La scuola di domani

In molte regioni riprendono le lezioni: alla prova Green pass e nuove regole per superare la DAD. Gli Usa sotto choc commemorano l'11 settembre, Trump assente. Il Papa in Ungheria e Slovacchia

Maurizio Molinari dice oggi nell’editoriale di Repubblica che l’Italia ha solo quattro settimane e mezza per arrivare al 90 per cento dei cittadini vaccinati. Ma al ritmo attuale e considerando il continuo calo di chi fa le prime dosi, appare impresa molto ardua. Da ieri mattina a stamattina, alle 6, erano state fatte 187 mila e 43 iniezioni. E siamo al 73 dei vaccinati over 12 con due dosi, quasi 40 milioni, che sono poi quelli davvero messi in sicurezza. Dunque l’obiettivo, in queste condizioni, è una chimera. Certo, Draghi vuole davvero estendere il Green pass, nonostante la resistenza di Salvini e questo aiuterà. La questione dirimente sarebbe però l’obbligo vaccinale. Ma se ne può parlare solo dopo le amministrative: i partiti non se la sentono di vararlo prima. Bianchi spiega sempre a Repubblica come funziona la scuola, da domani al via in molte regioni.

Impressionante, mai come quest’anno, la commemorazione dell’11 settembre laddove c’erano le Torri gemelle. 20 anni dopo gli ex Presidenti Obama e Clinton sono stati in silenzio. Ha parlato George Bush in modo amaro e accorato, rivolgendosi soprattutto agli americani. Chiedendo unità. Donald Trump non è andato alla cerimonia ufficiale. E già questo dice tutto. Bella la riflessione di Giangiacomo Migone per il Manifesto sul declino dell’Impero americano. Adesso che gli Usa perdono davvero terreno nel mondo, è un problema per tutti. L’economista francese Jacques Attali recentemente ha evocato il 1913, anche Migone accenna a quel momento storico: la situazione alla vigilia della Prima guerra mondiale. Torna alla mente il giudizio di papa Francesco sulla “guerra mondiale a pezzi”.  

A proposito del Papa, oggi è in Ungheria e Slovacchia. Il Corriere pubblica una sua introduzione ad un testo del suo predecessore, il Papa emerito, sull’idea di Europa. Quanto alla politica italiana, malumori nel rapporto tra Pd e Conte, maldipancia nella Lega per il dinamismo anti Green pass di Salvini. Libero teme che venga candidata Rosy Bindi al Quirinale. Si difende per la prima volta sui giornali e in modo diretto il Procuratore capo di Milano Francesco Greco, dalle colonne del Corriere. Chi formava la loggia Ungheria? Berlusconi completa sul Giornale la descrizione dei principi fondanti di Forza Italia, tema di oggi il garantismo.

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Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Ancora il certificato verde e la vigilia dell’ingresso a scuola si prendono i titoli di prima pagina. Il Corriere della Sera cita fra virgolette la ministra degli Interni Lamorgese: «Green pass, avanti decisi». Ma il Fatto canzona proprio la sicurezza: Altro che controlli. Greenpassano tutti. Il Giornale attacca ancora i No Vax: Numeri e bugie. Come il Quotidiano nazionale che cita il farmacologo Garattini: Vaccini, nessun danno nel lungo periodo. Il Domani commenta il flop in piazza degli anti siero che ieri erano due gatti: Basta un temporale per fare fuggire i No-vax dalle manifestazioni. La Repubblica quota il ministro Bianchi che promette: “La scuola non richiude”. La Verità è apocalittica: Bomba green pass su scuole e famiglie. Il Mattino è integrato: «Terza dose per tutti». Il Manifesto gioca con le parole, la riapertura delle aule è una prova: Esame di Stato. Per Avvenire è quasi un salto nel buio: Incognita scuola. Di economia si occupano Il Messaggero: Un Fondo per superare quota 100 e Il Sole 24 Ore che dà notizia dei salotti buoni della finanza: Generali, patto Caltagirone-Del Vecchio. Mentre La Stampa punta i riflettori sulla riunione dei ministri delle Finanze: L’Italia sfida i frugali sul Patto. “Crescita alta, il debito tiene”. Libero va a soggetto sulla corsa al Colle: Allarme Quirinale. Vogliono la Bindi.  

GREEN PASS, ARRIVA UN NUOVO DECRETO

Domani riaprono le scuole in molte regioni, ma intanto il Governo pensa ad un nuovo decreto sul Green pass. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

 «Servirà probabilmente un incontro con Matteo Salvini, a inizio settimana. Mario Draghi spiegherà al leader della Lega quello che già sa: il governo tira dritto sul Green Pass ed è imminente un nuovo decreto per allargare la platea del passaporto vaccinale al pubblico impiego. «L'ipotesi è matura», conferma Roberto Speranza. La tabella di marcian on è ancora ufficiale - e dipende dalle trattative politiche - ma dovrebbe essere questa: martedì o mercoledì una cabina di regia, giovedì il consiglio dei ministri. Mario Draghi non si sbilancia, per adesso. Gli è stato sufficiente lasciare intendere ai suoi ministri che il super Green Pass è in arrivo. Non cambierà direzione, perché è convinto che gli italiani hanno voglia di tornare alla normalità attraverso la vaccinazione di massa. Ha anche indicato un metodo, racchiuso in una parola: «Gradualità». Non significa lentezza. E infatti a Palazzo Chigi si lavora da giorni su due filoni: pubblica amministrazione e attività private in cui già vige il pass per gli utenti. Sono considerati i fronti "caldi", dove fissare le nuove regole. Gli uffici legislativi della Presidenza del Consiglio, assieme ai ministeri competenti sul dossier - e sotto la regia del sottosegretario Roberto Garofoli - limano allora il decreto per evitare di incorrere in errori o imprecisioni, vista la complessità della materia da trattare. «Delicata», l'ha definita il premier. Ma l'impianto è sostanzialmente pronto. Il Green Pass varrà per i dipendenti statali. Sul punto c'è già un sostanziale accordo di Salvini, o almeno: così è sembrato di capire ai vertici dell'esecutivo dai segnali informali e leggendole dichiarazioni del leader. La mossa servirà a riportare i dipendenti dello Stato a lavorare in presenza. La via sarà quella di ripristinare la normativa dell'era pre-Covid, rimandando la definizione della quota di attività da remoto ai piani organizzativi del lavoro agile. In teoria, Palazzo Chigi avrebbe fretta anche di intervenire su un altro capitolo, un vero e proprio "buco nero" dell'attuale legge: il Green Pass per chi lavora in ristoranti e bar, palestre e stadi, aerei e treni, musei e fiere. È tra i principali argomenti polemici dell'opposizione di Giorgia Meloni, che rileva spesso l'incongruenza dell'obbligo per gli avventori e l'assenza di regola per chi lavora in quegli stessi luoghi. Il problema, anche in questo caso, si chiama Matteo Salvini: teme di scontentare ristoratori ed esercenti, pensa che siano in "fuga" verso Fratelli d'Italia. Sta a Draghi, adesso, valutare se insistere, o attendere le elezioni amministrative prima di mettere mano alla questione. Per avvicinare l'obiettivo, comunque, il governo verrà incontro ad alcune richieste del Carroccio, accantonando una somma per risarcire coloro  che hanno avuto reazioni avverse al vaccino. Nello stesso tempo, però, proverà a chiarire ancora più nel dettaglio la platea delle patologie - finora abbastanza ampia che esentano dalla vaccinazione. Entro metà ottobre, in ogni caso, si finirà con la carta verde necessaria in ogni occasione di lavoro e di socialità. Il consenso è largo. «È strumento di libertà", dice la ministra Mara Carfagna. Lo stesso sostengono Pd e Movimento. Ma il più netto di tutti è il ministro della Salute Roberto Speranza. Che, dalla festa dell'Unità, conferma la linea: «Andremo avanti con l'estensione del Green Pass e, se necessario, valuteremo anche un rafforzamento ulteriore dell'obbligo». Quanto al leghista, è duro: «Non ci possiamo far fermare da dinamiche politiche di piccolo cabotaggio. Salvini pensi quello che vuole, noi faremo gli interessi del Paese. E sulle varianti ha detto una cosa grossolana e senza senso». Proprio l'obbligatorietà rimane il piano di riserva di Draghi. Da sfoderare se non dovesse essere raggiunta la soglia minima di copertura degli over 12, fissata al 90%. E se dovesse risultare utile a sostenere la campagna vaccinale della terza dose (su cui è in arrivo la circolare ministeriale).».

