LETTA, FINE DELLA SUDDITANZA

Oggi il PD incorona Enrico Letta. Contro il rischio di essere subalterni. Piano vaccini e nuovi divieti spiegati al popolo. Ultima domenica in semi libertà. Intervista esclusiva de La Stampa al Papa.

Oggi è il giorno dell’investitura di Enrico Letta all’Assemblea del PD. Ha davanti un compito non facilissimo. Perché raccoglie la leadership di un partito in crisi, se è vero che le dimissioni di Nicola Zingaretti sono arrivate dopo dei sondaggi, realizzati nelle prime ore del Governo Draghi, con un PD al 14 per cento e i 5Stelle riemersi fino al 22. Qualcuno tirò fuori allora l’immagine del Conte Dracula, che succhiava i voti al PD, e Zingaretti annunciò le dimissioni. Letta ha creduto in tempi non sospetti che l’Europa andasse ripensata e che il populismo era da respingere, ma da capire nelle sue ragioni. Ne parlai con lui proprio nel marzo di quattro anni fa per una riflessione che finì sulla copertina del mensile Tracce, quando la sua distanza dalla politica romana era notevole e il suo osservatorio privilegiato Parigi. Il nuovo segretario del PD ha sempre creduto nell’itinerario democratico, nel percorso di costituzionalizzazione dei 5Stelle italiani, e vede oggi nella convergenza sull’Europa e sull’europeismo di populisti e sovranisti italiani una grande opportunità. Sa però che il PD ha nel suo DNA la vocazione di partito della nazione, non può essere in alcun modo subalterno. Non può delegare tutto al “Papa straniero”, chiunque esso sia. Draghi e Conte compresi. Il Governo andrà sostenuto con convinzione e lealtà, ma il PD non potrà essere a rimorchio di nessuno. Dovrà essere capace di tessere alleanze nel campo progressista, a cominciare da Leu e 5Stelle, e intrattenere il dialogo con gli altri soggetti politici, e tuttavia dovrà sviluppare, nel dialogo con la società, programmi concreti e linea politica che condizionino l’agenda di tutti. Senza nessuna sudditanza. Mantenere “un’ambizione al tempo stesso non autosufficiente ma maggioritaria”, come disse Walter Veltroni all’atto di nascita 14 anni fa. Solo questo tipo di ambizione può far richiamare una risorsa europea come Enrico Letta al Nazareno, per ritagliarsi una speranza più modesta sarebbe infatti bastato un traghettatore qualsiasi. Non parlano molto di politica i due ministri, Gelmini (al Corriere) e Speranza (a Repubblica), che sono stati in prima linea su divieti e decreti in questi giorni. Più che altro rassicurano sull’ultima chiusura fino a Pasqua. Sui giornali stamattina si parla anche molto di vaccini, del Piano ambizioso che fa seguito alla promessa di Draghi (Whatever it vax, avevamo sintetizzato ieri) di non mollare. L’obiettivo è mezzo milioni di dosi somministrate al giorno. Ma da quando? Negli articoli si parla di metà aprile, il che vuol dire arrivarci solo fra un mese. Vedremo. Il Fatto e Il Sole ci fanno ragionare su brevetti e interessi delle case farmaceutiche. Mentre Gentiloni accetta di parlare con Fubini del Corriere dell’indebitamento dei Paesi europei, tema che prima o poi dovremo affrontare. Vi ricordate il manifesto degli economisti europei sulla cancellazione del debito? Due personalità scomparse ieri, perché travolte dalla pandemia: Casadei, il re della mazurka, e il fotografo d’arte e di moda Gastel. Su La Stampa intervista esclusiva al Papa, che citando San Filippo Neri, invita tutti a non chiudersi nella depressione. Ma vediamo i titoli di oggi.

LE PRIME PAGINE

Avvenire ha un titolo che messo così suona un po’ da incubo, anche se certamente vuole celebrare lo sforzo del Governo: Vaccini dappertutto. Il Corriere della Sera mette fra virgolette la promessa del Commissario: «Vaccini, 500 mila al giorno». Repubblica si porta avanti: «L’immunità a settembre».Non so se i giornalisti abbiano o no davvero il diritto al vaccino, ma bisognerà mandare del Maalox alla redazione del Fatto, perché ogni si avvertono i sintomi di un brutto maldipancia, scrivono infatti riferendosi al generale Commissario: Figliuolo copia da Arcuri. Il Manifesto, come sempre, al top nei raffinati giochi di parole: Figliuolo prodigo. Per La Verità, c’è l’asse Travaglio-Belpietro, Figliuolo è un generale che ha perso la guerra: COSÌ LA UE HA PERSO LA GUERRA DEI VACCINI. Il Giornale invece è entusiasta: RIVOLUZIONE VACCINI. Il Quotidiano Nazionale è didascalico ma assertivo e senza virgolette: Mezzo milione di vaccinati al giorno. Il Mattino avverte: «A settembre 80% vaccinato» Ma AstraZeneca taglia le dosi. Così come Il Messaggero che è indignato per le mancate consegne: Vaccini, ad aprile dosi a metà. Il Sole 24 Ore rivela un dato clamoroso: Farmaceutica, per i big anti Covid profitti raddoppiati a 71 miliardi. Libero, come dicono i ragazzi, la tocca piano: Casadei ucciso. Non l’hanno vaccinato. In effetti il re del liscio era over 80 e si è ammalato solo due settimane fa, fosse vissuto a Roma forse la scampava. La Stampa pubblica un’intervista esclusiva al Papa: “Io Francesco, il Covid e i poveri”.

