Le regole del Green pass

Il governo vara le norme per l'obbligo sui luoghi di lavoro, che scatta tra 48 ore. Grillo chiede tamponi gratis a spese dello Stato. Trieste si ribella. G20 sull'Afghanistan senza Russia e Cina

Scatta l’obbligo del Green pass sui luoghi di lavoro,  fra 48 ore e finalmente ci sono le nuove regole del Governo. Per i tamponi gratis, si invoca buon senso, “pacificazione”, dice l’Elevato, soprattutto ci vogliono i soldi dello Stato. Per una volta è d’accordo anche Giuliano Ferrara. Alla piazza violenta di sabato che ha sfasciato la sede della Cgil si dà insomma un po’ ragione. È la politica pragmatica dei giorni nostri. Anche perché sono tornati i 5 Stelle “vecchia maniera”. Dopo la Raggi all’opposizione, ieri è stata la giornata di Grillo che chiede di aiutare economicamente i lavoratori No Vax e del ritorno in politica di Alessandro Di Battista che si scaglia contro le banche, quelle sì il vero fascismo. Altro che arco costituzionale, a tagliar fuori la Meloni, come da scivoloso tweet del vicesegretario del Pd Provenzano. È bastato un post di Grillo sui tamponi gratis per rimettere d’attualità l’asse giallo-verde con una convergenza fra 5 Stelle, Lega e Fratelli d’Italia. Come ai tempi del primo governo Conte.

Il Governo Draghi per ora invita le aziende a pagare i tamponi. “Fenomeni limitati”? Vedremo. Intanto studia se mettere fuori legge Forza Nuova. La buona notizia, sulla sostanza del Covid, è che i dati dell’Aifa non lasciano dubbi: i vaccini funzionano e non hanno effetti collaterali, come spiega una bella paginata di Socci su Libero. Per fortuna siamo tornati a vivere, grazie alla campagna vaccinale e al buon senso dell’85 per cento degli italiani. Avremmo fatto meglio a fare come in Gran Bretagna dove, secondo un rapporto da brividi, la linea Johnson ha fatto migliaia di vittime? Non credo proprio.  

Il G20 organizzato da Draghi sull’Afghanistan non ha visto la partecipazione di Cina e Russia. L’obiettivo degli occidentali resta: aiutare il popolo afghano, diritti e sicurezza, senza riconoscere il governo dei Talebani. Negri sul Manifesto vede una forma di “carità pelosa” negli aiuti economici, volti ad impedire l’afflusso dei migranti. Brutte notizie su Taiwan. La Russia si schiera con la Cina. È la nuova frontiera della tensione internazionale. Buone notizie dai mercati: gli euro bond verdi del Recovery vanno a ruba.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora sul certificato verde, alla vigilia dell’applicazione per i lavoratori. Il Corriere della Sera è didascalico: Green pass, orari e controlli. Anche Avvenire è laconico ma accosta giustamente la notizia ai dati sull’efficacia del siero: Aziende, prova pass. L’Aifa: vaccini sicuri. Quotidiano Nazionale oggettivo: Green pass obbligatorio, ecco le regole. Repubblica vede lo scontro: Green pass, lite sui tamponi. Pe il Fatto invece c’è un’apertura: “Tamponi gratis”: primo sì del governo. Il Giornale dal versante opposto conferma: Primo Green pass(ticcio). Il Messaggero concorda: Tamponi gratis, prime aperture. Il Manifesto mette la foto dei container di Trieste: Merce di scambio. Per la Verità è già crisi per Draghi: Il governo sbanda sul green pass. Gli altri giornali restano sul tema dell’eversione di destra. Libero: Allarme delle procure: violenti pure a sinistra. Il Domani pubblica un’inchiesta esclusiva: I fondi esteri di Forza nuova finanziano la propaganda No-vax. La Stampa torna sull’eventualità dello scioglimento: Salvini e Meloni alzano il muro “Forza Nuova serve a sinistra”. Il Sole 24 Ore dà una buona notizia finanziaria: A ruba il primo euro green bond. Mentre il Mattino tematizza la denuncia dell’arcivescovo di Napoli: Camorra, l’urlo nel silenzio.

LE REGOLE E L’ASSE GIALLO VERDE

Dunque 48 ore e si comincia. Ecco in breve le nuove regole fissate dal Governo. Nei pdf trovate la grafica con tutti i dettagli. Claudia Voltattorni per il Corriere:

«Con due decreti della presidenza del Consiglio, il governo aggiunge gli ultimi tasselli al quadro normativo che regola l'obbligo del green pass nei luoghi di lavoro a partire dal 15 ottobre. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ieri ha firmato il dpcm sulle linee guida per il rientro in ufficio dei dipendenti della Pubblica amministrazione e quello sulle modalità di controllo della certificazione verde sia per l'impiego pubblico che per quello privato. Per quest' ultimo è stato necessario il parere favorevole del Garante della privacy, che ha dato l'ok all'uso di specifiche applicazioni e piattaforme digitali per la verifica dei green pass e definito regole da rispettare per tutelare i dati sensibili dei lavoratori. Per sciogliere gli ultimi dubbi, nella serata di ieri Palazzo Chigi ha diffuso anche 11 Faq (domande frequenti) con le risposte ai quesiti più comuni. Viene sottolineato che l'uso del green pass è una misura ulteriore che non può far ritenere superati i protocolli aziendali e di settore. Inoltre, chi è in attesa di green pass ma è vaccinato o negativo a un tampone, per accedere al posto di lavoro può presentare il certificato rilasciato dalla struttura sanitaria o da chi ha effettuato la vaccinazione o il test. In dettaglio viene specificato che parrucchieri, estetisti e tutti gli operatori dei servizi alla persona non devono controllare il green pass ai clienti, come loro stessi non sono obbligati ad esibirlo. Lo stesso vale per tassisti e autisti di auto a noleggio con conducente. Ad appena due giorni dall'entrata in vigore dell'obbligo del certificato verde per accedere a tutti i luoghi di lavoro, aziende e lavoratori si stanno preparando. Ma le difficoltà non sono poche. In questo momento, i lavoratori ancora senza alcuna vaccinazione sono circa 3,5 milioni. Ciascuno dovrà fare tre tamponi alla settimana, se sarà sempre presente al lavoro. Il che significa oltre un milione di tamponi alla settimana. Al momento l'Italia è il primo Paese d'Europa a introdurre il green pass per accedere a tutti i luoghi di lavoro, pubblici e privati. Solo la Grecia, dallo scorso settembre, ha reso obbligatorio un tampone settimanale per tutti i lavoratori, se non vaccinati».

Per Grillo quello dei tamponi gratis, pagati dall’Inps ai lavoratori, è l'unico modo per pacificare. Salvini e Meloni concordano: ci battiamo per aiutare milioni di italiani a non perdere il lavoro. Ma il ministro Orlando sostiene: sarebbe una beffa per chi si è vaccinato. La cronaca di Repubblica.

«I tamponi siano gratuiti». A due giorni dall'avvio dell'obbligo di Green Pass per tutti i lavoratori, sarà venerdì 15, e con le proteste che dalle piazze si sono trasferite sui luoghi di lavoro, cresce la spinta sul governo per rendere gratis i test anti- Covid necessari a ottenere la certificazione verde per chi non è ancora vaccinato (e non sembra intenzionato a diventarlo). Si salda, in parallelo, un asse politico trasversale che va da Giorgia Meloni a Matteo Salvini (tra i primi a porre la questione insieme ai sindacati) fino a Giuseppe Conte e Beppe Grillo, che ieri ha parlato della necessità di una «pacificazione sul Green Pass» e della sua sostenibilità economica «fatti due conti da ragioniere». Un miliardo, tanto servirebbe secondo i calcoli di Grillo, per effettuare tamponi gratuiti fino a Natale. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, Pd, ha chiuso tuttavia ogni possibilità: «Far diventare il tampone gratuito significa dire sostanzialmente che chi si è vaccinato ha sbagliato». Forza Italia, Italia Viva e Leu sono d'accordo. La ministra dell'Università Maria Cristina Messa ha rimarcato: «Sarebbe una scelta irrazionale e ingiusta». Perfino il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia, Cinquestelle, ha preso le distanze: «Ammesso e non concesso che ci sia un miliardo a disposizione, userei queste risorse per aiutare le famiglie che hanno avuto decessi a causa della pandemia». La richiesta di tamponi free ha sempre accompagnato la decisione del governo di estendere l'obbligo del certificato verde per accedere ai luoghi di lavoro, pubblici e privati. Ancora ieri, a Trieste, la piazza più calda sul tema, Salvini in campagna elettorale ha detto: «Per la Lega la priorità è il lavoro per tutti e garantire tamponi rapidi e gratuiti per milioni di lavoratori, che altrimenti da venerdì rischiano di rimanere a casa senza lavoro e senza stipendio. Ci sono quasi ventimila poliziotti senza Green Pass, per esempio. Cosa facciamo, li lasciamo tutti a casa?». E l'ex premier Giuseppe Conte: «Noi come Movimento Cinque Stelle abbiamo invocato e proposto il tampone gratis, adesso bisogna vedere le dotazioni finanziarie». Di fronte all'impossibilità di garantire tamponi per tutti in tempi rapidi (questo ha detto il Prefetto di Trieste, mentre la città di Torino ha siglato un accordo con 39 farmacie per garantire una corsia preferenziale ai lavoratori), il presidente del Friuli Venezia Giulia, Massimo Fedriga, nel suo ruolo di portavoce delle Regioni ha chiesto di aprire ai test fai-da-te, in autosomministrazione. Il Comitato tecnico scientifico, e altri esperti, hanno già detto che non sono affidabili. I tamponi molecolari, e i rapidi, dovranno comunque essere offerti dalle farmacie a prezzi calmierati».

