L'Italia è d'oro

Grande emozione per la doppia vittoria a Tokyo nei 100 metri e nel salto in alto. Polemiche sullo ius "sportivo". Stasera la fiducia su Cartabia, Conte protagonista. Oggi il Perdono alla Porziuncola

La vittoria azzurra delle due medaglie d’oro nei 100 metri e nel salto in alto, specialità regine dell’atletica non ha precedenti. Gli ori alle Olimpiadi di Tokyo arrivano dopo gli Europei di calcio a Londra e confermano il momento eccezionale del nostro Paese, almeno dal punto di vista delle competizioni sportive internazionali. Lo sport poi è politica, un’attività importante nella nostra vita sociale: ecco perché queste medaglie sono anche simbolo dello spirito unitario della nostra Nazione che vuole risollevarsi dalla durissima prova della pandemia.  E ci ricordano, con la vittoria strepitosa di Marcell Jacobs, che lo ius soli nello sport è una conseguenza naturale per tanti talenti. Come ha notato il presidente del Coni Malagò.

I deputati hanno accolto con un’ovazione, nella Camera riunita nella prima domenica d’agosto, la doppia medaglia. Festa bipartisan e condivisa. Anche il voto sulla riforma della giustizia è andato avanti con un vasto consenso, ma le assenze di una quarantina di 5 Stelle hanno irritato Giuseppe Conte. Conte che ha dato un’interessante intervista a La Stampa. Stasera dopo le 22 e 30 cominciano i voti di fiducia posti dal Governo. Si dovrebbe terminare a notte fonda, dopo le 2 di notte. Coincidenza curiosa: proprio dopo la mezzanotte scatta il semestre bianco. Mattarella non potrà più sciogliere le Camere. Ma, ricorda Breda sul Corriere, se il Presidente vedesse comportamenti ricattatori dei partiti, potrebbe sempre dimettersi.

Fronte virus. La campagna vaccinale prosegue con il 60 per cento di italiani che hanno ricevuto prima e seconda dose. Nell’ultima settimana, quella dal 26 luglio al primo agosto, i vaccini iniettati ogni giorno sono stati in media  510 mila 582. Inquietante attacco hacker No Vax al sito delle prenotazioni della Regione Lazio. Chi si è introdotto chiede il riscatto. Intanto Nando Pagnoncelli traccia, con le sue statistiche per il Corriere della Sera, un identikit dei No Vax e Boh Vax del nostro Paese: il profilo più frequente è quello del negoziante del Nord Est con scarsa preparazione culturale.

Il dossier dell’acquisto del Monte dei Paschi di Siena da parte di Unicredit è sul tavolo del Governo. Bruxelles ha già acceso i riflettori, per capire se è tutto in regola. Il Ministro Franco ne riferirà in Parlamento questa settimana. Dal fronte estero: crescono i timori per quello che sta per succedere in Afghanistan, mentre Donald Trump sta accumulando risorse economiche per un suo clamoroso ritorno sulla scena politica.  

Oggi, 2 agosto, è la Festa del Perdono. Si ricorda alla Porziuncola di Assisi la grande promessa di san Francesco: “Vi voglio portare tutti in Paradiso”. Vediamo i titoli

LE PRIME PAGINE

Giornali pavesati a festa per una doppia vittoria sportiva senza precedenti. Il Corriere della Sera alla De Gregori: La Storia siamo noi. La Repubblica va sul titolone: Lampi d’oro. La Stampa è quasi precristiana: Gli Dei dell’Olimpo. Il Giornale appare fumettistico: Più veloce, più in alto. Supereroi d’Italia. Libero è didascalico: L’Italia vola più in alto e più veloce. Il Mattino sceglie una grande didascalia per la foto con Jacobs e Tamberi: Storici. Il Messaggero: Nessuno più veloce. Mai così in alto. Anche gli altri giornali ne danno notizia in prima, ma privilegiano altri temi. Il Fatto si occupa del dibattito alla Camera: Lega & FI minacciano schiforme peggiori. Mentre il Quotidiano Nazionale resta sulla notizia choc che riguarda il Lazio: La guerra degli hacker contro i vaccini. La Verità drammatizza: Siamo già prigionieri del green pass. Il Sole 24 Ore invece è ottimista sulle agevolazioni per gli acquisti delle case: Mutui per i giovani, le banche arrivano al 100 per cento del valore. Il Domani pubblica un’inchiesta sul business dei rifiuti a Roma: La grande abbuffata.  

GLI AZZURRI SUL TETTO DEL MONDO

Un pomeriggio azzurro da sogno. Non era mai accaduto niente di simile in 125 anni di Olimpiadi. Gli italiani Jacobs e Tamberi hanno vinto la medaglia d’oro rispettivamente nei 100 metri e nel salto in alto. Il bel racconto di Gaia Piccardi per il Corriere della Sera.

