Le piazze No Pass

Manifestazioni violente in tutta Italia contro il Green Pass. Ma le prenotazioni dei vaccini hanno un boom. Conte fa sul serio sulla giustizia. Davigo lancia segnali, ma la loggia Ungheria esiste?

Benvenuti alla Versione della Sera, rubrica domenicale estiva, dedicata ai quotidiani del fine settimana. Ancora pandemia e giustizia sono al centro dell’interesse della stampa in questa ultima domenica di luglio. La prima tiene banco anche per le diverse manifestazioni di piazza di sabato contro il Green pass, obbligatorio dal 6 agosto per i locali al chiuso e per tutti i luoghi di grande assembramento. Non sono state manifestazioni molto partecipate ma violente e capillarmente diffuse in tutto il Paese. C’è un certo allarme delle autorità perché i manifestanti non indossavano la mascherina. Vedremo se nei prossimi giorni i numeri del contagio confermeranno i timori. Intanto la campagna vaccinale prosegue sostenuta e anzi c’è stato grande boom di prenotazioni, un po’ in tutte le Regioni, dopo le parole del Presidente del Consiglio di giovedì. Si chiude una settimana in cui la media delle vaccinazioni è stata di 547 mila 177 ogni 24 ore. Se mantenessimo questo ritmo, vorrebbe dire arrivare a settembre con più dell’80 per cento degli italiani sopra i 12 anni vaccinati in modo completo.

Ma le spine del Governo non sono solo legate al Covid. La questione giustizia è ancora virtualmente sul tavolo ed anzi rischia di far cadere il Governo stesso. Conte, secondo le indiscrezioni di oggi, starebbe seriamente pensando di far ritirare i Ministri dal Governo Draghi. E proprio alla vigilia del semestre bianco, il periodo in cui il capo dello Stato non può sciogliere le Camere perché in procinto di decadere. Sempre sul fronte giustizia, tutta da leggere (e da interpretare) l’intervista sul Corriere di sabato a Piercamillo Davigo, storico Pm di Mani pulite, ora indagato per la vicenda dell’inchiesta sulla Loggia Ungheria. Si insabbiò davvero o no? E davvero ci sono giudici ai vertici del Csm e alti rappresentanti delle istituzioni, iscritti ad una loggia segreta massonica?

Dall’estero drammatiche notizie sull’Afghanistan e sull’infinita guerra etiopica nel Tigrai. Inquietante la notizia scientifica secondo la quale, alla base delle alluvioni in Germania e degli scioglimenti di ghiaccio in Canada, ci sarebbe un unico fenomeno atmosferico. C’è ottimismo sulla ripresa dell’economia italiana, mentre le finanze vaticane denunciano ancora un deficit nei conti. Oggi la prima e inedita Giornata mondiale dei nonni, voluta da papa Francesco. Buona lettura e ci vediamo domattina, come al solito.

LA SFIDA IN PIAZZA, “MEGLIO MORTI CHE VACCINATI”

I manifestanti delle piazze No pass erano poche migliaia, ma si sono visti in tantissime città italiane ieri (in duemila a Bergamo e sembra impossibile). Con slogan e modi molto violenti, niente mascherine, continue aggressioni ai cronisti presenti. E parole d’ordine “sincere”, che evocano la morte e così danno involontariamente ragione alle parole del nemico Draghi. Una frangia violenta ha anche oscenamente usato (ma è consuetudine sui social da alcuni giorni) la stella gialla che i nazisti chiedevano agli ebrei di mettersi sul petto, con l’identificazione ebreo uguale non vaccinato. Spia di un profondo e radicato antisemitismo, molto preoccupante. La cronaca del Corriere della Sera.

«Sfilano in 80 città italiane. Manifestazioni contro il green pass nate con il passaparola su canali Telegram come «Basta dittatura», attraverso post Facebook che chiamano «i cittadini liberi» contro la «dittatura sanitaria». Sono piazze senza una chiara identità politica in cui spesso si scivola tra sovranismo ed estrema destra. Come a Roma dove insieme ai no vax ci sono anche i «muscoli» di Casa Pound. Cortei e presìdi portano a sfilare fin dentro alla Galleria Vittorio Emanuele di Milano, con i turisti che si rifugiano nelle boutique del lusso, oltre 9 mila persone. E che - quasi da non credere - fanno scendere in piazza 2 mila abitanti a Bergamo città epicentro dell'emergenza della prima ondata, dove si moriva in casa senza aiuto, senza assistenza, senza medici e senza ossigeno. L'ora x del «No green pass day» scatta alle 17.30 in contemporanea in tutte le piazze d'Italia. Tutti insieme, tutti vicini, nessun distanziamento e, soprattutto, nessuna mascherina. A Milano i giornalisti, altro obiettivo privilegiato perché «complici della dittatura» e «divulgatori di bugie», vengono allontanati dal corteo. A Roma si punta verso la sede Rai. Le regole qui valgono al contrario: «Se vuoi parlare con me ti devi levare quella mascherina di m...». Scene simili si vedono a Torino, dove già la sera dell'introduzione del pass la piazza s' era riempita, a Napoli, Genova e Bologna. A Pescara alcuni manifestanti «attaccano» un gazebo di Forza Italia, come racconta il senatore Nazario Pagano. A Bari uno striscione recita: «Siamo nati liberi, e moriremo liberi». Seicento a Trento contro il «passaporto di schiavitù», coperchi e stoviglie nel corteo per le strade del centro di Livorno. Slogan e insulti contro il premier Draghi e i virologi. In tempo reale, su canali e chat social, si condividono fotografie e filmati: «Genova è un bordello, una marea di gente», racconta un eccitato manifestante agli amici. Si guarda alle proteste esplose in Australia e a Parigi. La massa è composita, senza veri leader né bandiere. C'è chi sfila con uno striscione con la scritta «Green pass e la svastica nazista» e il volto di Hitler. Altri hanno la stella gialla dei deportati dei campi di concentramento appuntata sulla maglietta e la scritta «Non vaccinated=jude». Nella Capitale, piazza del Popolo accoglie 3 mila persone (10 mila per gli organizzatori) che incitano alla disobbedienza, chiedono «libertà, libertà», invitano a «non scaricare il certificato verde». Qualche momento di tensione quando il corteo punta verso via del Corso. La Questura riporta la calma. In piazza si mescolano militanti di Casa Pound e Forza Nuova, proprio il leader romano del partito, Giuliano Castellino, dice di essere sceso in piazza anche se si trova sotto sorveglianza speciale: «Ma dovevo esserci». Ci sono anche alcuni ristoratori preoccupati per le ricadute economiche per l'obbligo che scatterà il 6 agosto: «Non sono contro il vaccino, ma il green pass è un danno per l'economia. Rischiamo di fallire».».

Quanto vale nelle urne il No Pass? Secondo gli esperti un tesoretto che vale 6 milioni di voti. L’articolo di Repubblica.

