Logistica perversa

Ieri in piazza a Roma manifestazione dei Cobas dopo la morte di Adil. Conte lancia un nuovo Statuto dei lavoratori. Via le mascherine da luglio, se il Cts dice sì. Vota la Francia. Storia di Elisa

Cadono le mascherine fra dieci giorni. Sempre che gli esperti del Comitato tecnico scientifico, interpellati da Draghi, dicano che non è un pericolo togliere l’obbligo all’aperto. Misura simbolica e non solo, visto che col caldo è ancora più dura indossare i dispositivi di protezione personale. I giornali si dividono però sulla possibile distanza fra Draghi e Speranza. Da palazzo Chigi filtra l’informazione che c’è ancora fiducia nei confronti del Ministro della Salute, mentre si diffondono critiche ai funzionari del Ministero. Capiremo meglio nei prossimi giorni che cosa significa.

Non male i numeri dei vaccini per essere i giorni della “frenata” (copyright Il Fatto e La Verità).Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di questa mattina altre 557 mila 51 somministrazioni. La media con cui si chiude la settimana 14-20 giugno, quella dello choc di AstraZeneca col cambio di regole dopo la morte della 18ennne di Genova, è di  476 mila 301 somministrazioni giornaliere, inferiore alla settimana precedente, ma sorprendentemente alta rispetto alla narrazione del mainstream anti- vaccini. Come anche i sondaggi dimostrano, gli italiani sono sempre più saggi dei loro Soloni. Giornalisti o politici che siano.

Manifestazione in piazza ieri a Roma dell’estrema sinistra e dei sindacati di Base in favore dei lavoratori della logistica. Repubblica dedica l’apertura e le prime pagine del giornale a questa vicenda. La Stampa pubblica un’opinione del regista Ken Loach, che ha realizzato un film sullo sfruttamento dei lavoratori in questo settore. Conte se ne occupa via Facebook. Scontro violento tra Magistrati e Lega-Radicali sul referendum. Primarie del Pd a Bologna e Roma. Bella intervista del Corriere a Oscar di Montigny, possibile candidato sindaco di Milano per il centro destra.

Dall’estero due elezioni in primo piano: quelle in Iran vinte dal falco Raisi, ma con scarsa affluenza. E quelle amministrative francesi, le ultime prima delle prossime presidenziali. 47 milioni i francesi oggi alle urne. La Versione domenicale si chiude con un’intervista di Repubblica a Elisa Fuksas: lampi di religiosità da non perdere. Vediamo i titoli.  

LE PRIME PAGINE

Il Corriere della Sera continua negli annunci sulle misure anti Covid e sceglie come apertura: Un luglio senza mascherine. Il Quotidiano nazionale mette l’accento sulle preoccupazioni dei primi cittadini su movida e vita delle città dopo il coprifuoco: Riaperture, i sindaci tirano il freno. Il Mattino ricorda le perplessità di De Luca anche sui dispositivi di protezione: Via le mascherine, sì del Cts ma la Campania non arretra. Il Messaggero conferma: Senza mascherine da luglio. La Stampa vede però uno scontro nel Governo: Via la mascherina all’aperto. Tensione Draghi-Speranza. La Verità fa un titolo non proprio innovativo, oggi propone una candidatura al posto dell’odiato Ministro della Salute: È ora di licenziare Speranza. Al suo posto meglio Zambon. Mentre per il Fatto il vero bersaglio restano Draghi e Figliuolo: Sì, sono i migliori. A fare dietrofront. Repubblica si occupa dei lavoratori della logistica, ieri in piazza a Roma: “Tutelare chi lavora per i giganti digitali”. Così come il Domani: La rabbia degli sfruttati invisibili contro politica e grandi sindacati. Sulla levata di scudi anti referendaria da parte dell’Associazione Nazionale Magistrati, il sindacato delle toghe, vanno Il Giornale: La minaccia delle toghe e  Libero: I giudici ci minacciano. Il Manifesto titola invece sulle primarie del Pd: Primum vivere. Mentre Il Sole 24 Ore denuncia: Decreti attuativi, ne mancano 500. Avvenire si occupa della Giornata mondiale del rifugiato: Salvare, accogliere.

