Lega e Super Lega

Finita la Super Lega del calcio, la Lega di Salvini strappa con Draghi. Da lunedì 11 regioni gialle. Per i 5S il caso Grillo è un fatto privato. Pronte 318 pagine del Pnrr. Biden e Putin in campo

Qualcosa non ha funzionato nel “patto di sangue”, di cui era ancora convinto 24 ore fa Andrea Agnelli. Perché alla fine la Super Lega è già fallita. Allo stesso modo qualcosa si è rotto nell’accordo preso fra i partiti della maggioranza di governo sulle riaperture. La Lega, senza super, quella di Salvini, ha “strappato”: la sua battaglia è far slittare il coprifuoco alle 23. I ministri leghisti non hanno condiviso il decreto sulle riaperture, dissociandosi, perché è rimasto fissato alle ore 22, fino a luglio. Questo rischio, forse, Draghi non lo aveva calcolato. E oggi dice: “Non ho capito”. Il Governo viene messo sull’orlo del burrone di una crisi inaspettata, proprio negli ultimi 8 giorni utili per presentare il Recovery all’Europa.

Il paradosso è che proprio ora i dati del contagio stanno rapidamente migliorando, la campagna vaccinale sembra aver preso una strada più costante, dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 376 mila 740 somministrazioni. Da lunedì prossimo undici regioni potrebbero diventare zona gialla, comprese Lombardia, Lazio e Veneto. Dopo mesi, riapriranno, con le dovute misure di sicurezza, teatri, sale da concerto, cinema, live-club e altri locali. I ristoranti aprono a pranzo e a cena, ma solo all’aperto. Se ci fosse un momento ideale per chiedere responsabilità ed evitare assembramenti da movida sarebbe proprio questo. Invece Salvini fa esattamente l’opposto. Siamo un Paese stupendo.

Caso Grillo. A proposito del video sul figlio dell’Elevato, la linea di difesa dei 5 Stelle adesso è questa: si tratta di un fatto privato, una “vicenda familiare” da separare dai destini del Movimento. Roberto Saviano centra proprio questo argomento e ne fa il principale atto d’accusa al leader politico Beppe Grillo in una requisitoria da non perdere, scritta per il Corriere della Sera.

Intanto il Piano del Recovery è pronto. 318 pagine ricche di tabelle e grafici. Lì dentro c’è la partita del debito buono e della ripresa. Le altre vicende che agitano la politica riguardano le prossime amministrative a Roma e a Milano e ancora l’approvazione della legge Zan. Dall’estero parlano Biden (che approva la condanna del poliziotto che ha ucciso l’afroamericano Floyd) e Putin (che minaccia l’Occidente sul caso Navalny). Il Papa propone un Maggio diverso, dedicato al Rosario. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

“Strappo” e “Crepa”. Ecco le parole dei titoli dei quotidiani per raccontare l’impuntatura di Salvini e della Lega, che voleva il coprifuoco alle 23, invece che alle 22. Per il Manifesto è proprio quella la metafora: La prova del fuoco, sembra lo storico programma della Clerici, che pure fu condotto da una fiamma (è il caso di dirlo) di Salvini. Il Corriere della Sera sintetizza: Coprifuoco, strappo della Lega. Mentre la Repubblica va sulla negazione: Draghi, doppio no a Salvini. Per La Stampa non è rottura ma quasi: Lo strappo di Salvini. Il Messaggero sceglie lo stesso termine: Coprifuoco alle 22, strappo Lega. Per Avvenire la metafora giusta è quella edilizia: Il coprifuoco apre la crepa nel governo. Il Giornale, dai toni preoccupati, è didascalico: Crisi Salvini-Draghi. Quotidiano Nazionale: Il coprifuoco resta, la Lega non lo vota. Il Fatto di Travaglio, sempre saputello: Draghi ha scoperto chi è Salvini. Mentre Maurizio Belpietro si schiera col Capitano e La Verità sentenzia: COPRIFUOCO INUTILE MA CE LO INFLIGGONO. Per carità di patria, non ci sono più titoli sulla Super Lega se non nei giornali sportivi (La Gazzetta dello Sport: Rebus Agnelli). Va per i fatti suoi Libero: Avere casa è una disgrazia. Mentre giustamente Il Sole 24 ore si focalizza sul tema dei prossimi giorni: Recovery, ecco i numeri di Draghi.

SALVINI STRAPPA SUL COPRIFUOCO

Dunque Salvini strappa, quasi rompe. Siamo sull’orlo della crisi di Governo. La cronaca-retroscena del Correre della Sera è a firma di Monica Guerzoni.