«Il tesoretto dei No Vax, o meglio dei contrari all'obbligo vaccinale e degli allergici al Green pass, vale sei milioni di voti. È questa la posta in palio nella partita sui certificati di immunità che si sta giocando nel governo. E si tratta di un numero, stimato dagli analisti, che spiega più di ogni altro le prudenze, soprattutto a destra, nel prendere posizioni nette, tranchant , sulla vaccinazione di massa. Perché la maggior parte degli scettici, lo dicono i sondaggi, sta proprio fra i simpatizzanti di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. I dati di cui disponiamo, al momento, dicono che nell'ultimo anno sono diminuite sensibilmente le persone che rifiutano di vaccinarsi: è poco o per nulla propenso il 13 per cento degli italiani, secondo una ricerca Response Covid- 19 del laboratorio Sps Trend dell'Università di Milano. È un dato più che dimezzato rispetto al dicembre 2020, quando con la campagna vaccinale in partenza questa cifra era al 30 per cento. La rilevazione (fatta dall'istituto Swg) non si distanzia molto da quella degli altri istituti demoscopici. Demos&Pi di Ilvo Diamanti, ad esempio, a fine maggio, aveva calcolato nell'11 per cento la quota dei No Vax. Tuttavia, il discorso cambia, e di molto, se non ci si sofferma solo su chi dice no all'iniezione ma se si calcolano tutti i contrari, in genere, all'obbligo vaccinale. Coloro cioè che reclamano la libertà di scelta, fra cui in questi giorni si piazzano i critici del Green pass, visto come obbligo di vaccino camuffato. Questo plotone, sia nelle stime di Demos&Pi, sia in quelle dell'Università di Milano, è pari al 20 per cento degli intervistati. Due su dieci. Ora, nel 2018 votarono per la Camera 32,8 milioni di italiani. «Tenendo conto che alle prossime elezioni avremo probabilmente un'affluenza più bassa - ragiona Fabrizio Masia, direttore di Emg Acqua - e che possiamo prevedere circa trenta milioni di votanti, non è errato ipotizzare che questo contingente di scettici possa valere dunque sei milioni di voti». Non è un patrimonio da poco, «anzi - aggiunge Masia - potrebbe fare la differenza nelle prossime consultazioni». Ecco spiegate dunque la cautela e l'ambiguità di molti politici, quella tendenza a non schierarsi con forza a favore del vaccino per tutti che coinvolge soprattutto gli esponenti del centrodestra. Non a caso: da un'analisi di Demos&Pi è emerso infatti che gli elettori dei due partiti più scettici sul Green pass (Lega e Fratelli d'Italia) sono anche quelli che, nel rapporto con i tifosi di altre forze politiche hanno meno voglia di vaccinarsi: il 22 per cento dei leghisti e il 16 per cento di FdI. Elevata, a destra, anche la pattuglia dei contrari del tutto all'obbligo vaccinale (il 20 per cento dei fan del Carroccio e il 23 per cento di chi voterebbe Fdi). «La contrarietà dei leader di questi due partiti verso forme anche estremamente "lievi" di obbligo vaccinale come appunto il Green pass - annota Youtrend - si spiega così: non tanto con la necessità di attrarre un elettorato No Vax, bensì con il timore di perdere una quota di elettori scettici rispetto sia al vaccino sia all'obbligo vaccinale che in questi partiti è più consistente che negli altri elettorati». 

Luca Ricolfi sul Messaggero di sabato spiega, con la consueta lucidità, e meglio di molti esperti virologi, quanto sia razionale la scelta di vaccinarsi.

«La possibilità di scegliere serenamente fra vaccinarsi e non vaccinarsi è un privilegio riservato ai cittadini dei Paesi quasi tutti non europei in cui l'epidemia è sotto controllo. Il vaccino, infatti, è l'unica vera arma che ci resta in una situazione in cui, per mille ragioni, si è deciso di rinunciare a usare altre armi, perché giudicate troppo costose o complicate. Quali sono i vantaggi del vaccino? Sono essenzialmente tre, uno di tipo altruistico, gli altri due di tipo egoistico. Il vantaggio altruistico è che le persone vaccinate, pur potendo trasmettere il virus, lo fanno in misura considerevolmente minore. Una persona vaccinata è meno pericolosa per gli altri di una persona non vaccinata. Questo significa che, più persone si vaccinano, più lentamente circola il virus. Il rallentamento indotto dal vaccino, dunque, può controbilanciare (anche se solo in parte) l'accelerazione indotta dalla variante delta. E veniamo ai due vantaggi egoistici. Il primo è che chi è vaccinato ha minori probabilità di contrarre il virus. Il secondo è che, anche se lo contrae, di norma sviluppa sintomi meno gravi di chi non è vaccinato, e raramente viene ospedalizzato o muore. Sono due vantaggi enormi, che fanno la differenza esistenzialmente cruciale fra vivere nell'angoscia e vivere nella consapevolezza di un piccolo rischio. Questo non significa che la vaccinazione piena (con 2 dosi, o con 1 di Johnson & Johnson) azzeri il rischio di infezione, ospedalizzazione, morte, come alcuni credono. Significa però, ed è decisivo, che i rischi si riducono in modo drastico. In concreto tutto ciò implica che, ove la quota di pienamente vaccinati si avvicinasse all'80 o al 90%, almeno il numero di ospedalizzati e di decessi potrebbe essere fortemente limitato. E' a questo che dobbiamo puntare, raggiungendo chi non si può muovere e ragionando con i dubbiosi. Vaccinarci è l'unica arma che ci è stata lasciata in mano, e quindi sarebbe stolto non usarla».

Maurizio Molinari nell’editoriale su Repubblica dà la cornice giusta internazionale a quello che sta avvenendo in Italia nelle ultime settimane. A livello planetario c’è una durissima partita fra scienza e populismo. È iniziata negli Stati Uniti circa un mese fa, con l’accelerazione di Trump contro la campagna vaccinale voluta da Biden.