L’ULTIMA DOMENICA PRIMA DEL ROSSO

La Gazzetta del Mezzogiorno le ha chiamate nel titolo d’apertura: Le ultime ore di semi-libertà. Oggi è la domenica prima dell’inizio dei divieti di Pasqua. E gli italiani sono presi dalla voglia di uscire di casa. Rinaldo Frignani lo racconta sul Corriere della Sera:

 «Tutti in fila fuori dalle profumerie, dai barbieri e dai parrucchieri. Da domani saranno chiusi e quindi corsa dell'ultimo minuto per non rimanere senza prodotti di bellezza e con i capelli lunghi e in disordine. Nel pomeriggio poi assedio ai supermercati. Come fosse la vigilia del lockdown. La zona rossa prolungata, come quella di Natale, questa volta sembra fare più paura un po' in tutte le regioni nelle quali è stata disposta, a partire da domani e fino al prossimo 6 aprile. A Roma è psicosi: in molti polemizzano con la nuova chiusura che ritengono ingiusta in quanto basata su dati sui contagi accusati di essere «vecchi di una settimana». Baristi e ristoratori, pur soddisfatti per gli affari fatti ieri e quelli previsti oggi, non nascondono la loro preoccupazione (…) Nel frattempo ieri penultimo assalto al centro, alle vie dello shopping nel Tridente, ma soprattutto sul litorale, fra Ostia, Fiumicino e Fregene, Anzio e Nettuno, Santa Severa e Santa Marinella, dove è peraltro cominciata la fuga nelle seconde case. Fenomeno che ha interessato anche alcuni centri dei Castelli romani e i laghi. (…) Chiusure a tempo delle forze dell'ordine per assembramenti in via del Corso e Fontana di Trevi e poi, in serata, a Trastevere, San Lorenzo, Pigneto e piazza Bologna. Struscio di ragazzi fra piazza del Popolo e la Terrazza del Pincio. (…) Ingorghi sulle vie consolari (Aurelia e Pontina su tutte) e sul Raccordo anulare, folla nei parchi da Villa Pamphilj a Villa Ada, e in tutte le altre aree verdi della Capitale, unico sfogo da domani e per i prossimi giorni. Assembramenti e cene clandestine anche a Milano - una è stata interrotta proprio vicino alla Scala - fin dalla serata di venerdì. Anche ieri folla fra corso Vittorio Emanuele, via Torino e piazza Duomo con interventi di polizia, carabinieri e vigili urbani alla Darsena per sciogliere gruppetti di giovani troppo vicini all'ora dell'aperitivo. (…) Per le prossime tre settimane il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese ha ordinato, soprattutto sugli spostamenti, «controlli capillari, ma con un approccio equilibrato, pur nel necessario rigore». Shopping interrotto per qualche ora nel pomeriggio invece a Torino, fra via Roma e via Garibaldi, a causa di un black-out elettrico, ma folla lo stesso nel centro del capoluogo piemontese, visto anche il divieto imposto dalla Regione di recarsi nelle seconde case. Comitive di ragazzi, molti senza mascherina, nel parco «Cavalieri di Vittorio Veneto», vicino allo Stadio Olimpico e al Pala Alpitour, come anche allo Skate Spot di piazzale Valdo Fusi. Scenario opposto a quello di Napoli, con piazze e lungomari presidiati dalle forze dell'ordine per l'ordinanza regionale, valida fino al 21 marzo, che li chiude al pubblico con parchi, ville comunali e giardini pubblici (tranne che fra le 7.30 e le 8.30 del mattino).»

Il Corriere della Sera intervista la Gelmini, che deve spiegare perché la “destra” ha dovuto cedere alle chiusure chieste dagli esperti.   