C’è uno scontro specifico tra i lavoratori del porto di Trieste. La cronaca sul Corriere è di Adriana Logroscino.

«I tamponi gratuiti non sono la soluzione. Non, almeno, per gli operatori del porto di Trieste. Sul piede di guerra da settimane contro l'obbligo di green pass che scatta per tutti i lavoratori venerdì, respingono la mano tesa del ministero dell'Interno, che aveva sollecitato le imprese a concedere loro tamponi gratuiti. E avvertono: «Dal 15 ottobre, se non verrà ritirato l'obbligo del green pass nei luoghi di lavoro, bloccheremo le attività del porto di Trieste». Il rischio, a questo punto, è uno stop delle attività nello scalo tra i più importanti d'Italia. Inevitabile quanto immediata la coda polemica. Salvini attacca la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese per la circolare: «Ah! Quindi tamponi rapidi e gratuiti per i lavoratori del porto di Trieste senza green pass, si possono fare, per evitare problemi. E per gli altri milioni di lavoratori invece zero? Lamorgese inadeguata». E il presidente dell'Autorità portuale del mare Adriatico Orientale, Zeno D'Agostino, minaccia di dimettersi. La posizione dei quasi mille lavoratori del porto di Trieste, il 40 per cento dei quali non è vaccinato, era emersa a fine settembre. Il Comitato lavori portuali Trieste, durante un'assemblea alla quale partecipavano circa cento operatori, aveva espresso «contrarietà assoluta alla norma che dal 15 di ottobre obbliga i lavoratori a presentare il green pass all'ingresso del porto». Nel comunicato pur scrivendo «il green pass non è una misura sanitaria, ma di discriminazione e di ricatto che impone a una parte notevole dei lavoratori di pagare per poter lavorare», aprivano alla soluzione di tamponi salivari gratuiti per i dipendenti. La circolare del Viminale, firmata dal capo di gabinetto Bruno Frattasi, «Misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro con il green pass», contiene un passo in questo senso. Dispone, «coinvolgendo le prefetture», un «immediato monitoraggio dei dipendenti effettivamente sprovvisti» del certificato verde, per avere «un quadro valutativo sulla possibile incidenza di eventuali defezioni dovute» a questa circostanza, «suscettibile di determinare una grave compromissione dell'operatività degli scali». Durante la riunione, è scritto poi nella circolare, «in considerazione delle gravi ripercussioni economiche che potrebbero derivare dalla paventata situazione, anche a carico delle imprese operanti nel settore, si è raccomandato di sollecitare le stesse imprese affinché valutino di mettere a disposizione del personale sprovvisto di green pass test molecolari o antigenici rapidi gratuiti». Da esponenti del Pd - che nelle stesse ore hanno fronteggiato la richiesta ora anche di Beppe Grillo, ma da tempo di Salvini, di garantire tamponi gratuiti ai lavoratori - l'indicazione nella circolare del Viminale è vissuta come un cedimento contraddittorio, rispetto alla linea della fermezza tenuta fin qui dal governo. Per il leader della Lega, è l'opportunità di tornare alla carica. Ma sono proprio gli operatori del porto di Trieste a chiudere la questione: «Il 15 ottobre bloccheremo le operazioni. Sappiamo che il governo sta tentando di trovare un accordo. Ma noi non scenderemo a patti fino a quando non sarà tolto l'obbligo del green pass per lavorare». E proteste anche a Genova: i no green pass minacciano, sempre venerdì, di bloccare l'accesso al porto».

QUANTO CI COSTANO NO VAX E  NO GREEN PASS

Al di là dei blocchi minacciati e dalle manifestazioni violente, Alessandro Farruggia per il Quotidiano Nazionale fa i conti in tasca a Pantalone. Quanto costa allo Stato, e quindi a tutti noi la scelta No Vax e no Green pass?

«Chi rifiuta il Green pass è un costo per il Paese. In primis per il sistema sanitario nazionale, che per questo paga una cifra tra i 63 e i 70 milioni di euro al mese, ma anche per il contributo statale ai tamponi dei minori e per la necessità di garantire la sicurezza delle manifestazioni no vax, mentre per le aziende il peso è più sfumato. Stime del ministero della Sanità parlano comunque di costi oltre 250 milioni a fine anno. Secondo Confindustria, da noi interpellata, non c'è un costo diretto per le aziende dato che il lavoratore che non si dota del Green pass viene immediatamente sospeso dallo stipendio e da qualsiasi altro emolumento. Il problema semmai è sull'organizzazione del lavoro, perché il decreto dà facoltà alle aziende con meno di 15 dipendenti di sostituire temporaneamente (fino a complessivi 20 giorni su 53 fino al 31 dicembre) il lavoratore no green pass, ma nulla dice per le aziende più grandi. Il problema è delicato per i servizi pubblici - dai mezzi di trasporto a forze dell'ordine e vigili del fuoco - che hanno una quota tra il 5 e il 20% di no vax, che andranno a creare buchi nell'organico con conseguenze dirette sul servizio, che pagheranno i cittadini. Un costo sicuro è poi quello per la parziale copertura da parte dello Stato del prezzo dei tamponi, prevista esclusivamente per i test dei giovani tra i 12 e i 18 anni. Per questo il Commissario straordinario per l'emergenza Covid ha stanziato fino al 31 dicembre la cifra di 45 milioni di euro. Il resto dei tamponi (al prezzo concordato di 15 euro) sarà pagato di no green pass. Se si considera che i tamponi valgono 48 ore, per avere la copertura di una settimana lavorativa di 5 giorni (o di 6) ne servono 3 alla settimana, dal 15 ottobre al 31 dicembre serviranno quindi 32 tamponi, come dire un esborso di 480 euro, che sono in larga parte a carico del lavoratore anche se alcune aziende, su base volontaria, hanno liberamente deciso di farsene carico (con conseguente costo). Ma il grosso del costo dei no vax afferisce al sistema sanitario: i no vax sono costati alle nostre ASL la bellezza di 70 milioni di euro in un solo mese: dal 13 agosto al 12 settembre. E' pura spesa aggiuntiva (alla quale peraltro andrà aggiunta quella per la cura del cosiddetto "long Covid" , la malattia cronica), e che si sarebbe in larghissima parte evitata con la vaccinazione. A stimare la cifra è un pluricitato lavoro realizzato dall'Alta scuola di economia e management dei sistemi sanitari (Altems) l'università Cattolica di Roma. «Il nostro studio - spiega Americo Cicchetti, direttore di Altems - tiene conto anche dei vaccinati che finiscono in ospedale, che sono il 13% dei ricoverati, e rivela che gli ospedalizzati non vaccinati evitabili, nel periodo considerato, ovvero dal 13 agosto al 12 settembre, sono ben 6.637». Il costo giornaliero di ospedalizzazione stato stimato pari a 709,72 euro, mentre quello in terapia intensiva è pari a 1.680,59 euro, mentre la degenza media: pari a 11,3 giorni per i pazienti ricoverati in Area medica e 14,9 per coloro che transitano dalla terapia intensiva. «Ora - prosegue Cicchetti - dato che ogni paziente non vaccinato ospedalizzato ha un costo medio pro capite pari a 17.408 euro, il totale dei costi ammonta a 69.894.715 euro di cui, 51.166.079 euro per le ospedalizzazioni in area medica e 18.728.636 euro per le ospedalizzazioni in terapia intensiva». Lo studio sottolinea che l'87% dei non vaccinati ospedalizzati non sarebbe stato ricoverato in ospedale se avesse fatto la vaccinazione e il 92% avrebbe evitato il ricovero in terapia intensiva. Da notare che Cicchetti nei giorni scorsi ha aggiornato lo studio, spostandolo di un settimana in avanti. E con l'aumento della platea dei vaccinati i costi sono subito scesi. «Nel periodo tra il 20 agosto e il 19 settembre - spiega il professor Cicchetti - gli ospedalizzati non vaccinati che avrebbero evitato il ricovero in area medica, se immunizzati, sono pari a 5.798, mentre quelli dell'area critica sono pari a 691. Il totale dei costi ammonta a 63.811.181 milioni di euro di cui 46.501.415,30 per le ospedalizzazioni in area medica e 17.309.766,11 per le ospedalizzazioni in terapia intensiva». Cifre evitabili, così come sarebbero evitabili i costi umani dei ricoverati e i morti non vaccinati».

I VACCINI NON HANNO EFFETTI COLLATERALI

Antonio Socci su Libero analizza una delle paure alla base del sentimento No Vax e No Green pass: le reazioni negative al vaccino. Il nono Rapporto dell’Agenzia del farmaco evidenzia 101.110 reazioni avverse su oltre 84 milioni di iniezioni: appena lo 0,12%. Mentre i decessi sospetti sono stati 16 e la correlazione è ancora tutta da dimostrare.

