L'Europa non vuole i profughi

Dopo il ritiro da Kabul, la Ue paga altri Paesi per non accogliere gli afghani. Flop in piazza dei No Vax, ma la Lega attacca il Green pass. Supersalone del mobile a Milano, Benigni re di Venezia

Chat piene, stazioni vuote. Non ci sono state le manifestazioni e le violenze temute nel primo giorno di obbligo per il Green pass su treni a lunga percorrenza ed aerei. A dimostrazione che la realtà virtuale è spesso tale. Le moltitudini No Vax in rete si sono dissolte alle stazioni presidiate dalle forze dell’ordine. A Napoli, in Centrale, si sono presentati in due all’appuntamento del pomeriggio. Sempre due gli insegnanti che a Torino volevano andare a scuola senza il certificato verde, il Preside li ha lasciati fuori e uno di loro è andato dai Carabinieri. Si può denunciare qualcuno (abuso d’ufficio) perché ha fatto rispettare la legge? Mah… comunque se fossi il papà di un allievo dei due prof No Vax, chiederei un diritto di No Prof ad personam e farei cambiare sezione, o scuola, a mio figlio. Per il resto nelle scuole e nei trasporti è andato tutto liscio. Come da settimane in bar e ristoranti.

La nota stonata viene dalla politica: il leghista Claudio Borghi ha votato contro il Green pass. Pd e 5 Stelle chiedono un chiarimento alla Lega, che è al Governo. Sul fronte pandemia i contagi sono stabili, ma i decessi restano alti. La campagna vaccinale di settembre è partita moscia, ci sono più di 8 milioni di dosi di scorta nei frigoriferi. Forse è il caso che Figliuolo e le Regioni tentino un’accelerazione: il 70 per cento di vaccinati over 12 è un bel risultato, ma non si può dormire sugli allori.

L’Afghanistan angoscia ancora il mondo. I Talebani hanno sfilato con le armi occidentali, mostrando i muscoli della loro potenza. Il portavoce del nuovo regime ieri ha confermato che non ci saranno donne nel Governo e che si attaccherà militarmente la valle del Panshir. Ferrara sul Foglio e Serra su Repubblica ragionano su Biden. Quirico su La Stampa lancia un’invettiva sui profughi, vergogna per l’Europa.

Il Papa, in un’intervista radiofonica ad un’emittente spagnola, la stessa in cui ha detto che lo ha salvato un infermiere, smentisce categoricamente di avere mai pensato a dimettersi. Fra l’altro ha sostenuto che lui legge un solo giornale, quello di Roma. Il direttore del Tempo Bechis non se la prenda, se ipotizziamo si tratti del Messaggero. 

Ancora due parole sulla Versione. Proseguono entusiaste le adesioni all’anticipazione oraria della consegna di questa rassegna al mattino: dal lunedì al venerdì stiamo cercando di garantire la spedizione via email prima delle ore 8. Alla fine della lettura, poi, vi ricordo che avete la possibilità di scaricare gli articoli dei quotidiani integrali in pdf, attraverso un link dedicato su dropbox, con tanto di testata, titoli e impaginazione. Scaricateli se siete interessati. I pdf scadono dopo 24 ore. Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera emette una sentenza dopo i timori della vigilia: No vax, fallisce il blocco. Avvenire va sul positivo: Green pass in cattedra. Per Il Giornale: Vince l’Italia normale. Il Quotidiano Nazionale sottolinea il voto di Borghi: Lega contro il Green pass, l’ira del Pd. Lo fa anche Il Mattino: Green pass, strappo Lega ma l’obbligo sarà esteso. La Repubblica tiene insieme i due aspetti, la piazza e il governo: Green pass, la Lega vota contro. Fallisce la protesta dei No Vax. La Stampa privilegia la politica: Green pass, strappo della Lega. Pd e 5S: sono fuori dal Governo. La Verità, dopo giorni di grande allarme, resta sulla pandemia ma cambiando argomento: Contagi, ricoveri, decessi. I numeri che l’ISS non svela. Libero esalta il ministro Cingolani: «Gli ambientalisti chic catastrofe ambientale».  Il Domani fa le pulci al candidato del centro destra a Roma: I trucchi di Michetti per salvare l’albergo senza le autorizzazioni. Il Fatto pubblica un fotomontaggio con un’urna elettorale-water in cui infilare la scheda col titolo: Ecco chi nasconde gli impresentabili. Il Manifesto racconta che cosa accade a Kabul con la foto della sfilata militare: Gran parata. Il Messaggero annuncia: Reddito, sul lavoro si cambia. Il Sole 24 Ore dà conto dei dati Istat: Lavoro, 24 mila dipendenti in più.

FLOP IN PIAZZA, BORGHI CONTRO IL GREEN PASS

Duqnue protesta flop nelle stazioni, nonostante le intenzioni dei No Vax. Ma vittoria degli anti vaccino sul piano politico: la Lega li fiancheggia. La cronaca Gabriele Bartoloni per Repubblica.

«La protesta No Vax nelle stazioni è un clamoroso flop, ma per il governo le cattive notizie arrivano dalla Camera. La Lega di lotta e di governo si manifesta in commissione Affari sociali, quando la conversione del decreto sul Green Pass arriva alla conta dei voti. I deputati del Carroccio votano contro il provvedimento varato appena un mese fa dal Consiglio dei ministri, quello che prevede l'obbligo di presentare il certificato per accedere in luoghi come bar e ristoranti al chiuso. Una misura contestata dalla Lega, da Claudio Borghi in primis: animatore delle piazze contro il passaporto vaccinale e presente alla votazione di ieri. Ma nessuno si aspettava che la Lega, astenuta in Cdm, finisse per fare ostruzionismo in Parlamento. La notizia si diffonde a fine giornata, quando Enrico Letta dalla Festa dell'Unità di Bologna chiede «un chiarimento politico» sul comportamento di Borghi. «La Lega col voto di oggi alla Camera contro il Green Pass si pone di fatto contro e fuori dalla maggioranza », dice il segretario del Pd. Non è l'unico a pensarlo. Dopo le parole di Letta, anche il Movimento 5 Stelle prende posizione contro il voto espresso in Parlamento. Il capogruppo Davide Crippa parla di «atteggiamento schizofrenico». E aggiunge: «Dica la Lega una volta per tutta da che parte sta, se con la maggioranza che sostiene il governo Draghi o se all'opposizione». Borghi non ha mai nascosto la sua contrarietà all'obbligo, ma l'ipotesi di un'iniziativa personale del deputato viene subito scartata da una nota fatta diffondere poco dopo l'affondo di Letta. «Il voto espresso in commissione Affari sociali alla Camera da Claudio Borghi è in linea con quello della Lega». Il Carroccio prova anche a rassicurare il premier: «Pd e 5 Stelle ragionano come se al governo ci fosse ancora Conte ma, per fortuna, adesso c'è Draghi». A spiegare la linea ci pensa Matteo Salvini in persona che, rinnovato l'asse No Green Pass con Fratelli d'Italia, ora decide di puntare sui tamponi gratuiti. «Se lo Stato impone il Green Pass per lavorare, viaggiare, studiare, fare sport, volontariato e cultura, deve anche garantire tamponi, rapidi e gratuiti, per tutti », è la linea del segretario. Una strategia che ricalca alcune della posizioni espresse dai No Green Pass che ieri si erano dati appuntamento in 54 stazioni italiane. Obbiettivo: bloccare i treni nel giorno in cui entrava in vigore l'obbligo di esibire la certificazione per le tratte a lunga percorrenza. Niente da fare: la protesta va deserta. Sono una quindicina i manifestanti a Bologna, venti a Firenze e solo due a Napoli. Anche a Roma e Milano la protesta fallisce. È fine giornata e il governo può tirare un sospiro di sollievo dopo l'allarme sui disordini diffuso dal ministero degli Interni alla vigilia delle manifestazioni. A guastare la giornata arriva appunto il voto della Lega in commissione. Il ministro M5S Stefano Patuanelli attacca: «Nessun problema sul governo, ma un problema per la Lega, che di fatto si è scissa».

Massimo Gramellini nel suo Caffè sulla prima pagina del Corriere ironizza sul fallimento della protesta annunciata e temuta dal Viminale:

«I roboanti proclami di rivolta ferroviaria dei No green pass hanno partorito il topolino di due sbandieratori, visti sventolare malinconicamente il tricolore nell'atrio della stazione di Napoli. C'erano più forze dell'ordine e giornalisti che rivoluzionari, tanto che un marziano sceso da qualche treno avrebbe pensato di trovarsi dentro una manifestazione per la libertà di stampa presidiata dalla polizia, o dentro una manifestazione della polizia ripresa dalle telecamere, sotto l'occhio benevolo di due tifosi della Nazionale. Scene di identica desolazione venivano registrate nelle altre stazioni italiane. Le spiegazioni di quello che a prima vista sembrerebbe un gigantesco flop sono svariate. La meno probabile, ma la più cliccabile, è che il gruppo «Basta Dittatura», che aveva sobillato le folle sui social invitandole alla mobilitazione contro il certificato verde, in realtà non esista e dietro il fallimento dell'iniziativa ci sia un complotto ordito dalla famigerata lobby dei binari morti (che prima di fare il vaccino erano vivi, ma nessuno lo dice). Altra ipotesi, meno sexy ma forse più vicina al vero: i No vax sono pochi e sovra-rappresentati dai media, che tendono a confondere la vita con Telegram e a considerare numericamente uguali i due eserciti in campo, per scrupolo di obiettività o voluttà di litigio. C'è poi un'ultima spiegazione, e mi convince ancora di più: che certi leoni da tastiera, appena si tratta di scendere in piazza, diventino agnelli».