«La pandemia Covid 19 ha indebolito il populismo in Europa come in Nordamerica, dimostrando la necessità dello Stato per difendere la salute pubblica, ma ora il movimento No Vax fa percepire a questi leader e partiti basati sulla protesta anti-istituzionale l'occasione di un possibile riscatto. C'è infatti una coincidenza evidente fra populismo e rifiuto dei vaccini ovvero la carenza di fiducia nello Stato, nelle sue istituzioni e dunque anche nel sistema sanitario, in ultima istanza perfino nei dottori. Come le manifestazioni avvenute ieri in più città hanno dimostrato, l'Italia è al centro di questo confronto fra istituzioni e populismo in corso in Occidente: prima del Covid 19 aveva la percentuale più alta di elettori di partiti populisti - la somma di Cinque stelle e Lega nelle elezioni del marzo 2018 - e ora esprime uno dei più significativi movimenti No Vax in Europa. Ad attestare in maniera scientifica la coincidenza fra il populismo e lo scetticismo sui vaccini è stato, nel 2019, uno studio dell'European Journal of Public Health documentando come in più Nazioni "si tratta di fenomeni spinti da una dinamica simile, basata sulla profonda sfiducia nei confronti delle élite e degli esperti". Da allora tale tendenza è aumentata, fino all'indagine di Eurobarometro, secondo cui la sfiducia nei vaccini è in crescita fino a sfiorare la metà dei cittadini europei con i picchi più alti nei Paesi dove vi sono partiti anti-establishment particolarmente popolari: Italia, Francia e Grecia. L'opinione No Vax è priva di credibili basi scientifiche perché i vaccini - secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità - ogni anno salvano la vita ad almeno 2-3 milioni di persone senza contare quanto avvenuto proprio in Europa e Nordamerica dopo l'inizio della somministrazione dei vaccini anti Covid, che hanno ovunque abbattuto drasticamente il numero di decessi e ricoveri in terapia intensiva. Ma ciò che alimenta i No Vax - al pari del populismo - sono motivazioni diverse come il richiamo a false teorie: ad esempio quella di Andrew Wakefield che nel 1998 pubblicò su Lancet un articolo in cui collegava il vaccino MPR (contro morbillo, parotite e rosolia) all'autismo ma poi tale testo è stato ritirato e l'autore stesso espulso dal "medical register" britannico per aver agito "in maniera disonesta e irresponsabile". Il sociologo britannico Harry Collins definisce le teorie No Vax come "populismo tecnologico" perché indirizzano la sfiducia dei singoli nei confronti dell'esperienza scientifica e della competenza medica. L'estrema carta giocata dai No Vax per delegittimare il vaccino contro il Covid 19 è il diritto alla libertà di scelta sulla propria salute ma è una tesi discutibile perché c'è oramai consenso della comunità scientifica sul fatto che l'immunità di gregge si raggiunga quando un Paese ha il 95 per cento degli abitanti vaccinati. E dunque rifiutare il vaccino significa mettere a rischio la salute degli altri. È interessante notare a tale riguardo che in Gran Bretagna, uno dei pochi avversari della proibizione di fumare in pubblico - largamente condivisa per proteggere la salute dei non fumatori - è Nigel Farage, l'ex leader dell'Ukip promotore della Brexit e volto di spicco del populismo britannico, secondo il quale si tratta di "un'interferenza del mega-Stato che vogliamo smantellare". Quest'idea dell'opposizione al vaccino come forma di "resistenza allo Stato" emerge anche da quanto sta avvenendo negli Stati Uniti: secondo un'inchiesta della Kaiser Family Foundation a fronte di un 55 per cento di adulti americani che hanno già preso il vaccino - o intendono farlo il prima possibile - c'è un 45 per cento diviso a metà fra chi lo rifiuta e chi "preferisce attendere e vedere cosa succede". E se andiamo a vedere come è composto questo 45 per cento di scettici vediamo che fra i No Vax prevalgono i repubblicani sostenitori dell'ex presidente Donald Trump mentre fra gli "attendisti" gli afroamericani, ovvero due componenti della società americana che per ragioni diverse non hanno fiducia nel governo federale. Nel tentativo di aggredire il movimento No Vax alle sue stesse radici il team di ricercatori sulla Digital Economy del Massachusetts Institute of Technology di Boston ha dialogato con 1,5 milioni di user di Facebook, dimostrando che illustrando i tassi di efficacia del vaccino si aumenta di "almeno il 5 per cento" il numero di chi sceglie di immunizzarsi. Da qui il suggerimento di tentare di avere quanto più possibile un dialogo diretto con chi esita davanti al vaccino perché assai spesso lo scetticismo si basa non sull'opposizione totale e ideologica alla scienza medica - che distingue i leader populisti a corto di ossigeno politico - quanto invece sulla convinzione personale che "a me non serve" o "io non ne ho bisogno" per le ragioni più disparate. Questo spiega perché Anthony Fauci, direttore dell'Istituto nazionale Usa contro le allergie e malattie infettive, sta lavorando assieme a un crescente numero di governatori e sindaci americani per poter raggiungere direttamente il numero più alto di cittadini - usando di tutto, dalle farmacie a Instagram - al fine di metterli a conoscenza dell'efficacia dei vaccini. Per battere il "populismo tecnologico" grazie alla forza della ragione».

Alessandro Sallusti ha sempre rappresentato, prima sul Giornale e da quando ne è diventato il nuovo direttore su Libero, un’opinione razionalmente a favore della campagna vaccinale, pur scrivendo ai lettori che appaiono più tentati dalla deriva No Pass e No Vax. Ecco il suo fondo di oggi che aggredisce la questione della “libertà”. Non c’entra nulla, dice Sallusti, nessuno l’ha mai messa in discussione.

«Migliaia di persone in piazza in diverse città, momenti di tensione, qualche scontro e non pochi infiltrati pronti a fare casino. La protesta contro i provvedimenti del governo per arginare l’epidemia prende corpo al grido di «libertà»; libertà di non vaccinarsi senza per questo essere penalizzati in alcun modo. Era inevitabile finire qui vista la radicalizzazione dello scontro di idee tra pro vax (la maggioranza) e no vax. La nostra posizione è chiara e l’abbiamo ribadita più volte: la libertà non c’entra, anche perché nessuno, tantomeno noi, l’ha mai messa in discussione. C’entrano intelligenza e buon senso, due cose che non possono essere normate da alcun governo. Se un numero importante di italiani sceglie liberamente di non vaccinarsi, aumenta la probabilità che il contagio cresca. Se il contagio cresce sale la probabilità - è successo nei mesi scorsi - che aumentino le ospedalizzazioni. Se aumentano le ospedalizzazioni ne risente - è successo anche questo - la medicina no Covid, anche per importanti patologie (tumorali e cardiologiche) per cui la velocità di intervento è fondamentale. Se questo avvenisse, molte persone rischierebbero la vita a prescindere dal Covid. E se questo meccanismo perverso dovesse non fermarsi, si dovrà tornare a chiudere attività che potrebbero continuare a operare in sicurezza se la situazione rimanesse sotto controllo grazie a vaccini e green pass. Come si vede, le libertà in gioco in questa contesa sono più d’una, non solo quella -legittima - di non vaccinarsi. E allora mi chiedo che senso abbia aprire uno scontro di libertà, a chi giovi e a che possa servire. Non certo a combattere il Covid, non a sminare le paure - semmai le rafforza perché ci si sente parte di una comunità - di chi teme gli effetti collaterali del vaccino. Che non sono più gravi degli effetti, a volte diretti, che ha dovuto subire in questo ultimo anno e mezzo chi si è visto rifiutare o ritardare un controllo oncologico, o chi ha dovuto abbassare le serrande per pandemia. E allora si torna al punto principale della questione. La classe dirigente di questo Paese, soprattutto quella politica, vuole ed è in grado di gestire questo scontro di libertà contrapposte o spera solo di trarne qualche vantaggio? Purtroppo questa domanda, al momento, non ha risposte certe».

ANCORA AL CENTRO LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA

Non c’è solo la mobilitazione anti Green pass. Draghi deve gestire la questione giustizia. Giuseppe Conte sta valutando seriamente di spingere i 5 Stelle a non votare la fiducia al Governo. La cronaca sul Corriere di Giuseppe Alberto Falci.