«Non era meglio tenere aperte le scuole e chiudere i ristoranti, come in Francia? «Non dobbiamo commettere l'errore di dividerci in opposte fazioni, la variante inglese sta colpendo duro proprio nelle scuole. Non c'è un partito, un ministro o un governatore che voglia le scuole chiuse, ma dobbiamo prendere atto della realtà ed evitare altre vittime». Ce ne sono diversi di governatori che hanno spinto per chiudere le scuole, lasciando aperte le attività. «Non è vero, in Conferenza Stato-Regioni i presidenti, avendo il polso della situazione, hanno spiegato il senso delle loro richieste. Se uno studente oggi prende il Covid tutta la classe si contagia e il virus entra nelle famiglie. La salute è al primo posto, abbiamo agito con prudenza e senso di responsabilità, affidandoci al parere del Cts». Non sono pochi 280 milioni per bonus babysitter e congedi parentali? «La cosa importante è che queste risorse siano retroattive, contestuali alle misure restrittive e che valgano anche per gli autonomi. Se serviranno altri soldi useremo il nuovo scostamento». Se Draghi è sulla linea del rigore come Speranza, dove sta la discontinuità rispetto al governo Conte? «Intanto non abbiamo agito con un Dpcm, ma con un decreto legge, che passerà all'esame del Parlamento. Poi, grazie alla contestualità chiesta dal centrodestra, per la prima volta un decreto che dispone restrizioni contiene anche misure risarcitorie. L'altro elemento di discontinuità è il nuovo clima frutto dell'unità nazionale. Un Paese in guerra contro il virus si sente rassicurato da un governo di tutte le forze politiche e questo è anche il frutto della grande intuizione di Berlusconi». Sono scelte che potrebbero pesare sul consenso di Draghi? «Non credo, sono misure rigorose, ma gli italiani hanno capito che con Draghi il Paese sta svoltando e sono fiduciosa che si possa traghettare l'Italia fuori dalla pandemia grazie ai vaccini e all'azione di questo governo. Spero che entro l'estate si possa concludere la fase vaccinale e tornare a vivere e a produrre». AstraZeneca continua a tagliare le consegne. Draghi deve alzare ancora la voce? «Draghi ha fatto sentire la sua voce anche in Europa. Le case farmaceutiche devono rispettare gli impegni, non ci devono essere scuse». Lei ha paura di AstraZeneca, o farebbe il vaccino? «Quello che ci preoccupa è che si è creata una situazione di diffidenza sul vaccino AstraZeneca, ma dobbiamo affidarci alla scienza, che lo ritiene sicuro ed efficace, e alle affermazioni dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa, ndr) e dell'Ema. Bisogna continuare a usarlo. E sì, io lo farei». Dopo Arcuri salterà il Cts? «Nutro stima verso questi scienziati che sono servitori dello Stato e stanno facendo un grande lavoro. Al tavolo delle Regioni è emersa la sensazione di una comunicazione un po' contraddittoria e ansiogena e si è posto il tema di un portavoce unico, che comunichi in modo più ordinato».». 

Su Repubblica spiega dal suo punto di vista la situazione il ministro della Salute Roberto Speranza:

«C'è grande consapevolezza del quadro epidemiologico. Molti presidenti già nei giorni scorsi hanno preso provvedimenti restrittivi a livello locale. Quando i numeri sono così netti, quando sale la pressione sugli ospedali c'è poco da fare. Non si tratta di un giudizio politico, nessuno si diverte a chiudere. La variante inglese circola tra il 35 e il 40% più velocemente del ceppo originario. Quando mi chiedono perché abbiamo portato in arancione i territori che erano in zona gialla rispondo che quello scenario teneva sul vecchio ceppo. Sul nuovo, per ora, no». Ci sono 42 milioni di persone, in zona rossa. Servirà ad abbassare la curva? «L'aspettativa del governo e dei nostri scienziati è che queste misure ci consentiranno di rimettere la curva sotto controllo nonostante la presenza delle varianti. C'è però bisogno di alcune settimane per vedere gli effetti. Per questo il decreto vige fino a Pasqua. Rispetto all'autunno c'è però un'altra grande novità: la campagna di vaccinazione è in corso. Non ci sono solo le misure restrittive. Ogni dose somministrata è un passo verso l'uscita dalla crisi». Quando si vedranno dei miglioramenti? «L'applicazione di misure più rigorose e la crescita progressiva del numero dei vaccinati ci porta a pensare che già nella seconda metà della primavera avremo numeri in miglioramento. Ci sono due verità che sembrano in contrasto tra loro, ma non lo sono. La prima è la seria difficoltà di queste settimane. Le prossime non saranno affatto facili. Lo sa bene chi lavora sui territori, negli ospedali, i nostri medici, infermieri e professionisti sanitari che toccano con mano l'aumento dei malati. Per questo abbiamo preso le misure delle ultime ore. La seconda verità, altrettanto importante, è che finalmente guardiamo con fiducia al futuro prossimo. Solo negli ultimi tre giorni abbiamo fatto in media 200mila vaccini al giorno. E cresceremo ancora. È difficile dire adesso quale sarà l'ora x della svolta, ma i risultati inizieranno a vedersi presto». Ci sono disdette da parte dei cittadini della vaccinazione con Astrazeneca dopo il blocco del lotto. Vuole rassicurare gli italiani? «Sicuramente. Ho piena fiducia delle nostre agenzie regolatorie, l'europea Ema e l'italiana Aifa. I vaccini in Italia e in Europa sono tutti efficaci e sicuri, ma ciò non toglie che continueremo a verificare e controllare tutto con la massima attenzione. È stato un risultato straordinario della comunità scientifica arrivare al vaccino. Ormai nel mondo sono state somministrate circa 350 milioni di dosi e l'evidenza ci dice di una piena sicurezza e efficacia».

