L'aria nuova di giugno

Boom vaccinale, ripresa economica, divieti che cadono: il ponte del 2 giugno segnato dalla voglia di un nuovo inizio. Funivia, l'inchiesta vacilla. Credere al Di Maio garantista? Meloni tagliata fuori

Aria di vacanze per il ponte del 2 giugno e record della campagna vaccinale, che ha avuto un’accelerazione negli ultimi giorni. Nelle ultime 24 ore ancora un buon dato: dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina siamo a 517 mila 497 somministrazioni. La settimana 24-30 maggio si chiude con una media di 453 mila 272 vaccinazioni giornaliere. Era andata meglio la seconda settimana del mese, sopra quota 500 mila. Adesso rifornimenti e scorte ci sono e si moltiplicano le aperture eccezionali delle varie Regioni. Anche le riaperture si susseguono: da martedì si mangia anche al chiuso. La Cassandra Massimo Galli non rinuncia a parlare, il proposito del silenzio è durato pochissimo, mentre Garattini insiste sulla linea dei “vaccini per tutti”. Per ora il 75 per cento dei vaccini nel mondo sono serviti a immunizzare il 10 per cento iper sviluppato del mondo: Usa, Gran Bretagna, Australia ed Europa. Una diseguaglianza planetaria clamorosa.

Aria di ripresa per l’economia. Il giorno dopo il via libera del Consiglio dei Ministri al decreto sulle semplificazioni e la governance del Pnrr, i dati economici raccontano di una crescita forse migliore del previsto: 130 mila posti di lavoro creati tra gennaio e aprile, dice la Confindustria, «mostrano una lenta ripresa». Brunetta crede in un nuovo “boom economico”. Sassoli già pensa alla prossima battaglia a favore del debito buono contro i “falchi” del nord Europa.

Torna la nebbia invece sulla strage della funivia. Dei tre arrestati per il disastro della Stresa-Mottarone, resta agli arresti l’unico che ha ammesso la sua responsabilità: Gabriele Tadini, caposervizio, il dipendente della ditta. Secondo la Pm non aveva agito da solo, ma su preciso interesse del proprietario Nerini e del direttore Perocchio. Secondo la Gip invece Tadini ha fatto tutto di testa propria: sono state ritenute credibili le dichiarazioni degli altri due indagati, che hanno scaricato tutte le colpe sul caposervizio. Tadini avrebbe fatto una scelta “scellerata” e solitaria. Ma i freni di emergenza sono stati davvero tolti per impedire il malfunzionamento e permettere, costi quel che costi, l’esercizio per i turisti. Non si sa ancora perché la fune si è spezzata. Insomma ci sono ancora molte cose da capire. Obiettivamente però l’inchiesta vacilla. Non sarebbe la prima volta di una strage in Italia senza giustizia.

Aria nuova a Gerusalemme. Si sta per formare un nuovo governo, senza Netyanahu e con l’appoggio esterno di due partiti arabi. Sarebbe un evento davvero storico in 70 anni di vita di Israele. Avvenire ricorda la tragedia umanitaria del Tigrai, la zona nord dell’Etiopia, colpita dalla guerra e ora dalla fame. Patrick Zaki ha scritto dal carcere a Liliana Segre. Celentano si mobilita per la sua liberazione, scrivendo a Draghi. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Il ponte del 2 giugno contribuisce al clima di inizio vacanze. Tanto più che proprio in questi giorni cadranno gli ultimi divieti. E quindi per il Corriere della Sera è: Corsa verso le riaperture. Il Quotidiano Nazionale pubblica gli ultimi dati sulle abitudini degli italiani: Effetto vaccini, sprint alle vacanze. La Repubblica aggiunge il tema più largo della ripartenza economica, anche su questo fronte gli ultimi dati sono positivi: L’estate della ripresa. Il Sole 24 Ore dettaglia: Sostegni bis, già 45 decreti attuativi. Ma il Manifesto ricorda i licenziamenti per le chiusure dei negozi Disney in Italia: Frozen. Il Messaggero riporta un’intervista a Sassoli: “Servirà un altro Recovery ma i falchi sono un rischio”.  Il Domani approfondisce: Oltre gli annunci del Pnrr di Draghi. Che cosa vuol dire fare le riforme. Sempre critica La Verità: Pd e M5S trovano l’accordo: massacrare tutti di tasse. Mentre Il Giornale critica grillini e dem per gli attacchi alla Casellati e alla Meloni: I veri odiatori. Libero spiega con Sallusti che nel centro destra si pensa a tagliar fuori proprio Fratelli d’Italia: Salvini-Berlusconi. Patto per il futuro. Poco rilievo sui quotidiani alla decisione della Gip sulla strage del Mottarone (anche perché la decisione è arrivata a tarda sera). Stanno sul tema ovviamente La Stampa: Stresa, escono dal carcere gli accusati per la strage. E Il Fatto che fa comunque le pulci al gestore dell’impianto sospetto evasore: “Sulla funivia migliaia di passeggeri in nero”. Avvenire dedica l’apertura alla crisi del Tigrai: La guerra ignorata.

VACCINI, 3 GIORNI DA RECORD

I nostri lettori ne erano stati tempestivamente avvertiti: negli ultimi giorni la campagna vaccinale ha avuto la massima accelerazione. Fabio Savelli fa il punto nella cronaca del Corriere della Sera:

«La macchina è arrivata ai massimi. Venerdì 28 maggio sono stati somministrati 570.950 vaccini. Il record dall'inizio della campagna vaccinale. Sono state coperte in prima dose oltre 290 mila persone ed effettuati circa 272 mila richiami, un record anche questo. Per questo anche il numero di chi ha completato il ciclo vaccinale sale quasi a 11,5 milioni di italiani, il 19,27% della platea di vaccinabili. Se un connazionale su cinque è ormai immunizzato resta da fare l'ultimo scatto sugli over 60, anche in previsione dell'autunno quando i contagi potrebbero risalire per effetto di temperature meno miti e minore vita all'aperto. C'è un numero che il commissario Francesco Figliuolo guarda con attenzione: 3,9 milioni. Sono gli italiani con oltre 60 anni al momento privi di copertura. Sono quasi il 20% dei 17,88 milioni di over 60, platea complessiva secondo la banca dati demografica dell'Istat al 1 gennaio 2021. È un numero che si sta assottigliando col passare delle settimane ma non abbastanza. È realistico immaginare almeno un altro milione tra questi che ha programmato la puntura entro metà giugno, quindi si tratta di una cifra destinata a ridursi ma non secondo le aspettative. Tra gli over 70 siamo ad 1,5 milioni circa spariti dai radar delle regioni, di cui 437 mila over 80. Si tratta di anziani che non si sono prenotati sulle piattaforme regionali. Perché queste due decadi hanno aperto la campagna vaccinale cominciata ad inizio anno. Quindi si tratta di diffidenti, disinteressati, emotivamente disillusi, una parte non digitalizzata e senza una rete familiare in grado di supportarli. Per questo Figliuolo ritiene ormai che la campagna emergenziale basata sui grandi hub vaccinali non riesca più ad intercettarli. C'è da rovesciare la prospettiva con un sistema di sorveglianza attiva, che la fondazione Gimbe descrive come modello a chiamata. Devono essere i medici di medicina generale a dover fare lo screening. Il sistema delle tessere sanitarie permette di capire quanti si sono prenotati. L'anagrafe vaccinale nazionale, alimentata dalle regioni, permette invece di capire quanti si sono vaccinati. È necessario che i medici di base incrocino queste due tabelle vagliando tutti i loro assistiti. Uno per uno.». 

