L'esempio di Lodi

Un 22enne figlio di un medico morto di Covid sfida la piazza dei No Pass. Il Governo decide su scuola e trasporti. Stasera altre manifestazioni. Giustizia, accordo difficile. Caos su Amara.

Non so se il 22enne Marco Natali abbia mai letto un libro di Vaclav Havel, Il potere dei senza potere. Ma quello che ha fatto in piazza a Lodi avrebbe fatto felice l’intellettuale che diventò Presidente della Cecoslovacchia. Natali è il figlio di un medico di Codogno morto per Covid e quando ha sentito il comizio degli anti Green pass in piazza a Lodi, sabato scorso, è intervenuto per dire che no, il Covid non era un’invenzione, era una malattia mortale e che se suo padre avesse fatto in tempo a vaccinarsi, sarebbe stato ancora vivo. Sfidando la piazza. Un esempio civile.

Stasera tornano in piazza in diverse città i manifestanti contro il Green pass. Ieri alla manifestazione di Roma erano 500 i ristoratori che protestavano a piazza del Popolo. Prosegue a buon ritmo la campagna vaccinale. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 581 mila 898 vaccinazioni. Il Governo entro giovedì interverrà su scuola e trasporti, vedremo come.

Nel frattempo la questione giustizia continua ad agitare il mondo politico. Ieri c’è stato un tentativo, in Commissione, di cambiare la riforma del processo attraverso una norma che avrebbe mutato la posizione di Berlusconi nel processo Ruby Ter. Non è passato. Così come solo per due voti non è stato approvato l’affossamento di ogni riforma proposto dai fuoriusciti dei 5 Stelle. Insomma fra Lega-FI e 5 Stelle Draghi e Cartabia rischiano di non farcela. Acque molto agitate anche nel Csm per il caso della loggia Ungheria, dopo la lettera dei Pm milanesi.

Udienza fiume ma poi rinvio per il processo in Vaticano, dove il cardinale Becciu si è presentato come imputato. Da Tokyo buone notizie per le medaglie e vittoria morale di Federica Pellegrini che nella nostra notte ha nuotato la finale dei 200 stile libero. Prima nuotatrice nella storia a farlo per cinque Olimpiadi di fila. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Vaccini e scuola. Il Corriere della Sera si concentra sul: Piano per il ritorno in classe. Per la Repubblica è più complicata: La scuola dice no al governo. Invece La Stampa ha una certezza: «A settembre scuola in presenza». Il Messaggero riassume i prossimi impegni di governo: «Pass per scuola e trasporti».
Il Mattino sottolinea che ci sarà un obbligo: Il «green pass» obbligatorio anche per scuola e trasporti. La Verità si straccia le vesti perché in rianimazione ci finiscono quasi solo i No Vax: In ospedale rappresaglie su chi non si è vaccinato. Il Quotidiano nazionale cerca di dare una buona notizia: Segnale da Londra: il virus si ritira. Per Libero con green pass e giustizia: Ora Draghi rischia la faccia (e la pelle). C’è un rischio anche secondo il Giornale ma per il pm di Milano contro il Cavaliere: A rischio De Pasquale. Il giudice anti Berlusconi. A proposito di giustizia, Il Fatto va sul blitz della destra sventato in commissione: La giustizia di Lega e FI: salvare B. dal Ruby-ter. Avvenire promuove reddito di cittadinanza e reddito di emergenza: Bonus per davvero. Il Sole 24 Ore ha numeri confortanti: Corsa del Pil, Italia batte Germania. Il Manifesto mette una grande foto dell’incidente all’impianto chimico di Leverkusen: Non c’è pace in Vestfalia. Il Domani se la prende con Bruno Tabacci: Così Leonardo ha assunto il figlio del braccio destro di Mario Draghi.

SCUOLA E TRASPORTI, SI DECIDE

Delle tre questioni lasciate in sospeso la scorsa settimana dal Governo, scuola trasporti e lavoro, si interverrà almeno sulle prime due nelle prossime ore. Fiorenza Sarzanini per il Corriere.

«Piano di riapertura delle scuole in presenza e obbligo di green pass per salire su navi, treni e aerei dal 6 agosto: sono queste le due novità che il governo guidato da Mario Draghi inserirà nel decreto all'esame del Consiglio dei ministri convocato per giovedì. La norma sull'eventuale obbligo vaccinale per i docenti e il personale scolastico potrebbe essere invece rinviata a fine agosto, quando si verificherà la percentuale di persone immunizzate e si valuterà se sia ancora necessario un intervento legislativo. Anche perché ieri l'associazione dei presidi ha rilanciato chiedendo al titolare dell'Istruzione Patrizio Bianchi di estenderlo agli studenti, ma su questo la Lega con Matteo Salvini ha già alzato le barricate e l'orientamento è quello di evitare altre tensioni in maggioranza. La decisione definitiva sarà presa comunque nella cabina di regia convocata per domani dopo l'incontro tra lo stesso Bianchi, la titolare degli Affari Regionali Mariastella Gelmini, quello della Salute Roberto Speranza e i governatori. Bianchi è stato esplicito, in linea con quanto già dichiarato dal premier Draghi: si deve tornare tutti in classe. Per questo domani sarà presentato il «piano scuola» che ricalca le indicazioni del Comitato tecnico scientifico. Per evitare la didattica a distanza è già stato «raccomandato il rapido completamento della campagna di vaccinazione del personale della scuola (docente e non docente), come pure degli studenti a partire dai 12 anni». Il confronto con i ministri servirà a decidere se questa raccomandazione debba trasformarsi in obbligo ma su questo, come conferma il titolare della Salute «la discussione è ancora in corso». Secondo i dati a disposizione della struttura guidata dal commissario Francesco Paolo Figliuolo ha già ricevuto la doppia dose di vaccino oltre il 78% di personale scolastico. «In realtà siamo all'85,5 %, molto al di sopra della media nazionale», chiarisce Bianchi. Ci sono però disparità tra le regioni. Abruzzo, Basilicata, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Puglia, Molise, Veneto viaggiano spedite mentre altrove la campagna va a rilento e non è escluso che alla fine - se i numeri relativi alle persone immunizzate non dovessero aumentare - si opti per l'obbligatorietà. Al momento sono 222 mila le persone che non hanno ricevuto nemmeno una dose, ma in molti casi le prenotazioni sono già state effettuate almeno per la prima iniezione e questo fa presumere che entro la fine di settembre il numero possa diminuire in maniera significativa. Altrimenti non è escluso che si intervenga con un decreto che fissi il tetto minimo di insegnanti vaccinati. Il piano messo a punto dallo staff del ministro Bianchi prevede comunque di garantire la presenza in classe «con il distanziamento interpersonale in posizione seduta» e dove non sarà possibile «l'adozione delle altre misure, ormai ben note, di prevenzione del contagio. Ivi incluso l'obbligo di indossare mascherine chirurgiche nei locali chiusi». Il capitolo fondamentale rimane quello del trasporto pubblico che - come sottolineato più volte dagli scienziati e dal Cts nei pareri inviati al governo - senza regole di protezione può favorire la circolazione del virus. Il confronto con le Regioni servirà dunque per fare il punto sul potenziamento dei mezzi nelle principali città alla ripresa della scuola. In modo da intervenire per tempo ed evitare i problemi che lo scorso anno hanno contribuito a far rimanere a casa gli studenti a giorni alterni. L'obbligo di green pass per il trasporto pubblico al momento non è previsto, anche perché sarebbe quasi impossibile poterne verificare il possesso da parte dei passeggeri. Anche di questo si parlerà comunque nel confronto di giovedì, senza escludere di poter trovare una soluzione che vada proprio in questa direzione. Già dal 6 agosto potrebbe invece essere obbligatorio esibire il green pass prima di imbarcarsi su navi e aerei o di prendere un treno. Nel decreto varato la scorsa settimana per imporre la certificazione verde in tutte le zone bianche per le attività al chiuso - ristoranti, palestre e piscine, cinema e teatri, stadi e concerti, eventi e convegni - i trasporti di lunga percorrenza non erano stati inseriti proprio con l'intenzione di emanare un nuovo provvedimento che lo rendesse obbligatorio alla fine del mese, quando si rientra dalle vacanze trascorse in Italia, ma anche all'estero. L'aumento della curva epidemiologica nel nostro Paese e soprattutto all'estero, l'alto numero di prenotazioni anche di stranieri, sembrano però aver convinto l'esecutivo sulla necessità di anticipare i tempi proprio per evitare che - come accaduto la scorsa estate - il ritorno a casa dei cittadini coincida con una nuova impennata dei contagi. E dunque già dal 6 agosto potrà salire a bordo soltanto chi avrà ricevuto almeno la prima dose di vaccino quattordici giorni prima, chi è guarito dal Covid nei sei mesi precedenti, chi ha effettuato un tampone nelle 48 ore prima del viaggio».

