La violenza dei No Vax

Usa sotto accusa nel giorno del ritiro da Kabul. L'ultimo attacco coi droni ha sterminato una famiglia. Esplode in Italia l'aggressività degli anti vaccini. Da domani Green pass sui mezzi

Dunque gli americani si ritirano da Kabul. E nelle ultime ore gli Usa finiscono sotto accusa per l’attacco coi droni che hanno colpito, oltre ai capi dell’Isis-k, una famiglia di 10 persone, fra cui diversi bambini. L’ultimo terribile effetto collaterale di una guerra ventennale. Sul piano diplomatico, Macron ha fallito: non ci sarà una “safe zone”. Nessuno spazio, è il caso di dirlo, per una presenza di garanzia europea o dell’Onu. I talebani concederanno un ruolo cuscinetto e di passaggio alla Turchia, che presiederà l’aeroporto. Di profughi e di accoglienza parleranno ancora oggi i ministri degli Interni dell’Unione Europea. Bello il racconto di Caccia sul Corriere dei primi arrivati nell’Hub della nostra Croce Rossa.   

Intanto l’autunno caldo dell’Italia si prepara sul terreno della pandemia. Il virus risolleva la testa nel nostro Paese, dopo tre settimane di flessione. In 13 Regioni tornano ad aumentare i contagi: isole e luoghi di vacanza i principali imputati. Nella sola Sicilia ci sono un terzo di tutti i contagiati d’Italia. Domani scatta il Green pass su treni a lunga percorrenza e aerei. Esplode la violenza dei No Green pass e dei No Vax. Una catena di gravi episodi ha messo in allarme anche il Viminale. Ieri un giornalista di Repubblica è stato aggredito in piazza. Pedinato e minacciato il virologo Matteo Bassetti. La violenza e l’aggressività sono profondamente legati alla posizione No Vax. È bene dirlo chiaro. Ottimo Sallusti su Libero che chiede conto ai cattivi maestri, ai giornalisti e ai politici che hanno tenuto posizioni fiancheggiatrici e ambigue.

Papa Francesco parla ad una radio spagnola del suo ricovero al Gemelli e racconta che un infermiere gli ha salvato la vita. Ammette, con ironia, che quando un Papa sta male si solleva “un vento o un uragano di Conclave”. Ma non sembra proprio alla vigilia di dimissioni. Padre Georg, il segretario storico di Ratzinger, è intervistato dal Giornale.

Rubo qualche riga per parlare di noi. Allora, il grande balzo in avanti (maoista!) della Versione sta prendendo forma. L’obiettivo è arrivare prima, molto prima del solito nelle vostre caselle e-mail (come orario), dal Lunedì al Venerdì. Ve ne sarete già accorti da questi primi due giorni: ieri alle 8, oggi entro le le 7,30. Ulteriore novità che si sta incrementando: contributi di grandi firme ed esperti nell’Altra Versione, che esce invece all’ora di pranzo. E poi la documentazione cresce sempre! Da domenica, alla fine della consueta rassegna ragionata, vi sarà regalato anche un link che vi porterà ad un Dropbox pubblico dove potrete accedere a tutti gli articoli citati nella Versione, integrali in formato PDF. Testata, impaginazione e titolo compresi. Basterà cliccare sul link che trovate alla fine della lettura. Attenzione: il pdf resterà disponibile in Dropbox per 24 ore, non di più. Dunque se siete interessati a qualcosa in particolare scaricatevi subito l’articolo. Aspetto i vostri commenti in proposito. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Le ultime 24 ore degli americani in Afghanistan è il tema scelto dal Corriere della Sera: Il ritiro tra i razzi dell’Isis. Il Manifesto sceglie la foto simbolo di un funerale afghano: Abbiamo chiuso. Anche Il Fatto sottolinea l’ultimo effetto collaterale: Strage, Biden sapeva. 6 bimbi uccisi dagli Usa. La Stampa spiega perché Macron ha fallito: Onu e Ue: no ai corridoi umanitari. Gli altri giornali puntano sulla pandemia. E sulle violenze dei No Vax. La Repubblica annuncia la misura in vigore da domani: «Green pass per gli statali». La Verità sempre più allarmista: Da domani vedremo i sorci verdi. Libero invece si scaglia contro le violenze degli anti vaccino: Criminali no vax. Avvenire registra: Offensiva No-vax. In Sicilia ci sono un terzo dei contagi di tutta Italia e La Sicilia titola con le sole cifre: 1.600 (su 4.257). Il Quotidiano Nazionale avverte: Da domani si viaggia con il green pass. Mentre Il Messaggero amplifica l’intenzione dell’Assessore alla sanità del Lazio: «I No Vax si paghino le cure». Il Sole 24 Ore è preoccupato per un settore “intasato”: Edilizia, rischio blocco per i lavori. Il Giornale critica Conte: Resta il reddito 5s e tornano le tasse. Il Domani è sull’ambiente: La crisi climatica corre più veloce della nostra capacità di reagire.

L’ULTIMO EFFETTO COLLATERALE

Oggi il ritiro degli americani da Kabul ma sulla stampa di tutto il mondo ci sono molte polemiche per l’ultimo attacco americano coi droni. Per uccidere i presunti attentatori dell’Isis-k sarebbe stata sterminata una famiglia di 10 persone. Michela A. G. Iaccarino sul Fatto.

«"Preparatevi per un attacco con molte vittime". Ventiquattro ore prima della strage dell 'aeroporto Karzai, il futuro era già scritto nei report dell'intelligence Usa che contenevano informazioni su un attentato imminente dell'Isis-k, filiale afghana dello Stato islamico. In collegamento video da Washington, Lloyd Austin, Segretario della Difesa, aveva avvertito generali e comandanti dei dipartimenti internazionali un giorno prima che 200 persone perdessero la vita al varco di Abbey Gate. Mark Milley, presidente del Gabinetto del ministero della Difesa, aveva ritenuto "significative" quelle segnalazioni sulle operazioni dei jihadisti e le aveva condivise con una dozzina di comandanti avvertiti della "situazione ad alto rischio" anche da un comandante Navy Seal sul campo. Le divise statunitensi, in quelle ore, da iloro soldati d'alto rango ancora a Kabul, registravano invece "frustrazione" per la mancata cooperazione da parte dei talebani per il controllo dell 'aeroporto. La decisione di non chiudere i varchi in tempo, come suggeriva il rapporto, è stata presa per permettere ai britannici di completare le loro evacuazioni dal Baron hotel alle piste di volo, dove poi è detonato il giubbotto esplosivo dell'attentatore e 200 persone sono morte. Mentre a Kabul nelle prime ore di luce ieri i jihadisti del Khorasan lanciavano sei razzi katyusha contro l'aeroporto "con l'aiuto di Allah", come hanno scritto su Telegram, (nessuna vittima grazie al sistema di difesa C-Ram che ne ha intercettati cinque), a Washington John Kirby, portavoce del Pentagono, si scagliava contro il giornale Politico, che ha diffuso per primo le "informazioni classificate e di natura sensibile" dei report e delle videochiamate del Pentagono, che ha esitato o sbagliato a non agire diversamente. A Kirby è toccato fare anche un'altra dichiarazione sul raid americano di due giorni fa che ha neutralizzato altri attentatori diretti agli scali internazionali: "Non siamo nella posizione di poter smentire vittime civili, approfondiremo". Il drone Usa che ha bombardato l'auto con due affiliati dell'Isis-K diretti all'aeroporto dal quartiere Khwaja Burgha, ha anche colpito una casa dove una famiglia allargata di 10 persone scendeva da un'auto nel vialetto. Secondo la Bbc, i bambini morti sono 6, il più giovane era Sumaya, due anni, il più grande Farzad, 12 anni. Quello che è rimasto di loro dopo quella che Bill Urban, portavoce del Comando centrale Usa, ha definito "un'azione di autodifesa" sono "ossa sugli alberi, muri rossi". Il presidente Joe Biden "ha detto chiaramente ai suoi comandanti che non devono fermarsi di fronte a nulla" nel dare la caccia e uccidere i membri dell'Isis: ha fatto sapere la portavoce della Casa Bianca Jen Psaki. Gli americani "non hanno più scuse per uccidere" e devono andarsene, hanno ribadito i talebani, che hanno promesso la formazione di un nuovo governo solo dopo la loro dipartita. Contro la Casa Bianca si è espresso anche l'ex vicepresidente afghano Amrullah Saleh, adesso a capo della resistenza nella valle del Panjshir: "I talebani hanno sfruttato l'ingenuità Usa, la scarsa lungimiranza sia di Trump che di Biden". Mentre continuano le evacuazioni Usa che tornano a ripetere di stare velocizzando il ritiro, resta ancora incerto il destino degli studenti afghani iscritti all'Università la Sapienza di Roma bloccati all'aeroporto, insieme agli alunni dell'ateneo americano a Kabul. Se la fuga degli stranieri terminerà a breve, quella dei civili sta per cominciare: mezzo milione di afghani è pronto a lasciare il Paese. Filippo Grandi, Alto Commissario dell 'Onu, chiede che le frontiere dei Paesi rimangano aperte "per condividere la responsabilità umanitaria con Iran e Pakistan". Hank Taylor, dello Stato maggiore congiunto, ha promesso altre risposte "rapide e potenti" contro i jihadisti a Kabul. "La storia ci giudicherà da queste ultime immagini", ha detto Colin Kahl, ufficiale politico del Pentagono. Sono gli ultimi giorni dei generali che hanno combattuto nella guerra infinita, iniziata e finita con un drone».  

