La Polonia uccide l'Europa

Con filo spinato e muro contro i profughi Varsavia distrugge l'idea europea. Covid, emergenza continua. Nuove misure anche in Italia. Renzi esce dal "campo largo" di sinistra. Ricompare la tennista

Un amico e collega cattolico ha scritto che «l’Europa sta usando i migranti che premono al confine tra Bielorussia e Polonia come “strumento di politica estera” per dimostrare al mondo che i polacchi sono persone poco raccomandabili». È un’inversione della realtà. L’Europa è semmai troppo debole con il governo sovranista polacco, che sta creando muri, fili spinati, barriere e violenze contro i profughi. La Polonia di Morawiecki sta cancellando l’identità migliore dell’Europa. Le sta togliendo la ragion d’essere. Non lo dico io, lo ha scritto benissimo la grande scrittrice, premio Nobel per la letteratura, Svetlana Alekseievic, coraggiosa avversaria del dittatore Lukashenko. Non lo dico io, lo dice il popolo polacco delle lanterne verdi, che ogni notte rischia la galera e la violenza della Milicia (ancora una volta, come sotto il comunismo) pur di essere solidale con afghani, siriani, iracheni. E lo dice il popolo polacco che è sceso in piazza sabato scorso per manifestare solidarietà nei confronti dei migranti. C’erano migliaia di persone a sfilare. Non i quattro gatti delle manifestazioni di cui ci parlano tanto volentieri i giornali italiani, che invece non hanno scritto una riga su Varsavia.

Covid. Come ci si difende dall’ondata di Natale? Il dubbio è che ci si stia concentrando troppo sulle restrizioni solo per i non vaccinati. Per fortuna in Italia sono una minoranza e la “pandemia dei non vaccinati” (immagine validissima anche scientificamente per Bulgaria, per Romania e persino per alcuni Lander tedeschi) ha molto meno senso qui da noi, rispetto ad altri Paesi europei. A stamattina in Italia 47 milioni di persone, l’87 % degli over 12, ha scelto di vaccinarsi. Semmai, guardando all’esperienza di Israele e di alcuni Stati Usa, dovremmo accelerare sulle terze dosi. Finora siamo arrivati a quasi 4 milioni che hanno ricevuto il richiamo: ancora troppo pochi. Una rinnovata intensità nella vaccinazione di massa con le terze dosi potrebbe metterci al riparo dal Natale chiusi in casa. Più che nuovi divieti per i non vaccinati. Vedremo.

Per la politica italiana, le notizie sono che Renzi, chiudendo la Leopolda, si sottrae all’alleanza di centro sinistra: il “campo largo” vagheggiato da Enrico Letta. E allo stesso tempo “prevede” che si andrà ad elezioni anticipate subito dopo il voto per il Quirinale. Intanto Berlusconi apre al reddito di cittadinanza, seducendo i grandi elettori dei 5 Stelle. Ilvo Diamanti su Repubblica sostiene che gli italiani vorrebbero Draghi sul Colle. Ed amano ancora moltissimo Mattarella. Crollata invece al 2 per cento la popolarità di Conte.

Dall’estero venti di guerra spirano ancora al confine con l’Ucraina, secondo l’intelligence Usa. È invece ricomparsa in una video chiamata la tennista cinese fino a ieri scomparsa. I militari golpisti del Sudan hanno liberato l’ex premier e governeranno con lui. Giovedì un nuovo Trattato fra Italia e Francia sarà firmato al Quirinale.

È ancora disponibile on line il sesto episodio della serie Podcast Le Vite degli altri da me realizzata con Chora media, in collaborazione con Vita.it e con Fondazione Cariplo. Il titolo è: La Torre più bella. Protagonista è la 50enne Tiziana Ronzio che a Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, guida un gruppo di donne dei palazzoni popolari che lotta ogni giorno per il rispetto della legalità. Ha cominciato, quasi per caso, ribellandosi all’ennesimo disagio dovuto al degrado e allo spaccio nell’androne della torre, dove lei vive. Hanno fondato un’associazione che ha un nome azzeccato: “Tor più bella”. È una storia fantastica che val la pena conoscere. Cercate questa cover…

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Non c’è un argomento davvero dominante nei titoli dei giornali di oggi. Il Corriere della Sera sceglie ancora l’emergenza pandemica: L’assalto no vax al cuore dell’Europa. Il Giornale riprende l’allarme dell’Oms: «L’Europa rischia 500mila vittime». Il Quotidiano Nazionale spiega invece che sui trasporti non si farà  nulla: Green pass, dietrofront su bus e metro. Il Mattino annuncia: Pressing delle Regioni: divieti solo per i No vax. Il Messaggero concorda: Tornano le Regioni a colori ma divieti solo per i No Vax. La Stampa torna sulla eventualità di scelte drastiche: L’Aifa: l’obbligo vaccinale non è escluso. La Verità grida già alla prigione: Arriva la gabbia per i non vaccinati. La Repubblica sottolinea le grandi manovre sulla telefonia: Tim, l’Opa del fondo Kkr. I paletti di Draghi sulla rete. Il Domani dà grande risalto ad un’indagine su alcuni finanziatori del Presidente della Regione Liguria: Inchiesta su chi paga l’ascesa di Toti. Il Fatto attacca il leader di Italia viva che ha chiuso la Leopolda: Renzi tratta con FI&Dell’Utri e Iv vuol disarmare l’antimafia. Anche Libero prende spunto dalle parole di Renzi: Attenti, tra poco si vota. Il Sole 24 Ore torna sui contributi alle famiglie: Assegno unico, attenti a immobili e conti.

IL POPOLO POLACCO SFILA A FAVORE DEI PROFUGHI

Sabato pomeriggio a Varsavia migliaia di persone hanno marciato nelle strade del centro città in solidarietà con le persone migranti che cercano di entrare in Europa dalla Bielorussia. Parla il portavoce dei gesuiti polacchi, padre Zmudzinski: “Non sono aggressori, ma disperati ingannati e bisognosi”. Dal sito Vatican News.

«Tra i partecipanti alla marcia di Varsavia, anche padre Wojciech Zmudzinski, portavoce e assistente del provinciale della Compagnia di Gesù in Polonia, che, al termine, ha rilasciato questa intervista a Vatican News.

Lei ha partecipato, sabato scorso a Varsavia, alla marcia di solidarietà con i profughi che cercano di entrare nell'Unione Europea dalla Bielorussia, attraverso il confine con la Polonia. Cosa hanno chiesto i manifestanti?

Per sottolineare l'unità di tutti, i partecipanti non hanno portato con sé bandiere e striscioni che mostrassero il loro orientamento politico o l’appartenenza religiosa, ma le coperte termiche usate dai profughi per scaldarsi, che sventolavano accanto alle bandiere dei rifugiati. Era stupendo, quando la folla gridava: "Date da mangiare agli affamati, vestite gli ignudi". I manifestanti hanno chiesto il ritorno dei medici alla frontiera. Una giovane organizzatrice, appena tornata dalla frontiera, ha letto le lettere dei rifugiati e ha raccontato come le persone dei villaggi insieme con i cattolici da Varsavia aiutano i migranti. Quando la marcia è partita, da Piazza dell'Unione di Lublino, contava diverse migliaia di partecipanti. C'erano persone di tutte le età, ma soprattutto giovani. C'erano anche molte famiglie con bambini piccoli. Però non ho visto un solo profugo. Spero che la marcia inviti molti a non pensare soltanto alla propria sicurezza ma a dare l'esempio di una ospitalità che costa.

Qual è in questo momento l’impegno dei gesuiti polacchi in aiuto ai profughi?

Il sacerdote responsabile del Centro Sociale dei Gesuiti a Varsavia, (che collabora con il Jesuit Refugee Service, padre Lukasz Lewicki, n.d.r.), è in costante contatto con i volontari delle organizzazioni che aiutano gli immigrati nelle vicinanze della zona nella quale il governo polacco ha introdotto lo stato d’emergenza. Però il nostro compito più difficile è cercare di arginare la mentalità dei circoli nazionalisti che si identificano con la Chiesa cattolica nonostante il loro atteggiamento non evangelico. Non vedono nei profughi delle persone che hanno bisogno d’aiuto. Per loro, questi disperati profughi, ingannati dal regime di Łukashenko, i giovani, le donne, i bambini, sono solamente degli aggressori. E’ molto triste. 

Riuscite a coinvolgere nelle iniziative di solidarietà i giovani universitari dei vostri gruppi pastorali?

La Polonia è talmente divisa che qualsiasi proposta di aiutare i profughi rivolta ai nostri studenti sarebbe percepita da alcuni di loro come un tradimento della patria. Alcuni laureati, che hanno frequentato i nostri gruppi pastorali per universitari, hanno partecipato, sabato pomeriggio a Varsavia, alla marcia organizzata dal nostro Centro per i profughi assieme ad altre organizzazioni non governative. Per quanto riguarda il confine, padre Lewicki organizza i volontari che prima dovrebbero essere addestrati alle diverse attività svolte sia alla frontiera che al campo profughi, che si trova vicino a Varsavia. Intanto, collabora con un Centro d’intervento organizzato dai giovani cattolici. Loro stessi hanno condotto più di cento interventi, durante i quali hanno aiutato circa 500 persone incontrate sul territorio polacco

Cosa riescono a fare i giovani del Club degli intellettuali cattolici? E la popolazione dei villaggi sulla frontiera, cerca di aiutare chi riesce a superare il confine e vaga nei boschi?