Lungo articolo di approfondimento di Milena Gabanelli sulle fake news a proposito della pandemia.

«In migliaia sono scesi in piazza: prima contro i divieti di spostamento, poi contro l'uso delle mascherine. Volevano tornare ad una vita normale. Come tutti noi del resto. Ora protestano contro l'unica cosa che può restituirci la vita normale: il green pass. Non vogliono vaccinarsi, ma vorrebbero impedire ai vaccinati di potersi muovere in aree sicure. Il disorientamento è comprensibile dopo un anno e mezzo in cui virologi ed epidemiologi si scontrano nella gara di visibilità, i politici che dicono qualunque cosa purché contro il partito avverso, mentre stampa e tv danno voce a tutti, inclusi quelli che non hanno titolo per dire alcunché. E alla fine uno dice «non credo più a nessuno». In realtà chi decide di non vaccinarsi a qualcuno crede. Il sito indipendente di verifica delle notizie NewsGuard , di cui oggi si avvale l'Organizzazione mondiale della Sanità, monitora da anni la disinformazione in Rete. (…) La scorsa settimana NewsGuard ha inviato l'ultimo report all'Oms e denuncia che gli algoritmi di Facebook continuano a consigliare agli utenti reti di pagine no vax e di disinformazione medica, e che la piattaforma, nonostante i solleciti, non ha preso provvedimenti. Un loro analista ha semplicemente messo «mi piace» a una singola pagina Facebook no vax, e a quel punto un menù a tendina gli ha suggerito decine di altre pagine che pubblicano disinformazione sul Covid-19 e sui vaccini, ognuna con migliaia di follower. E più la pagina è seguita e più raccoglie pubblicità. Di fatto sono proprio le aziende con le loro inserzioni a tenere in vita ciò che nella vita reale va contro i loro interessi». 

PIAZZE. IERI IN 500 A ROMA, OGGI SI REPLICA

Quattro gatti ieri a Roma per la manifestazione dei ristoratori, che però ha vissuto momenti di grande tensione. Rinaldo Frignani sul Corriere.

«Arriveranno anche in pullman. E per questo motivo, come era già successo qualche mese fa, saranno controllati i caselli autostradali e gli accessi al Raccordo anulare. L'esercito dei no green pass e dei no vax torna a protestare oggi pomeriggio e stasera, nella Capitale - in piazza del Popolo dalle 18 alle 21, con due iniziative comunicate in Questura - e in altre undici città: Milano, Monza, Trento, Rovigo, Padova, Genova, Bologna, Rimini, Imola, Palermo e Santa Teresa di Gallura (Sassari). Il comitato «Libera Scelta», che ha presentato la richiesta di manifestazione per le 20, ha annunciato circa 400 persone, mentre l'avvocato Edoardo Polacco, «penalista al servizio del cittadino violentato dallo Stato», come si definisce su Facebook, responsabile di quella delle 18 del comitato che porta il suo nome, ne ha confermate altre 200. Ma si tratta di numeri solo sulla carta, perché è probabile che i manifestanti all'ennesima protesta contro il lasciapassare verde e la campagna vaccinale del governo siano di più. La zona sarà blindata già dalla mattinata, il timore principale del Viminale è quello degli assembramenti (da qui la scelta di una location molto ampia) ma anche della possibile presenza di infiltrati violenti sia di estrema destra sia degli ambienti antagonisti. Non si esclude comunque che agli organizzatori dei sit-in e della fiaccolata serale sia concesso un breve corteo in un'area concordata e comunque tenendo presenti le regole anti-Covid. Un po' come è successo ieri all'iniziativa - anche questa autorizzata, anche questa scandita dal coro «giornalisti terroristi» - dei commercianti e dei ristoratori di #ioApro: nelle intenzioni in piazza del Popolo sarebbero dovuti essere 50 mila, ma dalle forze dell'ordine ne hanno contati circa 500, che si sono poi dimezzati nel corso della marcia consentita dai responsabili dell'ordine pubblico solo fino a piazza di Spagna. Tanti senza mascherina, il discorso di Giuliano Castellino, leader romano di Forza Nuova sottoposto a sorveglianza speciale. Slogan contro il premier Mario Draghi e il virologo Roberto Burioni. Oggi potrebbe essere diverso. In piazza anche esponenti della Lega, come Alberto Bagnai, Armando Siri, Claudio Borghi e Simone Pillon, e ancora l'ex grillino Gianluigi Paragone, con il filosofo Paolo Becchi, già ideologo del M5S fino a sei anni fa. Ai no green pass anche l'appoggio di Red Ronnie e, secondo quanto annunciato sulla pagina Facebook di «Libera Scelta», anche di Vittorio Sgarbi ed Enrico Montesano. Come già ieri, l'iniziativa sarà seguita da migliaia di persone sui social, da Tik Tok a Telegram, dove già si annunciano manifestazioni per venerdì e (soprattutto) sabato prossimi, per le quali però non sono stati presentati preavvisi in Questura. Mentre in alcune città, come Genova, Piacenza e Livorno, sono scattate le prime denunce nei confronti degli organizzatori delle iniziative non autorizzate di sabato scorso». 