SCUOLA: VACCINATO IL 93 PER CENTO DEL PERSONALE

Una cosa è certa: domani si ricomincia senza Dad. E in caso di contagi? Tornerà a far lezione da casa solo la singola classe. Corrado Zunino intervista il ministro Bianchi per Repubblica.

«La vera novità del nuovo anno scolastico, ministro Bianchi, è quella di cui si è parlato meno: domani si entra in classe senza il distanziamento. Addio al metro tra le rime buccali perché, altrimenti, gli alunni non sarebbero rientrati in presenza. Di necessità, virtù. «Abbiamo seguito le indicazioni del Comitato tecnico scientifico che si è mosso sulla base del forte aumento delle vaccinazioni. Il commissario Figliuolo mi ha appena comunicato i dati di oggi (sabato, ndr ): il personale scolastico che è entrato nel ciclo vaccinale è al 93%. Sono molto incoraggianti, poi, le percentuali sugli studenti: due terzi, nella coorte 12-19 anni, sono alla prima dose. Tra i 16 e i 19 anni saliamo sopra il 70. Le scuole saranno sicure». Dove l'anno scolastico è già iniziato, Stati Uniti e Israele, sono ripresi a crescere i contagi. «Non so che cosa abbiano realizzato all'estero, noi abbiamo fatto tutto il possibile per evitarli». Se si rivedranno i cluster di positivi come nel 2020, rivedremo le riunioni dei Consigli dei ministri sulle percentuali di studenti da mandare in Didattica a distanza? «È scritto chiaramente nel decreto del 6 agosto, il 111: se in un istituto si certifica un focolaio, si isola l'istituto. Se il contagio è in una classe, si isola la classe. Non vedremo più intere Regioni con i plessi chiusi per il Covid. Abbiamo scelto un approccio strutturale per non tornare più in Dad. La scuola sarà l'ultima cosa che chiuderà nel Paese». La mascherina si potrà togliere nelle classi dei vaccinati? «È una chiara indicazione del decreto 111, una linea di marcia: lavoriamo per una nuova normalità e daremo segnali importanti in questo senso. Partiamo con l'anno e poi lo faremo, stiamo lavorando alle linee guida». Non abbiamo visto un piano centrale per i trasporti, solo lodevoli iniziative locali. Né una spinta per la ventilazione forzata. Non trova disarmante affidarsi alle finestre aperte in tutte le stagioni? «Il trasporto pubblico locale dipende dagli enti locali, ma la ministra Gelmini ha stretto un rapporto diretto con le Regioni. E le prefetture hanno continuato a lavorare. Sull'avvio in sicurezza abbiamo messo 350 milioni solo col Sostegni bis: non sono spiccioli, ma gli edifici sono di Comuni e Province». Cosa dice a un professore no vax e a un genitore che in questi giorni ha contestato l'obbligo di esibire il Green Pass per varcare il portone? «Di avere fiducia nella scienza e di agire per il benessere della comunità. Il Green Pass è una strada segnata». Le aliquote delle classi pollaio che offrite, 2,9%, sono tarate sui limiti massimi, da 28 a 30 alunni. Se si usa come parametro la soglia dei 25 più un professore, la legge sul deflusso in caso di incendio, la cifra triplica. «Il dato che usiamo è quello che ci impone la legge, ma uno degli assunti principali del Piano nazionale di resilienza e resistenza è dimezzare le classi numerose. Insieme a questo lavoro, rivedremo i parametri massimi. C'è un altro modo per uscirne, ed è la programmazione». Ci spieghi. «Con l'Inps siamo riusciti a fare un quadro degli insegnanti che andranno in pensione da qui al 2030, in media 27.000 ogni anno. E ogni anno li sostituiremo. Nonostante la caduta demografica, manterremo gli organici intatti. Diminuiscono gli studenti, ma non gli insegnanti. Questo sgonfierà le classi e migliorerà la didattica generale». Le va riconosciuto che, magari non proprio il 31 agosto e non proprio sui numeri chiesti a maggio, ha messo in cattedra tutti i supplenti considerati necessari, 58.800, e con i vincitori di concorso le 122.300 cattedre scoperte sono assegnate. Ci sono due problemi, però: le Graduatorie online continuano a sfornare classifiche poche credibili e molti maestri e professori rifiutano l'istituto. «Sono aggiornato sui problemi delle graduatorie online, sistema portato affannosamente a regime l'anno scorso. Stiamo verificando i possibili errori. Assicuro, però, che sono numeri limitati e non inficiano i risultati complessivi. Alcuni problemi iniziali ci saranno, è fisiologico, ma non assisteremo più al balletto delle supplenze». Che ne sarà dei docenti Covid? «Abbiamo dato 400 milioni alle scuole: potranno assumere 20 mila insegnanti e 22 mila amministrativi e bidelli. Saranno docenti del potenziamento per le attività integrative e aggiuntive. Ogni istituto potrà chiamarli e saranno in carica fino al 31 dicembre. Proveremo a portare il loro servizio fino a giugno». Quando era a capo della commissione per la ripartenza, e libero scrittore, parlava di riforme necessarie per la scuola. Sta usando il suo tempo da ministro per farle? «Con 4,6 miliardi proveremo a dare a tutti i bambini d'Italia gli stessi servizi per l'infanzia. Diciamo entro il 2026, quando quei soldi dovremo iniziare a restituirli all'Europa. Oggi le possibilità per un genitore di Reggio Emilia di trovare un posto per il figlio all'asilo nido sono pari al 52 %, a Reggio Calabria meno del 5». Dimezzamento delle classi pollaio, nidi accessibili in tutta Italia. Quali altre riforme avete avviato? «Rivedremo l'intero comparto tecnico e professionale, che ha sofferto più di tutti. Insisteremo sulla personalizzazione dei percorsi, e questo varrà per tutti i settori e i cicli. Stiamo progettando una riforma complessiva del sistema: valutiamo una continuità di didattica tra la primaria, ciclo scolastico che resiste, e le medie inferiori, dove inizia la dispersione. Sui cicli e la loro durata c'è dibattito in tutto il mondo». Cambierete la Maturità? «Di certo, partiremo da quella dell'anno scorso. Ha dato ottimi risultati. Al centro resterà l'elaborato realizzato dal maturando a casa e discusso all'esame».

L’AMERICA RICORDA L’11 SETTEMBRE

Gli ex Presidenti in silenzio, la voce di Bruce Springsteen, i ricordi letti da Di Caprio e De Niro. L’America vent’anni dopo ricorda la strage di massa dell’11 settembre. A fare notizia due ex Presidenti: ciò che ha detto George Bush e l’assenza di Donald Trump. Massimo Gaggi per il Corriere della Sera.