NIENTE SAFE ZONE, MACRON RIDIMENSIONATO

Nessuna “safe Zone” come aveva proposto il presidente Macron. I talebani si sono opposti e gli americani sono sembrati scettici. Il ritiro e l’evacuazione degli occidentali, e degli afghani a loro vicini, finisce oggi. Per ora. Il punto di Roberto Fabbri sul Giornale.

«Scade la «deadline» del 31 agosto per il ritiro americano da Kabul e si moltiplicano a livello internazionale le iniziative politiche per gestire la difficile situazione afgana. Una riunione straordinaria dei Paesi del G7, allargata ai rappresentanti di Nato e Ue oltre che della Turchia e del Qatar, si è tenuta in formato virtuale per cercare una linea comune. La minaccia terroristica torna a fare paura, ed è perciò stata evidenziata la volontà di impedire che l'Afghanistan torni a essere un porto sicuro per il fanatismo islamico armato. (…) E mentre il Consiglio d'Europa ricorda ai Paesi membri il dovere morale dell'accoglienza dei profughi afghani, nelle stesse ore a New York il Consiglio di Sicurezza, dopo una tempestosa riunione ristretta dei rappresentanti dei «cinque Grandi» delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna) ha messo al voto e pure approvato una risoluzione che chiede un passaggio sicuro per coloro che dopo il ritiro delle forze americane intendono lasciare l'Afghanistan. La bozza della proposta, concepita in origine da Parigi sulla creazione di una zona di sicurezza nell'area dell'aeroporto di Kabul in cui attuare operazioni umanitarie anche dopo oggi, data del ritiro concordato delle truppe americane, è stata ammorbidita per consentirne l'approvazione di Russia e Cina, che alla fine si sono astenute. Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti avevano comunque trovato unità d'azione in Consiglio di Sicurezza, elaborando una risoluzione comune, ma il testo non nomina più l'istituzione di una «safe zone». Essa riprende piuttosto i contenuti della dichiarazione firmata domenica da decine di governi di tutto il mondo (ma non dalla Russia e dalla Cina) e afferma che «i membri del Consiglio si aspettano che i talebani aderiscano agli impegni presi affinché gli afghani possano uscire dal Paese in ogni momento, compreso dall'aeroporto di Kabul, senza che nessuno gli impedisca di viaggiare»: impegno che i talebani dicono di voler onorare. Ieri sera, però, gli stessi talebani si sono detti contrari a una «safe zone», affermando che «la guerra è finita e quindi non ce n'è bisogno». Un ostacolo che sembra difficile poter superare. Del resto ieri gli stessi russi, nel dare a parole la loro disponibilità all'istituzione di una zona umanitaria, avevano precisato che un'intesa con i talebani fosse necessaria. L'aspetto della zona di sicurezza compare solo in filigrana nel testo della risoluzione laddove «si chiede di rafforzare gli sforzi per fornire assistenza umanitaria all'Afghanistan e si domanda a tutte le parti di permettere un accesso umanitario pieno, sicuro e senza ostacoli dell'Onu, delle sue agenzie e dei suoi partner». A tale riguardo va osservato che in questa fase difficilissima la presenza dell'Onu e delle sue agenzie sul territorio afgano è ridotta all'osso. È chiaro che, nel momento in cui un voto favorevole del Consiglio di Sicurezza consente di rilanciare l'assistenza umanitaria, l'Onu dovrà affrontare rapidamente due questioni: quella delle sue forze da mettere in campo e quella, di natura più politica e che riguarda gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, di individuare per le Nazioni Unite un ruolo operativo in Afghanistan che eviti fughe in avanti da parte di attori come Russia, Cina e Pakistan, tutti interessati a rapporti privilegiati con il governo talebano». 

Il punto sui profughi afghani in Italia e sulle intenzioni della Ue, dopo le parole di Mattarella a cura di Marco Ludovico del Sole 24 ore.

«Servono 5mila posti per gli afghani evacuati da Kabul. Circa 600 sono già entrati nel circuito del ministero dell'Interno. I restanti, completato il periodo di quarantena presso le strutture rese disponibili dal ministero della Difesa, dovranno trovare una sistemazione. È una delle priorità sopraggiunte per il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese. Con molti nodi da sciogliere. A partire dai numeri: subito disponibili così tanti posti non ci sono. Ma il tempo per trovarli è poco. Questione di giorni. Così il Viminale sta giocando su più tavoli. I prefetti sono allertati da un pezzo. I cas, centri di accoglienza straordinaria, sono una prima soluzione, ma spesso piena di incognite, limiti e precarietà. C'è poi il sistema Sai (sistema di accoglienza e integrazione), ex Sprar, organizzato tra Viminale e Comuni: i livelli di integrazione e accoglienza sono buoni, ma i posti limitati e gli oneri più alti. Ci vorrebbe una norma ad hoc per aumentarli. Si fa avanti il terzo settore, da più parti, ed è una risorsa preziosa. Ma non risolve tutto. Ci sono anche numerosi privati generosi con le loro disponibilità già avanzate. Non si rifiutano, anzi. Vanno però garantite le condizioni di sicurezza per tutti. Negli alloggiamenti pubblici, inoltre, va risolto un problema delicato. Gli afghani arrivati a Fiumicino sono spesso collaboratori dello Stato italiano da anni, numerosi con un'istruzione superiore, famiglie al completo. Meriterebbero un livello di attenzione adeguato: non si improvvisa in pochi giorni. Già la Difesa guidata da Lorenzo Guerini, del resto, ha approntato un sistema di prima accoglienza e quarantena coordinato dal Covi, il comando operativo di vertice interforze guidato dal generale Luciano Portolano. Lo stesso centro di pianificazione e coordinamento dei voli da Kabul per salvare gli afghani con le nostre forze speciali presenti in aeroporto, oggi rientrano a Fiumicino accolte da Guerini insieme a Portolano. Gli afghani sono distribuiti tra strutture dell'Esercito, Marina e Aeronautica, ma anche edifici resi disponibili dalle regioni Abruzzo, Calabria, Lombardia, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Marche, Piemonte, Puglia, Toscana, Trento e Bolzano. Carabinieri e Guardia di Finanza hanno dato una mano con i loro mezzi per i trasferimenti. In queste ore Luciana Lamorgese e i suoi tecnici fanno riunioni di continuo per assicurare uno sbocco generale. Ma la sistemazione dei profughi afghani nelle regioni passa anche da una condivisione politica. Non sempre scontata. Oggi comunque, Lamorgese partecipa a una riunione straordinaria dei ministri degli Affari interni dell'Unione europea. Ribadirà l'impegno dell'Italia, dimostrato già con i numeri dei profughi portati via da Kabul - le cifre della Difesa parlano di 5.100 complessivi evacuati di cui 4.890 afghani - e sottolineato sia dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, sia dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma il ministro dell'Interno intende anche rilanciare la questione del Mediterraneo centrale, a tutti gli effetti criticità incessante. Al 30 agosto sono sbarcati 38.788 migranti, recita il cruscotto statistico del Viminale: nello stesso periodo erano stati 19.194 nel 2020 e 5.089 due anni fa. Un terzo dei migranti giunti in Italia è tunisino, ma anche la Libia resta una zona ad alto livello di instabilità. Il rischio di un disimpegno europeo su questo fronte, ora poco visibile sul piano politico, è dietro l'angolo».