MASCHERINE ALL’APERTO, VIA DA LUGLIO

La nuova frontiera del ritorno alla normalità è costituita dalla fine dell’obbligo delle mascherine all’aperto. Draghi ha chiesto un esplicito parere al CTS sull’argomento. Monica Guerzoni propone un retroscena sul Corriere della Sera, in cui si punta il dito contro la burocrazia del Ministero della Salute. Ma non contro il Ministro Speranza, che godrebbe ancora della fiducia di Draghi.   

«È l'ultimo miglio, l'ultimo tratto di strada verso il ritorno alla vita e alla libertà, premesse indispensabili per la ripresa economica e sociale del Paese. E Mario Draghi, con la conferenza stampa lampo di venerdì sera sui vaccini, ha fatto capire al convoglio del governo che non accetterà altri sbandamenti sul binario della lotta alla pandemia, che per il presidente del Consiglio è il più importante. Il modo e il tono con cui il premier ha messo la (sua) faccia sulla vaccinazione eterologa per tranquillizzare i dubbiosi, diradare la nebbia degli ultimi giorni e dare lo sprint alla campagna, è solo la parte più visibile della strategia con cui vuol prendere per mano gli italiani e portarli fuori dall'emergenza. La triangolazione tra presidenza del Consiglio, ministero della Salute e struttura del commissario Francesco Paolo Figliuolo sarà sempre più stretta e dalla sala comandi di Palazzo Chigi si intensificheranno le comunicazioni con i «big» del Comitato tecnico scientifico, Franco Locatelli e Silvio Brusaferro. Raccontano che la fiducia di Draghi verso Roberto Speranza non sia mutata: il premier lo stima, apprezza il suo lavoro, non ha in mente commissariamenti o ridimensionamenti di sorta del ministro e non era certo lui il bersaglio del pubblico richiamo di venerdì. Ma il problema a quanto si dice ai piani alti del governo esiste e riguarda la struttura del dicastero della Salute, da cui negli ultimi tempi sarebbero usciti messaggi imprecisi o incompleti, o comunque non in linea con la «trasparenza totale» con cui Draghi ha deciso di affrontare l'emergenza Covid e la campagna vaccinale. Se il Comitato tecnico scientifico afferma che Johnson & Johnson è equiparabile ad AstraZeneca e poi dagli uffici del dipartimento Prevenzione della Salute escono documenti che non ne parlano, un governatore come Vincenzo De Luca può costruire una polemica politica gridando ai quattro venti che, sui vaccini a vettore virale, «la posizione del ministero non è definita in modo chiaro e vincolante». Simili perplessità Draghi e il suo staff nutrono nei confronti della struttura del ministero dell'Istruzione, che come quella della Salute non implementa a volte, o persino, intralcia le scelte del governo. Anche sulla scuola da qui a settembre si dovranno prendere decisioni importanti per la vita di milioni di famiglie, ragazzi e bambini e sembra che Draghi sia molto infastidito dalla «vischiosità» di certi uffici e settori della Pubblica amministrazione, abituati da decenni a fare il bello e il cattivo tempo grazie alla «santa alleanza» con i sindacati. Insomma, quando il governo decide, la struttura ministeriale deve eseguire e non ostacolare».

Sul sentimento di diffidenza verso i vaccini, diffuso tra gli over 60, interviene il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, rispondendo a due lettori.