È accaduto a Lodi, in piazza, sabato scorso. Davanti a poche centinaia di persone. Ma è uno di quei fatti che andrebbe raccontato mille volte. Lo fa Fabrizio Guglielmini sul Corriere.

«Marco Natali, 22 anni, era in piazza della Vittoria sabato scorso a Lodi, quando un centinaio di persone ha dato vita a una delle molte proteste contro la certificazione verde che stanno attraversando l'Italia. Lei si è ritrovato a parlare di suo padre davanti a un gruppo di manifestanti praticamente per caso. «Con la mia fidanzata ho ascoltato un paio di interventi contro il green pass ma poi le persone riunite hanno cominciato a parlare di vaccini, attirando la mia attenzione». In che modo? «Mi hanno molto colpito le frasi di una signora che stava dicendo che i morti di Covid non esistono e che le persone sono state uccise in ospedale per mancanza di cure. Mio padre Marcello, da medico di base, ha dato la vita per curare i malati di coronavirus; per me queste erano parole inaccettabili». E ha deciso di intervenire. «Quasi senza pensarci ho preso la parola e ho esordito così: io ho vent' anni... ed è partito un applauso, ma ho subito chiesto di smettere perché non la pensavo come loro. E ho continuato dicendo che mio padre era un medico, morto l'anno scorso contagiandosi sul lavoro. E di riflettere: se ci fosse stato prima un vaccino lui sarebbe ancora fra noi ma senza vaccino voi non sareste qui oggi. Ho detto queste frasi con la tremarella e tutte d'un fiato, quasi non sentivo le grida e le offese che mi arrivavano contro». L'ha vissuta con rabbia? «Per niente. Non ho voluto sfidare nessuno, io sono un timido ma davanti ad affermazioni imprecise o, peggio, false, mi sono sentito in dovere di controbattere». La sua testimonianza è diventata un caso nazionale, come lo vive? «Ripeto, sono un tipo riservato, non credevo di poter fare un'azione del genere ma ora ne sono fiero, è stato il modo migliore di ricordare un uomo altruista». Che valori vi ha trasmesso? «L'educazione che abbiamo ricevuto ci ha trasmesso l'altruismo e il rispetto per le opinioni del prossimo ma anche la consapevolezza di dover esprimere liberamente le nostre idee: ecco la molla che è scattata in piazza». Come avete vissuto questo primo anno senza di lui? «È un vuoto enorme, senza papà non è più la stessa casa; parliamo delle sue battaglie sul lavoro ma anche del suo humor e delle sue abitudini. Dal 18 marzo del 2020, quando è mancato, la nostra vita è cambiata per sempre». Quando l'ha sentito l'ultima volta? «Era ricoverato a Milano in terapia intensiva e mia madre si accorse che stavo preparando meccanicamente due tazzine di caffè come facevo ogni mattina per lui e per me. Chiamalo, mi disse, gli farai piacere: mi rispose con un filo di voce, una manciata di secondi al telefono, le ultime parole che ci siamo detti». Cosa ne pensa delle reazioni sui social? «Le conosco in parte: non ho voluto leggere i commenti negativi o ingiuriosi. Ho invece risposto ai messaggi personali di solidarietà che sono stati tanti. Già a Lodi ero stato avvicinato da diverse persone: un barista di Melegnano mi ha detto: "Meriti tutto il nostro rispetto per il coraggio che hai dimostrato"».

GIUSTIZIA, FALLITO BLITZ DELLA DESTRA

Forza Italia, Lega e Fdi ci hanno provato seriamente: introdurre un emendamento nella riforma della giustizia per cambiare il ruolo di Silvio Berlusconi nel processo Ruby Ter. Ma sono mancati i voti. Giacomo Salvini sul Fatto.

«Il blitz era stato studiato per tempo. Gli avvocati di Silvio Berlusconi avevano cercato, comma per comma, se nella riforma Cartabia ci fosse qualche norma in grado di favorire il leader di Forza Italia. In mancanza, hanno fatto da soli. Studiando una leggina ad personam che avrebbe salvato Berlusconi da tutti i filoni del processo Ruby-ter (Roma, Siena e Milano) che lo preoccupano non poco. Et pour cause, visto che il 21 ottobre, dopo 5 rinvii causati da altrettanti ricoveri di Berlusconi, a Siena arriverà la sentenza per corruzione in atti giudiziari. Così il tentativo di colpo di spugna si è palesato ieri mattina quando si è scoperto che tra i tre emendamenti presentati da Pierantonio Zanettin, genero dell'avvocato di Berlusconi, Franco Coppi, su cui si chiedeva un allargamento del perimetro della riforma Cartabia, c'era la depenalizzazione dell'abuso d'ufficio, ma soprattutto una nuova definizione del concetto di pubblico ufficiale che avrebbe salvato l'ex premier nei tre filoni del Ruby-Ter. La proposta era quella di svuotare il ruolo dei pubblici ufficiali, tra cui quello dei testimoni, in questo caso le ragazze dei festini di Arcore che sarebbero state pagate per cambiare la propria versione dei fatti. Se oggi i pubblici ufficiali sono coloro che "esercitano una funzione legislativa, giudiziaria o amministrativa", la proposta forzista era quella di ridimensionare quel ruolo dando ai pubblici ufficiali solo "specifici poteri conferiti dalla legge". Una norma che di fatto avrebbe fatto finire su un binario morto i tre filoni del processo Ruby-ter perché a quel punto, proprio per la nuova qualifica dei testimoni, la corruzione in atti giudiziari sarebbe stata derubricata a reato minore con un tempo di prescrizione più breve. Una mossa che si spiegherebbe con la voglia di Berlusconi di "ripulirsi" dai processi per continuare a sognare l'elezione al Colle a inizio 2022. (…) Riaprire la partita della riforma Cartabia per favorire Berlusconi avrebbe portato al rinvio della riforma a settembre e quindi il blitz forzista è stato sventato in commissione Giustizia: dopo che il presidente della Camera Roberto Fico aveva dichiarato inammissibili i tre emendamenti, alle 15 la commissione ha votato "no" all 'allargamento del perimetro della riforma con 25 contrari contro i 19 favorevoli, mentre la richiesta ostruzionistica degli ex grillini de "L'Alternativa c'è" è stata bocciata per soli due voti 23 a 21. La proposta su abuso d'ufficio (che interessava a Salvini e ai suoi amministratori) e pubblico ufficiale è stata sostenuta da FI, Lega e FdI, mentre hanno votato contro Pd, M5S, Azione, Iv e anche Coraggio Italia. È il partito di Giovanni Toti e Luigi Brugnaro a essere stato decisivo, insieme all'astensione di Maurizio Lupi di "Noi con l'Italia", per bocciare la norma: la deputata Marina Parisse ha votato contro. Per provare a convincere i "totiani" a dire "sì", sarebbe sceso in campo Berlusconi che, dopo molti mesi in cui non si parlavano, ha chiamato Toti per provare a convincerlo a votare la norma ad personam. Il Governatore ligure però lo ha respinto spiegandogli che così la riforma sarebbe stata rinviata venendo meno "all'agenda Draghi" che vuole approvarla entro l'estate. Tant 'è che nelle ultime ore, da Palazzo Chigi, per mano di Roberto Garofoli, erano arrivate chiamate ai gruppi, tra cui i totiani, per convincerli a dire "no ". Anche Enrico Costa di Azione ha votato contro e, con quei due voti in più, il risultato sarebbe stato in bilico: 23 a 21. La votazione ha prodotto uno strappo in FI con l'uscita di Giusi Bartolozzi, pm che aveva annunciato il suo "no" al la norma ad personam e per questo è stata sostituita in commissione promuovendola a capogruppo nella Affari costituzionali. Ma non è bastato: Bartolozzi se n'è andata e potrebbe passare con Azione o Coraggio Italia. "Torna l'asse giustizialista" attacca Antonio Tajani mentre la responsabile Giustizia Pd Anna Rossomando esulta perché è stato "respinto l'affossamento della riforma". Resta il dato politico: Lega e FI con questo tentativo mandano anche un messaggio a Draghi-Cartabia che trattano con il M5S. Tant' è che in serata la Lega fa sapere che la riforma deve rimanere la stessa del Cdm. E i tempi si allungano: oggi iniziano i voti in commissione in attesa del maxi -emendamento su cui il governo porrà la fiducia venerdì».