VACCINI, IL PIANO E LE PRECEDENZE

A proposito di vaccini, dopo la decisa dichiarazione di Draghi, ieri è stato presentato il Piano del Commissario Figliuolo. Foschini e Tonacci su Repubblica:

«Da lunedì sono previste 300 mila somministrazioni al giorno. Mentre dal 14 aprile si dovrebbe arrivare al target delle 500 mila vaccinazioni ogni 24 ore. Con tale ritmo l'immunità di gregge si raggiungerebbe il 15 settembre. «Ma i nostri problemi finiranno molto prima», profetizza Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e assessore alla Sanità in Puglia. Entro la fine del mese, infatti, sarà completata l'immunizzazione degli over 80, degli ospiti delle Rsa e del personale sanitario. Molte Regioni hanno vaccinato insegnanti e forze di polizia. D'ora in avanti, anche per evitare i "furbetti", il criterio base sarà quello anagrafico. Ora tocca ai disabili e chi ha "estreme vulnerabilità", individuate secondo una tabella del ministero, poi si procederà dalla classe '42 a salire. «In questa maniera gli ospedali si svuoteranno», spiega Lopalco. Per ridurre gli sprechi in caso di rinuncia all'ultimo minuto (dopo il caso del lotto sospeso di AstraZeneca, ci sono state diverse disdette delle prenotazioni) le Regioni saranno obbligate ad avere liste di riserva con i nominativi di chi è prenotato nei giorni successivi, che potrà essere chiamato all'improvviso per la puntura. Odontoiatri e parrocchie. Dove si vede lo sforzo maggiore a cui è chiamato il sistema Paese è nel rendere capillare la somministrazione. La platea dei vaccinatori si compone dei dottori di medicina generale (fino a 44 mila medici), degli odontoiatri (fino a 60 mila), degli specializzandi (23 mila). «Tramite accordi in via di finalizzazione - specifica il Piano - si potrà fare ricorso a medici sportivi, medici dei siti produttivi, i convenzionati e i farmacisti». Potenziata la rete dei centri di vaccinazione: oggi composta da 1.733 punti, Figliuolo conta di allargarla con scuole, palestre, aree della grande distribuzione, zone industriali, parrocchie e oratori. L'ultimo capitolo del Piano riguarda la piattaforma informatica a cui si potrà accedere per prenotarsi. L'idea è razionalizzare i registri (per evitare, ad esempio, che chi lavora in Lombardia e si fa vaccinare in Campania resti negli elenchi lombardi) e controllare per via informatica il fenomeno dei furbetti che saltano le liste».

Paolo Liguori interviene sul Giornale proprio sul tema delle precedenze in lista:

«Ad esaminare le cifre, regione per regione, appare chiaro che sono stati usati criteri diversi. Anche arbitrari, se entriamo nel merito delle vaccinazioni per categoria, perché il «comparto sanitario in prima linea» è diventato, in pratica, tutti quelli che hanno un titolo sanitario, anche impiegati amministrativi, che non hanno mai visto da lontano un malato. E gli insegnanti sembrano privilegiatissimi, con scuole e università chiuse. Si può rovesciare il punto di vista e ricordare ai giornalisti, che si autoproclamano indispensabili per l'informazione, che i cameraman e i fotocineoperatori lo sono di più. E ancora di più lo sono state, nell'ultimo anno, le cassiere dei supermercati, a cui ci siamo rivolti per mangiare tutti, sani e asintomatici. Inutile continuare, per andare a sbattere inevitabilmente contro il concetto di diritto all'italiana: ovvero quelli miei sono intoccabili, quelli degli altri sempre discutibili. Mettiamo un punto e andiamo avanti con fiducia, sulla strada indicata dal Presidente, silenziando però quell'applauso lungo un mese che ha accompagnato il nuovo governo».

VACCINI, PER I BIG PHARMA PROFITTI RADDOPPIATI

Il Sole 24 Ore dedica il titolo di apertura ad uno studio del giornale economico, in collaborazione con la S&P Marketing, sui bilanci delle grandi case farmaceutiche che producono vaccini e medicinali anti Covid. Il calcolo degli utili impressiona. Scrivono Andrea Franceschi e Marigia Mangano:

«Una rivalutazione di oltre 160 miliardi. Tanto è valso, per la Borsa, l'effetto Covid sui giganti dell'anti-Covid, ovvero le case farmaceutiche che da ormai un anno sono in prima linea nella produzione del vaccino e delle cure del Coronavirus. (…) Punto di partenza per comprendere in che misura la corsa ai vaccini sta rivalutando bilanci e valori di Borsa è fotografare gli stessi protagonisti e il settore in cui si muovono. Nell'era del Covid bisogna così distinguere gli effetti su colossi storici della farmaceutica come Pfizer o Astrazeneca e Johnson & Johnson, forti di una capitalizzazione che anche in pre pandemia superava a livello aggregato i 642 miliardi e un fatturato complessivo di 150 miliardi, e le piccole aziende biotech o la più giovane Moderna dove il peso effettivo della commercializzazione del vaccino anti Covid sarà molto più sensibile. Questo perché misurato su numeri di bilancio e valori di Borsa che, prima del Covid, erano da start up. Le previsioni sul 2021 In generale, secondo l'elaborazione de Il Sole 24 Ore, su dati S&P Market Intelligence i vaccini e le cure anti-Covid garantiranno oltre 71 miliardi di dollari di utili netti per le case farmaceutiche produttrici. La stima emerge sommando i profitti previsti per quest' anno di tutti i principali attori in campo, sia case farmaceutiche e aziende biotech, i produttori di anticorpi monoclonali (Ely Lilly e Regeneron). ».