«Così gelido e irritato, i ministri non lo avevano ancora mai visto. Mario Draghi non si aspettava lo strappo della Lega sul decreto Covid e ne ha subito colto la portata politica. «È un fatto grave», ha commentato il presidente del Consiglio a riunione ancora in corso. Durante l'ultima cabina di regia il capodelegazione Giancarlo Giorgetti aveva garantito il voto a favore del Carroccio e invece, per dirla con la sintesi di un ministro, «poi Salvini ha forzato e si sono astenuti». Un partito di maggioranza che non vota un provvedimento chiave per la vita sociale ed economica del Paese è un passaggio che rischia di destabilizzare la maggioranza. Draghi non lo aveva messo nel conto, tanto che venerdì, nell'ultima conferenza stampa, aveva assicurato che lui non ha bisogno di lanciare appelli all'unità, perché in Consiglio dei ministri «c'è sintonia». In cinque giorni il clima è cambiato. L’sms con cui Salvini annunciava a Draghi che la Lega «non può votare questo decreto» perché «troppo punitivo» su ristoranti, palestre e piscine, non ha sortito gli effetti sperati. Le tensioni tra i partiti e le divisioni all'interno della Lega si sono riversate sugli incontri di Palazzo Chigi. Se il Cdm è iniziato con un'ora di ritardo è perché Draghi si è chiuso in una pre-riunione con i capi delegazione Giorgetti, Gelmini, Franceschini, Speranza, Bonetti. Mentre Salvini, da fuori, continuava ad alzare la voce, il premier provava a ritrovare quell'unanimità con cui la cabina di regia aveva approvato la bozza del decreto. «In questi giorni abbiamo visto tante richieste, anche di segno opposto - esordisce Draghi -. Ci sono scienziati che ci rimproverano di aver aperto troppo e chi invece chi chiede di fare di più. Ma se abbiamo spiegato le riaperture come un rischio ragionato, non possiamo già rimettere tutto in discussione». Dove il «tutto» in sostanza è l'orario del coprifuoco, che Lega, Forza Italia, Italia viva e governatori delle Regioni volevano spostare alle 23. Il premier si oppone con forza e chiede ai rappresentanti dei partiti di «riconfermare lo schema dell'accordo». Giancarlo Giorgetti era pronto a votare il provvedimento. Ma al momento di entrare in Cdm, la delegazione leghista prende tempo e resta fuori dalla porta. È a quel punto che arriva la telefonata di Salvini, con l'ordine di scuderia di non dare il via libera a un testo che lui stesso aveva definito «di buon senso»

Matteo Salvini parla in un’intervista al Giornale e cerca di giustificare la sua posizione di oppositore interno al Governo Draghi.

«Hanno prevalso criteri ideologici, non scientifici». Ne è così sicuro? «Queste disposizioni sono illogiche». Dicono che Draghi abbia detto: «Non capisco, abbiamo deciso insieme». «Lui ha mediato, ma questa volta ha prevalso la linea della sinistra, dei 5 Stelle, di Speranza». La linea della sicurezza? «Per niente. Zaia, che non è un folle, aveva proposto protocolli rigidissimi per i locali, sanificazioni e tutto il resto». La salute del Paese non ha bandiere. «C'è una realtà politica che considera i ristoratori, i baristi e i commercianti evasori. Ci sono partiti che non hanno grande dimestichezza con il privato, che non hanno familiarità con le realtà produttive e le loro esigenze». Senatore, non è che medita lo scherzetto e si appresta a lasciare il governo? «No, glielo garantisco. Però non votiamo i provvedimenti a scatola chiusa». Si può stare in un esecutivo a giorni alterni? «Fra quindici giorni, se ci saranno nuove aperture, voteremo un altro provvedimento favorevole a chi oggi è penalizzato». Senatore insisto, si è già pentito? «No, ci credo. Ho votato il decreto Sostegni con 40 miliardi per le imprese. Aiuti veri, ne sono orgoglioso: bollette, tasse, scadenze, mutui. E, se posso citare un altro esempio cui tengo molto, siamo riusciti a introdurre 100 milioni per le disabilità». Però la Meloni sale nei sondaggi. La invidia? «No, siamo entrati con convinzione. Per il bene del Paese. Poi si tratta di combattere: domani mi occuperò dei 60 miliardi per opere pubbliche da sbloccare. Sono 58 grandi progetti e intanto siamo indietro: la Tav è ferma, la Gronda è ferma. Dobbiamo azzerare la burocrazia e il codice degli appalti». Così c'è il rischio di infiltrazioni criminali. «Ecco, questa è l'obiezione della sinistra. Vedono ovunque la corruzione e invece dobbiamo rilanciare un Paese in ginocchio». Sia sincero: Draghi sulle riaperture non le ha chiesto di allinearsi? «Draghi mi ha fatto capire che la sinistra premeva in quella direzione. Ma non va bene. E poi c'è un altro tema». Quale? «La libertà. Gli italiani hanno sopportato per quattordici mesi una compressione dei loro diritti. Blitz. Controlli. Droni. Limitazioni negli spostamenti. Basta. E lo dico non in modo temerario, sconsiderato, avventato. Anche il presidente Bonaccini, Pd, aveva fatto le sue osservazioni. Non ci hanno ascoltato. Io continuo a fare la mia parte. Anche sul fronte dei vaccini». 

Nell’editoriale del Giornale Alessandro Sallusti fa tre osservazioni importanti: 1. Salvini non può stare insieme al Governo e all’opposizione. 2. Il coprifuoco alle 23, nel merito, non è la vera questione. 3. Il danno non è tanto per Draghi, quanto per il Centro destra.