«Sui social i Novax rilanciano continuamente notizie di cronaca relative a morti per infarto, trombosi, ictus, arresti cardiaci di persone che da pochi giorni hanno fatto il vaccino. Di fatto, in certi ambienti, si è diffusa la convinzione che il vaccino sia molto pericoloso. Un'idea vaga e del tutto indimostrata che però alimenta la paura e anche i peggiori sospetti verso le istituzioni che esortano a vaccinarsi (i toni sono spesso duri). Inutile far notare che le morti improvvise dovute a problemi cardiaci (purtroppo) ci sono sempre state. L'impatto emotivo delle notizie di cronaca travolge gli argomenti razionali quando la persona che è deceduta ha fatto il vaccino due o tre giorni prima. L'argomento "post hoc, ergo propter hoc" è immediato, istintivo, umanamente comprensibile. Sembra evidentissimo. Però è sbagliato. Lo si può dimostrare anche statisticamente. Omar Ottonelli, laurea in economia politica, dottorato in Storia delle dottrine economiche (oggi insegna Economia), ha fatto una semplice analisi dei dati Istat. È partito dalle 176 mila persone che nel 2014 sono morte in Italia per malattie cardiache o cardiovascolari (più o meno è di questo ordine di grandezza il dato di ogni anno: ovviamente consideriamo il periodo precedente l'epidemia). «Sono 8 morti esatti al giorno per milione di abitante», spiega Ottonelli. «Se in Italia sono state somministrate una media di 300 mila dosi quotidiane di vaccino (86 milioni in 9 mesi), questo significa che, in ogni momento, ci sono state e ci sono in giro circa 6 milioni di persone che hanno assunto una dose di vaccino negli ultimi 20 giorni». Se - come abbiamo visto - «ogni giorno è statisticamente attesa, a prescindere dal vaccino, la morte per le citate malattie di 8 persone per milione di abitante, ne deriva che, stando ai dati annuali, si prevede la morte - per cause indipendenti dal vaccino - di circa 48 persone (appunto: 8 per milione) che hanno assunto un vaccino negli ultimi 20 giorni. Quindi ci si deve attendere addirittura che 2 o 3 sfortunati, ogni giorno, muoiano di infarto, trombosi, embolia o simili entro le 24 ore dal vaccino: tutto a prescindere dal vaccino stesso». Già questo dovrebbe far riflettere. È comprensibile che l'impatto emotivo di questi tragici eventi possa indurre familiari e amici della persona morta a immaginare una correlazione con il vaccino e tutto questo solitamente finisce sulle cronache dei giornali che parleranno della morte improvvisa di una persona appena vaccinata. Ma non ha senso stabilire una correlazione automatica. L'eventuale correlazione deve essere stabilita caso per caso dai medici e, nel complesso, se il dato della mortalità per le cause citate non dovesse subire correzioni, quegli eventi sono da ricondurre a valori statisticamente attesi, sono cioè morti che si sarebbero verificate egualmente. Non sorprende dunque se molte analisi mediche tendono sinora ad escludere, con discreta regolarità, l'esistenza di un rapporto di causa ed effetto con il vaccino. Ovviamente i dati su cui Ottonelli ha proposto la sua riflessione sono generali. Ma la cifra di partenza è prudenziale. Basti dire che nel 2017, l'Associazione per la lotta alle trombosi e alle malattie cardiovascolari (Alt) calcolava che in Italia ogni anno muoiono più di 230 mila persone a causa di ictus, infarti e malattie cardiovascolari da trombosi. Pure i dati Eurostat relativi al 2016 sono più alti. Ottonelli mi spiega: «I dati Eurostat, analogamente, hanno contato, nel 2016, una media di 10,58 vittime quotidiane per milione di abitante per malattie cardiache e circolatorie. Quando viaggiavamo a 3 milioni di somministrazioni settimanali, il valore atteso delle morti giornaliere di soggetti che avevano assunto il vaccino nell'ultima settimana era dunque pari a 31,7 e, ciascun giorno, era mediamente da attendersi il decesso di 4,5 persone vaccinate nelle ultime 24 ore a prescindere dall'assunzione del vaccino». Riflettere con serena razionalità su questi dati dovrebbe indurre a non stabilire più correlazioni automatiche e dovrebbe far capire che è obiettivamente sbagliata la paura del vaccino. Ma soprattutto è assurda la sottovalutazioni dei rischi connessi al Covid che non solo può portare alla morte (e ha già ucciso 5 milioni di persone nel mondo), ma anche a complicanze gravi, con conseguenze perfino in chi lo ha contratto in forma lieve. Ecco perché un addetto ai lavori come Roberto Burioni dice: «Non dovete avere paura di un vaccino che è tra i farmaci più sicuri della Terra e vi protegge da un virus che è tra i più pericolosi della Terra. Vaccinatevi. Con la salute non si scherza». Di fatto è un vaccino somministrato ormai a miliardi di persone, un vaccino che sta spegnendo (almeno da noi) l'epidemia e probabilmente è più sicuro di quanto lo sia il viaggio in auto che ogni giorno facciamo per andare a lavoro, se consideriamo che, in Italia, nel 2019, ci sono stati 172.183 incidenti stradali con lesioni a persone: 3.173 sono state le vittime - morte entro 30 giorni dall'evento - e 241.384 i feriti. Eppure a nessuno viene in mente di evitare l'automobile, la moto o la bici e nessuno evita di uscir di casa. Conosciamo la fragilità della nostra condizione umana e sappiamo che il rischio zero non esiste, nemmeno per i farmaci (a cui peraltro dobbiamo, in buona parte, l'allungamento della vita media). Anche per il vaccino anti Covid possono esserci effetti collaterali, come per tutti i farmaci, ma non in proporzioni che possano destare allarme collettivo. Del resto può essere pericolosa qualsiasi medicina e anche lo stesso ricovero in ospedale, dove si possono contrarre infezioni gravi, pure mortali (sono molte). Tuttavia non risulta che i Novax rifiutino farmaci e cure ospedaliere».

G20 STRAORDINARIO SULL’AFGHANISTAN

Aiutare gli afghani, senza riconoscere politicamente il governo dei Talebani. Questo l’obiettivo venuto fuori dal G20 straordinario sull’Afghanistan guidato ieri da Mario Draghi. La cronaca sul Corriere della Sera è di Marco Galluzzo.

«C'è un mandato ampio di tutti i Paesi del G20 a un'azione quanto più efficace possibile delle Nazioni Unite. C'è l'Unione Europea che durante il summit annuncia che ha stanziato un miliardo di dollari di aiuti per l'Afghanistan, mentre Washington farà la sua parte con 300 milioni. C'è Mario Draghi, che ha fortemente voluto la riunione delle venti economie più ricche del pianeta, che si dice soddisfatto: «Ne è valsa la pena, questa è stata la prima risposta multilaterale alla crisi in Afghanistan. Il multilateralismo sta tornando: con fatica, ma è lo schema di lavoro dei Paesi più importanti del mondo». Eppure alla fine del vertice, che si è svolto in formato virtuale, e anche durante la conferenza stampa finale del presidente del Consiglio, non può non affiorare la sensazione di una dose di impotenza da parte dell'Occidente: sia Pechino che Mosca non hanno partecipato con i loro presidenti, né Putin né Xi Jinping. A rappresentare due potenze che hanno enormi interessi nell'Asia centrale c'erano solo seconde file dei rispettivi governi. E la settimana prossima il governo russo proprio a Mosca ospiterà colloqui bilaterali con i talebani. Non è uno smacco all'Italia, ma è un dato di realtà: la crisi in Afghanistan resta un rompicapo per diversi aspetti, e l'azione internazionale fatica a registrare strategie chiare, unità politica, interessi convergenti. Lo stesso Draghi non si esime dal sottolineare i problemi: «Il punto è aiutare il popolo senza il coinvolgimento del governo», un concetto su cui concorda il presidente Joe Biden da Washington. «Il riconoscimento dei talebani avverrà solo quando la comunità internazionale sarà d'accordo sul fatto che sono stati fatti dei progressi sui diritti - continua il presidente del Consiglio - per ora non li vediamo». Il capo del governo riassume in questo modo il senso della riunione: «Dovremmo sforzarci, come molti di voi hanno detto, di avere una posizione unificata. Penso che sia molto importante e abbiamo una posizione unificata de facto, perché le Nazioni Unite sembrano aver ricevuto un ampio mandato a coordinare tutte le attività a favore dei cittadini afghani. Lo scopo principale è innanzitutto quello di rispondere all'emergenza umanitaria», anche con il coordinamento e il lavoro congiunto di Banca mondiale e Fmi. In una sintesi della tre ore di lavori con gli altri capi di Stato e di governo il premier accenna anche al rischio di un collasso economico del Paese governato dai talebani: «Invito tutti a lavorare insieme per non abbandonare l'Afghanistan. Nonostante le tante differenze che ci caratterizzano, non dobbiamo accettare questa catastrofe ed evitare il collasso del sistema dei pagamenti e del sistema bancario, almeno di quello che è rimasto in piedi». Draghi è consapevole che sarebbe «molto difficile aiutare il popolo afghano senza il coinvolgimento talebano. Se non ci vogliono far entrare non entriamo». Ma questo non significa riconoscere i talebani, ripete il premier: «I talebani dissero che il governo sarebbe stato inclusivo, che avrebbe rappresentato tutte le minoranze e rispettato il diritto delle donne. Questo non è avvenuto». Poi c'è il capitolo terrorismo, su questo tutti gli Stati del G20 sono d'accordo, il Paese non può tornare ad essere un covo per l'estremismo islamico: «Tale eventualità potrebbe destabilizzare non solo l'Afghanistan, ma l'intera regione, e forse anche il mondo intero», continua Draghi, anche se «l'impressione è che i talebani e l'Isis non siano amici». Al termine del vertice arriva anche una nota di Washington: «I leader hanno anche «confermato l'impegno collettivo a fornire assistenza umanitaria direttamente al popolo afghano, attraverso organizzazioni internazionali indipendenti». Mentre il presidente turco Erdogan propone che il G20 dia vita ad un gruppo di lavoro permanente sul rischio di un flusso ingestibile di migranti dall'Afghanistan, una proposta che Draghi apprezza ma che «deve registrare il consenso di tutti».

“Carità pelosa” quella dell’Occidente, secondo Alberto Negri che per il Manifesto scrive: il terrore dei nostri Paesi è che arrivino i migranti.