I giovani del Club degli intellettuali cattolici continuano a cercare coloro che sono smarriti nei boschi. Purtroppo, i funerali di due profughi musulmani sono stati celebrati in un villaggio di confine. Molti malati ricevono solo un primo soccorso dai volontari, ma hanno paura di andare in ospedale e i medici volontari che erano alla frontiera se ne sono andati dopo che loro macchine sono state distrutte da giovani nazionalisti. Alcune persone dei villaggi aiutano di nascosto. Anche la Caritas sta facendo molto, però non può entrare nella zona dove vige lo stato d’emergenza. 

Quali speranze ha che si permetta l’ingresso nell'Unione Europea di queste persone stremate e in pericolo?

Non vedo tale speranza per quanto riguarda la Polonia. Piuttosto qualche governo dell’Ovest offrirà l’ospitalità ai profughi tenuti in Bielorussia. E' incomprensibile che, respingendo questi migranti, lasciandoli nella foresta in un freddo tremendo, osiamo chiedere all’Unione Europea solidarietà per impedire il loro ingresso. Che solidarietà e questa? Solidarietà per costruire un muro, per bloccare persone, che sono venute a cercare pace e tranquillità, è un atto senza compassione. Un giudice del Tribunale costituzionale ha detto che quelli che aiutano i migranti e danno loro da mangiare sono dei traditori della patria e devono andarsene dalla Polonia. C’è molta paura tra i volontari, che non vogliono parlare neanche con i giornalisti.  

I gesuiti polacchi, insieme alla Chiesa che è in Polonia, stanno cercando di far comprendere le ragioni dell’accoglienza verso questi fratelli che soffrono e che purtroppo solo strumentalizzati…

I vescovi polacchi da tempo alzano la voce dicendo che non c’è contraddizione tra la tutela della frontiera e l’aiuto prestato ai profughi. Fanno appello al governo di aprire un corridoio umanitario. I gesuiti scrivono su internet, spiegano nelle chiese, entrano nel dibattito, cercano di sostenere i vescovi che parlano con una voce unanime ma ignorata. Non può meravigliare il fatto che i migranti diventino sempre più aggressivi. Sono disperati. Alcuni fanno davvero paura. E’ vero quello che ho sentito da un mio amico, che gli immigrati si comportano così come vengono trattati. Questo vale anche per altre situazioni e per altre persone. Se qualcuno ci nega il diritto di essere trattati come esseri umani, ci sentiamo come le bestie ferite. Tante volte c'è anche odio verso i profughi. Forse perché le ferite dell’ultima guerra mondiale e della lunga lotta per l’indipendenza sono sempre aperte. Dobbiamo finalmente iniziare un processo di guarigione, di conversione, per essere più aperti. E forse in questo possono giocare un grande ruolo i sacerdoti e i religiosi come i gesuiti».

NELLA FORESTA DELLA VERGOGNA

Il racconto della foresta di Monica Perosino inviata a Narewka, in Polonia, per La Stampa.

«Mustafa Murshed Al-Raimi, yemenita di 37 anni, è stato seppellito ieri mattina nel cimitero tataro di Bohoniki, vicino al confine con la Bielorussia, dalla comunità musulmana locale. La sua tomba, decorata da rami di abete e circondata da pietre, ora sta vicino ad altre due identiche, quella del 19enne siriano Ahmed Al-Hassan e quella di un migrante africano ignoto. «Nessuno merita di morire nella foresta», dice più volte l'imam durante il rito. Mustafa è una delle 13 vittime della foresta di Biaowiea, al confine tra Polonia e Bielorussia, dove da mesi sono intrappolati migliaia di migranti, spinti da Lukashenko e respinti da Varsavia. Conosciamo il numero di morti di freddo e di stenti solo grazie alle Ong che lavorano lungo la frontiera. Perché la zona è blindata a occhi e aiuti, nessuno può entrare, nessuno può uscire, nessuno sa cosa succede. Appena ci si avvicina troppo alla zona blindata da militari, check-point e filo spinato arriva subito un sms: «Il confine polacco è sigillato. Le autorità bielorusse vi hanno mentito. Tornate a Minsk! Non accettate nessuna pillola dai soldati bielorussi». Firmato: il governo polacco. Il timore è che la sconfinata foresta nasconda altre vittime, o chi lo potrebbe diventare presto. Come San, un bambino iracheno di cinque anni, scomparso del nulla. Con la madre si stava nascondendo nella zona rossa da 15 giorni quando si è perso, inghiottito nel buio. La madre, Eman, ha raccontato ai soccorritori che «ogni notte i bielorussi ci trasportavano in Polonia e i polacchi ci respingevano». Alla fine la donna è svenuta, e si è risvegliata, sola, in un ospedale polacco. Dove sia San non si sa. Forse è ancora nella foresta di Biaowiea. Entrare nell'ultima foresta primordiale rimasta in Europa è un distillato di paura, primordiale anch' essa. La barriera di filo spinato è quasi rassicurante, un segno che qualcuno da lì è passato. Per superarla si attraversano invisibili varchi, che vengono aperti ogni notte con martinetti rudimentali, e poi richiusi, o gettando tronchi da usare come ponti. Il buio è assoluto, il freddo è indicibile, con le temperature che arrivano a -7° e una nebbia ghiacciata che bagna le ossa. Un passo falso e ti inzuppi i piedi negli acquitrini, nascosti sotto gli aghi di pino. Anche con abiti termici, calzature impermeabili e tutto quello che può servire a scaldarsi, bastano poche ore perché il gelo di Biaowiea ti sconfigga. E chi si nasconde qui non ha certo dotazioni termiche di ultima generazione. A terra ci sono i segni di chi è passato: c'è un test antigenico di un ragazzo iracheno, il visto «turistico» per la Bielorussia di un siriano, in una buca scavata in terra, forse per dormire, il brandello di una coperta blu e una bottiglia vuota. La lampada frontale illumina un giacchino da bambino tra le foglie. E ora come farà? Ma non è solo il freddo. È il buio assoluto, i latrati dei cani in lontananza (saranno quelli dei soldati?), il vento che sibila incessantemente. Dopo una sola ora il senso dell'orientamento è perduto, i sensi intorpiditi, il battito rallentato, camminare e pensare diventano difficili. Macjek, che nella foresta ci vive, tira fuori il thermos di tè caldo e dolcissimo, si siede su un tronco: «Non devi bagnarti i vestiti, sennò...», sennò muori. Ma è impossibile non bagnarsi con questa nebbia che diventa pioggia e poi nevischio, che impregna la terra, l'aria. Per questo ogni notte, Macjek esce dalla sua casa di legno scuro, anche lei «prigioniera» della zona rossa, e dissemina la foresta di cappelli di lana, calze e barrette energetiche: «Nessuno dovrebbe passare neanche una notte qui, non è per gli uomini, il freddo fa morire, ma la foresta fa impazzire», sentenzia. Oggi è in programma un altro funerale, a Bialyostok, nella stessa città che ieri ha ospitato la marcia organizzata dal partito Konfederacja, la destra della destra. Una messa nella chiesa di St. Roch, poi la manifestazione in onore dei «soldati e dei poliziotti che ci proteggono dall'attacco». E mentre Varsavia sostiene che le guardie di frontiera «hanno registrato 208 tentativi di varcare il confine», il premier Morawiecki, dice che «questo è il più grande tentativo di destabilizzare l'Europa» dalla fine della Guerra Fredda. E avverte: «Oggi l'obiettivo è la Polonia, domani sarà la Germania, il Belgio, la Francia o la Spagna», e Lukashenko ha il «sostegno dietro le quinte di Putin».  

COVID EUROPA, DIVIETI E PROTESTE

Proteste a Bruxelles fin sotto la sede della Ue: lacrimogeni e feriti nella marcia dei 35 mila contro le restrizioni. Francesca Basso per il Corriere.

