La Via Crucis dei bambini

Venerdì santo con i piccoli a San Pietro. Record di vaccinazioni. La spy story arriva a Spinaceto. Conte presenta la sua rifondazione. Salvini il suo Rinascimento. Wall Street ai massimi

Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina sono state fatte 302 mila 558 vaccinazioni. È un record assoluto, segno che finalmente la campagna vaccinale sta entrando nel vivo. Questo spiega anche l’allarme, poi di fatto rientrato, lanciato in un primo tempo dalle Regioni Lazio e Veneto sulla mancanza di dosi. Si accelera ma questo non significa che tutto vada bene. Torino oggi è sui quotidiani per due storie: la tragica fine dei genitori del sindacalista della Fiom Airaudo e la festa in collina di alcuni giovani calciatori della Juventus. Sulla prima vicenda non perdetevi la Versione del Venerdì, dedicherò il commento a questa vicenda. Ponendo una domanda sul ruolo dei medici curanti nella lotta alla pandemia. Intanto stamane sui quotidiani parlano sia Speranza che Gelmini. Zangrillo torna ad attaccare la “drammatizzazione” dei giornalisti, che danno le notizie sui decessi da Covid (ieri comunque 500).   

Più che un giallo alla Forsyth sembra una commedia all’italiana. I parenti da Pomezia che spiegano, la pen drive scambiata nel parcheggio, la linea di difesa che tanto i russi già sapevano tutto e non è stato rilevato nulla di importante.  E poi nei fiumi di indiscrezioni che fluiscono sui giornali stamattina, la ricostruzione degli agenti russi che andavano a Spinaceto, quartiere periferico ad un passo dall’Eur. Ma forse è sempre così: la realtà dello spionaggio è più vicina alla vita normale rispetto ai film americani.  

Chissà perché, appena un politico italiano va all’estero parla di Rinascimento. Era già successo a Renzi, pensate un po’ davanti al principe saudita. Ieri è toccato all’altro Matteo, che vorrebbe un nuovo Rinascimento con Viktor Orbán. Dunque Salvini, nonostante l’appoggio a Draghi, non si è proprio convertito del tutto all’europeismo. Ieri è volato a Budapest, e c’era anche il premier polacco conservatore Morawiecki, per un vertice che ha avuto il sapore della fondazione di una nuova “famiglia” di partiti europei. Orbán è appena uscito dal gruppo dei Popolari europei e il leader della Lega sembrava in procinto di entrarvi. Invece ieri il summit ungherese in nome del Rinascimento. Ma il polacco ha frenato, d’accordo con la nostra Meloni. In effetti di politica sui giornali di oggi si parla soprattutto per il primo discorso di Conte da leader dei 5 Stelle: il suo manifesto della rifondazione del Movimento è stato centrato sul rapporto col Pd, ma anche su un’identità europeista e verde. Ha evitato polemiche con Casaleggio e non ha parlato del doppio mandato.

Oggi Venerdì santo, la via crucis sarà a san Pietro e non al Colosseo. Le meditazioni alle Stazioni sono state preparate da bambini, con testi e disegni. Ma Papa Francesco è sulle cronache anche per un’altra notizia: ieri ha scelto di dire la Messa del Giovedì santo a casa dell’ex prefetto della Congregazione delle Cause dei santi defenestrato dopo lo scandalo del palazzo londinese di Sloan Avenue. Riabilitazione (certi aspetti dell’inchiesta potrebbero farlo intravedere)? Attenzione alla persona? Consuetudine cui non ha voluto rinunciare? Ci vorrà tempo per capirlo. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera rilancia un allarme, per la verità poi fatto rientrare da chi l’aveva lanciato: Le Regioni: dateci più vaccini. Mentre La Stampa pensa alle vacanze: Virus, il governo accelera. Si studia il pass regionale. Il Messaggero sottolinea un report dell’Organizzazione mondiale della Sanità che per una volta certifica una realtà: «Europa bocciata sui vaccini». Libero si arrovella perché il leader leghista sarebbe raggirato: Draghi prende in giro Salvini. Il Giornale rilancia il primario del San Raffaele che torna a dire la sua: L’allarme di Zangrillo. Il Mattino pensa ad informare i napoletani: Campania verso l’arancione, dal 7 aprile riapre la scuola. Mentre il Quotidiano nazionale si lamenta delle scadenze delle imposte: Le tasse beffa dopo un anno di crisi. A proposito di economia, il Manifesto stigmatizza la decisione unanime delle commissioni Difesa di Camera e Senato di dirottare fondi del Recovery Plan nel bilancio della Difesa: Ecobombe. Il Sole 24 Ore avverte: Wall Street record, S&P oltre 4 mila. La Repubblica è ancora affascinata dalla spy story romana: Spiati da ottanta agenti russi. Il Fatto celebra la prima uscita dell’ex premier, nuovo leader del Movimento rifondato: Il Conte Verde. Mentre La Verità attacca Enrico Letta: Gioco sporco del Pd contro la Lega. Il Domani affronta il caso giustizia: Milano è il nuovo fronte del caso Palamara: assedio al procuratore capo Greco. Avvenire ci ricorda il Venerdì santo: La Croce di tutti.