«Queste due lettere confermano che esiste una agguerrita minoranza che considera i vaccini inutili e persino dannosi, nonostante le certificazioni delle autorità sanitarie responsabili (se non addirittura a causa di quelle stesse certificazioni). Ma mi confermano anche che in questa minoranza ci sono pure persone in buona fede e, magari, di fede. Queste cose le sapevo anche prima, ma un 'ripassino' è sempre utile sia a me sia a quella fetta di opinione pubblica che liberamente si affaccia sulle pagine del nostro giornale. La lotta contro il Covid e contro le miserie e le ingiustizie che il Covid ha evidenziato e sottolineato riusciremo a vincerla - e ci riusciremo! - solo se avremo chiari due punti. L'importanza della meta - la custodia materiale e morale della nostra umanità e di ogni singola persona - e il valore relativo degli strumenti che abbiamo a disposizione per condurla. E sui quali è lecito e persino doveroso opinare, ma non per raccontarci storie... Vacciniamoci, vacciniamoci in tanti, vacciniamoci tutti. E battiamoci perché tutti possano essere vaccinati. Pur sapendo che non ci sono bacchette magiche, e che i miracoli - quelli veri - non dipendono da noi. E poi rassegniamoci: ci sarà sempre qualche motivo (più o meno buono) per essere 'prudenti' o 'sospettosi' o 'arrabbiati' (magari perché non ti fanno vaccinare col vaccino che tu preferiresti). Ma si rassegnino pure i pessimisti e i peggioristi: ci salveremo solo e soltanto se saremo stati generosi e solidali. Ecco perché ho scritto - e ripeto, pur dispiacendomi se qualcuno, come il signor Illustro, si sente offeso - che la deliberata scelta di non vaccinarsi può diventare una scelta duramente egoista proprio come lo è quella di evadere le tasse dovute. Non sostengo che 'no vax' e 'no tax' coincidano, ovviamente, ma i loro 'no' portano a un esito alla fin fine desolatamente analogo. E non mi sogno neppure di affermare che il vaccino anti-coronavirus immunizzi di per sé anche dall'egoismo. Non ci riesce: né a livello individuale, né di gruppo o di nazione. Può anzi suscitarlo, più o meno camuffato, e ne stiamo avendo prova con la reticenza dei Paesi più forti e delle Big Pharma a condividere in modo davvero adeguato con i Paesi più deboli le terapie contro il Covid. (…) Su Avvenire abbiamo spiegato e rispiegato che i vaccini sono frutto di una ricerca e sperimentazione accelerate, e che entrambe continuano mentre le campagne vaccinali si sviluppano e portano effetto, riducendo moltissimo la mortalità da Covid-19 (sebbene il problema di nuove e aggressive varianti del virus ci sia e non vada sottovalutato). Ma vaccinarsi, e vaccinarsi completamente e secondo i protocolli, è utilissimo e fa bene a tutta società di cui facciamo parte. Questi sono i fatti. L'unica cosa «controproducente» sarebbe negarlo. I nostri vecchi sapevano che cosa dicevano quando ammonivano che il meglio (presunto) è nemico del bene (possibile). Comprendo totalmente, sia chiaro, un padre che vive con apprensione la vaccinazione dei figli, ma posso dire che da padre (e da apprendista nonno) sono invece felice per ogni figlio e figlia che corre a vaccinarsi. Aspettando il proprio turno o l'occasione legittimamente offerta, come dovremmo fare tutti. Per senso civico e per amore cristiano».

LOGISTICA, MANIFESTAZIONE DEI LAVORATORI A ROMA

Sindacati di base e gruppi dell’estrema sinistra sono scesi in piazza ieri nella Capitale, per protestare e ricordare il sindacalista di base Adil Belakhdim, 37 anni, investito da un camionista mentre stava partecipando a una manifestazione a Biandrate (Novara).  Cronaca flash da La Stampa:

«Siamo tutti Adil» è stato uno degli slogan scanditi a Roma in un sit- in di lavoratori in piazza della Repubblica, da cui poi è partito un corteo. La protesta è stata organizzata non solo in relazione all’uccisione di Adil ma anche, più in generale, a sostegno dei lavoratori della logistica. Sugli striscioni parole d’ordine come «Giustizia, giustizia», «Adil assassinato per il prodotto», «Mobilitazione immediata contro i crimini dei padroni». A organizzare la protesta il “Patto d’azione anticapitalista” a cui aderiscono diverse sigle, incluso il Si Cobas che aveva promosso il picchetto davanti al sito Lidl di Biandrate. Molte le bandiere rosse dei “Cobas Lavoratori organizzati”. «Sindacalisti uccisi, squadre armate ingaggiate dalle aziende per pestare chi sciopera» ha detto Lorenzo Lang, segretario del Fgc, Fronte della Gioventù comunista, una delle sigle che hanno promosso la manifestazione. «Sembrano gli anni ’20 del secolo scorso ma è l’Italia di oggi».