Silvio Garattini, presidente dell’Istituto farmacologico Mario Negri, insiste sulla campagna “vaccini per tutti”, scrivendo per Avvenire.

«L'obiettivo di vaccinare tutto il mondo il più presto possibile sembra - sembra! - avere maggiori probabilità di essere raggiunto. Vi sono, infatti, due buone notizie: il Parlamento europeo a maggioranza ha approvato la possibilità di utilizzare licenze obbligatorie per i vaccini sospendendo la proprietà intellettuale e quindi i brevetti, temporaneamente e comunque per tutta la durata del Covid-19. Inoltre, il summit del G20 a Roma ha sottoscritto un impegno a vaccinare i Paesi poveri, evidenziato da una netta frase dell'attuale presidente del G20 stesso, il nostro premier Mario Draghi: «Sospendere i brevetti e revocare i divieti generali di esportazione dei vaccini». Abbiamo risolto tutti i problemi? Purtroppo no, perché vi sono ancora molte forze che remano contro. Lo hanno fatto in passato quando assicuravano che tutte le dosi necessarie sarebbero state disponibili, e abbiamo visto, poi, i ritardi che hanno determinato molte morti che potevano essere evitate in Italia e in tutto il mondo. Abbiamo sentito dire che «senza i brevetti non ci sarà più ricerca»: un'affermazione che non ha alcun riscontro obiettivo perché non si tratta di abolire i brevetti, ma di sospenderli temporaneamente solo per i vaccini e per altri prodotti che risultassero determinanti per curare il Covid- 19. Si è anche detto che per avere le strutture necessarie a produrre più vaccini ci sarebbe voluto troppo tempo, che mancavano i reattori e altri prodotti necessari. Se si fosse cominciato a settembre, quando si sapeva che i vaccini sarebbero stati disponibili prima della fine dell'anno, avremmo già tutto quanto è necessario, ma anche iniziare adesso è utile, perché meglio tardi che mai! In realtà, nel giro di 4-6 mesi, le multinazionali hanno organizzato strutture di produzione. I reattori e i reattivi sono realizzabili, basta mettere a disposizione le risorse necessarie. Che sia indispensabile avere a disposizione miliardi di dosi di vaccini è dato da molti fattori. Anzitutto non sappiamo quanto duri l'efficacia dei vari vaccini. Molti ritengono che sia necessario vaccinare ogni anno almeno per qualche anno con l'idea, per ora teorica, che poi il Sars-CoV-2 diventi un virus innocuo come altri coronavirus che sono responsabili per vari tipi di raffreddore. La ragione più importante per vaccinare tutti il più presto possibile è determinata da quanto stiamo assistendo attualmente: quanto più il virus rimane libero di circolare negli uomini, ma anche in alcune specie animali, tanto più va incontro a mutazioni. Ne sono già avvenute qualche migliaio che hanno determinato varianti diverse dal virus circolante all'inizio della pandemia. Queste varianti possono essere più contagiose, per una miglior capacità di entrare nelle cellule umane, e possono divenire più aggressive. (…) Non si ripeterà mai a sufficienza che dobbiamo agire in fretta e cominciare subito a realizzare le strutture per produrre le decine di miliardi di dosi necessarie tenendo presente che i vaccini per i Paesi poveri non sono una forma di beneficenza, sono un atto di difesa anche dei Paesi ricchi. Fra l'altro, è indispensabile che la produzione avvenga nei Paesi poveri per facilitare e accelerare la distribuzione dei vaccini. Preoccupa il fatto che, nonostante la decisione relativa ai brevetti, si dica che ci vorrà più tempo per perfezionare le procedure. Lasciamo da parte calcoli e burocrazia, e non perdiamo tempo per rispetto nei confronti degli oltre tre milioni di morti di tutto il mondo».

Non ce la fa l’esperto “Cassandra” Massimo Galli a stare zitto: si era ripromesso di tacere per un po’. Ma è stato un silenzio brevissimo. Cristina Marrone sul Corriere lo intervista, e lui ammette un “compiaciuto stupore” perché le cose sono andate meglio di quello che aveva previsto. Anche se poi aggiunge: merito mio se è andata così. Brutto dirlo, ma vien da fare subito gli scongiuri.

«Professore, si aspettava che la curva dei contagi da Covid sarebbe migliorata tanto rapidamente? «Il mio è un compiaciuto stupore - dice Massimo Galli, direttore delle Malattie infettive dell'Ospedale Sacco di Milano - perché in Italia i numeri dell'epidemia sono in netto miglioramento, al di là delle più rosee aspettative. Con le riaperture c'era un 10% di probabilità che le cose seguissero questa via, ma alla fine è andata bene e ne sono davvero felice». Lei però non era d'accordo con le riaperture di fine aprile. Parlò di «rischio calcolato male». «È vero, ma io sono un medico, mi baso sui dati, non sulle opinioni. Quando il 26 aprile si sono aperte molte danze, la situazione non faceva presagire che le cose sarebbero andate così bene. I numeri non erano per niente rassicuranti, i contagi e i decessi erano ancora elevati, non era inverosimile pensare che ci sarebbe potuta essere una ulteriore crescita dei contagi. Non avevamo ancora raggiunto la soglia promessa dei 500 mila vaccini al giorno e persisteva l'incognita delle dosi: non avevamo la certezza che davvero ci sarebbero state consegnate quelle promesse». E invece che cosa è accaduto? «La campagna vaccinale ha comportato una svolta, che non sarà temporanea. I vaccini stanno facendo da scudo per morti e ricoveri, hanno spostato gli equilibri più velocemente di quanto mi aspettassi e lo zoccolo dei vaccinati sta crescendo ulteriormente. Inoltre l'immunizzazione ha funzionato meglio nel nostro Paese rispetto altrove, in proporzione ai vaccini fatti. Merito anche degli anziani e dei fragili che hanno fatto in modo di esporsi il meno possibile al virus. E mi permetta, merito anche dei costanti inviti alla prudenza, senza assumere posizioni facilone».