«Sull'improcedibilità e sui reati di mafia non possiamo permetterci di indietreggiare. Non è una questione di bandierine. Ma se il governo non prendesse in considerazione le nostre istanze saremmo costretti a non votare la fiducia». A tarda sera, i dirigenti del M5S che parlano costantemente con Giuseppe Conte e che seguono passo passo l'evoluzione della trattativa con Mario Draghi e Marta Cartabia, accettano di parlare, sia pure coperti dall'anonimato. E si sfogano. Forse drammatizzano, così da potere rivendicare, fra qualche giorno, un risultato. Di certo, si mostrano assai perplessi sull'esito finale della mediazione che riguarda la riforma del processo penale. I dubbi inducono ancora una serie di domande: «Quanto sarà lunga di lista di reati a cui non sarà applicata la riforma? In questa lista ci sono i reati di mafia? Altrimenti così come è la riforma è uno schifo». Non è dato sapere se questi toni si tradurranno in atti concreti. Se, in sostanza, un Movimento ridimensionato dai sondaggi e ancora senza una guida formale avrà la forza di rompere e di uscire dal governo. L'unico dato politico vero è che le truppe parlamentari pentastellate continuano a non comprendere perché l'esecutivo non voglia ascoltare le criticità sollevate. Addirittura c'è chi, a taccuini chiusi, evoca la parola «complotto». «Diciamoci la verità: chiediamo cose ragionevoli, le stesse del Csm, del presidente nazionale dell'Antimafia, Francesco Cafiero de Raho, di Nicola Gratteri. Perché allora non ce le concedono? Forse ci vogliono spingere fuori dal governo?». Nell'attesa, Conte ascolta i gruppi parlamentari, si confronta con i tecnici ed è sempre incollato al telefono in questo sabato di luglio da bollino rosso. L'ex premier è nella Capitale in una giornata in cui nessuno osa proferire parola. Perché, confida chi siede alla trattativa, «ogni parola può essere male interpretata e di conseguenza potrebbe essere strumentalizzata da una parte o dall'altra. Avete visto cosa è successo alla Dadone? Meglio stare zitti e buoni». Ad esempio, Mario Perantoni, presidente della commissione giustizia, aspetta gli eventi prima di dire la sua. E domani Perantoni presiederà un ufficio di presidenza molto delicato dove verrà discussa e messa ai voti la richiesta avanzata da Forza Italia di allargare il perimetro della riforma del processo penale ai reati contro la pubblica amministrazione. Anche Angela Salafia, altro membro grillino della commissione Giustizia, resta in silenzio: «Salve le chiedo scusa, al momento sono fuori, non mi è possibile rispondere». E mentre tutti si tengono coperti, i canali restano aperti. Luigi Di Maio e Stefano Patuanelli trattano con Palazzo Chigi, dove il dossier è nelle mani del sottosegretario alla Presidenza Roberto Garofoli. Entrambi i ministri sono convinti che sia possibile raggiungere una soluzione di compromesso prima dell'approdo in aula del provvedimento, fissato per il 30 luglio. Anche Enrico Letta appare fiducioso «sul fatto che il voto troverà una maggioranza unita». In questi giorni i democratici hanno cercato di rendere più fluida l'interazione fra il governo e i 5Stelle. L'obiettivo del Pd resta quello «di approvare la legge prima possibile» escludendo la possibilità che il testo Cartabia possa essere modificato in Senato. «Figuriamoci», dicono dal Nazareno. E mentre tutto questo succede, rimbombano i mal di pancia dei 5Stelle: «Bisogna blindare tutti i processi per mafia».

Marco Travaglio distoglie per un attimo l’attenzione dalla ministra Cartabia (tanto c’è una sua mezza foto in prima pagina del Fatto per l’Ok Corral contro Conte) e si mette a bastonare un leader dei 5 Stelle. Beppe Grillo, direte voi? No, questa volta il bersaglio è Luigi Di Maio. Il tema però è sempre lo stesso: la giustizia. Travaglio vorrebbe che i 5 Stelle uscissero dal “governo horror” e usassero la riforma del processo come casus belli.

«"Io non credo che sia irragionevole discutere della riforma della giustizia e dire che va migliorata, lo dicono i magistrati e lo diciamo anche noi. È irragionevole fare una battaglia ideologica per cui le riforme di tutti gli altri non sono buone perché le presentano gli altri e l'unica buona è la nostra. Questo è un salto che stiamo facendo in questa fase". Leggo e rileggo questa frase di Luigi Di Maio alla festa di Articolo 1 e non ci capisco niente. Capirei tutto se qualcuno avesse detto che la "riforma" Cartabia non va bene perché non l'ha proposta il M5S. Ma non risulta. Tutti i magistrati e giuristi (ma anche avvocati) degni di questo nome dicono che la "riforma" uccide con l'improcedibilità almeno 150 mila processi d'appello in corso e chissà quanti in futuro; nega agli innocenti condannati in primo grado il diritto di essere assolti in secondo; nega alle vittime che han visto condannare il colpevole in primo grado il diritto di avere giustizia ed essere risarcite; lascia impuniti centinaia di migliaia di colpevoli solo perché, tra le sentenze di primo e secondo grado, sono trascorsi 2 anni e 1 giorno; calpesta l'obbligatorietà dell'azione penale e l'indipendenza della magistratura (articoli 104 e 112 della Costituzione) affidando al Parlamento il potere di dettare alle Procure le priorità sui reati da perseguire e da ignorare. Cos' ha da dire Di Maio su questi dati oggettivi, tutt' altro che "ideologici"? Come pensa di "migliorare" questa schifezza? Mandando al macero "solo" 50 mila o 100 mila processi anziché 150 mila? Calpestando la Costituzione con un piede solo anziché con due? Ha capito che questa legge, copiata (in peggio) dal "processo breve" di B. & Ghedini del 2009, Draghi & Cartabia l'han presentata col doppio scopo di restituire ai colletti bianchi l'impunità perduta con la Bonafede e di asfaltare i 5Stelle, pronti ad ammainare anche l'ultima bandiera del reddito di cittadinanza? E allora che ci stanno a fare i quattro ministri M5S: a passare il resto dei loro giorni a pentirsi di aver avuto ragione? La ministra Dadone ha detto che il M5S dev' essere pronto a uscire dal governo se le modifiche alla schiforma non saranno sufficienti. È ciò che dovrebbero dire anche Di Maio, D'Incà e Patuanelli, se vogliono sperare che il premier e la Guardagingilli scendano a più miti consigli e che gli elettori tornino a votare i 5Stelle anziché inseguirli coi forconi. Se invece nessuno mette in gioco la poltrona, la mediazione di Conte è destinata alla disfatta. I 5S non li voteranno più nemmeno i parenti stretti e, quel che è più grave, andranno in fumo centinaia di migliaia di processi. Anni fa furoreggiava il cartoon di un draghetto allergico al fuoco che sognava di fare il pompiere. Ma si chiamava Grisù, non Luigi.».

Maurizio Belpietro su La Verità di oggi usa proprio Il Fatto, con una rassegna stampa dei titoli dell’ultima settimana, per dire che i fedelissimi di Conte sono nel pallone.

«Lo stato maggiore dell'ex avvocato del popolo, a quanto pare, non sa più a che santo votarsi pur di impedire che la legge Cartabia rottami la legge Bonafede, ossia la sintesi di tutti i proclami manettari del Movimento. Tuttavia, nonostante lo scomposto agitarsi, la riforma che avrebbe voluto introdurre il concetto che i processi non si estinguono mai, e un rinvio a giudizio dura più a lungo di un diamante, sta per naufragare e tanti saluti ai suonatori. Già, perché mentre la grande parte della stampa si è occupata dello schiaffone che il presidente del Consiglio ha tirato a Matteo Salvini sui vaccini, nessuno o quasi si è curato del Vaffa profferito dal medesimo all'indirizzo del suo predecessore sul tema a lui più caro: la giustizia. Conte ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia, ma il quadrupede a quanto pare si sta rivelando un ronzino destinato non a una gloriosa cavalcata, ma al macello. Infatti, da quando Mario Draghi ha messo ai voti in Consiglio dei ministri la fiducia alla riforma preparata dal Guardasigilli, i vertici grillini e in particolare Giuseppe Conte sono nel pallone, costretti a scegliere quale delle due strade che hanno davanti imboccare, pur sapendo che entrambe conducono al patibolo. La prima prevede infatti un voto contrario alla legge Cartabia, con conseguente uscita del movimento dalla maggioranza di governo, ma la altrettanto probabile conseguenza di una frattura fra grillini antigovernisti e grillini opportunisti, cioè pronti a sacrificare i 5 stelle in cambio della poltrona. La seconda ipotesi è invece che Conte chini la testa e anche la pochette di fronte alla Cartabia, schierandosi con gli opportunisti e perdendo gli antigovernisti. Nell'uno e nell'altro caso, per l'ex premier significherebbe una sconfitta, perché avendo appena evitato una scissione fra filo grillini e filo contiani, scegliendo l'una o l'altra strada ne provocherebbe un'altra forse anche più pericolosa della prima. L'uomo degli arbitrati, abituato con quattro cazzabubbole tipo «la caducazione della concessione» a sistemare i dissidi, si ritroverebbe in pratica con un partito dimezzato, che le future elezioni, con il calo dei consensi e la riduzione dei parlamentari contribuirebbero ancora di più a renderlo marginale. Altro che rimonta e grande alleanza con Enrico Letta per rilanciare il fronte anti sovranità: più passano i giorni e più si capisce che Giuseppe Conte è un sovrano senza regno e senza corona. E senza quel po' di esperienza che consente di evitare le trappole.».