Torna pessimista sulla possibilità di un compromesso sulla giustizia La Repubblica che, con Liana Milella e Matteo Pucciarelli, fa il punto sulla trattativa di Cartabia.

«La battaglia delle "bandierine" rischia di far saltare tutto. Della serie: se Mario Draghi e Marta Cartabia concedono al M5S e a Giuseppe Conte una tutela per i processi di mafia e terrorismo, allora anche gli altri partner della maggioranza hanno diritto a qualcosa. Sull'idea di "proteggere" mafia e terrorismo gli altri non sono tutti d'accordo. Anche se, in realtà, rispetto ai codici e alle leggi attuali che già riconoscono un doppio binario per quei reati si tratterebbe solo di fare quegli «aggiustamenti tecnici» di cui ha parlato più volte Draghi. Ma il compromesso è in salita. Potrebbe riguardare una norma transitoria, relativa all'effettiva entrata in vigore della riforma, dilatandola nel tempo. Il 2024, come propone il Pd. Nel frattempo, per i processi che riguardano i reati più gravi, non solo mafia e terrorismo, ci sarebbe una deroga, tre anni o più in Appello per concluderli. Sono ore frenetiche per la ministra della Giustizia. Sul cui tavolo giungono dei niet . Come quello di Giulia Bongiorno, la plenipotenziaria di un Matteo Salvini: «Siamo leali al testo uscito dal Cdm». E ancora, «è il frutto di una grande mediazione, perché adesso bisogna cambiarlo? ». La strada è in salita e si è visto in commissione Giustizia. (…) Così la commissione si ferma in attesa delle novità da Cartabia. Che potrebbero arrivare oggi. Visti i tempi strettissimi, si potrebbe sgombrare il campo dai 400 emendamenti dei partiti e concentrarsi su un maxi emendamento. Infine sulla riforma incombe un nuovo parere negativo del Csm, dopo la bocciatura della improcedibilità. Andrà al plenum dopodomani. Critiche ai criteri di priorità decisi dal Parlamento, «possono ledere il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale». No al gip che impone al pm di cambiare data dell'iscrizione dei reati e alla discovery obbligata dopo tre mesi, pregiudicherebbe le indagini. Sempre ieri Conte ha cominciato un "tour" coi propri parlamentari, incontrati per commissione di appartenenza. Si è cominciato con quelle Bilancio e Cultura a Montecitorio, domani potrebbe essere il turno di quella più delicata, la Giustizia. È il tema del momento, il primo da affrontare nelle vesti di (quasi) presidente del M5S. E anche se la serie di incontri con gli eletti del Movimento non verteva sulla riforma Cartabia, c'è fibrillazione interna per capire come andrà a finire. Se si troverà un compromesso non tutti saranno disposti ad accettarlo. È per evitare questo scenario che sta prendendo quota - molto dipenderà dall'esito della trattativa - l'ipotesi di un voto online aperto agli iscritti del M5S, dove insomma si chiederà il via libera o meno alla nuova riforma della giustizia. Con un sì della base, a quel punto tutti sarebbero vincolati. «È chiaro che sta cambiando la fase - racconta un parlamentare di lunga esperienza - e c'è tutta l'intenzione di far pesare i nostri numeri in aula, comunque l'approccio di Conte appare costruttivo». L'avvocato lo dice chiaro: «Sono per il dialogo ma non voglio neanche considerare una non modifica del testo, altrimenti sarebbe difficile votarla per noi. Il nostro obiettivo è avere un sistema di giustizia efficiente». 

UNGHERIA, LOGGIA CONTINUA

Antonio Massari mette in fila per Il Fatto una serie di domande e di passaggi che fanno riflettere. Sullo sfondo ne aggiungiamo altre due: perché non si è indagato sulla loggia Ungheria? A parte i due membri del Csm, chi altro ne faceva parte?