Emma Bonino su La Stampa torna a polemizzare sul ruolo dell’Europa e si chiede chi abbia davvero trattato a Doha con i Talebani.

«Il presidente Mattarella con la sua autorevolezza ha messo le carte sul tavolo. Ovvero: questa solidarietà non significa che ci possiamo voltare dall'altra parte né tanto meno possiamo usare l'aiutiamoli a casa loro, nella versione multilaterale di questi giorni di Orban Meloni che non è più aiutiamoli a casa loro ma aiutiamoli vicino a casa loro, cioè in Tagikistan, Pakistan Iran, dimenticando che questi sono Paesi, amici o non amici, che si sono già fatti carico di decine e decine di migliaia di immigrati afghani negli anni scorsi. E' davvero sconcertante parlare di solidarietà senza accoglienza. Tradotte in politica le frasi di Mattarella dicono che l'Europa ha bisogno di una politica estera e di difesa all'altezza delle sfide che deve affrontare. Purtroppo lo diciamo da trent' anni e non succede mai. Guardando l'Afghanistan oggi il caos è indescrivibile. Alla situazione drammatica che è sotto gli occhi di tutti si aggiunge una frenesia diplomatica confusa e a babbo morto. Riunioni su riunioni, summit su summit. Tutti si agitano e nessuno si muove. Mattarella invita a dialogare, bene certamente è meglio parlarsi che sparare, questo è sicuro. Però è anche vero che nessuno sa cosa fare. Aggiungo: mancano, a mio avviso, due informazioni fondamentali. La prima è: questo accordo bilaterale tra Usa e talebani «moderati» che io non ho mai conosciuto però può darsi che esistano, che cosa contiene? Io ho visto estrapolazioni affidabili in cui c'è l'impegno a proteggere i diritti umani in terra in cielo e in mare di donne, bambini e quant' altro ma il giorno dopo un autorevole esponente di questa fazione «moderata» ha detto comunque noi applichiamo la sharia. Tutti sappiamo cosa vuol dire applicare la sharia. Poi se ne è uscito un altro talebano moderato anche lui che ha detto no la musica no e un altro ha aggiunto che nessun afghano lascerà più il Paese. Sapere chi c'era al tavolo e chi ha firmato è molto importante per capire con chi è stato fatto quest' accordo. Lo hanno sottoscritto anche i signori della guerra e relativi clan? Difficile che vogliano applicare un accordo del quale non sono stati parte. Sarebbe importante sapere quanta parte dell'Afghanistan ha firmato questo accordo perché chi non l'ha firmato non se ne starà tranquillo. Il problema è quindi con chi si sta trattando. L'Europa si deve prendere delle responsabilità, lo deve capire, anche se sono trent' anni che non lo capisce. Senza una politica estera e di difesa comune , saremo sempre più irrilevanti. E dobbiamo essere sicuri di dove mettere i piedi. Martedì prossimo verranno in aula i ministri Guerini e Di Maio e formalmente chiederò che almeno questi due punti si faccia chiarezza. Senza una conoscenza più specifica non si va da nessuna parte. L'Isis-K che improvvisamente fa attentati. Ne sapevamo qualcosa? Un amico dall'Australia mi ha mandato un documento formale che il governo australiano ha inviato al Consiglio di sicurezza spiegando chi, come e quando si sono strutturati questi dell'Isis-K. Io non ne sapevo nulla per mia colpa. Non so se altri l'hanno ricevuto e non gli hanno dato peso. Ma il documento è di maggio. La riorganizzazione di questo gruppo è probabilmente frutto del grande errore fatto dagli americani annunciando un anno prima il ritiro. Tornando alle parole di Mattarella e al suo richiamo alle forze politiche perché abbiano il coraggio di spiegare alle opinioni pubbliche che se non ci facciamo carico dell'accoglienza dei profughi questi finiranno nelle mani di scafisti e trafficanti di esseri umani questa è la tragica storia di tutte le migrazioni «clandestine». Ogni immigrante per queste organizzazioni è oro. Come il papavero, che tra l'altro produce circa l'80% di tutta la morfina che consumiamo al mondo, o può trasformarsi in eroina altrettanto preziosa».

Fabrizio Caccia sul Corriere racconta dell’Hub della Croce Rossa in Abruzzo, uno dei luoghi di prima accoglienza per gli afghani portati in Italia.

«La quiete della conca del Fucino sembra fatta apposta per loro, che adesso hanno bisogno soprattutto «di pace, tranquillità e di un nuovo inizio», come ti spiegano sorridenti in farsi , la loro lingua, Aria, Tanja, Saliha, ragazze ventenni di Kabul che dopo giorni di buio hanno ritrovato finalmente la voglia di parlare, anche grazie alla preziosissima opera di traduzione del signor Noor, il mediatore culturale afghano con la divisa della Croce Rossa, gigante buono da anni in Italia. Cielo azzurro e prati verdi intorno: i bimbi afghani giocano a campana e a pallavolo, ma sui fogli della ludoteca hanno disegnato occhi che piangono e alberi in fiamme. Com' è lontano adesso il dirty river che costeggiava l'aeroporto di Kabul circondato dai talebani. La fogna a cielo aperto dove tutta la gente che oggi è ospite del campo ha atteso per giorni il proprio turno, prima di essere issata sul muro e tratta in salvo dai nostri valorosi parà del Tuscania. «Però la notte no, la notte tornano gli incubi - raccontano in coro le ragazze, mentre una di loro mostra sul suo telefonino il video terrificante dell'attentato di giovedì scorso -. Adesso siamo contente perché ci sentiamo al sicuro, ma il cuore e il cervello sono rimasti in Afghanistan». Già, si fa presto a dire «profughi». Qui, sotto le tende azzurre, tra il campo 1 e il campo 4 del grande hub della Marsica, scopri una comunità di uomini e donne laureate, studenti universitari, professionisti affermati che hanno dovuto lasciarsi alle spalle una vita intera: «Lavorando prima come colonnello dell'esercito afghano e poi per due anni all'ambasciata americana - racconta Shekib Ghafar Nooristani, 35 anni, in perfetto italiano, imparato all'Accademia militare di Modena - avevo accumulato circa 70 mila dollari di risparmi all'Afghanistan Bank, ma chissà se mai li rivedrò...». Sufia ha 21 anni, si stava per laureare in ingegneria edile a Kabul: «Noi giovani abbiamo sperato fino all'ultimo che i talebani fossero veramente cambiati come dicevano, ma poi hanno spento la musica e ci hanno fatto capire che presto per noi donne sarebbe ricominciata la persecuzione. Così siamo tornati indietro di vent' anni. E allora non restava altro che andarcene: portiamo il capo velato perché siamo fervide musulmane, ma mai e poi mai metteremo il burqa come vogliono loro». Tra le tende si aggira anche l'ormai ex capo dell'ufficio culturale del ministero degli Esteri di Kabul eppoi un funzionario del ministero del Commercio, Abdul Rashid Ahmadzai. Ancora: un paio di giornalisti, una ginecologa, un professore di matematica, un altro di filosofia, una preside, una maestra d'asilo, Aziz che era il barista di Camp Arena e Harun Zarga interprete a Herat per i soldati italiani: «Con l'Afghanistan abbiamo chiuso - raccontano - ci torneremo solo se mai ritornerà anche la pace». Ci sono le atlete della nazionale di calcio afghana, Susan, Fatema, Friba già intervistate da mille tv e quelle del ciclismo, Yoldoz e Nooria. C'è anche un parrucchiere, Yasin, che per aver servito nella sua carriera soprattutto donne, con i talebani al potere avrebbe fatto una brutta fine, perciò adesso sta al campo 2 e rade pure le barbe degli uomini. Sotto le 160 tende del centro logistico della Croce Rossa sono arrivate 1.320 persone (224 famiglie, 324 minori di 12 anni), la fetta più grande dei 4.890 afghani salvati dalla missione italiana Aquila Omnia della Difesa. Coordinati dalla Protezione civile, vi lavorano con passione 56 tra medici e infermieri, 94 volontari, 20 mediatori, un team di psicologi oltre ai militari inviati dal generale Figliuolo per effettuare le vaccinazioni (ne mancano all'appello 150). Entro giovedì non ci sarà più nessuno: i 7 giorni di quarantena previsti stanno per scadere e le persone vengono via via trasferite negli alberghi o nelle strutture del Sai, il sistema di protezione per richiedenti asilo. Ieri in 55 sono partiti per Ofena e Montorio al Vomano, altri 104 per Edolo. «Ho perso tutto ma posso ricominciare - ci saluta Shekib, l'ex colonnello dell'esercito afghano - Sono qui con mia moglie Aisha e mia figlia di 6 anni che si chiama Jannat: nella nostra lingua vuol dire Paradiso».