ARIA DI VACANZE NEL PONTE DEL 2 GIUGNO

Sul Quotidiano Nazionale eccitazione per la voglia di vacanze, manifestata dagli italiani in un sondaggio ad hoc. Sette italiani su dieci hanno già prenotato.

«Dove vai in vacanza? L'anno scorso la risposta sconsolata per la maggioranza delle persone (52,2%) alla fine di maggio era: da nessuna parte. Con una sola parola a spiegare tutto: Covid. Il Covid c'è ancora, ma le cose ora sono cambiate. Sette italiani su dieci (71,1%) hanno già la prenotazione in mano e intendono farsi il bagno in pantaloncini corti, o indossare i bermuda per fare escursioni in montagna o per girare tra le strade di città-museo come Roma, Firenze, Venezia. Il biglietto per quelle che promettono di essere le prime 'vere' ferie dopo la cesura del Coronavirus è arrivato per una volta in forma non cartacea ma di siringa. Già, tutto merito del vaccino. Dalla ricerca realizzata dall'Agenzia Quorum/Youtrend, commissionata da Wonderful Italy emerge che quasi il 70% degli intervistati ritiene che la campagna di questi mesi abbia influito molto (20%) o comunque abbastanza (46.9%) sulla scelta di partire. «C'è molta più fiducia rispetto al 2020 - spiega Antonio Rainò, responsabile Ufficio studi e Marketing di Wonderful Italy - la gente si è mossa prima del previsto». Senza immunizzazione, insomma, di vacanze non parleremmo ancora per un bel pezzo. E non si tratta solo di quelli che raggiungono le seconde case o degli habituè avvezzi a prendere in affitto la casa (36,3%) nel solito posto. Grazie a una ritrovata serenità, il 35,7% sceglie di trascorrere le ferie in albergo. Ma l'incrocio tra vaccini e Covid ha determinato anche altre scelte: nove italiani su dieci (90,8%), infatti, optano per il Belpaese. L'estero è temuto un po' perché i controlli in entrata ed uscita lo sconsigliano, un po' perché vedi mai ci si dovesse trovare nella situazione indiana, chiusi in aeroporto senza poter ripartire. La paura è scemata, ma non finita. Meglio restare in Italia. Probabilmente un impatto, difficile da quantificare, avrà avuto anche la difficoltà logistica di farsi inoculare la seconda dose in un posto diverso da quello di residenza. Ciò non toglie che un terzo degli intervistati sia disponibile a fare più di 500 chilometri per raggiungere il luogo di villeggiatura. Il mare resta in cima alle preferenze (61,7%) la montagna piace al 19,5% mentre le città d'arte segnano il passo (10,2%): un dato scarno, che però è sempre il doppio dello scorso anno. Comunque, comprensibile: il ritorno alla vita coincide con la ricerca di riposo e divertimento. Non a caso, è il relax ciò che l'81,3% chiede alla vacanza. Può sembrare una banalità assoluta, e probabilmente lo è, ma significa pure che per questo anno di vacanze intelligenti se ne parla poco».

ARIA DI RIPRESA, BRUNETTA VEDE IL BOOM

L’ottimismo non riguarda solo vacanze e turismo. Il giorno dopo l’approvazione del decreto legge si fanno i conti di vantaggi e svantaggi. Enrico Marro sul Corriere. 

«Il giorno dopo il varo del decreto legge su governance e semplificazioni i partiti della maggioranza rivendicano ciascuno le proprie conquiste. Un po' tutti, a partire da Lega, Forza Italia e 5 Stelle, mettono il cappello sull'eliminazione di alcune complicazioni sul Superbonus del 110%: non servirà più la verifica di doppia conformità, ma basterà la Cila, comunicazione di inizio lavori asseverata, come per gli altri bonus edilizi. In questo modo si risparmieranno tempi e risorse. Oggi ci vogliono fino a tre mesi per accedere alla documentazione presso i comuni e anche questo spiega perché a fine aprile erano state presentate appena 12.745 domande per il Superbonus, di cui solo il 10% da parte dei condomini. Il Pd si vanta in particolare delle norme per favorire le assunzioni di giovani e donne nelle imprese che realizzeranno i progetti del Recovery plan. Ancora il Pd,i 5 Stelle e Leu, fanno propri gli articoli che evitano il massimo ribasso sugli appalti e fissano dei paletti sui subappalti. Risultato rivendicato anche dai sindacati. Ma già si prepara un nuovo braccio di ferro sul prossimo decreto legge, quello sulle assunzioni rapide nella pubblica amministrazione. Si tratta del terzo passo necessario a garantire la realizzazione, entro il 2026, degli investimenti pubblici inseriti nel Pnrr spedito a Bruxelles, condizione per ottenere i circa 200 miliardi di risorse Ue, a partire dall'anticipo, circa 24 miliardi, che dovrebbe arrivare entro l'estate».

È il ministro Renato Brunetta intervistato da Francesco Bei su Repubblica a vedere all’orizzonte un nuovo boom economico per il nostro Paese:

«Ho la sensazione, anzi è più che una sensazione, che siamo alla vigilia di un nuovo boom economico. Il rimbalzo, come tasso di crescita del Pil, sarà più vicino al 5 che al 4% previsto. E forse persino qualcosa più del 5%. Il nostro compito, come governo ma vorrei dire come Paese, è allora quello di non sprecare questa occasione unica e irripetibile, accompagnandola con le riforme». C'è la firma di Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, nell'ultimo decreto Semplificazioni. Quello che, come si dice ora, dovrà "mettere a terra" le opere previste nel Pnrr. E la prossima settimana sempre Brunetta firmerà un altro decreto, sul reclutamento nella Pa, per assumere quelle centinaia di tecnici e specialisti che dovranno poi attuare il piano. Il boom che prevede non è frutto del Pnrr, dato che ancora non si è visto un euro. Da cosa dipende? «Anzitutto dal clima che si sta creando. Il Pnrr ancora non c'è, i primi 25 miliardi dovrebbero arrivare tra agosto e settembre, ma ci sono già stati il Next Generation Ue, il momento Hamilton dell'Europa, con la decisione storica di fare debito comune, e ovviamente l'effetto Draghi, con un governo di unità nazionale guidato dalla personalità più credibile che l'Italia potesse mettere in campo. Tutto questo, insieme al successo del piano vaccinale del generale Figliuolo, sta producendo un clima molto, molto positivo. Stiamo vedendo all'opera gli "spiriti animali" della nostra Italia»

Il Sole 24 ore fa il punto su un tema delicato: i decreti attuativi. Il Parlamento ne dovrà esaminare tantissimi nelle prossime settimane (700 secondo il Messaggero). Per il solo Pnrr sono ben 45.

