Lasciate in pace Mattarella

Appello ai partiti che insistono per il bis. Conte dice sì al tavolo sul Bilancio ma vuole la Grande Riforma. Grande cautela da Draghi. Carrón si dimette da presidente di Cl. Migranti: la Ue si blinda

L’allarme quarta ondata prende forma in Italia e mette sotto pressione alcune regioni, i cui numeri fanno pensare ad un cambiamento di “colore”. Friuli Venezia Giulia e Veneto sono le prime due che rischiano il giallo. Si corre intanto ai ripari sui trasporti con un’ordinanza del ministro Speranza su treni e taxi: una stretta per frenare il contagio. Intanto il governo è ancora alle prese con la manovra di bilancio. Da Palazzo Chigi c’è “cautela” sull’idea di Letta di mettere tutti attorno ad un tavolo e soprattutto ci sono pochi soldi per le modifiche chieste dai partiti. Intanto alla Stampa parla il capo dei 5 Stelle Conte e sembra mandare la palla in tribuna, rilanciando la proposta del tavolo per una grande riforma costituzionale.

Su tutti i giochi politici grava la sensazione che si dica manovra e si voglia significare Quirinale. Ugo Magri scrive un divertito appello ai partiti: lasciate in pace Mattarella, non vuole restare al Colle. Ma Stefano Folli insiste: i due “super partes”, Draghi e Mattarella, non devono spostarsi. Il Giornale scrive che Draghi non ha i voti perché dopo la sua elezione, si dovrebbe andare ad elezioni anticipate. Mentre Repubblica e Il Fatto sostengono che Renzi e i renziani si apprestano a votare Berlusconi. Lo dicono Dell’Utri e Micciché.

Ieri, a sorpresa, si è dimesso da presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione don Julián Carrón. Il Papa aveva voluto, nei mesi scorsi, un nuovo regolamento per avvicendare la leadership di tutti i Movimenti ma l’obbligo del ricambio sarebbe scattato fra due anni. Carrón ha anticipato le cose. Molti i commenti sui giornali, interessante Polito sul Corriere che sembra riflettere umori interni della dirigenza ciellina. Partecipati anche gli articoli di Crippa sul Foglio e Socci su Libero che trovate nei pdf. Rodari su Repubblica dice che anche per gli altri leader dei vari movimenti laicali la questione a questo punto è aperta e fra di loro ci sarebbe malumore verso le gerarchie.

Dall’estero oggi in primo piano la crisi umanitaria dei migranti nel cuore dell’Europa. La Ue sta prendendo misure drastiche contro Lukashenko. Mentre il nuovo bilancio comunitario 2020-2027 prevede impegni per 9,8 miliardi a favore di asilo e integrazione e 6,2 miliardi per il controllo delle frontiere esterne. La linea della Fortezza Europa insomma prevale e riceve di nuovo critiche durissime dal nostro Presidente Mattarella. Avvenire pubblica le statistiche sull’accoglienza. L’Italia ha dei numeri vergognosi rispetto al resto del mondo, ma anche rispetto alla Germania e altri Paesi europei. I rifugiati nel nostro Paese sarebbero poco più di 128mila e i richiedenti asilo accolti 26.535, in un rapporto con la popolazione pari allo 0,25%. Chi lo dice a Salvini, a Meloni e a Di Maio che criticava le Ong come “taxi del mare”?

È ancora disponibile on line il quinto episodio della serie Podcast. Il titolo è “Resistere a Scampia”. Protagonista è il 41enne Ciro Corona, prof di filosofia che si dedica ai ragazzi di strada, anche lui premiato dal Capo dello Stato. Ha creato un’associazione e una cooperativa che (r)esistono alla Camorra nella zona diventata famosa nel mondo come Gomorra, la cittadella della malavita. Ciro Corona lavora ogni giorno per costruire un futuro con i giovani del quartiere. Una storia bellissima di amore al proprio territorio e alla propria gente. E di sfida all’illegalità e al degrado.  Cercate questa cover…

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

È di nuovo allarme quarta ondata. Per il Corriere della Sera ci sono: Quattro regioni a rischio giallo. Avvenire sottolinea le nuove regole per treni e taxi: Stretta trasporti. Quotidiano Nazionale sintetizza invece così: Regole più severe per chi va in treno. Il Mattino ha toni bellici: Contagi, Regioni in trincea. «Così si torna a chiudere». Il Messaggero dice che potrebbe essere anticipato il richiamo: «Terza dose dopo cinque mesi». Continua lo scontro fra i giornali della destra su questo tema. La Verità denuncia: Bugie persino sui malati. Libero è arrabbiato: Non rinchiudeteci per le follie no vax. La Repubblica prende molto sul serio le denunce e le perquisizioni nell’area della protesta contro il vaccino: Prove di eversione No Vax. Sulla legge di Bilancio va il Domani: Tutto quello che c’è da cambiare nella prima manovra di Draghi. Mentre La Stampa consulta il capo dei 5 Stelle su un possibile tavolo di maggioranza: Conte a Letta: “Sì al patto ma nuova Costituzione”. Mentre Il Fatto: Dell’Utri-Verdini-Letta: 30 voti per B. al Colle e Il Giornale: Chi non vota Draghi al Colle si occupano del Quirinale e della possibile elezione di Silvio Berlusconi. Il Manifesto torna sulle conclusioni della Cop26: Le polveri sotto al tappeto. Il Sole 24 Ore rassicura sulla politica monetaria della BCE: Lagarde: tassi fermi per tutto il 2022.

COVID, RISCHIO GIALLO PER IL FRIULI

Avanza la quarta ondata e i dati cominciano a preoccupare davvero. Adriana Logroscino per il Corriere della Sera.

«Il Friuli-Venezia Giulia rischia di andare in zona gialla già lunedì 22 novembre. Veneto e Provincia di Bolzano corrono il medesimo rischio per il lunedì successivo. Il contagio potrebbe crescere vorticosamente anche in Liguria e Valle d'Aosta. Tra due settimane, secondo l'Associazione italiana di epidemiologia, che rileva «una situazione epidemica in grave peggioramento», in tutte e cinque queste regioni si potrebbe superare il livello di guardia di 250 positivi su 100 mila abitanti. Cifre da zona rossa, fino a un anno fa. Ma che ora vanno incrociate con il numero di ricoveri. In altre otto regioni il contagio accelererebbe fino a 150 positivi su 100 mila abitanti: oggi la media nazionale è 78. Previsioni a parte, al momento il primo passaggio, in giallo, rischia di essere imminente per il Friuli: l'incidenza settimanale è già a quota 233, i letti occupati sono oltre la soglia di allarme in intensiva (11%) e pericolosamente vicini al livello di guardia negli altri reparti (13%). Più grave la situazione relativa al contagio in Alto Adige: l'incidenza settimanale è addirittura sopra 300 e negli ultimi giorni sono salite le percentuali di ricoverati Covid, raggiungendo l'8% in intensiva e il 13% in area medica. Altro osservato speciale è poi il ben più popoloso Veneto, terza regione per incidenza settimanale (115,3) con percentuali di posti letto occupati ancora sotto soglia (6% in rianimazione, 4% in area medica). «Passeremo anche in zona rossa se non si fermano i contagi - avverte però il governatore veneto, Luca Zaia - siamo preoccupati per questo incremento lento e inesorabile. Per fortuna gli ospedali non sono pieni grazie ai vaccini. Ma nel giro di due settimane, stando alle proiezioni, rischiamo di avere cento persone in intensiva». Zona gialla o, peggio, arancione, significa il ritorno delle restrizioni: mascherine all'aperto e limite di 4 commensali a tavola nei locali, nel primo caso; chiusure, nel secondo».

Stretta nei trasporti. Ordinanza di Speranza, ma c’è ancora caos nell’applicazione. Fabio Savelli sul Corriere.