IN SICILIA UN TERZO DI TUTTI I CONTAGI

Veniamo alla pandemia. I contagi tornano a salire in 13 regioni italiane, ma ci sono grandi differenze. Nella sola Sicilia, la regione con il tasso più basso di vaccinati rispetto alla popolazione, ci sono stati un terzo dei contagi di tutta Italia. La cronaca di Laura Anello su la Stampa.

«L'unico raggio di sole in una giornata plumbea arriva dai sorrisi di Flavio e Vincenzo Basile, fratelli di 13 e 15 anni, corsi a fare la prima dose di vaccino nel camper mobile a Sferracavallo, borgata marinara alle porte di Palermo. «Vogliamo fare uno il medico e uno il chimico, quindi ci tenevamo», dicono raccomandando a tutti di vaccinarsi, mentre più di 150 persone si mettono in fila in poche ore. Piccola speranza in una corsa contro il tempo, in una Sicilia entrata in zona gialla e consapevole che potrebbe essere solo l'inizio. Ieri nuovo picco di contagi, ben 1.600, più di un terzo di quelli di tutta Italia. Ma anche oltre lo Stretto la situazione resta critica: il numero di contagi scende rispetto all'altro ieri (4.257 contro 5.949), ma come ogni lunedì è per effetto del minor numero di tamponi fatti di domenica, metà del giorno precedente. In realtà il tasso di positività è salito, dal 2,7 al 3,9 per cento in un solo giorno, con 53 morti e 50 ingressi in rianimazione, e la sola nota positiva della Val d'Aosta che ha zero casi e può issare la bandiera di regione Covid free. Dall'altro capo dello Stivale, in Sicilia, dove i positivi sfiorano quota 28.500, il camper delle vaccinazioni batte a tappeto quartieri popolari e borgate, ma neanche l'ingresso in zona gialla sembra a prima vista avere innescato un cambio di marcia. Ieri, in una giornata di sole finalmente non afosa, folle di ragazzi sciamavano in centro senza l'ombra di mascherina. E i tavolini dei ristoranti, che adesso anche all'aperto possono ospitare non più di quattro commensali, erano così attaccati gli uni agli altri da sembrare un'unica area conviviale. Niente controlli in giro per tutto il giorno, non risultano multe, di sera in giro qualche pattuglia di carabinieri. Ma tutto, ancora una volta, è lasciato alla responsabilità personale, cosa che in Sicilia si intreccia con il consueto fatalismo e con l'antico ribellismo anti-Stato declinato adesso in salsa sanitaria. In un anno il tormentone trash di «Un cinn'è Coviddi» che aveva suscitato un'ondata di indignazione corale, è tracimato nella diffidenza dei quartieri popolari, nelle disquisizioni libertarie di tanti manzoniani don Ferrante, nelle teorie del mondo delle cure alternative. Mentre quelli dell'altra metà del cielo, i vaccinati, cominciano ad alzare la voce e i toni. «Obbligo vaccinale, e basta», è il refrain che si rincorre dagli ospedali ai social, dai salotti alle scuole. «Lo faccia la Regione, che è autonoma», azzarda qualcuno. Non lo può fare, ma il clima si arroventa. Perché se la zona gialla è - come dicono in tanti - «acqua fresca», si avvicina lo spettro della zona arancione, che significa invece già la morte sociale, con il divieto di spostamento tra comuni, il coprifuoco, il nuovo stop alle attività culturali, dai teatri alle mostre. L'imperativo quindi è vaccinare, ovunque. Perché più di un siciliano su tre non ha ancora ricevuto la prima dose (il 36,3 per cento contro una media italiana del 29,3) e solo il 55,2 ha ricevuto la doppia dose rispetto a una media nazionale del 62,2. Le autorità regionali moltiplicano gli inviti, additano l'invasione di turisti di questa estate, ma chi sbarcava dagli aerei o dalle navi non aveva l'obbligo di tampone e sciamava allegramente tra isole e località balneari. Così gli appelli sono tardivi, come in un infinito déjà vu».

NO VAX, LA PROTESTA DIVENTA VIOLENZA

Ieri mattina l’ultimo gravissimo episodio: l’aggressione in piazza al cronista di Repubblica che seguiva la manifestazione di protesta contro il Green pass nelle scuole, davanti al Ministero della Pubblica Istruzione. Romana Marceca.

«Il primo pugno arriva dritto al volto. Brutale, inaspettato. Il videogiornalista di Repubblica e del Gruppo Gedi, Francesco Giovannetti, perde l'equilibrio. Attorno a lui quella parte della scuola arrivata in strada contro il Green Pass che sventola bandiere e diritti ma rappresenta anche il luogo del confronto e della tolleranza. Invece, è proprio un rappresentante di quel mondo, Gianluca La Face, collaboratore scolastico precario, che prende a pugni il videomaker. Due, tre, cinque pugni e non si ferma nemmeno quando il nostro collega abbandona la telecamera e cerca di ripararsi il volto con le braccia. La protesta davanti al Ministero dell'Istruzione, in viale Trastevere, si trasforma in violenza. Tutto perché un cronista sta cercando di fare il suo lavoro. Fa domande, raccoglie testimonianze, insomma dà voce a chi vuol parlare. «Giornalista impiegato», gli dice un primo manifestante. «Gira la telecamera, altrimenti ti lascio steso a terra» e poi «Ti taglio la gola», le minacce da condannare da parte di La Face, precario Ata, incensurato, che da lì a poco sferrerà i pugni carichi di odio quando il giornalista chiederà il motivo di quelle frasi. La folla si dissocia, tra i testimoni c'è anche la moglie di La Face, il collega viene soccorso dal 118 e trasferito al Fatebenefratelli. Sono quindici i giorni di prognosi per i colpi ricevuti ma ci sono ancora approfondimenti da eseguire su una microfrattura a uno zigomo. La Face, che ogni giorno lavora a contatto con i giovani, viene bloccato. Scatta la denuncia della polizia per minacce aggravate, quella per aggressione potrebbe arrivare dopo la querela di parte. Gli investigatori sequestrano le immagini e anche un piccolo arsenale (tre carabine, un fucile e una pistola) che La Face ha in casa, a Ostia, e ritirano il porto d'armi per uso sportivo. «Attendo di avere tutta la documentazione», si limita a dire il suo avvocato. Una mattina da dimenticare. L'ultimo episodio, il più grave, arriva dopo un'escalation di aggressioni e minacce ai giornalisti ma anche ai medici e ai partiti. Poche ore prima, domenica a Genova, l'infettivologo del San Martino, Matteo Bassetti, è stato inseguito e minacciato da un uomo di 46 anni. «Ci ucciderete tutti con questi vaccini e ve la faremo pagare», gli ha urlato il No Vax. È stato identificato e denunciato anche lui per minacce gravi. Bassetti è perseguitato da tempo sui social. A Milano sulla Darsena un gruppo di No Pass, sabato, ha scosso e buttato a terra il gazebo dei "traditori" del M5S. Anche lì i giornalisti sono stati indicati come «venduti». E la cronista di RaiNews 24, Antonella Alba, sempre sabato e a Roma, è stata definita «Giornalista terrorista» durante uno dei cortei dei No Green Pass. A urlarlo alcuni manifestanti con a capo Giuliano Castellino, protagonista dell'estrema destra romana, da Forza Nuova all'attuale formazione Italia libera. Lo stesso che ieri ha espresso solidarietà all'aggressore di Francesco Giovannetti offrendo assistenza legale contro il giornalista «sciacallo». È una pioggia di solidarietà, invece, quella per Francesco Giovannetti. Da parte del ministro dell'Istruzione, Patrizio Bianchi, con un tweet in cui scrive: «Atti intollerabili». Non tardano le parole del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, e quelle della sindaca Virginia Raggi. E poi arriva anche la vicinanza bipartisan da Pd a Lega a Iv. Adesso il questore Mario Della Cioppa sta valutando se a quel manifestante del "No" si dovrà applicare anche un Daspo per le manifestazioni in piazza». 

Matteo Massi nell’editoriale per il Quotidiano Nazionale sostiene: il fanatismo e il sonno della ragione generano mostri.