«Draghi la sua ricetta sulle chiusure - che già teneva conto delle giuste istanze leghiste - non l'ha cambiata. Quindi la mossa del leader del Carroccio non ha alcun effetto pratico, ma solo propagandistico. E qui arriva il vero nodo: Salvini deve governare sì - così ha deciso - ma anche non lasciare spazio all'unico partito di opposizione, quei Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni che settimane dopo settimane gli rosicchia consensi cavalcando la protesta. Ma se ha una logica che un partito di opposizione appoggi quei provvedimenti della maggioranza che condivide, meno comprensibile è che un partito di maggioranza scelga di fiore in fiore in base alla convenienza. Così non può funzionare e la storia insegna che tenere i piedi in due scarpe non porta alcun beneficio né in termini politici (l'affidabilità in politica è importante) né elettorali (sei comunque complice delle scelte impopolari). Non sto sostenendo che Salvini abbia torto nel merito (sai che dramma, o che pericolo, sarebbe fissare il coprifuoco alle 23 invece che alle 22), dico che la stabilità di un governo chiamato a risolvere un'emergenza è assai più importante dei dettagli dell'emergenza stessa, come insegna anche il precedente di Conte. Io non penso che il governo Draghi sia indebolito da questo colpo di scena. A indebolirsi è il centrodestra i cui tre soci, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia sulla stessa cosa ieri hanno votato in tre modi diversi (favorevole, astensione e contrario). Non è così che si può immaginare di costruire una alternativa credibile alla sinistra. Nulla di grave per carità, ma attenzione che gli elettori hanno la memoria più lunga di quanto si creda».

ALLERGIA ALLE SANIFICAZIONI FRA GLI AUTISTI DEI BUS

Si torna a scuola, in presenza, non al 100 per cento ma comunque al massimo delle possibilità. E i trasporti? Il Messaggero dà notizia di una brutta malattia di alcuni autisti romani di autobus, alla vigilia della riapertura delle scuole. C’è una sindrome da “allergia alle sanificazioni”.

«Nel corpaccione degli autisti dell'Atac, municipalizzata con un tasso di assenteismo tra i più alti d'Italia, si è addentrato un nuovo malanno, fin qui sconosciuto: l'«allergia alle sanificazioni». La scoperta, in odore di premio Nobel per la medicina, si deve agli stessi conducenti, che naturalmente si sono subito premurati di informare la direzione del Personale, chiedendo di essere esentati dai faticosi turni alla guida dei bus. Gli stessi bus finiti nel mirino del Nas per le pulizie maldestre, spruzzate di disinfettante alla buona, che tutto scrostavano da maniglie e sedili, tranne che il Covid: quello, come è stato appurato dai carabinieri durante i blitz di inizio aprile, rimaneva a bordo perfino sulle vetture che risultavano «appena sanificate» dalle ditte esterne. Tutto farebbe pensare che le famose «igienizzazioni» anti-virus siano realizzate non proprio a regola d'arte, eppure tra gli autisti c'è chi si lamenta all'opposto, per un eccesso di lindezza. Tanto da chiedere di essere spostato ad altra mansione, «possibilmente all'esterno», di sicuro lontano dal volante. Sarà un caso, ma questo tipo di richiesta viene recapitata all'Atac proprio a ridosso della ripresa delle lezioni in classe al 100%, quando cioè le navette torneranno a riempirsi, specialmente all'ora di punta. Nel quartier generale dell'Atac sono arrivate 20 richieste di «esonero dalla guida» da marzo. E il rischio è che sia solo la punta di un iceberg di rinunce: almeno un centinaio di autisti, secondo fonti interne all'azienda, potrebbe accodarsi ora che riaprono le scuole».

NIENTE PIÙ SUPERLEGA

Prima via gli inglesi, poi tutti gli altri. La Super Lega è già finita, ancor prima di cominciare. E adesso si temono ripercussioni e conseguenze. Anche perché la Uefa ha riammesso e perdonato tutti i figliuol prodighi, tranne uno: Andrea Agnelli.