Alessandro Sallusti su Libero sostiene che ha prevalso il buon senso.

«Ma quanto dà fastidio la verità? E la verità ieri ci ha detto due cose. La prima: i No vax organizzati in setta non sono un movimento di popolo, e neppure rappresentano gli italiani che ancora hanno dubbi a vaccinarsi. La loro annunciata protesta con blocco delle stazioni ferroviarie si è rivelata un clamoroso flop: quattro squinternati, a Napoli erano letteralmente in due, a urlare frasi sconnesse. Lo scostamento tra il Paese reale, strafavorevole ai vaccini, e quello immaginario, spacciato sul web come insofferente e coccolato da non pochi politici e opinionisti è lampante. Gli italiani hanno capito che il vaccino funziona e non è pericoloso, comunque nessuna persona non invasata è disposta a trasformare la questione in una lotta di classe. La seconda cosa che ci ha detto la giornata di ieri è che il Green pass non è un attentato alla libertà né un problema gestirlo. Il primo giorno di obbligatorietà su treni, aerei e nelle scuole - che apriranno regolarmente - non ha creato nessun problema significativo (qualche provocatore non poteva mancare), la gente si sta abituando a esibirlo come si fa all'occorrenza con la carta d'identità o la patente di guida. Non uno degli interessati si è lamentato per una presunta perdita di libertà o di tempo. Tutto a posto, quindi? Non penso. Credo che i No vax e i No pass organizzati e internet guidati torneranno a farsi vivi - probabilmente a sorpresa- non appena le acque si calmeranno. Ma da oggi sappiamo che non rappresentano nessuno, saranno alla stregua dei No Tav e No global, gruppetti di piromani della società e del buon senso. Resta da chiedersi chi pagherà il conto dell'enorme mobilitazione delle forze dell'ordine messe in campo ieri per fronteggiare un nemico che neppure si è presentato. E forse qui c'è la chiave di lettura della strategia di questi signori: non colpire uniti, ma gettare il Paese nella paura stando nascosti e al riparo nelle fogne del web, che quattro fessi abboccano sempre. C'è solo da sperare che uno di questi non si senta investito di chissà quale missione e gli venga in mente di passare dalle parole ai fatti».  

RITORNO IN CLASSE, OGGI PARLA DRAGHI

In realtà il primo giorno del Green pass è stato un successo. Anche nelle scuole. Gianna Fregonara sul Corriere della Sera fa il punto sul rientro in classe e annuncia che oggi Draghi dirà la sua sull’argomento.

«Tamponi per lo screening degli alunni delle scuole elementari e medie e nuove disposizioni per l'uso delle mascherine a scuola. Oltre al green pass per gli insegnanti e il personale scolastico sono queste le novità per gli studenti, contenute nelle «indicazioni strategiche ad interim» per il controllo del Covid in ambito scolastico, il documento che l'Istituto superiore di Sanità ha limato ieri pomeriggio insieme alle Regioni, ultimo tassello prima dell'inizio della scuola. La questione più delicata è stata quella delle mascherine: è obbligatorio indossarle a scuola dai 6 anni all'università. Sempre. È raccomandata «fortemente» la mascherina di tipo chirurgico in ogni situazione, si legge nel documento, ma è «indispensabile» solo «laddove non sia possibile il distanziamento di almeno un metro». Dunque, dove tutte le misure di prevenzione a partire dalla distanza sono rispettate, le scuole potrebbero decidere anche, in situazioni eccezionali, cioè per i bambini più piccoli, l'uso delle mascherine di comunità, cioè in stoffa. Stamattina, dopo il consiglio dei ministri sarà il premier Mario Draghi a prendere la parola sul piano complessivo per il ritorno in classe. Ritorno - per dirla con le parole del direttore generale del ministero della Salute Giovanni Rezza - «che è permesso dal fatto che c'è un portafoglio di misure, dalla mascherina ai vaccini, al green pass che ci consente di minimizzare di molto il rischio del contagio, che tuttavia esiste». La questione delle mascherine - che all'inizio dello scorso anno scolastico, pur in piena pandemia, non erano obbligatorie nelle scuole elementari quando i bambini erano seduti al banco fermi - ha richiesto più di una precisazione e limatura al testo definitivo dell'Istituto superiore di Sanità. Che ricorda tra l'altro come, per i più grandi, cioè gli ultra 12enni o addirittura nelle università, dove si rispetti il distanziamento, in posizione statica (cioè al banco) si possa in futuro con protocolli o linee guida anche derogare all'uso della mascherina se «le classi sono composte tutte da studenti che abbiano completato il ciclo vaccinale o abbiamo un certificato di guarigione in corso di validità». La mascherina si può togliere oltre che a mensa una volta al tavolo e distanziati, anche per le lezioni di educazione fisica, dove è previsto anche all'aperto «l'obbligo di distanziamento interpersonale di almeno due metri». L'Istituto di Sanità ricorda che le scuole secondarie e le università «devono essere in condizioni di implementare la didattica a distanza in base alle condizioni epidemiologiche». Didattica a distanza che dovrà essere limitata «esclusivamente» a singole scuole o a specifiche aree territoriali con provvedimenti dei presidenti delle Regioni dei sindaci in zona arancione o rossa. Dunque, il passaggio di zona non implica automaticamente l'attivazione della Dad. Partirà da metà settembre anche la campagna di tamponi salivari a campione che interesserà ogni mese circa 110 mila studenti delle scuole elementari e medie che si trovano nelle cosiddette «scuole sentinella» individuate dalle Regioni. Brusaferro spiega nel documento perché si è scelto di non procedere con i tamponi a tappeto: si sarebbero dovuti fare oltre due milioni di tamponi al mese, «con il rischio di un elevato numero di falsi positivi e di elevati e non giustificate perdite di giorni di scuola». Si interviene in modo mirato: 55 mila studenti ogni quindici giorni, su base volontaria, a turno classe per classe nelle scuole identificate a livello provinciale. Per fare un esempio, nella provincia di Milano saranno coinvolti ogni 15 giorni 4.5oo bambini (per ottenere 2.700 campioni) e a Roma 6.200 (per ottenerne 3.700). I tamponi non riguardano le scuole superiori perché solo gli studenti sotto i dodici anni non si possono vaccinare, «visto che l'approvazione dei vaccini per le fasce d'età sotto i 12 anni è prevista nel mese di settembre/ottobre), non in tempo per l'inizio della scuola. All'inizio i tamponi saranno somministrati a scuola da personale sanitario (i genitori dovranno firmare il consenso per i propri figli, che è volontario). Il monitoraggio avrà «carattere di gradualità» con test molecolari su campione salivare come il «lollisponge e il salivette» che non richiedono particolari cure per la conservazione. Sarà la struttura del commissario Figliuolo a distribuire i dispositivi alle Regioni. Da metà novembre o inizio dicembre i test verranno fatti a casa dai genitori: il test effettuato a digiuno appena svegli è più preciso. Dovrà poi essere consegnato a scuola».

PARATA MILITARE NELLA KABUL TALEBANA

E l’Afghanistan senza più gli occidentali? Intanto ieri c’è stata una sfilata militare, per mostrare i muscoli dei Talebani. Una forza militare costituita in gran parte dalle armi lasciate dagli americani. La cronaca del Manifesto:

«Muscoli talebani, armi straniere. È stata una giornata di parate militari ed esibizione di forza quella con cui ieri i Talebani hanno cementato la presa del potere in Afghanistan. Gli stranieri sono fuori dal Paese, ma i loro mezzi militari servono a inviare un messaggio alla popolazione: siamo qui per restare e governare. Con ogni mezzo. Il governo ancora non c'è, ma Sher Mohammad Abbas Stanekzai, vice capo dell'Ufficio politico dei Talebani, ha assicurato che verrà annunciato entro pochi giorni. Forse due. Lo si dice dal 15 agosto, da quando Kabul è caduta in mano ai turbanti neri. Ma questa volta potrebbe essere vero. Due giorni fa una lunga fila di auto si è diretta nella provincia di Zabul, per rendere omaggio alla tomba del fondatore del movimento, mullah Omar. Un atto simbolico per segnare la continuità tra il primo Emirato islamico e il nuovo governo che si sta per insediare. Lunedì si è conclusa una riunione di tre giorni a Kandahar con alcuni esponenti di peso. Sarebbe stata presieduta dal «comandante dei fedeli», mullah Haibatullah Akhundzada. Il leader supremo che molti davano per morto, qualcuno continua a dare per malato ma che i Talebani assicurano di essere vivo e vegeto e pronto a prendersi la più alta carica del nuovo governo. Che potrebbe essere costituito da una sorta di Assemblea consultiva, composta da 12/15 persone, con potere esecutivo e di orientamento, sotto la quale mantenere la macchina istituzionale della defunta Repubblica islamica, pur chiamandola diversamente. In attesa di dare forma a una nuova struttura istituzionale e rimettere mano alla Costituzione. Quella attuale è il frutto degli incontri tenuti nella Loya Jirga costituzionale del 2003, quando - esclusi dai colloqui i Talebani sconfitti - prevalse l'idea di un sistema presidenziale centralizzato, modellato sulla Costituzione del 1964, contro l'ipotesi, favorita dal blocco «tagico», di un sistema di governo meno centralizzato, che includesse la carica del primo ministro. La proposta degli esponenti della cosiddetta Alleanza del nord era un modo per arginare l'egemonia dei pashtun, sempre al potere come reggenti dello Stato-nazione dalla sua fondazione, contestata dagli altri blocchi etnico-politici. A cui ora andranno le briciole, nonostante le rassicurazioni di facciata dei Talebani. Stanekzai, tra i negoziatori talebani che hanno ottenuto l'accordo bilaterale con gli Stati Uniti firmato a Doha nel febbraio 2020, assicura che il governo sarà inclusivo. Non tanto da assegnare posti ministeriali alle donne, né da includere i volti conosciuti della defunta Repubblica islamica, a quanto pare. Prima di annunciarne la nascita, i Talebani vogliono «risolvere» la questione della valle del Panjshir, l'unica area rimasta fuori dal loro controllo. Falliti i tentativi di negoziato, i Talebani hanno nominato un loro governatore e lunedì sera hanno sferrato un'offensiva militare. Inaugurare un governo che si dice sovrano con un pezzo di territorio in cui si pratica la resistenza sarebbe un colpo duro per gli studenti coranici. Che ieri hanno accolto con soddisfazione il primo volo proveniente dall'esterno, dopo il ritiro dell'ultimo soldato Usa. Proveniva dal Qatar e trasportava personale tecnico. Indispensabile per rimettere in funzione l'aeroporto, dal cui ingresso è stata debitamente eliminata la grande immagine che raffigurava il comandante Massud, «leone del Panshir». L'accordo per la gestione dello scalo non è ancora stato raggiunto. Ma la Turchia continua a tessere il dialogo. Ieri a Doha l'ambasciatore turco ha incontrato la delegazione talebana. L'incontro ha prodotto comunicati concilianti. Mentre il Qatar continua ad accreditarsi come Paese-mediatore, dopo aver ospitato i negoziati a Doha e aver accolto l'Ufficio politico dei Talebani, ai tempi in cui il presidente afghano era Karzai. Il Qatar non nasconde la preoccupazione che il governo dei Talebani, a cui Doha ha offerto una sponda importante, possa rivelarsi una catastrofe. Non tanto per i diritti negati di donne e uomini nel Paese, ma per la tenuta stessa del sistema. Che potrebbe collassare presto, senza gli aiuti internazionali. Così da una parte il Qatar si appella ai Talebani affinché garantiscano il passaggio sicuro per quanti, minacciati, vogliano lasciare l'Afghanistan. Dall'altra chiede alla comunità internazionale di fare i conti con la realtà sul terreno. Dove è in corso una gravissima crisi umanitaria, come ricordato ieri dal segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres. I Talebani ne sono consapevoli e proveranno a sfruttarla a proprio vantaggio, invocando soldi e riconoscimento. Per ora però esibiscono i muscoli. A Kandahar, la parata militare di ieri è durata ore. In fila, i mezzi militari sottratti all'esercito afghano o agli Stati Uniti. Ai lati, folle di persone che sventolavano la bandiera bianca e nera dei turbanti neri».

“ITALIANI, RIAPRITE L’AMBASCIATA A KABUL”

La Repubblica con Mattia Sorbi ha intervistato a Kabul il portavoce dei Talebani, che lancia una serie di segnali. Confermando: niente donne nel nuovo governo. E guerra ai ribelli del Panshir.

«Incontriamo il portavoce dei talebani, Zabiullah Mujahid, al secondo piano del ministero dell'informazione e della cultura di Kabul, dopo aver passato il controllo della sicurezza in un lungo e stretto corridoio delimitato solamente da cemento armato e filo spinato. Saliamo le scale e veniamo fatti accomodare in uno studio elegantemente arredato dove ci aspetta l'esponente politico, dalla presa di Kabul volto dei talebani nei discorsi pubblici. Che auspica: «Spero che l'Italia riconosca il nostro governo islamico e che riapra presto la sua ambasciata». Sul futuro del Paese spiega che «non ci saranno donne ministro, ma potranno lavorare nei ministeri oppure come poliziotte o infermiere. Potranno anche studiare all'università». Per contrastare la crisi economica, invece, i talebani puntano sulla Cina: «Pechino ci aiuterà a ricostruire il Paese, sarà il nostro partner principale». Dopo la ritirata degli americani, cosa ci dobbiamo aspettare per il popolo afghano? «Quello afghano è un popolo valoroso che ha saputo sacrificarsi per vincere questa lunga guerra. Ora c'è un Paese da ricostruire. Abbiamo bisogno di sicurezza, rilancio economico e nuovi posti di lavoro. Per quanto riguarda la sicurezza, posso affermare che grazie al ritiro degli americani e alle nostre forze dell'ordine il problema è risolto. Rimane in salita la lotta alla disoccupazione e la creazione di un vero e proprio rilancio economico». Come pensate di migliorare l'economia afghana? «Tutti i soldi sono stati spesi per la guerra, ora è tempo di ricostruire. Per questo abbiamo bisogno di migliorare le nostre relazioni internazionali e accreditarci davanti ai governi di tutto il mondo. Siamo consapevoli che abbiamo davanti un lavoro enorme, ma stiamo ponendo le basi per una profonda trasformazione del Paese». Quando formerete il nuovo governo? «Formeremo un governo d'unità nazionale il più presto possibile. Vorremmo creare un governo snello con la metà dei ministeri di prima. Abbiamo già trovato un'intesa con i mujahiddin ma il grande punto interrogativo rimane la nostra gente del Panshir. Purtroppo il dialogo non sta dando i frutti sperati. Ieri le forze di Ahmad Massud ci hanno attaccato due volte. Capite bene come il processo di pace da noi tanto auspicato si stia complicando. Per entrare nel governo abbiamo chiesto all'esercito del Panshir di arrendersi, altrimenti saranno schiacciati». Per quanto riguarda le donne, quali saranno i loro diritti? «Vedo le donne protagoniste della società afghana. Abbiamo tantissime donne che lavorano negli ospedali, sono delle bravissime e valide infermiere». Possiamo ipotizzare che una donna diventi ministro del nuovo governo talebano? «Non come ministro, ma seguendo i comandamenti del Corano e sotto la legge della sharia le donne potrebbero, ad esempio, lavorare nei ministeri, nel corpo della polizia o, ad esempio, nella magistratura come assistenti». Le ragazze saranno ammesse alle università? «Certamente, speriamo di avere molte brillanti studentesse che onorino l'Afghanistan in tutto il mondo». Quali saranno i rapporti tra il vostro futuro governo e la Cina? «La Cina è il nostro partner principale e rappresenta per noi una fondamentale e straordinaria opportunità poiché è disponibile a investire e ricostruire il nostro Paese. Teniamo moltissimo al progetto "One belt, one road" che porterà a rivivere l'antica Via della seta. Inoltre possediamo ricche miniere di rame che grazie ai cinesi potranno tornare in vita ed essere modernizzate. Infine la Cina rappresenta il nostro lasciapassare verso i mercati di tutto il mondo» Alcuni osservatori internazionali hanno l'impressione che i rapporti con la Russia si siano incrinati: come stanno le cose? «Non è così, anche se ammetto che l'impressione possa essere stata quella. Continuiamo a mantenere ottime relazioni con un partner importante e con un peso fondamentale per la regione come la Russia. Le relazioni con Mosca sono principalmente politiche ed economiche. La Russia continua a mediare per noi e con noi per creare le condizioni per una pace internazionale». Quando riaprirà l'aeroporto di Kabul? «L'aeroporto internazionale Hamid Karzai riporta seri e profondi danni, è profondamente compromesso e distrutto. Vi sono grossi problemi tecnici al momento, ma finalmente la sicurezza è nelle mani delle nostre forze di sicurezza islamica. Rimangono però grossi problemi logistici. Il Qatar e la Turchia si stanno occupando della rimessa in moto dell'aeroporto. Nei prossimi tre giorni sarà tutto finalmente pulito e in poco tempo tutto verrà ricostruito. Spero che entro settembre l'aeroporto torni nuovamente operativo. Inshallah». L'intervista è finita, ma Zabiullah Mujahid ci trattiene ancora qualche minuto: «Lasciatemi aggiungere che vogliamo ristabilire buone relazioni con l'Italia, auspichiamo che il vostro Paese riconosca il nostro governo islamico. Spero che questa intervista possa rafforzare le nostre relazioni diplomatiche e politiche, per favore, e che l'Italia riapra la sua ambasciata a Kabul. Il vostro è un Paese importantissimo per noi per la sua cultura e la storia della filosofia. Questo per noi è essenziale». 

GLI USA DEL DOPO AFGHANISTAN

Gli americani sono ancora sotto choc dopo il ritiro notturno e “fantasmatico” dei loro soldati da Kabul. Giuliano Ferrara analizza sul Foglio le ultime parole di Biden.