RIGORISTI E APERTURISTI. PARLANO SPERANZA E GELMINI

L’espressione “chiusuristi”, con buona pace del leghista Borghi che l’aveva lanciata, è proprio brutta. Stamattina il ministro Speranza nell’intervista col Corriere usa il termine “rigorista”. Come diceva Nanni Moretti, in Palombella rossa, “le parole sono importanti”.

«Salvini? Non faccio mai polemica, ma penso che nessuno dovrebbe soffiare sul fuoco dell'inquietudine, del tormento di tanti italiani. Di fronte alla difesa della salute dobbiamo unire il Paese e non dividerlo, perché la battaglia è ancora complicata». I cittadini sono stremati. «Vedo bene che un bel pezzo di Paese è in forte sofferenza. Sono consapevole che ogni mia scelta provoca un sacrificio e che ci sono settori in grande difficoltà, per cui ritengo che sostegni economici mirati siano fondamentali. Ma la maggior parte degli italiani capisce che queste misure, per quanto costose e dolorose, sono necessarie e io le assumo con animo sereno. Tutelare la vita non è un lavoro sporco, ho giurato sulla Costituzione per questo». Il decreto che chiude l'Italia fino al 30 aprile è una vittoria sua o di Salvini? «Sono scettico su questi derby tra rigoristi e aperturisti, il quadro è ancora molto serio e il punto è adeguare le misure alla situazione epidemiologica. La principale preoccupazione sono le varianti, quella inglese è arrivata all'86,7% di prevalenza e ha una capacità diffusiva maggiore del 37% rispetto al ceppo originario. Le misure rigorose sono una risposta necessaria, come scrive l'ISS». Perché si è battuto per chiudere i ristoranti, visto che la situazione è diversa tra una regione e un'altra? «I nostri scienziati ritengono che con queste varianti le zone gialle non siano in grado di piegare la curva. Potranno tornare solo quando avremo raggiunto un livello sufficiente di vaccinazioni». Salvini non si fida di lei: il suo rigorismo è ideologico? «Se sono ideologico io, lo sono anche Merkel, Macron e tutti i ministri della Salute del mondo costretti a firmare restrizioni. Qui l'ideologia non c'entra nulla, ogni misura è ponderata sulla base dei dati scientifici. Fidiamoci della scienza, che ci ha sempre guidati in questo anno difficile». (…) Perché non fissate una data per le riaperture? «Dobbiamo dire la verità, non possiamo suscitare illusioni che finiscono per rivelarsi un boomerang. Io però sono ottimista, grazie ai sacrifici di queste settimane e all'accelerazione della campagna di vaccinazione, già nella seconda parte della primavera vedremo risultati incoraggianti e staremo meglio». (…) La verità è che bisogna tenere chiuso perché, nonostante gli sforzi di Figliuolo e Curcio, la campagna vaccinale è ancora indietro? «La vaccinazione è l'arma decisiva per chiudere questa fase così difficile. Abbiamo superato le 280 mila dosi somministrate in un giorno e non c'è dubbio che dobbiamo accelerare ancora di più». I presidenti delle Regioni respingono le responsabilità e chiedono più dosi. «Stiamo facendo tutte le pressioni possibili perché le case farmaceutiche rispettino gli impegni. Nella seconda metà di aprile avremo finalmente le prime forniture di Johnson&Johnson, importante perché dà l'immunità con una dose sola. Ci aspettiamo oltre 50 milioni di dosi nel secondo trimestre e 80 nel terzo, che ci consentiranno una vera accelerazione». (…) Quando gli italiani potranno sentirsi al sicuro? «È realistico che entro fine estate ogni italiano che lo chieda sia stato vaccinato». Sul turismo avete fatto arrabbiare sia chi è partito per l'estero e al ritorno dovrà fare la quarantena, sia chi è rimasto. Le sembra giusto che in Italia possa spostarsi solo chi ha una seconda casa? «Il tema esiste, però i viaggi li abbiamo sempre sconsigliati quando non necessari. La quarantena è un deterrente, ma a partire per l'estero sono poche migliaia di persone, mentre se permettessimo una mobilità nazionale senza vincoli avremmo numeri incontrollabili. Per qualche settimana dovremo fare sacrifici».