«Il green pass prima di salire su un treno dell'Alta velocità. Lo stop temporaneo dei convogli se un passeggero presenta sintomi che possano far sospettare un caso di Covid a bordo. Massimo due passeggeri nei taxi, ma il limite può essere derogato se chi viaggia appartiene allo stesso nucleo familiare. Sono alcune delle novità contenute in un'ordinanza firmata ieri dal ministro della Salute, Roberto Speranza, di concerto con il collega ai Trasporti, Enrico Giovannini. Nel testo si fa riferimento «all'evolversi della situazione epidemiologica», alla «ripresa delle attività produttive» e «all'introduzione delle regole relative» al certificato verde che hanno portato a un aggiornamento delle misure contenute nel Protocollo per i trasporti finora in vigore, allegato a un decreto della presidenza del Consiglio di marzo. Sono passati 8 mesi e il Comitato tecnico-scientifico, interrogato dai due ministeri, ha ritenuto utile una modifica delle regole nei trasporti pubblici e a lunga percorrenza. La crescita dei contagi - e del tasso di positività rispetto ai tamponi - non induce a mollare la presa. Anzi, sotto alcuni aspetti le regole vengono riviste secondo un'impostazione più restrittiva che però complica l'organizzazione nei principali scali ferroviari dell'Alta velocità. Nell'allegato all'ordinanza si spiega che i controlli del green pass devono essere «preferibilmente svolti» prima della partenza. Dunque non c'è obbligatorietà. La novità ha però costretto ieri gli operatori dell'Alta velocità - Italo e Trenitalia - a una serie di riunioni per comprendere come attenersi alle nuove norme. Nell'allegato all'ordinanza si fa riferimento alle stazioni di Roma Termini, Firenze Santa Maria Novella e Milano Centrale e «dove possibile anche nelle altre». L'onere della verifica spetterebbe al personale delle aziende, ma non è immaginabile un controllo capillare di tutti i passeggeri per le file che si verrebbero a creare. Potrebbe essere il gestore Rfi, gruppo Ferrovie dello Stato, a farsene carico, visto il personale in servizio negli scali ferroviari ma forse servirà un chiarimento applicativo altrimenti c'è il rischio che tutto resti com' è».

MANOVRA, DAL GOVERNO “CAUTELA” E POCHI SOLDI

Come finirà la legge di Bilancio? Sarà discussa solo al Senato, visti i tempi ristretti. Intanto informalmente trapela una estrema “cautela” dello stesso Draghi su un eventuale tavolo con i leader per la manovra. Il premier non vorrebbe cambiare metodo di lavoro ma attende che tutti i capi partito si esprimano. Tommaso Ciriaco per Repubblica.

«Non è ancora arrivato il momento di decidere. Mario Draghi attende, sfoderando una cautela che si mescola al dubbio. Attende innanzitutto di capire se i leader di maggioranza - tutti, nessuno escluso - si esporranno in prima persona, chiedendo un vertice per mettere in sicurezza la manovra. Attende di verificare se sono d'accordo con la proposta di Enrico Letta. Alcuni, tra loro, non hanno ancora parlato. Non Matteo Renzi, che si limita a far esporre Ettore Rosato per Italia Viva. E soprattutto, neanche Giuseppe Conte (ma lo fa oggi con la Stampa ndr). Se lo faranno, il presidente del Consiglio valuterà costi e benefici. E sceglierà la strada che ritiene migliore per il bene del suo esecutivo. Una premessa, a questo punto, è d'obbligo: l'ex banchiere centrale parte dalla certezza che ogni tentativo di dialogo nella maggioranza è da giudicare positivamente. Quello di Letta non può fare eccezione. In fondo, è premier di unità nazionale e ha sempre pregato i partiti di rinunciare a uno spicchio di interesse di parte per l'interesse generale. Detto questo, restano le cautele. La principale ruota attorno all'efficacia del "metodo Draghi", a cui preferirebbe non rinunciare. Un approccio rodato che si è consolidato nel corso dei mesi e che corre su due binari. Se esistono nodi che riguardano l'azione parlamentare, saranno risolti con il dialogo in Parlamento. Se invece emerge un problema politico che chiama in causa l'esecutivo, si attiva la cabina di regia a cui partecipano i ministri che guidano le rispettive delegazioni delle forze di maggioranza. Quest' ultima ha funzionato, non ha senso rinunciarci - o farla affiancare da un altro format - senza prima essere certi che siano tutti d'accordo. Non si rottama un meccanismo che funziona senza garanzie. Resta il fatto che Draghi è comunque disposto - anche se certo non con grande entusiasmo - a ragionare sulla possibilità di integrare il suo "metodo" attivando anche un tavolo dei leader. Ma di certo non prima di aver verificato l'unanimità dei partner di governo. Quello che invece il premier non lascia neanche trapelare, ma che i partiti ritengono essere parte integrante dei suoi ragionamenti di queste ore, è che il presidente del Consiglio non abbia voglia di complicarsi la vita convocando una riunione che presenterebbe molti rischi e pochi vantaggi. Il primo rischio è insito nel formato del tavolo, che richiama il poco fortunato tridente montiano, detto "ABC" (Alfano, Bersani e Casini). In questo caso, si tratterebbe di quattro ex presidenti del Consiglio - Letta, Conte, Renzi e, forse, Silvio Berlusconi - oltre a un ex vicepremier come Salvini (che in passato lanciava subito dopo i vertici dirette Facebook dai tetti del Viminale). Ecco, è disposto Draghi a esporsi al rischio di tensioni tra big, a ridosso del voto sul Quirinale? I leader - o alcuni di loro - rischiano di esautorare i rispettivi ministri e riscrivere da cima a fondo la manovra. Non è questo, però, lo scenario che ha in mente Letta. Il dem ci tiene a far sapere che la sua è «un'apertura di metodo». Di più: «È fondamentale - spiega - che il lavoro sia collettivo e che tutte le forze di maggioranza si sentano a proprio agio al tavolo». Significa che l'obiettivo politico è far ripartire un confronto sereno nella maggioranza dopo il caos generato dalle amministrative. E che l'orizzonte sia soprattutto il rebus del Quirinale, che va gestito nel modo più ordinato e condiviso possibile. Il segretario mette anche in chiaro che nessuno intende scavalcare nessuno: né Palazzo Chigi, né un alleato come il Movimento. Per questo, il Pd pensa che debbano essere i gruppi ad avviare la pratica in Parlamento. Ai leader spetterebbe solo entrare in campo a inizio dicembre per sancire il patto. Le faglie politiche, però, restano».

Ilario Lombardo per La Stampa ha intervistato proprio Giuseppe Conte, che non sembra negativo ma neanche entusiasta del “tavolo” proposto dall’alleato Letta. Ne propone però una versione allargata ai capigruppo, ma soprattutto rilancia sulla grande riforma costituzionale, per migliorare l’efficacia del governo.

«Presidente siederà al tavolo di Letta? «Ritengo senz' altro opportuno un incontro con gli altri leader per assicurare un percorso più spedito alla legge di Bilancio ma suggerisco di far sedere al tavolo anche i capigruppo. Non vorrei che un incontro del genere venisse percepito come lesivo delle prerogative del Parlamento a cui adesso spetta il compito di approvare la manovra». È un no? «Al contrario. Vorrei approfittare di questa occasione per rilanciare un altro confronto con tutte le forze politiche, anche di opposizione, per affrontare il tema delle riforme costituzionali, che sono il vero nodo della nostra vita istituzionale». Le sembra il momento migliore? Non ci sono altre priorità, tipo la ripresa economica, la pandemia? «Non c'è nulla di più prioritario per il futuro del Paese che mettere i governi in condizione di poter programmare un piano di riforme necessario a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Il sistema così com' è non va». Cosa non va? «Non possiamo competere a livello internazionale avendo premier che, magari per colpa di piccoli partitini, si avvicendano dopo un breve periodo e sono chiamati a confrontarsi con capi di Stato e di governo che rimangono in carica per decenni». Tutto questo per vendicarsi di Renzi? «(ride, nda) Tra i leader dei partiti ci sono ex premier come Silvio Berlusconi e Letta che ci sono passati prima di me e che, in un modo o nell'altro, hanno subito questa instabilità del governo. Il momento è perfetto: quali migliori interlocutori per affrontare la riforma della Costituzione?» Anche Berlusconi? «È leader di un partito di maggioranza». Vale pure per Renzi. «Da Renzi ci aspettiamo che trovi il tempo, tra un viaggio di affari e l'altro, per rispondere alle 13 domande su Open e sulla campagna di delegittimazione degli avversari, che il M5S gli ha posto». Ha detto che risponderà a lei ma in tv? «Renzi pensa sia tutto uno show. Ma le questioni poste sono serie e gravi e vanno chiarite». Ma se non ce l'hanno fatta per decenni a dare stabilità ai governi, perché dovreste riuscirci adesso? «Perché adesso c'è un piano di investimenti , il Pnrr da realizzare entro il 2026. Se continueremo con la media di una crisi di governo all'anno non ce la faremo mai». 