«Quando dice che le guerre a un certo punto devono finire, che gli americani avevano ottenuto in Afghanistan quanto volevano con lo smantellamento dei binladenisti, che la loro sicurezza e l'interesse nazionale oggi riguardano altri fronti come la Cina e la Russia, che la guerra al terrorismo si può fare anche senza inviare truppe e spendere trilioni di dollari, Biden si comporta da quel che è: un uomo decente, un politico che sa argomentare quello che l'opinione pubblica in maggioranza desidera sia argomentato, un esperto di politica estera da sempre convinto che soft power, diplomazia, economia, intelligence e polizia internazionale sono sufficienti a tenere in un equilibrio possibile l'ordine mondiale e a difendere diritti e valori universali senza impegnare generazioni di americani in qualcosa che il senso comune, a vent' anni dall'11 settembre ormai rifiuta, mentre prevalgono preoccupazioni sanitarie e domestiche. Si può essere contenti per lui, visto che è in sintonia profonda con il suo Paese, e la botta l'ha presa perché un demagogo isolazionista indecente aveva firmato prima di lui un accordo capestro con i talebani a Doha, tra l'altro liberando i loro capi militari dal carcere, ricostituendo lo stato maggiore del loro esercito e distruggendo in un colpo solo l'embrione malnato e malcresciuto di potere nazionale afghano non talebano ( per non dire del timing demenziale, il ritiro programmato mentre scatta la stagione dell'offensiva del nemico, la primavera- estate). Si può essere relativamente contenti, visto che in effetti l'alternativa tra ritiro e ripresa della guerra in escalation era da brivido per un presidente neoeletto, ma Biden sbaglia. Non è una tediosa questione di luoghi comuni della geopolitica, ma semplice osservazione di fatto: con la caduta di Kabul nelle mani del nemico, che non sarà l'armata distopica e sanguinaria dei khmer rossi e vuole in apparenza riorganizzarsi con un po' di vernice e un tantino di sharia; e con la caduta in quei modi, sulla scia di quell'accordo, con quella dissoluzione strategica del nesso con gli alleati occidentali e con i partner del fallito nation building di vent' anni, chi se la ride sono i poteri che per Biden minacciano la sicurezza nazionale oggi: la Cina e la Russia prima di tutto. Dell'allegra brigata fanno parte i pachistani atomici, e la branca dei servizi segreti dell'isi, i turchi, i qatarioti e in parte gli iraniani prenucleari e i loro proxy come Hamas e Hezbollah ( c'è la questione sciita a fronte del sunnismo teologico talebano, ma politics make strange bedfellows). Non parliamo dell'Iraq, che a forza di mezzi ritiri americani è una mezza provincia iraniana, e di ciò che resta, forse più di quanto non ci si aspetti, dello Stato islamico califfale come progetto e di Al Qaida come erede del ciclo culminante del kamikazismo. Tra gli sconfitti che subiscono la disfatta sul campo ci sono l'india, la Nato che incassa la gestione coraggiosa ed efficiente del ponte aereo d'emergenza ma anche una finale delegittimazione come agenzia militare di contenimento dei totalitarismi uscita dall'epopea della Guerra fredda. Non parlo delle vittime più ovvie, le donne e gli uomini afghani, perché il cuore della faccenda non è, purtroppo, il nostro cuore umanitario o il nostro altruismo democratico. Anzi, la faccenda è tutta lì. Biden pensa che le truppe dislocate all'estero, nei teatri di dissoluzione politica e statuale, nei failed state, sono un sacrificio altruistico pagato dagli americani o lo sono diventato dopo la cattura e l'esecuzione di Bin Laden. E' un uomo dell'apparato del Partito democratico, un politico con una sana formazione provinciale e una solida esperienza internazionale, cocciutamente e sinceramente sicuro di rendere un servizio all'America e al popolo americano riducendo la sua proiezione esterna e il suo potere di dissuasione nel mondo. In questo non ha un briciolo degli scrupoli politici di un Truman, di un Reagan, di un Bush jr, e serenamente presiede all'inaugurazione di una nuova èra cui ha fatto da battistrada il populismo arcigno e solipsistico dell'america First. Restano nella nuova èra il presidio della Corea, l'eredità anche militare in Europa, la debole difesa di Taiwan, la flotta padrona dei mari, il Pentagono, il Dipartimento di stato, lo scheletro della Nato a encefalogramma piatto ( definizione di Macron) e 800 basi militari sparse nel mondo tra un sistema di protezione missilistico e l'altro. Non sono pegni di altruismo, sono la sempiterna garanzia di una pace relativa attraverso la preparazione e la disponibilità alla guerra. Ma è una rete lacerata da quello che è successo, e Biden ne sembra fondamentalmente inconsapevole».

Anche Michele Serra nella sua Amaca su Repubblica si occupa del Presidente americano.

«Il vecchio Joe Biden, quando si trascina fino alle telecamere per dire che la guerra è finita (anche perduta: ma è un dettaglio troppo doloroso per dirlo), dimostra trecento anni. Sembra decrepito e afflitto, come l'Impero americano al crepuscolo. Fa pena, ma anche un po' rabbia. Perché accetta il peso di una fuga della quale lui è solamente l'esecutore. Fu Trump, nel febbraio 2020, per mano del suo segretario di Stato Mike Pompeo, a firmare, a Doha, la resa con i talebani. Sola condizione richiesta, l'incolumità degli americani in partenza. Nessun'altra contropartita rilevante. Perché Biden non lo dice, e si lascia svillaneggiare da Trump e dalla becera destra americana, che della fuga dall'Afghanistan, carte alla mano, sono gli artefici indiscussi? Non riesco a capirlo. Leggo dotte analisi geopolitiche, imparo un sacco di cose, ma nessuno sa spiegarmi come sia possibile che il capo dei democratici si carichi sulle spalle questo peso senza cercare almeno di condividerlo con il capo dei repubblicani, che ne è stato il vero artefice, e oggi simula indignazione per le conseguenze di una sua decisione. Forse la sola spiegazione possibile - direbbe un mister nelle interviste post-partita - è che la sinistra non ha le palle. E nel caso le abbia avute, molti campionati fa, le ha perse. Signorile, educata, masochisticamente orgogliosa dei suoi dubbi, si lascia dire le peggiori cose praticamente senza reagire. Mentre il suo avversario vomita insulti e spara frottole senza ombra di imbarazzo (più son cafone più son contento: potrebbe essere il mantra delle nuove destre), i dem sprigionano malinconia e pacatezza da ogni sospiro. Moriremo eleganti».

PROFUGHI, LA FIGURACCIA DELL’EUROPA

Sui profughi afghani si profila una grande figuraccia dell’Europa, dopo il fallimento del vertice dei Ministri degli Interni della Ue. Stasera Draghi incontra Macron a Marsiglia. Il punto da Bruxelles di Giovanni Maria Del Re per Avvenire.

«Il giorno dopo il deludente incontro dei ministri dell'Interno Ue sull'Afghanistan, le divisioni si fanno ancora più evidenti. Non senza uno scontro tra il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e il premier ungherese Viktor Orbán, durante il Forum Strategico a Bled in Slovenia. Solo la Commissione Europea tenta di accreditare la riunione come un successo. La dichiarazione dei 27 ministri (che punta sull'aiuto «nella regione» agli afghani), ha sostenuto un portavoce, «è un chiaro segnale che l'Ue è capace di adottare un approccio comune sulle questioni migratorie». Sassoli invece è duro. «Siamo rimasti molto delusi dalle conclusioni del Consiglio Affari interni di ieri (martedì ndr) - dichiara - abbiamo visto Paesi fuori dall'Ue farsi avanti per offrire accoglienza ai richiedenti asilo afghani, ma non abbiamo visto un solo Stato membro fare altrettanto». Opposto Orbán che parla dell'urgenza di «fermare la migrazione». «La questione migranti - ha dichiarato - ha creato contrasti e dissidi in seno all'Ue che non possiamo superare. Se vogliamo evitare che questo problema distrugga l'Unione dobbiamo trasferire le competenze sui migranti agli Stati nazionali». Sarebbe la pietra tombale per il Patto migratorio proposto dalla Commissione, e delle speranze di affrontare insie- me una sfida globale che non è gestibile a livello di singoli Stati. «Sono molto preoccupanti le parole di Orbán - reagisce Sassoli - quando dice che lui non vuole gestire il fenomeno migratorio, ma bloccarlo. E siccome la storia è maestra di vita, non vorrei che si ripetesse per l'Ue quello che è già avvenuto per l'Impero romano: non custodire le nostre frontiere, non gestire i flussi migratori può portare a farci travolgere». «I migranti che stanno arrivando ora sono tutti musulmani» replica Orban, e il loro arrivo «è una sfida alla nostra eredità culturale cristiana». A dargli man forte è il premier ceco Andrej Babis. «Nel 2015 molti Paesi accettarono l'arrivo di immigrati illegali e da quando fu proposta questa stupida idea delle quote (di redistribuzione, ndr) lottammo affinché non passasse». No all'arrivo di profughi afghani in Europa anche dal premier greco Kyriakos Mitsotakis, «dissento cortesemente» da Sassoli, ha detto a Bled. Il problema sarà come aiutare i Paesi della regione, la Commissione non conferma le cifre circolate (1 miliardo di euro secondo Politico.eu, 600 milioni per il Financial Times). «Non siamo ancora in grado di dare cifre - ha detto un portavoce - sotto l'Ndici, lo strumento per la cooperazione esterna, c'è un indicativo 10% di budget, 8 miliardi di euro, per sostenere i Paesi partner (in tutto il mondo, ndr), soprattutto nella migrazione, ma il programma è in evoluzione». Sullo sfondo anche la questione dei rapporti con i taleban, i diplomatici hanno ben chiaro che in un modo o nell'altro gli europei dovranno dialogare con loro. Ieri il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha ventilato la riapertura dell'ambasciata tedesca a Kabul «quando sarà politicamente possibile e la situazione di sicurezza lo consentirà ». Per Maas «non equivarrebbe a riconoscere un governo dei taleban». Della questione ha discusso in questi giorni la cancelliera Angela Merkel con i leader di Italia, Francia, Olanda e Gran Bretagna. Intanto il governo britannico è già un passo avanti, in quanto sta conducendo colloqui proprio con i leader dei taleban a Doha per il ponte aereo per i cittadini britannici e afghani che non sono ancora riusciti ad evacuare».