«Dentro la pancia di questo stadio vuoto si sente tutto. I singhiozzi di Gianmarco Tamberi detto Gimbo, a destra, il ragazzo di Civitanova Marche che ha appena vinto l'oro olimpico nell'alto e adesso, in mancanza della mamma, trova conforto nell'abbraccio con la bandiera. E i battiti del cuore di Marcell Jacobs, a sinistra, l'uomo di El Paso cresciuto a Desenzano del Garda che si sta accucciando sui blocchi della finale dello sprint. In mezzo, tra i due compagni di Nazionale (Tamberi è il capitano di Jacobs), cento metri e una sintonia d'anime totale, l'alchimia che giustifica un'Olimpiade a due piazze che ha stupito il mondo e i suoi abitanti. Italians do it better , dice il solito collega spiritoso. Gli italiani lo fanno, e basta. Aspettano tutta la vita e poi si prendono la storia in una notte, al massimo con un intervallo di dieci minuti. Non era mai successo. Che un italiano campione olimpico nell'alto aspettasse al traguardo un italiano campione olimpico nello sprint per abbracciarlo, benvenuto a casa, solo io so cosa abbiamo passato per arrivare qui. Tamberi, 29 anni, si era rotto il tendine d'Achille nell'ultima gara prima dei Giochi di Rio 2016, per cinque anni ha mangiato, bevuto, pensato e respirato Olimpiade finché non ci si è ritrovato occhi negli occhi e, carico com' era di emozioni, l'ha sedotta. Gimbo già saltava mentre Marcell correva la semifinale dei 100, ritoccava il record italiano per la seconda volta a Tokyo (9"84), si regalava la primizia di diventare il primo atleta azzurro nella finale olimpica dei 100, terzo crono in assoluto, meglio di lui solo il cinese Su e l'americano Baker. Mentre Jacobs recupera facendosi massaggiare, Tamberi è in volo verso l'aria rarefatta, è entrato in gara a 2,19 e non sbaglia più fino a 2,37, significa sette salti perfetti, rincorsa-stacco-decollo: l'asticella non trema mai, nelle cellule di Gimbo non c'è memoria di dolore, solo voglia di salire più su. A 2,30 gli avversari cominciano a cadere come mosche, il coreano ridanciano Woo e l'australiano baffuto Starc, il russo Akimenko, l'americano Harrison che si lascia dietro una scia di dreadlocks. A quota 2,37 la selezione è fatta. Per le medaglie rimangono in tre: il fenomenale Barshim, papà sudanese e mamma del Qatar, che se non fosse nato a Doha sembrerebbe la scultura di una mostra di Giacometti, il bielorusso Nedasekau e il nostro Gimbo. E lassù, dove si spingono solo le aquile, mentre Jacobs entra nella camera di chiamata della finale dei 100, sbagliano tutti. Una, due, tre volte. Nedasekau è bronzo perché si porta dietro il peccato originale di due errori pregressi, il giudice si avvicina a Tamberi e Barshim, che sono amici per la pelle ed entrambi tornano dal buio di infortuni gravi, e chiede: preferite continuare a saltare o volete due ori? Non c'è neanche bisogno di parlarsi: «Nessuno di noi due voleva togliere all'altro la gioia della vittoria» spiegherà l'azzurro. Trionfo ex aequo, eguagliata la mitica Sara Simeoni oro a Mosca '80 (Olimpiade non pandemica ma boicottata, però questa è un'altra storia), il party a cielo aperto di Gimbo può cominciare. Spunta il gambaletto di gesso dell'incidente del 2016 (con il pennarello nero c'è scritto sopra: road to Tokyo 2020), ci sono lacrime e sorrisi e carezze con il papà-coach Marco, c'è spazio per una telefonata con la fidanzata Chiara («Amore, hai visto?») poi di colpo si fa buio. Luci spente per la presentazione della finale dei 100 metri. In corsia tre, stretta tra il Sudafrica di Simbine e la Gran Bretagna di Hughes, ecco little Italy tra i giganti: Cina, Usa, Canada hanno avamposti in questo Risiko giocato a 36,734 km all'ora di velocità media, perché tutto il mondo ha una gran fretta di piazzare la bandierina sul tartan e eleggere l'erede del più grande in pensione, Usain Bolt. C'è chi perde tempo a rimpiangere il giamaicano, chi non si sente all'altezza, Su è prosciugato di energie, Hughes fa falsa partenza ed è squalificato, la Nigeria (Adegoke) non è terra di sprinter, qui non ha diritto di cittadinanza. Nell'attimo sospeso prima dello sparo, quando i centisti si fanno piccoli e curvi sui blocchi per poi crescere nell'arco di una decina di secondi, si sente il grido di Gimbo per Marcell: «Vaiiiiiiiiiiiii» . E va, Jacobs, eccome se va. 0,161 il tempo di reazione (penultimo, il più veloce è Kerley), 6"12 per passare in testa alla gara, 43,1 km all'ora la velocità di punta dopo 75 metri. Ormai è imprendibile, i muscoli di Kerley piombano sul traguardo quattro centesimi dopo, il grande favorito De Grasse è solo bronzo. Il Bolt de noantri è Marcell Jacobs, padre di tre figli e dieci tatuaggi, il bambino che in cortile a Desenzano correva facendo finta di essere al volante della motoretta che mamma Viviana gli aveva negato, e che - da allora - non si è più fermato. Vince l'oro olimpico nei 100 in 9"80, un crono enorme, record europeo e italiano abbassato per la terza volta in 24 ore, decimo all time. Surreale, se non fosse vero. Tagliato il traguardo, Jacobs trova ad aspettarlo il sorriso di Tamberi, sono passati dieci minuti dall'oro nell'alto e l'Italia raddoppia con il metallo più prezioso nella gara più nobile di Olimpia, quella di cui oggi parlano anche le tribù della Papuasia, quella che ti consegna dritto alla storia. Stanno così, Gimbo e Marcell, con l'azzurro delle tute fuso in un groviglio di braccia, un tricolore per due, le teste vicine, i cuori all'unisono. E per oggi, da Marte, è tutto. A voi Terra.». 

A Tokyo la festa a casa Italia è andata avanti fino a notte fonda. Il Presidente del Coni Malagò non dimentica di dire qualcosa di importante sullo ius “sportivo”. La cronaca di Mattia Chiusano per Repubblica.

«Il giorno più bello dello sport italiano» sostiene Giovanni Malagò, presidente del Coni. «Abbiamo realizzato imprese epiche, vinto i Mondiali di calcio, ma sotto i cinque cerchi è successo qualcosa che racconteremo ai nostri nipoti, e loro ai loro nipoti». Sembra tutto tranquillo, sul vialetto che porta dalla stazione di Shinagawa, nel quartiere centrale di Minato City, verso la residenza di Casa Italia immersa nel verde. Poi all'improvviso, tappi di spumante che saltano, grida di gioia, e Amore disperato di Nada. C'è Federica Pellegrini in forma smagliante, ci sono i ragazzi della staffetta del nuoto finalmente liberi dai protocolli del Villaggio, ed è tutto un po-po-po , festa che va avanti nella notte nel nome di Marcell e Gimbo. Poi arriva Malagò, che chiede un hip hip urrà per i due eroi lontani, sentendoli come pezzi della sua famiglia. Perché, soprattutto per i delicati equilibri di Tamberi dopo lo choc di cinque anni fa, il presidente ha avuto particolari attenzioni. «Ci ha vissuto in simbiosi per un mese» raccontano, ricordando che Gimbo è arrivato al Villaggio all'ultimo momento. Perché prima stava al campus italiano della Waseda University di Tokorozawa City. E lì c'era anche Chiara Bontempi, la fidanzata che presto sposerà e che è qui a Tokyo, a godere di questo momento dopo tante lacrime. «Nel periodo del lockdown» spiega Malagò, «con un accordo tra Coni, Cts, preparazione olimpica, abbiamo fatto in modo che lui continuasse ad allenarsi, è rimasto fermo per poco». Facendo capire che il magico primo agosto è nato componendo una serie di dettagli tutt' altro che casuali. E si mescola un po' tutto in questa allegra confusione italiana nel cuore di Tokyo, il conteggio delle medaglie analizzato dai giornali americani, il ricordo di Berruti nel '60 e Mennea nell'80, l'adrenalina provocata dal tempo di Jacobs migliore di un centesimo rispetto a quello di Bolt a Rio, ma non c'è solo voglia di festeggiare, perché Parigi 2024 è più vicina e ci sono tanti ragazzi, figli di genitori stranieri, che sono privi della cittadinanza italiana (Jacobs invece è figlio di un'italiana e di un americano). E se lo ius soli è «un tema politico», Malagò colpisce duro su quello che chiama «lo ius sportivo», che penalizza giovani atleti in attesa di regolarizzazione, e di conseguenza anche il Coni che li vorrebbe nelle selezioni olimpiche: «Non riconoscerlo è aberrante, folle, nel vero senso della parola. Oggi più che mai questo discorso va concretizzato. A diciotto anni e un minuto chi ha i requisiti deve, e sottolineo deve, avere la cittadinanza italiana. Non cominciare a quell'età una via crucis tra prefetture, ministeri, magari stufandosi e andando in un altro Paese. La risposta migliore l'ha data il presidente del Consiglio Mario Draghi, che mi ha chiamato commosso e ha invitato i due atleti a Palazzo Chigi». Sentendosi chiamato in causa il leader della Lega Matteo Salvini gli risponde così: «Ius soli? Già oggi, a 18 anni, chiunque può chiedere e ottenere la cittadinanza. Squadra che vince non si cambia!».

Ma i Giochi olimpici moderni sono da sempre anche lo specchio del mondo, palcoscenico per la denuncia di diseguaglianze e ingiustizie. E anche di tensioni diplomatiche. Una atleta bielorussa, Kristina Timanovskaja, oggi avrebbe dovuto correre la gara dei 200 metri di atletica ma ha rischiato di essere portata via con la forza. Il mondo l’ha difesa e il dittatore Lukashenko è stato beffato. Rosalba Castelletti per Repubblica.  