«La quarta ondata di Covid e le nuove misure restrittive adottate o annunciate dai diversi Paesi Ue per cercare di contenere il diffondersi del coronavirus hanno scatenato proteste in tutta Europa. A Bruxelles hanno manifestato in 35 mila sotto lo slogan «Insieme per la libertà». Nel pomeriggio la manifestazione è degenerata con lanci di oggetti contro gli agenti, cui è seguito l'uso di idranti e gas lacrimogeni da parte della polizia. Un gruppo di manifestanti ha raggiunto anche il quartiere europeo, dove si trova la sede della Commissione Ue. Il sindaco di Bruxelles, Philippe Close, ha condannato «fermamente i facinorosi», dando «istruzioni per effettuare arresti e analizzare i video». Il bilancio finale è di 44 arresti e di tre poliziotti feriti, secondo la portavoce della polizia di Bruxelles-Ixelles Ilse Van de keere. Sei auto della polizia sono state danneggiate, uno scooter bruciato, cui si aggiungono danni anche nel centro della città. Gli organizzatori della manifestazione hanno spiegato in un comunicato che sono contro «le misure restrittive della libertà, che non hanno costituito una soluzione strutturale per l'assistenza sanitaria» e hanno preso le distanze dalle violenze avvenute. In Belgio per l'accesso ai locali pubblici, bar e ristoranti è necessario il certificato Covid. Inoltre mercoledì scorso ci sono state nuove misure restrittive: telelavoro obbligatorio per quattro giorni a settimana da sabato scorso fino al 13 dicembre, mascherina obbligatoria negli spazi chiusi a partire dai 10 anni, ma non a scuola dove potranno essere stabilite altre regole, e all'esterno per gli eventi con concentrazione di persone, come i mercatini di Natale. Invito a ricorrere alla terza dose di vaccino, disponibile per tutti fin da subito sino a marzo-aprile. Misure richieste, come ha spiegato il Comitato di concertazione, dalla situazione in peggioramento: «Il numero di infezioni, ricoveri ospedalieri e il numero di pazienti in terapia intensiva - ha detto - è quasi raddoppiato nelle ultime due settimane». Nell'ultima settimana il Belgio ha registrato il record di casi da un anno, con una media di quasi 10.300 al giorno e il tasso di occupazione dei posti letto in ospedale ai massimi da maggio. Sono proseguite le proteste anche in Olanda con disordini che hanno portato le forze dell'ordine a usare cannoni ad acqua, cani poliziotto e agenti a cavallo per bloccare i dimostranti, che hanno appiccato incendi e lanciato pietre. La situazione di maggiore tensione è stata registrata all'Aia con cinque manifestanti feriti e 19 fermati. A Rotterdam gli arrestati sono stati 51, la metà dei quali minorenni. Altri disordini sono stati registrati in due città nella provincia meridionale di Limburg, nella città di Urk e nella provincia settentrionale di Flevoland. Tra sabato e domenica si sono tenute proteste contro le misure restrittive anche in Croazia, Irlanda del Nord, Svizzera e Austria, dove da oggi entrerà in vigore un nuovo lockdown. Invece in Germania, di fronte all'impennata dei contagi e il basso tasso di vaccinazione anti Covid fermo al 68%, i politici stanno discutendo se rendere l'immunizzazione obbligatoria come deciso da Vienna. Anche la Grecia sta cercando di convincere i non vaccinati. Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis ha annunciato una serie di nuove restrizioni per chi non è immunizzato: divieto di ingressi nei bar, ristoranti, cinema, teatri, musei e palestre, anche con test negativo. Giro di vite pure in Slovenia, dove da oggi chi non è vaccinato non avrà accesso a negozi e centri commerciali non essenziali e non potrà partecipare a qualsiasi evento pubblico, e gli sarà richiesto di fare il test due volte a settimana solo per andare al lavoro.».  

COVID ITALIA, ARRIVA IL SUPER GREEN PASS

Le scelte ancora da fare e quelle fatte secondo il punto di Sarzanini e Guerzoni per il Corriere. Fra pochi giorni scattano i divieti. In pressing Regioni e Sindaci.

«Ci sono le decisioni già prese e ci sono le scelte da condividere con i presidenti di Regione, ma la strada verso il super green pass è segnata e il governo accelera. Natale si avvicina e anche i sindaci, dopo i governatori, premono perché venga varato un piano per fronteggiare i rischi delle festività, quando si sta tanto al chiuso e si vedono molte persone. Il nuovo decreto per fronteggiare la nuova ondata di contagi da Covid 19 sarà approvato entro pochi giorni e prevederà restrizioni e divieti soltanto per chi non è vaccinato. «Dobbiamo garantire alle attività di rimanere aperte e a chi è immunizzato di continuare la vita sociale», ripetono i ministri accogliendo l'appello che arriva dai governatori. Posizione comune ribadita ieri dal presidente del Friuli-Venezia Giulia e presidente delle Regioni, Massimiliano Fedriga: «Servono al più presto misure differenziate, in modo da favorire l'adesione alla campagna vaccinale degli ultimi indecisi e dare certezze ai ristoratori, agli albergatori, ai negozianti. Non è una discriminazione, è la garanzia per non chiudere tutto». E dunque già domani i ministri Speranza e Gelmini discuteranno le nuove norme con i presidenti delle Regioni. Poi Mario Draghi riunirà la cabina di regia politica e, a seguire, il Consiglio dei ministri. Riunioni cruciali, perché il presidente del Consiglio ancora non si è espresso e da quel che trapela non ha deciso quanto energica dovrà essere la stretta. L'ipotesi prevalente, a sentire i ministri, è che le restrizioni scatterebbero a partire dalla zona arancione, per chi non è vaccinato o non è guarito dal Covid. Obbligo per categorie. L'obbligo di effettuare la terza dose o il richiamo scatterà per il personale sanitario e per i lavoratori che entrano nelle Rsa, le residenze per anziani. Si valuta se estendere l'obbligo vaccinale al personale scolastico, alle forze dell'ordine e ai lavoratori della pubblica amministrazione a contatto col pubblico. Appena arriverà il via libera dell'Aifa, l'agenzia italiana per il farmaco, si potrà effettuare la terza dose o il richiamo cinque mesi dopo l'ultima inoculazione. Green pass per 9 mesi. Deciso: la durata del green pass sarà abbreviata. Alla scadenza del periodo stabilito se non si effettua la terza dose o il richiamo il certificato non è più valido. Da decidere : sembra scontato che si passerà da 12 a 9 mesi. Qualche scienziato ha proposto di ridurre la validità a 6 mesi, quindi bisognerà attendere il parere del Cts. Green pass ai vaccinati. Deciso: divieti e restrizioni legati alla vita sociale e alle attività commerciali e produttive dovranno valere solo per i non vaccinati. Da decidere : con quali modalità sarà differenziato l'accesso nei luoghi della cultura o del divertimento? L'ipotesi più probabile è che si conceda il green pass soltanto a chi è vaccinato. Se passerà questa linea, chi non è vaccinato dovrà effettuare il tampone per recarsi al lavoro. I luoghi vietati. Deciso: l'idea prevalente nel governo è precludere ai non vaccinati la possibilità di frequentare bar e ristoranti al chiuso, palestre, piscine, stadi, cinema, teatri, musei, impianti sciistici. Da decidere : eventuali limitazioni per le attività all'aperto. I trasporti. Deciso: chi non è vaccinato potrà effettuare il tampone per salire sui treni dell'alta velocità e sugli aerei. Da decidere: l'idea di imporre il tampone per prendere la metropolitana o salire sugli autobus ha provocato la reazione dei sindacati. Sembra difficile che possa arrivare il via libera soprattutto per la difficoltà di garantire controlli adeguati. Le zone di rischio. Da decidere : il governo è orientato a far scattare i divieti per chi non è vaccinato solo al momento dell'eventuale passaggio di una regione in zona arancione. Ma c'è anche chi pensa che le restrizioni per i no vax debbano essere imposte subito in tutta Italia, anche nelle zone bianche e gialle. I tamponi. Da decidere : sembra scontata la riduzione della validità del tampone molecolare a 48 ore e dell'antigenico a 24 ore, ma anche su questo si attende il parere del Cts. Obbligo vaccinale Deciso : al momento è una strada che il governo non intende percorrere, anche per non aumentare le tensioni. Ma il tema dell'obbligo resta sul tavolo di Palazzo Chigi e di certo sarà discusso. Da decidere : va stabilito se esiste una soglia di criticità delle occupazioni dei posti in terapia intensiva che rende necessario imporre la vaccinazione a tutti i cittadini. Stato di emergenza. Deciso: sarà prorogato fino al 30 gennaio, quando scadranno i due anni dalla prima dichiarazione di stato di emergenza per l'esplosione della pandemia da Covid 19. Da decidere : nell'ultima decade di dicembre sarà stabilito se approvare una nuova legge che proroghi la validità dello stato di emergenza per altri tre mesi o fino al termine della campagna vaccinale».

Federico Novella sulla Verità intervista il giurista Cesare Mirabelli. «Lockdown per non vaccinati? È un lazzaretto domestico», dice.