«C'è aria di carità pelosa e di qualche futuro fallimento geopolitico nel G-20 di ieri a Roma. Oltre che un sentore consistente di diplomazie doppie o triple più che di multilateralismo di facciata, anche se Biden parla ipocritamente di «impegno collettivo». Carità pelosa perché il miliardo dell'Unione europea per l'Afghanistan è destinato più che altro a tenere lontani gli afghani dall'Europa: oggi intanto nella Ue ci sono già 220mila afghani irregolari e nessuno si cura di loro. Non solo. Erdogan ha dichiarato che non può accogliere altri profughi affermando implicitamente che per farlo deve passare ancora alla cassa di Bruxelles. Insomma il solito gioco al ricatto, avendo sempre presente che nel caso della Siria la Turchia occupa parte del territorio a spese di curdi e che in quello dell'Afghanistan Ankara ha una presenza militare nell'aereoporto di Kabul ed è l'unico Paese Nato ad avere ancora aperta l'ambasciata. Ma sulla pelle degli afghani si gioca una partita più ampia, di cui gli aiuti sono una parte importante. Ai talebani l'Occidente rimprovera di non avere tenuto fede alle per altro vaghe promesse di rispettare i diritti umani e delle donne. In realtà la prima preoccupazione degli occidentali - ma anche della Cina, della Russia e delle potenze regionali come Pakistan e Iran - non sono i diritti umani ma la sicurezza. E al riguardo qualche timore serpeggia tra le potenze internazionali, vista l'ondata recente di sanguinosi attentati attribuiti ai maggiori oppositori dei talebani, ovvero i jihadisti dell'Isis-K (Khorassan) che recluta tra disertori talebani, gli esuli di Al Qaeda, i militanti della rete Haqqani (in ambigui rapporti con l'Isis), i jihadisti uzbeki, tagiki, uiguri e turkmeni presenti in Afghanistan e in Asia Centrale, che non seguono più i talebani e cercano di unirsi all'Isis-K. Avanza nelle cancellerie il sospetto che se i talebani saranno in difficoltà, e magari divisi tra loro, potrebbe anche partire una nuova guerra al terrorismo, anche se ci sono molti dubbi se combattere dei terroristi con ex terroristi e personaggi ancora nelle "black list" americane o russe. Con il G-20 virtuale sull'Afghanistan Draghi ha centrato l'obiettivo di allargare il G-20 dai temi economici ai quelli geopolitici e strategici ma questo è avvenuto senza la presenza Putin e Xi Jinping perché la Russia ha già fatto la sua contromossa: convocare un vertice a Mosca il 20 ottobre con la partecipazione dei talebani allargato a Iran e Pakistan. L'assenza di Putin e Xi Jinping già da sola indica la scarsa attenzione all'iniziativa italiana del G20 che Mosca e Pechino vorrebbero confinare alle sole questioni economiche. Russia e Cina intendono condurre una diplomazia parallela a quella americana sull'Afghanistan, un dossier che - inutile negarlo - appare minore rispetto alla questione geopolitica essenziale in questa fase, ovvero la contrapposizione tra Pechino e Washington nel Pacifico aumentata ancora di più con le tensioni su Taiwan. L'invito al summit russo, che si terrà una settimana dopo il G20 a Roma, è esteso oltre che a Cina, Pakistan, Iran e India, a una delegazione dell'Emirato di Kabul. Così il Cremlino esalta l'efficacia del "Moscow format", un meccanismo di consultazione esteso ai tutti i protagonisti regionali. La decisione del Cremlino di invitare a Mosca i rappresentanti dei talebani lancia un messaggio forte all'Occidente. Avviene nel contesto della competizione tra i due modelli, quello delle cosiddette democrazie liberali _ che pone l'enfasi sui diritti umani e ritiene impossibile in questo momento normalizzare i rapporti con i talebani - e quello tipicamente più "pragmatico" dei Paesi più autocratici. Al momento nessuno dei Paesi occidentali ha un'ambasciata aperta a Kabul. Il loro approccio verso la crisi afghana si sviluppa attraverso aiuti etichettati come umanitari per non favorire direttamente un regime che vìola platealmente una serie di diritti umani, in particolar modo quelli delle donne. Sono perfettamente consci del fatto che l'economia afghana è destinata a sprofondare senza aiuti esterni ma devono rispondere alla loro opinione pubblica riguardo ai finanziamenti. Al contrario Cina, Pakistan e Russia hanno tenuto le ambasciate aperte. A grandi linee condividono le stesse preoccupazioni degli occidentali, ossia il collasso dell'Afghanistan e le ripercussioni sulla sicurezza. Anche loro hanno in mente di aiutare i civili, mantenere la stabilità ed evitare le recrudescenze del terrorismo, sia interno che internazionale. Ma i loro leader non devono rendere conto all'opinione pubblica e hanno maggiori margini di manovra nelle trattative con i talebani, aggirando il dossier sui diritti umani. Del resto Pechino e Mosca sono sempre le prime a spingere sulla narrativa del «si tratta di questioni interne che non devono interessare ai Paesi stranieri», come nel caso di Hong Kong. L'obiettivo della Russia è far capire che il suo modello autocratico è più efficace di quello occidentale, per altro miseramente fallito dopo 20 anni di guerra e occupazione dell'Afghanistan».

I PROFUGHI INTRAPPOLATI DALL’EUROPA

Nello Scavo è inviato da Avvenire sul confine fra Bielorussia e Polonia. Nella terra di nessuno al confine fra i due Paesi decine di persone sono ancora disperse. Respinte dai gendarmi polacchi, intrappolate dai militari bielorussi. Il suo racconto.

«Come ogni autunno nella foresta di Bialowieza le autorità bielorusse preparano il capanno di "Dzied Maroz", il "Nonno Gelo" che preannuncia l'inverno e le gite dei bambini in cerca del "Babbo Natale" slavo. A poca distanza altre famiglie contano già cinque morti per freddo e fame. Tutti profughi. Nella terra di nessuno sul confine con la Polonia decine di persone sono ancora disperse. Respinte dai gendarmi polacchi, intrappolate dai militari bielorussi. Le stime sui decessi sono da considerare al ribasso, suggeriscono i volontari di Ocalenie, una fondazione umanitaria polacca. Citano un episodio che ancora li angoscia. La telefonata di una famiglia respinta nel bosco: «Dicevano che il figlio di 16 anni vomitava sangue ». I soccorsi non sono stati permessi. Al mattino dopo si è appreso che il ragazzo era morto. Di molti altri non si sa nulla. Nella boscaglia anche le batterie dei telefoni sono oramai esauste. Nella radura si fa a turno per accendere il cellulare e fare arrivare il messaggio oltre la nuova cortina, issata per rispondere alla rappresaglia del dittatore Lukashenko che anche attraverso voli diretti dall'Iraq continua ad attirare profughi da spingere verso quell'Unione europea che ha imposto sanzioni al regime. Da oltre una settimana, intere famiglie vivono senza un riparo. Raggiungerle è impossibile. Dal lato polacco viene impedito alle organizzazioni umanitarie di avvicinarsi anche solo per lasciare acqua e cibo oltre la barriera metallica issata per ostacolare i migranti. C'è chi riesce a procurarsi mele e chi castagne. Non vi è altro. «Abbiamo finito anche l'acqua», dice un capofamiglia in un filmato che è riuscito a recapitare a un conoscente. Si sentono i bambini piangere, nella notte illuminata solo da un fuoco acceso sotto agli alberi. «Non abbiamo latte per i nostri figli, siamo senza scarpe e se nessuno viene a salvarci moriremo». Sperare nella pioggia è da disperati. Perché la foresta si trasforma presto in palude. Ma senza acqua le possibilità di sopravvivenza si riducono a niente. Con un po' di fortuna e fingendosi smarriti nel bosco, dal villaggio di Bikike si entra in Bielorussia superando un fossato poco più largo di una roggia. La barriera metallica c'è, ma è bassa e viene regolarmente scavalcata. Chi passa da lì lascia coperte sopra il filo spinato, per facilitare il passaggio di chi casomai arriverà dopo. Poco lontano altri profughi sono nascosti ma aspettano la notte per poter tentare la fortuna. In Lituania le preoccupazioni per i più fragili hanno raggiunto gli uffici del Garante dei diritti dei bambini. La scorsa settimana un bambino di 10 anni ospitato nel centro per rifugiati a Rukla è morto. Il bambino aveva subito un trauma cranico da cui non si era mai ripreso. È ufficialmente il primo richiedente asilo a morire in Lituania. «Ci sono bambini con condizioni gravi, come problemi di sviluppo, paralisi cerebrale, autismo o epilessia», ha detto Edita Iobiene, il difensore civico lituano per i diritti dei bambini. I richiedenti asilo non beneficiano di una assicurazione sanitaria, e questo complica il loro accesso ai servizi per la salute. Tuttavia secondo Iobiene, il Paese sta facendo di tutto per fornire l'assistenza medica necessaria a ogni persona. Degli oltre 4mila migranti e profughi giunti da questa estate, oltre un terzo sono minori. «Lo Stato - ricorda Iobiene - è responsabile per tutti i bambini nella sua giurisdizione e deve proteggere i loro diritti indicati nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia». Parole che nel governo di Vilnius hanno suscitato qualche irritazione. Se per un verso l'ufficio del garante ha accolto con favore il lancio di classi speciali per 201 figli di migranti irregolari ospitati in tre centri per stranieri, dall'altro resta per le famiglie il sostanziale stato di detenzione: «Lo Stato - insiste la funzionaria - deve anche garantire il diritto dei bambini a giocare e muoversi liberamente». Tra le maggiori preoccupazioni vi è quella per gli alloggi. Vilnius ha pensato di trasferire le famiglie dentro a container in campi recintati. «Sono preoccupata per le unità abitative modulari. Non c'è spazio per i bambini per giocare e fare sport», ha detto Iobiene ai ministri: «I bambini che vivono dietro le sbarre corrono un rischio maggiore di sviluppare problemi di disagio e rabbia e in seguito di unirsi a organizzazioni terroristiche o simili». La Lituania, va riconosciuto, non aveva mai affrontato una tale quantità di migranti in poco tempo. Per un Paese di 2,7 milioni di abitanti, quasi 5mila nuovi arrivi che si aggiungono agli altri 27mila stranieri arrivati negli anni scorsi è una sfida nuova. Le autorità hanno deciso nelle ultime ore di trasferire alcuni detetenuti dal penitenziario di Kybartai a un altro carcere, in modo da liberare la prigione e trasformarla in centro di accoglienza. Ci arriveranno circa 700 persone attualmente rinchiuse nella tendopoli militare di Rudninkai. Il principio resta quello della reclusione, ma in mancanza di alternative perfino la Caritas riconosce che con l'inverno in arrivo e le pesanti nevicate, una cella da tenere aperta e adattata per due persone è sempre meglio di una tenda per trenta. Date le circostanze, «la prigione di Kybartai è abbastanza ben attrezzata », dice Arunas Kucikas, presidente di Caritas Lituania. «Ci sarà più privacy perché meno persone condivideranno la stessa stanza, c'è il riscaldamento, avranno spazio per muoversi, fare esercizio e mangiare pasti caldi». Lo dice senza ironia, perché sa che al momento non ci sono alternative. Nella terra di nessuno, ai confini estremi dell'Europa, il Vecchio Continente presenta il conto: per scampare a 'nonno gelo' ai profughi non resta che sperare che si aprano le porte di un carcere».