«La mattinata era cominciata con la Juventus ancora ufficialmente dentro alla Superlega. Ma ben presto Agnelli era stato costretto ad ammettere il fallimento del progetto, già evidente dalla notte precedente: «Dobbiamo essere franchi e onesti, non può andare avanti. Resto convinto della bellezza del progetto, avremmo creato la migliore competizione del mondo». Da lì a breve seguirà l'annuncio del club, senza tracce di scuse - del resto nei sondaggi il popolo juventino era l'unico in maggioranza favorevole al nuovo scenario - e anche senza alcuna menzione ai tifosi stessi. Il tonfo in Borsa per il secondo giorno consecutivo (-13,7% ieri a Piazza Affari), dopo il +18% all'apertura dei mercati lunedì mattina, completa un quadro più grigio che bianconero perché anche i presidenti sono giudicati dai risultati, soprattutto quelli economici. E la Juve dei nove scudetti consecutivi oggi è una società attraversata da una crisi profonda alla quale si aggiunge adesso un danno di immagine globale anche nelle relazioni con le istituzioni e con gli altri club in Italia e all'estero. «Le relazioni ci sono, ne ho viste tante cambiare nel tempo - chiosa Agnelli con realismo -. Sono certo che le persone saranno aperte al dialogo, però non credo che questa industria sia sincera, affidabile e credibile». Nel dubbio, il presidente della Uefa, Ceferin, padrino della figlia del numero uno juventino, tra ieri e martedì ha chiamato al telefono tutti gli scissionisti tranne Agnelli, dopo averlo apostrofato lunedì come bugiardo. Exor smentisce in modo categorico le voci sempre più insistenti di un addio di Agnelli alla presidenza bianconera: «Ora mi concentrerò solo sulla Juve» rilancia lui, che dal 2017 era diventato anche numero uno di Eca, l'associazione dei club europei. La mossa della Superlega è stata concordata, come è naturale, con Exor e quindi con John Elkann. L'esito è stato catastrofico sia sul piano pratico che su quello dell'immagine internazionale. L'ossigeno ai conti potrebbe arrivare in tempi brevi dall'ingresso di un fondo di private equity come socio di minoranza. E anche sul fronte puramente sportivo c'è una qualificazione alla Champions tuttora da conquistare. Il campionato termina tra un mese, un arco di tempo che permette di approfondire eventuali soluzioni per la successione: la figura di Alessandro Nasi, cugino di Andrea e John, oltre che compagno di Alena Seredova ex moglie di Gigi Buffon, resta quella più accreditata. Quarantasei anni, manager dal curriculum molto solido, riservato a dir poco, Nasi ha vissuto a lungo a New York, con esperienze in Merryl Linch e Jp Morgan, prima di tornare nel gruppo di famiglia, dove è cresciuto sotto l'ala di Sergio Marchionne. Oggi è vicepresidente di Exor e presidente di Comau, azienda del gruppo Stellantis che si occupa di robotica. Se dovesse vincere la «volata» tra cugini, Nasi non sarebbe un presidente in prima linea nella gestione sportiva: in questo senso, pensare a un ritorno a Torino dell'ex ad Beppe Marotta, per quanto lui stesso abbia smentito con forza l'ipotesi anche di recente, non è fantamercato: i rapporti con John Elkann sono eccellenti. Come non lo è il possibile sbarco a Torino di due leggende del recente passato: David Trezeguet, che studia da d.s., e Alessandro Del Piero, che potrebbe prendere il posto di vicepresidente, oggi di Pavel Nedved: i più amati dai tifosi per completare una rivoluzione completa. Anche se nessuno come Agnelli sa che certe rivoluzioni possono finire prima di cominciare.»

LA LINEA 5S: IL CASO GRILLO È UN FATTO PRIVATO

Nella quasi totale assenza del Caso Grillo dalle pagine del Fatto, spicca un appello, pubblicato nella pagina dei lettori, di alcuni attivisti che sostengono due principi. 1. Il video di Grillo è una vicenda familiare privata, non c’entra con il MoVimento. 2. Bisogna dialogare fra le anime dei 5 Stelle e mantenere la piattaforma Rousseau.   

«La vicenda familiare che sta travolgendo Grillo colpisce tutti noi attivisti e rischia di essere usata dagli avversari politici per attaccare e indebolire in modo strumentale il M5S. In questo momento così delicato, riteniamo sia necessario considerare separatamente la vicenda umana e giudiziaria del fondatore e garante del MoVimento dalle sorti del MoVimento stesso, che in questo periodo sta vivendo una fase di profonda trasformazione ed evoluzione, lasciando che la giustizia faccia il proprio corso. Gli iscritti, gli attivisti e tutti quelli che si riconoscono nella base del Movimento, vivono ormai da mesi una situazione conflittuale in cui i vertici non comunicano con la base, i portavoce eletti in Parlamento sotto il simbolo del M5S confliggono tra loro su questioni incomprensibili, mentre tutta la nazione è in stato di difficoltà, con 15 milioni di poveri in arrivo, cittadini senza la prospettiva futura di un'occupazione dignitosa e duratura. Questa lettera aperta vuole essere un'esortazione a serrare le fila, a riflettere sul fatto che la situazione conflittuale non potrà che portare alla disgregazione del MoVimento. (…) Chiediamo di continuare a utilizzare e sviluppare la piattaforma Rousseau, perché nel corso degli anni essa, grazie al contributo degli attivisti, ha dimostrato di essere patrimonio del MoVimento, un esercizio costante di democrazia diretta, un ecosistema non rigenerabile che andrebbe irrimediabilmente perso. Auspichiamo che il documento collettivo prodotto da tutti gli attivisti per gli Stati Generali possa essere attuato nell'ambito del processo evolutivo del MoVimento. Infine, esortiamo coloro che si devono parlare affinché lo facciano, con umiltà, e lo facciano presto».

Un durissimo Roberto Saviano sul Corriere analizza il video di Beppe Grillo, sottolineandone il carattere profondamente “manettaro”.