«Basta emergenza: rischiamo di abituarci all'eccezionalità. E questo, in futuro, potrebbe essere un pericolo per tutti». Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte costituzionale e docente universitario di diritto ecclesiastico, è uno dei giuristi più apprezzati (e ascoltati) del panorama italiano. Il lockdown per non vaccinati? Mirabelli lo respinge, arrivando a definirlo un «lazzaretto domestico». E riconosce che certe consuetudini di governo potrebbero, a lungo andare, produrre effetti nefasti. In un'epoca in cui la Costituzione è stata stirata forse più del dovuto, urge sapere fin dove ci si può spingere, nella limitazione delle libertà fondamentali. Partiamo dalla «ricetta austriaca». Vienna reintroduce il lockdown, e in futuro prevede restrizioni solo per i non vaccinati. In Italia ministri e governatori spingono per prendere l'Austria a modello, immaginando l'ennesimo giro di vite. Pensa che il pugno duro asburgico possa essere importato in Italia senza colpo ferire? «Un lockdown solo per i non vaccinati risulterebbe una misura discriminatoria. Tenere chi non si vaccina fuori dalla vita sociale e lavorativa non sarebbe una soluzione accettabile. Diverso è il discorso se parliamo di singole misure isolate, per evitare eccessivo affollamento di persone: ma sarebbe comunque una scelta di difficile applicazione. E in ogni caso ogni provvedimento deve essere temporaneo e proporzionato rispetto al fine che vuole raggiungere». Misura discriminatoria? Significa che i non vaccinati chiusi in casa potrebbero fare ipoteticamente ricorso e vincerlo? «La tutela giudiziaria è sempre possibile. Anche se finora a livello giudiziario si è ritenuto che i provvedimenti del governo fossero sempre giustificati per ragioni superiori di salute pubblica». E il suo parere personale? «I governi utilizzano diversi strumenti per fronteggiate un'emergenza sanitaria di dimensioni mai viste. Ma se la soluzione è il lockdown selettivo, a questo punto mi chiedo se non sia preferibile introdurre un vero obbligo vaccinale». Obbligo? Come promettono di fare gli austriaci da febbraio del prossimo anno? «Ci sono gli estremi per introdurlo, ma dovrebbe ovviamente essere varato con una legge. Inoltre dovrebbero essere previsti indennizzi in caso di danni da vaccino. E questo principio in realtà non dovrebbe valere solo in caso di obbligatorietà vaccinale, ma anche laddove la scelta sia "indotta", come avviene nella situazione attuale». (…)  Molti osservatori, come Massimo Cacciari, lamentano che da dieci anni non facciamo che passare da un'emergenza all'altra: economica, terroristica, sanitaria. Viviamo in una democrazia «in apnea»? «Ripeto, sul piano giuridico mi piacerebbe tornare all'ordinarietà. Avverto un bisogno di normalità. L'esperienza della pandemia, peraltro, potrebbe costituire l'occasione per mettere a punto una migliore legislazione di sistema in ambito sanitario. Per il resto, mi azzardo a dire che la democrazia non viene difesa dalle norme, ma in primo luogo dalle persone e dalla consapevolezza collettiva».

OPA AMICHEVOLE SU TIM

Grandi manovre su Tim. Il fondo Usa Kkr è pronto all'Opa. L'Ad Gubitosi porta in consiglio l'offerta "amichevole" e "non vincolante" degli americani. Il Ministero dell’Economia si posiziona dicendo: "Decide il mercato, valuteremo i progetti con le nostre prerogative". L’articolo di Repubblica a firma di Sara Bennewitz, da Milano, Anais Ginori da Parigi e Paolo Mastrolilli da New York.

«Alla fine di un consiglio di amministrazione fiume, convocato con urgenza per discutere di una manifestazione d'interesse «amichevole» da parte di Kkr, Telecom Italia ha annunciato che il fondo Usa ha palesato la volontà di promuovere un'Offerta pubblica di acquisto non ancora finanziata e non vincolante - al prezzo «indicativo» di 0,505 euro. L'offerta, che rappresenta un premio del 46% rispetto alla chiusura delle azioni in Borsa di venerdì, punterebbe a ritirare il titolo dal mercato e sarebbe condizionata al raggiungimento di almeno il 51% del capitale. Il ministero del Tesoro in una nota ha precisato che «il governo prende atto dell'interesse manifestato da investitori istituzionali qualificati», una «notizia positiva per il Paese» di cui «seguirà gli sviluppi », valutando «attentamente, anche riguardo all'esercizio delle proprie prerogative, i progetti che interessino l'infrastruttura». Se poi l'interesse di Kkr «dovesse concretizzarsi sarà in primo luogo il mercato a valutarlo». In serata diverse fonti finanziarie riferivano però che l'offerta parte in salita, perché tra le altre cose sarebbe condizionata al via libera del management, del consiglio di amministrazione e delle istituzioni italiane. Ieri in quattro ore di accesa discussione, più che della proposta di Kkr, il consiglio di Tim ha discusso del ruolo del management. Alla fine, l'amministratore delegato Luigi Gubitosi non ha ricevuto un mandato a negoziare l'offerta, nè a nominare un advisor finanziario o legale che lo assista al tavolo con il colosso Usa. Il consiglio è rimasto sorpreso della lettera di Kkr, giunta proprio all'indomani della convocazione per venerdì 26 di un cda straordinario per fare il punto sul deterioramento dei conti, sulla governance societaria e sulla strategia futura. Le lettere inviate al presidente Salvatore Rossi per richiedere quel consiglio inizialmente sarebbero state firmate da 11 consiglieri, quorum che ieri era salito a 13 (con l'eccezione quindi dei soli Gubitosi e Rossi). Da tempo si rincorrono voci di un possibile interesse dei fondi di private equity su Tim. Ieri anche i fondi Advent e Cvc hanno confermato di aver allo studio il dossier da mesi. L'offerta di Kkr sarebbe maturata invece nelle ultime ore, tant' è che si tratta di una lettera non vincolante, che punta anche a difendere l'interesse del fondo sul 37,5% di Fibercop, la rete in fibra e rame che dagli armadietti in strada entra nelle case degli italiani, che il fondo anglosassone guidato da Alberto Signore ha rilevato un anno fa investendo 4,7 miliardi di euro (debiti compresi). Il fondo ha precisato che non agisce con una logica speculativa, ma nell'ottica di un investimento infrastrutturale di lungo periodo. Il primo azionista di Tim, ovvero la francese Vivendi (23,9% del capitale) ha pagato le sue azioni 1,08 euro ciascuna, pertanto non avrebbe convenienza ad accettare l'offerta di Kkr, qualora si materializzasse. Il colosso francese ha più volte dichiarato di essere un investitore di lungo periodo, a fianco dell'azienda e delle istituzioni (ovvero di Cassa depositi e prestiti, Cdp), pronto a supportare il rilancio del gruppo. Fonti vicine ai francesi alla fine del cda hanno definito Gubitosi come «un allenatore che perde ogni domenica ». Anche la Cdp - che ha pagato il suo 9,9% di Tim 0,67 per azione - sarebbe stata presa in contropiede dall'offerta di Kkr, pur senza commentare ufficialmente. Senza l'ok di Vivendi e Cdp all'eventuale offerta Kkr, non potrà esserci il ritiro dal listino, e difficilmente potrebbero essere approvate le operazioni di natura straordinaria che in assemblea richiedono una maggioranza dei due terzi del capitale. È possibile che nei prossimi giorni si faccia luce sulla questione, e che Cdp palesi cosa vuole fare al piano industriale atteso per giovedì 25, proprio la vigilia del nuovo consiglio Tim che avrà di nuovo al centro il tema dei vertici aziendali. Fonti vicine al governo non escludono che Kkr sia d'accordo con Vivendi sui futuri vertici di Tim. Fonti finanziarie riferiscono anche di un mandato informale a un cacciatore di teste (Spencer Stuart) per sondare eventuali candidati, interni ed esterni, per il ruolo di futuro ad. In proposito, circola con insistenza il nome di Pietro Labriola, ad di Tim Brasil, che in queste ore sarebbe rientrato in Italia».

RENZI DI CENTRO E DI GOVERNO

Matteo Renzi chiude i lavori della Lepolda a Firenze e rompe ufficialmente con il Pd, non accettando lo schema del “campo largo” di Letta. Sostiene che il centro sarà decisivo e che i leader vogliono votare nel 2022. La commozione della Boschi: “Sono stata massacrata”. Maria Teresa Meli sul Corriere.