Anche Mariastella Gelmini, Ministro degli Affari regionali, in questo caso su Repubblica, tiene a sottolineare che non c’è il derby fra rigoristi e aperturisti : non esistono “due partiti contrapposti”.

«Aprile sarà il mese del ritorno a scuola, almeno per buona parte degli studenti. Maggio però segnerà il progressivo ritorno alla vita. Non facciamo promesse campate in aria, ma stavolta siamo davvero all'ultimo miglio, ecco perché dobbiamo tenere duro. Gli italiani sono stanchi, dopo 13 mesi di sacrifici, lo capiamo. Adesso tuttavia si può pensare alle prime riaperture nelle prossime settimane». Mariastella Gelmini, ministro degli Affari regionali, Forza Italia, gestisce con pochi altri colleghi il dossier dell'emergenza. Non si sbilancia, ha tenuto in questo primo mese una linea di prudenza. «Con altri 8 milioni di vaccini in arrivo ad aprile avremo un cambio di passo». E il premier Draghi? «Sta compiendo un miracolo di mediazione tra sensibilità diverse tra loro». E per metà aprile, preannuncia, un nuovo scostamento probabilmente per altri 20 miliardi. L'Italia intanto resta in rosso o arancione fino a fine aprile, ministro Gelmini, ha vinto la linea dura dei chiusuristi? «No, il punto di sintesi trovato è la conferma che non esistono due partiti contrapposti. Siamo tutti impegnati per evitare altre vittime. Le decisioni le prendiamo sulla base dei numeri. E i quasi 24 mila contagi e i 501 morti di ieri dimostrano che non possiamo ancora aprire come avremmo voluto». 

LA BEFFA DEI FRAGILI E DEI MEDICI CURANTI

Repubblica si occupa della tristissima vicenda di Giorgio Airaudo, sindacalista torinese della Fiom. I suoi genitori, per la legge estremamente vulnerabili, lui con l’Alzheimer, lei con il Parkinson, sono morti di Covid, prima che si riuscisse a fare loro il vaccino. Se ne era occupato il loro medico curante, che aveva spedito una e-mail.

«Io ora sento un grande senso di vuoto, disperazione e, sì, anche di rabbia, che penso siamo in tanti a provare in questo momento in Italia. Un anno fa il vaccino non c'era, eravamo senza difese e ora penso che almeno uno di loro due con la prima dose forse si sarebbe salvato. Se la storia di Agostino e Lina può servire a qualcosa, allora a nome della mia famiglia chiedo al governo e a chi guida le Regioni di fermare il resto e vaccinare tutti i fragili, che non sono necessariamente gli anziani, ma anche persone giovani molto malate, anche diabetici gravi che rischiano la vita se prendono il virus. Angela Merkel ha chiesto scusa per un lockdown eccessivo. In Italia va invece in scena questa narrazione fatta di bollettini come "La Regione prima in classifica, la decima, la penultima". Io so solo che se i miei genitori fossero stati residenti nel Lazio sarebbero stati vaccinati». Le persone fragili meritano le scuse di chi governa? «I miei genitori, e come loro una generazione di anziani che ha dato moltissimo e chiesto molto poco, avrebbero avuto bisogno di più attenzione. Invece sono finiti in una specie di lotteria in cui il medico ti iscrive e nessuno sa quando e, soprattutto, con quali criteri sei convocato prima o dopo di altri». Trova che chi assiste anziani e fragili è stato dimenticato? «Nelle Rsa la scorsa estate è stato uno strazio, ma molti anziani sono assistiti con grandi sacrifici in famiglia. E chi si cura di loro ha diritto ad essere vaccinato affinché l'intero nucleo dei fragili sia protetto. Eppure in Italia non c'è neppure una legge sui caregiver. Invece viviamo in questa narrazione quotidiana costruita dagli spin doctor in cui in Piemonte si chiede di vaccinare i maturandi per raccogliere consenso quando a casa ci sono persone malate che non possono spostarsi e, come accade a Torino, ancora aspettano di sapere quando andrà qualcuno a vaccinarli. Un'amica in Liguria mi ha detto che dopo giorni di ansia ha affittato un'ambulanza, la madre la porterà così al centro vaccinale pur di non stare lì sperando in un sms».».