DAVIGO E LA LOGGIA UNGHERIA

Si torna a parlare della loggia massonica “Ungheria”, presunta associazione segreta, descritta dall’avvocato Amara come un «gruppo di pressione» in grado di orientare nomine e affari, di cui farebbero parte «magistrati, avvocati, alti dirigenti dello Stato, forze dell'ordine». Il legale ha detto di avere una lista di quaranta membri appartenenti alla consorteria massonica, che però non ha mai consegnato ai magistrati.  Luigi Ferrarella sul Corriere di sabato ha intervistato al proposito Piercamillo Davigo.

«Dottor Davigo, perché non avvisò in modo formale il Csm dell'asserita stasi investigativa della Procura di Milano sui verbali di Amara? «Non si poteva in quel caso. Se la procedura da seguire non consente di mantenere il segreto, allora non si può seguire. Al Csm, nonostante le cautele adottate, vi era stata la dimostrazione pochi mesi prima sulla notizia dell'indagine perugina su Palamara. Nell'aprile 2020 Storari mi descrisse una situazione grave, e cioè che a quasi 4 mesi dalle dichiarazioni di Amara su un'associazione segreta i suoi capi non avevano ancora proceduto ad iscrizioni, che il codice invece richiede "immediatamente". Per evitare possibili conseguenze disciplinari gli consigliai di mettere per iscritto. Pure se una Procura non crede a un dichiarante, non può sottrarre al controllo del gip la notizia di reato: deve iscriverla e poi chiede l'archiviazione. Storari mi diede file word del pc a supporto della memoria». Cioè i verbali: non le pare distinzione di lana caprina? «Lo può pensare chi trova rilevante il contenitore anziché il contenuto. A inizio maggio Storari mi disse che nulla era cambiato e anzi che Greco lo aveva rimproverato per la sollecitazione. A questo punto ritenni urgente avvisare il Csm. E informai il vicepresidente Ermini». Solo a parole? O gli mostrò i verbali segretati? O glieli consegnò anche? «In uno dei colloqui successivi glieli diedi, stampati, tutti quelli che avevo, "così li puoi consultare". Anche perché venivano chiamati in causa consiglieri sia del Csm in carica sia del precedente. Ermini convenne sulla serietà e gravità della situazione». Le disse che ne avrebbe parlato con il Quirinale? «Preferisco qui non coinvolgere altre persone, ho riferito ai pm di Roma e Brescia». Poi lei ne parlò anche con il pg della Cassazione, Salvi. «Non mostrò alcuna sorpresa, segno che doveva essere stato già informato». Gli disse che lei aveva i verbali? Glieli fece vedere? «No, non me lo chiese. Ma nemmeno mi disse "No, guarda che così non va bene..."». Il pg Salvi contesta nel disciplinare a Storari d'aver cercato di condizionare l'attività della Procura di Milano. Lei è in pensione, ma vale pure per lei, ed è accusa sanguinosa per un pm storico di Milano e Mani pulite. «Quindi, se uno cerca di fare rispettare la legge, poi bisogna sentire il procuratore generale della Cassazione dire una cosa del genere che è fuori dal mondo? Nessuno si è sognato di dirmi di formalizzare. Non lo fece Ermini e non lo fece Salvi. Se mi avessero chiesto di formalizzare, avrei fatto subito una relazione di servizio. Salvi, se riteneva irregolare la procedura, essendo titolare dell'azione disciplinare e anche autorità giudiziaria e anche vertice della magistratura inquirente, poteva e doveva interrogarmi subito come persona informata sui fatti. Eppure non lo ha fatto, salvo poi prendersela con Storari. Se mai forse ho sbagliato io a illudermi che l'intervento del procuratore generale - cioè la telefonata a Greco, dopo la quale almeno fu iscritta a Milano la notizia di reato - potesse aver avviato a risoluzione la questione. La verità è che Storari in un Paese serio sarebbe destinatario di un encomio per aver cercato di fare rispettare la regola, invece è sconfortante sia sottoposto ad azione disciplinare». Lei ha una tesi sul segreto alquanto controversa. «Non è opponibile al Csm e quindi ai membri (salvo a chi non lo possa conoscere per ragioni soggettive), e in ogni caso mai c'è violazione del segreto d'ufficio quando venga comunicato ad altro pubblico ufficiale tenuto al segreto». A chi altri nel Csm mostrò i verbali o ne parlò? «A Giuseppe Cascini (togato di Area, ndr) lo dissi, e gli mostrai i verbali, perché mi serviva la sua valutazione di ex pm romano sull'attendibilità di Amara. A Giuseppe Gigliotti (laico indicato dal M5S, ndr) lo dissi e gli mostrai i verbali perché si trovava a presiedere la sezione disciplinare Csm e lì stavano due dei magistrati additati da Amara. A Stefano Cavanna (laico espresso dalla Lega, ndr), solo sommariamente e senza mostrarglieli, perché a volte era in sezione disciplinare. A Giuseppe Marra e Ilaria Pepe (con Ardita e Davigo nel gruppo di Autonomia e Indipendenza, ndr) perché volevano farmi riconciliare con Ardita, con il quale io non parlavo più già per pregresse vicende. A Marra li feci vedere, e poi, dopo ottobre 2020, quando cessai dal Csm, glieli diedi anche, dicendogli "te li lascio nel caso in cui il Comitato di presidenza Csm ritenesse di averne bisogno"». E Nicola Morra, allora M5S, che c'entra? Dice che voleva farla riappacificare con Ardita perché gli spiaceva aveste rotto voi due che eravate i suoi riferimenti nella politica giudiziaria. «Ho incontrato il ministro Bonafede tre volte in circostanze ufficiali, mai in privato, mi sono sempre tenuto lontano dalla politica, compreso dai 5 Stelle, e quindi Morra non so se abbia fatto la politica giudiziaria del M5S con Ardita, di certo non l'ha fatta con me... Venne come presidente della Commissione parlamentare Antimafia, insisteva anche lui sulla mia pacificazione con Ardita, io gli spiegai che non volevo per ragioni pregresse. E poi, raccomandandogli due volte che come pubblico ufficiale fosse vincolato al segreto, aggiunsi che oltretutto Ardita era anche indicato come appartenente a un'associazione massonica. L'alternativa era far dilagare il chiacchiericcio». Ma non è contraddittorio che lei dica di aver così agito per rinvigorire un'indagine segreta, quando proprio la sua condotta ha finito per mettere in circolo la notizia? «La notizia non circolò per nulla, tanto che tre quarti dei membri Csm l'appresero solo nell'aprile 2021 dall'intervento al plenum Csm di Di Matteo, che trovo sorprendente abbia svolto in udienza pubblica anziché segreta». A spedire anonimi i verbali a Di Matteo, e prima a due giornali, per i pm di Roma fu colei che le faceva da assistente al Csm, Marcella Contraffatto. Lei ha sbagliato così tanto valutazione? «Tuttora non mi capacito di quanto avrebbe fatto, e delle modalità sconcertanti con cui l'avrebbe fatto. L'ho sempre giudicata affidabile, e tale la giudicava chi al Csm aveva lavorato con lei prima di me». Ma non è che lei approfittò di Storari per guadagnarsi crediti al Csm, dove nell'estate 2020 si discuteva del suo poter restare o meno dopo i 70 anni a ottobre? «Se mai l'esatto contrario: forse ho compromesso la mia permanenza al Csm. Ma non potevo non riferire a chi di dovere una situazione gravissima che Storari mi aveva segnalato nel mio ruolo istituzionale. Io credo di aver servito con disciplina e onore la giustizia. E non credo sarà questa accusa, infondata, a sporcare 42 anni di servizio».

