Le bambine di Kabul

Le madri le gettano oltre le barriere all'aeroporto. Spari in piazza. Il mondo si interroga su profughi e diritti. Conte criticato per le aperture ai talebani. La Sicilia resta bianca. Via al Meeting

Il fallimento di vent’anni di guerra è sotto gli occhi di tutti. Anche ieri Kabul ha offerto immagini drammatiche. Bambini gettati dalle madri oltre le barriere di protezione all’aeroporto, soldati con le lacrime agli occhi. I problemi contingenti per gli Stati, non solo europei, sono ora due: l’evacuazione ordinata di migliaia di persone dall’Afghanistan, per ora permessa dai talebani e organizzata dai marines americani. E la possibile catastrofe umanitaria in tutta l’area, provocata dai profughi. Ovvio anche che il tema del dialogo pragmatico con il nuovo regime si imponga. Come ricorda sul Corriere il responsabile dell’Unhcr, i volontari delle Ong rimasti sul campo lo cercano, com’è giusto. Vuol dire che i talebani sono “democristiani” (copyright Il Fatto), o che addirittura siano stati preferiti dalla popolazione afghana perché non corrotti, a differenza dei governi filo occidentali, come sostiene sempre un titolo di Travaglio stamattina? Siamo tutti talebani? Si chiede ironicamente Alberto Negri. Tutte le volte che si teorizza troppo, si esce dal pragmatismo e si sbaglia.

In questa chiave va letta la polemica tutta italiana fra Giuseppe Conte e altri esponenti del governo sulle frasi di apertura dell’ex premier nei confronti del regime talebano. Il sospetto dei suoi critici è che si inseriscano, nel ragionamento contiano, vicinanze interessate, come quella con la Cina, mai del tutto dichiarate. Dice Conte: ci vogliono i fatti, non dobbiamo fermarci alle parole. Ma questo vale per tutti. Non dimentichiamoci i diritti umani e quelli delle donne, anche se per tanti altri Paesi, come la Turchia, chiudiamo gli occhi. Vedremo che cosa Draghi otterrà al G20. Ieri è stato importante il colloquio con Putin, ma saranno sempre più i pachistani i veri interlocutori per una moral suasion dei nuovi leader afghani.

Veniamo alla pandemia. Buone notizie per la Sicilia, graziata con tutta probabilità, per una manciata di numeri. Tutta l’Italia resta in zona bianca, anche nella prossima settimana. Il generale Agosto batte però il generale Figliuolo sulla somministrazione. Ancora ieri solo 248 mila 642 vaccinazioni nelle 24 ore, metà del target fissato. L’Organizzazione mondiale della sanità ritiene che non sia necessaria ora la terza dose, ma invece torna a chiedere la vaccinazione dei Paesi più poveri. Garattini dice che sarebbe una scelta giusta e che non esistono ancora evidenze per giustificare la terza dose.

Il Meeting di Rimini apre oggi e in presenza. È una sfida interessante visto che il Green pass è obbligatorio e ci saranno una serie di regole da rispettare per le migliaia di visitatori. Vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

È ancora la conquista talebana dell’Afghanistan a tenere banco sui quotidiani. Avvenire: Kabul, incubo e fuga. Il Corriere della Sera, stampando la foto dei tentativi di fuga all’areoporto: Kabul, il dramma dei bambini. Il Manifesto, commentando la fila degli afghani pronti ad uscire dal Paese: Ultimo volo. Per la Repubblica angoscia il mondo: Il muro di Kabul. La Stampa sottolinea invece gli scontri di piazza: Esplode la furia talebana, a Kabul si muore. Per il Domani è stato: Un altro giorno di volenze in cui i Talebani hanno mostrato il loro vero volto. Il Giornale immagina alleanze internazionali: Ombre cinesi su Kabul. Mentre Libero attacca l’ex premier che aveva “aperto” al nuovo regime: Conte sta con i talebani. Ma il Fatto lo difende: Trattare con i talebani: si fa ma non si dice. Va sulla pandemia il Quotidiano Nazionale: L’Italia resta bianca, rebus terza dose. Denuncia invece Il Messaggero sempre sul Covid: Positivi in fuga dallla quarantena. La Verità, col consueto ottimismo, fa una previsione: Così rischiamo un settembre nero. Il Sole 24 Ore dà notizia di un clamoroso stop dell’industria automobilistica: Mancano i microchip, auto in allarme: Toyota e Vw tagliano la produzione.

AFGHANISTAN, LA GUERRA DELLE BANDIERE

Un’altra giornata di grande tensione in Afghanistan. Segnata da due emergenze: l’evacuazione di occidentali e afghani dall’aeroporto e le nuove manifestazioni nelle piazze. La cronaca di Lorenzo Cremonesi sul Corriere:

«Nero, rosso e verde, con i simboli dorati tradizionali dell'Afghanistan, contro il vessillo bianco con al centro la scritta nera: Allah è uno, e Maometto è il suo profeta. La sfida delle bandiere sta rapidamente assumendo i connotati di una preoccupante guerra civile. I talebani avrebbero voluto celebrare ieri la tradizionale Giornata dell'Indipendenza dal colonialismo britannico nel 1919 trasformandola nella glorificazione della loro clamorosa vittoria odierna contro la coalizione a guida americana. Ma si sono ritrovati a dover confrontare una rabbiosa e montante opposizione interna. Sono giornate convulse. La gente scende nelle piazze. Per il secondo giorno consecutivo, folti gruppi di giovani sfidano le milizie. I talebani sparano, reprimono, effettuano arresti casa per casa. L'amnistia generale dei «collaborazionisti» e la promessa della «riconciliazione nazionale», annunciate meno di una settimana da dai talebani trionfanti, sono già state tradite, dimenticate. Siamo alla resa dei conti, destinata a farsi di giorno in giorno più cruenta. I più anziani vedono crescere all'orizzonte i segnali cupi della frammentazione del Paese, come dopo la ritirata russa oltre trent' anni fa. Dopo le proteste e i morti di due giorni fa, incentrate a Jalalabad nelle province al confine col Pakistan, la tensione ieri ha raggiunto Kabul. Attorno alle nove di mattina centinaia di giovani hanno attraversato la città per oltre due ore brandendo una striscia di tessuto lunga oltre 100 metri con i colori della bandiera tradizionale, che era anche quella del governo appena deposto. Attenzione però: nessuno inneggiava al presidente fuggiasco Ashraf Ghani, che in tutto il Paese è platealmente considerato un vigliacco corrotto. Piuttosto, la bandiera ha voluto sottolineare la necessità della mobilitazione generale contro i talebani fanatici e usurpatori. È stata la rivendicazione della comune identità afghana contro il suo stravolgimento jihadista imposto dagli estremisti pashtun. «La nostra bandiera è la nostra identità», cantavano in coro. I giornalisti e gli stessi blogger locali sono molto attenti a diffondere troppi dettagli circa la durezza della repressione che ne è seguita. Per questo motivo giungono poche notizie relative alle cifre di morti e feriti. Sappiamo che a Kabul ci sono vittime. Alcuni manifestanti hanno bruciato le bandiere talebane. Si parla di morti anche nelle province. L'agenzia stampa Pashwok segnala «un certo numero di morti» nella cittadina di Asadabad. Nel governatorato di Ghazni vi sono stati parecchi arresti. «I talebani setacciano le case dei vecchi amministratori municipali», si legge sui social. È anche possibile che alcuni siano stati vittime della calca. I talebani vanno a caccia degli oppositori sulla base di liste preparate da lungo tempo. Nella vallata del Panshir il figlio del comandante Ahmad Shah Massoud sta organizzando la prossima fase della lotta. «Vi scrivo in nome di mio padre per tornare a combattere i talebani», annuncia. Intanto, indiscrezioni da Kandahar fanno sapere che i talebani creeranno una «Shura» (Consiglio religioso) che diventerà il massimo organo di governo in nome della «sharia», la legge coranica. Nubi nere si addensano sul Paese». 

BAMBINI OLTRE IL MURO

Repubblica propone un reportage dall’aeroporto di Kabul, nuovo epicentro della crisi dopo la presa di potere dei talebani.