Secondo Francesco Verderami sul Corriere della Sera la proposta di Letta per un “tavolo sulla Finanziaria” è una “piccola foglia di fico” per discutere di Quirinale:

«Sulla legge di Stabilità le Camere e i partiti hanno striminziti margini di manovra. Ai parlamentari il ministro dell'Economia ha concesso appena 600 milioni per i loro emendamenti, e per quanto sia «la dote più bassa nella storia repubblicana» - come spiega il sottosegretario Tabacci - se li dovranno far bastare. Sui super-bonus per l'edilizia c'è già un'intesa tra le forze politiche per allargare un po' le maglie che Draghi aveva stretto. Sui restanti temi, i più spinosi, il premier porrà fine a ogni discussione ricorrendo alla fiducia. Se così stanno le cose, si capisce che la proposta di un «tavolo sulla Finanziaria» lanciata da Letta è solo una (piccola) foglia di fico dietro la quale discutere di Quirinale. Altrimenti non si spiegherebbe come mai anche la Meloni, che sta all'opposizione, si è detta disponibile a partecipare. Dopo la sortita di Mattarella, che ha messo in difficoltà il Nazareno nella corsa per il Colle, il segretario del Pd ha dovuto fare di necessità virtù. E per uscire dall'angolo è stato costretto ad aprire i giochi, nella consapevolezza che - per dirla con un dirigente dem - «il partito non reggerebbe una sconfitta sulla presidenza della Repubblica». Il tavolo, riconoscono fonti del Carroccio, servirà «per iniziare ad annusarsi», sebbene il leghista Capitano ne gradirebbe uno «anche sulle nomine Rai», dove invece «il Pd punta ad occupare direzioni di reti e di tg grazie all'ad Fuortes, che incontra i loro ministri alle feste di compleanno». Un messaggio per far capire che il pacchetto dell'accordo, semmai si realizzasse, non potrebbe limitarsi al Quirinale. Ma è evidente quale sarebbe il piatto forte, che poi era quanto il titolare della Difesa Guerini aveva spiegato ad alcuni deputati di Base riformista: «Se si vorrà tenere unito il Parlamento, prima o poi i segretari dei partiti dovranno vedersi». Il momento è arrivato, più prima che poi, anche perché sarebbe stato impossibile tenere il coperchio sopra il pentolone ancora per due mesi, come sosteneva Letta: le manovre già in atto avrebbero potuto sopraffarlo. Ora, è vero che i leader non si sono nemmeno seduti al desco, ma è altrettanto vero che se si dovessero alzare con un patto, sarebbe sull'unico nome capace di tenere insieme l'attuale maggioranza e FdI: Draghi. E «il treno di Draghi è già partito», avvisano all'unisono uno dei maggiori esponenti del governo e un rappresentante delle istituzioni in Parlamento. L'unità nazionale sul nome del premier consentirebbe di affrontare senza patemi il voto segreto: d'altronde - come ricorda un autorevole ministro - «anche Ciampi ebbe contro 120 franchi tiratori». Al tavolo di Letta il menù è fisso e rischia di essere indigesto al centrodestra. Se il candidato fosse Draghi, chi tra Salvini e Meloni s' incaricherebbe di spiegare a Berlusconi che deve smettere di sognare a occhi aperti? Che poi il suo sogno sta diventando un incubo per il segretario del Pd, dato che il Cavaliere è arrivato a bussargli a casa per avere i voti, grazie (anche) al lavoro degli amici di una vita. A parte Dell'Utri, che dopo il rendez vous con Renzi ha detto a Berlusconi «di lui ti puoi fidare», anche Galliani si è mostrato ottimista: «Dopo Milano 2, Mediaset, il Milan e Forza Italia, che sarà mai la presidenza della Repubblica? Una passeggiata di salute». E Confalonieri, che sta facendo il suo, al termine di un colloquio ha salutato l'ospite con un inequivoco commento: «Silvio continua a stupire. Chi l'avrebbe immaginato un anno fa?». Da un paio di settimane nel Pd non c'è più voglia di scherzare sull'argomento. Nei capannelli in Transatlantico Fiano è arrivato a prospettare la contromossa: «Se il centrodestra annunciasse il voto per Berlusconi, potremmo disertare quella chiama. Come loro fecero quando noi candidammo Prodi. Così vedremmo se hanno i voti». In realtà l'escamotage servirebbe per impedire a Iv e a una decina di parlamentari dem di sostenere il Cavaliere a scrutinio segreto. Tanto basta per capire che Letta non poteva più star fermo. Il menù fisso dovrebbe poi condurre verso un gabinetto tecnico con Cartabia a palazzo Chigi e Franco all'Economia. Ma il rischio del voto anticipato non sarebbe del tutto scongiurato, perciò la proposta non piace ai grillini «tendenza Di Maio». La tesi che «un qualsiasi altro governo dopo due mesi non avrebbe più padri» è sostenuta da quanti - oltre il ministro degli Esteri - osteggiano la soluzione. È un fronte trasversale di cui fanno parte pezzi di Pd, Renzi e Berlusconi. È lo scontro tra «draghisti» e «bipolaristi», che mirano a regolare i conti nei loro partiti e nelle coalizioni, sbarazzandosi definitivamente del centro».

“LASCIATE IN PACE MATTARELLA”

Ugo Magri sull’Huffington Post spiega il fastidio, palpabile sul Colle, per l’insistenza dei partiti nel non credere a ciò che Sergio Mattarella dice in tutte le salse: “Ne bis in colle”.

«Al Quirinale si stupiscono dello sbalordimento che pervade la politica ogni qualvolta Sergio Mattarella conferma di non essere interessato al bis, come se fosse una succulenta novità. Gli “oooooh” di sorpresa vengono giudicati sul Colle fuori luogo perché il presidente lo va dicendo da mesi, e sempre con la stessa identica motivazione: sette anni sono già tanti, forse perfino troppi; prolungarli significherebbe trasformare la Repubblica in una specie di monarchia. L’eccezione può capitare, difatti è successo con “Re” Giorgio Napolitano; ma se si ripetesse per due volte consecutive diventerebbe una regola. Tutti i presidenti futuri punterebbero alla riconferma. Invece di far rispettare le regole senza preoccuparsi del dopo, come spetta al Garante, si metterebbero a brigare per guadagnarsi un secondo mandato. Mattarella inorridisce all’idea di stravolgere la Costituzione: questa è la remora che lo frena. O perlomeno, è quella ufficiale resa nota finora. Poi ci sono altre motivazioni di cui meno si parla, anzi sul Colle è severamente vietato accennarne, ma aiutano meglio a capire perché l’uomo è così testardo, e come mai non ci sia verso di trattenerlo anche solo per poco, giusto il tempo di coprire le spalle a Draghi e prepararne la successione. È una questione anzitutto di amor proprio: scaldare la poltrona in attesa di un altro, fosse pure Super Mario, non dà mai lustro; figuriamoci per chi certe soddisfazioni se l’è già levate e restare un altro po’ non gli aggiungerebbe nulla, né in termini di prestigio e nemmeno di autostima. Semmai avrebbe l’effetto di ammaccarla, qualora la supplenza dovesse sciupare il ricordo lasciato nei sette anni precedenti. Il Quirinale non è soltanto privilegi e onori; è anche una scommessa, un rischio, un anello di fuoco che Mattarella ha saputo attraversare senza ustioni nonostante avesse avuto a che fare con Matteo Renzi prima, coi populisti poi, accompagnandoli tutti quanti alla porta per far posto a Draghi, la “ciliegina” finale. Nessuno che gli voglia bene potrebbe chiedere a Mattarella di rimettersi in gioco, di rituffarsi in un altro “ring of fire” proprio mentre sta assaporando la soddisfazione di tagliare il traguardo tra gli applausi. Si aggiunga l’ingratitudine umana di cui restò vittima Napolitano, che nel 2013, a 87 anni suonati, accettò di trattenersi dov’era; invece di riceverne riconoscenza venne rapidamente a noia; gli stessi che l’avevano supplicato di restare lo misero nel mirino; subì un crollo verticale di popolarità. Per quale motivo Mattarella dovrebbe infilarsi nello stesso vicolo cieco? Chi glielo farebbe fare? Il senso di responsabilità, certo; magari l’attaccamento al bene comune; l’interesse supremo del Paese e altre alate motivazioni. Ma nella vita di tutti i giorni un presidente a termine verrebbe considerato per quello che è: provvisorio, precario, con la valigia in mano. I vari leader lo ascolterebbero impazienti, ticchettando con le dita sull’orologio per segnalare che la scadenza è vicina. La sua autorevolezza sarebbe rasoterra. Ecco perché Mattarella si risente quando, con l’aria di fargli un regalo, lo consigliano di resistere “un altro paio d’anni al massimo”, per poi eclissarsi. Ulteriore problema: al più tardi nel 2023 torneremo a votare; vai a sapere chi vincerà, con quali protagonisti il nuovo presidente dovrà rapportarsi. Mattarella è fatto come sappiamo, si ispira a principi che non sono gli stessi, per capirsi, di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini. Sull’Europa; sul sovranismo; sui migranti; sui vaccini; sulla solidarietà; praticamente su tutto. Nel caso possibile (secondo alcuni probabile) che quei due conquistino la maggioranza nel prossimo Parlamento, Mattarella si troverebbe nella difficile condizione di controfirmare leggi contrarie al suo set di valori, oppure di sfidare l’ira delle destre a rischio di impeachment o di dover dare le dimissioni. In entrambi i casi una sofferenza, un supplizio. Ultimo dettaglio: a Napolitano chiesero di restare. Fu un moto unanime del Parlamento che, dopo avere bruciato tutte le possibili candidature, non trovava più santi a cui votarsi. Come sappiamo, Napolitano trovò la forza di accettare. Nel caso di Mattarella, invece, nessuno gliel’ha ancora nemmeno domandato. Non il Pd che magari lo eleggerebbe di nuovo, ma intanto guadagna tempo e si tiene sul vago; non i Cinque stelle, in pieno marasma esistenziale; figurarsi Fratelli d’Italia e Lega. Quanto al Cavaliere, si sa che gioca per sé. Ricapitolando: Mattarella non desidera il bis, si ficcherebbe in un grosso guaio e chi dovrebbe eventualmente supplicarlo per adesso se ne guarda bene. Insistere non è decoroso, meglio lasciarlo in pace».