«C'è chi corre verso l'ambito traguardo e chi corre via da un regime. Lo sprint della bielorussa Kristina Timanovskaja si è concluso con l'esilio. La sua medaglia: aver detto "No" alla repressione di Aleksandr Lukashenko che non conosce confini né tregue olimpiche. La 24enne oggi avrebbe dovuto correre i 200 metri femminili alle Olimpiadi di Tokyo, ma alla vigilia è stata ritirata dalle competizioni e portata con la forza in aeroporto con un biglietto per Minsk via Istanbul. Quel volo l'avrebbe condannata allo stesso destino di Roman Protasevich, il giornalista prelevato da un aereo dirottato e incarcerato. Timanovskaja si è salvata solo grazie all'intervento della diaspora bielorussa che ha mobilitato autorità giapponesi e ambasciate europee. Ha scampato il carcere, ma ora è una rifugiata politica. Le tv statali bielorusse avevano mandato in onda servizi carichi di emozione sull'inaspettato ingresso di Kristina nella staffetta 4x400, salvo poi definirla una «vergogna per la nazione» quando aveva osato raccontare la sua verità. «Come al solito la nostra leadership decide per noi... Sono le Olimpiadi, non uno scherzo!», si era sfogata su Instagram dopo essere stata chiamata a sostituire senza preavviso le connazionali risultate non idonee perché non si erano sottoposte al numero minimo di test antidoping. Tanto era bastato perché il Comitato olimpico bielorusso - guidato per oltre 25 anni da Lukashenko prima del bando deciso dal Cio - la ritirasse dai Giochi e obbligasse a fare le valigie. Il suo «stato psicologico» era preoccupante, la motivazione ufficiale. I canali di regime già gongolavano: «Presto starà zitta e si pentirà pubblicamente». Ma Timanovskaja si è rivolta alla polizia, ha lanciato un appello al Cio e chiesto protezione. Il volo Turkish Airlines 199 è decollato senza di lei. «Ora sono al sicuro», ha tranquillizzato tramite la Fondazione bielorussa per la solidarietà sportiva (Bssf) che sostiene gli atleti perseguitati. Lunedì chiederà asilo politico. Un pieno ritorno ai tempi dell'Urss quando sportivi disertavano durante le competizioni all'estero. Praga e Varsavia le hanno già offerto un visto. Timanovskaja i suoi Giochi li ha vinti così».

CAMERA, SEDUTE FIUME PER LA GIUSTIZIA

La Camera dei Deputati si è riunita di domenica, il primo giorno di agosto. Per approvare la riforma Cartabia. Stasera alle 22.30 il voto di fiducia chiesto dal Governo. La cronaca del Corriere è di Virginia Piccolillo.

«La riforma Cartabia sembrava ormai cosa fatta. I tre voti all'unanimità incassati da Mario Draghi. Il dissenso Cinque Stelle ricomposto. Le proteste di Forza Italia accontentate. I tempi di Appello e Cassazione prima dell'improcedibilità. Le proroghe per reati di mafia e, su richiesta della Lega, di violenza sessuale e traffico di droga. Ma, ieri, domenica, alle 14, la riforma del processo penale (tecnicamente un subemendamento, all'emendamento già presentato dal governo, alla legge Bonafede sulla prescrizione) è arrivata in Aula. E la tensione è improvvisamente salita. Dentro Montecitorio: facendo esplodere i malumori interni al Movimento; 40 deputati M5S non hanno partecipato al voto. Ma anche a Milano Marittima, da dove Matteo Salvini è tornato a rilanciare: «I 5 Stelle lascino il governo se non credono a Draghi», ha detto il leader leghista. Ma poi ha aggiunto: «Ho scritto a Draghi e gli ho detto che entro agosto il problema degli sbarchi va risolto. Se il ministro (Luciana Lamorgese, ndr ) non è in grado ne tragga le conseguenze. Sostenere un governo che in quanto a sbarchi di immigrati clandestini è peggio di Alfano per noi è un problema». La temperatura era già salita in Aula. Due gli obiettivi dell'opposizione. La ministra della giustizia Marta Cartabia, che non c'era, perché oggi deve presenziare la commemorazione della strage di Bologna (ci sarà al voto di fiducia). Cosa che ha fatto gridare, non solo al meloniano Francesco Lollobrigida: «Il ministro competente dovrebbe essere in Aula e metterci la faccia». Bordate soprattutto contro i 5 Stelle. Dure quelle giunte dagli espulsi dal Movimento, ora divisi tra Alternativa C'è e Gruppo misto. «Invece di mettere più magistrati, più cancellieri, più risorse, mettete la ghigliottina dell'improcedibilità». «Il Parlamento deciderà le priorità dei reati da perseguire: neanche la P2 è arrivata a tanto». «Non fatevi spaventare dalla minaccia di espulsione», si è accalorato l'ex M5S Andrea Colletti. «Non è vero che i processi di mafia sono salvi. La mafia è anche colletti bianchi, corruzione, appalti. Guardate nella vostra coscienza», ha ammonito la testimone di giustizia Piera Ajello (Misto). «Doveva essere una legge delega invece il governo ci ha rubato l'ultimo spazio di democrazia parlamentare dandoci solo due ore e mezzo per discutere in commissione» ha denunciato Forciniti (Ac). FdI, impegnato in un forte ostruzionismo, ha rincarato con Del Mastro: «È un ibrido che porterà all'impunità di massa». E con Nicola Procaccini: «Disgustosa l'improcedibilità per reati ambientali». Argomenti che hanno fatto breccia nel disagio interiore M5S che, a dispetto degli appelli alla compattezza venuti dentro e fuori Montecitorio, si è fatto palpabile al voto, sulle pregiudiziali di costituzionalità. Bocciate con 357 no e 48 sì. Ma con 40 assenti nel Movimento e Alessandro Melicchio che ha votato con l'opposizione. Alle 21.30 stop alla discussione. E alle 22.30, per bocca del ministro M5S Federico D'Incà, è stata posta la fiducia. Stasera, dalla stessa ora, i due voti di fiducia (con un'unica dichiarazione di voto). Si conta di andare avanti fino alle 2.30 del mattino. Per arrivare, martedì, dopo gli ordini del giorno, al voto finale».

Giuseppe Conte è stato molto attivo e chiede ai 5 Stelle di non scomporsi su un accordo che a questo punto non necessita di un ulteriore voto del web. Lorenzo Giarrelli per Il Fatto.