«Il decreto legge Sostegni bis (73/2021), entrato in vigore mercoledì scorso, ha appena iniziato il suo iter alla Camere per la conversione in legge. Venerdì sono iniziate le audizioni che proseguiranno la settimana prossima e finiranno l'8 giugno. Con l'esame degli emendamenti che dovrebbe partire dalla settimana successiva. Ma si è già aperta la partita dell'attuazione: il decreto, per rendere pienamente operativo il suo impianto avrà bisogno di 45 provvedimenti attuativi. Uno stock non indifferente, nonostante il governo abbia messo nero su bianco, con la relazione del sottosegretario Roberto Garofoli, l'obiettivo di mantenere a livello minimo il ricorso ai decreti attuativi. Per il contributo a fondo perduto perequativo è fondamentale un decreto del ministero dell'Economia. La sua quantificazione è determinata infatti considerando come base di calcolo la differenza del risultato economico d'esercizio relativo al periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2020 rispetto a quello relativo al periodo d'imposta in corso al 31 dicembre 2019 (ossia al minore utile o alla maggiore perdita). Al risultato ottenuto, sottraendo gli eventuali aiuti già ricevuti, va applicata una percentuale che verrà definita con decreto del ministro dell'Economia. Servirà poi un decreto del ministro dello Sviluppo economico per il finanziamento (non oltre 100 milioni e della durata massima di sei mesi), da utilizzare per garantire la continuità operativa e gestionale di Alitalia. Entro il 25 giugno un decreto del ministro della Salute dovrà varare il decreto per ripartire il 5,8 milioni (2,5 nel 2021 e 3,3 nel 2022) da destinare alla sorveglianza del Covid e delle sue varianti attraverso l'acqua nelle fogne, in base a una raccomandazione Ue. Tutta da costruire la nuova governance dell'Agenzia nazionale per le politiche attive (Anpal) che si trasforma su modello delle agenzie fiscali. Primo passo la scelta del commissario straordinario che deve essere nominato con Dpr. Poi, entro il 25 luglio, dovranno arrivare i decreti del Lavoro per completarne l'assetto: nomina del direttore e del Cda, definizione dello statuto e degli atti di gestione. Stessa scadenza al ministero delle Infrastrutture per definire le modalità per il riconoscimento dei contributi a imprese, Pa e scuole - previa nomina del mobility manager - per ottimizzare la capienza dei trasporti pubblici. Ricco il pacchetto di provvedimenti per il reclutamento dei nuovi insegnanti in capo al ministero dell'Istruzione. Ben 9 decreti ministeriali per la definizione dei nuovi bandi a partire dal concorso veloce per le materie scientifiche Stem e quello per i posti a tempo determinato per le supplenze. Mentre il ministero dell'Università dovrà disciplinare l'assegnazione delle risorse del neonato Fondo italiano per la scienza con una dotazione iniziale di 50 milioni nel 2021 e di 150 milioni all'anno dal 2022».

L’Europa ci darà i fondi? Davide Sassoli, Presidente del parlamento europeo, è fiducioso. Quando comincerà la ripresa dovuta al Recovery, anche i “falchi” si convinceranno. L’intervista è sul Messaggero.

«Presidente Sassoli, il governo Draghi ha rispettato i patti: il sì al Recovery Plan e al decreto semplificazioni è arrivato nei tempi previsti. Crede che l'Italia riuscirà a utilizzare per intero i 248 miliardi del piano, rispettando il timing e incassando le rate? «Certamente. E sono sicuro che verrà rispettata anche la road map delle riforme. Ci sono perciò tutte le possibilità per il successo del piano di ripresa italiano e questo condizionerà positivamente la ripresa europea. Finalmente ci siamo. E ora vedremo anche quanto vale l'Europa quando si presenza unita». Sta dicendo che la sfida è anche per la Ue? «Con le ratifiche nazionali l'Unione europea potrà cominciare ad emettere bond per finanziare il Fondo di ripresa e resilienza e distribuire le risorse ai singoli Stati. Dagli investitori saremo valutati per quello che siamo, una grande potenza che ha deciso di fare debito comune per finanziare la ripresa comune. Sarà un successo. Non saranno giudicati i singoli Stati - l'Italia, la Germania, la Lituania - ma l'Unione, con il suo know how industriale, tecnologico, culturale, agricolo. Siamo davvero a un cambio di fase. E quello che è stato possibile una volta potrà esserlo ancora». Crede insomma anche lei, come Draghi, che si possa arrivare a una condivisione strutturale del debito, a una politica fiscale comune? «Sì, io penso a strumenti permanenti. E il fondo di ripresa potrebbe anche essere replicato presto perché la crisi è profonda e non sappiamo dove ci porterà. Abbiamo bisogno di investire sul lavoro. E non è da escludere che avremmo ancora bisogno degli acquisti di titoli da parte della BCE anche dopo marzo del prossimo anno. Il PIL dell'area euro è attualmente inferiore al periodo pre-Covid e questo significa che milioni di posti di lavoro persi non sono stati recuperati. Servirà tempo per valutare i danni provocati dalla pandemia».(…) Ma vedo qualche insidia». Quale? «Può esservi la tentazione, da parte di alcuni circoli rigoristi presenti anche nella Commissione europea, di procedere a un esame dei piani nazionali con criteri vecchi, basati su una interpretazione classica di riforma strutturale, con tutto ciò che questo comporta in termini di limitazione delle politiche ammissibili. Questo va scongiurato. Se abbiamo imparato una cosa da questa crisi, è che imporre piani di risparmio sui sistemi sanitari, sull'istruzione, la giustizia o la sicurezza, sarebbe disastroso poiché si tratta di beni pubblici che, con la pandemia, abbiamo capito quanto siano preziosi per la vita dei cittadini».