Amara invettiva di Domenico Quirico su La Stampa. L’Europa non vuole i profughi e paga i Paesi che se li tengono e li nascondono ai nostri occhi.

«I profughi ormai si vendono e si comprano, a schiere, a popoli, riempiono il "Pil" di qualcuno e svuotano le cattive coscienze di altri. C'è una nuova voce nel Mercato globale del terzo millennio, una nuova merce redditizia: i fuggiaschi, li ripudiamo in massa e paghiamo chi li prende e li tiene lontani ammucchiandoli in magazzini inospitali, affidati a guardiani crudeli. La politica estera dell'Unione esiste, eccome! Sembravano una triste eccezione i siriani del "modello turco'': dati in appalto dall'Unione europea all'antipatico ma provvidenziale sultano Erdogan in cambio di un mucchio di miliardi perché non avanzassero oltre l'Anatolia verso le frontiere europee. Il modello libico, ovvero i migranti africani consegnati in cambio di denaro a bande di assassini e predoni di Tripoli non appartiene al settore dell'economia ma a quello più esplicito del crimine di stato, purtroppo finora impunito. Invece l'esperienza turca si replica e diventa universale, meccanica fatale di una vertiginosa caduta morale a cui tutti i governi dell'Unione appongono la firma. La distinzione è solo nel livello di ipocrisia di chi continua a autodefinirsi illuminato e illuminista. Baratto funesto, scambio da malaffare che fa progredire la decadenza del continente: reso lecito dal nostro vantaggio immediato. Siamo malati del male che cerchiamo di cancellare con tanto ardore. Ci sono gli afghani da sistemare, dopo quelli di prima scelta dell'aeroporto di Kabul ormai sbarrato, altri oppressi a migliaia, sgradevoli, petulanti, noiosi, insignificanti, l'aria di sospetto e di incerto destino, che la paura spinge da dietro come una brama oscura e irrazionale, alle frontiere di Pakistan e Iran. L'Europa non fa neppure più finta di scegliere, di stabilire almeno una graduatoria del bisogno. Facciamo degli orditi di ragione, giustizia che continuamente si strappano. A Bruxelles ormai si muovono nella menzogna con naturalezza. Un talento che viene con l'abitudine. Allora fino a ieri volevamo sapere anche le virgole dei patimenti afghani, adesso in quanto trasformati in numero e massa, cioè in migranti, diventano enigmatici: che importa cosa pensino e possano raccontare uno ad uno? Meglio rivolgersi al Pakistan e all'Iran. Quanto costa il disturbo di prenderli? Potreste per favore farli vivere sottoterra come labili formiche? Noi europei produciamo uomini deformati, che le avventure della vita e della Storia hanno peggiorato e esaltato fuori dalle comuni leggi. Afghani africani siriani: nessun scoglio, un appiglio emerge, tutti nuotano al di sotto della nostra coscienza collettiva. Nascosti nei fragili accampamenti oltre confini diventati invalicabili bisognerà frugare per cercarli. È quello che vogliamo in fondo: non vederli. A voler risalire nella Storia il pioniere che intuì che i migranti, oggetti vulnerabili, senza di vie di scampo e senza aiuto, possono rendere più delle materie prime fu Mobutu, cleptocrate congolese. Conosceva l'egoismo della nostra infallibile felicità. Imbastì sui fuggiaschi dalle disgrazie immense dei Paesi vicini un lucroso mercanteggiamento: li tengo con me, ma pagatemi. I suoi clienti allora erano le Nazioni Unite e le organizzazioni della carità internazionale, patteggiatori pronti a tutto per evitare la disgrazia amministrativa di una catastrofe umanitaria. Mobutu arrotondò i suoi conti monumentali in Francia e in Svizzera, i rifugiati brulicarono e ristagnarono nel fango delle foreste del Kivu. Se qualcuno gli ricordava ingiustizie e corruzione il Grande Leopardo estraeva la minaccia di cacciare i profughi. Immediato calava il silenzio. L'Europa va oltre l'esempio tracciato da Mobutu; tratta il contratto con i despoti disponibili da pari a pari, accetta prezzi e scadenze, sorvola sul futuro trattamento degli ospiti. È un appalto a cui tutti possono partecipare: anche l'Iran degli ayatollah invaghiti della atomica e sostenitori di Bashar Assad. E il Pakistan che ha inventato i taleban. Affare fatto. Come un rivolo scivolando su una terra di meandri, acquitrinosa, si mescola alle acque ferme e si arresta, così i migranti si impaluderanno. Ecco nascere dal nulla nuove miniere umane con il loro fardello già pronto di pazienza e di sicura consapevolezza del dolore. Sanno tacere, quelli, con la corazza di impenetrabilità del fuggiasco, sdegnosa di conforti che sa impossibili in un mondo desolato. La faranno rendere questa miniera gli appaltatori di popoli in rotta. A Teheran ragionano che è una formidabile arma di ricatto, molto più potente e meno costosa di una bomba atomica».

PA, FINE DELLO SMART WORKING

Tornando all’Italia, c’è una certa vivacità politica, anche in vista delle amministrative di ottobre. Vittorio Macioce sul Giornale intervista il ministro Renato Brunetta sulla fine dello smart working per i dipendenti pubblici.

«Renato Brunetta spesso ti sorprende. Questo accade anche quando indossa il vestito da ministro per la Pubblica amministrazione. Lo chiami per parlare di lavoro, di quando si tornerà in ufficio, e lui ti ferma subito: «Emiliano ha ragione». Michele Emiliano? «Lui». Su cosa? «Non è difficile intuirlo». Il governo Draghi ha cambiato Salvini. «Proprio così, al netto di Borghi come dimostra il voto di ieri sul green pass in commissione alla Camera».E cosa è successo? «Quello che stiamo facendo con Draghi ha una rilevanza straordinaria. Qualcosa di insolito nel nostro Paese». Cioè? «Stiamo, come da mandato, salvando l'Italia, portandola fuori dalla crisi pandemica ed economica. Tutti insieme, tutti i partiti della grande coalizione, come non era mai accaduto in passato. È una missione che solo sei, sette mesi fa sembrava impossibile. Tutti insieme, a partire da Berlusconi, abbiamo voluto Draghi. Non è una cosa da poco. È quasi un miracolo. È una congiuntura astrale mai vista: i soldi dell'Europa, la grande apertura di credito di Angela Merkel. Draghi sta dando a questo Paese un posizionamento internazionale mai visto». Salvini viene così guardato con occhi diversi da un pezzo del Pd, dal presidente della Puglia. Sorpreso? «No, non mi sono meravigliato. Le racconto una storia. Ho un ricordo molto forte di quando sono andato con Berlusconi a Bari nel 2013. Sulla facciata del palazzo comunale Emiliano fece installare uno striscione con su scritto: Caro Silvio, bentornato a Bari. Il bentornato era per Berlusconi e la firma era, appunto, di Emiliano, allora sindaco della città. Di fronte a un avversario che ha questo stile mi viene da dire solo: chapeau. Quello che adesso ha detto su Salvini è il riconoscimento che stiamo vivendo un momento di stato nascente, una nuova stagione politica, nonostante i giochi in casa Pd». E quando Draghi non ci sarà più? «Draghi ci sarà fino a quando il Parlamento gli darà la fiducia. Le elezioni si svolgeranno nella primavera del 2023 e questo è il mio orizzonte temporale. Nessuno sano di mente si potrà privare dell'assicurazione sulla vita che Draghi rappresenta. Sta trasferendo all'Italia, che ne aveva bisogno, tutta la sua credibilità e reputazione». È all'orizzonte un partito di Draghi? «Non lo so. Non è tra le mie preoccupazioni. Mi interessa fare bene il mio lavoro e realizzare quello che chiamo il Next Generation Pa. Sono concentrato a cambiare la pubblica amministrazione. Il compito è talmente bello e complicato che non c'è tempo di pensare ad altro. Questo vale anche per Draghi e gli altri ministri del governo». (…) Vuole riportare gli statali in ufficio? «La pandemia è stato uno choc che ha richiesto misure straordinarie. Lo smart working, sia nel pubblico sia nel privato, è stata una grandissima sperimentazione sociale che è riuscita a tenere in piedi il Paese. Mi congratulo con il governo Conte Due, che è riuscito a farla partire in quelle condizioni drammatiche e straordinarie». Allora adesso cosa cambia? «Grazie ai vaccini, grazie alla campagna dell'ottimo Commissario Figliuolo, stiamo tornando verso la normalità. Il metabolismo del Paese è cambiato. Che senso ha continuare con le stesse misure nate per resistere alla pandemia? Che senso ha mantenere ancora questa cappa di straordinarietà quando il Paese chiede che venga accompagnato verso la crescita con tutto il suo capitale umano? Già prima della pandemia esistevano montagne di arretrati. Negli ospedali, nei tribunali, negli uffici comunali. Tanti freni allo sviluppo, al benessere, alla giustizia. La pandemia ha moltiplicato questo cumulo di arretrati e di ingiustizie. Adesso abbiamo bisogno di dare gambe alla crescita, anche riempiendola di capitale umano. Il lavoro in presenza è l'anima di questa rinascita. L'assenza è ancora più pericolosa nel privato, perché rischia di essere prodromica ai licenziamenti di massa. È un mio grande timore». Come dovrebbe trasformarsi il pubblico impiego? «Sul capitale umano pubblico come catalizzatore dello sviluppo del Paese ho scommesso sin dall'inizio. Ho riavviato il rinnovo dei contratti, ho sbloccato i concorsi per quasi 35mila posti, definito nuove modalità di reclutamento secondo le best practice internazionali. I primi bandi per il personale Pnrr sono già stati pubblicati: per 8.171 addetti all'ufficio del processo e per 500 funzionari che dovranno lavorare alla governance dell'attuazione degli investimenti e delle riforme previste dal Piano. A questo si aggiunge una grande necessità di formazione, come una ricarica delle batterie: sto lavorando a un programma formativo da 1 miliardo che possa dotare i dipendenti pubblici delle competenze indispensabili per affrontare le tre transizioni ecologica, digitale e amministrativa - che porteranno l'Italia nel futuro». 