«Sono le 7.30 del mattino, ora di Kabul: è giovedì 19 agosto, anniversario dell'indipendenza dell'Afghanistan dalla Gran Bretagna. Sono qui all'aeroporto internazionale per testimoniare da giornalista la realtà di chi cerca di fuggire. Lo scenario è drammatico, quasi 10.000 persone sono ammassate agli ingressi dello scalo nel disperato tentativo di uscire dal Paese. Ci sono anziani, giovani, donne e bambini: tutti vogliono andar via. La maggior parte di loro non ha nessun visto per l'espatrio: nè tanto meno un biglietto aereo. Molti sono addirittura senza passaporto. C'è Ajmal, 28 anni: lui e la moglie hanno il passaporto americano. Ajmal è afghano ma non vive più nel Paese: è venuto per il matrimonio del fratello, ma dopo la caduta di Kabul in mano ai talebani è rimasto bloccato nella capitale. Parliamo, ha la disperazione negli occhi: mi racconta che è qui da tre giorni ma non è riuscito a partire e non ci sono piani e procedure che gli consentano di uscire dal Paese assieme alla moglie. Dice, colmo di frustrazione, che sarà un miracolo se riuscirà a lasciare l'Afghanistan. Una storia simile a quella di Sajia, che bivacca all'ingresso opposto dell'aeroporto: ha il passaporto tedesco, ha lavorato con un'organizzazione tedesca in Afghanistan, ma non c'è nessun piano che oggi le consenta di lasciare il Paese. Ajmal e Sajia sono solo alcune delle migliaia di persone che giorno e notte lottano per uscire dall'Afghanistan: da sabato notte questo è diventato il luogo dove la disperazione degli afghani per il ritorno dei talebani si tocca con mano. Almeno 12 persone sono morte qui da domenica, in scontri con i talebani mentre cercavano di fuggire oppure nel tentativo di lasciare il Paese salendo sugli aerei in decollo: stritolate dagli ingranaggi oppure cadute giù quando i voli sono partiti. Ai cancelli si sono ammassate madri pronte a gettare i figli ai soldati stranieri, pur di assicurare loro un futuro lontano da qui: un'immagine che difficilmente si potrà dimenticare. La situazione all'aeroporto di Kabul testimonia la disperazione delle persone che per 20 anni dopo l'11 settembre 2001 hanno nutrito delle speranze. Ora non aspirano a vivere nel lusso in un Paese straniero, ma solo a sopravvivere. Dopo cinque giorni dalla caduta della capitale nelle mani dei talebani tutti vivono nell'incertezza, non sanno cosa succederà oggi e domani: i talebani a parole promettono tolleranza, ma qui nessuno si fida. Ieri un centro studi delle Nazioni Unite ha rivelato che si muovono per le strade a caccia di obiettivi guidati da liste precise: in cima ci sono quelli che hanno collaborato con le truppe e le organizzazioni straniere. Verificare è impossibile, ma qui a Kabul la tensione e la disperazione sono alle stelle: non c'è posto dove questo sia più evidente dell'aeroporto di Kabul. La situazione è tesa in tutto il Paese: ieri, ricordando l'Indipendenza, diversi gruppi di persone sono scese in strada avvolte dalla bandiera tricolore che negli ultimi venti anni è stata il simbolo dell'Afghanistan rinato. In molti casi le manifestazioni sono state represse con la violenza: sappiamo per certo che ci sono stati quattro morti ad Asadabad, non lontano dal confine con il Pakistan. Ma è possibile che le vittime siano di più. Molte delle persone che sono all'aeroporto non sanno nulla di questi scontri, né di quello che accade nel resto del Paese: sanno solo che vogliono partire, al più presto. Prima che anche questa ultima possibilità di salvezza svanisca. Le tragiche scene che si sono verificate nello scalo dopo la caduta della capitale sono parte del triste destino degli afghani. La gente cerca di fuggire anche a rischio di perdere la vita in questo scalo, sotto i colpi degli AK47 dei talebani da un lato del muro e degli M16 degli americani dall'altro». 

Marina Corradi per Avvenire ragiona sulle scene delle bambine lanciate oltre le barriere dalle madri, perché possano, almeno loro, avere un futuro migliore.

«La bambina vestita di rosa sta in cima a una scala a pioli appoggiata sul muro. Di qui è Afghanistan, di là ci sono i soldati dell'Esercito britannico, all'aeroporto di Kabul. Dietro alla bambina una folla accalcata, in un tremendo vociare di grida, di nomi urlati, di invocazioni. Di qui è Afghanistan, e per molti, coinvolti con gli occidentali, la certezza che i taleban li verranno a cercare. Di là, appena oltre il muro sottile, la salvezza. La bambina in rosa chissà come è riuscita ad arrivare a pochi centimetri dal confine fra i due mondi, spinta da una madre o un padre ostinati nella disperazione: che la figlia, almeno, si salvi. Tende la mano a un soldato, proprio di fronte a lei. Quello la guarda, esita. L'obiettivo del video adesso muove verso un'altra angolazione. C'è un'altra bambina esile esile, con una gonna bianca larga, sembra una farfalla. Lei il muro lo passa subito, afferrata dalle grosse mani di un soldato. C'è un bebè con una tutina verde chiaro che pare galleggiare sulla folla, tenuto in alto sopra le teste, come su un fiume: come un piccolo Mosè che la madre tenta di strappare alla ferocia del nemico. Sono immagini di poche ore fa e insieme antiche di millenni, quelle dell'aeroporto di Kabul, di padri e madri che a ogni costo cercano la vita per un figlio, per una figlia. Accadeva negli assedi di secoli bui, di cui non abbiamo più memoria. Accade oggi al confine tra il Messico e gli Stati Uniti, è accaduto sulla rotta balcanica delle migrazioni, accadde in anni recenti lungo il Muro di Berlino e altrove. Bambini afferrati e spinti oltre, o addirittura, come ha testimoniato un ufficiale britannico a Sky News, lanciati oltre la cortina di filo spinato e rimasti per qualche minuto impigliati, come passeri nelle reti dell'uccellagione. Quando delle mani, di là, li prendono, dalle madri un urlo di sollievo: è in salvo - credono. Ma, appena dopo, quale buco si deve aprire nel loro petto, nel percepire le proprie braccia vuote. Come se oltre al muro avessero lanciato il cuore. Ora inebetite, inerti, stanno in piedi, sostenute dalla calca. Che ne sarà di loro? Forse, adesso, sembra che non importi più di niente. Ma 'lui', almeno, è dall'altra parte. Forse. Ieri il ministro della Difesa britannico Wallace ha chiarito che il suo Paese «per legge, non può farsi carico di alcun minore non accompagnato». Probabilmente il ministro aveva in mente la legge di Londra, la legge del mondo in pace. Ma, in uno stato di guerra civile e di emergenza, come si può chiudere gli occhi davanti a un bambino solo, scaraventato oltre a un muro? Non è possibile, ti dici, forte del tuo essere nata in Europa, quindici anni dopo la fine del conflitto mondiale, e in un Paese, l'Italia, che ha saputo darsi una legge umanissima per i «minori non accompagnati». E ppure sembra che diverse certezze stiano, in questo momento, franando, come se i valori che le tenevano ferme vacillassero.  (…)  l'Europa non mostra in queste ore il più nobile dei volti. Paura del terrorismo, crisi da pandemia, nazionalismi e calcoli elettorali: a chi interessano davvero i profughi afghani, le donne minacciate, e i bambini? Certo, ci fa male assistere a quel tracimare di disperazione, alla folla che preme, le mani tese a protendere carte: inutili documenti, o implorazioni? Poi, distratti, o rassegnati all'impotenza, clicchiamo su altro. Nell'ultimo frame di quel video la bambina vestita di rosa viene sollevata da un soldato inglese: è passata. Scompare oltre il muro. Che ne sarà? Sua madre, non la vediamo. Avrà gridato di gioia, vedendola andare. E appena dopo, quale vertigine le si è aperta nel cuore? (Pare impossibile, che il piccolo cuore umano possa contenere abissi tanto grandi). È in questo che noi della Fortezza Europa dovremmo saperci immedesimare, almeno - per potere ancora guardare i nostri figli, questa sera».

DIALOGARE COL DIAVOLO TALEBANO?

Nonostante la concitazione di queste ore, l’alto commissario per i rifugiati, l’italiano Filippo Grandi, vede ancora del pragmatismo nei talebani che hanno preso il potere in Afghanistan. L’intervista per il Corriere è di Paolo Valentino da Berlino.