Il Fatto si occupa del tentativo fallito di far approvare al WTO, l’Organizzazione mondiale del Commercio, l’abolizione dei brevetti sui vaccini.

«A negare il consenso sono stati proprio i Paesi che hanno oggi la maggiore disponibilità di vaccini: Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada, Giappone. Le stesse nazioni dove sono basate alcune delle compagnie proprietarie dei brevetti. A schierarsi per il no alla liberalizzazione dei brevetti è stata anche la Commissione europea, che rappresenta la posizione concordata con i governi dei 27 Stati membri. "Il problema dell'accesso ai vaccini non verrà risolto sospendendo i brevetti. I problemi sono legati alla mancanza di una capacità produttiva sufficiente a realizzare le quantità necessarie", è stata la motivazione fornita dalla Commissione attraverso Miriam Garcìa Ferrer, portavoce per le questioni commerciali. La stessa tesi era stata espressa qualche giorno prima in Italia da Lucia Aleotti, numero uno di Menarini: "La carenza di vaccini non dipende dai brevetti, ma dalle limitate dimensioni e potenzialità degli impianti". La linea dell'Ue sembra dunque coincidere con quella delle aziende farmaceutiche. E prevede di puntare sui cosiddetti "accordi di licenza". (…) La differenza sostanziale rispetto alla proposta di India e Sudafrica è che con gli "accordi in conto terzi" il pallino resta in mano alle case farmaceutiche proprietarie dei brevetti, che subappaltano parte della produzione a terzi che tuttavia non possono produrre e distribuire il vaccino in modo autonomo».

GENTILONI PARLA DEL DEBITO, BRUNETTA DEGLI STATALI

Federico Fubini intervista Paolo Gentiloni, Commissario europeo per l’Economia. Tema: i conti del Continente e la crisi pandemica.  

«È una delle difficoltà di questa fase. Siamo ancora dentro la pandemia e va sconfitta, ma dobbiamo già guardare avanti. Questa non è una guerra con un prima e un dopo nettamente separati, un momento in cui inizia la ricostruzione. L'emergenza andrà avanti per mesi, ma gradualmente prenderà corpo una ripresa che potrebbe diventare impetuosa. È qui che può avere un ruolo molto importante il risparmio accumulato in questo anno, perché la domanda compressa di consumi potrebbe dar luogo a una crescita molto forte. Naturalmente ci sono contrasti stridenti, con settori che restano in crisi e tante persone che hanno perso il lavoro e certo non hanno potuto accumulare risparmi. Nel complesso, la prospettiva ha potenzialità straordinarie. Non solo per far crescere il Pil ma per avere un'economia più sostenibile. Ma dipenderà dalla campagna vaccinale, dai piani di Recovery, dalle scelte dei governi. Niente è già garantito» (…) Sì, ma adesso? «Stiamo dando una cornice di certezze che si può riassumere così: in questa fase è meno rischioso fare troppo, che troppo poco. Non vanno ritirate prematuramente le misure di sostegno, va allungata al 2022 la sospensione del Patto di stabilità, bisogna lavorare perché la politica monetaria e la politica economica vadano all'unisono. E guardi che costruire un consenso su questa impostazione non era scontato». Ha già idee su come rivedere il Patto di stabilità? «Riapriremo la discussione in autunno. Vedo due problemi, oltre a quelli di prima del Covid-19. E il primo è che esiste un'enorme domanda di investimenti pubblici e privati. Negli ultimi 5 anni nell'area euro gli investimenti pubblici netti sono stati pari quasi a zero. A questo si aggiunge il rischio di una mancanza di investimenti privati. Invece noi in Europa abbiamo bisogno di migliaia di miliardi di investimenti, a maggior ragione in vista della transizione verde e digitale. Parliamo più di strumenti di crescita, che non di stabilità». E la seconda questione? «Non si tratta di rivedere gli obiettivi stabiliti dai trattati. Ma con un debito pubblico in media al 103% del Pil nell'area euro, abbiamo bisogno di una discussione sulle modalità di rientro, i percorsi, i tempi e i perché. Se noi ci limitassimo ad applicare le regole come sono, con livelli di debito aumentati così tanto, allora dovremmo mantenere per 10 o 15 anni dei surplus di bilancio prima di pagare gli interessi sul debito che sarebbero difficilmente sostenibili. Dobbiamo ripensare a come gestire i percorsi di rientro. Ovviamente l'Italia o la Grecia hanno livelli di debito pubblico molto alti e devono esercitare particolare prudenza. Ma anche la Francia sarà probabilmente sopra il 120% del Pil per diversi anni. Credo che dovremo far fronte a queste realtà».