«Beppe Grillo si è ridotto a utilizzare la sua enorme popolarità politica per fini privati, incurante di umiliare le esponenti e gli esponenti del suo stesso movimento che tanto si sono spese e spesi perché alle donne fosse consentito il massimo tempo possibile per denunciare una violenza subita.  (…) Ma dalle parole di Grillo traspare anche altro, e non si può non pensare a quanto gli avvocati del figlio siano disperati dopo una tale intemerata. Pare quasi che il comico-politico abbia atteso pazientemente la fine delle indagini— nonostante ci si trovi in una fase all’esito della quale la Procura potrebbe ancora chiedere l’archiviazione degli atti — per poi reagire pesantemente e in apparenza d’istinto; quasi che avesse diverse aspettative, e non solo in veste di padre. Come pure è assai interessante il passaggio sulla custodia cautelare alla quale Ciro Grillo e i suoi amici sarebbero «scampati». Grillo sembra voler far intendere che, siccome il figlio non è stato arrestato, allora è innocente. Molti hanno scritto che oggi Grillo è garantista con sé dopo essere stato giustizialista con tutti gli altri: ma cosa c’è di più giustizialista della equiparazione tra custodia cautelare e colpevolezza? Soprattutto in un Paese come l’Italia, che negli ultimi trent’anni ha pagato quasi un miliardo di euro per risarcire migliaia di ingiuste detenzioni cautelari. (…) Grillo continua, anche quando parla di suo figlio, a considerare la custodia cautelare alla stregua di una sentenza di colpevolezza e questo è assolutamente coerente con la sua storia, che non è una bella storia. E così, un’ultima considerazione — ultima non per importanza — può essere fatta oggi grazie al suo latrato, e riguarda il potere cautelare esercitato in Italia dall’Autorità giudiziaria, i cui limiti, data l’entità dei risarcimenti per ingiusta detenzione, evidentemente meritano una profonda riflessione da parte del legislatore. Grillo si chiede perché suo figlio non sia stato arrestato, io mi chiederei piuttosto come sia potuto accadere che un numero così enorme di cittadini è stato ingiustamente privato della propria libertà personale in questi anni. Si può concludere pensando che, nonostante tutte le bestialità dette, lo sfogo di Grillo in fondo un’utilità l’abbia avuta perché, ragionando al contrario di come fa lui, si ha sempre la possibilità di trovare la via per capire bene cosa accade. Ed è questo, forse, il suo estremo contributo alla nostra vita pubblica: l’aver confermato, ancora una volta, che coloro i quali giudicano tutti, non tollerano di essere a loro volta giudicati e non riconoscono alcuna autorità a chi per legge è chiamato a farlo».

RECOVERY PLAN. LETTA CHIEDE RIFORME E PATTO SOCIALE

Mentre il mondo politico sembra altrove, è il Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza il terreno su cui si gioca la partita più importante dei prossimi otto giorni. Il Piano è pronto, rivela il Corriere, ed è lungo 318 pagine, con tabelle e grafici.

«Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) di Mario Draghi per ricostruire l'Italia dopo il coronavirus conta 318 pagine ricche di tabelle e grafici. Sarà al centro del Consiglio dei Ministri di domani e poi della discussione parlamentare lunedì e martedì prossimi. Infine sarà approvato in una nuova riunione del CdM e inviato a Bruxelles. Obiettivo ottenere i 191,5 miliardi destinati dall'Unione europea al nostro Paese per il periodo 2021-2026. Il Piano prevede 6 missioni e 16 categorie di spesa, ognuna delle quali suddivisa in un elenco dettagliato di progetti di investimento, accompagnati da un cronoprogramma di realizzazione, condizione per ottenere i pagamenti dall'Ue, che avverranno appunto sullo stato di avanzamento dei lavori. Solo l'anticipo, pari a circa 23-24 miliardi, arriverà con una procedura diversa, entro fine luglio, a patto che la commissione approvi il Pnrr. Sarà la prima tranche per avviare già quest' anno la trasformazione del Paese all'insegna della digitalizzazione, della rivoluzione green e di un massiccio programma di investimenti. Ma vediamo come si suddivide il Piano nelle sue sei missioni, in ordine decrescente di spesa: 57 miliardi sono destinati alla «Rivoluzione verde e transizione ecologica», di cui 22,4 per finanziare progetti già in essere; 43,5 miliardi alla «Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura» e sono quasi tutti per progetti aggiuntivi (solo 4,3 miliardi per interventi in corso); 32,3 miliardi a «Istruzione e ricerca» (7,7 la parte per progetti in essere); 25,3 miliardi a «Infrastrutture per una mobilità sostenibile», poco più della metà per progetti nuovi; 17,6 miliardi per «Inclusione sociale» (4,3 miliardi per progetti in essere); 15,6 per la «Salute», che quindi resta all'ultimo posto come nel piano Conte, ma con quasi tutte le risorse aggiuntive. Delle 16 categorie di spesa, quella più grande, più di 27 miliardi, riguarda la digitalizzazione del sistema produttivo. Al secondo posto, con 25 miliardi l'alta velocità ferroviaria. Tra le altre voci, ci sono 11,6 miliardi per l'efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici. (…) Dei 191,5 miliardi 68,9 arriveranno sotto forma di trasferimenti, cioè a fondo perduto, e 122,6 come prestiti. Il governo cercherà di ottenere fin dall'anticipo di luglio la massima parte di trasferimenti possibile, per non aggravare il debito pubblico. A pagina 290 è descritta la governance: «Coordinamento centralizzato» al ministero dell'Economia e una «Cabina di Regia per il Pnrr» a Palazzo Chigi. Sarà assicurato il coinvolgimento degli enti locali. In Germania, intanto, i giudici di Karlsruhe hanno respinto la richiesta di sospendere la ratifica del Recovery fund. Il Piano può andare avanti».

L’intervento di Enrico Letta, segretario del Pd, sul Corriere della Sera, riguarda proprio la visione che dovrebbe ispirare il Piano.