Stefano Folli su Repubblica non ascolta e insiste, oggi su Repubblica scrive: Draghi faccia come De Gasperi e resti al Governo. E Mattarella si convinca a non traslocare. Per “alterare il meno possibile l’assetto raggiunto”.

«Via via che passano i giorni, un timore si diffonde nei palazzi romani: che la matassa del Quirinale si trasformi in un groviglio inestricabile, per cui alla fine i due soli personaggi da tutelare, Mattarella e Draghi, entrambi indispensabili alle istituzioni, siano travolti dal grande frullatore. Quel meccanismo che si mette in moto quando manca un baricentro, o se si vuole un regista riconosciuto in grado di gestire operazioni complesse. In giro ci sono molti tattici ma forse nessun stratega, quando invece la partita intorno alla presidenza della Repubblica è materia per gli strateghi più che per i tattici. È stato sempre così, ma forse mai in passato il sistema politico era apparso così sfilacciato. Circostanza che dovrebbe consigliare di proteggere la stabilità come il bene più prezioso. E oggi, piaccia o no, la stabilità del sistema s' incarna nell'attuale capo dello Stato e nell'attuale presidente del Consiglio. Mescolare le carte si può, secondo molti si deve, ma a condizione che esista un regista, appunto, capace di tenere fermo il bandolo della matassa. Senza di lui, si rischia un ingorgo disastroso, dalle conseguenze imprevedibili. Quando Enrico Letta propone una sorta di patto alle forze di maggioranza in grado di reggere fino a gennaio, nel tentativo di individuare insieme la soluzione più idonea per il Quirinale, compie un passo nella giusta direzione. E tuttavia lo scetticismo è inevitabile, perché al segretario del Pd manca la forza politica che ebbe De Mita nel 1985, quando impose al primo scrutinio Cossiga; oppure D'Alema e con lui Veltroni quando nel 1999 furono gli artefici dell'elezione di Ciampi, sempre al primo voto. Ci sono poi alcune esperienze del passato che tornano alla mente oggi che si parla di "semi presidenzialismo di fatto". Nel 1948, reduce dalla vittoria elettorale del 18 aprile, Alcide De Gasperi avrebbe avuto poche difficoltà a farsi eleggere presidente della Repubblica. Ma non ne ebbe la tentazione. Era consapevole che l'opera immane di ricostruire l'Italia poteva essere svolta solo da Palazzo Chigi, così come era convinto che nell'equilibrio costituzionale italiano il potere esecutivo è del presidente del Consiglio e il garante dell'unità nazionale siede al Quirinale. Agì quindi per essere il "grande elettore" del primo presidente. Non ebbe successo con Carlo Sforza, pensò a Benedetto Croce e infine la sua scelta felice cadde sul nome prestigioso di Luigi Einaudi. Da notare che Croce, due anni prima, avrebbe potuto essere capo provvisorio dello Stato, se solo avesse accettato di candidarsi. Pietro Nenni gli aveva già promesso il voto dei socialisti, chiedendogli in cambio un segno di disponibilità. Ma il filosofo declinò con una nobile lettera: chissà, la storia d'Italia avrebbe potuto essere diversa, anticipando il centrosinistra. In ogni caso l'episodio dimostra che non è sempre vero che al Quirinale non ci si candida, ma si viene candidati. Talvolta l'incertezza sulle intenzioni di una persona, specie se si tratta di una figura centrale nelle istituzioni, genera equivoci e incoraggia, senza volerlo, le manovre tattiche: le meno adatte a individuare soluzioni appropriate. In fondo quasi ogni presidente nella storia repubblicana ha incarnato un cambio di scenario. E oggi? Se la posta in gioco è la stabilità come premessa della ripresa economica e sociale, il buon senso suggerisce di alterare il meno possibile l'assetto raggiunto».

BERLUSCONI VERSO IL COLLE?

Il Giornale sostiene oggi che Draghi non ha i voti per essere eletto Capo dello Stato. Nell’editoriale Vittorio Macioce propone lo schema: se Draghi va al Quirinale, ci sono elezioni anticipate. Come dire: c’è solo un Presidente ed è Berlusconi…

«Sulla strada che da palazzo Chigi porta al Quirinale c'è un cartello che molti fingono di ignorare. Ci sono scritte solo due parole: elezioni subito. Non se ne parla più di tanto perché si ha paura a farci i conti o, forse, a tanti non conviene. La consapevolezza serve però a mettere le cose in chiaro. Mario Draghi presidente della Repubblica non sarà un elemento di equilibrio. Non è un modo diverso per garantire l'Italia davanti all'Europa. Non sarà una supplenza. Non è lo stesso percorso visto da un punto più alto. È semplicemente l'inizio di una nuova partita, dove tutto torna in discussione. Il governo Draghi nasce come un'anomalia. È la risposta politica a un'emergenza sanitaria, sociale ed economica. È il ricorso all'uomo della provvidenza. È solo con questo sentimento che può nascere una maggioranza che, in un'altra situazione, avrebbe davvero poco da dirsi. Draghi è il nome che riesce a tenere insieme Letta, Speranza, Conte, Di Maio, Renzi, Berlusconi, Salvini. Non c'è nessuno che può fare altrettanto. Non è solo una questione di carisma. È un patto che si è realizzato in quel momento storico e si è incarnato in un personaggio «fuori dai giochi». Draghi in questo aspetto può essere considerato, senza offesa, una sorta di capitano di ventura, l'uomo a cui si affidano le sorti del Comune quando ci si trova davanti a una crisi. Non è un ruolo che può svolgere dal Quirinale. È una finzione, come se in Italia ci fosse un sistema semi presidenziale, con una riforma costituzionale realizzata in silenzio, per prassi, per ambiguità. Non si può davvero chiedere a Draghi questo salto nel buio. Non si può farlo passare all'improvviso per De Gaulle. Draghi non può governare dal Colle. Non avrebbe senso neppure andare avanti con una maggioranza finta per un altro anno. A qualcuno magari conviene. La realtà è che un governo Draghi senza Draghi sarebbe un vortice di tensioni senza più un perno. Il primo a lasciare la compagnia sarebbe probabilmente Salvini, ma non si capisce perché Forza Italia e anche i renziani dovrebbero convivere con il Pd e i grillini. Per lo stato di emergenza? Per il Recovery? Per il nuovo presidente della Repubblica? Non basta. A che serve restare un anno al governo senza il vantaggio di avere Draghi come premier? È un principio che vale per tutti. È per questo che le elezioni anticipate sarebbero la strada dritta, quella senza arabeschi e comprensibile anche a chi guarda le vicende di Roma da lontano. Non si immagina il futuro di un Paese con un governo balneare. Non si tira a campare quando la parola d'ordine è ricostruire. Draghi può insomma traslocare, ma il voto è la mossa successiva. Qualsiasi altra strada sarebbe un papocchio».

La Repubblica in un retroscena di Emanuele Lauria sostiene che Renzi sarebbe pronto a votare il fondatore di Forza Italia al Quirinale.