FUNIVIA, L’INCHIESTA VACILLA. “TADINI HA DECISO DA SOLO”

A tarda ora la Gip di Verbania ha comunicato la sua decisione: i tre imputati per la strage della Funivia escono dal carcere. La cronaca de La Stampa di Niccolò Zancan:

«Non li accomuna più nemmeno la decisione del gip: liberi il gestore dell'impianto e il responsabile della sicurezza, ai domiciliari il capo servizio della funivia. Secondo il giudice per le indagini preliminari non possono fuggire, non c'è rischio di inquinamento delle prove. Non c'è ragione per tenerli in cella. «Non sussistono le esigenze di custodia cautelare in carcere». Così, all'una di ieri notte, si sono spalancate le porte della casa circondariale di Verbania per i tre indagati della strage del Mottarone. Gabriele Tadini va ai domiciliari, Luigi Nerini e Enrico Perocchio sono liberi. Ormai sono tre ex colleghi, tre ex amici, tre persone in guerra. Tre che adesso prendono strade diverse. A una settimana dal disastro costato la vita a quattordici persone, è già chiara la strategia difensiva degli indagati: tutti contro tutti. «Il giudice ha ritenuto che nei confronti di Nerini e Perocchio non vi fossero indizi di colpevolezza sufficienti», dice a mezzanotte la procuratrice Olimpia Bossi. «Le dichiarazioni di Tadini non sono state ritenute abbastanza credibili». L'inchiesta, seppure all'inizio, vacilla. C'è un uomo che è rimasto più solo degli altri. Quell'uomo è Gabriele Tadini, il capo servizio dell'impianto. L'unico che ha spiegato le ragioni del mancato funzionamento dei freni d'emergenza, l'unico ancora privato della libertà. Anche ieri ha risposto a tutte le domande del giudice: «Il sistema idraulico della funivia era difettoso. Nonostante due interventi per cercare di ripararlo, continuava a dare problemi. Faceva dei rumori strani, perdeva pressione. Avevo paura che quel guasto bloccasse la cabina in alta quota, in quel caso saremmo dovuti intervenire con il cestello. Avevo già usato i forchettoni per disabilitarlo alcune altre volte. Così ho fatto anche la mattina di domenica 23 maggio». Si è assunto la responsabilità di una scelta che ha definito «sciagurata». Ma ha ripetuto anche la frase su cui, adesso, ruota la questione più importante: «L'uso dei forchettoni era noto in azienda. Ne erano a conoscenza il proprietario, il capotecnico e anche gli operai». Ma il direttore d'esercizio, Enrico Perocchi, dichiara invece di non saperne niente e scarica la responsabilità su Tadini: «Trovatemi una sola mail o un solo messaggio in cui vengo informato. Non lo sapevo. È stata una decisone scellerata». Anche il proprietario della funivia, Luigi Nerini, nega il suo coinvolgimento: «Non è compito mio occuparmi della sicurezza dell'impianto. Pagavo 120 mila euro all'anno per tutti gli interventi tecnici e per tutte le riparazioni. Non era una questione di mia competenza».

TRAVAGLIO: I GARANTISTI HANNO SEQUESTRATO DI MAIO E CONTE

A proposito di giustizia, c’è ancora una coda polemica nelle cronache politiche alle scuse pubbliche di Luigi Di Maio. Scuse rivolte all’ex sindaco pd di Lodi, assolto in appello. Oggi Marco Travaglio è durissimo contro la svolta garantista dei 5 Stelle.

«Qualche specialista prima o poi indagherà sulla sindrome di Stoccolma che ha colpito i 5Stelle alla caduta di Conte. La forma più acuta si riscontra in Di Maio, che s' è scusato sul Foglio per aver avuto ragione sull'ex sindaco di Lodi Simone Uggetti, arrestato nel 2016 per aver truccato una gara d'appalto, minacciato l'ufficiale della Finanza che indagava, cancellato e-mail dal suo pc e infine confessato al gup la turbativa d'asta ("a fin di bene"). Uggetti non si dimise perché glielo chiedevano le opposizioni ( M5S e Lega), ma perché nessuno può fare il sindaco dal carcere: infatti, a norma di legge, fu sospeso dal prefetto e poi condannato in primo grado. Ora è stato assolto in appello: la giustizia così ridotta che assolve pure chi confessa. In pratica, il sant' uomo si credeva colpevole e poi, con sua grande sorpresa, ha scoperto di essere innocente. A sua insaputa. Resta da capire di cosa dovesse scusarsi Di Maio e che sia saltato in mente a Conte di lodare il suo autodafé. La Appendino si può capire: ha subìto due condanne in primo grado senz' aver fatto niente. Ma se non si possono più chiedere le dimissioni neppure di un sindaco in galera, che si fa: si riunisce la giunta nell'ora d'aria? Già che c'era, Di Maio ha pure fatto mea culpa per la campagna contro la ministra Guidi, beccata a veicolare un emendamento pro petrolieri su richiesta dell'ex fidanzato lobbista. Ma la Guidi, neppure indagata, lasciò il Mise non perché glielo chiese Di Maio, ma il premier Renzi. Che ora la dipinge come una vittima dei 5Stelle dopo averla cacciata lui. Il 31 marzo 2016 fece sapere alla stampa che la riteneva "indifendibile", era "furioso" ("È gravissimo che Federica non ci avesse detto chi fosse e che cosa facesse il fidanzato") e le aveva chiesto di dimettersi».

Per una volta speculare a Travaglio, Nicola Porro sul Giornale firma l’editoriale in cui dice di non credere alla svolta di Di Maio.

«Oggi se qualcuno avesse non dico memoria lunga, ma gusto per la cronaca, si renderebbe conto che Di Maio e il suo partito (dodici suoi colleghi, compreso l'ex premier Conte) soltanto pochi giorni fa hanno fatto il diavolo a quattro, ben poco garantista, contro l'attuale sottosegretario all'Economia, Claudio Durigon, chiedendone di fatto le dimissioni su un pettegolezzo. Contro i leghisti una spruzzata di manette è utile. Di Maio è diventato improvvisamente garantista. È peggio chi ci crede, rispetto a chi ci prova. Di Maio e il suo movimento sono come una ricerca su Google: basta fare una domanda e il motore di ricerca risponde ciò che si vuole. Vincono per la prima volta le elezioni in un grande comune, agitando lo spettro del termovalorizzatore, e finiscono per difendere il piano di alta velocità e accorciamento delle verifiche ambientali del Recovery. Conquistano le città (vero sindaco Raggi?) contro i grandi eventi: e oggi si porterebbero a casa anche la fiera internazionale del tulipano. Il partito più sessista e misogino dell'arco parlamentare (vedere video del loro elevato Grillo) vota con il Pd la seguente favolosa semplificazione: le aziende che beccano appalti pubblici devono dimostrare di avere almeno tot donne assunte. Dopo il certificato antimafia, dopo il Durc, arriva il certificato di genere. E le chiamano semplificazioni. Basta una letterina di Di Maio per credere ad una sua conversione garantista e immediatamente pensare che abbia contagiato i suoi simili. Soltanto un cretino non cambia mai idea. Ma soltanto un cretino può credere a Di Maio garantista, dopo che una settimana prima aveva gettato benzina sul fuoco del caso Durigon. Andate sul sito del Giornale.it e digitate: grillini e Durigon. E poi guardate la data: altro che garantisti». 