«Il mio messaggio alla cancelliera Merkel e agli altri leader con cui sto parlando in questi giorni è: aiutate l'Afghanistan e anche noi che siamo sul campo, dandoci i mezzi per continuare ad aiutare chi resta nel Paese». Quella a Filippo Grandi, Alto Commissario dell'Onu per i rifugiati, è stata una delle prime telefonate di Angela Merkel subito dopo lo scoppio della crisi afghana. Quali preoccupazioni le ha espresso? «In primo luogo, una preoccupazione generale su quanto accade in Afghanistan. La cancelliera ha voluto conoscere la nostra lettura visto che siamo rimasti e siamo presenti sul terreno. E poi naturalmente mi ha chiesto una valutazione su cosa potrebbe accadere sul fronte dei movimenti di rifugiati». Può condividere con noi le sue valutazioni? «C'è grande fluidità nella situazione, che resta fragile e rischiosa. L'ingresso dei Taleban a Kabul sabato scorso non era stato previsto da nessuno, a mio giudizio neanche da loro stessi. Stanno ancora prendendo il controllo. Parliamo di una città enorme, 4 milioni di abitanti, non è semplice metterla in sicurezza e farla funzionare. In più, l'evacuazione di collaboratori e persone legate ai Paesi occidentali, dovuta e legittima, è stata organizzata in modo improvvisato, creando ulteriore panico. Molta dell'agitazione che vediamo nei resoconti mediatici è dovuta al caos di questa operazione. L'altro dato interessante è per il momento, e sottolineo più volte per il momento, il pragmatismo da parte dei nostri interlocutori fra i talebani. Lo notiamo sia a livello politico che nei contatti con noi. Sappiamo che stanno discutendo anche con esponenti dell'ultimo ventennio come Karzai, Abdullah e altri. Ci sono state date assicurazioni ripetute che i nostri uffici e personale saranno rispettati. Sono messaggi incoraggianti, da valutare nelle prossime settimane». E le notizie di episodi di violenza mirata, di ricerche casa per casa di chi in qualche modo ha collaborato con gli occidentali? «Ci sono stati senz' altro brutti episodi di violenza, sopruso e caccia all'uomo. Ma noi dobbiamo tener conto dei messaggi ricevuti. Per questo abbiamo scelto di restare. Non c'è dubbio che nel Paese ci siano molte persone a rischio in un futuro talebano, ma non si può vedere tutto attraverso questo prisma. Purtroppo, sappiamo che la maggioranza degli afghani resterà in Afghanistan o al massimo cercherà di andare nei Paesi vicini». Riuscirete per esempio a far andare le bambine a scuola e permettere alle donne di lavorare? «Il pragmatismo mostrato in questi giorni ci dà uno spazio. Abbiamo assicurazioni non del tutto negative. Ma se non siamo lì, se non trattiamo e non abbiamo le risorse non potremo mai accertarlo né ottenerlo». Siamo costretti a fidarci delle promesse dei Talebani? «Non abbiamo altra scelta. Noi umanitari siamo abituati a essere molto realisti: non tutti i nostri interlocutori ci piacciono, ma sono quelli che abbiamo e dobbiamo lavorare con loro. In questo momento ci si appiglia, con un po' di opportunismo, alle evacuazioni, ripeto dovute e sacrosante, ma fra poco finiranno. Dopodiché occorrerà costruire questa relazione e usarla per far pressione sulle cose a cui teniamo». Quanto è concreto il rischio di nuove ondate migratorie verso l'Europa nei prossimi mesi o anni? «Ho detto che non lo considero imminente, non che non succederà. Occorre aspettare per vedere come gli afghani reagiranno. Ci sono due fattori fondamentali: il primo è quanto duro sarà questo regime talebano. Se prevarrà una linea pragmatica ci sarà meno pressione sulla popolazione civile, ma se riproporrà il copione degli anni 90, difficilmente i civili resteranno. L'altro fattore è che in Afghanistan è sempre stata la violenza a spingere le persone alla fuga. Nella fase dei sovietici, delle lotte fra i mujaheddin, dello scontro tra talebani e alleanza del Nord. Anche oggi il pericolo di una guerra civile esiste. Ma ogni esodo sarebbe in primo luogo regionale: Pakistan, Iran, forse Tagikistan. In quel caso se gli aiuti a questi Paesi non fossero consistenti, allora sarebbe forte il rischio che i movimenti continuino verso l'Europa. Vorrei però anche ricordare che ci sono 3/4 milioni di afghani rifugiati nel proprio Paese, sfollati in altre regioni, che hanno urgente bisogno di aiuto. Continuare ad aiutarli in Afghanistan e convincere gli Stati vicini a restare Paesi di accoglienza e asilo è importante. Non farlo rischia di provocare ulteriori esodi oltre la regione». Quindi saranno necessari accordi sul modello di quello con la Turchia? «Di sicuro occorre aiutarli. Negli ultimi vent' anni noi dell'Unhcr abbiamo fatto una fatica immane a mobilitare risorse per i rifugiati afghani che già si trovano in quei Paesi. Giustamente la cancelliera Merkel ha ricordato come nel 2014/2015 gli aiuti umanitari a Turchia, Giordania, Libano vennero fortemente ridotti e questo fu uno dei fattori, non l'unico certo, che spinse i siriani a muoversi verso l'Europa. Non dobbiamo ripetere lo stesso errore». Come valuta la posizione dell'Ue e cosa dovrebbe fare? «L'Unione europea fa bene a preoccuparsi dell'eventuale ondata migratoria. Lo diciamo da molti anni, ma purtroppo non vediamo alcun progresso sul Patto per le migrazioni proposto dalla Commissione. L'importante però è preoccuparsi anche dell'Afghanistan per sé, perché i rischi maggiori oggi li corrono gli afghani. Vedo invece che la preoccupazione principale è: arriveranno o no? Li accogliamo o meno? Ma il problema non è ancora in Europa e se facciamo le cose per bene potrebbe non esserlo». Cosa abbiamo sbagliato in Afghanistan? «Sono stato parte di questo progetto, sono stato a Kabul come responsabile dell'Unhcr dal 2001 al 2005. Leggo molti commenti, secondo cui tutto quello che è stato fatto sia da buttar via. Non è così. Ci sono stati progressi importanti, ma anche errori. Quello che mi ha addolorato del discorso del presidente Biden, è stato di dire in sostanza che noi siamo andati a Kabul per combattere il terrorismo e non per costruire una nazione. Ma come si può combattere il terrorismo se non si costruisce una nazione?».

Il Fatto, con Fabien Escalona, ha intervistato un analista dell’università parigina di Sciences Po che ha appena dedicato un libro ai talebani.

«Vent' anni dopo essere stati cacciati da Kabul, i talebani ne hanno ripreso il possesso. Cosa sappiamo dell'evoluzione e dei cambiamenti di questo movimento? Per Adam Baczko, analista di Sciences Po, che ai talebani ha dedicato un libro di imminente uscita, laloro coesione ideologica e organizzativa è rimasta notevolmente elevata. Un dato che non permette di prevedere alcun allentamento della loro intransigenza religiosa e politica. "All 'origine della struttura gerarchica ci sono i membri del clero islamico, che si presentano come il partito dell'ordine e della legge. Al potere troviamo gli Alim, dei dottori del diritto coranico, che godono dello status di giudici". Al di là del rigorismo religioso, cosa caratterizza il progetto talebano? «È un movimento nazionalista, statalista e moralista. Per i talebani, l'origine della guerra risiede nella corruzione, in particolar modo di chi collabora con lo straniero, prima i sovietici, poi gli occidentali. Di qui il loro rigorismo: se le persone si comportano bene, non saranno più tentate dalla sovversione e l'ordine sarà ristabilito. I giudici giustificano in questo modo la severità delle loro sanzioni. Il movimento, rispetto al 2001, è rimasto coerente alla sua ideologia? «Dagli anni 2000 a oggi non esistono fonti serie a riguardo. Ma se da sociologo osservo gli effetti delle decisioni prese dai talebani, noto che la giustizia da loro praticata è la stessa nelle diverse aeree geografiche del paese, basandosi su principi generali che riprendono quelli degli anni 90. Si può dire quindi che la matrice ideologica è stata preservata. La strategia della Cia di dividere il movimento in micro-gruppi è stata fallimentare. Al di là della forza, che metodi hanno usato i leader per garantirsi lealtà dopo il 2001? «Al potere tra il 1996 e il 2001, i talebani sono stati considerati, e non a torto, responsabili del disastro economico del Paese. Le limitazioni alla libertà e la severità della loro repressione avevano contribuito all'insoddisfazione della popolazione. Nel 2001, quando il movimento si è disgregato, le forze statunitensi hanno dato la caccia ai militanti vicini ai talebani e ad Al Qaeda, appoggiandosi però su milizie che ne approfittavano per portare avanti i propri regolamenti di conti. Ne sono seguiti molti abusi. Persone che non c'entravano nulla con i talebani sono state arrestate o sono state uccise. Dal 2002 in tanti hanno dunque scelto la via dell'insurrezione. I talebani hanno cominciato a ricostruire le loro basi, eliminando funzionari legati al regime, creando istituzioni proprie, ponendosi come un'autorità imparziale. Come hanno fatto a rendere il loro regime, conservatore e repressivo, persino preferibile al governo sostenuto dall'Occidente? «Bisogna considerare il grado di corruzione raggiunto dal governo appena decaduto. I processi assomigliavano a delle aste al miglior offerente. La guerra civile si traduce concretamente per la gente in una profonda incertezza riguardo ai beni fondamentali, alla situazione matrimoniale, alla proprietà. Il governo afghano ha perso credibilità esacerbando queste incertezze. I talebani hanno fatto l'esatto contrario, riguadagnando il credito perso quando erano al potere. Sono riusciti a presentarsi come l'incarnazione dell'ordine e dell'autorità. Oggi il loro trionfo sembra totale... Alla caduta dei talebani, c'è stato unvero slancio democratico. Milioni di afghani sono andati alle urne a rischio della propria vita. Hanno guadagnato margini di libertà per istruirsi, viaggiare, esercitare professioni prima impossibili. Ma non hanno mai svolto un ruolo nella definizione del Paese. Hamid Karzai, presidente dal 2001 al 2014, è stato imposto dagli Stati Uniti. Per gli afghani era uno sconosciuto».