«"È stato un passaggio durissimo, gli altri partiti davano già le cose per fatte". Giuseppe Conte chiede compattezza ai suoi e difende la mediazione sulla riforma della giustizia. E mentre l'ex premier parla agli eletti 5S, implicita conferma della difficoltà della trattativa arriva da Montecitorio, dove Lega e Forza Italia per tutto il pomeriggio rilanciano su separazione delle carriere, svuotamento dell 'abuso d'ufficio e mille nuovi orizzonti che delineano, per il centrodestra, "il prossimo step della riforma". Conte sa che la mediazione non ha accontentato tutti i suoi, ma alla prima curva del suo mandato da leader 5 Stelle non può permettersi di perdere pezzi. E così, durante la melina d'Aula di Fratelli d'Italia prima della richiesta di fiducia (il voto finale dovrebbe essere domani), l'ex premier riunisce via Zoom deputati e senatori del Movimento nella speranza che fare chiarezza su come si è arrivati al testo finale scongiuri eventuali voti contrari oltre a quello, già emerso nel pomeriggio, dell'onorevole Alessandro Melicchio (e per questo redarguito). Non a caso Conte lo dice chiaro, in apertura di riunione: "Il risultato ottenuto è straordinario e la sintesi deve essere sostenuta da tutti". Certo, il Movimento "non ha ottenuto tutto ciò che aveva chiesto" visto un contesto molto complicato "in cui non si mostrava alcuna via d'uscita". L'ex premier rivendica l'importanza della "compattezza" del Movimento, "chiave" per arrivare alle modifiche che hanno resto accettabile il testo: "Ci siamo accorti subito di alcune criticità della riforma - è la versione di Conte - il testo così com' era non poteva essere approvato, c'era no punti si cui non potevamo transigere". E allora grazie "al confronto interno", sviluppato con una "cabina di regia tecnica" e una"politica", si è arrivatia un risultato che per Conte non avrà bisogno di passare dal voto degli iscritti: "La riforma è per tre quarti uguale alla Bonafede, non tradiamo nessun valore e nessun principio". Una risposta a chi, come Danilo Toninelli, aveva chiesto il passaggio con la base per legittimare un via libera che altrimenti alcuni eletti avrebbero fatto fatica a votare. Non sarà necessario, assicura Conte, che invita i suoi "ad abbracciare con entusiasmo il nuovo corso", perché " il 'fine processo mai' non fa parte dell 'indirizzo del M5S". Parole rafforzate in Aula da Giulia Sarti, relatrice del testo, che ricorda le "modifiche migliorative" che hanno evitato " la sostanziale morte della maggior parte dei processi penali". A metterci la faccia è anche Alfonso Bonafede, il 5 Stelle che più aveva da perdere da questa partita e che invece sceglie di sostenere Conte: "Io voterò la fiducia, orgoglioso di fare parte di un gruppo che ha deciso di contare su una questione importante come la giustizia". C'è però chi si aspettava di più, soprattutto sui reati ambientali, per i quali non sono previste eccezioni rispetto all 'improcedibilità. Tra gli altri è la senatrice Patty L'Abbate a chiedere "di sostenere azioni a tutela dell'ambiente", "correggendo il tiro" per quanto possibile in modo da "vigilare" e poi "punire con efficacia" questo tipo di reati. Impossibile però farsi carico di nuove, interminabili trattative. Per questo Conte si aspetta unità e avvisa gli eletti di non aver affatto graditole numerose assenze in Aula durante il voto sulle pregiudiziali costituzionali: "Non mi è piaciuto. È vero che era domenica, che la nostra presenza non era fondamentale, ma la nostra forza politica la dimostriamo con la compattezza". E in effetti qualche scricchiolio a Montecitorio si vede. Quando si apre il voto sulle pregiudiziali di Fratelli d'Italia e l'Alternativa c'è, bocciate con ampia maggioranza, mancano i voti contrari di 41 onorevoli 5 Stelle. Non tutti sono ribelli, certo, se si pensa che tra gli assenti c'è anche chi, come Giuseppe Brescia, ha sostenuto pubblicamente Conte. A votare con l'opposizione è invece Melicchio, che giura di "avere fiducia nel governo" ma proprio non riesce "ad accettare il compromesso arrivato in Aula, pur migliorativo del testo iniziale". È senz’altro migliorativo a quello che avrebbero voluto Lega e FI, che in aula concedono qualche assaggio delle prossime rivendicazioni in tema di giustizia. Cristina Rossello (FI) auspica interventi "sull 'abuso d'ufficio" e "per una maggiore tutela dei sindaci", oltre "alla riforma delle riforme", ovvero " la separazione delle carriere" di pm e giudici. Il leghista Manfredi Potenti si dice "convinto" che ora serva "una profonda riforma dell'ordinamento giudiziario e del Csm", mentre l'altro forzista Roberto Cassinelli gongola per aver ridotto il numero di proroghe ai tempi del processo e sogna "di eliminare le patologie del processo mediatico, prevedendo il divieto di conferenze stampa e il divieto di pubblicazione di nomi e foto e interviste dei magistrati protagonisti delle indagini"».

Ilario Lombardo intervista Giuseppe Conte per La Stampa di Torino. Doppia paginata molto ampia e ragionata, con un Conte in grande spolvero e che promette nuove barricate, questa volta sul reddito di cittadinanza. Ecco uno stralcio.

«Mettiamola così: sulla giustizia ci siamo fatti trovare forse un po' impreparati, perché eravamo in piena transizione e non siamo riusciti a esprimere chiarezza di posizioni. Sul Reddito non ripeteremo lo stesso errore, perché non permetterò nemmeno che si arrivi a metterlo in discussione. Il Reddito di cittadinanza non si discute, al massimo si migliora». Ma perché restare al governo a ogni costo? «E' evidente che il premier e le altre forze politiche devono comprendere che il primo partito in Parlamento risponde agli oltre dieci milioni di elettori che lo hanno votato nel 2018. Ma la responsabilità che ha assunto il M5S appoggiando Draghi non verrà meno in questa fase in cui l'emergenza sanitaria continua e si cominciano a vedere i frutti degli interventi pianificati nel periodo più acuto della pandemia». Sta dicendo che Pil oltre il 5 per cento è merito del suo governo? Per Renzi è grazie a Draghi se l'Italia ha svoltato. «Renzi è lesto di parola, ma duro di pensiero, soprattutto economico: la crescita attuale, che sono fiducioso potrà arrivare anche al 6%, in parte è dovuta al rimbalzo più forte per un Paese come il nostro che è stato colpito più duramente dalla pandemia, per il resto è merito delle politiche economiche e degli stimoli fiscali attuati lungo tutto il 2020: un totale di 100 miliardi di espansione, più 4 decreti Ristori e una manovra di bilancio da 40 miliardi». Sfida un economista come Draghi? «Non la mettete sul piano della sfida. Lavoriamo tutti per obiettivi comuni. In questi mesi Draghi si è dovuto concentrare sull'emergenza sanitaria e sul piano vaccini. L'unico decreto Sostegni adottato quest' anno deve ancora dispiegare i suoi effetti. Lavoreremo con lui e daremo il nostro contributo alle scelte in materia di fisco, concorrenza e pensioni, determinanti per far correre e tenere coeso il Paese». Il suo rapporto con Draghi? Ha cambiato molti suoi uomini ai vertici... «Io rispetto molto i ruoli ed è evidente che un premier deve esercitare tutte le prerogative che gli spettano. Di lui ho apprezzato il fatto che abbia dato ragione ai nostri dubbi sulla giustizia e si sia fatto promotore di un punto di mediazione più avanzato». Voterebbe per Draghi al Quirinale? «Candidare adesso Draghi al Quirinale può essere frainteso, risulterebbe un promoveatur ut amoveatur. Ogni cosa a suo tempo».

DA DOMANI COMINCIA IL SEMESTRE BIANCO

A proposito di Quirinale, da domani comincia il semestre bianco. Lo ricorda Marzio Breda sul Corriere della Sera.