Sempre La Stampa ospita un intervento di Ken Loach, regista del film “Sorry, we missed you”. Film che racconta proprio lo sfruttamento di spedizionieri e porta pacchi.

«Questa è un’altra tragica conseguenza del comportamento di un datore di lavoro spietato che rifiuta le richieste dei lavoratori per ottenere salari e condizioni equi. Nessuno lo chiami un incidente. I datori di lavoro mettono costantemente e consapevolmente a rischio la vita dei lavoratori. Gli autisti sono spinti a ignorare i picchetti, ignorare la loro sicurezza e mettere in pericolo la vita dei colleghi. La nostra risposta? Solidarietà sindacale. Tutti i conducenti dovrebbero essere iscritti a un sindacato e i loro sindacati dovrebbero unirsi a quel picchetto che protestava fuori dai cancelli. La risposta immediata alla morte di questo lavoratore dovrebbe essere che l’azienda sia ritenuta responsabile e che i sindacati si uniscano per bloccarne le attività. Questa è una prova della nostra solidarietà».

ORLANDO: SCHIAVI DELL’ALGORITMO

Sulla situazione dei lavoratori della logistica, Repubblica intervista il Ministro del Lavoro Andrea Orlando:

«Il settore della logistica vale il 9% del Pil, è quello che ha macinato più utili e non si è mai fermato durante la pandemia. Perché il conflitto scoppia proprio lì? «Esattamente per questo. Le ragioni del conflitto sono proprio nella crescita tumultuosa di un settore nel quale si sono imposti dei modelli organizzativi che hanno portato a una compressione di diritti e salari. A valle delle grandi piattaforme che rispettano il contratto nazionale c'è una lunga filiera sulla quale si sono scaricati tutti i costi attraverso il meccanismo degli appalti e dei subappalti». Sta dicendo che se i big come Amazon formalmente rispettano le regole e accettano i sindacati, fuori dai loro capannoni c'è l'anarchia? «Cerco di semplificare al massimo. A fronte di imprese che firmano il contratto nazionale ci troviamo poi nel concreto con false cooperative che applicano contratti diversi, oppure che mascherano forme di sfruttamento, oppure utilizzano manodopera in nero, spesso di immigrati ricattati». E le grandi aziende della logistica e della distribuzione alzano le mani? «È la logica dell'esternalizzazione, quella che produce un doppio regime e che ha portato a questi episodi di scontro: il tuo dipendente con un contratto regolare negoziato con i sindacati e il dipendente dell'appaltatore con un altro contratto, ammesso che gli venga applicato. Ma c'è un'altra questione, anche più subdola e più difficile da controllare per lo Stato e per i lavoratori». L'algoritmo che governa la logistica? «Proprio così. C'è il rischio di avere sulla carta un bel contratto firmato e poi un algoritmo digitale che scandisce orari e turni. Un algoritmo dentro il quale nessuno è in grado di guardare e che diventa il vero contratto da rispettare. Per questo, prima che avvenissero gli scontri di Lodi o la morte di Adil, abbiamo aperto un tavolo con la filiera per avere un confronto su questo. C'è infatti da vedere bene dentro il settore della logistica e per questo ho dato vita a una task force con Ispettorato Lavoro, Inps, e Agenzia entrate e rappresentanti degli altri ministeri competenti per capire cosa sta accadendo». Fare rispettare i diritti sindacali a un algoritmo basato all'estero non deve essere semplice. «Non sarà semplice: l'extraterritorialità della giurisdizione non può essere un alibi; non a caso sarà oggetto del G20. Devo dire che qualche passo avanti con le grandi lo stiamo vedendo. Amazon ad esempio all'inizio resisteva al confronto, poi ha dato la sua disponibilità».

CONTE: “SERVE UN NUOVO STATUTO DEI LAVORATORI”

Sul Far West del precariato e dell’occupazione, rompe il silenzio Giuseppe Conte, che propone un’iniziativa legislativa per un nuovo Statuto dei Lavoratori.