Per Federico Rampini, il peggio potrebbe ancora venire, per gli afghani ma anche per Biden.

«Il peggio può ancora venire. Per gli afghani naturalmente, ma anche per Joe Biden. Restano circa diecimila civili americani da portare in salvo; più una stima di ottantamila afghani con doppia cittadinanza o Green Card o un visto. Il Pentagono punta a evacuarne tra cinque e novemila al giorno. Biden ora ammette che i suoi soldati forse dovranno prolungare la missione oltre agosto. Ma i marines all'aeroporto di Kabul garantiscono solo la sicurezza di quello scalo. Molti cittadini americani, o bi-nazionali, o afghani con visto, devono prima attraversare un territorio controllato dai talebani. Può darsi che i talebani rispettino le promesse fatte dai loro capi politici. Non si può escludere qualche colpo di mano: milizie sul terreno più estremiste dei leader, o gang assetate di riscatto, potrebbero aggredire chi sta fuggendo, magari catturare ostaggi. Un passaporto americano o un visto valgono a seconda di chi tiene i posti di blocco col kalashnikov spianato; gli afghani "collaborazionisti" sono esposti a rappresaglie anche se hanno doppia cittadinanza. Se qualche americano sarà ucciso o fatto prigioniero, la crisi afghana farà un salto di gravità. Catturerà l'attenzione dell'opinione pubblica molto più di quanto abbia fatto finora. Lo scenario "Teheran 1979" diventerebbe un incubo per Biden, esposto alla caduta di popolarità che colpì Jimmy Carter durante la detenzione degli ostaggi americani in Iran. Qualora non si arrivi a uno scenario così estremo, comunque Biden deve scegliere quanti richiedenti asilo accogliere negli Stati Uniti. Ha già un'emergenza migranti al confine con il Messico. La destra lo incalza, anche perché le restrizioni sanitarie che impediscono a tanti altri di viaggiare negli Usa non fermano chi entra illegalmente. Perfino nel partito democratico, sono minoritarie le posizioni della sinistra "no border" (Alexandria Ocasio-Cortez), del genere "apriamo le frontiere a tutti i disperati della terra". Se l'afflusso di afghani diventasse massiccio, da problema di politica estera diventerebbe un dossier domestico. Biden è sceso per la prima volta sotto il 50% dei consensi ma l'Afghanistan non c'entra nulla. Il calo era antecedente la caduta di Kabul e tutto legato a problemi interni: il rallentamento delle riforme, le polemiche sulle nuove misure anti-pandemia, le divisioni interne al partito democratico. Perciò il presidente continua a "parlare d'altro", prevalentemente. In questi giorni l'Afghanistan occupa solo una parte della sua agenda, la comunicazione della Casa Bianca si concentra su altre cose: la terza dose di vaccini; le misure a favore dei più poveri (blocco degli sfratti, aumento dei buoni-pasto); la forte ripresa del mercato del lavoro. La scommessa del presidente non è del tutto azzardata. Negli ultimi giorni si è confermata una frattura tra le élite globaliste e la società americana. I commenti degli esperti e dei media non colgono quanto il popolo americano sia stanco di guerre, disilluso sul proprio ruolo mondiale. Sempre che non accada il peggio a Kabul, saranno il Covid e la ripresa economica, gli investimenti in infrastrutture, il Green New Deal e il Welfare, i temi decisivi al primo test elettorale, nel novembre 2022 (legislative di metà mandato). Bush-Obama avevano declinato due versioni dell'internazionalismo. Trump-Biden hanno bucato la bolla delle illusioni imperiali che univa il Pentagono, l'establishment di politica estera, gran parte dei media nazionali. Vent' anni perduti e duemila miliardi sprecati in Afghanistan, l'errore strategico di focalizzarsi su un Medio Oriente in perdita d'importanza: tra gli elettori repubblicani e democratici si è radicata la convinzione che l'America deve fare nation-building a casa. Se c'è una speranza di arrestare la decadenza degli Stati Uniti, è curando i mali interni, non finanziando spedizioni fallimentari per esportare democrazia e diritti. Si può etichettare la politica estera di Trump come "isolazionista", quella di Biden come improntata ad un realismo che impone rinunce. I due campi concordano che il ventennio delle guerre contro il terrorismo ha regalato tempo e risorse alla Cina per accelerare la corsa verso la supremazia. L'establishment globalista ha sempre rappresentato un'avanguardia. Anche ai tempi di Roosevelt, Truman e Marshall, quando si trattava di ricostruire l'Europa dalle macerie della Seconda guerra mondiale, un'America "profonda" avrebbe preferito ripiegarsi orgogliosamente su se stessa. Ma allora aveva i mezzi, economici e politici, per un Piano Marshall; o per trapiantare la liberaldemocrazia in Giappone. Oggi la maggioranza degli americani ha una visione disincantata e lucida sui limiti della propria potenza. Biden deve solo riuscire a riportare a casa i suoi, sani e salvi. È questo il test cruciale adesso. Se dovesse fallire, la crisi entrerà in una fase diversa».

Alberto Negri sul Manifesto ha una tesi chiara: i talebani sono l’esito di scelte occidentali spregiudicate e sbagliate:

«Sarebbe ora che ci dicessimo in faccia la verità: i talebani li abbiamo voluti noi occidentali con i nostri alleati arabi, quelli ricchi beninteso, dei poveracci non sappiamo che farcene. L'ossessione del comunismo un tempo era tale che gli Usa e l'Occidente avrebbero fatto carte false pur di far fuori Mosca. La jihad in Afghanistan l'abbiamo fomentata e sostenuta negli anni Ottanta per sconfiggere i sovietici. Gli arabi pagavano i mujaheddin, il Pakistan ospitava i gruppi radicali, gli Stati Uniti dirigevano le danze. All'epoca Osama bin Laden era un alleato benemerito perché la sua famiglia finanziava la guerriglia contro l'Urss: la società di costruzioni Bin Laden, di cui gli americani erano soci, forniva, tra l'altro, le scavatrici per costruire i tunnel che proteggevano i combattenti dai raid aerei di Mosca. Gli stessi tunnel che poi Bin Laden ha usato insieme ai talebani del Mullah Omar, per addestrare gli attentatori dell'11 settembre 2001, quasi tutti sauditi, e da cui è fuggito in Pakistan dove è stato ucciso nel maggio 2010. Per abbattere l'Urss, gli Usa e gli arabi del Golfo hanno pagato un'intera generazione di combattenti che affluivano da tutto il mondo musulmano. Per colpire gli aerei la Cia aveva fornito ai mujaheddin i missili Stinger, un'arma tra le più efficaci in circolazione. Questi combattenti avrebbero poi costituito battaglioni di terroristi che hanno destabilizzato il Medio Oriente e poi colpito anche in Europa. Il problema è cominciato quando l'Unione sovietica si è ritirata dall'Afghanistan nell'89. Gli Usa e gli occidentali abbandonarono - more solito - il Paese al suo destino e i jihadisti si sentirono traditi: avevano abbattuto i comunisti e ora gli americani voltavano le spalle. È così che i nostri alleati afghani, definiti sui media occidentali «combattenti della libertà», si sono trasformati in nemici. I talebani sono gli eredi di questa storia. Con una notazione: per prendere il potere negli anni Novanta a Kabul avevano bisogno dell'aiuto del Pakistan e a organizzare la loro ascesa fu il governo di Benazir Bhutto, acclamata in Occidente come un'eroina e poi uccisa in un attentato nel 2007. Non dobbiamo stupirci: l'Afghanistan da sempre viene considerato da Islamabad essenziale alla «profondità strategica» del Pakistan. I generali pakistani erano legati a Bin Laden, che distribuiva soldi a tutti, e molti della «lista nera» di Washington stavano tranquillamente in Pakistan. Non è un caso che Bin Laden sia stato ucciso nella città pakistana di Abbottabad nel 2011 dove è stato latitante per un decennio. Oggi la storia si ripete. L'Emiro dei talebani Akhunzadah, il vero capo del movimento, dirige anche una manciata di moschee e di scuole coraniche in Pakistan. Il Mullah Baradar venne arrestato nel 2010 in Pakistan e nel 2018 sono stati proprio gli americani a richiederne ufficialmente la scarcerazione. Era con lui che volevano trattare. Dopo otto anni di training Baradar ha imparato la lezione: se fai il bravo con Washington, a casa tua puoi comportarti come ti pare. Altro che esportazione della democrazia. Basta vedere i sauditi, una monarchia assoluta totale, che non lascia uscire di casa le donne, le quali non possono viaggiare senza il consenso del marito - sempre ovviamente velate dalla testa ai piedi ma siccome sono i migliori clienti di armi americane e sostengono il complesso militare-industriale Usa possono fare quello che vogliono. Noi alle monarchie assolute del Golfo non andiamo mai a chiedere conto dei diritti umani, di quelli delle donne o delle minoranze, lasciamo che mettano in galera giornalisti e oppositori senza fare una piega perché ci pagano profumatamente. Siamo degli ipocriti senza vergogna: capaci persino, come ha fatto quel Renzi, di lodare Mohammed bin Salman, il principe saudita che ha fatto torturare e tagliare a pezzi il giornalista Jamal Khashoggi, colpevole di averlo criticato sui giornali. I nostri amici arabi sono come i talebani ma noi stiamo zitti e muti perché ci pagano. Anzi siccome sono anche nel G-20, come l'Arabia saudita, Draghi ha detto che chiederà loro consiglio su come fare pressione sui talebani. Sembra una parodia: domandiamo a dei truculenti oscurantisti di diventare i paladini dei diritti delle donne e della libertà di opinione. Quindi oggi non ci deve fare troppo schifo anche il Mullah Baradar. È stato lui a firmare gli accordi Doha e a stringere la mano davanti alle telecamere al segretario di stato Mike Pompeo. Sia l'Emiro Akunzadah che il suo vice Baradar da giovani sono stati combattenti anti-sovietici. Akunzadah tra l'altro è cognato del Mullah Omar e nel suo staff lavora anche Yakoob, il figlio del Mullah fondatore dei talebani, deceduto qualche anno fa - guarda caso - in un ospedale pakistano a Karachi. Insomma questa è anche una foto di famiglia, della loro come della nostra. Se Baradar e il suo capo fanno i bravi ragazzi, impantanando cinesi, russi e iraniani in Afghanistan, riapriremo le ambasciate a Kabul con la scusa che dobbiamo proteggere i diritti umani e delle donne. In fondo «siamo» tutti talebani».

IL G20 A ROMA FORSE AD OTTOBRE

Mario Draghi sta lavorando ad un G20 allargato sulla crisi afghana. Ed ha ottenuto un primo sì da Putin. Emanuele Lauria per Repubblica:

«In un quadro di estrema cautela, Mario Draghi compone il suo puzzle. E ottiene il consenso più importante da Vladimir Putin. Il premier e il presidente russo, scrive una nota del Cremlino, «si esprimono a favore del consolidamento degli sforzi internazionale, in particolare nel quadro del G20 che l'Italia presiede, per contribuire a stabilire la pace e la stabilità in Afghanistan». La conversazione del pomeriggio fra i due leader serve a «discutere gli indirizzi che potranno informare le azioni della comunità internazionale», come sottolinea Palazzo Chigi, ma in pratica pone le basi per il raggiungimento di quell'obiettivo che Draghi ha espresso sin da martedì, nell'intervista al Tg1 che ha fornito le prime indicazioni per il futuro: il coinvolgimento, nel dialogo per superare la crisi afghana, di tutti i Paesi del G20, ovvero anche di quegli Stati - come Cina, Arabia, Turchia e appunto la Russia - che non fanno parte del blocco occidentale e che, per la loro influenza sull'area, possono dare un supporto fondamentale alla soluzione degli aspetti centrali dell'emergenza: Draghi e Putin hanno parlato delle strategie da adottare per dare stabilità all'Afghanistan ma anche del contrasto al terrorismo e dei traffici illeciti, oltre che della difesa dei diritti delle donne. E poi c'è lo spettro dell'esodo di centinaia di migliaia di profughi che, assieme agli altri argomenti trattati con il leader russo, è stato al centro del colloquio fra Draghi e il presidente francese Emmanuel Macron. Contatti, quelli di ieri, che seguono le telefonate con Merkel e Johnson: il primo ministro italiano continua a tessere la tela di un fronte largo contro il caos di Kabul, seguito al ritiro del contingente internazionale. Si lavora pazientemente per affiancare e andare oltre l'azione del G7, che ieri ha celebrato il summit dei ministri degli Esteri. La riunione si è conclusa con un appello ai talebani («Garantire la sicurezza di chi vuole lasciare Kabul») e con l'affermazione di un principio: il rispetto dei diritti umani, «inclusi quelli delle donne, dei bambini e delle minoranze». Ma nel corso dell'incontro il titolare della Farnesina Luigi Di Maio ha ribadito proprio la necessità che della crisi di Kabul si occupi un consesso più vasto, ufficializzando il progetto del governo anticipato ieri da Repubblica : «L'Italia, come presidente del G20 e Paese in stretto coordinamento con il G7 - dice Di Maio - ha in programma di convocare una riunione ad hoc, a livello di leader, per promuovere una discussione approfondita tra i membri sull'Afghanistan » che "fornirà l'opportunità di ampliare il sostegno a un approccio comune. Il format del G20 ci consentirà di coordinare la nostra posizione con altri importanti partner: Russia, Cina, Turchia». Non c'è ancora una data, ma la riunione straordinaria cui sherpa e diplomazie stanno lavorando con discrezione in queste ore dovrebbe tenersi a Roma a settembre, anticipando quella conclusiva dell'anno di guida italiana, prevista per la fine di ottobre. Nel frattempo, altri appuntamenti saranno utili per fare argine all'ondata migratoria - con interventi di sostegno ai Paesi limitrofi all'Afghanistan come il Pakistan che Matteo Salvini vorrebbe coinvolgere nel G20 - e per costruire quell'asse dei diritti che dovrebbe opporsi a violenze e limitazioni delle libertà a opera dei Taliban. In calendario la prossima settimana, a Santa Margherita Ligure, la sessione di lavori sull'empowerment femminile che dovrebbe partorire un documento dei venti Grandi a difesa dei diritti delle donne. E negli stessi giorni, il 26 e il 27 agosto Draghi e Di Maio discuteranno della catastrofe afghana con il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov in visita in Italia».

“DIALOGARE CON I TALEBANI”, IL CASO  CONTE

Alcune frasi dell’ex premier Conte hanno suscitato un vespaio. La cronaca di Giuseppe Alberto Falci per il Corriere.