 «Nel giorno del silenzio e del raccoglimento per commemorare le 2.977 vittime dell'attacco terroristico di vent' anni fa l'America riflette su come quella tragedia l'ha cambiata, su una reazione inizialmente orgogliosa e compatta, sugli errori commessi, su un presente segnato da profonde divisioni politiche e dalla brutta pagina del ritiro precipitoso da Kabul. Silenziosi gli ex presidenti democratici Barack Obama e Bill Clinton alla cerimonia di Ground Zero a New York, silenzioso anche Joe Biden (ha affidato il suo messaggio a un video registrato) che ha visitato tutti e tre i luoghi dell'attacco - New York, il Pentagono di Washington e Shanksville, in Pennsylvania - a fare notizia sono stati due ex presidenti repubblicani. Soprattutto George Bush che ha rivendicato la legittimità e l'efficacia della risposta militare agli attentati, visto che da allora non ci sono più stati massicci attacchi terroristici in territorio Usa. E ha confrontato l'America che rispose in modo unito vent' anni fa con quella spaccata di oggi, «dominata da forze maligne che trasformano la politica in un brutale appello alla rabbia, alla paura e al risentimento», ha detto con evidente riferimento all'effetto Trump, mettendo poi in guardia il Paese sui rischi del terrorismo interno. «I pericoli per la nostra nazione non vengono solo dall'esterno, ma dalla violenza che si raccoglie all'interno: gli estremisti violenti sono figli dello stesso spirito folle, il nostro compito resta quello di affrontarli». L'altra voce, assai diversa, è proprio quella di Trump che, evitando i luoghi delle celebrazioni, ha scelto di visitare una caserma dei vigili del fuoco di New York (343 pompieri morirono nel crollo delle Torri Gemelle) e ha diffuso un messaggio registrato nel quale, ricordate le vittime dell'11 settembre, attacca Biden per la gestione del ritiro dall'Afghanistan. In serata, poi, l'ex presidente, tornato in Florida, ha fatto il telecronista di un incontro di boxe tra vecchie glorie dei pesi massimi. Una giornata di commozione aperta dal fuori programma di Bruce Springsteen che ha cantato un I'll See You in My Dreams da brividi prima della lettura dei nomi di tutte le vittime di New York, e chiusa a notte fonda con le due colonne di luce lanciate verso il cielo nel luogo in cui sorgevano le torri abbattute dai terroristi di Al Qaeda. Con due cronisti d'eccezione per raccontare questi momenti di emozione e dolore: Robert De Niro e Leonardo Di Caprio. Una giornata di solidarietà nella quale l'Italia, come molti altri Paesi, ha fatto sentire la sua vicinanza agli Usa. «Quella tragedia ci ha uniti nel segno del dolore» ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «La memoria della barbara aggressione di vent' anni fa ci spinge con sempre maggiore vigore a proteggere quella cornice comune di valori che risponde ai principi di libertà e pacifica convivenza tra i popoli». Negli Stati Uniti dilaniati dalla polarizzazione politica, un richiamo ai valori comuni era venuto dallo stesso Biden per il quale «la lezione centrale dell'11 settembre è che l'unità è l'elemento di maggior forza dell'America», come ha detto in un video messo in rete dalla Casa Bianca venerdì sera. Un messaggio di unità ribadito dalla vicepresidente Kamala Harris nel discorso pronunciato a Shanksville. Nelle stesse ore è riemerso con un video di 60 minuti Ayman al Zawahiri, il chirurgo egiziano divenuto il capo di Al Qaeda dopo l'uccisione di Osama bin Laden. Dato per morto nell'autunno scorso, potrebbe essere ancora vivo: parla di attentati avvenuti dopo la sua presunta scomparsa, ma il video potrebbe non essere recente, perché non menziona la vittoria talebana e cita la ritirata Usa dall'Afghanistan in termini generici».

Giangiacomo Migone per Il Manifesto riflette sul declino dell’impero americano. “Il tramonto dell’egemonia statunitense”, citata nel titolo, rischia di essere il problema globale dei prossimi anni. Rivelando un mondo segnato da quella “guerra mondiale a pezzi”, di cui parla spesso il Papa.

«Quanto sta avvenendo in Afghanistan ha reso visibile ed ineludibile una tendenza in atto da anni, che ha avuto inizio da quella sconfitta subita in Vietnam, dalla conclusione per tanti aspetti simile a quella che si sta dipanando a Kabul: il declino del potere relativo degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo. Un fenomeno di dimensioni storiche, che per le sue potenzialità tragiche non consente dinieghi, nemmeno parziali, ma nemmeno esercizi di Schadenfreude - il piacere barbaro che può procurare la sofferenza dell'avversario - da parte di chi tradizionalmente vede il grande stato nordamericano come la principale, se non unica, radice dei mali del mondo. Basti ricordare che la prima guerra mondiale - quella che i cultori della Realpolitik (un esempio per tutti, Henry Kissinger) evitano di includere nelle proprie analisi, quella che nessuna cancelleria dell'epoca avrebbe voluto - fu in larga parte dovuta al crollo presso che simultaneo di due imperi, quello Austro-Ungarico e quello Ottomano. Perché quei crolli sistemici determinano un vuoto di potere che viene riempito da iniziative e scontri, prima latenti o circoscritti, in seguito non più governabili, di soggetti piccoli e grandi. Quindi, pericolosi quanto e più del deterioramento ecologico del pianeta, perché con ricadute potenzialmente più rapide. La diffusione incontrollata delle armi nucleari valga come esempio. Non traggano in inganno gli esempi di Saigon e di Kabul. Le crisi imperiali non si esprimono soltanto in sconfitte militari. Sono anche, forse soprattutto, la risultante di una volontà interna che viene meno ad addossarsi i costi umani ed economici di una politica imperiale. La sconfitta subita dagli Stati Uniti nel Vietnam fu l'esito del combinato disposto dell'intransigente difesa della propria indipendenza da parte del popolo vietnamita e del rifiuto della maggioranza del popolo americano a continuare a sostenere i costi di quella guerra. Si può e si deve imputare a Joe Biden l'irremovibile improvvisazione del ritiro delle proprie truppe. Non certo la volontà largamente maggioritaria, nella classe dirigente come nell'opinione pubblica, peraltro marcata dall'identità di vedute con il suo predecessore ed altrimenti acerrimo nemico, di farla finita con un impegno dai costi economicamente stratosferici - almeno due trilioni di dollari - e dai risultati politici negativi. Al declino complessivo sfugge la potenza e la presenza militare statunitense, superiore a quella complessiva degli altri cinque Paesi più armati nel mondo. E che spiega il bisogno di un nemico credibile - "a credible threat" - che ne giustifichi gli oneri, anche dopo la fine della Guerra fredda, surrogandola con quella guerra al terrore rispetto alla quale l'attacco alle Torri ha sortito un effetto vitalizzante e che spiega anche la successione d'interventi militari vittoriosi - Afghanistan, Iraq, Libia, Siria - conclusisi in altrettante sconfitte politiche. Da cui il riaffiorare di quell'impulso isolazionista che costituisce un elemento continuativo e distintivo di un Paese protetto da due oceani oltre che dalla sua potenza militare e in cui la vocazione democratica universale, ad un tempo vera e presunta, trova oggi ancora meno adepti che non nei paesi che ne avrebbero dovuto beneficiare. Resta il condizionamento del complesso militare-industriale a suo tempo denunciato dal presidente e generale Eisenhower, che spiega la perdurante tentazione di reagire militarmente, senza riguardi nei confronti dei propri alleati e giustificazioni esistenziali della Nato. L'elemento di novità dirompente è costituito dalla contestualità della sconfitta politica, drammaticamente vissuta soprattutto all'estero, con una crisi istituzionale interna dall'esito ancora incerto. È un dato di fatto che l'occupazione del Congresso non può essere liquidata come la bravata di un gruppo di masnadieri, aizzati dal Presidente indegno, perché almeno un buon terzo dell'elettorato statunitense è convinto di essere stato derubato dell'esito dell'elezione superfluo, né può essere definitivamente smentito per l'assurdità delle regole e dei meccanismi elettorali vigenti e che Biden non riesce a modificare per un difetto di maggioranza al Senato. A ciò si aggiunge l'ostilità consolidata della Corte Suprema, arbitra di ultima istanza di ogni prova elettorale, a cui si somma il soffocamento, per ora confermato dall'amministrazione in carica, delle voci di verità come quelle di Julian Assange, Edward Snowden, Chelsea Manning, simili a quella di Daniel Ellsberg - guarda caso - all'epoca della sconfitta subita in Vietnam. In altre parole, in questa fase sono venuti meno sia i contrappesi - checks and balances - al potere esecutivo, sia l'universalità del Primo emendamento che garantisce libertà di parola e di ricerca della verità a tutti. Da questo punto di vista l'esclusione di Donald Trump dai principali canali di internet costituisce un ulteriore, paradossale segnale di debolezza. Edward Gibbon, grande storico settecentesco dell'impero romano, indica l'inizio del suo declino nell'incapacità di rispettare le regole che esso aveva imposto al proprio Impero. Altro che schadenfreude. Qui entrano in gioco realtà e valori che toccano la vita di tutti in un mondo avviato ad autodistruggersi, preda di una concentrazione di poteri finanziari che svuotano funzioni istituzionali, democratiche e non, inducendo fughe da condizioni materiali e politiche di dimensioni bibliche, con una rivoluzione tecnologica in atto che priva quanto abbiamo finora inteso come lavoro di significato. Cogliere i pericoli del tramonto di un'egemonia durata oltre un secolo significa distinguere i benefici che ne derivano da quanto vi sia ancora di prezioso da salvaguardare ed emulare. Quali responsabilità ne derivano per i più prossimi quali noi siamo? In primo luogo occorre la consapevolezza di quanto sta avvenendo, particolarmente difficile in un Paese, prono quale il nostro, all'altrui volontà. Urge una strategia indipendente di una Europa sempre più unita, ma anche un'inversione di responsabilità nella salvaguardia di quanto resta di un patrimonio democratico comune alla grande potenza in declino. E scusate se è poco».