LA FESTA IN COLLINA DEI CALCIATORI

Come dice Checco Zalone in una delle sue canzoni parodia, “gli giuventini sono piccoli eroi”. Tormentati dall’invidia degli altri tifosi che non vincono mai nulla. Questa volta alcuni giovani calciatori della Juventus sono stati multati per una festa vietata, organizzata sulla collina torinese. Assembramento, durante il coprifuoco e senza mascherine. La cronaca sul Corriere.

«Una festa vietata, vietatissima in zona rossa. Una telefonata al 112 nella notte, e poco dopo le 23.30, l'intervento dei carabinieri in una splendida villa sulla collina torinese. Una zona tranquilla, con vista sulla basilica di Superga, lungo la strada che si arrampica verso l'Eremo. In quell'edificio di tre piani ha vissuto Miralem Pjanic, il regista bosniaco passato in estate dalla Juve al Barcellona. Da settembre ci abita Weston McKennie, 22enne centrocampista texano, che mercoledì ha deciso di invitare a casa amici e compagni. Fra loro anche l'argentino Paulo Dybala e il brasiliano Arthur, con le rispettive fidanzate, ma la cena è rimasta sullo stomaco a tutti, con tanto di multa per violazione delle norme anti Covid. A chiamare il 112 è stato un vicino: «Non credo che essere un calciatore famoso dia il diritto di essere sopra le regole - spiega -. Verso le 22.30 sono uscito a portare a spasso il cane, ho visto una fila di auto parcheggiate a bordo strada e un gruppo di persone, tutte senza mascherina, di fronte al cancello. C'erano Mercedes con targa spagnola, tante Jeep e poi sono arrivati diversi taxi con a bordo giovani ragazze. Visto che le cene tra amici non sono consentite e il coprifuoco era scattato da un pezzo, ho deciso di avvertire le forze dell'ordine». Di fronte alla villa, i carabinieri si sono resi conto che era in corso una festa, ma quando hanno suonato il campanello il cancello è rimasto chiuso a lungo. I calciatori avrebbero contattato gli addetti alla sicurezza del club. Forse per assicurarsi che alla porta ci fossero davvero le forze dell'ordine, anche perché lo scorso gennaio i ladri hanno svaligiato la casa durante Juve-Spal di Coppa Italia. Aperta la porta, i militari del nucleo radiomobile hanno identificato una decina di invitati».

ZANGRILLO PREFERISCE SALVINI

Alberto Zangrillo viene intervistato da Alessandro Sallusti sulla prima pagina del Giornale. È da tempo che il primario del San Raffaele di Milano non interviene sulla pandemia. Oggi parla di una “irresponsabile tendenza alla drammatizzazione” dei giornalisti e si schiera con Salvini.

«C'è qualcosa che avremmo potuto fare meglio? «Non dobbiamo mai dimenticare che l'Italia e la Lombardia in particolare hanno subito l'impatto diretto di un evento imprevedibile e sconosciuto, prima di ogni altro Paese del mondo occidentale. Da clinico medico sono convinto che la battaglia contro una malattia insidiosa abbia le sue armi migliori nello studio e nella conoscenza diretta della patologia; nel recente passato abbiamo pensato di vincere eseguendo quanti più tamponi possibile, mentre il più credibile campanello di allarme è il sintomo da riconoscere al volo». E poi? «E poi tante altre cose per correggere questa irresponsabile tendenza alla drammatizzazione: ho vaccinato personalmente nelle Rsa, ma la cosa che più mi ha colpito è stata incontrare a domicilio persone anziane che non vedono le scale di casa da più di un anno e sono convinte di morire non uscendo più dalla loro camera. La depressione e la mancanza di prospettiva uccidono più del virus». (…) In questi mesi cosa le è pesato di più? «Ad inizio di novembre mi sono accorto che stavo alimentando polemiche inutili e spesso cattive, comunicando in modo non allineato. Allora decisi che era meglio abbandonare. Ciò mi è servito per riconquistare un po' di serenità con il mio gruppo di lavoro. Due cose oggi mi sono molto chiare: a voi giornalisti piacciono di più le brutte notizie e l'Italia è un Paese di santi, poeti e navigatori. Ma ora soprattutto di scienziati». (…)  Nei giorni scorsi è stato maliziosamente accostato a Salvini, come reagisce? «Che io morirò medico lo sanno ormai anche i sassi, questo però non mi deve impedire di esprimere il mio punto di vista. Salvini ha fatto una proposta molto saggia e coraggiosa ed io mi sono sentito di condividerla. Qui è in gioco la sopravvivenza di tutti noi e ciò costituisce un valore ben superiore alle logiche di contrapposizione politica, per cui alla fine vincerà chi avrà avuto il coraggio di programmare sapendo valutare i rischi e i benefici. Ogni cura ha i suoi effetti collaterali ed in questo momento l'Italia, per guarire, necessita di una cura robusta e specifica».

