anche su leggi di iniziativa parlamentare come il ddl Zan: va votato o accantonato? «Una legge contro l'omofobia e la transfobia ci serve. Io stessa ne fui promotrice da ministro, ma scelsi una strada diversa, meno divisiva e ambigua. Queste leggi non possono essere bandierine per marcare il campo».

AL QUIRINALE CI VUOLE UN UOMO PER TUTTE LE STAGIONI

La corsa al Quirinale. Ugo Magri su Huffington Post analizza la questione: questo Parlamento deve eleggere fra 8 mesi il Capo dello Stato, che però per i prossimi 7 anni rimarrà in carica, e avrà a che fare con una rappresentanza politica molto diversa nelle Camere. Ci vorrebbe un Presidente di garanzia, abbastanza autorevole e moralmente inattaccabile per essere, è detto in positivo, “un uomo per tutte le stagioni”.

«Purtroppo, resettare il Parlamento con nuove elezioni per adesso non si può. Dal 3 agosto, col “semestre bianco”, sarà addirittura vietato sciogliere le Camere. Dunque  saranno gli attuali deputati e senatori a scegliere il successore di Mattarella. Piaccia o meno, toccherà a loro farsi carico dell’incombenza. Ciò significa che non avremo scampo? Che saremo condannati a una presidenza debole, perennemente sulla difensiva? Non è detto. Un rimedio in realtà ci sarebbe. Per evitare di compromettere il futuro, basterebbe scegliere un presidente per tutte le stagioni. Una figura, cioè, rispettata e rispettabile tanto adesso quanto nelle prossime legislature in quanto di autentica garanzia, indiscutibilmente super partes e come tale accettata da tutte le forze politiche se possibile già al primo turno, evitando lo scannatoio dei voti segreti e dei franchi tiratori. Di personaggi all’altezza per storia personale, indipendenza politica e levatura morale, qualcuno ne abbiamo. Ci sarebbe Mario Draghi che, qualora lo volesse, potrebbe trasferirsi sul Colle e da lì sovrintendere la ricostruzione post-Covid secondo un inedito schema semi-presidenziale alla francese; c’è lo stesso Mattarella, il quale è contrario a un secondo mandato ma forse non si tirerebbe indietro se fosse necessario per evitare il peggio. Altri candidati (uomini o donne) potrebbero emergere applicando un briciolo di fantasia. In fondo, a pensarci bene, sarebbe l’uovo di Colombo. Purtroppo la corsa al Colle è già lanciata, con presupposti parecchio diversi. La poltrona fa gola, e in pochi si preoccupano delle nostre povere istituzioni. L’unica cosa che davvero interessa è andarsi a sedere lassù, magari facendo leva su qualche maggioranza raccogliticcia, un po’ di voti qua e un po’ là, perfino da Berlusconi. La tentazione è forte - spiace dirlo - soprattutto dentro il Pd, mascherata dal nobile intendimento di sbarrare la strada a Salvini: piuttosto che cercare intese col Capitano, c’è chi preferirebbe eleggere un presidente di parte. Perciò debole, ricattabile e figlio di un Parlamento screditato». 

LA CORTE EUROPEA CHIEDE CHIARIMENTI SU MR B

Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera (titolo: Dalla Corte europea svolta dopo 8 anni: condanna di Berlusconi, l’Italia deve spiegare) rivela che in Europa, dopo una lunga attesa, ci sono perplessità sulla sentenza a Silvio Berlusconi. Toccherà al Governo fornire risposte scritte alle domande della Corte Ue.

«I giudici, al termine di un vaglio di ammissibilità durato sette anni, hanno stabilito di chiedere conto delle «doglianze» di Berlusconi al governo italiano. Chiamato a fornire risposte scritte ai quesiti. «L'azione per la quale il ricorrente è stato condannato - domanda la Corte - costituiva reato secondo il diritto nazionale al momento in cui è stata commessa? Il ricorrente si è visto infliggere una pena più grave rispetto a quella applicabile al momento in cui la violazione è stata commessa, in ragione della mancata applicazione delle circostanze attenuanti? Il ricorrente è stato processato due volte per la stessa offesa sul territorio dello Stato?». L'Italia risponderà prevedibilmente di no, in linea con i magistrati che hanno emesso le sentenze e svolto accertamenti successivi; come quelli che a Roma hanno recentemente archiviato l'indagine su ipotetiche irregolarità nell'assegnazione della causa alla sezione feriale della Cassazione. Alle osservazioni del governo replicheranno i difensori di Berlusconi, in un contraddittorio scritto che precederà il verdetto finale. Dai tempi del tutto imprevedibili. Alla Corte i legali dell'ex premier s' erano già rivolti per contestare la decadenza da senatore, ma dopo la discussione davanti alla Grande Chambre hanno rinunciato perché con la riabilitazione il loro assistito aveva riottenuto i diritti che gli erano stati tolti; inutile rischiare una sentenza contraria quando non c'erano più interessi in gioco. In questo caso invece hanno deciso di insistere. Almeno per ora.». 

IL COMMIATO DI SALLUSTI

Alessandro Sallusti si congeda dai lettori del Giornale. Lo fa con il classico editoriale di commiato: andrà a dirigere Libero, insieme a Senaldi e Feltri. Non si sente “vecchio per tentare nuove avventure”.

«A volte le cose sono più semplici di come appaiono o di come si vorrebbe farle apparire. E questo mio ultimo giorno da direttore del Giornale dopo dodici anni di servizio è esattamente così. Per provare a spiegarlo prendo in prestito un capitolo dell'ultimo romanzo di uno dei miei scrittori preferiti, Fabio Genovesi (Il calamaro gigante, edizione Feltrinelli) in cui l'autore (che dopo la passione per la scrittura ha quella per il ciclismo, per cui c'è da fidarsi) fa girare la storia attorno al concetto che «il più grande regalo che possiamo fare a noi stessi, forse, è mai dire ormai». Ecco, giunto dove sono, potrei dire «ormai sono arrivato», oppure «ormai sono vecchio per tentare nuove avventure». (…) Eccoci qui, al famoso articolo di commiato dai lettori che nessun direttore vorrebbe mai scrivere ma che io oggi mi sento di fare in totale serenità. Posso solo dire che sono stati dodici anni fantastici. Certo, nel mentre ho subito un arresto per reato di opinione, mi hanno messo due bypass e due stent coronarici, ho vissuto la più grave crisi dell'editoria di sempre e ovviamente un pizzico di Coronavirus. Ma sia io sia il vostro Giornale siamo ancora qua, e questo è quello che conta. Insieme ai colleghi di questa redazione, ho difeso a spada tratta libertà politiche e culturali perennemente sotto attacco. Li ringrazio tutti e auguro loro ogni bene. In quanto all'editore, beh, ogni parola in più potrebbe sembrare ruffiana o di circostanza. Preferisco dimostrare in futuro con i fatti la stima che ho maturato nei loro confronti. «Ormai» è fatta, un saluto a tutti, ma soprattutto a voi lettori. Grazie».

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