«Matteo Renzi mi ha detto che se a Berlusconi dovessero mancare solo quelli, i voti di Italia Viva sarebbero garantiti». Gianfranco Micciché, parlamentare di Forza Italia per cinque legislature e oggi presidente dell'Assemblea regionale siciliana, rivela a Repubblica un retroscena che la dice lunga sulle manovre in corso per il Quirinale. Racconta un passaggio di una conversazione avuta con l'ex premier nel corso di una cena, avvenuta a metà ottobre a Firenze: argomento principale il patto fra Fi e Iv per le elezioni a Palermo ma nel menu dell'enoteca Pinchiorri, fra un brindisi e l'altro con un Guado al Tasso, è finita anche la corsa al Colle. Renzi non ha mai fatto mistero di avere altre idee per la successione a Mattarella, coltiva l'ambizione di condizionare la scelta attraverso un polo di Centro (e Casini è una delle ipotesi in campo) ma in un quadro diverso, in un eventuale redde rationem dalla quarta votazione in poi, è pronto a garantire il suo soccorso al Cavaliere. Fra le smentite degli ambienti renziani, Micciché riferisce la stessa operazione di cui si è fatto portavoce un altro pioniere forzista ben più noto, quel Marcello Dell'Utri che ha ricominciato a frequentare casa Berlusconi dopo la condanna per mafia e oltre cinque anni di detenzione. Lunedì scorso Dell'Utri si è presentato ad Arcore alla riunione fra dirigenti e coordinatori regionali. «Silvio, stai tranquillo, ho parlato con Renzi: da quelle parti ti vota anche la segretaria», è la battuta riferita da uno dei presenti. E Dell'Utri, nel corso della reunion, avrebbe anche trasmesso l'ottimismo di Renzi: «Mi ha detto di fidarci di lui che ha fatto cadere Conte e io mi fido». Salvo poi confidare i dubbi del senatore fiorentino sui "tranelli" che a Berlusconi potrebbero fare invece Salvini e Meloni. Si badi, non sarebbero impressioni ricavate solo da una conversazione telefonica: Dell'Utri e Renzi si sarebbero visti a Roma, pochi giorni prima il vertice di Arcore. A confermarlo è ancora Micciché, che con l'ex presidente di Publitalia ha un rapporto ultratrentennale: «Sì, Marcello mi ha raccontato di avere incontrato Renzi. Non so se sia stato un incontro casuale, ma c'è stato». Casuale o meno, sarebbe durato un'ora. È il momento degli ambasciatori. Il Cavaliere formalmente non parla delle sue mire quirinalizie, dice ai suoi di essere lusingato dall'attenzione ma invita ad attendere l'eventuale verificarsi delle condizioni adatte. Intanto continua a tenere lontano Draghi dal Colle, indicando per lui la via della permanenza a Chigi «fino al 2023 e anche dopo». Ipotesi che piace a diversi big forzisti, fra cui il sottosegretario Giorgio Mulé («Draghi è un mezzo e non è un fine») ma non a Salvini e Meloni, che ieri hanno parlato per oltre un'ora negli uffici della presidente di Fdi alla Camera. Un asse che si consolida anche come risposta alle manovre centriste. Il dialogo a tutto campo fra i due esponenti sovranisti ha toccato anche il tema Quirinale, ma senza neppure prendere in considerazione l'idea che Draghi possa restare al governo oltre la fine della legislatura. La via maestra rimane il voto il prima possibile. E quella del leader di Fi viene considerata una fuga in avanti. Da oggi, in ogni caso, Renzi attende segnali di vicinanza dal centrodestra, che ha la maggioranza nella giunta per le immunità chiamata a esprimersi sull'utilizzo delle intercettazioni dell'inchiesta su Open. Un sostegno, da parte di azzurri e loro sodali, sarebbe un primo passo».

CARTABIA VA NEGLI USA

Viaggio della ministra di Grazia e Giustizia Marta Cartabia negli Usa. Paolo Mastrolilli per Repubblica.

«La giustizia è davvero la spina dorsale del sistema istituzionale e della vita sociale ed economica. Avere questa spina dorsale ben retta e solida è indispensabile perché poi tutte le altre attività della vita di un Paese, e i rapporti reciproci con i singoli partner, possano funzionare al meglio». La ministra Marta Cartabia ha scelto un tono e un profilo molto istituzionale, per la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti. Non è un mistero però che il suo nome compaia in cima a tutti gli elenchi dei possibili candidati al Quirinale, e a Washington lo sanno bene. Perciò da parte sua c'è l'interesse a presentarsi al principale alleato di Roma, mentre da parte americana c'è la curiosità di conoscerla. In questo quadro si può leggere il suo saluto di ieri al personale dell'ambasciata italiana, quando ha detto di essere venuta a promuovere «l'idea di una giustizia che esce dalle stanze segrete dei suoi addetti ai lavori, e si mette al servizio di una rinascita della vita economica e sociale, dopo la pandemia». Nessuno può raggiungere da solo questo obiettivo, e qui nasce il ringraziamento per il lavoro fatto nel coltivare l'amicizia con «questo Paese straordinario che sono gli Stati Uniti. Non è una terra qualunque, per la storia passata, il nostro presente, e ci auguriamo il nostro futuro». Cartabia ieri ha incontrato Merrick Garland, che non è solo il suo omologo, ma anche una persona con un distinto profilo politico, perché era stato nominato alla Corte Suprema da Obama, ma i repubblicani lo avevano bloccato con l'ostruzionismo in Senato. Sul tavolo c'era anche il trasferimento in Italia di Chico Forti, condannato per omicidio a Miami, che sembrava fatto dopo l'interessamento del ministro degli Esteri Di Maio con l'amministrazione Trump, ma poi si è bloccato quando il governatore della Florida De Santis è rimasto irritato dalle parole del capo della Farnesina, che aveva detto di voler abbracciare il detenuto. Visto l'interesse manifestato soprattutto dai grillini, in particolare l'ex ministro Fraccaro, questa è una causa che aiuterebbe Cartabia a guadagnare parecchi consensi. Possibile poi che abbia discusso le indagini sull'Italygate, ossia la teoria complottista secondo cui Roma aveva aiutato Biden a "rubare" le elezioni del 2020, anche se l'inchiesta era stata lanciata da Trump. In serata poi ha illustrato a vari interlocutori americani la riforma della giustizia, che ha l'obiettivo di ridurre del 40% la durata del processo civile e del 25% quella del processo penale. Un tema ricorrente che tutti gli ambasciatori americani in Italia sollevano da decenni, perché la mancanza della certezza e rapidità del diritto sono due problemi che frenano gli investimenti. Oggi vedrà alcuni parlamentari e il capo della Corte Suprema Roberts, e domani sarà a New York per parlare ancora della riforma della giustizia, visitare la scuola Guglielmo Marconi e tenere una conferenza alla New York University. La visita di Cartabia è l'ultima di una processione di ministri italiani venuti di recente negli Usa: Di Maio, Guerini, Giorgetti. Il presidente della Camera Fico. Lamorgese aveva organizzato ma ha dovuto cancellare, così come Speranza. Di Maio tornerà a metà dicembre per inaugurare il centro per l'innovazione tecnologica a San Francisco, di cui lo stesso premier Draghi aveva esaminato il dossier, forse pensando ad una sua visita. E' un delicato momento di transizione per l'Italia, dove anche in proiezioni futura è necessario coltivare il rapporto con gli Usa».

CL, CARRON LASCIA LA PRESIDENZA

A sorpresa don Julián Carrón lascia la guida della Fraternità di Comunione e Liberazione, ben prima del dovuto. «Per favorire che il cambiamento della guida a cui siamo chiamati dal Santo Padre si svolga con la libertà che tale processo richiede», spiega nella lettera spedita ieri ai membri del Movimento. La cronaca di Mimmo Muolo per Avvenire.

«Sono state annunciate ieri le dimissioni di don Julián Carrón. Il sacerdote spagnolo, 71 anni, lascia dunque la guida di Comunione e Liberazione, per «favorire - come ha spiegato egli stesso in una nota - il cambiamento a cui siamo chiamati dal Santo Padre», pur «in questo momento così delicato della vita del movimento». Una decisione presa in seguito al Decreto sull'esercizio del governo all'interno dei movimenti e affinché il cambiamento stesso «si -svolga - sono sempre le parole di Carrón - con la libertà che tale processo richiede». «Questo - nota ancora il dimissionario presidente - porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma». La lettera è stata pubblicata sul sito di Cl, la realtà iniziata da don Luigi Giussani nel 1954. «È stato un onore per me - scrive don Carrón - esercitare questo servizio per anni, un onore che mi riempie di umiliazione per i miei limiti e se ho mancato nei confronti di qualcuno di voi. Rendo grazie a Dio per il dono - prosegue la nota - della compagnia di cui ho potuto godere, davanti allo spettacolo della vostra testimonianza quotidiana, da cui ho imparato costantemente e da cui voglio continuare a imparare. Vi auguro - conclude il sacerdote - di vivere questa circostanza come occasione di crescita della vostra autocoscienza ecclesiale, per poter continuare a testimoniare la grazia del carisma donato dallo Spirito Santo a don Giussani, che rende Cristo una presenza reale, persuasiva e determinante, che ci ha investito e trascinato dentro un flusso di vita nuova, per noi e per il mondo intero». Il Decreto al quale don Carrón ha fatto riferimento si intitola "Le associazioni di fedeli" e disciplina l'esercizio del governo nelle associazioni internazionali di fedeli. È stato promulgato dal Dicastero per i laici, la famiglia e la vita ed è entrato in vigore lo scorso 11 settembre. Le norme in esso contenute stabiliscono all'articolo 1 che «i mandati nell'organo centrale di governo a livello internazionale possono avere la durata massima di cinque anni ciascuno» e all'articolo 2 che «la stessa persona può ricoprire un incarico nell'organo centrale di governo a livello internazionale per un periodo massimo di dieci anni». L'articolo 4 poi regola gli avvicendamenti. E in particolare vi si afferma che le associazioni nelle quali, al momento della entrata in vigore del Decreto stesso «sono conferiti incarichi nell'organo centrale di governo a livello internazionale a membri che hanno superato i limiti di cui agli articoli 1 e 2, debbono provvedere a nuove elezioni entro e non oltre ventiquattro mesi dalla entrata in vigore delle norme. In pratica entro e non oltre l'11 settembre 2023. «Essendo presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione da oltre dieci anni - spiega l'Ufficio stampa di Cl - don Julián Carrón ha deciso di dimettersi da tale carica, per favorire da subito il processo di cambiamento richiesto alle associazioni internazionali di fedeli riconosciute dalla Santa Sede». La decisione si iscrive nel più ampio quadro dei cambiamenti chiesti dal Papa non solo a Cl. Il quale lo scorso 16 settembre, rivolgendosi ai moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità, aveva sottolineato: «Governare è servire. L'esercizio del governo all'interno delle associazioni e dei movimenti è un tema che mi sta particolarmente a cuore, soprattutto considerando i casi di abuso di varia natura che si sono verificati anche in queste realtà». Il successivo 24 settembre, poi, era arrivato un cambio della guardia deciso da Francesco nei confronti dei Memores Domini, l'associazione del laici consacrati del Movimento, con la nomina del suo delegato speciale nella persona dell'arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro, «al fine di custodirne il carisma e preservare l'unità dei membri». 