L’intervista di Davigo, rilasciata al Corriere, conterrebbe un velato ricatto al Colle. Lo sostiene Stefano Zurlo nel fondo di oggi del Giornale.

«C’erano una volta le fughe di notizie: i verbali scomparivano dagli uffici giudiziari e riapparivano sulle prime pagine dei giornali. Oggi scopriamo che le audizioni teoricamente segrete sono come le Madonne pellegrine portate in processione da un paese all’altro. E in effetti ora sappiamo che le superblindate affermazioni dell’avvocato Amara erano state viste l’anno scorso da una piccola folla di titolate autorità. L’elenco fatto da Piercamillo Davigo nella sconcertante intervista concessa ieri al Corriere della sera lascia sbalorditi: il vicepresidente del Csm David Ermini, il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi, il laico leghista Stefano Cavanna, i consiglieri Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, poi l’allora 5 Stelle Nicola Morra. Molte persone avevano capito almeno a grandi linee che dietro le quinte della celebratissima e per dogma immacolata Procura di Milano si combatteva una guerriglia feroce e perfida sulla credibilità di Amara e sulla gestione dei suoi interrogatori. Davigo, che aveva ricevuto le carte sottobanco dal pm Paolo Storari, si mosse a ventaglio: a Ermini le diede stampate, ad altri le mostrò ma a qualcuno no, a Morra ricordò due volte che era tenuto al segreto che intanto circolava come veleno nelle vene della giustizia italiana. Salvi, secondo questa versione, non apparve neppure sorpreso, segno che probabilmente era già stato informato per altra via. Tutto in ordine sparso, con comportamenti degli autorevoli protagonisti a dir poco naïf. Sembra il segreto di Pulcinella, è l’approssimazione confusa e pasticciata, a meno di non immaginare la malafede, con cui funzionano i meccanismi del potere giudiziario nel nostro Paese. Tutti, a cominciare da Davigo, citano leggi, pareri, circolari che li abilitano ai comportamenti tenuti, ma il cortocircuito è evidente. C’è un degrado dell’istituzione e dei suoi membri che si sono rapportati come condomini alle prese con i loro millesimi e relative beghe, scambiando non si capisce bene se opinioni, allarmi, invettive, considerazioni esistenziali. Fino alla conclusione paradossale: Nino Di Matteo riceve per posta, altro capitolo oscuro, gli stessi testi e in plenum alza il sipario sull’intrigo, beccandosi ora la reprimenda di Davigo, che per decenza, dopo tutto questo pastrocchio, avrebbe almeno potuto evitare l’imbarazzante tirata d’orecchie al collega. Sullo sfondo appaiono querelle sbalorditive per chi crede che il Csm non sia come il mercato, o peggio: Davigo all’epoca non parlava più con l’ex compagno di corrente Sebastiano Ardita e così le incomprensioni personali si mischiano alle regole del diritto. Il segreto intanto correva di bocca in bocca. Nessuno si è mosso, tanti, troppi erano a conoscenza».

LA CORRENTE CALDISSIMA CHE SCONVOLGE LA TERRA

Secondo gli esperti del clima, ci sarebbe un unico fenomeno nell’atmosfera che è alla causa degli ultimi disastri meteo ed ambientali. Carlotta Lombardo per il Corriere di oggi.

«È una stretta fascia di venti che viaggia tra i 7 e i 10 chilometri di altezza dal suolo con il «ruolo» di pilotare le perturbazioni e generare campi di alta e bassa pressione nel tentativo di colmare il divario di temperatura tra le latitudini tropicali e quelle polari. Si chiama corrente a getto (o jet stream , in inglese) e, secondo gli ultimi studi dei meteorologi, è uno dei principali responsabili dei fenomeni climatici estremi che stanno mettendo in ginocchio molti Paesi: dall'inondazione in Germania al caldo torrido in Canada; dall'incendio nel Sud dell'Oregon che infuria da settimane alle inondazioni in Cina. La Siberia? Un tizzone ardente: in Jacuzia le autorità stanno creando pioggia artificiale nel tentativo di spegnere più di 200 incendi. Fenomeni catastrofici e decisamente «fuori scala» rispetto a quanto previsto dai modelli atmosferici. Anche tenendo conto degli effetti del riscaldamento globale. «Siamo un po' scioccati da quello che stiamo vedendo - ha dichiarato al Financial Times Chris Rapley, professore di Scienze del clima presso l'University College di Londra -. Il cambiamento della frequenza con cui si stanno verificando eventi climatici estremi è particolarmente drammatico». Molti di questi eventi vengono causati dalla «corrente a getto», a sua volta modificata dal surriscaldamento del pianeta. Soprattutto nei periodi estivi, la corrente è sempre «più lenta e ondulata». «Diventando più "traballante" i sistemi ad alta e bassa pressione rimangono bloccati sul posto e crescono di grandezza - spiega Michael Mann, direttore dell'Earth System Science Center presso la Pennsylvania State University -. Ciò significa che le ondate di calore e la siccità (collegate ai sistemi ad alta pressione) e le inondazioni (collegate ai sistemi a bassa pressione) diventano entrambe più persistenti. Il fenomeno, noto come "risonanza delle onde planetarie", è alla base della recente ondata di caldo in Nord America dove le temperature nel Canada occidentale hanno raggiunto i 49°C ma anche delle inondazioni in Germania e Belgio». Il mondo si è riscaldato in media di 1,2°C dai tempi preindustriali, ma non in maniera uniforme: la regione artica si riscalda circa tre volte più velocemente rispetto al resto del mondo, in gran parte a causa della perdita di neve e ghiaccio. Un riscaldamento, quello artico, che ha un grande impatto sulla corrente a getto, governata in parte dalla differenza di temperatura tra l'aria fredda polare e l'aria calda tropicale. «A mio avviso la causa dei cambiamenti della corrente a getto è da ricondurre a un cambiamento globale e il riscaldamento globale in corso è un dato di fatto - avverte Antonio Sanò, meteorologo de «Ilmeteo.it» -. Negli ultimi dieci anni ha subito una forte accelerazione, riconducibile a un aumento di produzione di Co2 da parte di Paesi emergenti come la Cina e l'India». Il global warming ha un impatto diretto sulle precipitazioni perché l'aria più calda può trattenere più umidità: il 7% in più per ogni 1°C di riscaldamento. Come è successo per le devastanti inondazioni in India e Cina che hanno coinvolto i cicli monsonici piuttosto che il jet stream».

APPELLO PER LA PACE IN TIGRAI

I Vescovi cattolici dell’Etiopia hanno rivolto un appello per la pace subito nella martoriata zona del Tigrai. La cronaca di Avvenire.