«Un piccolo colpo di stato legale». Era questo il pericoloso scenario che Renzo Laconi, membro dell'Assemblea costituente per il Pci, tratteggiò davanti ai colleghi impegnati con lui a scrivere la nostra Magna Charta se non fosse stata tolta ai capi dello Stato la facoltà di sciogliere le Camere durante gli ultimi sei mesi del loro mandato. Secondo l'esponente comunista sardo, infatti, c'era «il rischio» che un presidente in scadenza congedasse il Parlamento soltanto «per aver prorogati i propri poteri e avvalersi di questo potere prorogato per influenzare le nuove elezioni». Dubbi e diffidenze a futura memoria. Uno scrupolo maturato sull'idea che fosse necessario tutelare al massimo l'appena nata democrazia italiana. Per Laconi serviva insomma una norma che fungesse da antidoto in grado di rendere non praticabili tentazioni manovriere e di stampo autoritario da parte di un presidente, chiunque fosse. Il quale presidente, se le cose fossero invece rimaste come si era fino a quel momento previsto, avrebbe potuto esercitare pressioni o addirittura sbarazzarsi in anticipo degli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama, per far eleggere assemblee a lui più favorevoli e confidare magari in un secondo mandato. (…) Il «semestre bianco» ha ancora senso? «Non ne ha molto» per l'ex presidente della Consulta Valerio Onida, il quale rammenta come i capi dello Stato «non sono mai diventati finora quel che poteva spaventare i costituenti, e ciò rappresenta quasi una garanzia... Senza calcolare che, al di là del problema della rieleggibilità, non è comunque vero che possano sciogliere le Camere come e quando vogliono, a loro discrezione». Opinione condivisa da Giovanni Maria Flick, anch' egli emerito della Consulta, che considera il semestre bianco «superato e contraddetto dai fatti», ossia dalla interpretazione «elastica ma, nella sostanza costituzionalmente corretta, alla quale si sono tenuti i capi dello Stato». Di preoccupante, per lui, c'è semmai «la prospettiva che adesso scatti nei partiti una logica da liberi tutti con rincorsa a litigare, a costo di rompere l'alleanza di governo, nella poco responsabile convinzione che tanto Mattarella non può fare niente». Ecco il punto politico, fondato sulla prospettiva che tra ventiquattr' ore si apra al Quirinale un drastico vuoto di potere che farebbe del capo dello Stato un'autorità disarmata. Non è così. Non del tutto, almeno. A Mattarella restano intatti i poteri di nomina, di firma, di rinvio delle leggi, di inviare messaggi al Paese, oltre alla prerogativa di usare la moral suasion, ormai entrata nella Costituzione materiale. Certo, se i partiti più inquieti, pur di lucrare consensi o di preservare i voti mantenuti nonostante le fratture interne (come Lega e M5S) determinassero una crisi senza rimedio, tutto si complicherebbe per il Quirinale. Al quale resterebbero poche opzioni. La prima: mantenere l'esecutivo dimissionario in carica per l'ordinaria amministrazione, e la storia della Prima Repubblica ci consegna esempi di premier sfiduciati che, tra verifiche e negoziati, tirarono a campare per più di 200 giorni (senza trascurare i precedenti di Belgio e Austria, dove si traccheggiò per più di un anno). La seconda opzione: consapevole di trovarsi davanti a una crisi ingestibile, che diventa di sistema, Mattarella la fa precipitare dimettendosi e da quel passaggio lo scioglimento delle Camere dipenderebbe dal suo successore. Non sono solo congetture estreme. Ed è meglio incrociare le dita».

HACKER CONTRO I VACCINI

Militanti No Vax o semplici terroristi del Web che siano, alcuni hacker hanno aggredito il sito delle prenotazioni vaccinali della Regione Lazio. E ora chiedono un riscatto.

«La richiesta di riscatto è arrivata ieri sera. L'ultimo atto che ha completato l'attacco informatico ransomware alla Regione Lazio che, criptando dati anche di backup dopo aver clonato le credenziali di un amministratore di sistema, ha paralizzato le attività e i contatti di tutti gli uffici, soprattutto quelle di LazioCrea (azienda informatica) e Salute Lazio, che gestiscono anche la campagna vaccinale, bloccando le prenotazioni (che fino a oggi hanno toccato punte di 60 mila al giorno) e rallentato le somministrazioni, proprio nel giorno in cui il governatore Nicola Zingaretti ha annunciato la copertura del 70% della popolazione target. «Non c'è stata alcuna interruzione», afferma fiducioso l'assessore regionale alla Sanità Alessio D'Amato. A essere preso di mira è stato il Centro elaborazione dati nella palazzina C della sede in via Cristoforo Colombo, ma per ora non ci sono conferme che dietro al blitz possano esserci i no vax, anche a livello internazionale. La procura attende la relazione della polizia postale per aprire un fascicolo per accesso abusivo a sistema informatico, e forse anche per tentata estorsione. È il terzo attacco dopo quelli del 2020 al San Raffaele di Milano e allo Spallanzani di Roma, in prima linea nella lotta al virus. Ed è per questo che anche l'intelligence indaga con il Nucleo sicurezza cibernetica, che dipende dal Dis, al quale il presidente del Copasir Adolfo Urso ha chiesto informazioni affinché «il Comitato possa fare le sue valutazioni: urge attivare l'Agenzia sulla sicurezza cibernetica». Gli investigatori del Centro nazionale anticrimine informatico per la Protezione delle infrastrutture critiche, diretti da Nunzia Ciardi, direttore della Postale, seguono intanto le tracce lasciate dagli hacker, forse «crime as service», ovvero mercenari del dark web assoldati per mettere in crisi i sistemi di istituzioni pubbliche e aziende private con malware, link o mail trappola, per immettere crypto locker in grado di rendere i dati inutilizzabili. «A quel punto scatta la richiesta di riscatto, con cifre fra i 500 mila e i 6 milioni di euro, in bitcoin per non essere identificati - spiega Ciardi -. La malavita organizzata e trasnazionale si è specializzata in questo genere di ricatti negli ultimi 2-3 anni. Un'evoluzione con rapporto costi-benefici più redditizio. E in molti casi fare il backup dei dati non è sufficiente. Per questo - aggiunge il direttore della Postale, giorni fa in Commissione Affari costituzionali e Trasporti della Camera proprio sui ransomware (da ransom, riscatto) - bisogna formare i propri dipendenti: un Paese moderno deve investire nella sicurezza informatica tenendo presente che il rischio zero non esiste: è un orizzonte che si allontana da tallonare sempre». E il direttore sanitario dello Spallanzani Francesco Vaia avverte: «Questi attacchi rischiano di mettere in crisi il sistema regionale più performante, ma non produrranno alcun effetto. Da tempo ne subisco dai no vax, ma temo di più gli indecisi e i disorientati, e l'incapacità del sistema Paese finora di rispondere in modo corale. Sono certo che il presidente Draghi metterà questo al centro della sua azione».

Ma chi sono i no Vax e i Boh Vax, iper minoranza che gode di tanta risonanza sui media? Prova a rispondere Nando Pagnoncelli per il Corriere della Sera.

«Vive nel Nord-Est, ha tra i 35 e i 49 anni di età, la licenza media, artigiano o commerciante, inoccupato o disoccupato, vota a destra, si informa sui social media, ha una condizione economica bassa. Sono questi i profili più comuni tra gli italiani contrari o attendisti nei confronti del vaccino anti-Covid. In tutto il 17%: i No vax sono il 7%, i Boh vax il 10%. «Nel complesso sono i cauti, coloro che non credono nell'efficacia del vaccino o pensano possa far male», spiega Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, che per il Corriere ha condotto il sondaggio. Nel Nord-Est i No vax pesano per il 10% e gli attendisti per il 15%. Tra chi certamente dice no, molti meno se ne trovano tra chi è residente al Sud (4%) e nelle isole (6%), mentre è nel Nord-Ovest che si tocca il livello più basso di attendisti: 8%. (…) Chi vota per il centrodestra è più sbilanciato per i No vax. Lo è il 14% degli elettori della Lega e il 10% di chi sceglie Fratelli d'Italia, mentre tra gli elettori del Pd non si supera il 2% e tra i 5 Stelle il 7%. Passando agli indecisi, il M5S sale al 13% e FdI al 12%, mentre al primo posto ci sono gli elettori di Forza Italia, Cambiamo e NcI. Secondo Pagnoncelli: «La tendenza a destra dei No vax è in linea con il no al green pass. Un dato che si riscontra anche tra commercianti e artigiani: la quota di contrari e attendisti è del 31%». Le punte più elevate tra chi ha già avuto una dose o sicuramente si vaccinerà si registrano tra i dem (89%) e le altre liste di centrosinistra (92%)».