Renato Brunetta torna sul Foglio, in edicola ieri e oggi, sul contratto della Pubblica Amministrazione siglato con i sindacati mercoledì scorso. È un patto importante e, da un certo punto di vista, inaspettato sia per Draghi che per Brunetta, sospettati di essere “tecnici” rigorosi e poco inclini alla concertazione. Invece il primo atto economico di questo Governo nasce con i sindacati a Palazzo e Landini che firma. Proprio per rispondere a critiche giunte dal versante “liberale”, Brunetta scrive al Foglio:

«La Pubblica amministrazione, se funziona, è il primo presidio dei diritti dei cittadini: è il baluardo essenziale contro le disuguaglianze, che la pandemia rischia di acuire. Abbiamo deciso di introdurre le migliori tecnologie digitali e imboccare, con decisione, il percorso delle transizioni che ci chiede l'Europa, ma come tutti i processi di rilancio e innovazione vogliamo farlo puntando sulle persone. Da mercoledì 10 marzo si è aperta una pagina nuova. I contributi e i rilievi di merito, se ben argomentati, sono preziosi, ma indietro non si torna. A partire dalle generalizzazioni, dobbiamo saper riconoscere che c'è un pezzo di Italia che nel pubblico impiego lavora il triplo per colpa dei "furbetti", ma proprio la retorica generalizzante su questi ultimi mortifica gli operosi. Per questo la scelta è decentrare la contrattazione di produttività, perché finalmente si valorizzino queste persone e si responsabilizzi tutta l'organizzazione a partire dai dirigenti, che devono essere liberati dalla "paura della firma". Paura troppo spesso causata dall'esistenza di fattispecie di reato evanescenti e indefinite, come l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze illecite. Sono e siamo consapevoli che la riforma della Pubblica amministrazione è la sfida delle sfide. Energie, intelligenze e contributi saranno preziosi per fare, insieme, un buon lavoro. Io ci credo».

IL GIORNO DI ENRICO LETTA

Tocca al Manifesto l’analisi più acuta in vista del discorso della corona che farà oggi Enrico Letta all’Assemblea del Pd. La parola chiave in questo caso è “sudditanza”. Scrive Giuliano Santoro:

«Fuori Nicola Zingaretti, che a Conte riconosceva il ruolo di leader della coalizione, dentro Letta un altro ex premier. I grillini sanno che poteva andare peggio ma avvertono che qualcosa è destinato a cambiare. Sono fiduciosi perché Letta garantisce che la linea di Zingaretti proseguirà, ma sanno che adesso ci sarà una differenza sostanziale: non è più scontato che Conte sarà il leader della coalizione e non si dà più per assodato che in caso di vittoria sarà ancora lui a fare il presidente del consiglio. Questo vuol dire Letta quando assicura che manterrà i rapporti con i 5 Stelle ma garantendo che il Pd non venga percepito in una posizione di sudditanza. Questa doppia condizione, di fedeltà ai patti e competizione sul premier traspare anche dalle parole che circolano in questi giorni, anche tra quelli che più spingevano per la collocazione del M5S nel campo del centrosinistra».

Davide Sassoli, presidente Parlamento europeo, viene intervistato da Repubblica. Felice della scelta di Letta, esprime lo stesso concetto della nuova “competizione” del Pd ragionando sul rischio di “subalternità”.

«Giuseppe Conte sta costruendo un Movimento improntato al verde e all'Europa che nei sondaggi ha già superato il Pd: rischiate una spirale verso la subalternità? «Con i 5 Stelle abbiamo evitato che vincesse il Papeete, governiamo con loro per la seconda volta e al Parlamento europeo hanno votato nell'80% dei casi con il gruppo dei Socialisti e Democratici: con la leadership di Conte (dei 5 stelle non della coalizione ndr) potremo aumentare le convergenze e gli obiettivi comuni in Italia e in Europa». Quale sarà il ruolo del Pd di Letta nell'esecutivo Draghi? «Il Pd con Enrico può dare forza al governo sull'uscita dalla pandemia e sulla ripresa economica, poi a fine legislatura si tireranno le somme e potranno tornare le naturali distinzioni tra partiti. Ma ora tutti devono remare a testa bassa per salvare e rilanciare il Paese». Come si sente a farlo con la Lega? «Il Pd è il partito della coesione sociale e del patriottismo costituzionale, quando altri aderiscono a questi principi, quando riconoscono che l'Europa non è burocrazia ma il nome della pace di cui godiamo, il Paese ne trae beneficio e il sistema politico diventa più maturo». Intanto c'è un Pd da rilanciare, che deve raccogliere i cocci: serve una rifondazione? «Dall'Assemblea (di oggi, ndr) la risposta sarà adeguata. (…) Serve uno 'choc di equità', perché anche la pandemia non è uguale per tutti e milioni di italiani sono passati dal ceto medio alla soglia di povertà. Il Pd deve ascoltare le istanze della povera gente non solo per dare sussidi, di certo fondamentali, ma perché lì c'è un bisogno di emancipazione sociale, come ci richiama papa Francesco, che è la molla della rinascita. L'inquieta società italiana non vuole scassare tutto, ma chiede passi in avanti. Dobbiamo fare di tutto perché questo avvenga»

Su Libero il direttore Vittorio Feltri si lascia andare ad uno dei suoi sfoghi sul Partito Democratico:  

«Torna al Nazareno Enrico Letta, persona perbene, eppure con un temperamento che pare fragile, non idoneo a fare di lui un condottiero. Ne conosciamo la storia di leaderino e per questo dubitiamo che egli possa avere successo. Però è soltanto una nostra opinione e forse è sbagliata. Ciò che invece è un fatto dimostrato è che gli eredi del comunismo e della Dc di sinistra non hanno una struttura politica. Essi stessi ignorano chi siano e dove intendano andare. Vivono alla giornata come un gruppo di clochard, chiedono di avere per carità qualche poltrona governativa, non sanno se stare dalla parte del popolo o da quella della borghesia, non hanno un programma e se ne individuano per caso mezzo non riescono a realizzarlo. Non sono né carne né pesce e campano alla giornata in attesa di eventi. Poveracci, la loro specialità è sbandare e non si accorgono che prima o poi andranno a sbattere contro il muro».