«Loro sanno tutto, gli altri nulla. Gli altri - che poi siamo noi (vaccinati e convinti più che mai che il sapere scientifico abbia ancora un senso, soprattutto in piena pandemia) - sono considerati degli schiavi del sistema, di questo Moloch chiamato Big Pharma e sono pure dei creduloni, perché pensano che con il vaccino si possa sconfiggere il virus. No, meglio affidarsi alle cure precoci. E già il termine precoce dovrebbe metterci in allarme. Perché se il nostro vaccino, quale esso sia, viene considerato da loro un siero sperimentale, loro si sono convinti che questo mix di cure precoci, in cui c'è anche un antiparassitario usato prevalentemente in cure veterinarie, sia invece un metodo sicuro. Ma funziona, assicurano loro. E chi l'ha detto? «Basta leggerlo in Rete, ci sono tanti studi che lo testimoniano», ripetono in serie e al massimo citano qualche personalissimo guru. Ma se prima il terreno di scontro era solo la Rete e per quanto la violenza fosse solo verbale (ma sempre intollerabile) nei confronti di chi si azzardava a dire (con una laurea in virologia e non all'università della strada) che il vaccino funzionava, era comunque meno pericolosa rispetto a quello cui stiamo assistendo ora. Ieri in una manifestazione no Green pass è stato aggredito un giornalista: un pugno al volto condito dalla minaccia: «Ti taglio la gola». Dalla violenza verbale a quella fisica il passo, purtroppo, è breve. E sempre ieri l'infettivologo Matteo Bassetti è stato inseguito e minacciato: osannato prima anche da una frangia che adesso si riconosce o soltanto tresca con i no vax, è diventato ora un acerrimo nemico perché si è schierato (senza se e senza ma, come è giusto che sia da uomo di scienza) per l'obbligo vaccinale. C'è del fanatismo certo, ma anche un evidente sonno della ragione. E il sonno della ragione rischia di generare mostri. Basterebbe pensare per un attimo alle generazioni del Dopoguerra che occupano quasi totalmente ormai il nostro Paese e a come sono cresciute. L'impalcatura positivista ci ha dato la possibilità di credere che la scienza avrebbe migliorato le nostre vite e ci ha anche permesso di guarire e scampare da molteplici malattie, proprio col vaccino. Quella stessa scienza che con la sua inevitabile progressione ha cambiato per sempre la nostra società, digitalizzandola. Perché fa comodo allora credere solo al progresso scientifico quando ci permette di smanettare con uno smartphone o un computer per cercare strampalate teorie-proto-para o totalmente negazioniste sui vaccini e invece viene respinta l'idea che lo stesso progresso abbia portato a individuare i vaccini contro il Covid? La risposta non cercatela su Internet».

Sul Messaggero Camilla Mozzetti racconta che nel Lazio si sta pensando di far pagare a coloro che non si vaccinano le cure sanitarie, cui devono essere sottoposti.

«I no vax che contraggono il Covid e finiscono nelle Terapie intensive degli ospedali del Lazio dovranno pagare i ricoveri». È perentorio l'assessore alla Sanità della Regione Alessio D'Amato «perché - dice - queste persone che rifiutano la vaccinazione, mettendo a rischio la libertà altrui, devono assumersi la responsabilità fino in fondo delle proprie scelte e delle proprie azioni». Non è solo una boutade quella di D'Amato. Si può fare? Tecnicamente è possibile accreditare le spese dei ricoveri nel più delicato reparto che esista ai pazienti che ci finiscono in un sistema di sanità pubblica? «Ci stiamo lavorando - prosegue l'assessore - e ci sono dei modelli a cui, ad esempio, facciamo riferimento e sono quelli della Lombardia dove un tempo veniva spedito a casa del paziente, prima ricoverato e poi dimesso, una sorta di memorandum su quanto la sua degenza fosse costata all'ente regionale». «Naturalmente - prosegue D'Amato - non si chiedeva un centesimo, era solo per mostrare al paziente il costo sostenuto per le sue cure ma con i no vax siamo intenzionati ad andare oltre». Il Lazio ad oggi è una delle Regioni con il più alto numero di vaccinati contro il Sars-Cov-2. Ben 7,7 milioni sono le dosi somministrate e il prossimo primo settembre si raggiungerà la soglia di 4 milioni di residenti coperti in seconda dose e dunque con il ciclo vaccinale concluso. Ma resta uno zoccolo duro di refrattari al percorso di immunizzazione che del vaccino non vuole proprio sentire parlare. Principalmente per posizioni ideologiche, la maggior parte degli attuali non vaccinati comprende persone dai 50 anni in su. Quelle che - studi e analisi sugli attuali ricoveri nelle Terapie intensive - hanno più probabilità di finire nelle rianimazioni se contraggono il virus. Nel Lazio attualmente ci sono 70 persone ricoverate in rianimazione e l'età media supera i 45 anni. «La libertà di tutti non deve essere messa a rischio da posizioni ideologiche di pochi», prosegue D'Amato che aggiunge: «La Regione sta studiando il modo di contestare ai no vax le spese per le cure mediche, lo faremo è ora di mettere un punto». L'assessore, al termine della visita a Villa Monte Mario (una delle nove strutture messe a disposizione dalla Regione per l'accoglienza di 950 profughi afghani arrivati da Kabul), sciorina anche i costi. «Giornalmente ogni ricovero in Terapia intensiva costa circa 1.500 euro - prosegue - per degenze medie non inferiori ai 17 giorni». L'obiettivo però è chiaro: si punta a vaccinare quanto più possibile per garantire un futuro a tutti senza più l'incubo della pandemia e non per mero calcolo economico. «L'aspetto più difficile da accettare - conclude l'assessore - è che queste persone no vax nel momento esatto in cui finiscono ricoverate si rendono conto del dramma e del pericolo che stanno correndo e tutti si pentono di non essersi vaccinati». Nella Regione, stando all'ultimo report della cabina nazionale che monitora settimanalmente l'andamento delle vaccinazioni, ci sono 250.152 residenti tra 50 e 79 anni che non hanno chiesto né prenotato una dose di vaccino. Sui no-vax interviene anche il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti commentando l'aggressione contro alcuni giornalisti: «Chi ha aggredito un altro cittadino italiano, un giornalista o chiunque sia, deve essere garantito alla giustizia e punito secondo le leggi della Repubblica italiana. Nessuno può aggredire un altro cittadino e restare impunito. Non dimentichiamoci mai che questi folli estremisti no-vax sono tutti vaccinati perché da bambini hanno avuto il vaccino per la pertosse, o l'epatite che in Italia, per fortuna, sono malattie sconfitte grazie a quei vaccini. È folle, invece, che dei vaccinati stiano alzano questa cagnara immonda contro un virus ancora in circolazione e pericoloso. E lo se dico io, oggi, lo faccio anche con assoluta cognizione di causa, per motivi personali. Con queste minoranze estremiste non bisogna avere nessun dialogo, soprattutto se negano libertà agli altri».

È un salto di qualità per Francesco Bei, che nell’editoriale di Repubblica descrive l’escalation delle protesta: l’autunno caldo sarà quello dei No Vax.