Selvaggia Lucarelli risponde sul Fatto, nella sua rubrica delle lettere, ad una lettrice che racconta un episodio che coinvolge proprio un oste veneziano.

«Cara Selvaggia, lavoro nel settore eventi tra Verona e Venezia ed in queste settimane sono nella Serenissima. Una sera andiamo a cena in un'osteria nel sestiere di Santa Croce vicino la stazione, un po' fuori dalle rotte turistiche, comodo per chi deve rientrare in treno. Nessuno - cameriere, proprietari, cuochi - indossava la mascherina. Non so se il proprietario ambisce alla fama del ristoratore di Padenghe, ma quando gli ho chiesto in modo gentile di indossarla (perché non è che le avevano ma calate, nessuno le aveva proprio) mi ha riso in faccia dicendo che loro non le hanno mai usate. Ho atteso per vedere se le avrebbero indossate, invece sono andati a parlottare tra di loro dicendo che "quella rompicoglioni" (io) aveva richiesto la mascherina! Che stravagante richiesta, vero?Allora mi sono alzata e ho detto che avrei pagato l'acqua e il prosecco del mio collega, uniche cose arrivate nel frattempo al tavolo (ma non consumate), e che me ne sarei andata. Poiché hanno anche continuato a prendermi in giro, me ne sono andata senza pagare nulla. Oltre a noi c'era un tavolo di italiani e non hanno fatto una piega. Bello fare finta che il Covid non esista, evidentemente. Aggiungo che il target di questo ristorante non sono i ragazzini ma gli over 50, e ciò rende l'episodio doppiamente grave. Abbiamo la fortuna di lavorare a Venezia, piegata dalla marea straordinaria del novembre 2019 e annientata dalla pandemia. E questi sputano in faccia alla possibilità di lavorare? Condannandoci magari a un altro lockdown. Perché? Per non usare una cavolo di mascherina? Per guadagnare tutto e subito? Questa gente mi fa schifo. Ho 40 anni ma quest' anno mi sento invecchiata di 10 e mi sembra che non ci sia più un futuro degno di questo nome.

Cara Francesca, devo dire che posso non dico giustificare ma comprendere la leggerezza di alcune categorie di no-mask, ma i no-mask che hanno attività il cui fulcro è il contatto con il cliente mi sembrano oltre che folli anche tafazzianamente scemi. Dovrebbero essere i primi a temere contagi e conseguenti chiusure, e invece sembrano quasi fregarsene o, peggio, goderne. E sì che a Venezia gli abitanti dovrebbero ben sapere che quando l'acqua supera il livello di guardia, è troppo tardi per fare qualunque cosa... ».

MPS, DOSSIER DEL GOVERNO. BRUXELLES VUOLE CAPIRE

L’Unicredit comprerà il Monte dei Paschi? Il punto della vicenda con Sandra Riccio per La Stampa.

«C'è l'impegno a tutelare il marchio Mps, i posti di lavoro ed evitare che della banca si faccia uno «spezzatino». Ma c'è anche la prudenza legata a un'operazione di mercato ancora in corso. Così il governo affronta in queste ore il dossier del Monte dei Paschi di Siena, che agita la maggioranza. Il dossier è sul tavolo di Daniele Franco, il ministro dell'Economia che, sotto il pressing dei partiti, riferirà mercoledì alle commissioni Finanze di Camera e Senato. La battaglia politica infiammata dal voto a Siena, dove è candidato il leader Pd, era in qualche modo attesa ma si inserisce in un percorso tracciato assieme all'Europa. Dopo il salvataggio dell'istituto senese da parte dello Stato, c'è l'obbligo di uscire dall'azionariato entro la fine dell'anno. La politica, però, vorrebbe prendere tempo. E la mossa finisce sotto il fuoco di tutti i partiti. «La svendita e lo spezzatino sono impensabili» dice Matteo Salvini, che teme gli oltre 5000 esuberi e propone di creare il «terzo polo bancario italiano», una banca dei «territori», unendo Mps ad «altri istituti emiliani, liguri o pugliesi». Di fronte alla crisi della banca, ultima negli stress test europei, Salvini punta il dito contro il Pd: «Mps è sopravvissuta alle guerre, rischia di non sopravvivere ai Dem. Il deputato del Pd di Siena (Padoan) si è dimesso per andare a fare... il presidente di UniCredit. Vi sembra normale?», attacca. Letta, che all'elezione a Siena ha legato la sua segreteria, segue con attenzione il dossier e incontrerà gli attori sociali, economici e politici locali per confrontarsi con loro, avendo quattro stelle polari: tutela del lavoro, del marchio, centralità del territorio e unità della banca, per evitare lo «spezzatino». Il tema Mps, di cui Renato Brunetta potrebbe chiedere a Mario Draghi di parlare in Cdm, tiene intanto banco in Parlamento. Alla Camera, a inizio della seduta domenicale sulla riforma della Giustizia, gli interventi sono polemici. Non solo Fdi ma anche Lega e Pd chiedono di ascoltare Franco. Il presidente Roberto Fico inoltra al governo la richiesta e Federico D'Incà annuncia una risposta a ore. Formalmente le richieste sono diverse: una di riferire in Aula, una di intervenire nelle commissioni Finanze, una di parlare alla commissione d'inchiesta sulle Banche e una di attuare la legge che prevede di riferire su operazioni bancarie. L'informativa avverrà: si stanno valutando tempi (se già questa settimana o a settembre) e luogo. Ma Franco non potrà sbilanciarsi sugli aspetti della trattativa. In queste ore dal ministero dell'Economia arrivano rassicurazioni sull'impegno del governo a tutelare Mps. Finché non si definirà il perimetro dell'operazione, è difficile stimare gli esuberi ma impegno è ridurli il più possibile e gestirli, anche rifinanziando strumenti come il fondo esuberi per le banche. Quanto al marchio, si lavora per tutelarne il valore, anche in termini di presenza degli sportelli sul territorio. E poi c'è allo studio un intervento per sostenere l'area senese, con il sostegno a settori lì molto presenti come la farmaceutica».

Le trattative su Mps non sono passate inosservate a Bruxelles. Lo spiega Claudio Tito su Repubblica.