IL POPOLO PD AMA LA BINDI, MENO CONTE

Veniamo alla politica italiana. Reportage di Giovanna Vitale che racconta per Repubblica gli umori della base del Pd alla Festa dell’Unità di Bologna. Conte rompe col Pd su Torino, la Bindi è acclamata come una star al dibattito col ministro Speranza.

«Il matrimonio che fino a un anno fa, nel pieno della stagione giallorossa, pareva d'amore vero - con Zingaretti e Bettini nei panni dei cavalier cortesi a insistere perché la dama Cinquestelle si concedesse senza troppe storie - nel mese settimo dell'era Draghi sui pratoni bolognesi del Parco Nord s' è piuttosto raffreddato. Declassato, fra una dose di vaccino e una grigliata partigiana, a un più prosaico matrimonio di interesse, specie adesso che le amministrative bussano alle porte e la partita si deciderà quasi dappertutto ai ballottaggi. S' ha da fare perché «altrimenti vincerebbe la peggiore destra di sempre» non si stanca di ripetere il segretario Enrico Letta, ma fra gli stand della Festa dell'Unità l'ardore e lo slancio dei bei tempi andati sembrano un po' scemati. E non solo perché i grillini si sono sgonfiati, nei sondaggi stanno ormai fissi sotto al Pd e insomma «non è che se la possono tirare come prima». La verità è che Giuseppe Conte, ospite venerdì sera tra molti applausi e Bella Ciao, scalda sì ma non più come una volta i cuori del popolo democratico: altro che «punto fortissimo dei progressisti», il logorio dei partiti moderni ha colpito pure lui, come tutti, del resto. Zingaretti - accolto in serata da una standing ovation riparatrice - ha lasciato; Salvini è in caduta libera, Di Maio s' è defilato. Persino fra gli ex comunisti che a Bologna sono più degli ex diccì che però nel Pd hanno avuto la meglio, il governo Draghi piace un sacco, la nostalgia non abita più qui, adesso i Cinquestelle devono fare uno sforzo di chiarezza, dire da che parte stanno. Soprattutto dimostrarlo. Perché «bisogna essere realistici», si stringe nelle spalle Rossella, 67 anni, insegnante in pensione, «se vogliamo sfidare il centrodestra ad armi pari dobbiamo guardarci intorno e ammettere che il Movimento in questi anni è cambiato, si è strutturato, anche grazie a noi del Pd». E però proprio per questo «il test delle comunali è importante», fa eco il vecchio Gianni Gamberini, ex sindaco di Crepellano ora semplice militante: «I ballottaggi saranno una prova decisiva per capire se i grillini sono affidabili, se hanno smesso di fare giochetti». Specie nelle città in bilico, «dove si gioca tutto per una manciata di voti, dovranno appoggiare i nostri candidati contro quelli di Salvini e Meloni, troppo facile farlo a Bologna, dove si passa al primo turno». Il tempo della neutralità è scaduto è il messaggio che arriva dai piddini in fila per assistere al dibattito tra Speranza e Rosy Bindi, acclamata come una star, o entrare in uno dei tanti ristoranti della Festa dove si serve lo gnocco fritto e il somarino con la polenta. Fa bene perciò Letta a incalzarli, «quest' alleanza con i 5S a me non piace, ma soli non si va da nessuna parte», sbuffa Piero, 43 anni, impiegato. «È l'unico modo per evitare che, se lasciati soli, i grillini possano scegliere di andare di nuovo dall'altra parte. E allora sì che sarebbero guai», ragiona Anna, ex docente alle superiori. «A Roma e a Torino in particolare, per vincere abbiamo bisogno di loro», quasi si rammarica l'elettricista Silvano, 72 anni. Ci credono, i militanti del Pd. «L'evoluzione del Movimento, insieme all'allargamento del campo a tutte le forze di sinistra e riformiste, da Renzi a Elly Schlein, è la strada che ci consentirà di contrastare l'avanzata delle destre», riflette Fausto, una vita in ferrovia. «Unità» è la parola chiave. La ripetono in tanti sui pratoni del Parco Nord. Dove già l'altro ieri non avevano preso bene la frenata di Conte - «Non credo che dovremmo tuffarci subito in un'alleanza strutturale» - assestata sul palco della Festa, e oggi si sentono un po' traditi. «In questo momento non ci sono le condizioni per un appoggio al Pd», ha gelato Letta il capo politico dei 5S in tour a Torino: «Se come credo andremo noi al ballottaggio, mi auguro che il Pd ci appoggi». Un comportamento intollerabile per Paolo Morselli, artigiano, 55 anni: «Ma perché dobbiamo continuare a fidarci di questi qui? Senza reciprocità, non è più un patto, è un ricatto». Conte è avvertito».

Alessandro Giuli su Libero attacca proprio Rosy Bindi, dando la notizia che un appello di donne la lancia per il Quirinale.

«Già ministro della Sanità dal 1996 al 2000, poi titolare delle Politiche per la famiglia dal 2006 al 2008, quindi vicepresidente della Camera dal 2008 al 2013 e presidente della commissione Antimafia dal 2013 al 2018. Nonché presidentessa del Pd dal 2009 al 2013. Con un curriculum del genere, vuoi che la grande moralizzatrice catto-progressista, storica nemica del berlusconismo, non finisca per diventare la tentazione del mainstream democratico tardo femminista? Ovvio. E così sul tavolo di Letta è già planato il primo appello, firmato da un gruppo di donne «di orientamenti politici diversi» ma tutte «nell'area del centrosinistra e della sinistra», che reclama Rosy Bindi come prossima inquilina del Quirinale. Cornice generale: «I tempi sono maturi e riteniamo che l'elezione di una donna sarebbe un segnale importante all'interno di una società che sembra perdere ogni giorno di più i propri valori e di una politica che sembra abdicare al proprio ruolo centrale nel governo del Paese». Motivazione beatificante: «Ritroviamo nell'onorevole Bindi la capacità morale e politica per ricoprire un ruolo così importante. Lo dimostrano i suoi tanti anni di attività politica portata avanti senza farsi strumentalizzare o ingabbiare». Fuori dalla gabbia ma dentro i cuori di circa settanta firmatarie «in gran parte di Venezia e del Veneto, ma con adesioni anche da Milano, Brescia, Genova, La Spezia, Modena, Reggio Emilia, Ferrara, Pisa, Siena, Roma e Messina». Letta per ora non si espone in modo irrevocabile, e tuttavia l'altro ieri ha fatto capire con un arabesco dei suoi quale sciroccoso refolo stia spirando al Nazareno: «Una donna al Quirinale? Disattenderei quello che ho detto se rispondessi prima di gennaio a questa domanda, ma la risposta non può che essere sì».

IL MINISTRO FRANCO È OTTIMISTA: NADEF MEGLIO DEL DEF

Riunione ieri dei ministri delle Finanze della Ue. I Paesi cosiddetti frugali, quelli del nord Europa, tornano a manifestare preoccupazione per il debito pubblico degli Stati. Ma per tutto il 2022, le cose rimarranno invariate. L’Europa punta ancora sugli investimenti. Beda Romano da Bruxelles insieme a Gianni Trovati sul Sole 24 Ore.