Dati ISTAT ieri positivi sull’occupazione, soprattutto non c’è stata la temuta ondata di licenziamenti dopo che al 30 giugno è finito il blocco imposto per legge. Ecco il commento di Claudio Tucci sul Sole 24 Ore, trovate tutti i dati nell’articolo integrale in pdf alla fine della Versione.

«La fotografia (dati provvisori) relativa al mese di luglio sul mercato del lavoro scattata ieri dall'Istat ha mostrato come, nonostante lo sblocco, dal 30 giugno, dei licenziamenti nella manifattura e nelle costruzioni (per tessile-moda-calzature il divieto resta fino al 31 ottobre, come per terziario e piccole imprese) non si sia assistito allo "tsunami" paventato nei mesi scorsi da una fetta della politica e del sindacato. Tutt' altro: le imprese manifatturiere stanno assumendo (a Frosinone proprio lo scorso 1° luglio, all'indomani dello sblocco dei licenziamenti, sono stati subito assunti 23 giovani, età media 20 anni, dell'Its Meccatronico, alla presenza dei vertici di Confindustria). Da gennaio gli occupati sono saliti di 550mila unità; e nella componente "alle dipendenze" siamo ormai tornati ai livelli di gennaio 2020, grazie soprattutto ai contratti a termine (+327mila unità da gennaio 2021). Quest' ultima componente, che comprende anche il lavoro in somministrazione, è tipicamente più reattiva al ciclo economico, e per questo, sostengono gli esperti, andrebbe sostenuta in fasi di ripresa come l'attuale per consolidare il recupero occupazionale. Certo, rispetto a febbraio 2020 (data di inizio dell'emergenza sanitaria) mancano all'appello ancora 265mila occupati; e la fascia d'età centrale della forza lavoro sta continuando ad arrancare: sul mese si sono persi 35mila occupati tra i 35 e i 49 anni, -85mila sull'anno; dati in miglioramento rispetto alle precedenti rilevazioni, ma che risentono dei complicati processi di ristrutturazione e riorganizzazione aziendali ancora in corso, e che rendono ancora più urgenti riforma degli ammortizzatori e decollo dei servizi per il lavoro, ancora fermi a slide e bozze (il tavolo di confronto governo-parti sociali sulle politiche attive, in calendario oggi, è slittato all'8 settembre)».

RENZI CONTRO IL REDDITO DI CITTADINANZA

Il leader di Italia Viva si schiera contro il Reddito di cittadinanza. Oggi ne parlerà a Ponte di Legno, alla scuola di formazione del partito. Ecco la sua intervista a Carlo Bertini della Stampa.

«È bastato l'annuncio di questo referendum per costringere Salvini a fare marcia indietro sul reddito di cittadinanza. Non male come primo risultato politico. Il secondo sarà scardinare questa legge». Matteo Renzi sfreccia soddisfatto verso Ponte di Legno, corre a sfidare il Capitano sul suo territorio, convinto che il doppio volto sul Green Pass, quel no alla Camera per sopprimerlo, dopo il sì in Consiglio dei ministri, «gli porterà due voti e gliene farà perdere molti altri. Certo non avrà effetti sul governo, solo fuffa». Da Ponte di legno, lancerà oggi il quesito referendario sul controverso "Rdc". E da lì darà a oltre 500 ragazzi «che arrivano da tutta Europa» lezioni di politica alla scuola di formazione. Proprio nel ventre molle del leghismo, dove nel 2015 Salvini urlava «ripuliamo le città dagli immigrati», proprio lì l'altro Matteo organizza la campagna acquisti. Del resto l'ex rottamatore non è nuovo alle provocazioni, non ha perso la sua verve da pirata, è quella che lo muove nella guerriglia contro la legge principe dei grillini. Senza dar mostra di inquietudine per i colpi che prende dalla rete, «da quando è uscito il mio libro dove annunciavo l'idea del referendum contro il "reddito", ricevo ogni giorno tra le quindici e le venti minacce di morte. Ne calcoliamo circa 600 in un mese. Ma è normale». E se lui punta a scardinare la legge è perché, pur senza poterlo dire, sta facendo da apripista per il premier, con il quale non è dato sapere se vi sia già un tacito accordo: incrinando il muro eretto in difesa del reddito con la minaccia di un referendum insidioso, Renzi offre una leva a chi vuole modificare la norma. E conta sul fatto che prima del gong, il governo provvederà a rendere più potabile la norma sul reddito, privandola di quegli orpelli indigesti, specie sui navigator, che non hanno funzionato. «La mia è una partita win win», taglia corto il leader di Iv. E un minuto dopo ci spiega il perché. (…) Allora Renzi, si sta imbarcando in quella che molti chiamano una missione suicida: un referendum che difficilmente avrà largo seguito tra i milioni che prendono l'assegno. O no? «Beh, io non la vedo così. Fino a due mesi fa tutti dicevano che il "Reddito" non si doveva toccare. Dai grillini allo stesso Pd. Poi, appena io faccio uscire sul mio libro l'idea di un referendum, partono due diverse reazioni: la prima di chi dice, "tutto sommato abbiamo fatto un errore", ovvero Salvini. Il quale fa un "mea culpa" incredibile, una straordinaria conversione. Questa è l'estate delle conversioni sulla via di Damasco». Prego? «Come quella di Giuseppe Conte sul decreto immigrazione: insomma sembra che il governo Conte Uno lo abbiano guidato i fantasmi. Comunque sia, andiamo avanti: la seconda reazione è di Pd e 5stelle, che all'unisono hanno cominciato a dire che la legge si può migliorare. Ora, è evidente che c'è una parte di italiani che prende quel reddito e farà una battaglia in suo favore. L'assegno in parte va a povera gente davvero. Ma è una misura che incrocia anche un pezzo di criminalità, manovalanza che ha incassi illegali, a cui somma il "Rdc"». E quindi? «Io ho preparato il quesito, lo presento innanzitutto per coerenza con quanto ho annunciato, per marcare un posizionamento politico. Noi siamo per il lavoro e non per i sussidi. Ma nel momento in cui lo metto sul tavolo, entra in scena chi dice "salviamo l'assegno di povertà, togliendo il caos dei navigator"». In questo c'è un gioco di sponda con Draghi e con la parte riformista del Pd? «Certo, una volta che il governo dovesse cambiare la legge, il referendum non si terrebbe più. Ma già se parto con la raccolta di firme, dimostro che tanti hanno cambiato idea. Con la raccolta di firme digitale, ci mettiamo poco a raccoglierne 500 mila, una buona parte del Paese non tollera questa misura. E non a caso parto dal profondo nord». Insomma, una mossa che offre il destro al premier per convincere i grillini a ritoccare la loro legge di bandiera, che di sicuro ha aiutato tanta gente durante la pandemia. O no? «È vero, ma se non ci fosse stata questa norma li avremmo aiutati in altro modo. Di sicuro il reddito non ha funzionato, anche perché bisognava togliere alle Regioni la competenza per i Centri per l'impiego. Se fosse passato il mio dannato referendum avremmo avuto una gestione centrale anche di questo e forse avrebbe funzionato». Detto ciò, il Pd non lo firmerà, M5s figuriamoci, idem Leu e la sinistra: chi se la sentirà di fare campagna per un quesito così poco popolare? «Credo che avremo gran successo nella raccolta firme e che a quel punto sarà interesse soprattutto di 5stelle e Pd di trovare una soluzione. A un certo punto eviteranno loro di andare alla conta. In un referendum in cui il punto vero sarebbe l'affluenza. Una vicenda che spacca in due molto più che la giustizia. In ogni caso, sarebbe un enorme vantaggio politico per Iv e non ce lo permetteranno, sono pronto a scommetterci».

CINGOLANI CONTRO GLI AMBIENTALISTI RADICAL CHIC

Sempre da Ponte di Legno arrivano le parole polemiche del ministro per la Transizione Ecologica Roberto Cingolani. La cronaca di Francesco Specchia su Libero.