«Si tratta ora di cominciare a scrivere, condividere e rendere operativo sui territori un grande Patto per la ricostruzione del Paese. Il modello per noi è quello dell’accordo voluto da Ciampi nel luglio ‘93. Segnò una svolta nella storia economica del Paese, con imprese e lavoratori protagonisti della ripresa. Il parallelismo è forte, me ne rendo conto. Il patto di Ciampi spianò la strada al superamento della crisi strutturale del ‘92-93. Quella di oggi, di crisi, è diversa, più drammatica e pervasiva nel suo impatto sul nostro stesso sistema di vita e di relazioni, sul modo di produrre, lavorare, consumare. Uscirne, oggi come allora, sarà dura, ma a differenza del passato avremo dalla nostra la possibilità di sfruttare risorse considerevoli, benché molte a debito. Risorse mai così ingenti dal secondo dopoguerra a questa parte. C’è lo spirito giusto per vivere questo passaggio d’epoca superando i particolarismi e rimboccandoci tutti le maniche per l’interesse generale? Ci sono segnali contrastanti, ma io mi auguro ancora di sì. (…) Soprattutto la Lega di Salvini deve decidere una volta per tutte se sta al governo o se sta all’opposizione: stare in entrambi è impossibile, evidentemente. La verità è che solo una tregua sulla ricostruzione tra le forze politiche che collaborano nel sostegno a Draghi può consentirci di vivere una nuova stagione di concertazione. Concertazione che oggi, però, deve essere qualcosa di più: deve essere condivisione e corresponsabilità. L’orizzonte è quello dello sviluppo sostenibile. L’obiettivo dare alle imprese e ai lavoratori gli strumenti necessari per competere nel mondo del post pandemia, come sottolineato nell’editoriale di Dario Di Vico sul Corriere del 21 aprile. Il metodo sono le riforme. Fisco, Pubblica Amministrazione, ammortizzatori sociali, politiche attive per il lavoro: senza una trasformazione anche radicale in primo luogo in questi ambiti rischiamo tutti, come sistema, di non essere semplicemente attrezzati a sfruttare la svolta di Next Generation Eu. Un Patto per la Ricostruzione - elaborato dal governo con tutte le parti sociali, con il coinvolgimento fattivo dei sistemi territoriali e con il sostegno genuino delle forze politiche - può essere l’occasione per potenziare quel che sin qui è stato insufficiente, poco chiaro, farraginoso». 

“MODIFICHIAMO LA LEGGE ZAN E VOTIAMOLA”

Avvenire continua a seguire, in splendida solitudine, il dibattito a sinistra sulle modifiche alla legge Zan. Il capo gruppo di Italia Viva al Senato ha portato ieri in Aula alcune osservazioni raccolte dal giornale in queste settimane. La sua proposta è: modifichiamo il testo e approviamolo.  

«Sono bastate poche parole, pronunciate ieri mattina in Aula dal presidente dei senatori di Italia Viva Davide Faraone, perché il dibattito sul ddl Zan contro l'omofobia e la transfobia si infuocasse di nuovo. «Il ddl Zan può essere trattato, trovando condivisione tra le forze, con le proposte di modifica che anche noi vogliamo avanzare», ha scandito nel suo intervento il capogruppo renziano, che ha citato le interviste, pubblicate tra le altre nei giorni scorsi su queste pagine, all'attivista omosessuale Paola Concia e alla senatrice del Pd Valeria Valente. «Ci sono modifiche proposte da esponenti politici anche del Pd e della società civile che meritano una seria riflessione: possiamo mostrare maturità, votando insieme questo ddl in Aula. Nostro obiettivo è portare a casa la legge sull'omofobia e uscire dallo stallo. Italia Viva chiede da settimane in Commissione Giustizia di sbloccare lo stallo e avviare la discussione del disegno di legge» ha concluso. Senatore Faraone, si aspettava di essere attaccato così duramente? «Hanno accusato me e Italia Viva di voler affossare la legge, con argomenti e modi aggressivi. No, non me lo aspettavo, anche perché gli attacchi, anche violenti, sono in aperta antitesi con i principi sostenuti dalla legge che gli stessi dicono di voler difendere. Ma poi da chi dovrei prendere lezioni? Da chi ha votato contro le unioni civili? Da chi non ha proferito parola dopo il video di Beppe Grillo?» Agli attacchi come risponde? «Dico che Italia Viva si sta battendo per far incardinare il provvedimento al Senato e trattarlo. I senatori del mio gruppo vogliono esercitare le loro funzioni. Respingo l'idea del 'prendere o lasciare', per rilanciare il processo democratico del Parlamento. Invece temo che si stia usando il ddl Zan per giustificare agli occhi del proprio elettorato il sostegno allo stesso governo Draghi. Siccome alcune forze politiche hanno il problema di dimostrare le proprie diversità, che vengono annacquate dal sostegno al governo Draghi, le enfatizzano in un momento in cui invece bisogna cercare l'unità. Nessuna drammatizzazione ci deve essere su un tema importante e delicato come questo e che ci vede da sempre in prima linea: credo debba essere affrontato e risolto in modo rapido da questo Parlamento, trovando una condivisione politica ampia per approvare la miglior legge possibile». È una critica rivolta alla Lega? «Dico solo che è inaccettabile che si pratichi l'ostruzionismo per impedire la possibilità di discuterne». Quali sono le perplessità di Italia Viva sul testo del ddl Zan? «Presenteremo pochissimi emendamenti mirati. Per ora dico solo che condivido alcuno delle critiche espresse da esponenti politici e della società civile su Avvenire, sulla classificazione e le categorie delle discriminazioni. Non esiste solo 'Pillon'o 'il testo così com' è', c'è lo spazio per migliorare il testo. Rivendico questo diritto democratico sancito dalla Costituzione e il mio dovere di parlamentare di esercitarlo». 