«I numeri del nuovo programma di finanza pubblica italiano hanno ancora qualche giorno di tempo per assumere una forma definitiva, ma tutti gli aggiornamenti del quadro macroeconomico, ultima la produzione industriale di giovedì, aiutano a rafforzare l'idea di un rimbalzo che cresce. E colorano di un ottimismo crescente anche le dichiarazioni sempre prudenti del ministro dell'Economia Daniele Franco. Sul debito «la nuova stima nella Nadef (nota aggiuntiva del DEF ndr) sarà significativamente migliore di quella indicata nel Def», ha spiegato ieri a margine dell'Ecofin informale in Slovenia anche per rispondere ai timori manifestati dai Paesi del Nord nel dibattito che si sta accendendo sulla riforma delle regole fiscali comunitarie. Regole che, ha aggiunto, «non sono la nostra maggiore preoccupazione in questo momento», perché quella della riduzione del debito nei prossimi anni «è una strada che seguiremo comunque». Un Pil che per quest' anno viaggia circa due punti sopra la crescita tendenziale del 4,1% calcolata nel Def di primavera significa, insieme a una dinamica di entrate e spese migliore del previsto, un deficit che potrebbe fermarsi anche prima del 10%, contro l'11,8% del Def. Al netto, però, degli interventi che potrebbero chiedere ancora qualche decimale di disavanzo su quest' anno, a partire dal nuovo stop alla riscossione che è stato chiesto da tutto il Parlamento e potrebbe trovare spazio in un decreto fiscale insieme alla Nadef. La curva del debito, in ogni caso, non disegnerà lo scalone di quattro punti (dal 155,8 al 159,8% del Pil) stimato in primavera, mentre per il 2022 si confermerà una riduzione non marginale. Anche perché, per la prima volta da molti anni, la prossima manovra italiana non sarà accompagnata dalla tradizionale richiesta di scostamento. Riuniti in Slovenia dopo la pausa estiva, i ministri delle Finanze dell'Unione europea hanno iniziato ieri a discutere del modo in cui promuovere gli investimenti pubblici dopo la crisi economica provocata dalla pandemia virale, senza mettere a repentaglio la necessità di ridurre l'enorme debito accumulato in questi ultimi due anni. I tempi della discussione saranno lunghi, ma un accordo tra i Paesi membri appare possibile nonostante le divergenze di partenza. «Dobbiamo evitare quanto avvenne sulla scia della crisi precedente quando gli investimenti diminuirono fino a toccare lo 0», ha spiegato qui a Lubiana il commissario agli Affari economici Paolo Gentiloni. «Questa volta non possiamo permetterci un calo degli investimenti». Il problema è particolarmente d'attualità perché vi è l'urgenza di finanziare la transizione digitale e verde, oltre che riparare i danni economici provocati dalla pandemia (si veda Il Sole 24 Ore di ieri). Sul tavolo c'è l'idea ricorrente della regola d'oro, una norma che escluda gli investimenti dal calcolo del deficit. Alcuni paesi sono freddi. Ha spiegato il ministro delle Finanze austriaco Gernot Blümel: «Dobbiamo aver spazio di manovra sul fronte del bilancio per prepararci ad affrontare la prossima crisi». Interrogato se potesse accettare l'adozione della cosiddetta regola d'oro, il ministro ha risposto però in modo evasivo: «Dovremo valutare i dettagli di una eventuale proposta della Commissione». Notava ieri un partecipante alla riunione ministeriale: «I Paesi cosiddetti frugali hanno ribadito il loro punto di vista, ma si sono dimostrati aperti alla possibilità di promuovere gli investimenti ambientali». D'altro canto, tutti i governi sanno in cuor loro come sia necessario aiutare la crescita anche per ridurre l'indebitamento. «L'atteggiamento da parte di tutti è di dialogo», ha assicurato il ministro dell'Economia Franco. Alcuni Paesi - come la Francia o la Lituania - hanno insistito perché il dibattito fosse serio e approfondito. Per ora il tema non è urgente: per tutto il 2022 le regole di bilancio sono sospese per via della crisi provocata dalla pandemia. In assenza di modifiche, il Patto di Stabilità tornerà in vigore così com' è all'inizio del 2023. Il vicepresidente della Commissione europea Valdis Dombrovskis ha osservato che le misure di flessibilità introdotte nel 2015 eviteranno comunque un ritorno brusco delle norme di bilancio».

SULLE GENERALI PATTO DEL VECCHIO-CALTAGIRONE

Grandi manovre nella più importante compagnia di assicurazione italiana: le Generali. La cronaca del Fatto.

«Si fa sempre più complicata la permanenza di Philippe Donnet alla guida delle Generali. La battaglia sulla pelle dell'ultimo gioiello finanziario italiano è entrata nel vivo e ieri è di fatto partito l'avviso di sfratto per l'amministratore delegato da parte dei due soci italiani più agguerriti. La scelta di Francesco Gaetano Caltagirone e del patron di Luxottica Leonardo Del Vecchio di far confluire le proprie quote (il 10,9% del capitale del Leone di Trieste) in un patto di sindacato arriva a pochi giorni dal cda che il 27 settembre deve decidere se adottare la procedura che gli affida il compito di stilare la lista del futuro consiglio. Equivarrebbe al via libera per Donnet, arrivato nel 2016, al terzo mandato. Caltagirone e Del Vecchio sono invece contrari: lo vorrebbero addirittura fuori prima della scadenza del mandato in primavera. Martedì si terrà una riunione dei consiglieri per valutare la situazione e per il francese le chance si riducono. Il patto di sindacato non è particolarmente vincolante - impone "una consultazione preventiva per l'esercizio di voto" - ma serve a lanciare un avviso ad Alberto Nagel, l'ad di Mediobanca che è il primo azionista di Generali con il 13%. Nagel difende Donnet solo per mantenere la presa su Trieste. Per costringerlo a cedere i due hanno iniziato a strignere la presa su Mediobanca. Il padron di Luxottica è salito al 19% dell'ex salotto buono della finanza italiana, mentre Caltagirone ha superato il 5%. Il messaggio è chiaro: o Nagel cede, e Donnet si fa da parte, o i due imprenditori potrebbero anche proporre una lista alternativa in Generali, che probabilmente vedrebbe l'appoggio degli altri soci italiani (Fondazione Crt e la Edizione dei Benetton). A quel punto, ça va sans dire, anche la permanenza di Nagel in Mediobanca finirà nel mirino. Al momento, il nome più gettonato per succedere al francese è l'ad di Poste, Matteo Del Fante (che peraltro piace pure a Nagel). Molto meno chiare sono le idee dei contendenti. Nessuno ha ben capito perché Caltagirone (78 anni) e Del Vecchio (86) hanno deciso di far partire l'assalto. Il dato di fatto è che Trieste assicura una rendita finanziaria e grandi opportunità d'affari nel ramo immobiliare (Caltagirone). La gestione Donnet viene considerata insufficiente a garantirle un ruolo di peso tra i grandi colossi europei, un declino causato proprio dai suoi azionisti, che negli ultimi decenni non hanno mai mollato la presa sul capitale».

GRECO SI DIFENDE: “GIUDICI CORPORATIVI E AUTOREFERENZIALI”

Milena Gabanelli intervista per il Corriere della Sera il Procuratore capo di Milano Francesco Greco. È la prima volta che il magistrato parla sui giornali del caso Davigo-Storari e della Loggia Ungheria. Si difende punto per punto sul merito della complicata vicenda e ammette che la magistratura appare sempre più corporativa e autoreferenziale. Ecco alcuni passaggi chiave.  