«Serve un nuovo statuto dei lavoratori», propone Giuseppe Conte dopo l'uccisione del sindacalista dei Si Cobas, Adil Belakhdim, 37 anni, investito da un camionista mentre stava partecipando a una manifestazione a Biandrate (Novara). Nella maggioranza Lega e Pd aprono a delle modifiche, Italia viva chiude. Di fronte all'emozione per una morte assurda (ieri a Roma c'è stato un corteo di solidarietà del Patto d'azione anticapitalista al grido di «Siamo tutti Adil»), la politica prova a correre ai ripari per cercare di governare un mondo come quello della logistica dove spesso vige il Far West. E la prima mossa la fa l'ex premier M5S: «Sui luoghi di lavoro si registra un generale imbarbarimento delle condizioni di impiego rispetto al quale non possiamo più girarci dall'altra parte. Lavoratori precari, sottopagati, sotto ricatto: una piaga, una realtà con la quale fare i conti», scrive su Facebook Giuseppe Conte. «Noi crediamo a un nuovo statuto delle imprese, per le quali è oggi necessario semplificare e creare condizioni di sviluppo e crescita. Ma pretendiamo anche un nuovo statuto dei lavoratori. Se qualcuno pensa che si possa accettare un ritorno allo sfruttamento, ai ricatti e al caporalato deve fare i conti con il M5S. Se qualcuno pensa che la ripresa produttiva non possa prescindere dal sacrificio di lavoratrici e lavoratori, dei diritti sindacali di base - allora fa parte del problema e non della soluzione. Mettiamoci subito tutto l'impegno». «Bisogna accendere un faro sulle situazioni in cui il lavoro non è tutelato: c'è una bomba sociale pronta ad esplodere», spiega Romina Mura, la presidente pd della Commissione Lavoro. «È un buon primo passo è rappresentato dalla task force voluta dal ministro Orlando. In settimana in Commissione assumeremo delle iniziative. Nuovo Statuto dei lavoratori? Non mi attaccherei ai titoli. In questo momento conta di più il metodo. Che deve essere istituzionale. L'idea è di giungere a una risoluzione parlamentare e a un ciclo di audizioni, nelle quali vanno sentiti tutti. Comunque c'è già in Parlamento una proposta della Cgil per un nuovo statuto, si può partire da quella base». La presentò un anno fa il segretario Maurizio Landini, dopo aver raccolto nel Paese un milione e mezzo di firme, «per un nuovo statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori». La Lega apre alle modifiche, «nella direzione di un rafforzamento dei diritti per chi non ne ha, perché quello che è successo è gravissimo» commenta il sottosegretario Claudio Durigon. «Servono regole aggiornate e per farlo bisogna aprire un tavolo con le parti sociali. Noi siamo pronti a fare la nostra parte». Dalla maggioranza si smarcano i renziani. Dice Ettore Rosato (Italia viva): «L'uccisione di Adil è figlia della follia criminale e della crisi in atto. La soluzione non è cambiare lo statuto, ma rilanciare l'economia, stabilendo nel contempo protezioni per i più fragili. La ripresa è l'unica soluzione». Ribadisce la posizione il presidente della Commissione Finanze della Camera, Luigi Marattin (Italia viva): «Meno tasse sul lavoro, la riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive e la riforma della contrattazione che includa il salario minimo nei settori non coperti dai negoziati nazionali: questa è la strada maestra. Dire "cambiamo lo statuto dei lavoratori" fa più audience, ma non risolve i problemi». 

REFERENDUM, SCONTRO TRA LA LEGA E L’ANM

Altro tema, reso incandescente dalle polemiche delle ultime settimane, è quello della riforma della giustizia. Il sindacato dei giudici ha duramente criticato l’iniziativa referendaria di Lega e Radicali. Marco Cremonesi per il Corriere.