Il commento di Antonio Polito sul Corriere della Sera sembra riflettere i sentimenti di queste ore di don Carrón. Le dimissioni due anni prima del termine non sono polemiche verso il Papa, ma una “sfida” per chi non vuole più sentirsi “un capro espiatorio” nelle mani dei “nostalgici”. E alle viste ci sarebbe un commissariamento.

«Non si può parlare di dimissioni polemiche, perché Julián Carrón è un uomo così mite e lontano dalle tentazioni della zuffa politica che è difficile immaginarlo polemico. Ma che si tratti del gesto di un uomo amareggiato, e che contenga una sfida a chi l'ha spinto a farlo, non sembrano esserci dubbi. Non foss' altro per i tempi. Le dimissioni arrivano infatti, a sorpresa, due anni prima del termine ultimo richiesto dal Vaticano a tutti i movimenti ecclesiali per rinnovare guida e statuto, e prima che emergesse una ipotesi sulla successione alla presidenza del movimento fondato da don Giussani. Non a caso nella lettera di addio Carrón dice apertamente che la sua decisione «porterà ciascuno ad assumersi in prima persona la responsabilità del carisma». Il presidente di Cl ha insomma voluto togliere alibi ai suoi critici interni, spogliarsi di ogni potere e liberare così la scelta della nuova guida dalla sua tutela. Il che va nel senso della riforma di Francesco, che vuole mettere fine alle leadership carismatiche e a vita. Si vede che Carrón ha preferito evitare altri due anni come l'ultimo che ha vissuto. In cui le tensioni interne al movimento, e l'attivismo dei «nostalgici del passato», l'hanno usato come capro espiatorio, mettendolo sotto pressione e trovando sponde in Vaticano. Carrón è stato il traghettatore che ha portato Cl fuori dalle secche della iper politicizzazione e delle inchieste giudiziarie, in cui era stata spinta da quel Movimento Popolare che a Milano aveva il suo indiscusso leader in Roberto Formigoni. Con una lettera pubblicata nel maggio del 2012, nella quale con toni accorati chiedeva «perdono» a no-me del movimento, il teologo spagnolo ammetteva che «se Cl si è identificata con l'attrattiva del potere, dei soldi, di stili di vita che nulla hanno a che vedere con quello che abbiamo incontrato, qualche pre-testo dobbiamo averlo dato». E aggiungeva, prendendo le distanze: «Non esistono politici di Cl». Pa-radossalmente la contestazione che ha portato fino alla rottura di ieri è nata proprio tra I Memores Domini, i laici di Cl che, un po' come i «Numerari» dell'Opus Dei, vivono seguendo i voti di povertà, castità e obbedienza, e di cui fanno parte tra gli altri anche Formigoni e le quattro suore laiche che assistono il papa emerito Benedetto XVI. Lo scontro aveva portato in settembre il pontefice a commissariare l'associazione di cui Carrón era anche assistente ecclesiastico; ma con l'arcivescovo Santoro, di lunga appartenenza ciellina. Difficile prevedere ciò che sarà ora di Cl, un movimento che fin dalla fondazione nel 1954 ha sempre conosciuto una leadership carismatica, prima con don Giussani e ora con Julián Carrón. Tanto che non si esclude un commissariamento, in attesa che il Dicastero per i laici del Vaticano approvi il nuovo statuto e dia il via libera alle elezioni».

Paolo Rodari su Repubblica spiega come, dopo quelle del Presidente della Fraternità di Cl, sono attese le dimissioni degli altri big leader dei Movimenti. Fra di loro c’è scontento.

«Non sarà facile per gli oltre cento movimenti e associazioni ecclesiali ripensare la propria leadership entro un anno. Il decreto della Santa Sede dello scorso giugno che chiede a chi guida i movimenti ecclesiali di non superare i due mandati (dieci anni in tutto) ha colto quasi tutti di sorpresa e provocato non pochi mal di pancia: «Il Dicastero dei Laici avrebbe dovuto coinvolgere maggiormente i movimenti, chiedere loro un confronto prima di agire», commenta un prelato che chiede l'anonimato. «Di fatto la decisione è calata dall'alto senza preavviso. A mio avviso è un autoritarismo senza precedenti». Tuttavia la volontà del Dicastero è chiara: evitare che i leader possano assumere un'autorità troppo grande che può portare ad abusi di potere e abusi spirituali. Secondo quanto apprende Repubblica , alcuni responsabili degli stessi movimenti lo scorso 16 settembre in un raduno nel quale il Papa spiegava il senso delle norme - non erano presenti né Antonella Frongillo, ex presidente dei Memores Domini, né don Carrón - hanno espresso le loro perplessità. «C'è già la difficoltà di trovare responsabili capaci in giro per le comunità sparse nel mondo», hanno detto. «A maggior ragione trovare nuovi leader che assumano la responsabilità di ogni movimento entro un anno resta un'impresa difficile e che chiede un dispendio di energie il cui risultato non è sempre assicurato». Dopo Carrón sono attese le dimissioni (ma per i fondatori è a discrezione del dicastero dei Laici) degli altri "big", Chiara Amirante di Nuovi Orizzonti, Kiko Arguello dei Neocatecumenali, Salvatore Martinez del Rinnovamento dello Spirito, Marco Impagliazzo che guida in armonia con il fondatore Andrea Riccardi la Comunità di Sant' Egidio. Ma cambi ai vertici arriveranno anche, fra gli altri, per l'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, le Equipes Notre- Dame, l'Organismo Mondiale dei Cursillos di Cristianità. Stesso problema per le molteplici micro realtà, tutte diverse fra loro, che in questi anni si sono formate sotto il cappello della Santa Sede ma di fatto senza adeguati controlli. «Ma resta ancora una cosa da dire», commenta il prelato. «Perché i movimenti devono cambiare guida mentre gli Istituti Religiosi no?». I casi come quello dei Legionari di Cristo e della doppia vita di Marcial Maciel Degollado fanno ancora male. E al di là dei mal di pancia dicono che un cambiamento deve avvenire. Giovanni Paolo II non sempre fu in grado di vedere certi abusi e, in un'epoca storica nella quale il "noi", l'essere in quanto comunità, veniva prima dell'"io", puntò tutto sui movimenti. In una Chiesa protagonista della battaglia dell'Occidente contro le ideologie totalitarie, i movimenti erano una presenza sociale forte. I carismi erano utili alla causa. Benedetto XVI fece sua la linea di Wojtyla seppure per primo aprì ad un'azione dall'alto contro gli abusi, anche consapevole che il futuro della Chiesa non era più in azioni evangelizzatrici di massa ma in «minoranze creative», piccoli gruppi che sapessero dare l'esempio senza proselitismi. Dopo di lui, Francesco, che questa estate, nella prima udienza generale dopo il ricovero al Gemelli, ha ricordato come «tante volte abbiamo visto nella storia, anche vediamo oggi, qualche movimento che predica il Vangelo con una modalità propria, delle volte con carismi veri propri, ma poi esagera e riduce tutto il Vangelo al movimento ». Ma «questo non è il Vangelo di Cristo, è il Vangelo del fondatore o della fondatrice: e questo potrà aiutare all'inizio ma alla fine non fa frutti con radice profonda», ha chiarito. Qui c'è il senso delle sue nuove disposizioni, qui la radice di un'azione che democraticizzerà i vertici dei movimenti all'interno di un panorama ecclesiale nel quale il prevaricare dei leader sulle persone loro affidate non è più ammesso né tollerato. Cambiare non è facile. Lo scorso 16 settembre alcuni l 'hanno fatto presente al Papa. Ma ormai indietro non si torna».