FN, DUBBI DEL GOVERNO E TRUST CATTOLICO

Sciogliere Forza Nuova? Draghi ha detto che il governo sta studiando la possibilità. La cronaca di Giovanna Vitale per Repubblica.

«La questione è all'attenzione nostra ma anche dei magistrati che stanno continuando le indagini e formalizzando le loro conclusioni. Ora, a questo punto, stiamo riflettendo». Sceglie con cura le parole, Mario Draghi, quando - alla fine del vertice straordinario del G20 sull'Afghanistan - gli chiedono a bruciapelo se il governo interverrà per sciogliere Forza Nuova. Deve trovare la formula giusta per segnalare la posizione del governo che, adesso, non può far altro che aspettare: l'esito delle investigazioni affidate all'Antiterrorismo, utili a capire se la decapitazione del movimento neofascista che ha dato l'assalto alla Cgil è sufficiente a scongiurare nuove violenze, o viceversa dispone di un'organizzazione tale da riuscire comunque a infiltrare le proteste di piazza anche dopo l'arresto dei suoi capi. Quel riferimento ai giudici «che stanno continuando le indagini e formalizzando le loro conclusioni» non significa dunque che il premier ha già deciso serva la condanna di Fiore e di tutto il manipolo di facinorosi che sabato hanno devastato la sede del sindacato, per mettere al bando Fn. Tutt' altro. Vuol dire semplicemente che serve tempo per consentire agli inquirenti di illuminare la rete a supporto degli estremisti di destra, verificarne le ramificazioni, capire se è ancora in grado di attentare alla tenuta democratica del Paese. Specie alla luce di alcuni indizi poco rassicuranti: ieri la procura di Torino ha chiuso le indagini su tre forzanovisti per apologia di fascismo. Tra questi c'è Stefano Sajia, indagato pure dai pm romani per aver firmato il comunicato post-raid alla Cgil in cui si diceva che «il popolo ha alzato la testa» e «il livello dello scontro non si fermerà». Ma tempo serve anche ai tecnici di Palazzo Chigi per approfondire il dossier sotto un duplice aspetto: giuridico e politico. L'assenza di un precedente specifico, ovvero l'approvazione di un decreto di scioglimento non preceduto da una sentenza di condanna, impone un supplemento di riflessione: la legge Scelba lo consente, è vero, ma nessun governo l'ha mai fatto in oltre sessant' anni di storia repubblicana. E la valutazione, seppur basata su paletti stringenti, sarebbe gioco forza discrezionale, prestando inevitabilmente il fianco a polemiche e contestazioni. Scontate, considerando il livello di scontro tra centrodestra e centrosinistra, che sta già infiammando gli animi su entrambi i fronti. Dopo giorni di guerra a distanza, ieri la battaglia si è trasferita in Parlamento. A far da detonatore, la calendarizzazione della mozione Pd, sia alla Camera sia al Senato (dove si discuteranno pure quelle depositate da M5S, Leu e Iv), per chiedere all'esecutivo la messa al bando di Forza Nuova. In entrambi i casi i capigruppo hanno deciso, su proposta del centrosinistra, di portarle all'esame dell'aula il 20 ottobre, subito dopo i ballottaggi: scelta studiata per evitare accuse di strumentalizzazione elettorale. Fratelli d'Italia ha però fatto ostruzionismo, tentando di cambiare l'oggetto del dibattito parlamentare. Poiché «il centrodestra presenterà una mozione unitaria per sciogliere ogni organizzazione sovversiva, a prescindere dal suo colore », si pretendeva che l'ordine del giorno specificasse: la discussione verterà sulla «condanna a ogni totalitarismo ». Così, senza alcun riferimento a Fn e alla sua matrice fascista. Categorico il no degli ex giallorossi, che scatena subito Ignazio La Russa: «Hanno paura di votare contro il totalitarismo. Vogliono creare una frattura fra le forze che appoggiano Draghi». Con Giorgia Meloni a rincarare: «Se il governo vuole può sciogliere», ma «il precedente di decidere a maggioranza in Parlamento » a lei non piace. Tanto più che «questi non sono amici miei, fanno il gioco della sinistra». Il dem Mirabelli però è netto: «Ci sono 4 mozioni, che chiedono lo scioglimento di Forza Nuova. Fdi non alzi polveroni e dica come voterà».

Il Domani pubblica un’inchiesta esclusiva sui finanziamenti a Forza nuova. C’è di mezzo un fondo, Saint George Educational Trust, che foraggia l'associazione anti vaccini “Vicit leo”. Giovanna Faggionato e Giovanni Tizian.

«Il 12 ottobre intorno alle quattro del pomeriggio in una chat Telegram, l'app di messaggistica più usata dopo WhatsApp, è comparso una appello: «Sei leader della rivolta popolare contro il green pass obbligatorio sono stati arrestati sabato 9 ottobre, hanno bisogno delle vostre preghiere e del vostro aiuto finanziario». Il canale Telegram dal nome Catholic Information Hub è uno degli strumenti ufficiali di comunicazione del Saint George Educational Trust con sede a Londra. Si tratta di un ente che sulla carta ha scopi di beneficenza e ha l'obiettivo di diffondere la cultura cattolica. Il trust St George è stato fondato nel 1995 da Roberto Fiore, il leader neofascista di Forza nuova, arrestato dopo gli scontri del 9 ottobre insieme al suo vice Giuliano Castellino. Domani ha scoperto che il Saint George ha foraggiato con 33mila euro l'associazione Vicit Leo, costituita nel luglio 2020. Il denaro proveniente dal trust riconducibile a Fiore arriva sui conti dell'associazione tra il 27 e il 30 novembre, rivelano i documenti bancari ottenuti. Un mese prima Castellino e i camerati di Forza nuova avevano mostrato i muscoli in piazza del popolo a Roma violando il lockdown e scontrandosi con la polizia. Il primo atto di una sfida alle istituzioni culminato con l'assalto alla sede della Cgil nel corteo No-green pass. Soldi ai No-vax L'associazione che riceve i fondi esteri dal trust St. George è stata fondata dalla ginecologa Luisa Acanfora, dal marito Pierfrancesco Belli, membro del comitato di controllo dell'agenzia regionale per la sanità toscana, e dall'avvocato Daniele Trabucco: descritto in molti siti No-vax come un emerito costituzionalista, Trabucco lavora alla "libera accademia degli Studi di Bellinzona" e i suoi pareri, per esempio sulle «Disposizioni in materia di prevenzione vaccinale» sono stati presi in considerazione anche in Senato. Trabucco, tuttavia, dei rapporti con Fiore, dice di non sapere nulla: «Quando ho capito con che forze politiche aveva a che fare, ho dato le dimissioni». Strano, perché fino a giugno 2021 firmava analisi con Gloria Callarelli, giornalista e già candidata con Forza nuova alle Europee nel 2019. Callarelli risulta essere stata anche l'ufficio stampa dell'associazione Vicit Leo, almeno stando alla presentazione del seminario "Delenda Oms". Al convegno sull'organizzazione mondiale della sanità "da distruggere" hanno partecipato tra i relatori il capo neofascista e condannato per banda armata Fiore, l'ex parlamentare Carlo Taormina e il fondatore di Vicit Leo, Pierfrancesco Belli. Sia Belli, sia Trabucco che Callarelli sono indicati nel governo parallelo di "Rinascita nazionale" lanciato dal leader di Forza nuova. Vicit Leo si dichiara apartitica e si prefigge di difendere la religione cattolica apostolica romana, le tradizioni del popolo italiano e dei popoli europei, ma anche la corretta informazione, la verità scientifica e la promozione di studi epidemiologici, «anche al fine di vigilare sull'appropriatezza di somministrazione di vaccini e farmaci». E, dettaglio da non dimenticare, punta a contribuire al processo delle leggi. Gli animatori dell'associazione e i loro studi sono citati dal centrodestra in diverse interrogazioni parlamentari rivolte al ministro della Salute. Sul sito del trust St. George, è pubblicata una lettera di Carlo Maria Viganò, l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti nemico di Papa Francesco, che celebra la nascita dell'associazione. Nel comitato scientifico c'è Stefano Scoglio, star No-vax, che sul sito è presentato come "candidato al premio Nobel per la medicina nel 2018", il suo ultimo studio: "La pandemia inventata, la nuova patologia dell'asintomaticità e la non validità del test per il Covid-19". Una volta ottenuti i fondi dal trust riconducibile alla galassia di Fiore, l'associazione ha versato mille euro a Stefano Fiore con causale "consulenza legale": Stefano Fiore è il fratello di Roberto, avvocato che ha per esempio presentato ricorso contro Facebook per la sospensione dei profili di Forza nuova. Altri 2.500 euro invece vanno sul conto di Belli. Abbiamo contattato lo studio legale di Fiore per avere una replica, che però non è arrivata. Belli, invece, si definisce solo un membro del comitato scientifico e spiega che i soldi arrivati dal trust sono stati utilizzati per studi e collaborazioni con università straniere, mentre di Forza nuova non sapeva nulla: «Fiore mi è stato presentato da un prelato, ha una buona rete diplomatica e rapporti con atenei stranieri». Anche lui e la moglie dicono di aver preso le distanze, ricevendo anche minacce dirette: «Quando abbiamo capito che usavano il nome di Vicit Leo, abbiamo protestato: ci sono documenti che lo provano». Il Trust nero Tra il 1999 e il 2000 il parlamento britannico sulle charity aveva scritto una corposa relazione sui legami tra gli ex terroristi di Terza posizione e dei Nar e il trust Saint George educational e ne aveva congelato i conti correnti, almeno temporaneamente. Gli ultimi documenti contabili disponibili del Saint George mostrano non solo che il trust è attivo, ma anche una impennata sia nella raccolta che nella spesa. Se nel 2015 il trust dichiara un incasso di poco più di 16mila sterline e spese per 697, a marzo del 2019 le entrate superano le 120mila sterline e le spese sono di poco inferiori. I rappresentanti del Saint George Trust sono tre: Michael Fishwick, P. Nicoletti e T. Grey. Il nome P. Nicoletti, che nella storia del trust torna più volte come amministratore, ricorda il Patrizio Nicoletti terrorista di Terza posizione, poi migrato in Forza nuova».