«Sono cannonate tra Lega e Associazione nazionale magistrati. A rovinare il primo giorno della «Lega azzurra» è il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, che punta diritto sui referendum promossi da Lega e radicali sulla giustizia: «Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal governo» dice di fronte al comitato direttivo dell'Anm. Di più: «Fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura». Santalucia chiude con un finale che poco più tardi sarà contestatissimo: «Credo che spetti all'Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo». La risposta arriva dalla manifestazione «per la ripartenza» convocata dalla Lega in piazza Bocca della Verità, a Roma. Tra i temi centrali, c'è proprio la campagna referendaria e la regia sul palco è affidata a Nicola Porro. In realtà, le parole più fiammeggianti vengono dal segretario dei radicali Maurizio Turco. Che accusa Santalucia di minacce: «Quello che oggi ci dice l'Anm è di stare attenti. Il referendum è previsto dalla Costituzione, ma qui c'è un tentativo da parte di una parte della magistratura, quella delle correnti, di mettere a tacere i cittadini. Ci vogliono arrestare tutti?». Il sovracuto arriva riguardo al capo dello Stato: «Questa cosa dell'Anm è gravissima, è un attacco alla democrazia. E il presidente della Repubblica deve intervenire». Assai più misurata Giulia Bongiorno: «C'è qualcuno che dice che stiamo facendo la guerra ai magistrati. No, non stiamo dichiarando la guerra ai magistrati indipendenti», ma la separazione delle carriere è cruciale: «Falcone diceva che i giudici e i pm non devono essere nemmeno parenti». Poi, tocca a Matteo Salvini: «Ho visto la reazione scomposta di una corrente dei magistrati che parla di un pericolo quando ci sono i referendum. Mi spiace di aver letto certi toni da chi dovrebbe essere al di sopra delle parti».

Alessandro Sallusti scrive sul tema l’editoriale di Libero:

«Andrò a firmare perché la nostra magistratura ha il record mondiale, tra i Paesi sviluppati, di lentezza dei processi, ingiustificate carcerazioni preventive, risarcimenti per ingiuste detenzioni, errori giudiziari; perché gode di una impunità assoluta, perché, come ha raccontato Luca Palamara nel suo libro-confessione, è un sistema marcio; perché si è inventata processi che hanno alterato il corso della politica e messo in ginocchio la prima azienda italiana, l’Eni, salvo poi scoprire che per farlo ha taroccato le prove; perché i magistrati in posizioni apicali passano il tempo a farsi la guerra. Una magistratura siffatta è un pericolo per la democrazia e una palla al piede per lo sviluppo del Paese. Il fatto, vero, che “non tutti i magistrati sono così” non è un’attenuante ma un’aggravante, visto che quelli “non così” tacciono per paura o interesse. Il fatto, vero, che “la magistratura deve essere autonoma” è diventato uno slogan vuoto perché in nessun campo può esistere autonomia senza autodisciplina e trasparenza. Badate bene: i magistrati non temono la classe politica, che tengono per le palle, né i giornalisti, la maggior parte dei quali hanno già al guinzaglio, hanno paura solo degli italiani perché non possono minacciarli né ricattarli tutti. Quindi mettiamo la nostra firma sotto ai quesiti referendari e risolviamo una volta per tutte la più grande anomalia della Repubblica. E finalmente, per la prima volta, avremmo una giustizia «in nome del popolo italiano».

PRIMARIE DEL PD, LETTA TIENE DURO

Oggi si vota a Bologna e Roma per le primarie del Pd. Nonostante i rischi di scarsa affluenza ai gazebo, Enrico Letta resta convinto della bontà della consultazione. Maria Teresa Meli sul Corriere:

«Enrico Letta è categorico: «Comunque vada, non torneremo indietro. Le ragioni fondative delle primarie non sono venute meno». Il messaggio che il segretario dem lancia da Barcellona via social non lascia spazio a dubbi. Nonostante il flop dei gazebo a Torino e la paura di non arrivare nemmeno a cinquantamila votanti a Roma, Letta non intende rinunciare alle primarie. Lo ribadisce in quel messaggio, in cui ringrazia i volontari «che stanno lavorando per rendere possibile che a Bologna e a Roma migliaia di cittadini partecipino. Ai critici di questa nostra preferenza per la partecipazione dico che noi siamo fatti così. E su questo non cambieremo». Letta sa bene che se nella Capitale (la contesa a Bologna è più aperta e quindi c'è minor preoccupazione per l'affluenza ai gazebo) si assisterà al bis di Torino la polemica, che già serpeggia dentro e fuori il partito, finirà inevitabilmente per coinvolgerlo direttamente. Ma il segretario non vuole rinunciare all'idea di «dare voce ai territori, ascoltare, legittimare dal basso il candidato». Letta voterà oggi pomeriggio alle 17 nel quartiere Testaccio, dove vive. Nella Capitale le primarie sono passate praticamente sotto silenzio (l'altro ieri i dem più pessimisti temevano un'affluenza solo di poco superiore ai 30 mila votanti ) ma il Pd a Roma ha ancora un apparato in grado di mobilitare i militanti. Certo, l'esito scontato di queste primarie non rende la competizione molto coinvolgente. Il vincitore sarà l'unico candidato del Pd, Roberto Gualtieri, e i suoi supporter puntano al 70 per cento dei consensi. I suoi sfidanti sono Giovanni Caudo, sostenuto da Ignazio Marino (ieri, però, raccontavano che anche Carlo Calenda gli sta dando una mano dall'esterno ), Imma Battaglia, il consigliere regionale Paolo Ciano, Tobia Zevi, Stefano Fassina e Cristina Gancio. Ma se il vincitore delle primarie è scontato non altrettanto ovvio è l'esito del voto per il Campidoglio. Al Nazareno lo sanno bene, soprattutto da quando hanno scoperto che i sondaggi su Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, erano cominciati ben prima dell'ufficializzazione della sua discesa in campo. Eppure tutti i dem, o quasi, non vogliono sentir parlare di una possibile sconfitta. Anche perché un insuccesso nella Capitale avrebbe forti ripercussioni a livello nazionale, e, nonostante, i buoni propositi sciorinati ufficialmente dalle diverse correnti del Pd, il segretario rischierebbe di finire nel mirino». 

A BOLOGNA IN GIOCO “IL FUTURO DELLA SINISTRA”

Silvia Bignami per Repubblica racconta le ultime tensioni fra i due candidati contrapposti alle primarie del Pd di Bologna, partita dura e quasi simbolica per la linea che deve scegliere il Partito:

«Isabella Conti non si fida. A neanche ventiquattr' ore dall'apertura dei gazebo che devono incoronare il candidato del centrosinistra a Bologna, la candidata di Italia Viva, in pista contro il dem Matteo Lepore, apre un nuovo fronte sul voto online. Chiede «trasparenza» sull'elenco dei votanti e pretende un rappresentante di lista per il seggio virtuale. Una querelle che mette in discussione le regole fino ad ora condivise e che getta un'ombra sull'esito dei gazebo. «Se non sarà netto si apre al rischio di contestazioni », certifica il direttore You-Trend Lorenzo Pregliasco. Uno scenario sinistro per Bologna, col Pd locale sempre più sospettoso sulle reali intenzioni della renziana. Ieri, nel giorno del silenzio pre-gazebo, mentre Lepore pranzava con Francesco Guccini sull'appennino, si litigava su tutto. Sul Cencelli degli scrutatori ai seggi. E poi soprattutto sul voto online, che ha tenuto impegnate le rispettive tifoserie per ore. Al punto che a sera nel Pd molti sono convinti che Conti si prepari semplicemente a trovare un pretesto per invalidare i gazebo. In un crescendo, lo staff della sindaca, infatti, prima chiede di consultare l'elenco dei quasi 5mila iscritti al voto online. Poi, quando questo viene concesso, vuole un suo rappresentante «davanti al terminale dove arriveranno i dati dei votanti» della piattaforma Partecipa, messa a disposizione dal Pd e finora «approvata» da tutti, rimarcano i dem. «Non è possibile, il risultato del seggio online è automatico ed è garantito dalla piattaforma, che è certificata» risponde per l'ultima volta il Pd. Il botta e risposta, con i sostenitori di Conti che parlano di atteggiamento «inaccettabile» dei democratici e la federazione bolognese che inizia a perdere le staffe davanti ai «piagnistei» della sindaca, alla fine non si risolve. Nessuno strappo, per ora, ma il redde rationem è solo rimandato a dopo le primarie, perché il controllo del voto online è considerato «dirimente» per i sostenitori di Conti. Se il distacco tra i due competitor dovesse dunque essere di una manciata di punti, come è accaduto a Torino, la battaglia sarà durissima. E ci sarà probabilmente «spargimento di sangue», ben più di quello che aveva profetizzato nei giorni scorsi Romano Prodi, parlando della normale conflittualità delle primarie. Così ci si prepara a votare ai 43 seggi, aperti oggi dalle 8 alle 21, della gara più combattuta di queste amministrative. Da una parte il candidato Pd Lepore, che ha con sé la maggioranza del partito e che punta all'alleanza con la sinistra di Elly Schlein e con il M5S. E dall'altra la renziana Conti, che ha già incassato il sostegno di un pezzo di dirigenti Pd e che in caso di vittoria porterà la coalizione verso il centro dei moderati e dell'ex ministro Gianluca Galletti. Due schemi profondamente diversi che nei giorni scorsi hanno fatto dire anche a Enrico Letta che a Bologna «è in gioco il futuro della sinistra».