«Il ministro per la Transizione ecologica, intervenendo alla scuola di formazione di Italia Viva in corso a Ponte di Legno, ha snebbiato una classe di giovani menti finora convinta che il pianeta si salvasse nei salotti green screziati di rosso. «Il mondo è pieno di ambientalisti radical chic ed è pieno di ambientalisti oltranzisti, ideologici: loro sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema, spero che rimaniate aperti a un confronto non ideologico, che guardiate i numeri. Se non guardate i numeri rischiate di farvi male come mai successo in precedenza». Cingolani fa gentilmente notare che la cura dell'ambiente deve andare «oltre l'ideologia», invita al confronto paritario, salta a piè pari il pregiudizio. E smonta anche i luoghi comuni sull'energia -il nucleare è di destra, il rinnovabile di sinistra- con un pensiero tranchant: «Mai come in questo momento bisogna essere laici. A me della parola nucleare non interessa nulla. Io voglio energia sicura, a basso costo e senza scorie radioattive. Se è nucleare di quarta generazione diventa semantica. È vietato nell'interesse del futuro dei nostri figli ideologizzare qualsiasi tipo di tecnologia. Quando avremo i numeri decideremo». Come dire: riapriamo tranquillamente il discorso sul nucleare pulito, dato che anche se riempissimo la pianura padana di pannelli solari e piantassimo pale eoliche su ogni italico cocuzzolo non soddisferemmo mai il nostro fabbisogno energetico. Che poi non è altro la posizione dei maggiori scienziati, da Carlo Rubbia in su, niente di trascendentale. Epperò, da qui, dall'onesta constatazione di Cingolani (che di professione sarebbe docente di fisica, allievo di premi Nobel), si traccia un solco. E si può riaccendere il dibattito culturale già innescato da pensatori agli antipodi: dal botanico Stefano Mancuso che afferma «la difesa dell'ambiente non è appannaggio della sinistra» all'editore filosofo Francesco Giubilei. Il quale spesso ricorda (cfr. il saggio Conservare la natura) quanto sia «necessario perciò proporre una visione alternativa a questo ambientalismo che ha le proprie radici nel '68 e si fonda su una visione anti-imprese, anti-crescita». È molto necessario. La natura non è né di destra né di sinistra. La sua cura consiste nella semplice, trita affermazione che il mondo non ce l'hanno regalato i nostri padri, ma l'abbiamo preso in prestito ai nostri figli. Certo, Cingolani è diretto ed impietoso: «Purtroppo non ci sono novità positive, ma un peggioramento di tutti i parametri più pericolosi. Da qui al 2030 siamo chiamati aun cambiamento epocale»; e suggerisce, da mesi oramai, strategie per cambiare le cose dal problema delle emissioni, alla plastica all'effetto serra. Politicamente questo suo rigore dialettico sta spiazzando il M5S che prima se l'era intestato come salvatore della patria ecologica e ora non passa giorno che non si astenga dal fiocinarlo. Per molti Cingolani sta diventando un politico scomodo. Anche perché il Pnrr prevede per la cosiddetta "rivoluzione ecologica" l'erogazione di 68,9 miliardi di fondi a fronte di 196 miliardi totali a cui si si sono aggiunte risorse già programmate nel bilancio nazionale, circa 80 miliardi; e 7 miliardi invece dai fondi strutturali europei. Una cifra mostruosa. Che, onestamente dev'essere ancora ben gestita».

MILANO, RIAPRE IL SALONE DEL MOBILE

Riparte il Salone del Mobile a Milano, con un’anteprima sabato prossimo. Ne parla a Dario di Vico sul Corriere della Sera Stefano Boeri, l’archistar del Bosco Verticale e presidente della Triennale.

«Architetto Stefano Boeri, l'apertura del Supersalone del Mobile è il guizzo che serve a Milano per riprendere il suo cammino e riconquistare lo spazio che ha perso per la pandemia? «Direi di sì, è un motore che riparte. Non solo il Mobile ma anche la moda e Mi-Art vanno nella stessa direzione. Vedo anche intorno una prima parziale ripresa turistica. Tutti segnali positivi». Ma dunque Milano dopo fiumi di autocritiche riparte ancora dal modello dei grandi eventi? «Non è solo schiuma o la riproposizione della Milano da bere. Si tratta di manifestazioni che muovono un tessuto largo di imprese del territorio che sono state in sofferenza nel 2020. Del resto Milano è diventata negli ultimi 20 anni una grande piattaforma di eventi ed è particolarmente appetibile in questo ruolo, anche se non faccio fatica a riconoscere che si fosse esagerato con una week dietro l'altra. Ma, ripeto, l'economia del design, tirata da grandi imprese che anche nel 2020 hanno portato a casa fatturati inaspettati, serve non solo a Milano». E quindi sarebbe stato un errore saltare un anno? «Non ho avuto mai dubbi. Anche le aziende che in passato hanno delocalizzato la produzione hanno qui a Milano la creatività dei prototipi, la commercializzazione, la comunicazione. Non potevamo assentarci». Si era detto però che a infoltire le file del Pane Quotidiano ci fossero anche i lavoratori precari degli eventi, il lavoro povero nascosto dietro le paillettes. «Non c'è dubbio che tutto il settore degli allestimenti abbia sofferto in questa stagione così come il mondo delle partite Iva. Il settore delle professioni, di cui faccio parte come architetto, si alimenta di un indotto non ancora regolato, di lavoro temporaneo di giovani che vengono espulsi alle prime difficoltà. Quindi il lavoro povero di Milano rischia di avere persino una dimensione intellettuale. Un altro settore che ha sofferto è quello dello spettacolo: l'immagine dei bauli in piazza Duomo resta forse una delle istantanee più forti dei mesi della pandemia». Il mattone però ha retto e i prezzi delle case a Milano sono addirittura saliti. Non c'è il rischio che a vincere sia solo la rendita? «Lo so. Al Bosco Verticale i valori prima erano di 6,5 milioni nei piani bassi e di 10,5 nei piani alti, ebbene ora sono raddoppiati! Mentre ne è uscita annichilita l'economia di Airbnb».

PD, L’AGORÀ DEGLI ESTERNI

Enrico Letta rilancia la sua idea di Agorà aperta agli esterni del Pd. Silvia Bignami su Repubblica.

«Noi non bastiamo». Non per vincere le prossime elezioni politiche. Il Pd non basta. Lo sa Enrico Letta, e per questo lancia dalla Festa dell'Unità di Bologna la "rivoluzione" alla quale è stato chiamato dopo l'addio traumatico di Nicola Zingaretti. Un Pd che si apre a quello che c'è fuori da sé, che si affida alle Agorà Democratiche per selezionare tra la gente idee e proposte. E che «investe sulla testa di tanti» piuttosto che su quella di un solo leader. A rappresentare l'impegno all'apertura, sulle Agorà veglierà un "osservatorio di indipendenti". Li elenca lo stesso Letta, sul palco, davanti allo stato maggiore Pd, ricordando che «tutti sono esterni al partito». Tutti vengono da altri mondi, ma sono disposti a contaminarsi. C'è lo scrittore Gianrico Carofiglio, per il suo «impegno prezioso sul rapporto tra politica e parola», in cima alla lista dei ringraziamenti del segretario. C'è la ex segretaria della Cisl Annamaria Furlan, per la sua esperienza sul lavoro. E poi «sono felice che abbia detto sì una personalità di statura europea sul tema della sostenibilità come Monica Frassoni ». E ancora il fondatore della comunità di Sant' Egidio Andrea Riccardi, per la sua esperienza «in tema di accoglienza e solidarietà, di cui c'è grande bisogno». E ancora «una persona che da premier avevo chiamato per la spending review e che per un po' aveva potuto lavorare ma che poi ha dovuto interrompere» evoca Letta ricordando l'avvicendamento con Renzi a Palazzo Chigi: «Si tratta di Carlo Cottarelli». Letta tiene per ultima la vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Elly Schlein, «che ha accettato la mia corte serrata », e che siede in platea, incassando l'applauso più forte nella platea bolognese: «Elly ci fa il grande regalo, perché lei ha la capacità in politica di mettere il coraggio della novità. Di andare oltre. Il suo coraggio e la sua creatività ci aiuteranno». Il meccanismo delle Agorà democratiche sarà quello di "primarie delle idee". Sulla piattaforma "agorà democratiche" sarà infatti possibile registrarsi a una delle Agorà già esistenti, oppure crearne una nuova, insieme ad altre venti persone, dieci iscritte al Pd e dieci esterne. Ogni Agorà proporrà una idea, che sarà poi votata da tutti gli altri iscritti alla piattaforma. Le 100 più votate entreranno nel programma del Pd».

GLI IMPRESENTABILI NELLE LISTE PER I COMUNI

Il Fatto polemizza coi partiti e i leader che snobbano il controllo sui candidati alle amministrative da parte della Commissione antimafia, presieduta da Nicola Morra. Lorenzo Giarrelli.