«Da quando non è più segretario del Pd dice di averne azzeccate due: la nascita del Conte bis per «impedire la vittoria di Salvini» e la morte del Conte bis «per avere una personalità come Draghi a Palazzo Chigi». Ma Matteo Renzi si attribuisce una terza mossa vincente: l'elezione di Sergio Mattarella. E appena alla Leopolda appare sullo schermo l'immagine del presidente della Repubblica la platea, senza alcun suggerimento dalla regia, si alza in piedi e applaude fino a spellarsi le mani. Ora secondo lui la legislatura è arrivata a fine corsa: «Penso che se prevarrà l'egoismo dei leader nel 2022 si andrà a votare». E Renzi sa che non può sbagliare la sua prossima mossa. È convinto che soprattutto Enrico Letta («che vuole farsi i suoi gruppi parlamentari») e Giorgia Meloni abbiano tutto l'interesse «politico e personale» di andare a votare. Ritiene che Berlusconi «abbia rinunciato a contendere la leadership del centrodestra». E sospetta che «Carlo Calenda non voglia fare un'altra cosa ma sia organico al progetto di Letta». Quindi Renzi ha davanti a sé una strada strettissima. Sarà per questo che alla Leopolda (incredibilmente affollata per essere in tempo di Covid) fa un paragone ardito: lui come l'Enrico V di Shakespeare. Cioè il re d'Inghiterra che pur essendo in inferiorità numerica in una battaglia campale battè i francesi e li conquistò. Un po' tanto azzardato, ma Renzi è convinto: «Se si andrà alle elezioni con Letta e Conte, da una parte, e il centrodestra a trazione sovranista dall'altra, ci sarà per forza uno spazio del 10-15 per cento che non si riconoscerà in nessuno dei due schieramenti ...». Perché per Renzi si vince al centro. Come hanno fatto «Scholz in Germania, Biden negli Usa e Macron in Francia». Ma se Letta «si farà prendere dalla ubriacatura grillina» invece di capire che «il successo è al centro, qualcuno occuperà quello spazio, e non con una somma di sigle, quella è roba del passato che mi fa venire l'orticaria». Per questa ragione lancia Davide Faraone sindaco di Palermo prima di aver definito un patto con Gianfranco Micciché: «A Palermo stiamo con Faraone, non con Micciché che poi deciderà che fare e nemmeno con Provenzano (Beppe, non Bernardo)». Dell'inchiesta si parla ma in questa giornata è sullo sfondo. Però arriva una nota dell'Associazione nazionale magistrati: «Quelle di Renzi sono accuse gravissime e irresponsabili». Il leader di Iv però si «dedica» ai dem, anche perché è sicuro che se «si andrà a votare, come tutto lascia presupporre, nel 2022, questo suo cannoneggiamento indurrà un pezzo di quel partito a opporsi all'idea di andare con uno schieramento a tre punte composto da Pd, 5 Stelle e Leu. «Sarebbe - ragiona con i suoi - strano pensare di andare alle elezioni con i dem al 20 e i grillini al 10. In tutto fa il 30 e con questa legge elettorale...». Ma anche gli oratori prima di lui attaccano il Pd. Quell'offensiva è stata il filo conduttore di tutta la Leopolda. Maria Elena Boschi, che sul paco fa fatica a nascondere le lacrime, spara: «Sono stata massacrata per anni dalla bestia di Salvini e da quella di Di Maio e quelli che ci facevano la guerra dentro e fuori il partito lo sapevano». Quindi Boschi rivela che i dem, in cambio del suo abbandono di Iv, le avevano offerto un ministero nel Conte ter. Vanno all'attacco dei dem anche Elena Bonetti e Teresa Bellanova. Letta non replica e dal Nazareno rispondono così: «Alla Leopolda Pd è stata la parola più gettonata, sembra siano rimasti fermi al 2018». «Quando il Pd fece il suo peggior risultato», ricorda sempre Letta».

Alessandro Sallusti su Libero commenta il discorso di Renzi e avverte: dopo l’elezione del prossimo Capo dello Stato si va a votare.

«Matteo Renzi, chiudendo ieri i lavori dell'assemblea del suo partito, ha detto una cosa che tutti pensano, tutti sanno ma che nessuno ha il coraggio di dire, cioè che si andrà a votare il prossimo anno una volta eletto il nuovo Capo dello Stato. Io non credo che Renzi sia dotato della palla di cristallo, né che sappia segreti. Penso che prenda atto che, non tanto questo governo, ma la maggioranza che lo sostiene sia arrivata al capolinea. Su questo siamo d'accordo e non ne abbiamo mai fatto mistero. I motivi sono ovvi, a partire dal fatto che i gruppi parlamentari, inesperti e stressati da continui ribaltamenti di fronte, non rispondono più in modo certo ai loro leader, in particolare quelli del Pd e dei Cinque Stelle. I quali leader, subentrati in corso d'opera come Letta e Conte, non vedono l'ora di azzerare e ripartire, o come la Meloni incassare il premio di una stagione felice prima che sia troppo tardi. La cosa strana è che apparentemente Renzi non trarrebbe alcun vantaggio dalla fine anticipata della legislatura stante che il suo partito, Italia Viva, oggi ha una pattuglia parlamentare di gran lunga superiore a quella che anche il più roseo sondaggio gli assegnerebbe in caso di ritorno alle urne. La domanda è quindi perché Renzi lancia il sasso nello stagno. Perché è uno sbruffone? Può essere, ma attenzione. Renzi spesso mente, altre volte inganna ma non parla mai a vanvera. Se dice una cosa è perché ha in mente quella o il suo opposto comunque funzionale a un disegno politico che di solito porta a casa. Io non credo - lo abbiamo scritto più volte - che sia poi così facile sciogliere anzitempo la legislatura per via del fatto che due terzi dei deputati e senatori non saranno rieletti e quindi sono poco propensi a rinunciare a un anno di lavoro che in soldoni vale 150 mila euro. Ma forse Renzi ha in testa altro, uno dei colpi da maestro a cui ci ha abituato. Cioè scomporre e ricomporre l'attuale quadro politico per costruire un centro che abbia consistenza elettorale. Come? A proposito di lotta alla mafia, Falcone diceva: seguite i soldi. Parafrasando in politica diremmo: seguite Renzi e la sorpresa è assicurata».

BERLUSCONI VUOLE IL REDDITO E I VOTI 5S

Prendendo in contropiede gli alleati del centro destra, Berlusconi apre al reddito di cittadinanza, cavallo di battaglia dei 5 Stelle. La cronaca della Stampa.

«Era il gennaio 2020 quando Silvio Berlusconi accusava il governo di Giuseppe Conte di offrire ai giovani in cerca di lavoro «una paghetta offensiva di 493 euro in media». Mancano poche settimane e saranno passati due anni da quel giorno, un'era geologica in politica, a Conte è succeduto Mario Draghi e il Cavaliere ha cambiato idea. «Gli importi che sono finiti a furbi che non ne avevano diritto sono davvero poca cosa rispetto alle situazioni di povertà che il reddito è andato finalmente a contrastare» dice il leader di Forza Italia al quotidiano "Il Tempo". È un segnale che va nella direzione opposta alle attese degli alleati di centrodestra, che sulla misura simbolo del Movimento Cinque stelle sparano a zero un giorno sì e l'altro pure. Giorgia Meloni l'ha definito «metadone di Stato», Matteo Salvini. dopo averne più volte chiesto l'abolizione, di recente ha ammorbidito le sue posizioni, continuando però a chiederne un significativo ridimensionamento. Il sostegno dell'ex premier al reddito di cittadinanza è dunque l'ennesimo segnale dei difficili rapporti dentro la coalizione. Osvaldo Napoli, parlamentare che dopo vent' anni di militanza in Forza Italia ha scelto i moderati di Coraggio Italia, definisce la mossa di Berlusconi «un colpo di scena imprevisto» che appartiene alle dinamiche della corsa al Quirinale, ovvero un segnale chiaro lanciato dal presidente di Forza Italia ai grandi elettori grillini: «Il centrodestra si prepara a vivere ogni giorno improvvise sbandate e sarà sempre più difficile fare retromarce dopo certe aperture» commenta, prefigurando un futuro di incognite una volta chiusa la vicenda Quirinale: «Come sarà possibile tornare alla compattezza della coalizione?». Il Movimento 5 Stelle accoglie le dichiarazioni del Cavaliere quasi fosse una conversione: «Solo un anno fa diceva che la nostra misura era una presa in giro, dopo tre anni ha capito che il reddito di cittadinanza è una misura sociale che aiuta le classi più deboli» dice il capogruppo alla Camera Davide Crippa. E se Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, chiede che ora Salvini, Meloni e Renzi «la finiscano con le loro furiose e immorali campagne» e il Pd con Romina Mura evita letture quirinalizie e parla di «giudizio con un peso politico che non si può ignorare», il leader di Italia Viva Matteo Renzi, altro fiero avversario della misura, boccia il Cavaliere. «Berlusconi apre al reddito di cittadinanza. È una cosa completamente diversa da quello che vogliamo fare. Se il tema è FI, che apre al reddito di cittadinanza io dico di no».

Fabrizio d’Esposito, nella sua rubrica sul Fatto, analizza il cattolicesimo di Silvio Berlusconi, rivendicato nella “brochure” spedita a tutti gli elettori del prossimo Presidente della Repubblica.