 «Amara è l'artefice della diabolica operazione di depistaggio all'interno del processo Eni, e il rivelatore della fantomatica loggia Ungheria, dove spiattella una lista di 70 nomi: magistrati, giudici, politici, imprenditori, giornalisti. Il pubblico ministero che segue l'indagine Paolo Storari passa i verbali secretati al consigliere Davigo. La slavina fa il suo percorso silenzioso, e quando emerge, in Procura è valanga: Greco finisce sulla graticola e Storari al consiglio di disciplina. Alla fine poi al Csm Storari ha raccontato che non c'era nessuna inerzia investigativa, ma che si era consultato con Davigo perché era preoccupato, e quindi non è stato punito. Perché invece lei lo ritiene un atto così grave? «Tutti eravamo preoccupati, anche di capire il senso della collaborazione di Amara, ma aver fatto uscire dal perimetro del segreto investigativo dei verbali secretati è un atto irresponsabile, tanto più per un magistrato inquirente, e ha pregiudicato le indagini. Mentre ancora c'è nebbia sul dove, quando e perché Storari e Davigo si siano scambiati sottobanco i verbali, una cosa è sicura: l'uscita era nell'interesse di Davigo che non si è preoccupato assolutamente della sorte del procedimento e quando ha lasciato il Csm quei verbali li ha abbandonati. Fatto imbarazzante». A Brescia però Storari l'ha accusata proprio di voler rallentare le indagini, se non è vero perché il Procuratore non ha ancora archiviato? «Spero che provveda, visto che la versione di Storari contrasta con la ricostruzione storica dei fatti,che ho documentalmente provato. Nessun sollecito, nessun contrasto, nessuna inerzia è emersa perché non c'è mai stata. Anzi faccio notare che è stato il sottoscritto a sbrogliare la questione delle iscrizioni imponendo quella di Amara e dei suoi sodali per Ungheria, mentre Storari le aveva volontariamente omesse. Infine, quando ha proposto un cronoprogramma investigativo, lo ha potuto eseguire con la collega Pedio senza alcun limite». Ma se un magistrato temesse che il suo capo voglia mettersi di traverso cosa dovrebbe fare? «Si seguono le regole e si mette tutto per iscritto. Storari non ne ha rispettata nessuna. E quando si agisce senza un protocollo, puoi variare la doglianza a seconda del bisogno, e il consigliere del Csm può diffamare, così come è successo, senza che ci sia la possibilità di una replica dell'interessato. La consegna clandestina infatti ha consentito di costruire una narrazione totalmente priva di riscontri, poi crollata come un castello di sabbia. Quando i magistrati violano le regole che agli altri si impone di rispettare, è un fatto gravissimo e pericoloso». Quando ha incaricato Storari di indagare su chi avesse fatto arrivare quei verbali ai giornalisti, lui non si è astenuto perché non pensava che fossero gli stessi che aveva dato a Davigo, e il Csm ha creduto alla sua buonafede. Lei invece non ci crede, perché? «Penso che sia la Procura Generale che il Csm non avessero la lettera anonima (agli atti delle Procure di Roma e Brescia) che accompagnava la seconda consegna dei verbali al Fatto, e che non lasciava dubbi sulla loro provenienza, riportando nel dettaglio tutti i colloqui avuti da Davigo con soggetti istituzionali e con diversi colleghi, nonché l'indicazione precisa che provenivano dalla Procura di Milano. Anch' io dell'esistenza di questa lettera, detenuta in originale unicamente da Storari, ne sono venuto a conoscenza solo recentemente. Inoltre, trattandosi di stampe di file word, potevano essere usciti solo dai nostri uffici, tant' è che, ipotizzando un hackeraggio, disposi accertamenti tecnici che non vennero eseguiti. Infine quando abbiamo intercettato la segretaria di Davigo, Storari che a quel punto non aveva più scuse, ha acconsentito che si facessero le intercettazioni per un reato che sapeva non essere mai stato commesso: accesso abusivo a sistema informatico» Storari è noto per la sua scrupolosità e dedizione, pensa che sia stato manipolato da Davigo? E a quale scopo? «Non lo so e non mi interessa. Ho sempre stimato Storari e avuto con lui un ottimo rapporto. A dimostrazione del clima di fiducia reciproca, lui stesso in una email (successiva alla consegna dei verbali) si oppone alla mia proposta di potenziare il pool investigativo asserendo di trovarsi molto bene a lavorare con la collega Pedio e con me. Quindi mai mi sarei aspettato una coltellata nella schiena. Ha tradito anche la fiducia della collega, ha messo in difficoltà tutte le Procure (Roma, Perugia, Catania, Reggio Calabria, Potenza e Firenze) con le quali collaboravamo in coordinamento investigativo... mentre i verbali "circolavano" per Roma». Nella lettera di solidarietà a Storari firmata da 56 magistrati su 64 c'è scritto che il problema è la mancanza di chiarezza. Dove nasce questo malessere? «Premesso che quel documento firmato io non l'ho mai visto e addirittura il Csm ne parla senza che sia stato prodotto, la presunta mancanza di chiarezza era ed è dovuta al fatto che io non ho voluto diffondere direttamente la mia versione dei fatti, che peraltro è l'unica che si fonda su documenti e circostanze storiche. Ho preferito seguire i canali istituzionali. Devo però constatare con amarezza che il rigore non sempre paga, visto che per mesi è stata fatta circolare una versione dei fatti fondata sul nulla, provocando un danno enorme a tutto l'ufficio». Però rivela anche un disagio che covava da tempo, non crede? «È vero, ma è difficile essere a proprio agio in un ufficio mantenuto dal ministero e dal Csm costantemente sotto organico sia di magistrati e Vpo (magistrati onorari), che di personale amministrativo. Milano già in partenza ha una pianta organica insufficiente in relazione agli affari e alla popolazione, e ben diversa da quelle di uffici che hanno lo stesso carico di lavoro se non largamente inferiore. Le Istituzioni non hanno mai risposto alle mie richieste ufficiali, né hanno sentito il dovere di sanare, nonostante gli impegni presi, l'improvvisa uscita di sei magistrati verso la Procura Europea. Ad oggi, mancano ben 14 magistrati!». Non pensa che sia anche un po' colpa sua se non si è creata quell'integrazione necessaria fra i dipartimenti molto specializzati che lei ha messo in piedi? «Intanto mi trovi lei un altro posto dove è possibile maturare specializzazioni diverse senza restare inchiodati tutta la vita alla stessa sedia. Detto questo, sicuramente ho commesso errori, a partire dalla volontà (non condivisa da tutti) di modernizzare la Procura informatizzandola, e con la creazione di un dipartimento dedicato ai reati transnazionali. Così come ho sottovalutato la diffusione sempre più estesa di una mentalità che risponde a logiche più burocratiche rispetto a quelle in cui ho maturato la mia esperienza professionale. Probabilmente non ho nemmeno colto il cambiamento culturale della magistratura, sempre più corporativa e autoreferenziale, e che trova il suo contraltare nelle circolari del Csm».

BERLUSCONI: FORZA ITALIA E IL GARANTISMO

Silvio Berlusconi completa, con il suo quarto lungo articolo per il Giornale, la descrizione dei valori fondamentali di Forza Italia. Dopo Libertà, Identità cristiana ed Europeismo, oggi si occupa di Garantismo.  