«I nomi arrivati in Commissione sono soltanto 459, meno di uno ogni due Comuni al voto. Per intendersi, già solo i candidati delle otto liste a sostegno di Beppe Sala raggiungono un numero simile. Ma tant' è: il vaglio preventivo sugli impresentabili promosso da Nicola Morra, presidente della Commissione Antimafia, spaventa i partiti, che quasi dappertutto preferiscono fare a meno del parere - peraltro riservato - dei parlamentari riguardo a eventuali presenze imbarazzanti nelle liste per le prossime Amministrative. E questo nonostante il controllo dell'Antimafia sia piuttosto parziale, riservandosi di segnalare soltanto i candidati condannati per alcuni reati e quelli rinviati a giudizio. Motivo per cui dal Parlamento ieri è arrivata la bocciatura soltanto per due candidati del centrodestra alle Regionali in Calabria, molto meno di quanto le indiscrezioni sulle liste lasciassero immaginare. Ma d'altra parte il filtro sorvola su chi è "soltanto" indagato e ovviamente su coloro i quali potrebbero essere "impresentabili" per motivi etici e politici, pur non avendo guai con la giustizia. Una volta individuati i casi in questione, compito della Commissione è indicarli ai partiti i quali entro domani, termine ultimo per la chiusura delle candidature, possono depennare dalle liste i nomi cerchiati in rosso. Il tutto rimarrà però per lo più teoria, visto che nella pratica l'esperimento voluto da Morra e da Wanda Ferro (FdI) non ha vinto lo scetticismo dei leader, pur impegnati in promesse sulle "liste pulite". A Roma, per esempio, dei quattro candidati sindaci soltanto Virginia Raggi ha chiesto il via libera al Parlamento sui propri aspiranti consiglieri, ricevendo rassicurazioni sull'assenza di impresentabili. Il forzista Maurizio Gasparri si è invece persino vantato di non aver inviato le liste alla Commissione: "Le ho inviate al prefetto, non a Morra, che riteniamo non dovrebbe neanche ricoprire l'incarico di presidente". A Napoli solo FdI (che lì è commissariato) ha spedito i propri nomi, nel silenzio di Catello Maresca e Gaetano Manfredi, mentre a Milano e Torino nessun aspirante sindaco - da Beppe Sala (che fa sapere di essere in contatto con la Prefettura per gestire eventuali guai) a Luca Bernardo, fino a Paolo Damilano e Stefano Lo Russo - si è posto il problema. Meglio invece è andata in Calabria, dove si voterà per le Regionali: qui il centrodestra e il M5S (non il Pd) hanno chiesto il parere dell'Antimafia, viste anche le recenti inchieste che hanno coinvolto parecchi esponenti di primo piano della politica locale».

PAPA FRANCESCO: MAI PENSATO DI DIMETTERMI

Papa Francesco parla a ruota libera in un’intervista radiofonica con un’emittente spagnola. E smentisce di avere l’intenzione di dimettersi. Il resoconto di Avvenire.

«Papa Francesco smentisce con un pizzico di ironia le fantasiose speculazioni di alcuni giornali italiani e argentini su una possibile rinuncia al pontificato. Nel corso dell'intervista rilasciata a Carlos Herrera della spagnola Radio Cope, e mandata in onda ieri mattina, il Pontefice afferma: «Una parola può essere interpretata in un modo o nell'altro, no? Sono cose che succedono. E che ne so io... Non so da dove hanno preso la settimana scorsa che stavo per presentare le mie dimissioni! Che parola hanno preso nel mio Paese? È lì che è uscita la notizia. E dicono che ha fatto scalpore, quando non mi è nemmeno passato per la testa!». Il Papa inoltre spiega di essere venuto a conoscenza di tali uscite mediatiche solo giorni dopo: «Mi hanno anche detto che la settimana scorsa era di moda. Eva (Fernández, la vaticanista di Cope ndr) me l'ha detto e io le ho detto che non ne avevo idea perché qui leggo solo un giornale al mattino, il quotidiano di Roma. Lo leggo perché mi piace il modo in cui ha un titolo, lo leggo velocemente e basta, non mi faccio coinvolgere dal gioco. Non guardo la televisione. E ricevo, sì, più o meno il resoconto delle notizie del giorno, ma ho scoperto molto più tardi, qualche giorno dopo, che c'era qualcosa sulle mie dimissioni. Ogni volta che un Papa è malato c'è sempre una brezza o un uragano di Conclave». Nel corso dell'intervista Francesco ha parlato anche del processo iniziato a fine luglio in Vaticano per gli illeciti compiuti con i fondi della Segreteria di Stato, che vede tra gli imputati il cardinale Angelo Becciu. Riguardo al porporato sardo il Papa dice: «Voglio con tutto il cuore che sia innocente. È stato un mio collaboratore e mi ha aiutato molto. È una persona di cui ho una certa stima come persona, quindi il mio augurio è che ne esca bene. Ma è una forma affettiva della presunzione d'innocenza. Oltre alla presunzione di innocenza, voglio che ne esca bene. Ora tocca ai tribunali decidere». Francesco inoltre ha confermato l'intenzione di recarsi a Glasgow in occasione della Cop26 di novembre e di visitare Grecia, Cipro e Malta».

VENEZIA, IL RUGGITO DI BENIGNI

Roberto Benigni ha ricevuto a Venezia, all’apertura della Mostra del Cinema, il leone d’oro alla carriera. Gloria Satta per il Messaggero.

«La 78ma Mostra si è inaugurata all'insegna di cinema, speranza, amore. Una cascata d'amore: quella che il mattatore della serata Roberto Benigni, ricevendo tra gli applausi il Leone d'oro alla carriera, ha riversato sulla moglie Nicoletta Braschi da sempre sua compagna di vita e di lavoro. «Se qualcosa di buono ho fatto, è stato grazie alla tua luce», ha esclamato il 68enne attore e regista premio Oscar rivolgendosi all'attrice e produttrice dei suoi film, emozionata in platea. «Quando ti ho incontrata, ho creduto di vedere un altro sole. Per me non è stato amore a prima o ultima vista, ma amore a eterna vista. Io meritavo un gattino invece mi arriva il Leone. Condividiamolo, io mi tengo la coda ma a te spettano le ali perché il mio lavoro ha preso il volo grazie a te, alla tua femminilità, al tuo mistero, al tuo fascino». Non ha rinunciato a scherzare, Roberto: «Che emozione questo premio, quando mi hanno dato la notizia mi sono messo a ballare la rumba tutto nudo». Nel suo discorso di accettazione, ha ringraziato tutti i registi che l'hanno diretto, da Giuseppe Bertolucci a Jimi Jarmusch passando per Federico Fellini, Blake Edwards e Matteo Garrone. E si è rivolto con amore anche al presidente Sergio Mattarella, accompagnato al Lido dalla figlia Laura e accolto da una prolungata standing ovation del pubblico: «A Mattarella voglio bene. La vorrei abbracciare. Presidente, rimanga qualche anno in più». La consegna del Leone era stata preceduta da una laudatio a sorpresa di Jane Campion, che oggi presenta in concorso The Power of the Dog. La regista neozelandese ha definito Roberto «un genio comico di cui il mondo ha più che mai bisogno in questi tempi difficili, una bottiglia di prosecco pronta ad esplodere, un'anima innocente che ci riporta all'infanzia». È stata una serata all'insegna della solennità e della speranza, ad alto tasso emotivo: per il secondo anno consecutivo la Mostra celebra il cinema sfidando la pandemia e il Lido è tornato ad affollarsi: 9mila sono gli accreditati contro i 6mila del 2020. Molto sentito anche il discorso dell'efficace, empatica madrina Serena Rossi, rilucente in un abito-bustier Armani Privé tutto bianco. Ha parlato dell'importanza della condivisione: «Venezia ci dice che costruire il nostro futuro è ancora possibile. Che si può andare avanti solo insieme». Ha rivolto un pensiero «alle madri afgane disposte a separarsi dai figli pur di salvarli», ai rischi che corrono gli artisti di quel Paese in preda ai talebani. «Non siete soli, siamo concretamente con voi», ha detto l'attrice. Sabato 4 sbarcherà infatti alla Mostra la regista afghana Sahraa Karimi per partecipare a un panel sulla crisi del suo Paese e ritirare un premio del Codacons. Applausi hanno accolto anche Alberto Barbera, il direttore della Mostra, e il presidente della Biennale Roberto Cicutto mentre il ministro Dario Franceschini dichiarava «per il cinema italiano è un momento d'oro». Accolto con entusiasmo anche Pedro Almodovar che, accompagnato dalla protagonista Penélope Cruz in lungo nero, ha aperto il festival con il film Madres Paralelas. In platea, oltre alla giuria guidata dal regista sudcoreano Bong Joon-ho, c'era anche Isabelle Huppert: in Les promesse di Thomas Kruithof, che ha inaugurato la sezione Orizzonti, la diva francese interpreta una sindaca dei sobborghi parigini più interessata alle condizioni di vita della gente che al potere: «Mostriamo il volto umano della politica», ha spiegato Isabelle, «non sempre è marcia, a volte prende in considerazione il bene pubblico». Alla Mostra sono cominciate le conversazioni Mastercard online con attori e registi. Il primo a parlare è stato Paolo Virzì. «Correttezza politica e inclusività sono oggi parole d'ordine», ha detto, «ma un artista deve essere spericolato. Ingabbiare in schemi precostituiti la libertà di espressione sarebbe la morte del cinema».

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Per la Versione si prepara un altro grande balzo in avanti (Copyright Mao Tse Tung). VI ASPETTA UNA NUOVA SORPRESA. Intanto scrivete suggerimenti, considerazioni, reazioni all’idea di postare il link degli articoli della rassegna in pdf, usando la casella lelio.banfi@gmail.com. Vi aspetto.  

Per chi vuole, ci vediamo poi dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera. Non perdetevi l’intervista, oggi, con Davide Rampello sul grattacielo andato a fuoco a Milano.