La Versione. Ultimo miglio

Breve sguardo ai giornali di oggi 12 febbraio

Sulle prime pagine dominano le parole “Draghi” e “sì”. Avvenire: “Ultimo sì sciogli riserva”. Corriere della Sera: “Draghi alla stretta finale”. Il Manifesto cita una telefonata di altri tempi con foto di Grillo: “Abbiamo un banchiere”. Ma il via libera della base grillina attraverso il voto della piattaforma Rousseau (60 a 40, hanno votato in 74mila537) è letto come una spaccatura. Soprattutto per un giornale vicino come Il Fatto di Marco Travaglio: “Insalata Rousseau. 5Stelle spaccati 60 a 40”. Il Quotidiano Nazionale usa il termine “scissione”. L’anti Papa del possibile scisma a 5Stelle è Alessandro Di Battista, detto Dibba, che ha annunciato a caldo di andarsene dal MoVimento. La Stampa: “Rousseau vota Draghi, Dibba se ne va”. Il Giornale: “Di Battista scappa”. Il Tempo è terremotato: “A Draghi lasciate solo macerie”.

Sul fronte grillino, il racconto del video di Di Battista ieri sera, molti gli inviti a non lasciare. Segnalo l'intervista del Corriere a Casaleggio, che in sostanza invita Di Battista a stare dentro e a condizionare il Movimento: «Alessandro è fondamentale per il Movimento. È una persona che stimo, in grado di portare avanti con coerenza i principi e le battaglie del Movimento. Questa sua scelta dimostra per l'ennesima volta l'onestà intellettuale di Alessandro ed è proprio di questa coerenza che ha bisogno il Movimento. Chi oggi guida l'azione politica del Movimento dovrà fare in modo di non gestire questo momento con arroganza o la larga parte contraria a questa scelta potrebbe allontanarsi».

Bel ritratto di Marco Imarisio sempre sul Corriere dell'uomo del momento. «(...)E si potrebbe andare avanti, con la tiritera del Che Guevara di Roma nord, «le spremute di umanità», con il libro su Bibbiano che stiamo ancora aspettando, con l'indubbia tendenza a piacersi molto. In questi anni è stato spesso rivoltato come un calzino, Alessandro Di Battista, tanto per citare un esergo della cultura giustizialista a lui cara. Spesso è stato preso in giro per le sue uscite di politica estera, dall'ammirazione per la Cina a quella per i Gilet gialli, tutto purché contro L'Europa e in subordine gli Stati Uniti, mai amati sulla scia delle suggestioni paterne. Il fuoco è stato quello amico, o presunto tale».

L'altro grande tema è come sarà alla fine questo governo Draghi che sta per essere svelato nella sua composizione. Sulla carta ha una stragrande maggioranza parlamentare, ma chi siederà su quelle poltrone? Leader e partiti sono in ansia. Francesco Verderami sul Corriere spiega che è questa la vera novità: il governo dei due presidenti. «Ieri Sergio Mattarella ha disdetto tutti gli appuntamenti e si è chiuso (da solo) nel suo studio al Quirinale. Nelle stesse ore Mario Draghi era (da solo) nell'ufficio che gli è stato riservato a Bankitalia. Oggi pomeriggio si ritroveranno insieme per ufficializzare la nascita del «governo dei due presidenti», una formula che non ha precedenti nella storia repubblicana, assai diverso dai gabinetti tecnici di Carlo Azeglio Ciampi, Lamberto Dini e Mario Monti. (…) La novità non sarà legata al dosaggio tra tecnici e politici di cui si comporrà il suo gabinetto. Non si ritroverà neppure nel numero di ministri che ne faranno parte, una ventina. Le differenza sta nella volontà di Draghi di presentarsi con il suo programma solo quando entrerà in Parlamento. Sta nella decisione di scegliersi la squadra senza mediazioni. L'ex presidente della Bce sa che i partiti stanno soffrendo questa condizione, lo vede dai loro atteggiamenti, dalle liste che gli vengono inviate per gli incarichi, da certe aspettative che sono inversamente proporzionali alla qualità necessaria per governare il Paese in questa difficile fase. »

Claudio Tito su Repubblica racconta persino che Draghi è andato a fare le sue telefonate al Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, a Parioli. La Caserma garantisce il segreto, molto più del colabrodo dell'ufficio a Montecitorio.

Per Michele Ainis, costituzionalista su Repubblica, in realtà è un governo perfettamente in linea con la Costituzione. «È una fase eccezionale, quella che stiamo attraversando? No, è un passaggio normale, legale, regolare. Anche se sconvolge riti e liturgie cui siamo avvezzi da decenni. Anche se i partiti osservano basiti le mosse del presidente incaricato, cercando d'indovinarne le intenzioni, anziché orientarle con ordini e diktat. Ma dopotutto è questa l'indicazione offerta dai costituenti, riflette il procedimento seguito passo passo da Mattarella e Draghi per la formazione del nuovo esecutivo. Ed è questa la lezione che ormai possiamo trarne: la rivincita della Costituzione scritta su quella deformata nella prassi. Ecco perché ovunque monta un'onda di stupore, se non di smarrimento. In Italia non c'è nulla di più rivoluzionario che l'applicazione della legge».

Alla fine arriva anche il sì dal Fatto di Travaglio, che, un po' come Casaleggio sul Corriere, chiede però segnali di discontinuità: «Se Draghi otterrà la fiducia in Parlamento (e noi auspichiamo di sì), sarà perché il suo è un governo nuovo, con un presidente di comprovata esperienza economica e capacità operative in Europa, ma in specie perché è un governo di continuità (la riprova è la svolta della Lega) fondato sulla attenzione agli attori della democrazia rappresentativa».

La Stampa, sempre molto informata sugli interna corporis dei due Presidenti, segnala, a differenza degli altri, due cose: la prima è che Conte è in ripresa, potrebbe addirittura andare alla Farnesina. Due: che Salvini già scalpita e che potrebbe essere la "mina vagante" del prossimo esecutivo. Tutti concordi sui tempi: lista e giuramento entro il fine settimana.