Antonio Padellaro sul Fatto è scettico: lo scioglimento di Forza Nuova o Casa Pound non risolverebbe nessun problema.  

«Il problema è che puoi anche sciogliere Forza Nuova o Casa Pound, ma non potrai sciogliere i No vax, i No Green pass e la massa di coloro che non vanno più a votare perché non credono più nella democrazia dei partiti, e perfino nella democrazia stessa. La violenza squadrista a Roma ha suscitato due reazione diverse. Quella "turbata ma non preoccupata" del presidente Sergio Mattarella, il quale osserva "fenomeni limitati che hanno suscitato una fortissima reazione dell'opinione pubblica". Come dire: le istituzioni repubblicane sono forti e sapranno come reagire all'eversione. Anche perché l'80 per cento degli italiani si è regolarmente vaccinato e segue le indicazioni del governo ("la fortissima reazione dell'opinione pubblica"). Tutto molto rassicurante se la rivolta di piazza avesse esaurito la forza propulsiva e se, una volta assicurata alle patrie galere la feccia nera, il popolo del No si rassegnasse alla dura lex: niente vaccino, niente lavoro. E qui veniamo alla seconda reazione, quella turbata e preoccupata che ci accomuna in molti. Lo sanno per primi Mattarella e Draghi, che la situazione potrebbe complicarsi dal 15 ottobre in poi, con l'entrata in vigore del Dpcm approvato ieri. Con l'obbligo di Green passper tutti i lavoratori, nel pubblico e nel privato - e con i più rigorosi controlli - le proteste potrebbero allargarsi a macchia d'olio. Visto che il 40% dei lavoratori interessati è ancora privo della indispensabile carta verde, nessuno sa a quali risposte il governo, deciso comunque a non tornare indietro, sarà costretto a fare fronte (ma già i portuali di Trieste si dicono pronti a bloccare lo scalo). In un saggio (anticipato dall'Espresso) che parte dall'irruzione dei Gilet gialli e del movimento anti-Green pass, il sociologo francese Pierre Rosanvallon analizza la democrazia delle emozioni, quella basata sulle difficoltà vissute individualmente dai cittadini che viene affrontata in tre modi. "Il primo è la logica populista dell'eccitazione emotiva. Il secondo è la negazione delle emozioni, la politica della ragione, ridotta alla gestione di interessi oggettivi e misurabili, di cui il presidente Macron è un buon esempio" (ma anche Draghi). Non sappiamo invece se e come la terza via immaginata da Rosanvallon ("dare alla gente la sensazione di essere rappresentata mettendo più enfasi sul diritto radicale all'integrità personale") possa essere realizzata. Temiamo tuttavia che sciogliere un manipolo di squadristi non sia sufficiente».

Fausto Biloslavo sul Giornale smonta l’identificazione fra piazze violente No Vax e destra fascista eversiva. A Trieste, Milano e Torino hanno sfilato noti anarchici e comunisti.

«Non siamo fascisti» sono state le parole d'ordine della più massiccia manifestazione d'Italia contro il green pass di lunedì a Trieste con 15mila persone in piazza. E il cofano del camper che guida sempre i cortei era addobbato con un faccione del premier Mario Draghi munito di baffetti alla Hitler. Su Telegram nelle chat anti lasciapassare verde si leggono slogan di estrema destra, ma c'è pure chi ha nostalgia delle Brigate rosse, che «purtroppo non ci sono più». A Milano, Torino, Ferrara e la stessa capitale antagonisti, anarchici, estremisti di sinistra sono ben radicati nelle manifestazioni no pass e non disdegnano la violenza come i militanti di Forza nuova. La realtà dei fatti è che la scintilla del lasciapassare verde ha portato in piazza l'ultra sinistra e l'ultra destra assieme ad una marea di normali cittadini convinti di vivere in una «dittatura sanitaria». Lunedì, alla partenza della manifestazione di 15mila persone a Trieste, «capitale» del no pass, una giovane pasionaria ha esordito così: «Non siamo fascisti come ci dipinge il terrorismo mediatico, ma tutti uniti contro il green pass». Il capo popolo nel camper che detta gli slogan è Tito De Toni, antagonista ben noto alla Questura, condannato per un assalto nel 2003 all'agenzia consolare Usa contro l'invasione dell'Iraq. In piazza si sono visti anche i vecchi autonomi degli anni di piombo, ma ieri l'Istituto di Resistenza pontificava che le violenze ricordano «l'estremismo di destra degli anni settanta». I militanti di estrema destra ci sono e solitamente sfilano in fondo al corteo «per stare lontani dalle zecche» come bollano i compagni dei gruppi di sinistra. Beppe Giulietti ieri si è presentato davanti alla sede Rai di Trieste per difendere una troupe aggredita dai no pass e ha sfoderato la solita minaccia fascista. Peccato che erano proprio gli amici del capo popolo antagonista, che poi continuava ad inneggiare contro i giornalisti venduti, ad avere maltrattato la giornalista Rai. Per non parlare dell'emblema del riduzionismo delle foibe, Claudia Cernigoi, che da settembre filma compiaciuta i cortei con i cartelli che riportano la parola pass come simbolo delle SS del Terzo Reich. Però la minaccia è fascista. Un moderato di destra che partecipa alle manifestazioni triestina ha ammesso sconsolato: «Il 70-80% sono elettori di sinistra». Poco roba rispetto agli allarmanti messaggi sulle chat no pass di Telegram che rimpiangono le Brigate rosse. Beppe 78 scrive che «purtroppo non ci sono più le br». Giovanni Marcolini sostiene che «ci si potrebbe organizzare in stile Br. Ah no! Quelle erano protette dallo Stato quando servivano». E un altro nostalgico ricorda come «le Br non ci sono più da tempo». Ieri a Ferrara sono apparse scritte in vernice rossa davanti ad un centro vaccinale, che non lasciano dubbi: «Vax uccidono - Riina circa 200 - Speranza 120000 - Draghi nazista». E non sono le prime in Emilia-Romagna. Altri centri vaccinali sono stati imbrattati o danneggiati a Cesena, Forlì, Ravenna e nella zona di Rimini. Lunedì a Torino è sceso in piazza un miscuglio dell'estrema sinistra assieme ad uno striscione azzurro con la scritta «Vaccini, sicuri che siano sicuri?». Oltre i sindacati di base dai Cobas a Usb c'erano i No Tav, Potere al Popolo, Rifondazione e Partito comunista. Studenti non proprio fascisti hanno bruciato la gigantografia di Draghi davanti all'ufficio scolastico regionale. A Milano le manifestazioni no pass sono ben frequentate da anarchici, collettivi studenteschi e rappresentanti del sindacalismo di base come Fabio Zerbini. Non è un caso che una ventina dei 48 denunciati per violenze varie, identificati dalla Digos, sono estremisti di sinistra o anarchici.».

5 STELLE VECCHIA MANIERA, TORNA DIBBA

Nuova fase politica per Alessandro Di Battista, grillino della prima ora, che ha rappresentato l'ala più ortodossa e intransigente del Movimento. Ne scrive su Repubblica Annalisa Cuzzocrea.