«Mercoledì sera Giuseppe Conte si trova a Ravello, all'Hotel Villa Cimbrone, per la presentazione del libro di Enrico Passaro, il responsabile dell'Ufficio del cerimoniale di Stato e per le onorificenze della Presidenza del Consiglio dei ministri. Il neo presidente del M5S è in vena di dichiarazioni a tutto campo. E, quando arriva il momento della crisi afghana, la mette così: «Dobbiamo coltivare un serrato dialogo con il nuovo regime islamico, che appare, quantomeno a parole, su un atteggiamento abbastanza distensivo». All'indomani le parole dell'ex premier diventano il bersaglio di mezzo arco costituzionale. In particolare, le truppe di Matteo Renzi e diversi esponenti del centrodestra attaccano l'avvocato di Volturara Appula. Succede anche che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio nel corso del G7 corregga il tiro. O almeno sembra così: «È importante agire in maniera coordinata nei confronti dei talebani. Dobbiamo giudicarli dalle loro azioni, non dalle loro parole». A sera Conte controbatte alle accuse: «È vergognoso che in Italia ci sia chi gioca a strumentalizzare fatti e dichiarazioni per biechi fini di polemica politica». E poi si scaglia contro Renzi: «La polemica proviene dagli esponenti di quella stessa forza politica che ha inneggiato al "rinascimento arabo"». Sia come sia, forse è già troppo tardi, l'incidente diplomatico si è più che consumato. Anche Beppe Grillo dice la sua nel corso della giornata. Il garante scrive su Twitter che «la fuga disonorevole da Kabul resterà una macchia indelebile nei libri di storia sui quali studieranno i nostri posteri», rimandando alla pagina del suo blog che ospita una lunga analisi a firma dell'ambasciatore Torquato Cardilli, nella quale si annoverano Di Maio e Conte tra i «colpevoli» dell'insuccesso. Vero è che i primi a sferzare Conte sono le truppe di Matteo Renzi. Il più lesto è Luciano Nobili: «Dopo 5 giorni arrivano le parole di Conte su Afghanistan. Come il suo guru Travaglio crede alla favola dei talebani buoni». Completa l'attacco Maria Elena Boschi: «Meno male che a Palazzo Chigi c'è Mario Draghi e non Conte». Nel corso della lunga giornata l'ex premier diventa il bersaglio anche del leghista Roberto Calderoli: «Dobbiamo dialogare con questi taglia gole? Non ho davvero parole». Non solo. Vittorio Sgarbi, deputato del Misto, definisce «vergognose le dichiarazioni di credito di Conte ai talebani». Per Osvaldo Napoli, ex berlusconiano, oggi parlamentare di Coraggio Italia, «l'ex presidente del Consiglio ha visto un film evidentemente diverso da quello a cui assiste in queste ore la comunità internazionale». E dal Pd la risposta ufficiale viene affidata a Lia Quartapelle: «Un conto è interagire con i talebani per il ponte aereo. Un conto sarà dopo. L'Italia non dialoga con i terroristi né con chi compie crimini contro l'umanità. Non cambieremo idea per una conferenza stampa mentre i talebani sparano su nuclei resistenti e le donne sono terrorizzate».

Alessandro Sallusti per Libero non si lascia sfuggire l’occasione: critica l’uscita sui talebani di Giuseppe Conte.

«Se non fosse che parliamo di un problema che riguarda una delle più importanti forze del governo, che esprime pure il ministro degli Esteri, sarebbero anche affari loro. Lo stato confusionale dei Cinque Stelle rischia invece di mandare in tilt il ruolo dell'Italia nella delicata crisi afghana con i tre leader grillini, Conte, Di Maio e Grillo, che dicono tre cose diverse. Per Conte il regime talebano che si è appena insediato a Kabul «si sta dimostrando distensivo», per Di Maio invece no e «bisogna aspettare i fatti» mentre per Beppe Grillo entrambi - Di Maio e Conte - sono tra i corresponsabili del disastro in quanto sono, da ministro degli Esteri il primo ed ex premier il secondo, "yes man" degli americani. Aldilà del merito, mi chiedo come sia possibile lasciare ancora l'Italia in mano a una banda di pazzi, irresponsabili e incompetenti quale è quella grillina. È vero che la nostra politica estera è per nostra fortuna saldamente nelle mani del presidente Draghi, ma è anche vero che l'opinione pubblica è facilmente influenzabile nei suoi umori dalle parole lanciate via social. Ci manca solo che dopo aver alimentato il fronte dei no vax, i Cinque Stelle ora aprano il fronte dei "sì talebani" come ha fatto Conte o degli anti americani come suggerisce Grillo. Lo abbiamo già scritto ma lo ripetiamo: se le pagliacciate grilline sulla politica interna riempiono le pagine dei giornali ma alla fine sono quasi tutte innocue, in politica estera non si può scherzare con il fuoco. La credibilità di un Paese la si misura soprattutto sulla sua fedeltà - che non esclude il diritto di critica - alle alleanze politiche e militari internazionali. Metterle in discussione come fanno allegramente questi signori - pensiamo solo all'appoggio dato da Di Maio e Di Battista alla rivolta dei teppisti francesi dei gilet gialli contro Macron - significa solo isolare l'Italia e danneggiare di conseguenza la sua economia. Chi ha responsabilità di governo non può rivendicare libertà come se fosse un influencer in cerca di follower. Con il nuovo regime di Kabul si potrà e probabilmente si dovrà trattare ma partendo da posizioni chiare, come a volte avviene tra nemici. Già, ma prima bisognerebbe sapere con certezza da che parte stanno Conte e Grillo, e su questo certezze non ne ho».

NESSUNA REGIONE IN GIALLO

Le ultime notizie dal fronte pandemia sono confortanti. Oggi si prenderà la decisione finale, ma l’orientamento è lasciare in bianco tutta l’Italia. Anche la Sicilia si sarebbe stabilizzata. Mariolina Iossa per il Corriere.

«La Sicilia resta in bianco, e così tutte le altre regioni italiane; la stagione turistica è salva e scongiurato è, al momento, il passaggio dal bianco al giallo. Ma la Regione è sotto stretta osservazione, così come la Sardegna e la Calabria, perché ha i parametri più a rischio sia per i ricoveri ordinari che per le terapie intensive. In particolare, la Sicilia ha registrato ieri, nei dati aggiornati dell'Agenas, un tasso di occupazione dei reparti di rianimazione dell'11%, e quello dei reparti ordinari del 17%, entrambi i valori sopra la soglia mentre i dati ufficiali sono stabili al 10% per le terapie intensive e sempre 17% per i reparti non di area critica. La Sardegna sale al 10% per l'occupazione dei posti letto in terapia intensiva e all'11% nei reparti ordinari. In Calabria, al 16% i reparti Covid e al 7% le rianimazioni. Il tasso medio nazionale è rispettivamente del 5% e del 6%. Nei prossimi giorni si potrà meglio valutare la situazione regione per regione e mentre continuano le sospensioni dei sanitari che non si sono vaccinati da Nord a Sud, il bollettino quotidiano del ministero della Salute riporta per giovedì 19 agosto 7.260 nuovi casi e 55 morti. Leggera crescita dei positivi in 24 ore, quasi cento casi in più a fronte di 206.531 tamponi, 19.892 in meno: sale anche se di poco il tasso di positività, dal 3,2% di mercoledì al 3,5% di ieri. Le dosi di vaccino somministrate a ieri era di 74,5 milioni. Ad aver ricevuto entrambe le dosi sono 35 milioni e 900 mila persone, il 66,56% della popolazione. Da fonti scientifiche qualificate si apprende che «la maggior parte dei pazienti deceduti per Covid nelle ultime settimane non era vaccinata o aveva ricevuto solo una prima somministrazione». «Il parametro dei decessi è evidentemente legato a quello dei contagiati ricoverati. Secondo l'Iss l'incidenza delle infezioni è 10 volte più bassa nei vaccinati, quindi emerge un dato atteso», ha commentato Roberto Cauda, direttore dell'Istituto di malattie infettive del Gemelli. Sulla terza dose ieri è intervenuta l'Organizzazione mondiale della Sanità: «Al momento i dati non indicano il bisogno di una terza somministrazione», ha detto Soumya Swamnathan, chief scientist dell'Oms. La priorità deve essere aumentare le coperture nei Paesi che ancora non hanno accesso al vaccino. La posizione è stata ribadita da Bruce Aylward, un altro esperto Oms. «Ci sono abbastanza vaccini per tutti ma non stanno andando ne posto giusto al momento giusto».

Terza dose? Prima salviamo i Paesi poveri, dice autorevolmente l’Organizzazione mondiale della Sanità. Il Quotidiano Nazionale ne parla con Silvio Garattini.