«Le vicende della Procura di Milano legate alle indagini sulla presunta Loggia Ungheria (e in parte alla gestione del processo Eni-Nigeria) confluite al Csm e alla Procura di Brescia stanno demolendo la credibilità della magistratura. L'unico antidoto è rispondere alle domande ancora sul tavolo e sciogliere molte incongruenze. Il Fatto, in base agli elementi a disposizione ancora parziali, prova a mettere in ordine fatti e tasselli mancanti. Il 6 dicembre 2019, Piero Amara - ex legale esterno dell'Eni - rivela ai magistrati Laura Pedio e Paolo Storari l'esistenza della presunta loggia massonica Ungheria: vi aderiscono molti magistrati e interferisce nei processi e nel Csm. Ad aprile 2020, secondo il racconto dei protagonisti, Storari consegna una pen drive - con i verbali di Amara non firmati -al consigliere del Csm Piercamillo Davigo: ritiene che i suoi capi lo rallentino (in effetti non risultano in quel periodo iscrizioni di indagati) e decide di tutelarsi. Per questo motivo i due sono indagati a Brescia per rivelazione del segreto (Davigo con l'accusa d'istigazione, se ne deduce, per aver sollecitato la consegna dei verbali). La via ordinaria, dopo aver scritto al procuratore capo, sarebbe stata quella di coinvolgere il procuratore generale della corte d'appello (sede vacante ma il "facente funzioni" era operativo). Storari sceglie la strada Davigo (o Davigo la sollecita). È in quel momento che Storari e Davigo parlano per la prima volta dei verbali di Amara? Al Fatto risulta di sì, ma solo la Procura di Brescia può certificarlo. La situazione descritta dai protagonisti dimostra un fatto: Storari ritiene Amara suscettibile di un riscontro - vuole indagare - e non un calunniatore. Dato coerente con un documento di fine aprile: Storari sottoscrive con Pedio che Amara sta collaborando. Incoerente, però, con un altro dato: sottoscrive anche che ci vorrà tempo, a causa della pandemia, per la definizione delle indagini. Ma è la pandemia a rallentarle o i suoi capi? Davigo sostiene che, per tutelare il segreto investigativo, poiché Amara ha parlato anche di due consiglieri in carica al Csm, Sebastiano Ardita e Marco Mancinetti, decide di non formalizzare nulla: rappresenta a voce la situazione ai vertici del Consiglio (David Ermini e Giovanni Salvi) ad alcuni consiglieri e al presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, vincolandoli al segreto in quanto pubblici ufficiali. Ma allora: perché Salvi - che oggi contesta a Storari l'irritualità della consegna dei verbali a Davigo - non la contestò immediatamente allo stesso Davigo? Mistero. Davigo, intervistato dal Corriere , sostiene di aver consegnato una copia dei verbali a Ermini e al consigliere Giuseppe Marra (nell'ottobre 2020). Le copie in circolazione diventano almeno tre. Ne parla con altri 4 consiglieri (a due di essi li mostra) e quindi arriviamo a 8 membri del Csm. Hanno tutti mantenuto il segreto? Il 29 ottobre una copia dei verbali non firmati giunge anonimamente al Fatto che - temendo una polpetta avvelenata o il tentativo di distruggere l'indagine -denuncia e li deposita a Pedio e Storari. I due aprono un fascicolo sulla fuga di notizie, ma Storari non parla alla sua collega della consegna dei verbali a Davigo. Perché? A novembre il Fatto riceve un nuovo plico e chi vi scrive riferisce a Storari e Pedio - i due magistrati avevano lasciato intendere che i verbali fossero stati trafugati dai loro pc e forse manipolati - che li ha portati una donna con un'auto bianca. Storari continua a omettere la consegna a Davigo. Al quale - sarebbe umano, logico (e utile a livello investigativo)- potrebbe chiedere: li hai consegnati a qualcuno? Non sappiamo se l'abbia chiesto. Sappiamo che Pedio chiede a gennaio una perizia sui pc che Storari autorizza a marzo. Nel frattempo Storari chiede di controllare le telecamere della via in cui è ubicato il Fatto, la cella telefonica che copre la redazione e di censire le targhe di auto bianche presenti a Roma (decine di migliaia). Ai primi di febbraio - due mesi dopo i verbali consegnatigli dal Fatto - Storari pensa di arrestare Amara per calunnia: cos' è cambiato da quando ne certificava la collaborazione? Il 9 febbraio invia al procuratore Greco la bozza di richiesta di arresto per Amara e Vincenzo Armanna (imputato e "teste d'accusa" nel processo Eni-Nigeria): ritiene abbiano calunniato i vertici Eni. Spiega che Armanna è inattendibile e ritiene necessario che tutto questo confluisca nel processo Eni-Nigeria (dove l'accusa è sostenuta dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro). A novembre Pedio e Storari - dopo un articolo del Fatto - avevano sequestrato il telefono di Armanna. La Gdf ha stilato una bozza d'informativa nella quale - in una prima versione, poi sarà in parte modificata - sostiene che nel processo Eni-Nigeria Armanna ha tentato di comprare un testimone. Il 15 febbraio Greco comunica a Pedio (che quindi non ne sa nulla, ndr), Spadaro e De Pasquale, le notizie ricevute da Storari. Il 19 febbraio Storari invia ai colleghi la bozza di richiesta d'arresto e la bozza d'informativa. Pedio replica di essere perplessa e invita tutti a parlarne la settimana successiva. Il 20 Storari riassume in mail gli argomenti da discutere. De Pasquale replica: invierà una nota scritta. Ma Storari sparisce. Negli stessi giorni la procura di Perugia, in coordinamento con Milano, è sulle tracce della "postina" dei verbali ai giornali (e al consigliere Nino di Matteo): è Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo. Il 5 marzo De Pasquale scrive a Greco: spiega perché non depositerà le notizie (non erano atti, ma bozze) ricevute da Storari. L'udienza Eni-Nigeria è fissata il 17 marzo, Storari potrebbe ancora far valere le sue ragioni, ma non si fa più vivo. Ad aprile è dal suo capo: "Ho consegnato i verbali a Davigo"». 

Anche Maurizio Belpietro su La Verità pensa che la bufera della Loggia Ungheria si stia abbattendo sui giudici italiani in modo decisivo per la loro credibilità.

«Un'onda incredibile sta abbattendosi sul «Sistema», come lo ha definito qualche tempo fa Luca Palamara, uno che i magistrati li conosce da vicino, essendo stato per anni presidente dell'Anm e di Unicost, la corrente moderata delle toghe. Secondo un giudice in servizio a Milano, si tratta dell'epilogo di un'epoca, la fine di una stagione iniziata con Mani pulite di Antonio Di Pietro e compagni e che ora rischia di culminare con gli affari sporchi di Piero Amara e sodali. (…) L'equidistanza e l'indipendenza della magistratura si dimostrano per quel che sono: un paravento che nasconde altro. Il pg della Cassazione, colui che si sarebbe fatto sponsorizzare da Palamara e che riceve le confidenze di Davigo, si ricorda che esiste l'azione disciplinare e così chiede il trasferimento d'ufficio per Storari, con l'accusa di aver messo in grave imbarazzo il distretto giudiziario. A lui vuole inibire in futuro di fare il pm. Dal distretto giudiziario però gli rispondono centinaia di firme che solidarizzano con Storari: 60 pm su 64 a Milano, tre quarti dei giudici delle indagini preliminari e dei giudici ordinari, senza contare i presidenti di sezione della Corte d'appello. In pratica una valanga. E qui si capisce una cosa, ossia che i vertici del Sistema vorrebbero levarsi di torno Storari per chiudere il caso, ma la maggioranza dei magistrati, composta da persone che lavorano e non partecipano alla guerra tra bande della magistratura, non ci sta. No, per quanto Storari abbia sbagliato, a gran parte delle toghe non sta bene che lui paghi per tutti e che diventi il capro espiatorio di un sistema marcio. Il suo caso, il caso del pm che violò il segreto istruttorio per non violare la norma sull'obbligatorietà dell'azione penale, si discuterà venerdì davanti alla sezione disciplinare del Csm. Lì capiremo chi ha vinto e chi ha perso. Se la giustizia o il «Sistema». P.S.: Arrivati a questo punto, forse ha ragione il professor Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale: la funzione disciplinare dei magistrati deve essere tolta dalle mani del Csm, cioè agli stessi magistrati, e rimessa ad un organismo terzo. Eviteremmo le lotte intestine, ma anche le troppe indulgenze.