Liana Milella su Repubblica sostiene però che già prima dell’uscita sull’ex sindaco di Lodi, nei 5 Stelle era iniziata una riflessione sulla giustizia nel dialogo con Marta Cartabia:

 «Lo strappo di Di Maio sulla gogna giudiziaria? Ma noi, sulle riforme della giustizia, abbiamo già detto a Marta Cartabia, con ben 48 ore di anticipo rispetto alla sua uscita, che il M5S non avrà alcun problema a sottoscrivere norme che rispettino pienamente la Costituzione. Detto questo, detto tutto». Anche una prescrizione "garantista"? «Saremo d'accordo su una formula che assicuri la certezza della pena». In una parola: se Di Maio ha chiesto scusa a Uggetti, chi sta trattando con la Guardasigilli per condurre in porto le riforme del processo penale e del Csm è convinto di aver già seguito - senza sapere nulla dell'uscita del ministro degli Esteri - una linea che certo non si può definire oltranzista. A partire dalla prescrizione. Sulla quale M5S non ha posto paletti invalicabili, a patto che la soluzione «non diventi denegata giustizia». Anche se non è un mistero che Bonafede sia convinto tuttora che il miglior compromesso possibile sarebbe il lodo Conte-bis, la formula sottoscritta a febbraio 2020 dall'ex premier e ora capo politico di M5S Giuseppe Conte, che distingue tra assolti e condannati, mantenendo per questi ultimi il blocco dopo il primo grado anche se con la possibilità di recuperare i tempi congelati in caso di assoluzione. Tuttavia è sufficiente parlare con Bonafede e con i suoi per comprendere che il M5S non è intenzionato a impuntarsi su tesi, per così dire, giustizialiste».

MR. B E SALVINI TAGLIANO FUORI LA MELONI

Giuseppe Alberto Falci sul Corriere racconta i maldipancia nel centro destra dopo la nascita della nuova formazione Coraggio Italia:

«La novità di giornata è che il centrodestra si riunirà martedì. E che al vertice parteciperanno tutti i petali che compongono la coalizione, compresa la nuova formazione di Luigi Brugnaro, Coraggio Italia. Obiettivo: risolvere il dossier Amministrative e individuare i candidati di Roma e Milano. Dunque tutto risolto tra Forza Italia e il nuovo soggetto politico di Brugnaro e Toti? A dire il vero, non si direbbe. Non a caso un alto dirigente berlusconiano commenta così la presenza dei «traditori»: «Hanno bisogno di fare uscire le veline per far vedere che esistono». E ancora: «Brugnaro? Ma si rende conto che non esiste nel Paese?». In sostanza, la ferita non si è affatto rimarginata. La conversazione nella chat ristretta di WhatsApp prosegue tra risate e irritazione. E si conclude così: «Anche uno come Matteo Renzi, che è autorevole e che è in grado di far saltare Conte e di portarci Draghi, non si schioda dal 2 per cento. Dunque dove pensa di andare Brugnaro?». Seppur Antonio Tajani prova a gettare acqua sul fuoco («Non cambia nulla, lavoriamo sempre per il centrodestra, buona fortuna e buon lavoro»), i vertici azzurri restano infuriati per la mossa di Brugnaro e Toti. Insomma, è assai chiaro che il partito di Silvio Berlusconi non abbia alcuna voglia di sedersi allo stesso tavolo «di chi c'ha scippato i parlamentari, sconfessando la promessa fatta in privato». Tuttavia, spiegano, «per senso di responsabilità dei cittadini di Milano e Roma ci saremo e saremo propositivi». Dall'altra parte del campo Giovanni Toti, animatore del nuovo contenitore liberal-centrista, si mostra soddisfatto e dice: «Si sono resi conto che siamo una componente fondamentale del centrodestra. Per la convocazione mi è arrivato un messaggio da parte dell'assistente di Salvini». Già, Salvini. Al mattino il leader della Lega sparge ottimismo. Racconta di aver sentito Silvio Berlusconi e di aver parlato con il Cavaliere «anche del futuro del centrodestra visto che ho diverse idee positive in testa». E chissà se en passant i due hanno anche esaminato lo strappo di Brugnaro. Salvini non disdegna il nuovo partito centrista, lo ha anche detto pubblicamente: «Se è un modo per allargare la coalizione, non può che essere una notizia positiva».

Alessandro Sallusti su Libero interpreta la cosa così: Salvini e Berlusconi si alleano e tagliano fuori la Meloni.

«Matteo Salvini ha detto ieri di sentire spesso Silvio Berlusconi «per parlare del futuro», frase sibillina che può dire niente ma anche tanto. In fondo è normale che due leader alleati di coalizione si sentano e si vedano. (…) È normale che, quando si è in tre su una stessa barca, la rotta venga decisa da due contro uno. Negli ultimi tre anni l'asse portante della coalizione - per affinità politiche ma anche generazionali - è stato quello tra Salvini e la Meloni, che avevano come obiettivo liberarsi dell'ingombrante e pluriventennale egemonia elettorale di Berlusconi. Missione compiuta, ma ora che i due vincitori si trovano più o meno alla pari, si rischia lo stallo. Se fosse una partita a scacchi diremmo che Giorgia Meloni, forte di un teorico successo elettorale, arrocca in attesa di eventi mentre Salvini muove all'attacco per assicurarsi l'appoggio di Forza Italia nel prosieguo della partita. Difficile dire se questa è la conseguenza oppure la premessa per cui la Lega ha deciso di aderire convintamente, insieme a Berlusconi, al governo europeista di Draghi, se si tratta di farina del sacco di Salvini o se lo spostamento al centro è eterodiretto da Giancarlo Giorgetti. Sta di fatto che da questa partita dagli esiti imprevedibili Giorgia Meloni è esclusa; forse per sua scelta, più probabilmente per volontà degli organizzatori».