«La progressione degli attacchi violenti contro i giornalisti e i virologi più impegnati contro il Covid, la loro crescente virulenza, la trama organizzativa che si intuisce dietro questa offensiva, disegnano una sfida che non è più possibile sottovalutare. È un salto di qualità di cui va preso atto e bene ha fatto la ministra Lamorgese, dopo l'aggressione al nostro Francesco Giovannetti, a convocare il centro di coordinamento sugli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti. È un primo passo, sicuramente utile. Ma non basta. Perché la risposta dello Stato deve essere all'altezza della minaccia. Basta scorrere le cronache degli ultimi giorni: l'assalto alla redazione del Giornale , la distruzione squadrista al gazebo dei Cinque Stelle, le aggressioni ai colleghi di Rainews24 e Fanpage Antonella Alba e Saverio Tommasi, oggetto di intimidazioni anche fisiche, così come la caccia all'uomo all'infettivologo Matteo Bassetti e le minacce pesanti a Fabrizio Pregliasco. Fino al vigliacco pestaggio di Giovannetti, compiuto da un energumeno che in casa aveva anche armi da fuoco. Sono tutti segnali precisi e univoci di una situazione che sta sfuggendo di mano. Nelle chat su Telegram, il canale russo di messaggistica preferito dai No Vax/No Green Pass, si leggono incitazioni all'odio, al linciaggio fisico, inviti alla pubblicazione di indirizzi privati di casa e di telefoni degli odiati agenti della presunta dittatura "nazi-sanitaria". Passare del tempo a scorrere questi messaggi è come immergersi in un delirio paranoico in cui la realtà viene ribaltata, ogni spiegazione scientifica cancellata e rifiutata come parte di una grande impostura tesa a limitare le libertà e, in ultima istanza, a instaurare un nuovo regime politico oppressivo. In questo abisso di teorie complottiste si distinguono per virulenza gruppi come "Basta dittatura", che ha organizzato per domani il blocco delle stazioni dei treni contro il Green Pass, e altri come ViVi, che si esaltano per azioni (per ora) dimostrative contro i centri vaccinali. Alla base di tutto c'è la credenza che una grande coalizione composta da politici, media e la fantomatica Big Pharma stia spingendo il mondo libero verso il temuto NWO, un Nuovo Ordine Mondiale di ispirazione orwelliana. Si potrebbe ridere di queste follie, così simili alle panzane di QAnon, se non fosse che negli Stati Uniti da questo stesso brodo di coltura sono usciti i fanatici che hanno assaltato il Congresso, provocando 5 vittime. Le analogie sono evidenti, così come la matrice di estrema destra e i collegamenti con gruppi organizzativi che, in Italia, sono dichiaratamente neofascisti. A questi si sono uniti gruppi anarcoidi, schegge di sindacalismo di base, ex grillini delusi. Ha ragione Matteo Bassetti quando dice che non è un problema di scorte, anche perché bisognerebbe proteggere personalmente centinaia di giornalisti, scienziati e medici. «Non voglio scorte, voglio che lo Stato punisca le persone che minacciano». Il tempo di lasciar correre è finito, la magistratura e la polizia conoscono le sorgenti dell'odio e dovrebbero iniziare a prosciugarle. Ieri Giovannetti è tornato in redazione, con il volto tumefatto, a raccontarci cosa gli è successo andando a seguire la parata dei no Green Pass della scuola. Francesco è un professionista che in passato ha già "coperto" manifestazioni calde, ma non si aspettava questo livello di violenza in un presidio di professori e personale Ata. È il segno che la predicazione dell'odio ha fatto breccia anche in territori dove prima non arrivava. Ed è inquietante sapere che è proprio la scuola, alla vigilia di una complicata ripartenza, uno dei centri di questa marea montante. Per questo è bene agire subito dando un segnale chiaro che gli intolleranti non saranno più tollerati e le loro reti smantellate prima che succeda qualcosa di irreparabile, prima che qualche fanatico - credendosi avanguardia armata contro l'invasione dei rettiliani - passi all'azione. La responsabilità dovrebbe attraversare anche la coscienza di quei politici della Lega e di Fratelli d'Italia che scaldano la loro platea di follower ammiccando al mondo No Vax. Per non parlare di personaggi come Gianluigi Paragone, Sara Cunial o Davide Barillari, veri terminali dei complottisti anti vaccini nelle istituzioni, che alimentano ogni giorno di fake news i loro canali. Fino a ieri poteva sembrare solo colore politico, ma la sensazione è che la bestia sia scappando dalla gabbia degli apprendisti stregoni».

Molto allarmato e molto netto anche il direttore Alessandro Sallusti che su Libero torna a polemizzare coi cattivi maestri: nella cultura, nella tv e nella politica.

«Un altro giornalista preso a botte, il virologo Bassetti minacciato sotto casa. I no vax più estremisti mostrano la loro vera faccia, quella dell'ignoranza mista a violenza che poi sono le due facce della stessa medaglia, quella dell'intransigenza. Questi signori non sanno proprio nulla di vaccini, sfogano la loro frustrazione di vite mediocri come i picchiatori da stadio che millantano di essere tifosi. Ma per quanto mi facciano ribrezzo non ce l'ho con loro, o meglio vanno compatiti e possibilmente puniti con grande severità. Questa violenza ha dei mandanti precisi che lavorano al sicuro nelle redazioni di alcuni giornali a caccia di un pugno di copie in più, ma non solo. Ci sono noti conduttori televisivi che per mezzo punto di audience ammiccano e danno voce alla rivolta per presunte libertà violate; ci sono politici in cerca di visibilità disseminati in tutti i partiti e influencer - così si chiamano i grafomani di internet - a caccia di visibilità e di follower. Insomma, le masse represse hanno come sempre bisogno di cattivi maestri e viceversa; come sempre i cattivi maestri la faranno franca in nome della libertà di opinione mentre l'adepto plagiato finirà davanti alla corte di qualche tribunale abbandonato da tutti. Non nascondiamoci dietro a un dito: chi alimenta la favola del vaccino killer è un criminale, come lo è chi mena le mani in nome di una inesistente libertà negata, quella di infettarsi e infettare. Continui questo circolo di pseudo intellettuali a soffiare sul fuoco che tanto poi i pompieri (vaccini e cure ospedaliere) li paghiamo noi. Non sarà un caso che le regioni dove bisogna tornare a chiudere tutto, in primis la Sicilia, sono quelle con il minor tasso di vaccinati e il minor rispetto delle regole (mascherine, assembramenti etc.). A me i picchiatori no vax non fanno alcuna paura, ma chi offre loro - giornalisti e politici - il minimo alibi alla loro violenza (domani questi teppisti minacciano di bloccare i treni) non può fare parte della comunità civile. E non ci raccontino, i signori in doppio petto, che "no, noi non siamo no vax". Con la bugia dei "compagni che sbagliano" questo Paese ha già dato negli anni bui del terrorismo».

EMILIANO LODA SALVINI

La politica, rimessa in moto dalle intenzioni espresse da Giuseppe Conte, trova oggi un altro protagonista: Michele Emiliano. Il Presidente pd della Regione Puglia ha lodato a sorpresa Matteo Salvini. Filippo Ceccarelli per Repubblica.

«Beate le cronache politiche che a fine estate non hanno bisogno di un Emiliano, anzi di un Emilianissimo. Così l'altro giorno, nella kermesse di Ceglie Messapica, un po' con l'aria del padrone di casa, un altro po' per movimentare la scena politica attraverso il dono di se stesso, il governatore della Puglia si è rivolto "con grande affetto" a Matteo Salvini e di punto in bianco l'ha elogiato, come mai nessun altro nel Pd, riconoscendogli il "grande sforzo che stai compiendo, sento nelle tue parole una lettura di questo Paese che è vicina alle persone e che io apprezzo moltissimo...". A quel punto il moderatore, Angelo Maria Perrino, preso alla sprovvista, l'ha interrotto: "Ecco, mo' parte il siluro!". Ma non c'era nessun siluro perché Emiliano, sempre più compreso dell'importanza del suo regalo a sorpresa, ha continuato a complimentarsi con l'"onestà intellettuale" del leader sovranista, al massimo ammettendo la necessità di qualche "ritocchino" su non meglio identificate questioni a proposito delle quali, "forse abbiamo ancora idee diverse". Inquadrato sotto due finestre con fiori e tendine, Salvini guardava nel vuoto non sai bene se più appagato o esterrefatto. Nessuno, ragionevolmente, è in grado di spiegare l'uscita di Emiliano. Forse questo dipende dal fatto che la post-politica è in fase di accentuato spappolamento, ma anche ha a che fare con un personaggio che qualche anno fa ha dichiarato: "Non so mai quello che penso il giorno dopo, è una scoperta anche per me". Seguiva un ragionamento complesso e a suo modo anche poetico, "la politica dimentica la vita, io invece la rincorro ogni giorno". Il punto è che quando l'interiorità si fa sottile, incerta, errabonda, l'esteriorità diventa vistosa e spesso anche prepotente. Nell'inevitabile torsione riemerge il ricordo di un tempo non lontano in cui Emiliano lanciò un vero e proprio "fronte", per giunta "democratico", anti-Salvini. Ma queste, così come la circostanza che allora si fosse sturzianamente rivolto a "uomini liberi e forti", sono al massimo formule, al minimo chiacchiere. Già più rilevante è il fatto che egli senta di potersi permettere tutto o quasi. L'onnipotenza ha reso i presidenti delle regioni dei capi popolo ad alto impatto emotivo. Emiliano sostiene di avere "una buona considerazione di me, molta stima per la verità"; e forse perciò "quando meno, meno". Una volta ha aperto un canale con J-AX rivolgendosi con un sonoro "Bella zio", un'altra ha scritto un tweet a Frank Underwood, il protagonista di House of Cards, un'altra ancora si è fatto un selfie con Razzi e ha maltrattato ("ridicoli senza humour") chi lo contestava. A conoscerlo di persona, è molto e sorprendentemente simpatico, mentre la mole lo rende una figura complessivamente ideal tipica (Gargantua, Mangiafuoco, Porthos, Obelix, Bud Spencer, Pavarotti, Cannavacciuolo). "Se mi presento in regione - avvisò nel 2009 - sputatemi in un occhio!". Senza mai mollare la Puglia, da presidente, è stato fra i pochi a sfidare Matteo Renzi, ha gareggiato alle primarie del Pd, s'è fatto male durante un balletto, quindi ha trasmesso un video dall'ospedale, orgogliosamente in canotta. Dalle sue parti, dopo l'esordio come giudice ammazzasette, è oggi il Gladiatore, il Maestro Yoda, lo Sceriffo e zio Michele. A Brindisi c'è un murales in cui Emiliano è rappresentato in tenuta da cow boy, pistola in mano; nel 2018 la regione ha distribuito nelle scuole primarie un fumetto dove compare, senza pistola. Figurarsi se si preoccupa di aver arruolato tra le sue file qualche fascistone o si fa scrupolo di prenotarsi un palchetto per la ripresa lodando Salvini. Non si offenda, ma forse un po' gli assomiglia pure. Le vie del trasformismo in Italia non solo sono infinite, ma da un po' prevedono anche reciproche rincorse, una specie di trofeo a chi cambia meglio e di più».