«Pace e riconciliazione subito, dopo 260 giorni di guerra cruenta. Le chiedono i vescovi cattolici, rafforzati dalla preghiera del papa all'Angelus dello scorso 12 giugno per la martoriata regione etiope. Riuniti in assemblea dal 13 al 16 luglio i presuli d'Etiopia (assente giustificato il vescovo di Adigrat Tesfaselassi e Medina) hanno diramato un documento in cui dichiarano di «vedere un Paese dove tutti gli etiopi si abbracciano come fratelli e sorelle» e chiedono urgentemente alle parti coinvolte nella guerra di «smettere di distruggere vite e proprietà». I vescovi chiedono infine di «consentire l'accesso agli aiuti umanitari che nel Tigrai assediato e oscurato entrano a fatica». Ocha, l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, conferma che almeno il 75% delle persone che hanno bisogno di assistenza, cioè 4 milioni, sono in zone dove ora le operazioni umanitarie possono avere luogo. Due mesi fa la percentuale che poteva essere aiutata era del 30%. Nonostante il miglioramento, le scorte si stanno assottigliando. Per impedire il deterioramento della situazione umanitaria l'Onu continua a chiedere ad Addis Abeba di rimettere in funzione i servizi di base, l'elettricità, le comunicazioni e i voli commerciali riattivando anche il sistema bancario». 

DI NUOVO L’AVIAZIONE USA CONTRO I TALEBANI

L’Afghanistan senza più occidentali rischia di cadere nelle mani dei talebani. Al punto che l’aviazione Usa è intervenuta in soccorso del Governo di Kabul. La cronaca di Repubblica.

«Gli americani stanno lasciando l'Afghanistan alla responsabilità del governo di Kabul, ma resta da capire quanto questo possa reggere senza un sostegno militare adeguato. Il quesito nasce dalla notizia che l'aeronautica Usa ha compiuto una serie di raid contro i talebani, per rallentarne l'offensiva. L'avanzata dei fondamentalisti iniziata a maggio appare quasi travolgente: hanno conquistato più della metà degli oltre 400 distretti del Paese, spesso senza nemmeno combattere, e sono ormai vicini a Kandahar. Proprio vicino alla città che fu il cuore dell'ascesa del mullah Omar, l'Air Force ha colpito pesantemente. Altri attacchi sono stati condotti nell'Helmand. I caccia bombardieri, scrive il New York Times, sono partiti da un aeroporto esterno al Paese, visto che la grande base di Bagram è stata abbandonata dalle truppe Usa le scorse settimane. Secondo fonti del quotidiano americano, le operazioni dovrebbero essere state condotte da una base negli Emirati arabi uniti. I talebani hanno definito gli attacchi una violazione dell'accordo di Doha, minacciando non meglio precisate «conseguenze». In realtà i bombardamenti dall'alto non possono influire gran che sulle sorti dello scontro, e semmai mettono in rilievo l'incapacità delle forze governative di difendere il Paese senza un congruo sostegno esterno. I militari spesso abbandonano le posizioni prima dell'inizio degli scontri, cedendo le armi ai talebani solo sulla base delle minacce. La situazione sembra compromessa, al punto che ieri il governo di Kabul ha imposto il coprifuoco notturno su 31 delle 34 province afgane. Secondo un anonimo ufficiale citato dal Nyt , i raid potrebbero servire a ricostruire il morale delle forze governative. Lo stesso scopo avrebbe lo show di potenza realizzato schierando sul cielo di Kabul un bombardiere B-52, di quelli basati in Qatar, nei giorni scorsi. Ma difficilmente le operazioni dal cielo potranno cambiare il quadro strategico complessivo, anche perché, dicono fonti del Pentagono citate dal giornale Usa, gli attacchi aerei saranno adoperati solo in particolari circostanze, e non come prassi abituale. Sul terreno gli "studenti coranici" godono di una «spinta strategica», come l'ha definita il generale Mark A. Milley, capo di Stato maggiore americano. Le indicazioni sembrano chiare: l'idea è quella della conquista militare del Paese. Questo, ha sottolineato Joe Biden, è in aperta contraddizione con gli impegni presi a Doha, secondo cui anche gli integralisti cercano «una soluzione negoziata del conflitto». Il presidente americano ha ribadito in una conversazione telefonica con Ashraf Ghani il suo appoggio al governo riconosciuto dalla comunità internazionale. Per rendere questo sostegno concreto, Biden ha deciso uno stanziamento per 3,3 miliardi di dollari che dopo l'approvazione del Congresso permetterà alle forze afgane di dotarsi di nuovi mezzi aerei e munizioni. La Casa Bianca ha anche stanziato 266 milioni di dollari per aiuti umanitari all'Afghanistan, oltre a cento milioni già sbloccati "per far fronte a emergenze migratorie" legate al Paese, cioè per andare incontro alle esigenze degli interpreti e degli altri collaboratori afgani delle truppe occidentali, a rischio di rappresaglie da parte dei fondamentalisti. I colloqui di Doha fra talebani e governo di Kabul vanno avanti con estrema lentezza, e anzi non sono serviti nemmeno a  ottenere un breve cessate il fuoco in questi giorni, in occasione delle feste islamiche per l'Eid al Adha. Gli Stati Uniti chiedono agli "studenti coranici" di impegnarsi seriamente nel negoziato con il governo di Ashraf Ghani, sottolineando - attraverso le parole di Jalina Porter, portavoce del Dipartimento di Stato - che «il mondo non è disposto ad accettare una conquista del potere con la forza. Un accordo negoziato tra Repubblica islamica e talebani è l'unico modo di mettere fine a 40 anni di guerra e portare gli afgani alla pace », ha detto la portavoce, insistendo anche sulla necessità che finisca la violenza contro gli afgani che hanno lavorato a fianco degli occidentali. Ma con le truppe ormai quasi del tutto fuori dal Paese, la posizione americana nel confronto con i fondamentalisti sembra debole. Unico punto significativo su cui far pressione è l'immenso sforzo finanziario che sarà necessario per ricostruire l'Afghanistan. «La legittimità e l'assistenza per qualsiasi governo afgano saranno possibili solo se quel governo ha rispetto per i diritti umani », ha aggiunto Porter. Per ora, un monito inascoltato».

FINANZE VATICANE IN CRISI

Il Vaticano chiude i conti e denuncia un notevole deficit. Carlo Marroni sul Sole 24 Ore.