«Partirà da Siena, il ritorno in politica di Alessandro Di Battista. Partirà dalla città che è - secondo l'ex deputato M5S - il simbolo della malefatta peggiore che si starebbe compiendo in questi mesi: l'acquisizione del Monte dei Paschi da parte di Unicredit, presieduta dall'ex ministro dell'Economia dem Piercarlo Padoan. È fedele a quanto ha sempre detto, il più nostalgico degli ex 5 stelle: oggi il problema non è il neofascismo, non sono i no Green Pass, non sono i temi che la politica mette al centro «solo per fingere di dividersi ». Come scrisse ai tempi di A testa in su , nel 2018, «Che cos' è il fascismo ai giorni nostri? Andare in camicia nera per ricordare un regime - grazie a Dio - morto e sepolto? Pronunciare frasi senza senso su fantomatiche "pacchie finite" per provocare i giornali che puntualmente ci cascano? Ma per favore! Oggi il fascismo è l'omologazione al pensiero dominante, è il primato della finanza sulla politica, dei mercati sulla carne e sul sangue delle persone. Oggi fascista è colui che bastona mediaticamente coloro che non sono allineati al pensiero delle élite ». Non si muove da lì, l'ex parlamentare che oggi sconfessa tutto il percorso fatto dal Movimento soprattutto da quando è entrato nel governo guidato da Mario Draghi. Sull'assalto alla Cgil, scrive che è stato fatto da «violenti e coglioni». E ancora lunedì, sulla sua pagina Facebook, insiste: «Se sindacati, partiti (di sinistra?), pseudo-intellettuali e giornaloni si fossero scagliati contro l'abolizione dell'articolo 18, lo sblocco dei licenziamenti, le delocalizzazioni, i salari da fame e la trasformazione della Fiat come oggi si stanno scagliando contro il "presunto" ritorno del fascismo, beh, l'Italia sarebbe un Paese migliore». È la teoria dell'indistinto, che tanto bene ha portato - in chiave elettorale - al Movimento 5 stelle delle origini. E che Di Battista rispolvera ora che ha voglia di tornare in piazza. Porterà il tour in diverse città italiane, insieme ad altri attivisti che lo accompagneranno di volta in volta. A Veronica Gentili a Controcorrente, su Rete 4, domenica sera, ha detto: «Partirò nelle prossime settimane, organizzerò delle tappe per parlare di Politica con la P maiuscola, se dovessero partecipare tante persone vedremo quali saranno le scelte da fare». Non sono parole di un semplice attivista. Sono - piuttosto - l'annuncio di un ritorno. Di Battista cerca spazio nel campo lasciato vuoto dal M5S nel momento in cui i suoi ex compagni di partito hanno scelto, seppure con mille esitazioni e contraddizioni, il campo del centrosinistra. A Di Martedì Giuseppe Conte ieri sera ha annunciato: «A Roma voterò Roberto Gualtieri», l'endorsement che il Pd stava aspettando. Non un'indicazione di voto per gli elettori, che «non sono pacchi postali», ma comunque più della "neutralità" che sembra celare un'aperta ostilità - di Virginia Raggi. Il Movimento a Roma resterà all'opposizione, ma il suo leader ha detto chiaro da che parte sta. A Caserta, Cosenza e Latina sono invece già stati fatti accordi - sebbene non apparentamenti tecnici - di sostegno politico. Questo apre spazi ai nostalgici. La stessa Raggi ancora ieri ha sfidato Conte convocando una riunione nella nuova sede M5S annunciando il suo arrivo mezz' ora prima su whatsApp. La maggior parte dei parlamentari romani l'ha disertata, c'erano giusto i consiglieri del Campidoglio, ma lei non cede. Non sembra quindi, per ora, seguire l'amico Di Battista. Che ha preso una strada tutta diversa, ma sostenuta da ex illustri come la senatrice pugliese Barbara Lezzi. Ora che le vie del Movimento gli sembrano precluse, nonostante i rapporti personali con Conte restino buoni e i suoi attacchi si dirigano soprattutto al resto del M5S, l'ex deputato potrebbe decidere di rompere gli indugi e fondare qualcosa di suo. Lo ha detto lui stesso a Repubblica: «Calma e gesso, per adesso faccio quel che mi piace fare di più e sono sicuro di saper fare: battaglie politiche. Poi si vedrà». Quel "poi" sembra ormai sempre più vicino».

Sulla Stampa Federico Capurso descrive un Conte sempre più in difficoltà ad accontentare tutti nel Movimento.

«Giuseppe Conte si è convinto, ormai, che mantenere la pace nel Movimento e accontentare tutti è semplicemente impossibile. C'è Beppe Grillo che non vuole sentirsi imbrigliato, Virginia Raggi agitata perché sempre più ai margini, e c'è Luigi Di Maio, appena nominato presidente dell'organo di Garanzia del Movimento, con una visione politica che di rado coincide con quella dell'ex premier. La prossima settimana arriveranno le nomine della segreteria, più tardi quelle per i capigruppo di Camera e Senato, tutte destinate a creare scontenti. E fuori c'è anche Alessandro Di Battista, che pensa alla nascita di un nuovo movimento. Di fronte a tutto questo, il leader M5S ha capito che non può aspettare e deve iniziare a prendere posizione. Innanzitutto, sull'appoggio a Roma del candidato del Pd, che arriva in serata, ospite di DiMartedì: «Voterò Gualtieri». Non era mai stato così netto. Dice che «non è un'indicazione per gli elettori del Movimento», ma i parlamentari, che si riuniscono in capannelli rumorosi nel cortile della Camera, si chiedono «da quando un leader parli a titolo personale». E sul caso dell'avvocato Luca Di Donna, ex collega di studio di Conte, indagato, si sollevano perplessità quando l'ex premier dichiara di non averlo mai visto durante il suo incarico a Palazzo Chigi «per evitare ambiguità». E si chiedono: «Quali ambiguità?». In molti poi protestano per l'appoggio dichiarato a Gualtieri: «Così ci schiacciamo troppo sul Pd», è la voce più diffusa. Tra i deputati più vicini a Di Maio i timori vengono declinati in funzione della legge elettorale. L'attuale sistema maggioritario premia le alleanze e sembra che Conte non abbia intenzione di modificarlo. L'accordo con il segretario del Pd Enrico Letta per costruire un campo progressista favorirebbe lui e non Di Maio per un ruolo di rilievo. I fedelissimi del ministro degli Esteri vorrebbero quindi passare a un proporzionale puro, in modo da poter «essere ancora ago della bilancia alle prossime elezioni». Con le mani libere, insomma, per stringere alleanze anche con il centrodestra, in una riedizione dell'attuale governo. Visioni che non collimano, appunto. A Roma il Movimento non entrerà in giunta, ma grazie all'esplicito appoggio di Conte potrà dare «un parere» - così lo definiscono in ambienti Dem - sulla scelta della squadra di assessori di Gualtieri. Insomma, nomi graditi che aiutino a creare una convergenza. Se Gualtieri vincerà, poi, dovrà dimettersi dal ruolo di deputato. E Conte - non è un caso - sta pensando seriamente alla possibilità di candidarsi alle eventuali elezioni suppletive a Roma, appoggiato dal Pd. Raggi invece non ne vuole sapere. Il rapporto con Conte, d'altronde, resta pieno di spigoli. Difficile da recuperare. I parlamentari torinesi temevano invece che l'appoggio a Gualtieri potesse coinvolgere anche loro, che osteggiano il candidato del Pd Stefano Lo Russo. Ma Chiara Appendino è in corsa per un posto da vicepresidente del M5S e Conte le ha dato la sua parola. Quella di Appendino sarebbe una poltrona che pesa, peraltro, perché i posti da vicepresidente si sono dimezzati. Dovevano essere 6 o 7 e saranno invece 3, al massimo 4. Di Maio, però, dovrebbe avere una quota e c'è la viceministra Castelli in pole position. Chi non entrerà, invece, si unirà alla schiera dei malpancisti, con il rischio ancora nell'aria di un'ennesima emorragia di parlamentari. Fuori dalla porta, adesso, c'è Di Battista che aspetta. Pianifica il suo tour, assieme all'ex sottosegretario all'Economia Alessio Villarosa, per parlare del caso Monte dei Paschi (dovrebbe partire da Siena a fine ottobre). Vuole riassaporare le piazze. Oltre alle banche, parlerà di conflitto di interessi, antimafia, lotta alle disuguaglianze. Un test, come ha confidato nelle ultime settimane: «Se ci saranno 40 persone in piazza, ne prenderò atto, ma se saranno in 400, allora dovrò assumermi responsabilità diverse».

INIZIA DOMANI IL PROCESSO PER REGENI

Parte domani in Italia il processo per la morte di Giulio Regeni. Giuliano Foschini per Repubblica.