«Quasi tre lustri fa, un anno prima della magnifica estate degli scandali sessuali, Silvio Berlusconi rivelò a cena un suo progetto segreto, mai attuato sinora: "Voglio scrivere la mia autobiografia, ci sto pensando da tempo. E sapete come la intitolerò? Mi piacerebbe chiamarla Il Santo Puttaniere". Era il 2008 e alla ricca mensa dell'ex Cavaliere era seduta anche l'ex ministra salmonata azzurra di cui B. era seriamente infatuato, come ha rivelato successivamente Fabrizio Cicchitto. Santo e puttaniere. Due vocazioni opposte a formare un divertito ossimoro. In ogni caso, a dispetto della presunta santità, l'anziano leader di FI non ha mai curato la sua satiriasi (lo constatò l'ex moglie Veronica Lario). Ma il tempo passa, l'oblio avanza e oggi a 85 anni l'ex premier si ricicla come capo di un partito cristiano di destra, erede di Sturzo e De Gasperi e persino del Giolitti prebellico che nel 1913 promosse il Patto Gentiloni tra cattolici e liberali. Insomma, più santo che puttaniere a leggere il libretto che B. ha spedito a tutti i parlamentari nella sua campagna elettorale per diventare presidente della Repubblica. Il manoscritto s' intitola sobriamente Io sono Forza Italia ed è un guazzabuglio di erroracci storico-filosofici nonché una summa di quel clericalismo di destra avversario di ogni libertà e di ogni liberalismo possibile. Con sprezzo speculativo del ridicolo, l'anonimo ghost writer di Berlusconi arruola innanzitutto Benedetto Croce tra i teocon anti-abortisti. Colpa ovviamente di quel famoso saggio del filosofo Perché non possiamo non dirci cristiani. Uno dei titoli più abusati di sempre. Hai voglia a dire che don Benedetto lo scrisse nell'agosto 1942 per contrapporre la "rivoluzione cristiana" (in senso storicista non metafisico) all'orrido paganesimo nazista. Non solo. Come conciliare poi (e questo è il nodo mai sciolto dai sedicenti liberalcattolici) i valori non negoziabili con quella "religione della libertà" crociana che negava la trascendenza della sapienza e osteggiava il matrimonio tra verità e potere dei regimi totalitari e teocratici? Il libretto della Forza Italia "liberale, cristiana, europeista e garantista" sancisce infatti che "la vita è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica". Convinzione, ovviamente legittima, di ogni credente. Ma l'individualismo liberale che c'entra? Senza dimenticare che nel 1994 Forza Italia nacque come partito laico. Non è il caso di ricordare tutto il dibattito sull'identità azzurra all'epoca dei "professori" (Colletti, Vertone, eccetera) ma vale la pena riportare quello che disse l'allora liberale Marcello Pera (oggi teocon ratzingeriano) nel 1998 contro l'ipotesi di una Forza Italia "popolare": " FI al centro non diventerà forse democristiana, o clericale, o bigotta, ma ne avrà certo un contraccolpo sulla propria identità". Del resto "il popolarismo" del citato De Gasperi non fu mai liberale e in teoria era un centro che guardava a sinistra. Figuriamoci immaginarlo alleato di Meloni e Salvini. Quanti errori, appunto, nell'ansia di rincorrere il Colle. B. vuole essere un presidente "cattolico" conservatore. E l'unico con queste caratteristiche fu Oscar Luigi Scalfaro. Che nemesi per Silvio aspirante capo dello Stato!».

5 STELLE, VIGILIA DELLA ROTTURA?

Gli interessati negano, ma il sospetto è che i 5 Stelle vogliano andare alla rottura con il governo Draghi. Per Repubblica Giovanna Casadio.

«I 5 Stelle negano di volere andare a uno showdown, sgambettando il governo Draghi. Ma gli schiaffi presi dal Movimento nell'ultima settimana, a cominciare dalle nomine Rai, non possono restare senza una risposta: la manovra è il primo banco di prova su cui Conte batterà i pugni sul tavolo. Il timore del leader grillino è di condannarsi all'irrilevanza politica, oltre a non governare più i suoi. Il rapporto con il premier Draghi si è incrinato e il M5S è sul piede di guerra. Perciò sia Conte che il ministro Stefano Patuanelli chiedono un chiarimento politico. La linea dura riserva certo molte incognite: sono in programma riunioni per discuterne e tranquillizzare i grillini più riottosi. Intanto oggi in Senato è stata fissata, salvo rinvii dell'ultima ora, quella di gruppo, proprio sulla manovra. Molta carne al fuoco, nel merito e nel metodo. Innanzitutto nessun ripensamento sul "no" a Vasco Errani relatore della legge di bilancio. Per il Pd che, d'accordo con Leu, lo aveva indicato, è stato il segnale dell'inaffidabilità di un Movimento nel caos. Però nessuna marcia indietro in vista. La patata bollente ora è nelle mani del presidente della commissione Bilancio del Senato, il grillino Daniele Pesco. Pesco non si sbilancia, ma in molti danno per scontato che sarà lui a autoproclamarsi relatore della legge di Bilancio domani. Ma è anche il modo per scontentare il centrosinistra e andare allo scontro con le altre forze politiche. «Il M5Stelle teme di essere messo all'angolo, da qui le reazioni. Il vero nodo politico è che non c'è più una maggioranza», denuncia Loredana De Petris di Leu, il partito di Errani. Conte ha detto al Fatto quotidiano di volere incontrare Draghi. Mentre il ministro Patuanelli in una intervista al Corriere della sera , conferma: «A mio avviso serve un chiarimento politico», dopo le nomine Rai. E pone un aut aut su due punti che vanno accolti e comunque su cui serve un chiarimento: «Se non si vuole estendere il Superbonus alle unifamiliari lo si dica senza indugi e ci si assuma la responsabilità della scelta». L'altra misura è quella della cessione del credito per le imprese. Sarà Palazzo Madama nelle prossime ore la scena del conflitto politico. Alla Camera infatti le sedute sono dedicate al decreto bollette e al processo civile, su cui le fibrillazioni dovrebbero essere minori. Tuttavia i malumori tra i 5Stelle sono pesanti. Le nomine Rai, il pasticcio del ruolo che avrebbe avuto Mario Turco nella vicenda, non sono affatto derubricate. E la posizione che, fuori microfoni, nell'assemblea di giovedì scorso avrebbe espresso sempre Patuanelli, non è archiviata. Il ministro ha prospettato la possibilità di un Vietnam con migliaia di emendamenti sulla legge di bilancio, anche a rischio di finire in esercizio provvisorio: hanno raccontato alcuni partecipanti. È il momento di gesti forti. Davide Crippa, che è attuale capogruppo alla Camera, torna sulla decisione annunciata da Conte di non partecipare ai programmi Rai: «Certo ci penalizza, ma spesso servono gesti forti per fare sentire la propria voce. Noi volevamo conoscere i criteri alla base di queste nomine, non i curricula dei direttori nominati. Una forza politica che ha ottenuto 11 milioni di voti, deve essere consultata». Conte dedicherà la prossima settimana ad affrontare i dossier politici più caldi. Ripete che gli serve tempo per riorganizzare il Movimento, dove si attende un ridisegno complessivo con vari step».

QUIRINALE, PIACE IL BINOMIO DRAGHI-MATTARELLA

Consueto appuntamento con le “mappe” di Ilvo Diamanti sulla Repubblica del lunedì. Questa volta l’analisi degli umori degli italiani riguarda il Quirinale. A fronte di un 43% di indecisi, il 16% gradirebbe al Quirinale Mario Draghi, che miete consensi fra gli elettori di Pd, M5S e FI. Solo il 9% è favorevole a  Silvio Berlusconi.

«Sergio Mattarella si approssima alla conclusione del mandato presidenziale, che avverrà il prossimo febbraio 2022. Quando sarà eletto il suo successore. Una scadenza che solleva un dibattito acceso, negli ambienti politici. Assai più che fra i cittadini. Per quanto negli ultimi mesi l'attenzione verso questo evento sia cresciuta sensibilmente. Interrogati su chi vorrebbero come "nuovo Presidente della Repubblica", infatti, oltre 4 italiani su 10 interpellati da Demos per Repubblica, nelle scorse settimane, non sanno o non vogliono rispondere. Si tratta di una componente minore, rispetto agli ultimi mesi, ma ancora estesa. Rispecchia, in parte, uno scarso grado di conoscenza, nei confronti di un evento importante, della nostra democrazia. Che, tuttavia, non coinvolge i cittadini, ma i loro "eletti". Cioè, i parlamentari e i rappresentanti delle Regioni. Tuttavia, l'attenzione pubblica, al proposito, è destinata a crescere rapidamente. Perché il tema occuperà il centro del confronto politico e mediatico. Peraltro, il ruolo e la visibilità del Presidente sono divenuti più rilevanti da quando, nell'ultimo anno, Mattarella ha contribuito, in modo determinante, alla scelta di Mario Draghi a capo del governo. Tanto più in questa "stagione pandemica". Affrontata da un governo a maggioranza "quasi" unanime. Così, si è affermata una sorta di "bi-presidenzialismo di fatto". Guidato da Mario Draghi, con il sostegno costante di Sergio Mattarella. Di fronte al Parlamento. E ai cittadini. Anche per questa ragione il grado di fiducia verso il Presidente della Repubblica nel 2021 si è mantenuto su livelli molto elevati. Costantemente superiori (anche di molto) al 60%. Come il consenso nei confronti di Draghi. Il binomio Draghi-Mattarella, peraltro, si conferma in testa alle preferenze degli italiani, riguardo al "Presidente che verrà". Davanti a tutti è Draghi, indicato dal 16% degli italiani intervistati (da Demos), in crescita di 3 punti negli ultimi mesi. Questi cittadini vorrebbero che Draghi proseguisse il suo mandato di Presidente. Passando da Palazzo Chigi al Quirinale. Mentre il 10% degli italiani auspica un secondo mandato per Mattarella. Tuttavia, la vera novità è costituita dalla ri-salita di Silvio Berlusconi, che, nelle preferenze degli elettori, raggiunge il 9%. E appare, così, l'unica alternativa a Draghi. Si tratta, peraltro, di una candidatura con un'evidente connotazione "politica". Anche sul piano elettorale. È, infatti, condivisa da una "relativa" maggioranza di elettori di Centro-Destra. In particolare, della Lega e, ovviamente, di Forza Italia. Mentre nella base dei Fd'I gli viene preferito Draghi. Verso il quale appare larga e indiscussa la scelta del Centro-Sinistra. Fra chi vota PD e M5S. Rispetto a Berlusconi, Draghi dispone di un sostegno trasversale. Praticamente uguale, fra i sostenitori della Lega. Non molto più basso fra quelli dei Fd'I. A differenza di Draghi, dunque, la candidatura di Berlusconi appare molto più "divisiva". E, di conseguenza, molto meno (comunque, poco) "condivisa". Com' era prevedibile, visto che Berlusconi, negli ultimi vent' anni, ha costituito un "riferimento" alternativo, quasi "un muro", per il sistema politico italiano. Mentre Draghi appare un "riferimento comune" per una larga maggioranza politica. Dei partiti e, prima ancora, degli italiani. Dietro a Draghi, Berlusconi e Mattarella, gli italiani non vedono altri candidati realmente credibili. Anche Giuseppe Conte, che, in precedenza, veniva indicato da una componente di elettori limitata, ma significativa, oggi raccoglie una quota di preferenze residuale (2%). Che appare rilevante solo nella base del M5S. Presso la quale, come si è visto, è, peraltro, superato da Draghi. Infine, a chiudere la lista dei "papabi-li", secondo gli elettori, vi sono Emma Bonino e Paolo Gentiloni. Nel caso di Gentiloni, è una conferma dell'attenzione verso un leader capace di raccogliere consensi perché "impopulista", come ho scritto in precedenti occasioni. E, per questo, più "popolare", rispetto ad altri. Il favore per Gentiloni, fra gli elettori del PD, in particolare, sale al 6%. È prevedibile che l'attenzione dell'Opinione Pubblica verso questa scadenza aumenti, rapidamente, nelle prossime settimane. D'altra parte, come si è detto, il ruolo del Presidente della Repubblica è cresciuto notevolmente, negli ultimi anni. E negli ultimi mesi. "Insieme" all'importanza assunta dal Presidente del Consiglio. Una sorta di "tandem", come ha osservato Mauro Calise. Per questo è importante capire e verificare cosa avverrà, nel prossimo futuro. Quando questo "bi-presidenzialismo di fatto" dovrà, necessariamente, "dividersi". Perché non ha fondamento costituzionale e giuridico. È, invece, improntato e ispirato da uno "Stato di emergenza". E di "necessità". Che deve ricostruire uno "Stato di normalità", per affrontare e risolvere le sfide poste in questi tempi "eccezionali"».