LA CORSA DEI SINDACI: ZINGA E ALBERTINI IN POLE POSITION

Dunque ci sono due indecisi per due città che votano il rinnovo della carica a Sindaco nella prossima primavera. Sono due i candidati che potrebbero battere i sindaci uscenti: Zingaretti a Roma ed Albertini a Milano. Ecco Repubblica su Zinga, con Giovanna Vitale:  

«C'è chi dice che sia il 10 maggio la data da cerchiare in rosso sul calendario, chi invece sostiene che bisognerà aspettare il 15, quando scadrà il termine (non ancora fissato ufficialmente) per presentare le candidature alle primarie del centrosinistra in programma il 20 giugno. Nell'attesa, ogni pronostico resta un azzardo. Per sapere se il jolly che il Pd intende giocare a Roma, quello di Nicola Zingaretti, sarà della partita oppure no, servono almeno tre settimane. Il tempo necessario per creare le condizioni senza le quali l'unico nome ritenuto in grado di riconquistare con certezza il Campidoglio - in qualsiasi schema e contro qualunque avversario - non prenderà neppure in esame l'idea di gettarsi nella mischia. Nonostante tutti i sondaggi lo vedano svettare, in quanto a fiducia e chance di vittoria, una ventina di punti sopra gli altri. Il sentiero è però strettissimo e la tempistica tutt' altro che favorevole. Ma i bookmakers, che fino a qualche giorno fa non accettavano scommesse, ora quotano alta la discesa in campo dell'ex leader». 

Ed ecco l’endorsement dai toni sempre un po’ esagerati di Vittorio Feltri su Libero, che implora ad Albertini di sciogliere dubbi e riserve, in linea col Capitano.

«Caro Gabriele Albertini, varie volte ti ho chiesto di ricandidarti a sindaco di Milano per fronteggiare le emergenze di questa città umiliata da una amministrazione sgangherata. Mi rendo conto che un individuo come te non abbia più voglia di cimentarsi in un incarico impegnativo, direi faticoso, e soprattutto ingiustamente mal pagato. Tuttavia ci sono momenti in cui gli uomini capaci e saggi sono indispensabili alla collettività. In effetti, se uno è affetto da una grave malattia è costretto a rivolgersi a un medico esperto, così spera di salvarsi. Allo stesso modo i milanesi, consapevoli di vivere in una metropoli allo sbando, hanno bisogno non di un sindaco ammazzasette, il quale pensa alle piste ciclabili e ai pattini a rotelle, causa della mancata fluidità del traffico, bensì di un politico abile, un "manico" di sicuro affidamento come sei tu. La gente necessita di te per campare decentemente e faccio appello al tuo senso civico: ti prego, rientra a Palazzo Marino e dagli una ripulita nonché la dignità e l'efficienza di un tempo, quando lo guidavi tu con maestria e realizzando una serie di opere pubbliche che hanno condotto Milano al livello di sviluppo delle migliori capitali europee».

LA CONDANNA DI MINNEAPOLIS

Dall’estero: condanna esemplare per il poliziotto che ha ucciso George Floyd, soffocandolo durante un fermo di polizia a Minneapolis. Trump ha fatto scuola: Biden è intervenuto più volte prima della sentenza e poi l’ha commentata come un “passo da gigante” per gli Usa. Giuseppe Sarcina sul Corriere.

«Dalla gioia di Minneapolis alle manovre di Washington. Subito dopo il verdetto del processo Floyd, l'attenzione si è spostata sulla capitale della politica americana. Joe Biden è intervenuto pubblicamente martedì mattina, quando ancora i 12 giurati erano riuniti in camera di consiglio: «Prego perché il verdetto sia giusto». Poi, in serata, quando la giuria ha condannato l'ex poliziotto Derek Chauvin per tutti e tre i capi di imputazione, il presidente americano si è presentato davanti alle telecamere, insieme con la vice Kamala Harris. E ha iniziato così: «Quello di George Floyd è stato un omicidio in pieno giorno». La doppia uscita di Biden ha suscitato la reazione dei repubblicani: la Casa Bianca non dovrebbe fare pressione, neanche indiretta, sui tribunali. Un argomento oggettivamente fondato. D'altra parte veniamo da quattro anni in cui Donald Trump insultava apertamente i giudici considerati ostili alle politiche del governo o al suo business privato. In ogni caso la lotta al razzismo sistematico, «una macchia sulla coscienza della nazione», come ha aggiunto Biden, è parte integrante dell'identità politica di questa Amministrazione. Tanto che ieri, il ministro della Giustizia, Merrick Garland, ha annunciato «un'inchiesta» sulla gestione del Police Department di Minneapolis, «per accertare che non ci siano stati comportamenti strutturalmente scorretti». «Sistema», «Struttura» sono i termini chiave. Biden si è messo in sintonia con le reazioni della comunità afroamericana, classificando come «una rarità» la sentenza che forse spedirà Chauvin in galera a vita (l'entità della pena sarà fissata tra sei-otto settimane). Nello stesso tempo, il leader degli Stati Uniti sostiene che a Minneapolis è stato fatto «un passo gigante verso il cambiamento». 