CRISI MIGRANTI, MATTARELLA CONTRO LA UE

La crisi umanitaria al confine tra Bielorussia e Polonia. La Ue prepara sanzioni al governo di Minsk mentre Varsavia annuncia "a dicembre il muro". Putin media. Claudio Tito per Repubblica.

«Lo scontro resta. Le sanzioni aumentano. La tensione resta alta. Ma si apre un primo spiraglio per una soluzione. Nella giornata in cui l'Ue inasprisce le sanzioni contro la Bielorussia -e gli Usa si dicono pronti a fare altrettanto - la Russia si propone infatti come mediatrice. Ordina a Lukashenko di non interrompere il flusso di gas verso l'Europa. E il Ras di Minsk si rende disponibile ad un compromesso che eviti il conflitto. I contatti si moltiplicano per evitare il peggio. Il tutto però è circondato da un alone di diffidenza. Tanto che la Polonia annuncia: dal prossimo mese parte la costruzione del muro al confine con la Bielorussia. «Lavoreremo 24 ore al giorno». Senza i soldi dell'Ue, ma pur sempre un muro. La posizione europea è stata concordata durante la riunione del Consiglio dei ministri degli Esteri: nuove sanzioni per colpire individui ed entità complici del regime di Lukashenko. Sotto osservazione a questo punto finiranno 166 persone e 15 enti che collaborano con le attività migratorie illecite. Tra gli obiettivi, ovviamente, lo stesso presidente bielorusso. E sotto osservazione finiscono pure alcune compagnie aeree - oltre la compagnia di bandiera di Minsk - che hanno trasportato fraudolentemente i migranti in Bielorussia. «La decisione odierna - ha spiegato l'Alto Rappresentante Borrel riflette la determinazione dell'Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale». Secondo l'Alto rappresentante, però, la situazione al confine tra Bielorussia e Polonia sta migliorando. L'Ue è riuscita a fermare «quasi» tutti i voli che portavano i migranti dal Medio Oriente in Bielorussia. In parte favorita dai tanti contatti diplomatici: la Cancelliera Merkel ha parlato con il dittatore bielorusso. Il presidente russo con lo stesso Lukashenko e con il presidente francese Macron. La vicenda, del resto, si interseca con la crisi che rischia di aprirsi anche in Ucraina proprio a causa dell'aggressività del Cremlino. C'è allora un gigantesco "ma" nelle considerazioni europee. Il primo riguarda la convinzione che dietro Lukashenko in realtà ci sia Putin. E questo rende poco credibile mina il suo presunto tentativo di mediare. Il secondo è che le forme degli "attacchi ibridi" sono imprevedibili e impongono all'Ue di attrezzarsi per affrontare qualsiasi pericolo. La replica di Minsk non si è fatta attendere. Sebbene sia stata articolata secondo un doppio registro: duro contro le sanzioni, ma più disponibile al dialogo. «Pensano che scherzi, che abbia parlato e basta. Niente del genere - ha avvertito Lukashenko non arretreremo». Allo stesso tempo ha escluso un conflitto dicendosi pronto a rimandare i migranti nei Paesi d'origine. «In patria - ha aggiunto beffardo - o in Germania».

Nuovo grido d'allarme di Sergio Mattarella: è sconcertante ignorare i migranti ai confini dell'Unione europea. Il presidente della Repubblica denuncia «il disallineamento tra le solenni affermazioni e il rifiuto di accoglierli». Angelo Picariello per Avvenire.

«Uno «sconcertante divario» fra i principi fondanti della Ue e lo spettacolo angosciante dei migranti lasciati soli, privi di solidarietà, ai suoi confini. Il monito di Sergio Mattarella viene da Siena, dove il presidente si è recato ieri, in una della sue ultime visite in Italia, per l'inaugurazione dell'anno accademico, alla vigilia dell'ultima visita all'estero, in Spagna, che inizia oggi. «È sconcertante quanto avviene in più luoghi ai confini dell'Unione, è sorprendente il divario tra i grandi principi proclamati dai padri fondatori dell'Ue e il non tenere conto della fame e del freddo a cui sono esposti essere umani ai confini dell'Unione Europea. C'è un fenomeno di strano disallineamento, di incoerenza, di contradditorietà, tra i principi dell'Unione - insiste -, tra le solenni affermazioni di solidarietà nei confronti degli afghani che perdono la libertà, e il rifiuto di accoglierli». Il grido d'allarme viene lanciato dal capo dello Stato alla cerimonia inaugurale per il 781° anno accademico dell'ateneo senese. «Contro i sentimenti di insicurezza e fragilità - dice ancora - c'è solo un antidoto », ovvero, i «principi irrinunciabili dell'etica della convivenza». Mattarella nel suo intervento torna anche a richiamare tutti alla responsabilità in tempi di pandemia. «Stiamo affrontando un periodo in cui i contagi riprendono in Europa - sottolinea -, investita da una nuova ondata e con grandi Paesi che appaiono in grave difficoltà. Nel nostro Paese, grazie alla serietà dei nostri concittadini, la situazione è meno allarmante ma in costante aumento, anche se limitato». Ma «questo ci richiama a osservare le norme di cautela e considerare l'importanza dell'affidamento alla scienza». Mattarella ricorda anche che «tra le grandi missioni del Pnrr la quarta riguarda proprio le università e le scuole con il grande obiettivo di accrescerne il ruolo, e ampliare offerta e qualità. Le università sono indispensabili per lo sviluppo e il rilancio del paese e il loro ruolo imprescindibile», sottolinea. E a proposito del Pnrr, il capo dello Stato nota che «sarebbero utili studi da parte delle università» per approfondire le conseguenze dell'uso - ed abuso - di acronimi «sul linguaggio e sulla facilità di comunicazione». Ad accogliere Mattarella il sindaco di Siena Luigi De Mossi insieme al presidente della Regione Toscana Eugenio Giani e al presidente della provincia di Siena Silvio Franceschelli. Presente alla cerimonia anche il segretario del Pd Enrico Letta, che ha espresso il suo «plauso», a Mattarella, «per quello che ha fatto e sta facendo in questo periodo». La giornata senese del presidente è poi proseguita ai laboratori della Fondazione Toscana Life Sciences ( Tls) dove ha incontrato una rappresentanza di 12 giovani ricercatori che, coordinati dal professor Rino Rappuoli, stanno sviluppando l'anticorpo monoclonale per la cura del Covid. I ricercatori hanno omaggiato il capo dello Stato di un camice da laboratorio con le loro firme. La Fondazione senese opera dal 2005 con l'obiettivo di supportare le attività di ricerca nel campo delle scienze della vita. Prima di lasciare la città un gruppo di cittadini si è poi rivolto a Mattarella: «Rimanga al suo posto presidente», hanno invocato. Ma, stando alle inequivocabili affermazioni del diretto interessato, il mandato sul Colle volge al termine, senza possibilità di 'proroghe', nemmeno a tempo, come da qualcuno ipotizzato. Di ritorno dalla Spagna riceverà al Quirinale i reali del Belgio e sarà ricevuto da Papa Francesco, poi - in dicembre - dopo i consueti auguri alle Alte cariche, al corpo diplomatico e ai militari impegnati nelle missioni di pace all'estero, il Presidente terrà a fine anno il suo ultimo discorso di auguri agli italiani. Già ai primi di gennaio, con leggero anticipo, è ipotizzata la diramazione della convocazione del Parlamento in seduta comune da parte del presidente della Camera Roberto Fico, per eleggere il successore di Mattarella».

I dati veri dicono che il nostro Paese è sotto la media continentale per numero di richiedenti asilo. Il record di migranti accolti è del Libano, mentre in Europa solo la Germania è tra le prime dieci Nazioni al mondo per accoglienza. L'Italia ospita 3,5 persone ogni mille residenti. La cronaca di Avvenire.