«Scriveva Piero Calamandrei che nelle aule dei Tribunali il Crocifisso non dovrebbe stare appeso alle spalle del collegio giudicante ma, al contrario, «in faccia ai giudici, ben visibile nella parete di fronte, perché lo considerino con umiltà mentre giudicano e non dimentichino mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente». Questo terribile pericolo - evocato dal più grande giurista italiano del '900, uno dei padri della nostra Costituzione - è esattamente la ragione per la quale noi abbiamo incluso il concetto di garantismo, insieme a quelli di liberalismo, di cristianesimo e di europeismo, fra i principi fondanti di Forza Italia. Come ho spiegato nei tre articoli precedenti, a legare fra loro questi quattro concetti c'è l'idea di sacralità della persona. L'idea che ogni essere umano sia portatore di diritti assoluti, primo fra i quali quello alla libertà. Lo Stato esiste appunto per tutelare la libertà degli individui, e può limitare tale libertà solo quando questa limitazione è indispensabile per tutelare la libertà e i diritti degli altri da una violazione o una prevaricazione. Lo Stato per i liberali è importante, non siamo certo anarchici, ma la principale funzione dello stato liberale è proprio quella di tutelare i diritti delle persone, diritto alla vita, all'incolumità personale, alla proprietà ecc., fermando e punendo chi li mette in pericolo. Lo Stato ha la titolarità dell'uso legittimo della forza, anche la forza delle armi nei casi estremi, ma soltanto allo scopo di tutelare la libertà e i diritti di ogni cittadino quando sono messi in pericolo. Perseguire o condannare un innocente è il peggior crimine che lo Stato possa commettere. Significa privare un essere umano della libertà, degli affetti, del lavoro, dei beni, in molti casi della dignità e della considerazione sociale. Significa anche venir meno alla funzione stessa dello Stato, che rinuncia a perseguire i veri colpevoli, i veri criminali, e quindi a proteggere e a difendere la vita, le proprietà, i legittimi diritti delle persone. Significa addirittura incoraggiare il crimine, distogliendo mezzi, risorse umane, denaro per accanirsi contro persone innocenti. Tuttavia le istituzioni create dall'uomo sono per definizione imperfette, gli esseri umani sono fallibili, il miglior investigatore, il più onesto e professionale, può comunque commettere un errore. La realtà è spesso difficile da interpretare, chi crede di aver individuato un colpevole è naturalmente portato anche in buona fede - a cercare prove che rafforzino la tesi della colpevolezza, non certo quelle dell'innocenza. Per questo è necessario un giudice terzo, distaccato rispetto sia alle ragioni di chi accusa che di chi si difende, in grado di applicare al caso concreto, serenamente e senza pregiudizi, la norma giuridica, che deve sempre essere generale e astratta. Per questo chi giudica non può essere collega e amico di chi accusa. Una netta distinzione fra le due funzioni, quella inquirente e quella giudicante, è l'unica garanzia che il giudice sia davvero equidistante. Cioè lontano tanto dall'accusatore quanto dall'accusato. Ma la fallibilità umana può entrare in gioco anche in questo caso: non solo chi accusa, ma anche chi giudica, può sbagliare in buona fede (in Italia abbiamo una grande maggioranza di magistrati onesti e preparati), può essere condizionato da un pregiudizio, oppure per esempio dall'incapacità dell'accusato - anche se innocente - di far valere le proprie ragioni. Non bisogna mai dimenticare che una persona perbene soffre la condizione di imputato, e ancor più la carcerazione, in modo ben diverso da un delinquente abituale, che in qualche modo la mette in conto. La paura, la vergogna, la sofferenza possono indurre anche a comportamenti controproducenti o autolesionisti. Per questo è necessario che vi siano più gradi di giudizio, perché gli eventuali errori di un giudice possano essere corretti da un altro giudice di livello superiore. Per questa stessa ragione l'uso della carcerazione preventiva deve essere limitato al massimo e non dovrebbe mai essere ammesso se è finalizzato al solo scopo di ottenere una confessione. La presunzione di innocenza non è un principio astratto, è una necessità concreta per il corretto funzionamento di un sistema giudiziario. Significa che nessun cittadino può essere considerato colpevole fino alla sentenza definitiva e fino a quel momento non deve perdere nessuno dei suoi diritti. Tanto meno può essere messo in carcere, a meno che non ci siano forti e fondate ragioni per ritenere che possa fuggire o commettere altri gravi reati. Ma questa dev' essere l'eccezione, non la regola. Significa anche che è l'accusa a dover provare la colpevolezza di un cittadino, non è mai la persona accusata a dover dimostrare la propria innocenza. Anche perché dimostrarla può essere estremamente difficile per chi non ha i mezzi, il denaro, gli strumenti di indagine a disposizione dell'accusa». 

APPELLO PER LA PACE IN ETIOPIA

Si consuma il dramma dell’Etiopia nell’indifferenza del mondo. Appello del Papa per la pace. La cronaca del Manifesto è di Fabrizio Floris.

«L'essere umano accetta a stento di vedere i suoi simili morire uno alla volta, non si sa perché, ma quando si supera la soglia fatidica dell'uno diventa troppo: è quello che sta accadendo in Etiopia dove non si muore più come umani, ma come formiche. Decine, centinaia alla volta. Martedì in un villaggio vicino Dabat nella regione Amhara sono stati uccisi 125 civili secondo quanto riportato dalla Reuters i responsabili sono, in base a testimonianza locali, le forze ribelli del Tigray, ma i tigrini smentiscono sostenendo che si tratta di «accusa fabbricata» dal governo regionale di Amhara. Militari del Tigray, secondo il ministro degli esteri etiope, «hanno cercato di entrare nelle regioni di Benishangul Gumuz e Amhara attraversando il confine sudanese», ma sarebbero stati catturati e alcuni avrebbero con loro documenti di riconoscimento dell'Unhcr. Un funzionario dell'Alto Commissariato ha dichiarato a France-Presse che «dall'inizio del conflitto sono state messe in atto procedure di controllo alla frontiera e tutti i militari sono stati disarmati e separati dalla popolazione civile», ma non siamo in grado di verificare la notizia, tuttavia ha precisato che «le accuse di addestramento militare nei campi profughi sono infondate». Resta grave la situazione anche sul piano umanitario. Secondo l'ufficio di coordinamento degli aiuti delle Nazioni Unite Ocha dal 12 luglio sono riusciti a passare meno del 10 per cento dei camion che avrebbero dovuto raggiungere le popolazioni colpite da mesi di combattimenti. Il coordinatore umanitario in carica in Tigray, Grant Leaity, ha affermato che, in conformità con il diritto umanitario internazionale, «tutte le parti in conflitto devono consentire e facilitare il passaggio rapido e senza ostacoli di aiuti umanitari imparziali per evitare questa catastrofe incombente». Il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price ha esortato «il governo etiope e il Tplf ad avviare immediatamente negoziati senza precondizioni verso un cessate il fuoco sostenibile». Anche Papa Francesco è di nuovo intervenuto sulla crisi in Etiopia mercoledì 8 settembre in occasione dell'udienza generale: «rivolgo, ha detto il Papa, al popolo etiope il mio più cordiale e affettuoso saluto, in modo particolare a quanti soffrono a motivo del conflitto in atto e della grave situazione umanitaria da esso causata. Sia questo un tempo di fraternità e di solidarietà in cui dare ascolto al comune desiderio di pace». In occasione del capodanno etiope dell'11 settembre 24 organizzazioni etiopi della società civile hanno lanciato un appello collettivo per la pace in Etiopia. È la prima volta nel Paese che la società civile lancia un appello collettivo per la pace e la cessazione delle ostilità. «Le cause profonde che hanno dato origine al conflitto non saranno risolte in modo sostenibile attraverso la guerra e la violenza» hanno dichiarato. Sul piano diplomatico l'Igad (Autorità intergovernativa per lo sviluppo nel Corno d'Africa) ha chiesto al presidente del Sud Sudan, Salva Kür, di mediare il conflitto in corso in Etiopia. Kür ha accettato l'incarico. Il premier etiope Abiy Ahmed ha trascorso il capodanno con i militari etiopi perché ha dichiarato «tutto il nostro esercito agisce per la nazione e tutto il Paese è con l'esercito». La stagione delle piogge sta finendo e questo potrebbe dare un ulteriore impulso al conflitto: il capodanno è arrivato, ma il nuovo in Etiopia ancora non si vede».

VIAGGIO PAPALE IN SLOVACCHIA E UNGHERIA

Parte oggi papa Francesco per un viaggio nel cuore dell’Europa. Incontrerà anche Orbán, ma non in forma ufficiale. Domenico Agasso su La Stampa.

«Oggi papa Francesco giunge nel cuore dell'Europa - e del nazionalismo - per incoraggiare alla solidarietà in tempi di crisi internazionali e questioni migratorie. E le diplomazie vaticana e ungherese sono in fibrillazione. Stamattina a Budapest ci sarà l'attesissimo faccia a faccia (che alcuni alla vigilia mettevano in dubbio) tra Jorge Mario Bergoglio e Viktor Orbán, nella prima giornata del viaggio papale (il 34° del pontificato) che proseguirà già oggi in Slovacchia fino a mercoledì, due mesi dopo l'intervento al colon. L'incontro tra Francesco e il premier ci sarà, come da programma. Ma avrà forma ed esito incertissimi e imprevedibili. Il Pontefice e il suo entourage non hanno mancato occasione in questi mesi di ribadire che Bergoglio non compie una visita di Stato in Ungheria: la sua presenza di poche ore nella capitale è per celebrare la Messa conclusiva del 52/o Congresso eucaristico internazionale. Il Pontefice sarà a tu per tu con Orbán - «informalmente», evidenziano vari alti prelati - presso il Museo delle Belle Arti insieme al presidente della Repubblica Janos Ader, come conferma il direttore della Sala stampa della Santa Sede Matteo Bruni. Questo viaggio «sarà un pellegrinaggio spirituale. Non bisogna mischiare elementi che possano travisarne la natura. La centralità del pellegrinaggio eucaristico caratterizzerà tutta la visita, in Ungheria e Slovacchia», puntualizza il Portavoce vaticano, a scanso di equivoci politici. Dalle Sacre Stanze emerge una voce e un pronostico unanimi: la stretta di mano e il colloquio non saranno propriamente graditi a Francesco. Il Papa non ha intenzione di essere strumentalizzato a fini propagandistici da un primo ministro noto per avere visioni distantissime dalle sue in tema di immigrazione e solidarietà, promotore della chiusura delle frontiere - «costruttore di muri che dividono», per usare il linguaggio bergogliano - così come fautore di una limitazione delle libertà individuali e di espressione. Populista ed euroscettico, oltre a essere agli antipodi di Francesco dal punto di vista umanitario e sociale, Orbán è anche leader della galassia cattolica tradizionalista e sovranista, spesso in forte e dura opposizione al pontificato argentino. Francesco ha anticipato all'Angelus di domenica alcuni messaggi che pronuncerà nei prossimi giorni: ha invocato i «tanti eroici confessori della fede» dei due Paesi, «i quali testimoniarono in quei luoghi il Vangelo tra ostilità e persecuzioni», affinché «aiutino l'Europa a testimoniare anche oggi, con opere di misericordia, il buon annuncio del Signore che ci ama e ci salva». È uno dei moniti che Francesco lancerà all'Europa, in due Stati dove i cattolici sono maggioranza (61,19% in Ungheria e 73,71% in Slovacchia): dimostrarsi cristiana non solo a parole «ma soprattutto con i fatti», dunque con atti «di accoglienza». Pensando alle migliaia di profughi in arrivo non solo dall'Afghanistan».