«Un deficit di 66,3 milioni nel 2020, l'anno orribile della pandemia. La Santa Sede ha chiuso il bilancio consolidato con una perdita in netta crescita rispetto ai -11,1 del 2019, ma decisamente meglio delle previsioni, grazie al contenimento delle spese ordinarie (-26 milioni). Per coprire il "rosso" si è attinto all'Obolo in misura minore rispetto agli anni precedenti per sostenere le spese legate alla "missione" della Chiesa. Ma sono anche aumentati i contributi alle Chiese più bisognose. Il prefetto della Segreteria dell'Economia, il gesuita spagnolo Juan Antonio Guerrero Alves, presenta i conti: «Un anno difficile che ha richiesto ai dicasteri vaticani di ridurre le spese» ha detto in un'intervista rilasciata al direttore editoriale della Santa Sede, Andrea Tornielli, a Vatican News. I conti sono stati resi noti - assieme a quelli dell'Apsa, il dicastero del patrimonio immobiliare e finanziario - alla vigilia dell'avvio del processo in Vaticano, previsto il 27 luglio, sull'immobile di Sloane Avenue, operazione costata 350 milioni e che ha innescato una tempesta sui Sacri Palazzi. Che "lezione" arriva da questa vicenda? «Quando c'è interesse a parlare dell'economia della Santa Sede di solito è perché qualcosa non ha funzionato come dovrebbe. Nel caso di questo processo, penso che segni una svolta che può portare a una maggiore credibilità della Santa Sede in materia economica. Ci possono sempre essere errori, ma oggi non vedo come gli eventi del passato possano ripetersi». Guerrero conferma che i fondi della Segreteria di Stato sono stati trasferiti all'Apsa, e che «si sta preparando la vendita del Palazzo di Londra, sono in corso azioni legali contro coloro che crediamo abbiano danneggiato gli interessi della Santa Sede». Dal rapporto dell'Apsa, il primo dalla fondazione del dicastero nel 1967, emerge che il dicastero gestisce il portafoglio, pari a 1.778 milioni. Il patrimonio immobiliare consiste in 4.051 unità immobiliari in Italia: il 92% nella Provincia di Roma (la maggior parte, il 64%, nelle zone adiacenti alla Città del Vaticano). Circa 1.200 sono invece gli immobili gestiti all'estero tra Londra, Parigi, Ginevra e Losanna, e in Italia dalle società partecipate. Del totale 688 immobili sono sfitti. Per l'Apsa nel 2020 gli utili sono stati di circa 22 milioni, inferiori di 51 milioni sull'anno precedente: il contributo per la Curia si è dimezzato a 20 milioni. Nel rapporto dell'Apsa emergono molti dettagli fino ad oggi non conosciuti, come il grande patrimonio a Parigi e Londra, in buona parte acquistato molti anni fa, per investire il "risarcimento" versato dallo Stato italiano dopo i Patti Lateranensi. Ma, si spiega anche che grazie agli affitti a prezzo di mercato riscossi sugli immobili di prestigio posseduti a Parigi e Londra (753 quelli gestiti dall'Apsa in Francia, 27 in Inghilterra), per esempio, e stato possibile concedere in comodato d'uso gratuito all'Elemosineria Apostolica una struttura come Palazzo Migliori per l'accoglienza dei senza tetto ospitati da Sant'Egidio. In un'intervista a Vatican News, il prefetto dell'Apsa, il vescovo Nunzio Galantino, spiega che «il 14% delle unità sono destinate al libero mercato mentre il rimanente 86% è funzionale alle necessità istituzionali e/o per dipendenti e pensionati della Curia romana».

LA RIPRESA COMINCIA DALLE VACANZE

Intervista di Libero a Monica Setta, giornalista economica che ha appena pubblicato un libro su Mario Draghi, Il presidente. La nuova Italia di Draghi. La sua idea è che la ripresa economica italiana stia già cominciando.

«Questa è di fatto l'ultima chiamata per l'Italia: se non riusciamo a prendere questo treno al volo, finisce che restiamo su un binario morto. Sono però assolutamente convinta che Mario Draghi riuscirà a fare la differenza: ha una grande capacità pragmatica. Tutti ci aspettavamo un uomo austero, un tecnocrate, invece si sta dimostrando un uomo pieno di sentimenti, capace di empatia, e al con tempo pratico. È un premier che non ha i social, che non prende lo stipendio. Qualche settimana fa disse: "Noi abbiamo questi soldi: li useremo e lo faremo con onestà". Se le sembra poco...» Lo vedrebbe bene come Presidente della Repubblica? «Sarebbe perfetto ma non so se accetterebbe. Sembra un uomo sprovvisto di narcisismo, non credo ambisca a tale ruolo. Inoltre il rapporto tra lui e i partiti è molto complesso e delicato: non so quanto durerà questa luna di miele. Bisogna capire fino a quando i partiti saranno disponibili a rinunciare al loro particulare che serve a lisciare il pelo all'elettorato». Dunque che estate ci aspetta? «Stando ai dati in mio possesso, le presenze attese tra giugno e settembre sono 39 milioni, tra italiani e stranieri. Inoltre la percentuale di italiani che andranno in vacanza è pari al 73%, contro il 70% del 2020: qualcosa si sta muovendo anche se, certamente, siamo lontani dall'86% del 2019. Dovrebbe essere un'estate molto interessante, che prepara il terreno a un autunno di ripresa: assisteremo a un vero e proprio boom economico nel secondo semestre del 2022». Non sarà fin troppo ottimista? «I fondamentali ci sono tutti. L'industria manifatturiera, che è il pavimento del sistema connettivo economico, ha retto durante il lockdown. Adesso con il Recovery Plan e le riforme fiscali ed economiche, tutto si rimetterà in moto. Non mi aspetto una nuova età dell'oro, come ventilato da qualcuno, ma un secondo boom economico sì. Poi certo, c'è tutto il tema del lavoro ma si respira anche un'aria di nuovo patto sociale con i sindacati». 

LA FESTA DEI NONNI

Oggi Giornata mondiale dei nonni, voluta dal Papa. I nonni sono chiamati a custodire le radici, trasmettere la fede, aver cura dei piccoli. E andarli a visitare è l’«ottava opera di misericordia». L’articolo di Avvenire.

« La prima Giornata mondiale dei nonni voluta da papa Francesco che si celebra oggi in tutte le diocesi sarà «diffusa e multicentrica ». Il Dicastero laici, famiglia e vita - che organizza l'evento - ha dato indicazioni perché ogni comunità riservi un momento speciale agli anziani. Sul sito www.laityfamilylife. va sono anche disponibili indicazioni pastorali e sussidi liturgici, oltre alla preghiera composta per l'occasione dal Papa. Tante le iniziative decise dalle diocesi a livello locale. Ma il  segno più forte sarà ovunque la visita a una persona anziana a cui si raccomanda di portare in dono il Messaggio del Papa. «Sarà il segno tangibile di una Chiesa in uscita ed è un modo radicato nella tradizione - ha sottolineato il cardinale Kevin Farrell, presidente del Dicastero laici, famiglia e vita - per manifestare la misericordia. Oggi sembra necessario aggiungere all'elenco delle sette opere di misericordia, che tutti abbiamo imparato a memoria, l'opera della visita agli anziani soli e la scelta della Penitenzieria Apostolica di concedere l'indulgenza plenaria a chi la compie, ne sottolinea l'urgenza». In Vaticano il cuore delle celebrazioni è previsto stamani alle 10 con l'Eucaristia celebrata nella Basilica di San Pietro dall'arcivescovo Rino Fisichella presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Gli interventi di Francesco sul ruolo dei nonni nella famiglia sono stati metodici e puntuali in tutti questi anni. Ma è stata la condizione degli anziani durante la pandemia, le loro sofferenze, la loro marginalità a indurre il Papa a una scelta così forte. Mettere cioè i nonni al centro dell'Anno Famiglia Amoris laetitia. Anche il tema scelto, "Io sono con te tutti i giorni", esprime con chiarezza sia la preoccupazione di non lasciare soli gli anziani - come invece capitato troppo spesso durante la pandemia - sia la volontà rappresentata dall'atteggiamento di vicinanza e di aiuto che i nonni esprimono spesso nei confronti dei nipoti. Nel Messaggio indirizzato agli anziani in vista della Giornata, il Papa chiede loro di essere corresponsabili del cammino della Chiesa di domani e della costruzione del mondo dopo la pandemia. Si tratta di una novità significativa, che si inserisce nella prospettiva sinodale proposta da Francesco».

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Domani torna la Versione di Banfi, quella classica, con la rassegna della mattina. Buona serata a tutti.