«Il dossier non è mai scomparso dalle scrivanie di Bruxelles. Rimane sempre una priorità. Ma dopo gli ultimi sviluppi sulla possibile cessione della quota di controllo detenuta dal Tesoro, i fari dell'Antitrust europeo sono tornati ad accendersi. Insomma la vicenda del Monte dei Paschi torna sotto osservazione della Commissione, e in particolare del portafoglio di cui si occupa la danese Margrethe Vestager. Non si tratta di una decisione, ma di una attenzione che potrebbe portare a settembre, quando i lavori dei Palazzi europei riprenderanno a pieno ritmo, alla richiesta di chiarimenti. Allo stato gli uffici dell'Unione europea non potrebbero nemmeno adottare un provvedimento. Insufficienti le informazioni sulle operazioni in corso. Preliminari i contatti tra l'Economia e i vertici di Unicredit. Il capitolo Mps, del resto, è da tempo illuminato dagli uffici che si occupano di concorrenza e antitrust. Già prima che prendessero forma questi nuovi atti Bruxelles si attendeva entro la fine dell'anno una comunicazione formale su come il Tesoro avrebbe voluto procedere per arrivare ad un'effettiva privatizzazione della banca toscana. Quel 64 per cento di azioni detenuto dal socio pubblico, frutto del "salvataggio" deciso dall'allora governo Monti, resta una spina. Una questione irrisolta su cui l'Unione non ha mai smesso di vigilare. Anche nel 2019 l'Antitrust comunitario ha fatto scattare i controlli nel momento in cui si profilò la possibilità di vendere circa sette miliardi di Npl, ossia crediti deteriorati, alla Sga, la società del ministero dell'Economia che gestisce gli attivi dello stesso dicastero. A questo punto, proprio perché l'esecutivo italiano (non questo in carica) si era impegnato a uscire dal capitale dell'istituto entro aprile 2022 e perché già si attendevano delucidazioni sui criteri con cui arrivare all'obiettivo, ancora di più le antenne brussellesi si sono attivate. Il nodo è sempre lo stesso: capire se l'operazione possa configurare un aiuto di Stato. Le verifiche dell'Antitrust europeo si concentrano quasi solo su questo aspetto. Se, in particolare, emerga il rischio di danneggiare la concorrenza dei soggetti attivi sul territorio comunitario. Se, ad esempio, il prezzo con cui il Tesoro cederà le quote risponda ad una logica di mercato. O se la gestione degli Npl sia inserita in una dinamica di libero mercato. Va anche tenuto presente che le banche rientrano nella disciplina del Golden Power - almeno fino alla fine di dicembre - grazie all'estensione della normativa "protettiva" stabilita con la crisi-Covid e che quindi i margini di manovra in parte possono essere più agevoli. Resta il fatto che a Bruxelles l'attenzione è salita e a settembre difficilmente non saranno compiuti passi più formali. Sebbene le prime mosse del governo sembrino proprio tenere conto delle esigenze Ue. L'ipotesi "spezzatino", infatti, potrebbe essere anche lo strumento per non incappare nelle sanzioni europee. La divisione in più parti dell'istituto potrebbe equivalere al coinvolgimento di più investitori - non solo Unicredit - con l'obiettivo di non contravvenire alle regole europee. Certo, lo "spezzatino" viene giudicato in Italia anche come un modo per tagliare il legame tra il Monte e il suo territorio, ma questo a Bruxelles non viene preso in considerazione. Mentre le garanzie che dal punto di vista delle regole Ue potrà dare Mario Draghi sono la prima circostanza che nei palazzi europei stanno già valutando. Mercoledì il ministro dell'Economia Franco riferirà al Parlamento, come richiesto dalle commissioni Finanze». 

Giuliano Zulin nell’articolo di fondo per Libero spezza una lancia in favore della fusione.

«I partiti si sono tutti messi di traverso per ostacolare la probabile fusione tra Unicredit e Mps. Si agitano perché non vogliono esuberi, si ergono a difensori dell'istituto più vecchio del mondo (forse), si battono contro "regali" alla banca milanese. Dov' erano però in questi anni? Nel 2016, dopo le dimissioni di Renzi, nacque in un fine settimana il governo Gentiloni proprio per varare il decreto salva-banche, che permise il salvataggio - a carico nostro- del Monte. Valeva una ventina di miliardi. Il ministro dell'Economia era Pier Carlo Padoan, attuale presidente di Unicredit. Conflitto d'interessi? Macché, per quelli di sinistra non esiste mai, loro sono puri. Con quei 20 miliardi inizialmente si salvarono Popolare Vicenza e Veneto Banca, che finirono a Intesa, aiutata appunto con denari pubblici. Il ministero dell'Economia invece è rimasto primo azionista di Siena, senza riuscire a risollevarla. Per dire: il Tesoro ha in carico le azioni a 7 euro, ora valgono 1,2. Male. Talmente male che recentemente gli enti di controlli europei hanno stabilito che Mps, in caso di ulteriori avversità, fallirebbe, la peggiore banca continentale. In più la Ue preme affinché lo Stato esca da Mps e le proroghe sono terminate. È finita la pacchia. E allora meglio svendere Mps a Unicredit che tenerla così com' è. L'operazione costa al Tesoro fino a 10 miliardi. Ma almeno sarebbero gli ultimi che ci tocca tirar fuori. Se Siena rimanesse autonoma, fra due anni toccherebbe sborsare altri miliardi. Insomma, un'altra Alitalia. Vogliamo questo? Anche no»

TRUMP PREPARA IL SUO RITORNO

Donald Trump come il Conte di Montecristo. Sta preparando il suo ritorno, sicuro di farsi rieleggere per la Casa Bianca. Giuseppe Sarcina per il Corriere della Sera.

«Donald Trump ha in mano 102 milioni di dollari in contanti. Risorse da spendere per fare politica. Solo nei primi sei mesi del 2021 ha raccolto 82 milioni di dollari. Numeri importanti per un ex presidente messo al bando dai Social Network, apertamente accusato dai democratici di aver fomentato l'assalto a Capitol Hill del 6 gennaio e con la magistratura che indaga sugli affari delle sue società. Trump non ha mai smantellato la sua macchina elettorale. Anzi, dopo la sconfitta del novembre scorso, ha immediatamente lanciato una raccolta fondi per finanziare, così aveva detto, le cause giudiziarie «contro le elezioni rubate». La «grande colletta» ha mobilitato, innanzitutto, la sua base elettorale con una fitta corrispondenza via mail e grazie al sostegno di tv e radio locali. Gli strumenti usati, i cosiddetti «Political action committee» (Pac), sono due: Save America , costituito subito dopo la vittoria di Joe Biden, e il classico Make America Great Again , il marchio del debutto nel 2016. Inoltre anche il sito DonaldJTrump.com accetta versamenti. Sabato 31 luglio l'ex presidente ha fatto sapere di aver comunicato i dati finanziari del primo semestre alla Federal Election Commission, come prevede la legge. Dal primo gennaio al 30 giugno 2021 sono stati incamerati «82 milioni di dollari da 3,2 milioni di contributori». La somma si aggiunge ad altri 40 milioni già in cassa, portando il totale a 102 milioni di dollari. In realtà, secondo un'analisi del New York Times , Trump avrebbe beneficiato anche dei contributi indirizzati al sito WinRed , gestito dai repubblicani. Qui sarebbero arrivati 34,3 milioni di dollari: il 75% è finito poi nelle casse dei trumpiani, mentre il 25% è rimasto a disposizione del partito. Ma, al di là dei dettagli, tutte queste cifre mandano un segnale molto chiaro al mondo politico americano. Donald Trump è ancora in campo e, con tutta probabilità, ha intenzione di restarci a lungo. L'ipotesi più quotata è che l'ex costruttore newyorkese sia, di fatto, già in campagna elettorale per le presidenziali del 2024. In molti pensano che Trump avrà un ruolo chiave anche nelle elezioni di midterm del novembre 2022, scagliandosi contro i «traditori» e i «finti repubblicani» nelle primarie. Sarà davvero così? Le indicazioni che arrivano dal territorio sono contraddittorie. È vero, nelle scorse settimane Trump ha appoggiato alcuni contendenti. Ma quasi solo a parole, limitando al massimo il supporto finanziario. Il caso più evidente è quello di Susan Wright, in corsa in una circoscrizione del Texas. Donald l'aveva ricevuta a Mar-a-Lago, ma solo all'ultimo momento aveva dato il via libera a un limitato investimento in spot pubblicitari. Alla fine Wright è stata sconfitta da un repubblicano moderato. I media americani si sono chiesti: si sta indebolendo la presa trumpiana sui conservatori? Può darsi. Il report di ieri, però, suggerisce un'altra spiegazione: Trump attira ancora soldi e forse anche molti consensi. Ma, soprattutto, si sta concentrando su una sola corsa. La sua».