SPIONAGGIO PER NECESSITÀ FAMILIARI

Scende in campo la famiglia per difendere il militare italiano, che è stato arrestato per aver passato documenti segreti ad emissari russi. Parla a Repubblica Enzo, il figlio maggiore di Walter Biot:

«Gesticola, è nervoso, ancora sotto choc. Suo padre è accusato di essere una spia. Lei ci crede? «Io l'ho sempre visto fino all'ultimo giorno come una persona normalissima. Voglio vedere le carte e partecipare a tutte le udienze. Adesso siamo tutti nei guai, da tre giorni all'oscuro di tutto. Dove li prendiamo i soldi per pagare l'avvocato? Se dico che credo a quello che è successo vado contro mio padre. Ma comunque non so niente. Se mio padre ha fatto quello di cui l'accusano, l'ha fatto per la famiglia». Perché? «Per mantenere questa villa, quattro figli e quattro cani ci vogliono i soldi. Non lo ha fatto per andare contro la Patria. Ho lavori part time, anche mia sorella. Ero magazziniere in un settimanale, adesso faccio il giardiniere e anche a pulire i bagni. Stamattina sono andato in un paese vicino a lasciare il mio curriculum. Con questa pubblicità nessuno mi darà più un impiego». Che cosa è successo il giorno dell'arresto? «Ci sto male al pensiero perché l'ultima volta che è uscito di casa non ci siamo nemmeno salutati. Ho pulito il giardino dalla sporcizia dei cani e gli ho detto: "Papà ti accompagno?". Lui mi ha risposto "No". La sera sono tornato da Torvajanica e ho trovato qui davanti i carabinieri. Erano le 20. Gli ho chiesto se avevano un mandato di cattura. E non mi hanno detto niente. Papà non c'era più e hanno portato via alcune cose da casa. Quello che avrebbe fatto mio padre l'ho letto il giorno dopo nei sottopancia dei telegiornali». (…) Che cosa la preoccupa? «La nostra sorellina piccola, che ha problemi di cuore, è tutelata dalla legge per fortuna. Ma se mio padre viene congedato senza onori, noi ci ritroviamo in mezzo a una strada, non campiamo più. E se ci tolgono le sorelle minori? Che cosa devo fare io? Vado a rubà?».

Massimo Gramellini sulla prima del Corriere della Sera cita Leo Longanesi che mise a fuoco il vizio italiano di scaricare le responsabilità sulle esigenze dei propri cari. Titolo de Il Caffè di stamattina: Tengo famiglia.

«Alla ricerca di una giustificazione che lo rendesse meno odioso ai suoi connazionali e forse alla sua coscienza, il capitano di fregata e di fregatura Walter Biot ha spiegato di avere venduto segreti militari ai russi per motivi di famiglia. Il mutuo per la casa e il mantenimento della prole, tra cui una figlia che sta poco bene. Più o meno le stesse parole usate dalla moglie, che all'elenco ha aggiunto i quattro cani e le rate della palestra (ai tempi del Covid si pensava fosse chiusa). Messaggio sottinteso: Biot non ha tradito per comprarsi uno yacht, ma per salvaguardare il tenore di vita dei suoi cari. La famiglia come attenuante è un concetto squisitamente italiano, esasperato da una certa tv a ciglio umido. Se il capitano lo ha tirato in ballo è perché ci crede. E perché è convinto, con qualche ragione, che gli crederemo anche noi. Non tutti e non del tutto, ma «Tengo famiglia» è pur sempre lo slogan che Leo Longanesi proponeva di cucire sul tricolore: il movente insindacabile, la candeggina che smacchia ogni bruttura».