PUTIN AVVERTE: NON OLTREPASSATE LA LINEA ROSSA

Ieri giornata di mobilitazione in tutta la Russia per chiedere la libertà dell’oppositore Navalny. Putin ha tenuto un discorso ufficiale, che è suonato come un avvertimento all’Occidente: non oltrepassate la “linea rossa”, altrimenti ci sarà una “risposta asimmetrica, rapida e dura”. La cronaca da La Stampa.

«Il Cremlino ha represso con un'ondata di fermi le proteste per chiedere la liberazione di Alexey Navalny, l'avversario numero uno di Putin in sciopero della fame dietro le sbarre da ormai tre settimane e in pericolo di vita secondo alcuni medici. Secondo l'ong Ovd-Info, oltre mille manifestanti - ma questa cifra potrebbe essere destinata ad aumentare - sono stati trascinati nelle camionette della polizia proprio nel giorno in cui Putin ha lanciato un secco avvertimento all'Occidente: non oltrepassate «la linea rossa» altrimenti la risposta «sarà asimmetrica, rapida e dura». Dove sia questa «linea rossa» però Putin non lo ha voluto dire. «Lo decideremo da noi per ogni caso concreto», ha affermato nel suo discorso annuale all'élite politica del Paese aggiungendo poi che «gli organizzatori di qualunque provocazione che minacci gli interessi di base della sicurezza» della Russia «si pentiranno come non succede da tempo». Le parole di Putin arrivano in un momento di tensione nei rapporti tra Mosca e Occidente sia per il concentramento di truppe russe non lontano dal confine con l'Ucraina sia per il caso di Navalny, sbattuto in galera non appena ha rimesso piede a Mosca dopo essere stato curato in Germania per un avvelenamento dietro il quale si sospettano i servizi segreti russi. Le autorità domenica hanno trasferito l'oppositore nell'ospedale di un carcere ma sostengono che le sue condizioni siano «soddisfacenti». Secondo i suoi medici di fiducia, la situazione è invece molto grave: Navalny - affermano - rischia un arresto cardiaco o un'insufficienza renale. È in questa situazione ritenuta di emergenza che l'opposizione ha deciso di stringere i tempi e scendere in piazza ieri, in un giorno lavorativo e nonostante mancassero ancora 40.000 adesioni online all'obiettivo dei 500.000 iscritti alla protesta. Da Vladivostok al Baltico, migliaia di persone hanno manifestato in oltre cento città della Russia sfidando la polizia e i divieti. Ma forse - sottolinea la Reuters - la partecipazione è stata inferiore rispetto alle proteste di gennaio. Il centro di Mosca era transennato e blindato dagli agenti. La folla non ha potuto raggiungere Piazza del Maneggio, dove era previsto il raduno, e ha attraversato in corteo le vie della capitale con i faretti dei cellulari accesi».

IL PAPA E IL ROSARIO PER IL PROSSIMO MESE

Ieri Papa Francesco ha dedicato la catechesi del mercoledì alla preghiera, in particolare alla preghiera “vocale”, la più sicura perché “si può sempre esercitare”. Nel Padre Nostro “c’è tutto”, ha detto ed ha ricordato l’esempio del pellegrino russo, per il quale la preghiera “alla fine diventa parte del suo respiro”. Il Papa ha lanciato una grande iniziativa per il mese di maggio. Ecco come Avvenire ne dà notizia.

«È stata dedicata alla preghiera vocale la catechesi settimanale del Papa. Anche ieri l'udienza generale si è tenuta nella Biblioteca del Palazzo apostolico. Al termine, rivolgendosi ai fedeli di lingua italiana, Francesco ha auspicato che «il tempo pasquale» favorisca in tutti «la rinascita nello Spirito Santo, per vivere una vita nuova, piena di amore e di entusiasmo». Un clima che verrà alimentato giorno per giorno durante il mese di maggio che, come indica una nota della Sala Stampa vaticana, «per vivo desiderio» del Papa «sarà dedicato a una maratona di preghiera sul tema "Da tutta la Chiesa saliva incessantemente la preghiera a Dio (At 12,5)"». L’iniziativa, prosegue il comunicato, «coinvolgerà in modo speciale tutti i santuari del mondo, perché si facciano promotori presso i fedeli, le famiglie e le comunità della recita del Rosario per invocare la fine della pandemia. Trenta santuari rappresentativi, sparsi in tutto il mondo, guideranno la preghiera mariana, che verrà trasmessa in diretta sui canali ufficiali della Santa Sede alle 18 di ogni giorno». Papa Francesco aprirà questa grande preghiera il 1° maggio e la concluderà il 31 maggio».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Oggi appuntamento con l’intervista ad un protagonista della vita pubblica.