LE SPINE DI CONTE

Se il Pd oggi trova un nuovo assetto con Letta, la cosa non è secondaria neanche per i 5Stelle, principali alleati. Che pure hanno bisogno ancora di qualche giorno per definire la leadership di Giuseppe Conte. Il Movimento sdarà condotto da lui, ma con che regole e con che ruolo per Casaleggio e c? Emanuele Buzzi sul Corriere della Sera.

«Giuseppe Conte sta lavorando al suo piano di «rifondazione» del Movimento ma si trova ad affrontare diverse questioni che ne rallentano il percorso. Dai tempi al ruolo di Rousseau, dalle lotte interne ai gruppi alla questione degli espulsi: una trama intricata a cui dovrà mettere mano. Anzitutto, a mettere pressione all'ex premier ci sono i tempi tecnici: il 17 febbraio si è votato il cambio dello statuto che ha dato il la al comitato direttivo. Senza l'elezione dei cinque membri, si è entrati nel periodo di «reggenza» pro tempore determinato dalle norme M5S, che dura 30 giorni: quindi entro il 20 marzo Conte dovrebbe presentare agli iscritti il suo progetto, proprio per non passare a un nuovo regime di prorogatio (con tanto di lettera di Beppe Grillo per concedere ulteriore tempo al leader in pectore). Il nodo è serio perché potrebbe aprire la strada a nuove contestazioni. (…) E prima di rendere nota la nuova struttura Conte dovrà anche definire i rapporti con Rousseau: l'offerta del Movimento a Davide Casaleggio è stata formalizzata tuttavia l'accordo non è ancora concluso. Sia lo statuto del Movimento sia quello dell'associazione Rousseau sono strettamente legati da continui rimandi e, in pratica, l'era Conte non può partire senza un doppio voto sulla piattaforma (necessario per cambiare le norme M5S ed eleggere poi il nuovo leader). Al di là delle questioni legali e pecuniarie, l'affaire Casaleggio ha soprattutto una valenza politica (…) C'è un punto più spinoso: lo scontro «generazionale» tra chi è al primo mandato e spera che l'ex premier non riveda il tetto delle due legislature per gli eletti e chi è già in Parlamento dal 2013 e vorrebbe adottare un «correttivo», premiando «i più meritevoli». Lo scontro è solo agli inizi, ma parlando con i pentastellati il pressing è già alto. «Per Conte sarà il problema principale», c'è chi giura»

Sul Fatto Luca De Carolis spiega la strategia dell’“Elevato”. Beppe Grillo ha deciso: in questi giorni niente tv e poche dichiarazioni di dirigenti per non alimentare lo scontro con Casaleggio, dopo che ha presentato il suo manifesto “Controvento”.

«Il fondatore, giurano, ha calato le consegne senza i toni militari del tempo che fu. Ha "caldamente consigliato" di schivare i programmi per un po', almeno finché non verrà sciolto il nodo Rousseau. Però Grillo resta Grillo, il fondatore e volto, che se necessario dispone, e tutti devono adattarsi. Per esempio non si è peritato di ordinare al reggente Vito Crimi di consegnare a Draghi la lista dei sottosegretari, quando i 5Stelle temporeggiavano per provare a ottenere di più. D'altronde il presidente del Consiglio lo ha capito in fretta con chi dover parlare per tenere dentro il M5S nel suo esecutivo. Per questo, su consiglio di Roberto Fico, chiamò Grillo prima delle consultazioni. Due ore di colloquio, decisive per portare dalla sua parte l'artista genovese e quindi i 5Stelle. Draghi ovviamente ha ripercorso la via del colloquio diretto con il Garante, più volte. Tanto da arrivare a scherzare, con Grillo: "Buongiorno, cercavo l'Elevato". Più in alto degli altri 5Stelle, ovvio. Aspettando che lassù al vertice lo raggiunga l'avvocato Conte. Indispensabile anche a lui, Beppe Grillo».

Aldo Grasso nella sua consueta rubrica della domenica mattina, Padiglione Italia, torna sul manifesto “Controvento” di Davide Casaleggio:

«Dieci regolette per non fare solo la figura del «fornitore di servizi» (è pur sempre il figlio del Fondatore), un decalogo che sembra scritto per gli Amici del Burraco o per il Circolo dei Castori, a metà fra una canzone del Gaber impegnato e massime instagrammabili e aspirazionali. Il terzo e il quinto comandamento sono capolavori di conversione (potere e sopravvivenza trasformano tutto, pure i trasformisti). L'uno dice che «la formazione è la madre della competenza», invitandoci a dimenticare tutti gli incompetenti che i Fondatori ci hanno fornito. L'altro dice che «uno non vale l'altro». Scrivere che uno non vale uno era chiedere troppo?».