TRATTATO ITALIA-FRANCIA, GIOVEDÌ LA FIRMA

Giovedì il Trattato Italia-Francia sarà firmato a Roma, al Quirinale. Ci sono 11 capitoli tematici: dallo spazio alla difesa fino ai giovani. Stefano Montefiori per il Corriere.

«Il Trattato del Quirinale non sarà solo una dichiarazione di intenti: il documento di una trentina di pagine è composto da una premessa su valori e obiettivi comuni tra Italia e Francia, e poi da undici capitoli tematici. Sarà accompagnato da un programma di lavoro di altre 30 pagine, che individua più concretamente come i due governi perseguiranno gli obiettivi fissati. Giovedì a Roma il presidente del Consiglio italiano Mario Draghi e il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron stringeranno un'intesa storica, che giunge dopo anni di lavoro e di alti e bassi nella relazione tra i due Paesi, oggi in un momento di grazia. Un paragrafo del Trattato è dedicato alla collaborazione parlamentare, che viene subito tradotta in pratica: lunedì 29 novembre a Parigi il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico e il presidente dell'Assemblée nationale Richard Ferrand firmeranno un accordo di cooperazione strutturata tra le due Camere. Primo appuntamento l'8 e il 9 dicembre, quando a Parigi si incontreranno le due commissioni Esteri. L'idea del Trattato del Quirinale è nata in occasione del vertice franco-italiano di Lione, nel settembre 2017, quando il presidente del Consiglio italiano era Paolo Gentiloni e Macron aveva appena pronunciato, il giorno prima, il discorso della Sorbona sul rilancio dell'integrazione Ue. Dopo la crisi del febbraio 2019, ai tempi del governo Conte I, il lavoro diplomatico è ripreso con grande intensità anche grazie agli ambasciatori Masset e Castaldo e si arriva oggi alla firma di un Trattato corposo e impegnativo, simile per importanza a quello dell'Eliseo (1963) tra Francia e Germania rinnovato ad Aquisgrana nel 2019. Il programma di lavoro allegato evoca riunioni congiunte dei Consigli dei ministri, un vertice bilaterale ogni anno e la ricerca costante di una posizione comune nell'Unione europea ma anche nelle istituzioni internazionali come l'Onu o la Banca Mondiale. Macron arriverà a Roma dopo una visita in Croazia, il suo attivismo in Europa precede di qualche settimana la presidenza francese del Consiglio Ue (a partire dal 1° gennaio) e di qualche mese l'elezione presidenziale francese della primavera 2022. In Italia si è levata qualche voce preoccupata sul rischio che Roma possa cadere in una sorta di sfera di influenza francese. «Una paura fuori luogo, che ignora il fatto che la Francia è il nostro secondo partner commerciale dopo la Germania, che il numero di imprese italiane che operano in Francia è analogo a quello delle imprese francesi nel mercato italiano, e che ci sono grandi gruppi italo-francesi, come EssilorLuxottica, guidati dall'Italia», dice Piero Fassino (Pd), presidente della Commissione Esteri della Camera e dell'Interparlamentare Italia-Francia, che ha lavorato a lungo al Trattato. «La relazione franco-tedesca tra due ex nemici continuerà ovviamente ad esistere, è molto importante per tutta l'Europa - dice Clément Beaune, segretario di Stato agli Affari Ue e braccio destro di Macron nelle questioni europee -. Il rapporto franco-italiano è diverso e più antico, sul piano umano, culturale, politico». Gli undici capitoli del Trattato sono Esteri, Difesa, Europa, Migrazioni, Giustizia, Sviluppo economico, Sostenibilità e transizione ecologica, Spazio, Istruzione formazione e cultura, Gioventù, Cooperazione transfrontaliera e pubblica amministrazione. Per esempio, negli Esteri, Mediterraneo, Balcani e Africa vengono individuati come le tre priorità, e viene lanciata una cooperazione strutturale tra le due diplomazie. Nella Difesa viene approfondita la collaborazione dell'industria militare, dai sistemi di difesa all'intelligence. Sui migranti, battaglia comune per superare il regolamento di Dublino sulle richieste di asilo. Sui giovani, riconoscimento facilitato dei titoli di studio e un programma di scambi, una specie di Erasmus bilaterale tra Italia e Francia».

ISRAELE, ATTENTATO A GERUSALEMME

Hamas semina morte a Gerusalemme. Un insegnante di religione spara sui passanti nella Città Vecchia: una vittima e quattro feriti in 40 secondi. Davide Frattini per il Corriere.

«La palandrana tradizionale lunga e nera, il capo coperto: un religioso nella città delle religioni, un abito per confondersi tra i fedeli ebrei che stavano lasciando il Muro del Pianto. Fadi Abu Shkhaidem ha sparato sui passanti, ha ucciso il giovane sudafricano Eliyahu Kaye - che in Israele era immigrato per arruolarsi nell'esercito, ci era rimasto da civile - e ferito altre quattro persone, una è grave. È stato ammazzato dalla polizia che pattuglia le stradine della Città Vecchia. L'agguato e lo scontro a fuoco sono durati poco meno di 40 secondi e «per fortuna le vie erano quasi vuote - commentano gli investigatori - altrimenti sarebbe stata una strage». Adesso il governo guidato da Naftali Bennett deve affrontare gli attacchi di questi giorni, non ancora un'ondata, di sicuro una sequenza: la settimana scorsa a Gerusalemme (due poliziotti accoltellati, l'assalitore palestinese ucciso), ieri mattina a Jaffa - fa parte del comune di Tel Aviv - un altro agguato con il pugnale che all'inizio gli agenti avevano considerato un tentativo di rapina. Fadi veniva dal campo rifugiati di Shuafat nella parte araba della metropoli, insegnava religione in un liceo, sosteneva l'ideologia fondamentalista di Hamas, faceva parte del gruppo. Che da Gaza ha celebrato «l'operazione eroica» senza rivendicarla direttamente e incitato i palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania a intensificare la violenza. «Dio determina il nostro destino - ha scritto Abu Shkhaidem su Facebook prima di uscire di casa - ma la maggior parte della gente non lo sa. Dio nella sua grandezza sceglie chi vuole». In un sermone pubblico registrato qualche giorno fa accusava gli israeliani di essere «i padri dell'oppressione, finanziati da satana e dagli Emirati Arabi Uniti», il regno del Golfo che ha normalizzato un anno fa le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Omer Barlev, ministro per la Pubblica Sicurezza, parla di un «attacco ben pianificato»: «L'attentatore veniva a pregare con regolarità nella Città Vecchia e la moglie ha lasciato il Paese tre giorni fa», sarebbe fuggita con i figli in Giordania. Gli 007 dello Shin Bet, i servizi segreti interni, fanno anche notare che Fadi ha impugnato un'arma difficile da trovare al mercato nero, una pistola mitragliatrice Beretta M12, e vicino al corpo sono stati recuperati due caricatori. In passato i «lupi solitari» - come vengono chiamati gli assalitori che progettano gli attacchi senza l'appoggio delle organizzazioni più importanti - hanno usato la mitraglietta «Carlo»: il nome omaggia la svedese Carl Gustaf diffusa in Medio Oriente negli anni Cinquanta, è prodotta in modo artigianale dai trafficanti arabi che mettono insieme pezzi di vecchi armi con tubi di ferro, costa poco ed è facile da nascondere. All'inizio veniva scambiata e venduta soprattutto tra i criminali comuni, è stata adottata dai terroristi perché è più semplice da recuperare e meno vistosa di un kalashnikov».