Goffredo Buccini lo ha intervistato per il Corriere.

«Michele Emiliano pare inseguito da un velenoso stereotipo morettiano: mi si nota di più se infiammo i territori come Masaniello o se abbraccio i nemici (del Pd) come San Francesco? Lui scuote il testone da lottatore di sumo e preferisce attribuirsi invece una certa capacità di preconizzare i cambiamenti: «In politica l'immobilità non esiste», sospira il governatore pugliese. Diciamola secca: lei s' è fatto salviniano? «Assolutamente no, sono un convinto sostenitore di Draghi». Ma il suo elogio a Salvini da Ceglie Messapica, «apprezzo il tuo sforzo per trovare una visione del Paese», cosa significa? Quale visione? «Lui ha preso un partito xenofobo, antieuro, antieuropeista, omofobo, con l'utilizzo disinvolto persino di elementi religiosi». Scusi, ma questo non è appunto il ritratto di Salvini, secondo molti? «No, è il ritratto di Salvini prima di Draghi. Lui ha spostato la Lega su una posizione completamente diversa, anche grazie al Pd, che deve rivendicare questo ruolo. Salvini va incoraggiato a lasciare le posizioni estremiste. Infatti, quando Orbàn viene a Roma, non vede lui ma la Meloni. Il Pd è riuscito a costringere il suo principale avversario ad accogliere quasi tutte le proprie posizioni». Ma come? Quando? Se Salvini vuole abbattere la ministra Lamorgese! «Infatti, nella mia dichiarazione, gli ho detto che ci sono cose su cui ancora non siamo d'accordo. Anche sulla xenofobia e l'omofobia la Lega è in grandissimo ritardo. Ma sta cambiando, ha fatto un salto di elaborazione politica. Come, stando al governo con Draghi, è dovuta cambiare sull'euro e sull'Europa». Lei ci crede davvero? «Il fatto che Salvini ha mollato a Fratelli d'Italia tutti questi argomenti che parlano alla parte oscura dell'umanità ha un prezzo pesantissimo. Far dimettere Durigon non è stato privo di costo politico». Era indifendibile. «Però l'hanno fatto. Prima di entrare nel governo Draghi avrebbero tenuto il punto». Dunque, Emiliano certifica che il politico Salvini non è né xenofobo né omofobo? «Non so. Io non faccio analisi psicologiche. Dico che si sono resi conto che una grande forza politica europea, che sostiene Draghi, non può essere né xenofoba né omofoba». Su euro ed Europa Borghi e Bagnai dove li mette? «Non c'entrano nulla col governo Draghi e, se dovessero fare atti contrari alla sua linea, credo finirebbero per dimettersi anche loro». Lei comunque continua a portarsi i Cinque Stelle nel cuore? «Io ho a cuore l'umanità. Il M5S pugliese, vicinissimo al presidente Conte, altro grande ispiratore dopo Letta e Draghi, ha con noi un programma su cui non ci sono punti di attrito. Il nostro reddito di dignità è molto più evoluto, ad esempio, del reddito di cittadinanza».

NOSTALGIA DI CONTE? C’È CHI DICE NO

A proposito di Reddito di cittadinanza, l’intervista di ieri di Giuseppe Conte al Corriere della Sera ha lasciato una coda polemica. Stefano Feltri dedica l’editoriale sul Domani a questo tema.

«Per qualche tempo è circolata una certa nostalgia per Giuseppe Conte, la cui popolarità dipendeva soprattutto dalla tendenza molto italiana di omaggiare il potente di turno e dall'essersi trovato a guidare il paese durante la pandemia. Ora Conte è tornato come leader dei Cinque stelle, parla, scrive, fa interviste. E a ogni uscita conferma quanto immotivata fosse la stima di cui ha goduto presso tanti nei mesi difficili del 2019-2020. Conte si erge a paladino della cruciale misura anti povertà del reddito di cittadinanza - varato dal suo primo governo - ma sbaglia clamorosamente il numero dei poveri a Milano (non ci possono essere 200.000 bambini poveri su 210.000 minorenni residenti a Milano). Poi interviene sulla crisi dell'Afghanistan e non si capisce bene cosa voglia dire: trattare con i Talebani è al contempo un'ovvietà (gli Stati Uniti lo fanno da anni) e una scelta di posizionamento su uno scacchiere dove alcuni paesi e l'Onu trattano i Talebani da terroristi e altri, come Cina o Pakistan, come strumenti per le proprie esigenze geopolitiche. In una intervista al Corriere della Sera, ora Conte riesce in un singolare sforzo di dissociazione dalla realtà: ci sono cose fatte dal suo governo che i ministri facevano da soli, tipo i decreti Sicurezza di Matteo Salvini. Soltanto ora Conte riconosce che quelle misure ingiustamente punitive per i richiedenti asilo "hanno messo per strada decine di migliaia di migranti dispersi per periferie e campagne". Il 24 settembre 2018, invece, presentava quei decreti come un'alternativa necessaria alla "accoglienza indiscriminata" di cui si era macchiata l'Italia. Salvini al suo fianco annuiva. Altre misure nelle parole di Conte sembrano quasi eventi meteorologici, fuori dal controllo della politica, tipo quota 100: le misure di pensionamento anticipato, volute con uguale vigore da Lega e Cinque stelle, sono costate quanto il reddito di cittadinanza (19 miliardi in tre anni) ma si sono rivelate completamente inutili. Lo ha certificato Pasquale Tridico, presidente dell'Inps nominato da Conte: pensionamenti anticipati di 180.000 uomini e 73.000 donne in due anni, soprattutto pubblico impiego e a reddito medio-alto, e l'analisi dei dati Inps «non mostra evidenza chiara di uno stimolo alle maggiori assunzioni da parte dell'anticipo pensionistico». La storia che le aziende avrebbero assunto giovani al posto dei pensionati era una balla, propalata dal governo Conte per giustificare una misura clientelare a fini elettorali. Alla domanda su cosa fare dopo quota 100, che per fortuna finisce quest' anno visto che era attivata in via sperimentale, Conte non riesce a dare una risposta chiara, giusto il solito ritornello su «avviare un confronto per ampliare la lista dei lavori gravosi e usuranti». Che non vuol dire niente, ma «avviare un confronto» è sempre cosa buona e giusta. Dopo un aspro scontro con Beppe Grillo sul nuovo statuto del Movimento cinque stelle, Conte ha ottenuto i poteri di indirizzo che reclamava. Non ha mai dimostrato di avere un'idea chiara di cosa farne.».

IDENTITÀ CRISTIANA, PARLA PADRE GEORG

Georg Gänswein Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare di Joseph Ratzinger viene intervistato dal Giornale, dopo l’intervento di Silvio Berlusconi sull’identità cristiana.