ADDIO A RAOUL CASADEI, RE DEL LISCIO

Due personaggi pubblici importanti sono morti ieri di Covid. Il fotografo della moda, nipote di Luchino Visconti, Giovanni Gastel, che aveva 65 anni. E Raoul Casadei, re del liscio, indimenticabili “Romagna mia” e “Ciao mare”, 83 anni. Giuliano Zulin su Libero polemizza, per usare un eufemismo, con l’assistenza sanitaria romagnola che non ha vaccinato in tempo Raoul Casadei: “È stato ucciso”.

«C'è poco da discutere. La morte di Raoul Casadei era evitabile. Il re del liscio era stato ricoverato il 2 marzo all'ospedale di Cesena. Ha combattuto, ma alla fine ha vinto il Covid. Il tutto perché non ha beneficiato del vaccino, che secondo i piani gli 80enni avrebbero dovuto già ricevere. Brutto da dire, ma se fosse stato in Gran Bretagna sarebbe ancora vivo l'artista nato a Gatteo Mare il giorno di Ferragosto del 1937. È stato ucciso. Non c'è un solo colpevole, perché i colpevoli sono tanti. Ma forse il killer è la cosiddetta burocrazia, la quale ci ha portato a ritardi insopportabili nella consegna dei vaccini alla Ue e quindi all'Italia». 

Francesco Guccini rende omaggio al Re del Liscio intervistato dal Corriere:

«Il cantautore la prende alla lontana: «Casadei l'ha sicuramente consacrato a genere autonomo, però "il liscio" in fin dei conti, nelle nostre lande, in Emilia come in Romagna, è sempre esistito. Dai tempi delle bande austriache dell'800 che qui declinammo coi soli strumenti che avevamo a disposizione, il clarinetto e la fisarmonica». Ed ecco i ricordi, prima di diventare il profeta dell'Avvelenata e della Locomotiva , anche Guccini suonava in un'orchestra, negli anni Sessanta, con nomi bizzarri come i Marinos e i Gatti: «Cantavo e strimpellavo la chitarra: tra un Nico Fidenco e un Peppino di Capri, arrivava il fatidico momento degli "obbligatori": valzer , mazurka, tango, polka. Non si poteva scappare». Come per l'orchestra Casadei, era la sfida italiana agli americani e ai loro «balli staccati», il boogie woogie su tutti. Che alla fine si rivelò vincente. «Raoul e, prima ancora, suo zio Secondo hanno saputo intercettare l'ansia di spensieratezza che c'era nell'Italia del Dopoguerra, una voglia di ballare che "faceva luce"». Ed è proprio lo zio Secondo ad aver dipinto l'inno dell'«altra parte», quella Romagna mia che, a differenza di quanto narra la leggenda, Guccini non ha mai suonato in concerto: «Ma ne ho sempre compreso la forza, i riferimenti sicuri, la famiglia della "mamma" e il territorio del "casolare"».

PAPA FRANCESCO CONTRO LA DEPRESSIONE DA COVID

Su La Stampa di Torino doppia paginata di una bella intervista esclusiva a Papa Francesco, di Domenico Agasso. È l’anticipazione di un libro, Dio e il mondo che verrà, edizioni Piemme-Lev, in libreria da martedì prossimo. In essa il Papa, che ieri ha “compiuto” 8 anni di pontificato, sembra avere una preoccupazione di fondo: indicare a tutti la strada per uscire dalla depressione che un anno di epidemia ha provocato in tutti, a cominciare dai giovani. Ecco due passaggi:

«Nella vita ci sono momenti di buio. Troppo spesso pensiamo che possano capitare non a noi, ma solo a qualcun altro, in un altro Paese, magari di un continente lontano. Invece nel tunnel della pandemia ci siamo finiti tutti. Dolore e ombre hanno sfondato le porte delle nostre case, hanno invaso i nostri pensieri, aggredito i nostri sogni e programmi. E così nessuno oggi può permettersi di stare tranquillo. Il mondo non sarà più come prima. Ma proprio dentro questa calamità vanno colti quei segni che possano rivelarsi cardini della ricostruzione. Non bastano gli interventi per risolvere le emergenze. La pandemia è un segnale di allarme su cui l'uomo e costretto a riflettere. Questo tempo di prova può così diventare tempo di scelte sagge e lungimiranti per il bene dell'umanità. Di tutta l'umanità. (…) Ecco, i ragazzi hanno la freschezza e la forza per rilanciare i compiti fondamentali assegnati da Dio, e diventare così uomini e donne della conoscenza, dell'amore della carità. Aprendosi all'incontro e alla meraviglia, potranno gioire per le bellezze e i doni della vita e della natura, le emozioni, l'amore in tutte le sue declinazioni. Andando sempre avanti per apprendere qualcosa da ogni esperienza, divulgando la conoscenza e amplificando la speranza insita nella giovinezza, prenderanno in mano le redini della vita e allo stesso tempo metteranno in circolo la vitalità che farà progredire l'umanità, rendendola libera. Perciò anche se la notte sembra non abbia fine, non bisogna perdersi d'animo. E come diceva San Filippo Neri non dimenticare di essere allegri, il più possibile».