TUNISIA, UN PAESE SOSPESO

Colpo di Stato o legittima sospensione della democrazia per causa di forza maggiore? Ecco il reportage di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera da Tunisi.

«L'aeroporto della capitale è quasi deserto. Traffico nullo per le strade che portano al centro. Negozi con le saracinesche abbassate, marciapiedi vuoti. Con l'avvicinarsi delle sette di sera, l'ora dell'inizio del coprifuoco, le transenne di ferro vengono tirate nel centro delle carreggiate presso gli edifici pubblici. I bar di avenue Bourguiba, il cuore pulsante della città, sono quasi tutti chiusi. Ma è di fronte al Parlamento che la calma tesa e precaria di queste ore si nota più evidente. I militari hanno ritirato i blindati e le pattuglie che lo presidiavano tra domenica sera e lunedì. Al posto delle manifestazioni pro e contro il presidente Kais Saied, che si confrontavano tra la zona del Museo del Bardo e gli accessi alla città vecchia, ieri pomeriggio sul tardi si notavano solo pochi poliziotti e agenti in borghese, che cercavano di farsi vedere il meno possibile. «Siamo tutti preoccupati. Non sappiamo cosa capiterà. Dal dialogo e le riforme alla guerra civile: ogni opzione resta aperta. Adesso tocca al presidente dimostrare di essere all'altezza della situazione. Se non sarà in grado di ridare legittimità a sé stesso e al sistema politico sarà il caos», dice soppesando le parole Nasreddin Louati, un informatico 28enne che passeggia di fronte al Parlamento. Così la Tunisia vive queste ore incerte. Probabilmente le più difficili e cariche d'incognite dai giorni ricchi di speranze della «Primavera araba» nel gennaio 2011. Pare azzardato tirare conclusioni. Ma a 48 ore ieri da quello che il leader del partito islamico Ennahda, Rashid Ghannouchi, continua a definire «il colpo di Stato» del presidente Saied - che con una mossa sola il 25 luglio, in concomitanza con il 64esimo anniversario della Festa della Repubblica, ha dimesso il governo e congelato il parlamento «per almeno un mese» - il Paese resta come immobile, in attesa. «Impossibile predire cosa capiterà. La violenza e il terrorismo sono dietro ogni angolo. Ma ogni ora che passa senza che accada nulla di grave si trasforma nel viatico per una soluzione pacifica», dicono i giornalisti del quotidiano in lingua francese Le Quotidien. Vale la cautela. Circa 8.000 giovani tunisini si unirono ai ranghi di Isis nel 2014-15. Erano tra i più fanatici, pronti a combattere e morire tra Raqqa, Mosul e Sirte. Cosa farà Ennahda? Storicamente Ghannouchi è sempre stato vicino ai ranghi moderati dei «Fratelli Musulmani». Ma anche il suo partito è diviso in correnti. Nulla esclude che quelle più estremiste non colgano l'occasione per inscenare proteste violente. Ghannouchi da parte sua tenta di creare un «fronte nazionale» contro il «colpo di Stato» e però rilancia anche il dialogo col presidente. «Vogliamo aumentare la pressione affinché si torni al sistema democratico», dichiara. «Non voglio vedere neppure una goccia di sangue. Occorre restare calmi e non cedere alle provocazioni», dice Saied. Anche la comunità internazionale è preoccupata. Unione Europea e Stati Uniti invitano a «rispettare la democrazia». L'Italia scende in campo proponendosi da motore primo di un «coordinamento europeo» assieme agli altri Paesi più interessati come Francia, Germania e Spagna. «Il tema Tunisia va affrontato con la massima attenzione», dichiara il ministro degli Esteri Di Maio. Ma qui a Tunisi i commentatori guardano più all'Egitto che non all'Europa. «Il rapporto tra Saied e il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi si è intensificato di recente. Da circa un anno i legami tra i nostri Paesi sono più vicini. L'Egitto esporta cibo e invia aiuti medici nella lotta al Covid», sostiene Kamal Zaiem, noto giornalista. Nei sondaggi periodici il presidente è sempre dato come vincente, l'ultimo a fine giugno gli dava il 52 per cento delle preferenze. Ma c'è di più: sembra che oltre il 60 per cento della popolazione sostenga la mossa di Saied. «La sua forza si fonda sull'immagine di "Mister clean" che ha tra l'opinione pubblica. Una volta, ai tempi della dittatura di Ben Ali prima della rivoluzione del 2011, solo gli uomini del regime erano accusati di corruzione. Ma ormai lo sono in massa i dirigenti e funzionari di tutti i partiti. Solo Saied ne esce pulito. La gente ha particolarmente apprezzato la sua scelta di licenziare la ministra della Giustizia, Hasna Ben Sliman, accusata di nascondere le prove contro i deputati di Ennahda. La gente è stanca dell'immunità parlamentare goduta da questa classe dirigente da barzelletta», continua Zaiem. Rientrando dal Parlamento verso la città vecchia non è difficile notare che praticamente tutti i passanti indossano la mascherina. Il Covid fa paura. I morti ufficiali sono quasi 19.000. Ma nessuno conosce i numeri reali. Sono come quelli della disoccupazione: il governo sostiene che il suo tasso sfiora il 18 per cento, però media e social parlano del 40. Tutte ragioni che alimentano il malcontento e che Saied promette di risolvere. Per lui la prova più difficile deve ancora arrivare».

ASSALTO A CAPITOL HILL, PARTE LA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Sono iniziati a Washington i lavori della commissione d’inchiesta parlamentare 1/6, che si occupa cioè dell’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio scorso. I repubblicani accusano la commissione di essere di parte e di non voler fare un'inchiesta vera. Ma le prime testimonianze di poliziotti e filmati indicano un solo mandante: Donald Trump.