FRANCESCO, BENEDETTO E L’IDEA DI EUROPA

Il Corriere della Sera pubblica l’introduzione di papa Francesco ad un libro che raccoglie scritti di Joseph Ratzinger sull’Europa, presto in libreria a cura di Pierluca Azzaro.

«Il Papa emerito delinea qui magnificamente quella «idea d'Europa» che ha indubbiamente ispirato i suoi Padri fondatori e che sta alla base della sua grandezza ed il cui definitivo offuscamento sancirebbe il suo complessivo e irreversibile declino. Perché - questo ci insegna forse meglio di altri proprio colui che volle assumere il nome di Benedetto, anche per richiamare l'Europa alle sue radici -, alla base dell'Europa, della sua creatività, della sua sana prosperità e, prima di tutto, della sua umanità c'è l'umanesimo dell'incarnazione; scrive Joseph Ratzinger che «la figura di Gesù Cristo sta al centro della storia europea ed è il fondamento del vero umanesimo, di una nuova umanità. Perché se Dio è divenuto uomo, allora l'uomo acquisisce una dignità del tutto nuova. Se l'uomo invece è solo il prodotto di un'evoluzione casuale, allora la sua stessa umanità è un caso e così a un certo punto sarà possibile sacrificare l'uomo per scopi apparentemente superiori. Ma se Dio però ha creato e voluto ogni singolo uomo, le cose stanno in modo completamente diverso. E se Dio stesso è divenuto un uomo, se addirittura ha patito per l'uomo, allora l'uomo partecipa alla dignità propria di Dio. Chi erra su cosa è l'uomo, attacca Dio stesso». Al di là di tante parole e di proclami altisonanti, oggi in Europa va sempre più smarrendosi proprio l'idea del rispetto di ogni vita umana a partire dalla perdita della consapevolezza della sua sacralità, cioè proprio a partire dall'offuscamento della coscienza che siamo creature di Dio. Benedetto XVI non ha paura di denunciare negli anni con grande coraggio e lungimiranza le tante manifestazioni di questa drammatica rinuncia all'idea di creazione, sino alle attuali, ultime conseguenze, descritte in modo assolutamente chiaro e convincente nel testo introduttivo. Il volume, pur intriso di grande realismo, non si chiude con pessimismo e tristezza; al contrario: «Un motivo della mia speranza - scrive - consiste nel fatto che il desiderio di Dio, la ricerca di Dio è profondamente scritta in ogni anima umana e non può scomparire. Certamente, per un certo tempo, si può dimenticare Dio, accantonarlo, occuparsi di altre cose; ma Dio non scompare mai. È semplicemente vero quanto dice sant' Agostino, che noi uomini siamo inquieti finché non abbiamo trovato Dio. Questa inquietudine anche oggi esiste. È la speranza che l'uomo sempre di nuovo, anche oggi, si ponga in cammino verso questo Dio». Così, svelandoci il segreto della sua letizia in questi tempi difficili, Benedetto XVI ci indica anche la strada da percorrere per la rinascita dell'Europa». 

SOCCI E LA SENTENZA SUL CROCIFISSO

Venerdì 10 settembre avevo mancato di segnalare qui nella Versione un commento di Antonio Socci sulla sentenza della Cassazione, in tema di crocifissi nelle aule. Colmo ora la lacuna.

«Il pronunciamento della Corte significa che «non esiste un divieto di affissione costituzionalmente fondato». Tuttavia c'è un "ma". Secondo la Cassazione la circolare del dirigente scolastico, che decreta il «puro e semplice ordine di affissione del simbolo religioso», non è «conforme al modello e al metodo di una comunità scolastica dialogante che ricerca una soluzione condivisa nel rispetto delle diverse sensibilità». È tale comunità a dover decidere «in autonomia di esporlo», magari «accompagnandolo con i simboli di altre confessioni presenti nella classe» e comunque cercando un «ragionevole accomodamento tra eventuali posizioni difformi». Così però - secondo il Centro Livatino - la Cassazione «si fa creatrice di una norma più che interprete di quelle esistenti», dunque occorre un intervento del Parlamento. Cambio di calendario? Del resto mettere ai voti i simboli religiosi può aprire la strada a situazione surreali. Il calendario scolastico, per esempio, prevede la chiusura ogni domenica (festività cristiana) e poi vacanze scolastiche da Natale all'Epifania e a Pasqua. Domani si metteranno ai voti? Pure il computo degli anni adottato dalla scuola (e dalla comunità civile) parte dalla nascita di Gesù. Islam e altre religioni hanno computi diversi. Va tutto ai voti? Anche i programmi scolastici? Nella sentenza della Cassazione sembra esserci una contraddizione: la seconda parte considera il crocifisso un simbolo confessionale (così si arriva alle conclusioni che abbiamo visto). Invece nella prima parte si sottolinea il significato della presenza del crocifisso in un'aula scolastica rimandando alla nostra tradizione culturale e alla nostra identità nazionale. Infatti quel simbolo nelle aule non riguarda tanto la fede dei cristiani che comunque il crocifisso lo portano nel cuore o al collo, quanto la nostra cultura, l'identità del nostro popolo, quindi tutti. Non sono i crocifissi a stare appesi ai muri. C'è una canzone di Gianna Nannini che parla di «muri appesi ai crocifissi». In effetti sono i muri della nostra civiltà ad essere appesi al Crocifisso. Senza di lui viene giù tutto, non sappiamo più chi siamo. La nostra storia e la nostra identità sono impregnate di cristianesimo. La letteratura, l'arte, la filosofia, la storia, la musica che studiamo e pure la scienza fioriscono nell'alveo cristiano. Università e ospedali nascono dalla storia cristiana e così pure il concetto di Europa. Addirittura la lingua italiana ha come origine e paradigma un poema che celebra il cattolicesimo: la Divina Commedia. La stessa laicità dello Stato e l'idea di democrazia hanno alla base il concetto di Regno di Dio e di persona umana portati da Gesù Cristo. Il vate della cultura laica, Benedetto Croce, nella nota opera Perché non possiamo non dirci cristiani scriveva: «Il Cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l'umanità abbia mai compiuta... E le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni... non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana, in relazione di dipendenza da lei, a cui spetta il primato perché l'impulso originario fu e perdura il suo». (…) Il più bell'articolo in difesa del Crocifisso nelle aule scolastiche, apparve sull'Unità sotto il titolo "Non togliete quel Crocifisso", e fu scritto da una scrittrice ebrea, la bravissima Natalia Ginzburg: «Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente... Il crocifisso è simbolo del dolore umano. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo». Paradossalmente, il filosofo più anticristiano, Nietzsche, lo confermava con rancore: «L'individuo fu tenuto dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare... questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo vuole giungere appunto a far sì che nessuno venga sacrificato». Dunque siamo tutti appesi al Crocifisso».  

Leggi qui tutti gli articoli di domenica 12 settembre:

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