«Qualche migliaio di persone, forse 4.000, bloccate ai confini della Polonia, suscitano nell'Ue e nella Nato la paura di un attacco con un''arma ibrida'. Il fatto che provengano prevalentemente da una zona di guerra e di asilo, il Kurdistan iracheno, e a volte dall'Afghanistan, non smuove le coscienze. E neppure che tra loro siano numerose le intere famiglie, con donne e bambini. Domina su tutto il senso di minaccia e d'invasione, intrecciato con le recriminazioni nei confronti della Bielorussia che ne ha autorizzato l'ingresso e ne favorisce il passaggio. Nel mondo di oggi gli invasori non sono più eserciti armati, ma profughi inermi in cerca di asilo. Questi sentimenti sarebbero giustificati, agli occhi di molti, dalla percezione di un'Unione Europea ingiustamente sovraccarica di rifugiati. All'interno dell'Ue poi, l'Italia da anni lamenta la mancanza di solidarietà. Guardiamo però come stanno in realtà le cose, sulla base dei dati Unhcr (2021), l'agenzia Onu che si occupa appunto di assistenza ai rifugiati (www.unhcr. org/flagship-reports/globaltrends/). Il numero di rifugiati nel mondo ha toccato nel 2020 un nuovo picco, con 82,4 milioni di persone in fuga. 11 milioni sono i nuovi profughi registrati nell'anno. Come nel passato, la maggioranza (48 milioni) sono sfollati interni: hanno cercato rifugio in un'altra regione del proprio Paese. Si trovano alla mercé dei loro governi, privi della pur precaria protezione delle convenzioni internazionali. Sono invece riparate all'estero oltre 34 milioni di persone, tra le quali i venezuelani si sono aggiunti alle vittime delle guerre mediorientali (Siria, Afghanistan) e africane (Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan.), oltre ai rohingya perseguitati in Myanmar. Ad accoglierli sono quasi sempre Paesi in via di sviluppo, nell'86% dei casi, perlopiù quelli confinanti (73%), spesso altrettanto poveri e travagliati. I rifugiati non si sono preparati a partire. Spesso si tratta di famiglie con minori (il 48% sono donne, il 42% minorenni). Di regola fanno poca strada, e non potrebbero farne di più. Questo è il dato più rilevante nella geografia mondiale dell'asilo: il sovraccarico delle nazioni fragili, non di quelle più forti. Più una regione è prospera, meno rifugiati accoglie. L'unico Paese dell'UE che figura tra i primi dieci al mondo per numero di rifugiati accolti è la Germania. Se la Turchia (ricevendo siriani e iracheni), seguita da Colombia (venezuelani) e Pakistan (afghani), è la nazione che ospita il maggior numero di rifugiati internazionali in termini assoluti, è ancora più eloquente la proporzione con gli abitanti. Qui, a parte i piccoli Paesi caraibici di Aruba e Curaçao (profughi venezuelani), troviamo da anni in testa alla graduatoria il piccolo e sfortunato Libano, con 128 rifugiati ogni 1.000 abitanti, esclusi i palestinesi. Segue la Giordania (69), poi la Turchia (43). Lontanissimi i Paesi del blocco occidentale. Per di più, mentre aumentano i profughi nel mondo, diminuiscono nell'Ue. L'anno scorso (2020) hanno chiesto asilo nell'Unione Europea circa 416.600 persone (dati Eurostat), oltre 200.000 in meno rispetto al dato 2019 (631.300), e soprattutto un terzo rispetto al picco toccato nel 2015-2016 (rispettivamente, 1.321.000 e 1.259.000 richieste di asilo). Anche se il 2021 si chiuderà probabilmente con un incremento, non sarà tale da modificare questa tendenza di fondo. Sono profonde però anche le differenze interne all'Unione Europea: se la Svezia ospita circa 25 rifugiati ogni 1.000 abitanti e la Germania 14, l'Italia si colloca sotto la media con circa 3,5 persone accolte su 1.000 residenti tra rifugiati e richiedenti asilo. Addirittura inferiori le cifre secondo l'ultimo rapporto del Parlamento europeo relativo sempre al 2020 (https:// tinyurl.com/2p6mt5d9): i rifugiati nel nostro Paese sarebbero poco più di 128mila e i richiedenti asilo accolti 26.535, in un rapporto con la popolazione pari allo 0,25%. Il giorno che si deciderà una redistribuzione più equa delle persone in cerca di asilo, per molti Paesi compresa l'Italia, ci sarà poco da rallegrarsi».

PIAZZE VIETATE A CUBA, STRETTA TRA FAME E PANDEMIA

A Cuba il regime vieta all’opposizione di scendere in piazza e i dissidenti portano fiori sulle statue degli eroi e protestano dai balconi. Un'inchiesta di Human Rights Watch ha denunciato che centinaia di cubani, arrestati dopo le manifestazioni contro il regime dell'11 luglio, sono ancora in carcere. Ritirate le credenziali ai corrispondenti dell'agenzia di stampa spagnola Efe. Emiliano Guanella per La Stampa.

«Come in un gioco tra guardie e ladri, governo e opposizione si sono inseguiti ieri a Cuba durante la giornata di mobilitazione promossa da gruppi critici del regime. Un primo assaggio si era visto domenica fuori dalla casa del leader del movimento Archipiélago, il drammaturgo Yunior Garcia, che aveva annunciato di voler manifestare da solo per le strade dell'Avana. La sua casa è stata circondata da un centinaio di agenti che gli hanno impedito di uscire, mettendogli anche una gigantesca bandiera cubana sul balcone. A lui non è rimasto altro che affacciarsi alla finestra con un cartello: «Sono chiuso in casa». Stessa sorte è capitata ieri ad altri esponenti dell'opposizione, così come a giornalisti, artisti, attivista indipendenti. Piantoni di agenti fuori casa, internet bloccato per diverse ore, avvertimenti più o meno velati di non farsi vedere protestando. Dal collettivo Archipiélago, che ha più di 30.000 follower in Facebook, hanno chiesto il permesso di manifestare ma il governo glielo ha negato categoricamente. «Dobbiamo protestare - spiegano - per scuotere questo Paese, auspichiamo un grande dibattito, permettere ai cubani di prendere coraggio, vogliamo lavorare per produrre dei cambiamenti». Ma cambiare è proibito a Cuba; per l'establishment qualsiasi manifestazione di dissenso è una provocazione golpista orchestrata dagli Stati Uniti. Lo ha ripetuto il ministro degli esteri Bruno Rodriguez in un incontro con il corpo diplomatico e dalle parole si è passati rapidamente ai fatti, persino con il ritiro delle credenziali ai corrispondenti dell'agenzia di stampa spagnola Efe, colpevoli di aver dato voce a chi protesta. Human Rights Watch ha denunciato ieri aggressioni a danno di manifestanti pacifici, mentre centinaia di cubani sono ancora in carcere dopo le manifestazioni contro il regime dell'11 luglio scorso. Ieri come oggi, la mano dura. Alcuni sono stati condannati a pene da 4 a 12 mesi per istigazione alla violenza, resistenza all'autorità, vandalismo, infrazione delle norme di prevenzione sanitaria. Delitti comuni e non di opinione, per evitare che li si consideri, almeno formalmente, dei prigionieri politici. La retorica ufficiale è chiara; chi si ribella lo fa perché al soldo della Cia. «Ogni volta che un cubano vuole fare o dire qualcosa - ha spiegato Yunior Garcia - dicono che è stato Washington a imporglielo; come se non avessimo un cervello nostro». Maikel Osorbo, uno degli interpreti del rap «Patria y vida», colonna sonora dei dissidenti, è ancora rinchiuso nel carcere di Pinar del Rio dopo esser stato in passato protagonista di video virali sui social; lo si vede discutere con un agente che lo accusa di essere controrivoluzionario, scappare in bicicletta dai poliziotti o cucirsi la bocca contro la censura. Per evitare di essere arrestati i dissidenti hanno cambiato più volte il programma delle manifestazioni di ieri. All'inizio si pensava a dei cortei, ma poi si è scelta la discrezione, invitando la gente a vestirsi di bianco e a portare fiori alle statue degli eroi dell'indipendenza, a sbattere pentole e coperchi dai balconi o a srotolare lenzuola bianche dalle finestre. Far vedere che non si è d'accordo, ma evitando lo scontro fisico. Il regime, a sua volta, ha organizzato delle manifestazioni in appoggio al partito per «blindare» piazze e parchi. La data non è causale; ieri Cuba ha riaperto al turismo dopo 18 mesi di blocco causa pandemia. C'è bisogno disperato di riattivare il settore che, assieme alle rimesse, rappresenta buona parte dell'economia dell'isola. Il Pil è caduto del 11% nel 2020 e crescerà meno del 3% quest' anno. Troppo poco, considerando anche l'emergenza sanitaria. Dopo il boom di casi in estate per la variante Delta, si cerca di controllare la pandemia con il vaccino di nazionale Soberana 02, con efficacia dichiarata dall'Avana del 91% dopo tre dosi. Tra fame, incertezza sul futuro e voglia di libertà le voci di protesta a Cuba sembrano destinate ad aumentare, nonostante la mano dura del regime».

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