RUSSI NO MA CUBANI SÌ

Il nuovo clima attento ai diritti umani impresso dall’amministrazione Biden non comporta solo lo scontro con la Russia di Putin. L’Italia del governo Draghi si è allineata con gli Usa nel votare No alla risoluzione dell’Onu contro la fine dell’embargo a Cuba. Ha protestato direttamente con Draghi, per aver assunto questa posizione la sindaca di Crema Stefania Boldi, la cui lettera è in rete. A Crema all’inizio del primo lockdown avevano dato una gran mano 53 medici cubani. Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica la sostiene.

«La sindaca sa bene - e lo scrive - che l'atlantismo pone dei vincoli, diciamo così degli obblighi di posizionamento. Ma questi vincoli quanto valgono di fronte a una materia viva come la solidarietà e la fratellanza sperimentate sul campo, fianco a fianco, con quelli che lei chiama "hermanos", e si capisce che non è retorica, è vita vissuta? Se è del socialismo cubano che si sta parlando, e delle violazioni dei diritti umani che l'idea stessa del partito unico comporta, non è forse al socialismo cubano che si deve anche la pratica alta, e umanitaria, di una medicina sociale, di strada, di servizio? La realtà delle cose non è la realtà delle ideologie (ideologia atlantista compresa). La realtà delle cose ha forma impura, contraddittoria, potentissima, e trova sede nelle nostre persone e nelle nostre azioni. La sindaca di Crema chiede a Mario Draghi almeno un "grazie" a cinquantatré persone venute dall'altra parte del mondo a fare il nostro bene, soccorrere i nostri ammalati e chiudere gli occhi ai nostri morti. Presidente Draghi, siamo in tantissimi a sottoscrivere la lettera di Stefania Bonaldi.».

IL DISCORSO DI CONTE

Veniamo alla politica italiana. Come ha notato Fabrizio Roncone, Giuseppe Conte ama parlare di sera. Lo faceva da Palazzo Chigi quando illustrava i DPCM, lo fa ora rivolgendosi al popolo 5 Stelle, collegato in streaming. La cronaca di Emanuele Buzzi sul Corriere.

«Neo Movimento»: lo chiama così più volte Giuseppe Conte nel suo esordio da leader Cinque Stelle. L'ex premier sottolinea, rimarca, ribadisce chiaramente che il suo intento è «rifondare il Movimento». «Non è un'operazione di restyling o marketing politico ma un'opera coraggiosa di rigenerazione, senza rinnegare il passato», dice Conte. L'ex premier parla da leader, dribbla i nodi del rapporto con Rousseau (che non viene mai citato, anche se critica alcuni limiti della democrazia diretta) e del tetto dei due mandati, ma chiarisce i paletti del suo progetto. «Proporrò un nuovo Statuto», che non rinneghi un'organizzazione «leggera», ma «dobbiamo avere un chiaro assetto interno, con ripartizione inequivoca di competenze e ruoli, che ci aiuti a definire la linea politica e l'azione», dice Conte, che bacchetta le correnti («non abbiamo bisogno di associazioni varie»). Conte annuncia che scriverà con il contributo dei parlamentari una nuova carta dei valori M5S e che ha in mente una struttura innovativa, con un dipartimento per i rapporti con le formazioni politiche straniere e un centro di formazione permanente. Punti nevralgici che potrebbero essere riservati a chi è al termine dei due mandati. Conte ipotizza un respiro più internazionale per il «suo» M5S. E - con Beppe Grillo all'ascolto - chiede chiarezza alla piattaforma: «La democrazia digitale è frutto di una tecnologia, che non è neutra». E ancora: «Serve massima trasparenza» sul processo dei dati. Poco dopo la fine del suo intervento, arriva l'endorsement di Luigi Di Maio, mentre tra deputati e senatori c'è qualche mugugno per avere «evitato i problemi».

Il Fatto con Luca De Carolis sottolinea la linea di Conte a favore di una coalizione di sinistra e allo stesso tempo europeista. Con i due nodi, cui l’ex premier allude: il limite del doppio mandato e lo scontro con Casaleggio.