CINA, RIAPPARE LA TENNISTA SCOMPARSA

Dopo giorni di silenzio la Cina mostra immagini e video per provare che la tennista Shuai è libera. C’è stata una video chiamata con il Presidente del Cio. Gianluca Modolo per Repubblica.

«Ha spiegato che è al sicuro e sta bene, vive nella sua casa a Pechino, ma vorrebbe che la sua privacy venisse rispettata in questo momento ». Privacy, una parola che non promette nulla di buono. Dopo settimane di pressioni internazionali, Peng Shuai l'hanno fatta parlare. La tennista, ex numero uno al mondo in doppio, sparita lo scorso 2 novembre, giorno nel quale con un lungo post su Weibo aveva denunciato di essere stata violentata tre anni fa dall'ex vicepremier Zhang Gaoli, ha chiacchierato per mezz' ora in videochiamata con il presidente del Comitato olimpico internazionale Thomas Bach. «Preferisce trascorrere tempo con amici e familiari in questo momento. Continuerà a essere coinvolta nel tennis, lo sport che ama così tanto», riferisce il Cio nel comunicato. Collegata dalla sua stanza piena di peluche (come nelle foto apparse su Twitter nei giorni scorsi pubblicate dai media di Stato) Peng sorride e ha ringraziato il Cio di essersi preoccupato per lei. «Sembrava rilassata », dice Emma Thero, presidente della Commissione degli atleti che ha partecipato alla chiamata assieme alla cinese Li Lingwei, membro del Comitato olimpico. Chiamata che si è conclusa con un invito a cena da parte di Bach: a gennaio, quando arriverà a Pechino per i Giochi. Peng ha «accettato con piacere». Non tutti hanno accolto la notizia con sollievo. «Inquietante. Il Cio sta svolgendo un ruolo attivo nel meccanismo di sparizioni forzate e propaganda del governo cinese», dice Yaqiu Wang, di Human Rights Watch. «Collaborazionismo con i sequestratori », scrive qualcuno su Twitter. Da giorni, sotto pressione, la propaganda comunista provava a mettere una toppa a questa storia. Con risultati molto dubbi. Prima lo screenshot di una mail pubblicato dalla tv Cgtn che Peng avrebbe mandato alla Wta (la Women's Tennis Association) dicendo che andava tutto bene e che le accuse di stupro erano false. Poi le foto su WeChat dall'account PengShuai2 (altro sospetto) dove è a casa circondata da peluche. E ancora i video: sabato Hu Xijin, direttore del Global Times, ne aveva pubblicati su Twitter due, in un ristorante mentre cena con l'allenatore e amici. Una montatura per molti. Infine ieri mattina altri due video, mentre firma autografi ad un torneo di tennis per ragazzini. Video che non avevano scacciato i dubbi. Anzi. Arrivati sul posto i giornalisti non ne avevano trovato traccia: se n'era andata. O era stata già portata via. Sui video si è espresso pure Ai Weiwei, che di sparizioni in stile cinese ne sa qualcosa: «Propaganda spudorata. Disgustosa». Zhang Gaoli e il Partito invece continuano a tacere».

NUOVA CRISI UCRAINA?

L’intelligence Usa avverte i leader europei: Putin sta ammassando truppe al confine con l’Ucraina. C’è un rischio di guerra? Enrico Franceschini su Repubblica.

«Sta per scoppiare una guerra nel cuore dell'Europa? La finestra per salvare l'Ucraina è stretta, dicono gli Stati Uniti agli alleati europei sui movimenti di truppe russe al confine con la vicina ex-repubblica sovietica, di cui le immagini scattate da un satellite spia forniscono la prova. Il 10 novembre il segretario di Stato americano Antony Blinken aveva già ammonito Mosca a non commettere il "grave errore" di una escalation in Ucraina: un conflitto che dura da sette anni e ha provocato 14 mila morti nella regione del Donbass, terra di minatori a maggioranza russofona, diventata di fatto una enclave separata controllata da forze fedeli al Cremlino. Questa settimana Vladimir Putin ha indirettamente risposto al capo della diplomazia Usa, dichiarando che le esercitazioni militari alla frontiera sono un avvertimento all'Occidente a "non superare le linee rosse della Russia": l'espansione della Nato in Ucraina e più in generale la sua occidentalizzazione. Il legame storico di Mosca con l'Ucraina è innegabile: lì nacque nel 988 dopo Cristo la "Russia di Kiev", antesignana dell'impero zarista. E nel 1954, quando Kruscev trasferì la Crimea dalla Russia all'Ucraina come dono tra popoli fratelli, entrambe appartenevano all'Unione Sovietica: per cui in pratica non cambiava niente. Ma è esagerato paragonare lo scontro attuale al Monte del Tempio di Gerusalemme, luogo di culto sacro a ebrei e musulmani, come Putin ha fatto dopo l'annessione illegale della Crimea nel 2014. Nel corso del tempo l'Ucraina è stata contesa anche da Polonia, Lituania, Impero austro-ungarico e Ottomano. Soprattutto, dopo il crollo dell'Urss trent'anni or sono e ancor più dopo la recente aggressione dell'orso moscovita, a Kiev i sentimenti antirussi sono molto cresciuti, come evidenziato dalla "rivoluzione arancione" del 2004 e dalle manifestazioni pro-europee di piazza Maidan un decennio più tardi. Putin rifiuta di vedere quanto è cambiata la società ucraina, dice Dmitri Trenin del Carnegie Endowment for Peace al Financial Times, e di riconoscere una lingua e una identità ucraina separate da quella russa. Sostenendo che "un'autentica sovranità ucraina può esistere soltanto in sodalizio con la Russia", come ha scritto in un articolo a luglio, il capo del Cremlino va ben oltre la richiesta di autonomia per la minoranza russofona in Ucraina, uno dei punti degli accordi (mai rispettati) di Minsk del 2014-2015. Il ritiro americano dall'Afghanistan e la dipendenza dell'Unione Europea da Mosca per il gas possono indurre Putin a credere che la Nato non rischierebbe una guerra per difendere l'Ucraina da un'invasione. Il dubbio è se con i movimenti di truppe vuole solo intimorire l'Occidente o, usando la crisi dei migranti tra Bielorussia e Polonia come distrazione tattica, prepara un'azione che qualcuno paragona alla crisi di Cuba del 1962, quando l'installazione di missili balistici sovietici nell'isola di Fidel Castro minacciò la guerra atomica con l'America. Anche lo scorso aprile c'erano manovre militari russe al confine ucraino: gli Stati Uniti risposero schierando cacciabombardieri nucleari in Polonia e due giorni dopo la Russia sospese le esercitazioni. "È l'unico linguaggio che Mosca comprende", osserva Gustav Gressel dello European Council of Foreign Relations. "Purtroppo gran parte dell'Europa non ha ancora imparato a parlarlo"».

SUDAN, ACCORDO FRA HAMDOK E I MILITARI

Accordo a Khartoum dopo il colpo di Stato di ottobre: torna Hamdok l'ex premier del Sudan. Governerà con i militari. Proteste in piazza.

«Il primo ministro sudanese, Abdallah Hamdok, è stato liberato dagli arresti domiciliari dopo l'accordo con le forze armate che lo avevano deposto per un suo ritorno alla guida dell'esecutivo. Lo ha riferito un membro del suo staff. Nonostante l'annuncio dell'accordo tra civili e militari, centinaia di persone sono comunque scese in piazza nel Paese per protestare contro il colpo di mano del generale Abdel Fattah al-Burhane, che lo scorso 25 ottobre aveva rovesciato il governo civile e ne aveva arrestato i membri dopo aver dichiarato lo stato d'emergenza. «Rimetteremo il Paese sulla strada giusta»: sono state queste le prime parole di Hamdok in un discorso a Sudan Tv dopo l'accordo con la giunta militare che lo ha ricondotto alla carica di primo ministro. L'accordo firmato con il generale al-Burhan prevede che Hamdok possa formare un esecutivo con rappresentanti civili e che al-Burhan guidi insieme a lui il governo ad interim. Verranno inoltre liberati tutti i detenuti politici arrestati dopo il colpo di stato. Ma l'Associazione dei professionisti sudanesi (Spa) parla di «suicidio politico»: «L'accordo del tradimento», dice, è solo «un vano tentativo di legittimare il colpo di stato e l'autorità del Consiglio militare». L'intesa viene dunque «totalmente respinta e impegna solo i contraenti», sostiene ancora la Spa, confederazione di 17 sindacati sudanesi che giocò un ruolo centrale nelle proteste che nel 2019 portano alla caduta del regime di Omar al-Bashir».

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