«Sul dibattito in tema di identità cristiana sollevato da Silvio Berlusconi, interviene monsignor Georg Gänswein, Prefetto della Casa Pontificia e segretario particolare del Papa emerito, Benedetto XVI. «Fare politica con convinzioni cristiane - osserva l'arcivescovo - è la forma più raccomandabile e anche desiderabile nei nostri giorni». Parla delle radici cristiane, del laicismo e del relativismo, di una identità cristiana a rischio. E citando Benedetto Croce («Non possiamo non dirci cristiani») afferma: «Il suo messaggio è attualissimo».Il tema dei valori non negoziabili è stato un cavallo di battaglia del Papa emerito Benedetto XVI. Lei lo ha accompagnato in tutti questi anni. Quali sono i valori che esprimono l'identità di un autentico cristiano? «Rispondo con una controdomanda: oggi si conosce ancora il significato più profondo dell'espressione valori non negoziabili? Si sa cosa essa significhi? Quali siano questi valori? Comunque sia, in fin dei conti, non dipende tanto dall'espressione in sé, che può cambiare o variare, piacere o non piacere, quanto invece dal suo contenuto: questo è ciò che conta. Vale a dire, certamente anche e anzitutto nella nostra epoca i valori cristiani sono da difendere e da vivere: ma vivere con e per i valori cristiani è il punto più importante, fondante. Essi restano parola morta se non vengono incarnati nella propria vita e nella propria realtà quotidiana. In termini concreti, i valori cristiani danno al nostro essere una dignità incancellabile, una grandezza unica e un senso profondo». In una società, come quella italiana ed europea, segnata da laicismo, dall'individualismo, dall'edonismo, quanto è difficile esprimere e testimoniare la propria identità cristiana? «L'identità di tutto il continente europeo non si comprende senza il cristianesimo, ciò vale in particolar modo nel caso dell'Italia. La fede cristiana ha formato la sua cultura, ha permeato la sua storia in un legame quasi indissolubile. Indubbiamente, la fede cristiana è un fatto personale e intimo, non può e non vuole avere corsie preferenziali, ma è un fatto che ha segnato e segna il cuore anche dell'uomo contemporaneo. Se si abolissero i valori cristiani, si abolirebbe nello stesso tempo anche il valore sociale dell'amicizia, della solidarietà, del sostegno reciproco, che sono gli elementi fondanti dell'esistenza personale ed individuale e della costituzione della società. La fede è propriamente legame, fiducia e affidamento. È la decisione di seguire e di essere fedele, riconoscendo una verità in cui la propria vita è data, accettata e compresa. La fede è un antidoto efficace a tutti questi ismi, nella loro accezione negativa». Come è possibile, per un vero cristiano, testimoniare la propria fede nella politica, nella dimensione economica e sociale? «Paolo VI affermava: La politica è la più alta forma di carità. Questa espressione ed il suo contenuto essenziale sono stati ripetuti e fatti propri successivamente da tutti i Papi, fino a Papa Francesco. Tuttavia, è anche vero che la politica, per diversi motivi, è un campo minato per un cristiano. Ma proprio per questa infida motivazione è necessario che i cristiani siano presenti nella politica con le loro convinzioni, con la loro testimonianza, con un'ortoprassi conseguenziale. Lì s' incontrano opinioni, idee, ideologie, atteggiamenti ed esperienze diverse, a volte opposti e ostili. La politica è nient' altro che una fotografia realistica della società in cui viviamo. Non possiamo cercare, tanto meno creare isole felici per fare una politica cristiana. D'altronde, non esiste neanche una politica cristiana, esistono solo politici cristiani, cioè uomini e donne che hanno una formazione, una educazione cristiana e di conseguenza, una convinzione e una coscienza cristiana, che sono il fondamento per il loro agire in politica. Qui si dovrebbe notare la differenza. La propria fede nell'uomo politico si manifesta nel contenuto del suo agire, nel comportamento personale, nelle decisioni per le quali si impegna e lotta. Fare politica con convinzioni cristiane è la forma più raccomandabile e anche desiderabile nei nostri giorni. E ciò vale per tutti i campi della politica: economia, finanza, cultura, vita sociale, sport...». L'identità cristiana è oggi a rischio? «Dalla domanda sul laicismo risulta chiaramente che l'identità cristiana è a rischio. Ma lamentarsi non serve, non cambia niente. Questa constatazione deve piuttosto dare un impulso, un incentivo forte a fare tutto il possibile perché il rischio trovi risposte adeguate, chiare, coraggiose e forti. È una sfida che va vissuta nella quotidianità, con coraggio: si deve combattere, ma soprattutto testimoniare pur nell'incontro e nel confronto dialogico con realtà differenti ed antitetiche».

PAPA FRANCESCO: UN INFERMIERE MI HA SALVATO

Francesco parla della sua malattia, del ricovero al Gemelli e ammette che quando un Papa non sta bene si alza il vento del Conclave. Lo fa in un’intervista ad un’emittente radiofonica spagnola. Giacomo Gambassi su Avvenire racconta.

«Quando il giornalista Carlos Herrera chiede a papa Francesco "Come sta?", il Pontefice risponde sorridendo: «Sono ancora vivo». E in una conversazione con il Papa era inevitabile la domanda sulle sue condizioni di salute dopo l'intervento chirurgico cui è stato sottoposto domenica 4 luglio e per il quale è stato ricoverato dieci giorni al Policlinico Gemelli di Roma. Francesco torna a parlare con una testata giornalistica. E l'intervista a Radio Cope, network della Conferenza episcopale spagnola, è la prima che concede a poco meno di due mesi dall'operazione per una stenosi diverticolare durante la quale gli è stata rimossa una sezione del colon. Il Pontefice scherza sul suo quadro clinico di fronte ai microfoni dell'emittente iberica, nel dialogo di oltre un'ora e mezzo con Herrera, "voce" di punta della stazione che cura il palinsesto del mattino. E proprio domattina alle 8 andrà in onda l'intervista all'interno del programma "Herrera en Cope". Nel dialogo, anticipato dalla stessa radio con alcune pillole, il Papa rivela: «Mi ha salvato la vita un infermiere, un uomo con molta esperienza. È la seconda volta nella mia vita che un infermiere mi salva la vita. La prima è stata nel 1957». Allora Bergoglio aveva venti anni e la protagonista dell'episodio era stata una religiosa italiana domenicana, suor Cornelia Caraglio. Il giovane seminarista, affetto da una grave forma di polmonite, aveva appena subito un intervento chirurgico con la perdita di parte del polmone. Rischiava di non farcela. Secondo suor Caraglio, i dottori gli stavano somministrando dosi troppo blande di medicinali. Così volle che fossero raddoppiate. «E grazie a quelle cose, io sono sopravvissuto. La ringrazio tanto», aveva raccontato lo stesso Pontefice nel 2018. Oggi, invece, dopo il ricovero al Gemelli, «si sta speculando sulla salute del Papa - afferma Herrera -. E alcuni media, per lo più argentini ma anche italiani, ipotizzano le sue dimissioni ». Ed è Francesco stesso che risponde sul tema durante l'intervista: «Ogni volta che un Papa è malato, si alza un vento o un uragano di Conclave ». Certo, nelle sue ultime uscite pubbliche, il Pontefice è apparso completamente ristabilito, anche se nell'udienza di venerdì scorso con i parlamentari cattolici ha iniziato il suo discorso scusandosi di non poter parlare in piedi, «ma ancora sono nel periodo post-operatorio e devo farlo da seduto», ha detto. Anche la sua agenda non ha avuto modifiche sostanziali, come testimonia il confermato viaggio di quattro giorni che dal 12 al 15 settembre lo porterà Budapest e poi in Slovacchia. «Il Papa ha risposto a tutto», dice Herrera, aggiungendo che «abbiamo posto molte domande e siamo rientrati dal Vaticano con molte risposte» Anche condite dal «suo umorismo argentino», fa sapere il giornalista. E annuncia: «Il Papa ha parlato di eutanasia in Spagna, di emigrazione; e poi ha mandato un messaggio agli Stati Uniti e all'Europa per quello che è successo in Afghanistan: è una delle questioni che adesso gli stanno a cuore». L'intervista ha avuto come cornice Casa Santa Marta. «Il Papa - sottolinea Herrera - ha posto come unica condizione che si tenesse nella sua residenza». E il dialogo si è svolto nella biblioteca privata sotto l'immagine la Vergine che scioglie i nodi cara a Bergoglio. «Abbiamo detto un'Ave Maria e poi è iniziata la lunga chiacchierata», precisa Herrera. Tutta da ascoltare». 

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