«Lo dice in chiaro, che lavora a un Movimento con un cuore che batte a sinistra, europeista. E infatti ricorda subito: "Grazie ai vostri voti determinanti in Europa è stata insediata la commissione Von der Leyen". La direzione di marcia per il M5S , e non a caso prima del discorso il segretario dem Enrico Letta benedice da Porta a porta: "Scommetto sull'evoluzione del Movimento, io voglio una coalizione". La vuole, eccome, anche Conte. Ma innanzitutto vuole un M5S ambientalista oggi ancora più che ieri, nel nome della famosa "transizione ecologica", e che promuova la "giustizia sociale" e la legalità. Spalancato alla società civile, con dei Forum, "piazze delle idee", a fare da raccordo tra il Movimento con tutto quanto sta lì fuori. "Dobbiamo essere accoglienti, inclusivi verso l'esterno, ma anche intransigenti sui nostri valori" riassume Conte, come un equilibrista delle parole. Ma il nuovo M5S dovrà anche irrobustirsi, con una struttura fatta di "articolazioni interne" e perfino "dipartimenti", che però non devono renderlo come gli altri, "come i partiti tradizionali". Non pronuncia mai la parola segreteria, Conte, ma che non vuole le correnti lo dice dritto. "Ci saranno regole per impedirle" avverte, ed è il monito ai parlamentari che ne stanno creando a grappoli. (..) Quando parla di scegliere per competenze potrebbe alludere all'ipotesi a cui sta lavorando, ossia che sia lui, da capo politico, a scegliere in base al merito chi verrà messo nelle liste. Non vuole e forse non può essere più chiaro di così. D'altronde non dice nulla di definitivo neanche sul rapporto ormai degenerato in guerra con la piattaforma Rousseau di Davide Casaleggio. Però mette paletti quando assicura che certo, "le nostre decisioni fondamentali passeranno ancora attraverso il voto su una piattaforma digitale". Ma "una piattaforma" non è necessariamente Rousseau. Soprattutto, "la democrazia digitale viene da una tecnologia che non è neutra". Ovvero, "chi possiede e gestisce i dati" svolge operazioni "sensibili e delicate". Traduzione, a decidere sarà sempre e solo il M5S».

L’EURO DESTRA DI SALVINI E ORBAN, MELONI FRENA

L’ambizione è costruire una nuova famiglia politica europea: una nuova euro-destra. Il premier ungherese Orbán, da poco uscito dal gruppo dei Popolari a Bruxelles, ha ospitato Matteo Salvini e il premier polacco Morawiecki a Budapest per quella che Salvini ha definito “una giornata storica”. Alla fine però il polacco, che aderisce al gruppo dei Conservatori in cui c’è Fratelli d’Italia, ha “frenato”. La cronaca del Corriere è di Marco Cremonesi.  

«Per Matteo Salvini è stato aperto il cantiere del «Rinascimento europeo» e al premier polacco Mateusz Morawiecki l'immagine piace. Piace anche a Viktor Orbán, il padrone di casa, che di suo ci aggiunge anche il «ridare rappresentanza ai democratici cristiani», dato che «milioni di cittadini oggi non ce l'hanno, avendo il Ppe scelto di schierarsi con la sinistra». Il summit dei tre leader a Budapest si carica di enfasi, i toni sono squillanti e Salvini non esita a parlare di «giornata che rimarrà storica» e di primo passo fatidico: «Oggi ci troviamo in tre. Ma contiamo di diventare il primo gruppo europeo. Contiamo tutti che, alla fine del percorso, rappresenteremo la maggioranza dell'Europa bella, giovane, solidale, accogliente e felice». Peccato soltanto che, a rovinare un po' lo spirito della giornata, non si sia vista - e pubblicamente nemmeno se ne parli - quella «carta dei valori» che avrebbe voluto essere la Magna Charta della nuova destra europea dopo l'addio del partito di Orbán al Ppe. Forse, il colpetto al freno lo ha dato Morawiecki. Lo suggerisce la nota inviata da fonti dei Conservatori e riformisti europei (Ecr), l'eurogruppo in cui militano sia il PiS (il partito del premier polacco) che Fratelli d'Italia: «Il dialogo tra forze critiche con il mainstream di Bruxelles è sempre un fattore positivo. È il lavoro quotidiano del gruppo Ecr, la cui continuità non è ovviamente messa in discussione dall'incontro di oggi». Come dire che la fusione in un unico gruppo delle forze oggi divise dell'eurodestra non sarà affare di un giorno: «Dall'incontro arriva la conferma che Ecr non si scioglie, non si fonde e rimane l'orizzonte dei polacchi, come il nostro», spiegano da FdI. Però alcuni appuntamenti sono già stati presi, il prossimo dovrebbe essere in maggio a Varsavia, e Salvini conta non soltanto di «includere tutti», ma anche «di offrire ospitalità italiana per il percorso di costruzione».».