«Dobbiamo vaccinare tutto il mondo, altrimenti non ci salviamo». Silvio Garattini, farmacologo di fama e presidente dell'Istituto Mario Negri di Milano, sposa in pieno la linea dell'Organizzazione mondiale della sanità. Professor Garattini, è giusto cominciare a pensare alla terza dose o, come sostiene l'Oms, occorre prima vaccinare le popolazioni dei Paesi più poveri? «La terza dose non è un problema ancora sul tappeto perché negli Stati Uniti manca l'approvazione della Food & Drug Administration. Nell'Unione Europea non si può partire senza il parere dell'Ema. Ad ogni modo, ha ragione l'Oms: se il virus continua a circolare si sviluppano nuove varianti, che in una epoca di globalizzazione come la nostra ci tornano indietro». Insomma, rischiamo di inseguire il virus all'infinito. «Esattamente. Ci eravamo proposti di produrre 8 miliardi di dosi a livello mondiale, non capisco perché non lo si faccia. È un obiettivo raggiungibile, dopotutto è stato possibile realizzare il vaccino in meno di un anno». Come? «L'unica soluzione è che i Governi producano i vaccini indipendentemente da quello che pensano le multinazionali. Non possiamo essere schiavi delle decisioni altrui, abbiamo già vissuto questa condizione nei mesi scorsi, quando scarseggiavano le dosi». Manca la volontà politica? «Forse chi gestisce l'emergenza non si rende conto dell'importanza di un'operazione del genere. Non si tratta di beneficenza, ma di sano egoismo. Ribadisco: dobbiamo vaccinare il maggior numero possibile di persone in tutto il mondo». È possibile definire un traguardo in termini di persone a cui somministrare il vaccino per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge? «Non abbiamo informazioni sufficienti per farlo». Ipotizzare una terza dose significa che sappiamo qualcosa di più preciso sulla durata dell'efficacia dei vaccini? «No, è un dato che al momento non può conoscere nessuno». Secondo Pfizer che la sta sperimentando, la terza dose sarebbe più efficace per contrastare le varianti Beta e Delta. Cosa ne pensa? «Che una multinazionale è interessata a vendere i propri farmaci, ma non è la fonte a cui ci dobbiamo appellare. Peraltro, il prezzo delle dosi ultimamente è aumentato di 5 euro. Insomma, bisogna aspettare che si pronuncino le autorità sanitarie». In Israele sono già partiti con il secondo richiamo, sbagliano? «Lì sono indipendenti dal punto di vista regolatorio, hanno compiuto una scelta politica al momento non suffragata da dati scientifici pubblicati». Secondo alcuni, vaccinare durante una pandemia favorisce la generazione di varianti più resistenti. Lei cosa pensa? «Il Covid è un virus diverso dagli altri, non lo sappiamo. Ci tocca attendere i dati e navigare a vista».

MANCANO I CHIP, SI FERMA L’AUTO

Toyota e Volkswagen rallentano la produzione di automobili per mancanza di chip elettronici. Nell'anno pandemico domanda boom di semiconduttori: serviranno anni e miliardi per nuove fabbriche. Alberto Annichiarico per il Sole 24 Ore.

«Chi si aspettava un affievolimento della crisi con il passare dei mesi resterà deluso. Perché da giugno in avanti, lo raccontano anche i corsi azionari dei principali produttori di automobili, il robusto rally che ha visto i massimi in aprile ha perso slancio e la curva ha iniziato una china discendente. Ieri le vendite sul comparto sono state massicce in Europa (e non solo) e hanno interessato gli stessi produttori, come Stm o Infineon. L'entusiasmo per la corsa all'elettrificazione a suon di investimenti per decine di miliardi da parte di tutte le case storiche, lanciate all'inseguimento di Tesla, è stato rapidamente soppiantato dalla preoccupazione. Mancano microchip, per tutti, e il guaio è che lo shortage potrebbe proseguire per l'intero 2022, come ha previsto il ceo di Stellantis, Carlos Tavares, e oltre. Ma non perché i chip non si producano. Tutt' altro. La taiwanese Tsmc, leader indiscusso con il 54% delle quote di mercato (tra i maggiori clienti Apple e Qualcomm), ha prodotto il 60% dei chip per auto in più nel 2021, +30% rispetto al 2019 e ha visto lievitare i profitti (4,8 miliardi di dollari e +11% nel secondo trimestre). La americana Sia (Semiconductor industry association) ha comunicato ai primi di agosto che il secondo trimestre ha registrato vendite globali per 133,6 miliardi di dollari, +29,2% anno su anno e 8,3% in più rispetto ai primi tre mesi del 2021. Il tasso annuo di crescita composto (Cagr) per l'industria è visto al +6% fino al 2026. Il problema è che nell'anno pandemico è esplosa la domanda e per realizzare nuove fabbriche serviranno anni e molti miliardi (Tsmc prepara l'espansione negli Usa, Stm aprirà in Marocco per fornire Tesla). Perché soffre particolarmente l'automotive? Il valore dell'elettronica di una vettura è ormai intorno al 40%. I chip in una macchina servono per fare display digitali cinematografici, servono per garantire i sistemi Adas di assistenza alla guida, per i freni e molto altro. La società di consulenza globale AlixPartners ha stimato, già qualche mese fa, che l'effetto numero uno della crisi sarà un calo della produzione pari a 4 milioni di vetture e un minor fatturato per l'industria di 110 miliardi di dollari. Effetto numero due, l'aumento generalizzato dei prezzi, già visto nel 2020 (1.700 dollari a veicolo, in media) e nel primo semestre. Aumenti che potranno solo andare avanti, migliorando addirittura i conti e i target, come è avvenuto nella prima metà dell'anno. Le case hanno puntato forte sui modelli premium, concentrando su quelli i chip disponibili. Ma la crisi sta arrivando anche all'elettronica di consumo, dai televisori agli smartphone ai computer e alle console per giochi, per citare solo i più comuni. Poi potrebbe interferire con 5G e intelligenza artificiale. E se in una prima fase, sul finire del 2020, è stata causata proprio dall'improvviso ritorno di domanda nell'automotive dopo il crollo causa pandemia in primavera e da alcuni gravi incendi in impianti-chiave in Asia, oggi il problema nasce dalla moltiplicazione della domanda in tutto il mondo hi-tech, peggiorato dal ritorno di fiamma del Covid-19 con la variante Delta, che, nelle ultime settimane ha provocato diverse chiusure di fabbriche nel sudest asiatico, dove è concentrata la produzione. Di qui gli annunci, ieri, di alt alla produzione dei principali produttori di automobili del mondo, il numero uno Toyota, Volkswagen (con Audi) e Stellantis. La casa giapponese, attenta ad assicurarsi le scorte sin dai tempi dell'incidente nucleare di Fukushima, ha dovuto alzare bandiera bianca davanti agli stop sulle filiere dovuti a Delta. Il titolo ha perso quasi il 5% dopo l'annuncio che la produzione sarà tagliata del 40% in settembre: da 900mila a mezzo milione di automobili. Il costruttore ha comunque confermato le sue stime sull'utile operativo a quasi 23 miliardi di dollari per l'anno fiscale che terminerà a marzo. Un dato leggermente più basso delle attese del mercato. Quanto a Volkswagen (-2,04% a Francoforte) Wolfsburg potrebbe ripartire a rilento dopo la pausa estiva, la prossima settimana. La produzione sarà eseguita su un solo turno e con orario di lavoro ridotto. «Tuttavia - hanno comunicato da Wolfsburg - Volkswagen prevede un miglioramento della fornitura di semiconduttori entro la fine dell'anno» e punta a recuperare. Ma a fine 2021 il danno potrebbe essere a sei zeri in termini di unità non prodotte. Audi ha deciso di tenere in ferie 10mila dipendenti degli stabilimenti di Ingolstadt e Neckarsulm, fino al 30 agosto. Un fermo che costerà alcune migliaia di auto in meno. Infine Stellantis fermerà la produzione per una settimana nello stabilimento di Rennes-La Janais, dal 23 al 27 agosto, e per tre giorni nello stabilimento storico del gruppo Psa, a Sochaux».

IL MEETING TORNA IN PRESENZA

Oggi Mattarella aprirà la 42esima edizione dell'evento organizzato da Comunione e Liberazione. Il senso di una comunità che si ritrova, per passare dall'io al noi, sarà il filo conduttore della rassegna. Angelo Picariello per Avvenire.