«Le commissioni d'inchiesta hanno sempre il gusto amaro della memoria non condivisa, della ricerca di un capro espiatorio, della volontà di mettere in chiaro responsabilità ed errori, meglio se degli altri, per poi utilizzare l'esito come un'arma politica tra le più affilate. Non si trova mai pace con le commissioni d'inchiesta, ricordate quella sull'11 settembre o quella più recente sull'uccisione dell'ambasciatore Chris Stevens a Bengasi, in Libia, nel 2012: semmai in quei dibattiti tragici si trovano argomenti per nuovi conflitti. La commissione d'inchiesta sui fatti del 6 gennaio scorso ( commissione 1/6), il più grave attacco al palazzo del Congresso americano da quando gli inglesi lo incendiarono durante la guerra del 1812, aggiunge amarezza ad amarezza perché mostra quanto sia diventato difficile convivere e prendere consapevolezza dei propri errori. E quanto sia diventato difficile persino credere ai propri occhi e alle proprie orecchie, perché c'è sempre qualcuno che urla: non vi stanno dicendo la verità, non ve la stanno raccontando tutta. Ieri si sono aperti i lavori con la testimonianza di quattro poliziotti e con alcuni filmati che non erano ancora stati resi pubblici. Si sentono gli insulti dei rivoltosi agli agenti e i messaggi via radio delle forze di sicurezza che temono di non riuscire a fermare l'assalto. Michael Fanone ha raccontato di essere stato trascinato dalla folla lontano dai suoi colleghi, di essere stato picchiato, di essere stato torturato con il Taser che aveva in dotazione e di aver sentito qualcuno dire: uccidiamolo con la sua stessa pistola. Fanone ha avuto un infarto e una commozione cerebrale e mentre testimoniava ha sbattuto il pugno sul tavolo: è "osceno", ha detto, cercare di sminuire la violenza di quel giorno, è osceno che a farlo siano delle persone elette che hanno una maggiore responsabilità nei confronti dei cittadini e delle istituzioni. Gli altri poliziotti, tra cui uno che è un veterano della guerra in Iraq, hanno detto che pensavano che sarebbero morti difendendo l'ingresso del Congresso, e che pareva di essere in una guerra medievale, con la folla inferocita e disposta a ogni genere di nefandezza alle porte. Solo che da difendere non c'era il fortino di qualche signorotto, ma il simbolo della democrazia americana, con dentro tutti i rappresentanti del popolo americano che quel giorno dovevano ratificare la vittoria del presidente Joe Biden alle ultime elezioni. Persone, riti e palazzi sotto assedio. La commissione si è riunita dopo sei mesi di liti, sgarbi, dispetti e accuse. Per i repubblicani questo è l'ennesimo atto della guerra contro di loro e contro l'ex presidente Donald Trump, mentre per i democratici questo è sì l'atto dovuto e indispensabile per poter ricucire la politica americana ma anche lo strumento per denunciare quanto sia stato distruttivo il trumpismo e quanto i repubblicani siano corresponsabili di tanta distruzione. Il punto di debolezza della commissione 1/6 per i democratici è che è considerata partigiana e questo espone la speaker del Congresso, Nancy Pelosi, a molte critiche: non ha accolto nella commissione i deputati repubblicani proposti dal leader di minoranza, Kevin Mccarthy, ma quelli ostili a Trump (che sono chiamati i "Pelosi republicans"). Mentre iniziavano i lavori, Mccarthy ha tenuto una conferenza stampa in cui ha detto che questa commissione è stata disegnata per non portare a termine nessuna inchiesta, perché ha già scelto il colpevole e così l'america non saprà mai come è stato possibile che le forze di sicurezza non siano state in grado di difendere il Congresso. Per i repubblicani insomma la responsabilità è della sicurezza, del mancato allarme, dell'improvvisazione. Poteva succedere, se n'era parlato per settimane, com' è che il palazzo è stato colto impreparato? La memoria ha fatto un altro salto: l'atto unico e sciagurato dell'assalto è diventato un evento che doveva essere previsto. La Pelosi non ha voluto nella commissione i repubblicani scelti da Mccarthy ma ha selezionato Liz Cheney, che è stata estromessa dalla leadership del suo stesso partito perché ha votato a favore dell'impeachment di Donald Trump, e il deputato dell'Illinois Adam Kinzinger, anche lui un anti trumpiano. L'obiettivo, ha detto la Pelosi, è che l'inchiesta sia "seria", perché serio è quel che è accaduto il 6 gennaio. Quel giorno, la folla trumpiana andò a protestare davanti al Congresso gridando quello che sarebbe diventato lo slogan del post trumpismo: le elezioni sono state rubate da Joe Biden, Trump ha diritto a riprendersi indietro quel che è suo. E' sull'onda di questa ingiustizia, di questo sopruso inventato da Trump che è stato assaltato il Campidoglio, con tutto quello che è accaduto. Lo sapevamo allora che era una bugia, ora i libri e i resoconti pubblicati nel frattempo dicono chiaramente che la strategia dell'entourage dell'ex presidente, dopo le elezioni di novembre, è stata: diciamo che abbiamo vinto noi, finiranno per crederci. Con questa stessa spregiudicata determinazione ora i repubblicani stanno cercando di distruggere la credibilità della commissione sul 6 gennaio perché non è stato rispettato lo spirito bipartisan delle origini, ma è chiaro da molto tempo che nessuna commissione sarebbe sembrata legittima ai repubblicani che vorrebbero archiviare i fatti del 6 gennaio come una giornata un tantino più violenta delle altre. Durante le loro testimonianze i poliziotti hanno detto che i rivoltosi, oltre agli insulti ( spesso razzisti), avevano ripetuto più volte: "E' Trump che ci ha mandati"».

MAXIPROCESSO IN VATICANO. PRIMA UDIENZA FIUME

È iniziato con una seduta fiume, ma poi è subito stato aggiornato al 5 ottobre, il maxi processo contro il cardinale Becciu e altri nove imputati. Gianni Cardinale per Avvenire.