NUOVO GOVERNO A GERUSALEMME

In politica estera, mentre l’Egitto spinge per l’accordo fra Hamas ed Israele, a Gerusalemme sta per essere varato un nuovo governo, con l’appoggio esterno del partito Ra’am di Mansour Abbas. Netanyahu, questa volta, uscirebbe davvero di scena. Fabiana Magri su La Stampa:

«La svolta è nell'aria, manca solo l'annuncio e poi per la prima volta dopo oltre un decennio, il governo israeliano non sarà guidato da Benjamin Netanyahu. E il suo Likud non sarà nemmeno nella compagine di maggioranza. Ieri le voci di un'intesa fra le forze anti-Bibi si sono rincorse per tutte la giornata. E in serata pareva mancasse solo l'annuncio ufficiale da parte di Yair Lapid e di Naftali Bennett. Il primo, il leader centrista del partito Yesh Hatid (C'è Futuro), è incaricato di formare un governo dal presidente Reuven Rivlin, entro mercoledì 2 giugno. Prima di lui, non c'era riuscito il premier uscente Netanyahu. Il secondo, alla guida della destra religiosa nazionalista Yamina, è stato l'ago della bilancia fin dai risultati delle ultime elezioni. Capace di restare in equilibrio per non precludersi nessuna decisione, Bennett è andato ripetendo: «Sono disposto a fare tutto il necessario per evitare alla popolazione nuove elezioni». Sarebbero le quinte in poco più di due anni. Il momento è arrivato e la scelta sembra l'unica possibile. Unirsi all'ampia e variegata coalizione - il cosiddetto "blocco del cambiamento" - messa su, pezzo dopo pezzo, da Lapid. E proprio Bennett, stando alle ricostruzioni dei media e alle informazioni lasciate trapelare da fonti anonime all'interno dell'alleanza, dovrebbe essere il prossimo premier israeliano, secondo lo schema - già proposto ma mai portato a termine da Netanyahu e Gantz - di un'alternanza con Lapid, dopo due anni. Il resto del mosaico comprende le sinistre dei laburisti di Havoda e di Meretz, il centro di Kakol Lavan (Blu Bianco) di Beny Gantz, la destra di Tikva Hadasha - Nuova Speranza, cioè l'alter ego del Likud di Gideon Sa' ar senza Netanyahu - e la destra laica e nazionalista Yisrael Beytenu (Israele Casa Nostra) di Avigdor Liberman. Con alcuni partiti, l'accordo è già nella fase due, ovvero si sta ragionando sui posti nell'esecutivo. La Sanità potrebbe andare a Nitzan Horowitz (Meretz), le Finanze a Liberman, la Giustizia a Sa' ar. Bennett e Lapid si alternerebbero alla premiership e agli Esteri. In complesso la coalizione arriverebbe a 58 seggi, in realtà tre sotto la maggioranza. Decisivo l'appoggio, più o meno passivo, dei partiti arabi. I 4 seggi di Ra' am e i sei della Lista Araba unita porterebbero il totale a 68 seggi, ben più dei 61 su 120 necessari alla Knesset. Proprio il ruolo dei partiti arabi era stato il muro contro cui erano andati a sbattere le i negoziati durante il conflitto con Gaza e, soprattutto, quando si sono accese le violenze interne nelle città israeliane arabo-ebraiche. Nei primi giorni specialmente, quelli di massima tensione a Lod, Ramle, Akko e poi a Giaffa e a Bat Yam e nei villaggi lungo la linea del Wadi 'Ara, sembrava proprio che ogni larga intesa, con l'inclusione dei parlamentari arabi, dovesse naufragare. Mentre Netanyahu tornava a indossare i panni di "Mister Sicurezza", il pensiero era subito andato al suo cilindro da Mago - "HaKosem" è un altro dei soprannomi di Benjamin "Bibi" Netanyahu - capace di trasformare le crisi in opportunità. Invece l'operazione "Guardiano delle Mura" sembra essersi rivelata un boomerang per la sua popolarità interna. L'incantesimo di stregare gli avversari, questa volta, forse non riuscirà. E neanche quello di trattenere gli alleati più prossimi al suo Likud. Sembra avviata alla conclusione, dopo oltre un decennio, la premiership più lunga dei 70 anni dello stato di Israele». 

Avvenire dedica l’apertura del giornale alla guerra ignorata, quella del Tigrai:

«Lo spettro della fame incombe sul Tigrai e il mondo si gira dall'altra parte. Alti funzionari del Palazzo di Vetro hanno chiesto al Consiglio di sicurezza Onu di varare urgenti misure per evitare la carestia. Il sottosegretario generale per gli Affari umanitari Mark Lowcock ha scritto in una nota, che il «20% dei sei milioni di abitanti della regione settentrionale etiope dopo sette mesi di conflitto sta affrontando una seria penuria di cibo». L'80% del raccolto nell'area, che vive di agricoltura, è stato distrutto o saccheggiato mentre il 90% del bestiame è stato ucciso o requisito. Secondo Lowcock gli sfollati sono 2 milioni. Per l'Onu l'accesso degli aiuti è peggiorato ancora con attacchi, ostruzioni e ritardi al- le operazioni umanitarie. Inoltre gli stupri - commessi da truppe eritree ed etiopi secondo le testimonianze raccolte da operatori, Ong e e media internazionali - rimangono «diffusi e sistematici e le infrastrutture pubbliche continuano ad essere distrutte». Dal terreno conferma l'incombente catastrofe umanitaria l'associazione scozzese Mary' s Meals, di ispirazione cattolica, che si prefigge di fornire cibo e aiuti essenziali soprattutto ai bambini e che sta fornendo cibo a 19mila dei 150mila sfollati interni ospitati nel capoluogo Macallè».

DUE ALLEATI DELL’ITALIA: USA E FRANCIA

Maurizio Molinari traccia su Repubblica un ritratto della politica estera del governo Draghi e descrive una doppia alleanza strategica con Washington e con Parigi.