«Sono serviti cinque anni e otto mesi. Di dolore, di rabbia, incredulità ma anche di orgoglio: quello della giustizia italiana, che ha fatto il suo dovere. E quello della famiglia Regeni, che non ha mai smesso di lottare, di credere, di cercare. Dopo cinque anni e otto mesi, domani comincerà nella terza sezione della Corte di Assise di Roma il processo nei confronti dei quattro militari egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell'omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano ammazzato al Cairo nel febbraio del 2016. Il processo prenderà il via con due importanti novità. La prima: la Presidenza del Consiglio ha fatto sapere di volersi costituire parte civile al fianco della famiglia Regeni. Una decisione ancora non ufficializzata, ma soltanto per non urtare la sensibilità dei genitori di Giulio. Paola e Claudio, insieme con il loro avvocato Alessandra Ballerini, erano stati molto chiari nel chiedere alle «associazioni di non costituirsi parte civile». Il loro era un appello per non allungare i tempi di un processo che si annuncia difficile, già in partenza. Diversa però è la presenza dello Stato: l'hanno sempre chiesta, «da cittadini prima ancora che da genitori di una vittima » hanno detto in più occasioni. E sicuramente non si opporrebbero se lo Stato non li lasciasse soli in questa battaglia. Il processo si annuncia, infatti, delicatissimo. Perché a essere processati nell'aula bunker di Rebibbia, è vero, sono cinque agenti. Ma è altrettanto vero che, per la prima volta, in Europa, verrà processato un sistema di Governo e di potere al centro di denunce violentissime per la mancata tutela dei diritti umani. Il punto è capire se il processo si terrà, come tutti nel nostro Paese si augurano. L'assenza in aula degli imputati - figlia della mancata collaborazione egiziana che, nonostante gli annunci, non ha voluto comunicare nemmeno gli indirizzi per poter notificare loro gli atti - porrà un problema iniziale di procedibilità. Problema, a dire il vero, già superato nell'udienza preliminare dal giudice che ha rinviato a giudizio i quattro (gli agenti della National Security del Cairo, il generale Sabir Tariq, i colonnelli Usham Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif ). Ritenendo che l'eco mediatica di questi anni valesse, abbondantemente, come notifica. «La copertura mediatica capillare e straordinaria - aveva scritto il gup Pierluigi Balestrieri fa assurgere la notizia della pendenza del processo a fatto notorio ». Una eco, se possibile, che verrà ancora più amplificata dai testimoni che le parti si apprestano a chiamare a processo: l'avvocato Ballerini ha chiesto di sentire il presidente Al Sisi e suo figlio, Mahmood. L'allora ministro degli interni Ghaffar. E ancora tutti i presidenti del consiglio italiani che si sono alternati in questi cinque anni (Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi), i ministri degli Esteri, i sottosegretari con delega ai Servizi, i vertici della nostra intelligence. La Procura ha chiesto invece di interrogare, nel contraddittorio, tutti i caposaldi attorno a cui si basa la lunga e precisa ricostruzione effettuata dai carabinieri del Ros e dello Sco: e dunque i testimoni (la cui identità è ancora nascosta) che hanno raccontato di aver visto Giulio nei nove giorni di prigionia, prima che fosse ucciso. Chi lo ha tradito (l'ambulante che lo ha venduto agli egiziani, Mohammed Abdallah, il suo vicino di casa) e tutti coloro che hanno avuto un ruolo nel suo lavoro, e nel suo assassinio, in Egitto. Sotto inchiesta c'è un intero sistema di potere accusato di gravi violazioni dei diritti umani».

MOSSA RUSSA: “TAIWAN FA PARTE DELLA CINA”

Diventa sempre più aspro il conflitto tra Pechino e Taiwan. Mentre la Russia sembra spalleggiare la Cina. Luca Miele per Avvenire.

«L'entrata, a gamba tesa, è del ministro degli Esteri russo, Sergheij Lavrov: «Proprio come la stragrande maggioranza degli altri Paesi, la Russia vede Taiwan come parte della Repubblica popolare cinese. Questa è la premessa su cui si basa la nostra politica». Niente dubbi o tentennamenti. Il messaggio di Mosca è chiaro: la Russia sta con la Cina. Un "assist" da Putin che arriva in un momento rovente, con i rapporti tra Pechino e l'isola "ribelle" mai così burrascosi. Da una parte ci sono le sempre più numerose invasioni da parte dei caccia cinesi dello spazio aereo di Taiwan e le parole bellicose del presidente cinese Xi Jinping che vuole una «completa riunificazione della madrepatria ». Dall'altra le reazioni, altrettanto veementi, di Taipei. L'ultima, in ordine di tempo, è arrivata appena due giorni fa. La presidente di Taiwan Tsai Ing-wen ha assicurato che l'isola è sulla «prima linea di difesa della democrazia»: «Continueremo a rafforzare la nostra difesa nazionale e a mostrare la determinazione a difenderci per garantire che nessuno costringa Taiwan a seguire la strada che la Cina ha tracciato per noi». Tsai ha poi lanciato un messaggio a Pechino. Taipei non è sola: «A Washington, Tokyo, Canberra e Bruxelles, Taiwan non è più un dossier marginale, con sempre più amici democratici disposti a difenderci ». In prima fila ci sono gli Stati Uniti. Washington ha ribadito l'impegno «solido come una roccia» verso Taiwan. Impegno che si concretizza in un flusso costante di armi. Non solo. Nei giorni scorsi è stata confermata la presenza di un'unità di forze speciali e di un contingente di marine americani per addestrare i militari di Taipei. A rendere ancora più "caldo" il dossier Taiwan sono, poi, gli appetiti economici che si stringono attorno all'isola. La crisi legata al Covid, interrompendo la catena di approvvigionamento e cambiando la domanda del mercato, ha catapultato il mondo dentro qualcosa di inedito: la carenza di semiconduttori. Non certo qualcosa di irrilevante: automobili, computer, smartphone, lavatrici senza questi preziosi "cervelli" semplicemente non funzionerebbero. Una crisi che porta diritto a Taiwan: la Taiwan Semiconductor Manufacturing Company ( Tsmc) è il più grande produttore di semiconduttori sul pianeta. Le aziende di mezzo mondo, a partire dai colossi Usa, fanno a gara per accaparrarsi gli indispensabili prodotti taiwanesi. Un conflitto aperto con la Cina non fermerebbe solo Taiwan. Ma il mondo intero».

VANNO A RUBA I BOND VERDI DELLA UE

Successo per la prima emissione «verde» di Bruxelles, che raccoglie 12 miliardi di euro a 15 anni. Già pronto il secondo giro nel 2021: la Commissione punta a lanciarne per 250 miliardi entro il 2026. Maximilian Cellino sul Sole 24 Ore.

«Un cambio di marcia, per la Commissione europea nel percorso che la sta portando a diventare protagonista assoluta sui mercati finanziari del debito, ma anche per il mondo degli investimenti sostenibili, che da ieri ha un punto di riferimento in più. Il significato del debutto di Bruxelles sul mercato dei green bond, avvenuto con il collocamento attraverso sindacato di titoli con scadenza 15 anni per un importo complessivo di 12 miliardi di euro va sicuramente al di là del successo ottenuto dall'operazione in sé, capace di attirare richieste superiori a 135 miliardi e quindi oltre 11 volte il quantitativo offerto. Queste cifre dimostrano infatti senza dubbio la crescente attenzione degli investitori per i temi legati alla finanza sostenibile, ma rappresentano anche la testimonianza «dell'affidabilità stessa della Ue in questo processo di emissione che non è certo iniziato ieri e giunge anzi al termine di un lungo percorso in cui Bruxelles non ha soltanto annunciato obiettivi ambiziosi legati alla climate neutrality - sostiene Matteo Merlin, Responsabile del team Green and Sustainable Finance di Eurizon - ma ha anche deciso di finanziare gli 800 miliardi del piano Next Generation Eu per il 30% attraverso green bond». Per far fede ai propri impegni la Commissione ha già in programma un nuovo collocamento «verde» da qui a fine anno e si prepara soprattutto a inondare il mercato con 250 miliardi entro il 2026, diventando così di fatto il principale emittente di titoli con caratteristiche sostenibili. «Dato che i green bond previsti nel piano sono allo stesso tempo di dimensioni enormi e con rating elevati - rileva Patrice Cochelin, Head of Analytical Governance, Sustainable Finance di S&P Global Ratings - è probabile che la Ue diventi immediatamente un benchmark per gli strumenti legati alla sostenibilità, che spesso sono difficili da confrontare fra loro». L'apporto di Bruxelles non sarà però apprezzabile soltanto dal punto di vista dimensionale, ma si farà sentire anche e soprattutto sotto l'aspetto qualitativo. «Con i suoi elevati standard allineati alla tassonomia europea in fase di sviluppo - fa notare Merlin - la Ue può comportare indirettamente una riduzione del timore del rischio di greenwashing e generare un effetto volano che stimoli un innalzamento dei livelli del mercato in aggregato, in virtù anche di un approccio olistico che unisce i temi sociali ed economici a quelli ambientali, con un occhio di riguardo per le generazioni future». Che la Ue possa essere presa come metro di paragone con i suoi standard è del resto opinione piuttosto condivisa fra gli addetti ai lavori: «I coefficienti climatici, con contributi dello 0%, 40% o 100% agli obiettivi di cambiamento climatico, potrebbero diventare un punto di riferimento per altri emittenti in questo nuovo mercato e ciò sarebbe visto come un ulteriore segno tangibile di impegno verso gli obiettivi di transizione energetica», aggiunge Cochelin. E l'auspicio generale è che tale esempio possa anche essere di incentivo per altri emittenti - soprattutto sovrani e sovranazionali, anche al di fuori del Vecchio Continente - a spingersi verso un segmento in rapida crescita, ma dove la loro presenza è ancora relativamente limitata, e a contribuire così alla sua maturazione definitiva. Sotto l'aspetto più strettamente finanziario, il titolo è stato assegnato a un rendimento a scadenza pari allo 0,453% che comprende un piccolo premio riservato in genere alle emissioni «verdi» (il cosiddetto greenium) di 2,5 punti base e che operatori giudicano per questo motivo un valore equo. A strapparselo letteralmente dalle mani sono stati i gestori di fondi (ai quali è andato il 39% dell'emissione), le tesorerie delle banche (23%), le assicurazioni e i fondi pensione (16%), le Banche centrali e le istituzioni pubbliche (13%), le banche commerciali (8%) e anche gli hedge fund (1%). Dal punto di vista geografico si è invece apprezzata una prevalenza di investitori provenienti dalla Gran Bretagna (29%), seguiti da Europa del Nord (12%), Benelux e Francia (11% entrambi), Germania (10%), Italia (9%), altri Stati europei (7%), Spagna e Portogallo (4%), resto del mondo (4%) e Asia (3%). Il cammino della Commissione non si conclude naturalmente qui, perché il 20 ottobre è prevista la prossima asta per gli EU-Bills, i titoli a breve scadenza, il 25 ottobre la riapertura di alcuni Eurobond già collocati in precedenza, mentre la successiva finestra per emissioni sindacate si aprirà fra l'8 e il 12 novembre: siamo soltanto all'inizio».

Leggi qui tutti gli articoli di mercoledì 13 ottobre:

https://www.dropbox.com/s/hzezzl6mkavsvjm/Articoli%20la%20Versione%2013%20ottobre.pdf?dl=0

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.

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