AFGHANISTAN, LA RITIRATA È GIÀ UNA CATASTROFE

La ritirata occidentale, guidata dagli americani, dall’Afghanistan si dimostra ogni giorno di più molto rischiosa. Anna Guaita sul Messaggero.

«Un'altra immane crisi umanitaria sembra avvicinarsi a grandi passi. Un'altra Siria, con milioni di persone intrappolate durante una sanguinosa guerra civile e un'altra possibile ondata di migranti in cammino verso l'Europa. Mentre le ultime truppe americane lasciano definitivamente le basi afghane, dopo venti anni di occupazione, i vecchi dominatori del Paese riconquistano i territori che fino a poco fa erano guardati dalle truppe alleate, e giustiziano sommariamente coloro che hanno osato collaborare con gli occidentali. L'avanzata delle forze talebane è straordinariamente veloce e brutale. Duecento dei 400 distretti sono ora nelle loro mani, e se la loro strategia è stata finora di occupare le terre, adesso cominciano a puntare anche sulle città. Ma centinaia di migliaia di contadini e allevatori dalle campagne e province conquistate sono fuggiti per cercare riparo proprio nelle città, spesso a casa di amici o parenti, o semplicemente in tendopoli intorno alle periferie. Come denuncia l'Onu, siamo alla vigilia di una catastrofe umanitaria, in cui mancherà cibo e assistenza sanitaria e assisteremo a esodi di massa. A parte la capitale, Kabul, abbastanza sicura e circondata da un cuscinetto di distretti nelle mani delle forze governative, le altre maggiori città sono già a rischio. La prima che potrebbe cadere è Kandahar, la seconda per grandezza, con oltre 650 mila abitanti, nel sud est del Paese. Il suo aeroporto era il secondo per importanza nel Paese, e cruciale per le missioni dell'aeronautica militare afghana contro i talebani. Tre missili l'hanno reso impraticabile due giorni fa. Non molto lontana, più a ovest, c'è Lashkar Gah, anch' essa sotto attacco, e dove secondo testimonianze raccolte dalle agenzie di stampa francesi, ci sarebbero «morti per strada». Più a nord, a ovest, la città di Herat è sotto assedio e il governo centrale ha dovuto mandare le squadre speciali addestrate dagli americani per tentare di rintuzzare l'attacco. Ma qui i talebani stanno applicando la lezione imparata dai terroristi dell'Isis: si sono intrufolati nelle case dei residenti locali, usandoli come scudo contro le forze governative. Queste città, le più grandi dell'Afghanistan dopo Kabul, non sono più in diretto contatto fra di loro, in quanto i territori che le separano sono già caduti sotto il controllo del talebani. Sembra di intravvedere un piano per la creazione di un governo islamico con capitale provvisoria a Kandahar, la città che è stata il luogo di nascita del movimento integralista islamico dei talebani durante l'occupazione sovietica. Arrivati al potere nel 1996, integralisti intolleranti e spietati, i talebani hanno regnato con pugno di ferro fino all'invasione degli alleati nell'ottobre del 2001. Si calcola che gli afghani che fuggono siano oltre 30 mila a settimana, un aumento dell'80% rispetto all'anno scorso. A nord il confinante Tajikistan ha offerto rifugio a 10 mila profughi. Ma gli altri Paesi non hanno dimostrato altrettanta disponibilità. Gli afghani stanno tentando di fuggire legalmente, con passaporto e visto, ma anche clandestinamente, salendo su furgoni al confine con l'Iran, alcuni disposti a fermarsi e lavorare lì, altri decisi ad attraversarlo, per giungere alla Turchia e da lì possibilmente tentare il salto verso l'Europa. Non ci potrebbe essere notizia peggiore per le strutture di accoglienza in Italia, che stanno già boccheggiando per l'impennata dei nuovi arrivi, questi dalla Tunisia, dove il presidente Kais Saied ha di fatto compiuto un colpo di Stato. Oramai dalla Tunisia arrivano decine di barchini ogni giorno, tant' è che la struttura di Lampedusa, che può ospitare 250 persone, ne ha ben 1.200. Se non si correrà ai ripari, con pronti aiuti umanitari alle popolazioni assediate da talebani in Afghanistan, si può star certi che a questo numero presto vedremo aggiungersi anche gli afghani». 

“OGGI VI VOGLIO MANDARE IN PARADISO”

Ricorre oggi una festa voluta da San Francesco e che di fatto è alla base dei Giubilei moderni della Chiesa Cattolica: la festa del Perdono di Assisi alla Porziuncola. Indulgenza estesa in ogni parrocchia d’Italia. Antonella Porzi per Avvenire on line.

«Io vi voglio mandare tutti in Paradiso». Era il 2 agosto 1216 quando san Francesco esclamò questa frase che ancora oggi, alla vigilia della solennità del Perdono di Assisi, sembra riecheggiare nella chiesetta della Porziuncola “custodita” all’interno della Basilica di Santa Maria degli Angeli. Una solennità con tante liturgie e iniziative organizzate per vivere in pienezza questo tempo di grazia. Per l’occasione quest’anno la diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino ha deciso di ripristinare l’antica tradizione del “Perdono degli assisani” che prevede il pellegrinaggio a piedi dal centro della città fino a Santa Maria degli Angeli. Per l’occasione l’arcivescovo Domenico Sorrentino ha scritto e distribuito una Lettera pastorale dal titolo Ripartire dalla Porziuncola, ripartire dal Vangelo. Verso il nuovo anno pastorale e l’VIII centenario della morte di Francesco. In uno dei passaggi della Lettera il presule spiega che «questo metterci anche fisicamente in cammino ci offrirà uno stimolo e un incoraggiamento, mentre viviamo, con tutta la società, un bisogno di “ripartenza” che ci viene spontaneo legare soprattutto alla dura esperienza della pandemia, ma che in realtà ci chiede di guardare oltre, per uscire da una crisi globale dalle molte dimensioni». La festa del Perdono quest’anno coincide con l’VIII centenario del Capitolo della “Regola non bollata” «che – scrive ancora l’arcivescovo – vide gli assisani particolarmente attivi intorno a Francesco e ai suoi frati. Quel Capitolo segnava l’inizio dell’ultimo quinquennio della vita del santo. Ricordarlo, mentre stiamo per iniziare il nuovo anno pastorale, ci immette nel percorso di avvicinamento al centenario della sua morte (2026), verso il quale cammineremo con scansioni annuali condivise con altre diocesi e fraternità francescane. Prendendo il nostro posto in questo cammino testimoniamo tutta la grazia e la responsabilità di essere la città in cui otto secoli fa – per dirla con Dante – nacque un “sole”, il nostro Francesco, che fu, e continua ad essere, riflesso puro di Cristo». Lunedì 2 agosto sarà possibile partecipare alle numerose celebrazioni eucaristiche previste per le ore 7-8.30-10-11.30-16.30-18. Il penitenziere maggiore, il cardinale Mauro Piacenza, presiederà la solenne celebrazione delle 11.30. Il ministro provinciale dei frati minori di Umbria e Sardegna, padre Francesco Piloni, presiederà alle 19 i secondi Vespri della solennità del Perdono. Sempre domani, alle 14.30, ci sarà l’ingresso in Porziuncola dei giovani “Rahamim. Nel segno della misericordia” e alle 20, in diretta dalla Porziuncola, la veglia dei giovani».