BIDEN METTE IL TURBO ALLE BORSE

Non sappiamo se siano attendibili le voci che vogliono il nuovo presidente Usa Joe Biden intenzionato a dimettersi, ad un certo punto. Certo è che Biden sembra avere fretta. Non solo, giustamente, sui vaccini, dove gli Stati Uniti stanno bruciando le tappe. E neanche sulla politica internazionale.  Il Presidente ha annunciato un piano di investimenti interni da capogiro. La Borsa di New York ha reagito con un rialzo record. Il Sole 24 Ore sintetizza così:  

«Wall Street da record spinta dal piano Biden da 2,3mila miliardi sulle infrastrutture e dalla corsa dei titoli tecnologici. L'indice S&P 500, che raggruppa i titoli delle prime 500 società americane quotate, ha superato per la prima volta nella sua storia la soglia dei 4mila punti, ritoccando i massimi per il secondo giorno consecutivo. Nelle contrattazioni l'indice industriale Dow Jones è salito di 150 punti. Il Nasdaq ha avuto un balzo dell'1,5%. Alphabet, la holding di Google, e Microsoft hanno guadagnato oltre il 2%. Netflix quasi il 3%. Facebook e Amazon l'1%. Le azioni Microsoft sono avanzate sulla notizia che il gigante del software di Seattle nei prossimi dieci anni fornirà all'esercito americano 120mila device sulla realtà aumentata: un contratto da 21,9 miliardi di dollari. Positive anche le Borse europee con Francoforte che ha aggiornato nuovi massimi con l'indice Dax 30 oltre la soglia dei 15mila punti. Bene anche Milano (+025%) con l'Ftse Mib salito in quattro sedute del 2,1%, sui massimi da 13 mesi».

LA VIA CRUCIS DEI PICCOLI

Oggi Venerdì santo, per via delle proibizioni anti Covid, non ci sarà la tradizionale processione al Colosseo. La Via Crucis del Papa sarà in piazza San Pietro. Quest’anno le meditazioni delle varie Stazioni sono testi e disegni di bambini. Lo scrittore Eraldo Affinati, che da anni insegna gratuitamente l’italiano ai giovani migranti nella scuola Penny Wirton di Roma, ne parla in prima pagina su Avvenire.

«Leggendo i testi composti dai bambini per accompagnare, sul sagrato della basilica di san Pietro, le quattordici stazioni percorse dal Nazareno condannato alla pena capitale, abbiamo l'impressione di essere ancora, noi tutti sconsolati, sotto la croce a osservare sgomenti l'agonia di lui e di tanti nostri cari. Ne usciremo, in un giorno forse più vicino di quel che crediamo, ma intanto siamo nel gorgo, affranti e disperati. «Eloì, Eloì, lemà sabactàni». È questa, lo sappiamo, nel richiamo al salmo di Davide, la notte senza tempo del dolore più assoluto, il fosso profondo di tutte le occasioni perdute. I più piccoli parlano dunque anche a nome nostro elencando, a modo loro, nelle meditazioni alternate alle preghiere, ciò che il terribile morbo sta insegnando al genere umano, perlomeno agli individui propensi a mettersi in posizione di ascolto: coloro che, rifiutandosi di cedere allo sconforto, decidono di volgere lo sguardo verso il futuro, nel solco più autentico di ogni vera passione pedagogica. (…) Il colpo che hanno subito è sotto ai nostri occhi. Gli schermi delle piattaforme digitali usati per la didattica on line continuano a mostrare un'Italia ferita, ma resistente e piena di forza vitale. Come sempre la famiglia contiene nella sua bolla a volte asfittica il lavoro incessante delle generazioni poste a confronto le une con le altre in un passaggio di consegne che non è mai semplice e chiede all'intera comunità di provvedere al sostegno organizzato. A me vengono in mente le storie dei tanti adolescenti privi di qualsiasi supporto, i cosiddetti minori non accompagnati, provenienti da ogni parte del mondo, che ho conosciuto nella mia vita di educatore: certi loro venerdì santi sembrano non avere fine! Isack, il quale vorrebbe tornare in Afghanistan a rivedere sua madre sapendo che purtroppo non ci riuscirà mai. Ramin, in corsa sui pedali per consegnare la pizza, nella speranza di poter restituire al padre la somma che lui gli prestò per farlo venire da noi. Ibrahim, sorridente su Facebook nonostante non sappia cosa farà domani. Eppure sono stati questi ragazzi, sempre pronti a rialzarsi dopo essere caduti a terra, a farmi intravedere il bagliore che spunta dietro il Golgota».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidianahttps://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi proporrò anche La Versione del Venerdì, non mancate.