«A oltre cento giorni dall'insediamento a Palazzo Chigi la politica estera di Mario Draghi inizia ad assumere caratteristiche ben definite che ruotano attorno a intese privilegiate che rafforzano e completano la tradizionale fedeltà a Ue e Nato: sui temi multilaterali con l'America di Joe Biden e sullo scacchiere del Mediterraneo con la Francia di Emmanuel Macron. Basta guardare a quanto avvenuto nelle ultime settimane per comprendere velocità ed entità di tali sviluppi. Nell'intervento al Global Solutions Summit il premier italiano ha parlato di un "ritorno al multilateralismo" per impatto della reazione al Covid 19 che ha indebolito il sovranismo "perché ci ha insegnato che è impossibile affrontare problemi globali con soluzioni nazionali". È un linguaggio coincidente con l'orientamento dell'amministrazione Biden che ha portato il Global Health Summit, svoltosi la settimana precedente, a condividere l'iniziativa dell'Unione Europea di aiutare i Paesi africani non solo a creare centri di produzione del vaccino anti-Covid 19 ma anche strutture sanitarie più efficienti per combattere altre gravi malattie. La Dichiarazione di Roma con cui il summit si è concluso vede l'Italia - presidente di turno del G20 - sponsor di un patto sanitario globale per consentire ai Paesi a redditi più bassi di avere strumenti di prevenzione più efficienti. Anche qui in forte sintonia con Washington. A questo fronte bisogna aggiungere l'ambiente dove l'Italia - co-presidente della Conferenza Onu sul clima Cop26 che si terrà a Glasgow in autunno - dopo aver condiviso la scelta Ue di puntare a zero emissioni nel 2050, vuole ora sfruttare il programma Next Generation Eu per accelerare la transizione ecologica ed ha trovato nella Germania di Angela Merkel un partner importante nel gruppo di lavoro G20 sulla "finanza sostenibile" che mira a suggerire azioni a livello globale nei confronti dei Paesi che continuano ad inquinare di più. A cominciare dalla Cina di Xi Jinping che è responsabile del 30 per cento delle emissioni nocive globali a fronte del 17 per cento del Pil del Pianeta. (…) Anche qui, i passi di Roma coincidono con quelli di Washington non solo sulla volontà di mettere alle strette Pechino sul clima - l'inviato Usa, John Kerry, ha incontrato Draghi pochi giorni fa - ma anche sulla necessità di ottenere da Xi una maggiore collaborazione globale complessiva, come fatto da Biden con la richiesta di fare "piena luce" sull'origine del virus pandemico venuto da Wuhan. La terza gamba del multilateralismo di Draghi è sull'economia perché il sostegno alle iniziative per ridurre il debito dei Paesi più poveri punta ad individuare nel Fmi e nelle banche di sviluppo multilaterale vettori capaci di intervenire lì dove l'emergenza è maggiore. Ovvero, se da un lato Draghi ha chiuso il summit di Roma sottolineando l'esigenza di "vaccinare il mondo", dall'altro vuole costruire un'iniziativa multilaterale capace di scongiurare una nuova crisi del debito in Africa. Ed anche qui c'è un riflesso cinese perché molti Paesi africani sono in difficoltà a causa degli accordi-capestro sottoscritti negli ultimi anni con Pechino. Se pandemia, ambiente e debito dei Paesi poveri distinguono le iniziative italiane sul binario multilaterale - in forte raccordo con Washington - c'è poi lo scacchiere regionale del Mediterraneo dove l'Italia si trova incalzata su più fronti. (…) È presto per dire se l'intesa Draghi-Macron sul Mediterraneo riuscirà a decollare - lasciandosi alle spalle una ben nota rivalità regionale - ma non c'è dubbio che se ciò avvenisse consentirebbe a Washington di avere maggiori garanzie di stabilità in uno scacchiere regionale dove Mosca e Pechino tentano con insistenza di penetrare - come il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha spiegato a fine aprile alla commissione Esteri della Camera - mettendo a grave rischio i nostri interessi nazionali. A complicare ulteriormente l'agenda di politica estera di Draghi ci sono le gravi tensioni bilaterali sull'import-export con Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita - Paesi strategici del mondo arabo sunnita - e il caso-Regeni con l'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, ridivenuto centrale per gli Stati Uniti per il ruolo avuto nel siglare la tregua nell'ultimo conflitto armato fra Hamas e Israele. Insomma, su un panorama internazionale disseminato di crisi Draghi si muove d'intesa - su fronti diversi - con Biden e Macron, col risultato di dare nuovo slancio alle partnership atlantica ed europea».

ZAKI SCRIVE ALLA SEGRE, CELENTANO SCATENATO

Si avvicina l’ennesima udienza per Patrick Zaki, lo studente egiziano ingiustamente detenuto da più di un anno. L’Italia si è mobilitata per la sua liberazione. Lui ha risposto dal carcere con una lettera alla senatrice Liliana Segre.

«Una lettera per Liliana Segre. Per ringraziarla di quell'impegno mostrato in Parlamento durante il voto per chiedere il riconoscimento della cittadinanza. Ma anche per esprimere gratitudine per l'amore e sostegno espresso. Scrive dal carcere Patrick Zaki mentre si avvicina l'ennesima - e questa volta ancora più crudelmente ritardata - udienza per il rinnovo della sua custodia cautelare che dura ormai da 478 giorni. Ma si ripromette di consegnare quella lettera di persona, quando potrà incontrare la senatrice da uomo libero, in Italia. La notizia arriva dopo una visita in carcere della madre e della fidanzata, un incontro durante il quale lo studente dell'Università di Bologna ha regalato alle due donne dei succhi di frutta per combattere il caldo. Poi, in dono anche una piccola chiesa intagliata nel sapone per la mamma e il nome inciso per la fidanzata. Minuscoli ma preziosi segni di speranza che commuovono e che ricordano quanto crudele e feroce sia la sua detenzione. E se, come raccontano gli attivisti e i sostenitori via Facebook, «Patrick appare positivo e pensa che tornerà ai suoi studi presto mentre manda il suo amore, la sua gratitudine e il suo apprezzamento ad amici, insegnanti e alla sua università per il loro continuo sostegno», nessun interesse invece pare dimostrare per l'udienza di martedì. «Patrick ha detto di aver capito che le sessioni di udienza non contano e non lo faranno uscire», spiegano gli attivisti. Difficile infatti sperare che Zaki possa festeggiare il suo trentesimo compleanno a casa, il 16 giugno. «Quanti altri giorni di festa, quanti altri giorni di studio, quanti altri giorni di vita devono essere rubati a Patrick? Non indietreggeremo di un passo, come non l'ha fatto Amnesty International-Italia ieri in occasione del suo sessantesimo compleanno e continueremo a far pressione ad ogni livello. Patrick libero», ha commentato su Facebook il deputato di LeU Erasmo Palazzotto. Un messaggio è arrivato anche da parte di Adriano Celentano che si è rivolto direttamente al premier Mario Draghi per sollecitare l'impegno del governo. «Caro Mario, è questa la sfida più importante della tua vita. Qualcuno mi sa dire per quale motivo dovremmo lasciar morire lo Studente Zaki pur di non pregiudicare i buoni affari tra Roma e il Cairo?», scrive il cantautore in una lettera pubblicata sui social. Un altro appello della società civile, che Celentano conclude così: «No ragazzi. È meglio soffrire un po' la fame ma poterci guardare negli occhi. Perché così nascono le idee per salvare il mondo. E io sono certo che anche il "Drago" è d'accordo».