«Il Tribunale vaticano ha aggiornato al prossimo 5 ottobre la prosecuzione del processo sul famigerato immobile di Sloane Avenue a Londra che vede tra gli imputati anche il cardinale Angelo Becciu. La decisione è stata presa ieri al termine della prima udienza che è durata sette ore. Molte le eccezioni e le istanze presentate dagli avvocati dei dieci imputati e su cui il tribunale presieduto da Giuseppe Pignatone si è riservato di decidere. Nelle ordinanze finali i giudici hanno anche revocato il mandato di custodia cautelare emesso nei confronti dell'imputato Raffaele Mincione il 19 giugno 2020. Una decisione dovuta al fatto che si è in una nuova fase del processo e quindi il mandato di cattura per Mincione è superato. In aula erano presenti soltanto due imputati - il cardinale Becciu e monsignor Mauro Carlino -, mentre risultavano assenti gli altri otto, che sono stati rappresentati dai rispettivi avvocati. Se per il broker Gianluigi Torzi è stato riconosciuto il legittimo impedimento a essere presente ieri mattina, per gli altri sette imputati che non si sono presentati la Corte ha stabilito di procedere con il giudizio in contumacia. Il porporato, invece, si è presentato in clergyman e croce pettorale e al suo ingresso c'è stato un attimo di silenzio. Ha preso posto accanto ai suoi avvocati nell'ultima fila dell'aula del Tribunale che è stata allestita nella Sala polifunzionale dei Musei Vaticani, visto l'alto numero di imputati edi avvocati di tutte le parti in causa. L'udienza è iniziata poco dopo le 9.30 e si è conclusa alle 16.45. Gli avvocati degli imputati hanno contestato soprattutto lacune e scarsa leggibilità degli atti allegati alla citazione in giudizio formulata dall'accusa presieduta dal promotore di giustizia Gian Piero Milano. Contestata anche la decisione dell'Apsa e dello Ior di costituirsi come parte civile, mentre non si sono sollevate obiezioni per l'analoga decisione presa dalla Segreteria di Stato, di costituirsi come parte civile. A difendere le parti civili (Segreteria di Stato, Apsa e Ior) sono gli avvocati Paola Severino e Roberto Lipari. L'avvocato Fabio Viglione, in particolare, legale del cardinale Becciu, ha contestato la mancanza degli atti, soprattutto della trascrizione degli interrogatori di monsignor Alberto Perlasca, suo principale accusatore: «Vorremmo avere la possibilità di ascoltarli - ha detto -. Esiste una registrazione ma non è stata depositata agli atti». «Il diritto alla difesa è stato leso - ha aggiunto-. Non c'è alcuna registrazione che riguarda il cardinale Becciu». Il porporato è accusato di peculato, abuso di ufficio e subornazione (perché secondo l'accusa avrebbe cercato di indurre lo stesso Perlasca a testimoniare il falso). L'avvocato del banchiere Enrico Crasso (per lungo tempo gestore di investimenti vaticani, ora accusato tra l'altro di peculato, corruzione, riciclaggio e autoriciclaggio), Luigi Panella, ha fatto notare che questo procedimento si è avvalso di 4 rescritti del Papa, definendo il rescritto «un atto amministrativo che non può modificare la legislazione in corso». Per Panella dunque, si verrebbe a configurare un «tribunale speciale» e «un processo penale ad hoc che vanifica il diritto e contrasta con il principio del giusto processo». Obiezioni contestate dal promotore di giustizia aggiunto, Alessandro Diddi, che ha dichiarato: «Se abbiamo commesso degli errori, siamo pronti a rimediare. Rispettiamo i diritti della difesa». Mentre il promotore di giustizia Milano ha fatto notare che il rescritto del Papa «è un atto legislativo, giurisdizionale, il cui uso va correlato al contesto di riferimento, ed è espressione suprema della potestà del Papa. C'è il rischio di travisare gli atti, se lo si guarda solo da un'ottica laica». Al termine dell'udienza il cardinale Becciu, tramite il suo avvocato Viglione, ha rinnovato «la propria fiducia nei confronti del Tribunale, giudice terzo dei fatti ipotizzati soltanto dal promotore di giustizia, finora senza alcun confronto con le difese e nell'ottica della presunzione di innocenza». Il porporato ha dichiarato di attendere «con serenità il prosieguo del processo e la dimostrazione delle numerose prove e testimoni indicati che dimostreranno la sua innocenza rispetto ad ogni accusa». E «con dolore e con fermezza» ha confermato di aver dato mandato di denunciare monsignor Alberto Perlasca e la signora Francesca Immacolata Chaouqui per «le gravissime e completamente false dichiarazioni» rilasciate agli inquirenti. Infine ha ribadito di essere «obbediente al Papa che mi ha rinviato a giudizio, sono sempre stato obbediente al Papa, mi ha incaricato di tante missioni nella mia vita, ha voluto che venissi a processo e sto venendo al processo. Sono sereno, mi sento tranquillo in coscienza».

FEDERICA, LA DIVINA A TOKYO

Non era mai successo che una nuotatrice italiana partecipasse per cinque Olimpiadi di fila alla finale della stessa specialità. È riuscito a Federica Pellegrini, la Divina che è scesa in acqua per i 200 stile libero mentre era notte in Italia. Ed è arrivata settima. Il Giornale, con Benny Casadei Lucchi, le dedica questo articolo in prima pagina.  

«Ritratto di donna. Doveroso. Sentito. Sacrosanto. Per dirle grazie e chiederle scusa. Ritratto semplice di donna complicata e quindi ancora più femmina. Ma non si dice, non si deve neppure pensare, come se questo termine perfetto finito nel vocabolario del silenzio fosse solo discriminante, riduttivo, dispregiativo e non avesse invece la capacità di sintetizzare forza e grandezza dell'altra metà del cielo. Fede è l'emblema di questa metà. Perché nel suo essere indispensabile allo sport, al Paese, a noi, non ha mai nascosto tenerezze e debolezze, angoli, spigoli e lame del suo carattere profondo; perché nulla è mai stato scontato nel suo modo di affrontare il mondo. Ritratto di una donna che gli uomini temono e amano senza avere mai la confidenza rozza di una battuta o allusione; lei bella, lei forte, lei testarda, carismatica, Divina la chiamano persino certamente sbagliando, però padrona di un fascino etereo che incanta, strega e divide sia maschi che femmine in eserciti contrapposti: di qua chi l'adora, di là chi la sopporta. Tutti però non potendo fare a meno di rispettarla. Per questo, assieme agli applausi per la sua quinta finale olimpica raggiunta, unica donna nel nuoto ad esserci riuscita, per questo le dobbiamo delle scuse. Perché per diciott' anni ha vinto e per diciott' anni ha resistito. Alle montagne russe della sua crescita e del mondo attorno che la rapiva di tentazioni e pretese senza mai veramente capirla. Guardiamo la piccola Benedetta Pilato, in questi giorni, era attesa ed era tante cose, è tornata in Italia senza nulla se non molte prime pagine con il viso tondo e dolce circondato da titoli tristi e di sconfitta, lasciamola stare, piccola. Federica non l'abbiamo lasciata stare, è finita subito sulle montagne russe delle attese e le pressioni, su e giù, vertigini e mal di stomaco, sorrisi e lacrime, tanti dubbi e poche certezze, confusione, adolescenza vorticosa e disintegrata. Federica paure e aspirazioni che riguardano tutti, ritratto femminista e maschilista, buona e cattiva, forte e debole, tenera e agguerrita, lacrime e gelo, umorale e amorevole. Federica piena di successi, record, medaglie, cadute e resurrezioni che raccontano diciott' anni di vita a mille all'ora e di lezioni che questa veneta ostica e lavoratrice ha impartito a tutti semplicemente mostrando, senza smussare angoli, le proprie durezze e debolezze. Questo rappresenta Federica, donna e femmina che l'Italia ha imparato a conoscere». 

Se vi è piaciuta la Versione di Banfi fatelo sapere inoltrando questa rassegna via email ai vostri amici. Se proprio non vi è piaciuta, beh non ditelo in giro.

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana   https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.