«Il coraggio di tornare in presenza. Il Meeting di Rimini dopo l'edizione dello scorso anno tenutasi prevalentemente online, con decine di piazze collegate in Italia e nel mondo, torna negli enormi padiglioni della nuova fiera all'insegna della 'presenza' parola cara al lessico del fondatore di Cl, don Luigi Giussani, ma che assume un significato del tutto nuovo nell'era del Covid e del Green pass. A inaugurarlo stamattina, alle 12, sarà Sergio Mattarella. Il capo dello Stato, nel primo discorso del semestre bianco, interverrà collegato dal Quirinale sul tema del Meeting, 'Il coraggio di dire io', tratto da una frase del filosofo danese Søren Kierkegaard. Sarà l'occasione per approfondire quel 'senso della comunità' cui sovente fa riferimento, un 'noi' reso più forte proprio dalla consavolezza della propria identità, che rimanda a una origine e un destino comuni. Fu già ospite del Meeting nel 2016, Mattarella, e curiosamente in quell'edizione il tema era il 'tu' che è «un bene per me». Nell'era del Covid la parola «responsabilità » arriva ad unire i due concetti. Il Meeting dell''io' sarà ricordato come quello della massima attenzione al 'noi', al rispetto delle norme poste a garanzia di tutti e di ciascuno. Un vero e proprio 'format' viene collaudato da oggi a Rimini, per svolgere eventi in presenza in piena sicurezza, riportando la certificazione verde da limitazione alla libertà come viene descritta a opportunità per tenere aperto quale effettivamente è. «A dire il vero - spiega il direttore del Meeting Emanuele Forlani - noi ci siamo posti il problema già da gennaio, quando non si parlava ancora di green pass, ma si immaginava già che si potesse arrivare a una soluzione del genere ». Da questo è scaturita l'idea di una 'app' ('Meeting Rimini') ora facilmente scaricabile, che permetterà a chi è dotato di Green pass di ottenere un Qr-codededicato per il Meeting. mentre per chi non ne è in possesso è stato allestito all'ingresso un padiglione interamente dedicato ai tamponi rapidi, in grado di processarne fino a 150 all'ora. Anche qui - sia pur sotto la supervisione delle autorità sanitarie e nel rispetto di precisi protocolli - protagonisti saranno i volontari (medici, infermieri, farmacisti) ancora una volta al centro di una delle edizioni più complesse del Meeting, giunto all'edizione numero 42: sono circa 2.300, quest' anno, al lavoro già da alcuni giorni per arrivare oggi al via con tutto in ordine, nonostante le complicazioni legate alla sicurezza. «Perciò ci siamo attivati con grande anticipo - spiega Forlani -. Per garantire la sicurezza ai volontari innan-zitutto, ma anche a tutti i visitatori ». Le prime risposte sono più che incoraggianti: sono già più di 50mila le prenotazioni effettuate, rigorosamente online, degli eventi e incontri da seguire in presenza. L'edizione dello scorso anno segnò un appuntamento importante sin dalla giornata iniziale in cui Mario Draghi, da presidente emerito della Bce, tracciò il quadro di una serie di riforme e opportunità irrinunciabili che di lì a pochi mesi sarebbe stato chiamato in prima persona a fronteggiare. Nutrito anche quest' anno, come da tradizione, il parterre politico. Nella stessa giornata di oggi due ministri (Andrea Orlando ed Elena Bonetti) parteciperanno a un incontro di politica economica col manager Vittorio Colao e il segretario della Cisl Luigi Sbarra. Otto in tutto i membri dell'esecutivo Draghi, in questa settimana riminese. Attesa, domenica, per l'intervento, nel pomeriggio, del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, sul 'Mediterraneo frontiera di pace'. Sarà il giorno dell'Europa e della politica estera, con il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, il commissario per gli Affari Economici Paolo Gentiloni e il ministro Luigi Di Maio, che non potranno non fare i conti col tema scottante di questi giorni, ossia l'accoglienza da accordare alle migliaia di profughi afghani in arrivo. Ma la giornata clou per la politica sarà il 24 ottobre, quando sullo stesso palco ci saranno Giuseppe Conte (alla sua prima vera uscita da presidente del M5s), Enrico Letta, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Tanto spazio, come sempre, anche alle mostre (si va da Dante a Pasolini) e ai concerti. In serata, oggi, in piazza Tre Martiri, evento inaugurale un concerto del violinista Uto Ughi». 

Dario Di Vico sul Corriere, in un commento che parte dalla prima pagina, vede nell’appuntamento del Meeting l’occasione per capire meglio il rapporto tra la società civile e la politica:

«Leggendo le interviste e le dichiarazioni di importanti protagonisti della società civile se ne ricava la netta sensazione che temano un nuovo autunno caldo. Ma stavolta non prevedono veementi manifestazioni sindacali o derive estremiste degli studenti, quello che li spaventa è un autunno caldo dei partiti. Sia il presidente della Confindustria Carlo Bonomi nella sua recente intervista alla Stampa sia il presidente del Meeting di Rimini Bernhard Scholz al Corriere hanno sostenuto la stessa tesi. Hanno paura che i mesi che ci separano dall'elezione del presidente della Repubblica siano segnati dalle iniziative funamboliche delle forze politiche e che tali interventi ad effetto - e in favore di telecamera - possano minare l'azione di governo. Concretizzatasi finora in una nuova reputazione internazionale del nostro Paese, in un migliore funzionamento della macchina pubblica e nel varo di una serie di riforme rimaste inevase per troppo tempo. Draghi, a loro giudizio, opera nella complessità e pur tra qualche contraddizione cerca di domarla, i leader dei partiti - quasi fossero degli eterni ragazzi - la rifiutano e sono portati a semplificare. Puntano all'affermazione del proprio ego e declinano qualsiasi responsabilità di sistema, nonostante sostengano in Parlamento lo stesso governo. La società civile questi comportamenti li vede, li sopporta in silenzio e teme però che interrompano il sogno di una ritrovata normalità italiana e, come ha segnalato polemicamente, Bonomi, rallentino le riforme e l'attuazione del Pnrr. La manifestazione di questi timori però equivale allo stesso tempo a una denuncia e a una confessione di impotenza. La società civile si scopre indispensabile nel tenere aperti i canali di dialogo e interazione con gli altri sistemi-Paese ma accessoria quando gli stessi contenuti che derivano da quel confronto cerca di sottoporli all'attenzione dei partiti. Sia chiaro, non parlo solo dei tradizionali e ingrigiti corpi intermedi ma della «società civile larga», quella che comprende anche il mondo delle competenze, il business, i media, il welfare professionale e la comunità degli espatriati. Che pur sommati non paiono in grado di influenzare positivamente la politica e indurla a comportamenti più lungimiranti. Secondo gli studiosi di demoscopia il motivo è che la comunicazione ha ormai mangiato la politica, i sondaggi hanno sostituito il dialogo con «i mondi vitali» e il chiacchiericcio dei social ha oscurato la partecipazione. È difficile dire se sia esattamente così, certo è che guardando dentro la Lega emergono due sotto-partiti: quello figlio della comunicazione e quello espressione del radicamento territoriale. Convivono non senza frizioni e anzi c'è chi sostiene come ormai sia diventato difficile trovare un tema sul quale siano perfettamente allineati. Il pasto, dunque, quantomeno non è stato ancora consumato. Qualcosa del genere succede nella forza politica erede di una robusta tradizione di interazione con la società, il Pd. Anche in questo caso il sotto-partito della comunicazione e quello del radicamento - rappresentato dai sindaci e dagli emiliani - convivono pur dando l'impressione di un crescente disagio visto che ogni settimana nasce una nuova corrente. O «sorgente» come Graziano Delrio ha definito la sua. Oggi a Rimini prende il via il tradizionale Meeting dell'amicizia e martedì 24 in un'apposita sessione dedicata proprio al «ruolo dei partiti» e alle preoccupazioni della società civile parleranno uno dietro l'altro Enrico Letta, Giuseppe Conte, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Un inedito assoluto e di conseguenza un test sulle rispettive intenzioni. Chi tra loro avrà l'ardire di rivendicare l'autunno caldo e chi invece si accontenterà di restare in scia? Chi avrà il coraggio di pronunciare «parole che ambiscono a durare», per dirla con Walter Siti? Personalmente oltre alle rassicurazioni che chiedono Bonomi e Scholz sarei soddisfatto se almeno uno dei quattro leader, anche solo uno, tematizzasse la necessità della formazione di una nuova e larga classe dirigente. Sarebbe un piccolo ma importante segnale che la sottocultura populista sta perdendo peso e insieme il riconoscimento che il successo del proprio partito o della propria coalizione non è giudicato sufficiente per «salvare l'Italia».

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