MILANO, AL CENTRO DESTRA CANDIDATURA DA OSCAR

Se a sinistra ci si confronta con le primarie, il centro destra deve ancora designare il suo candidato sindaco di Milano. Stefano Landi sul Corriere della Sera intervista Oscar di Montigny:

«Mio suocero, Ennio Doris, mi dice sempre di tenere distinta la politica dagli affari. Ora però sono convinto che sia una fase in cui bisogna sporcarsi le mani». Scrive libri, è blogger, ha un programma alla radio, è un twittatore seriale. A livello di comunicazione non dovrebbe avere problemi... «Se accetto porto la mia visione». Con Beppe Sala sarebbe un'inedita sfida manager contro manager... «Se sei politico ti dicono che non hai mai gestito niente. Se sei civico che non conosci la cosa pubblica. Quello perfetto non c'è. A me interessa la prospettiva e se guardo avanti vedo innovazione e sostenibilità». Ha già il programma... «Non ho letto un manuale del bravo sindaco, intuisco scenari futuri, cosa portano in dote». Tra i suoi riferimenti ci sono Gandhi, Dalai Lama, Greta Thunberg, Lech Walesa: non un pantheon di destra... «Un'idea sana non è di destra o di sinistra. Mi hanno già attaccato troppe etichette. Le mie citazioni non le ho lette sui libri: cito Gandhi perché sono amico di sua nipote Tara. Cito la clown-terapia di Patch Adams, perché l'ho portato in Italia io». Di che politica ha bisogna adesso Milano? «Di un'operazione come quella di Mario Draghi: ora deve comandare l'obiettivo». Ha visto le scene di violenza tra i giovani della movida? «La sicurezza è centrale. Come le altre tre S: scuola, sanità, socialità. Manca un'azione per contenere l'esplosione di depressione che la pandemia ha generato». Da candidato molti ricorderanno il suo guaio giudiziario nel 2011... «La vicenda è personale e non aziendale: mi ero affidato a consulenti sbagliati e mi sono assunto la responsabilità dell'errore commesso per superficialità». Vive a Segrate, come può fare il sindaco di una città che non abita nemmeno? «Sono nato e cresciuto nei quartieri popolari, tra Baggio, Giambellino e Lorenteggio. I miei genitori vivono ancora lì. Molti dei miei amici di infanzia sono passati dal carcere minorile. Però mi prendono in giro per il cognome». Ricordi di Milano? «Quella da bere in cui da ragazzo lavoravo nei locali per pagarmi gli studi in Legge e Scienze politiche. Non sono arrivato alla laurea. A 21 anni sono volato a San Francisco. Poi ho fatto il tour operator. Il resto è la storia in banca». È vero che non si alza dal letto senza fare meditazione tutti i giorni? «Ogni mattina ho un momento di intimità con me stesso e da 20 anni mi rifugio ad Assisi per le pratiche di meditazione e preghiera». Quali riflessioni le hanno dato 15 mesi di pandemia? «La sofferenza ha costretto tutti a un momento introspettivo. Sono contrario alla narrativa del ritorno alla normalità, al concetto di resilienza, dobbiamo uscirne migliori».

L’AGENZIA DELLE ENTRATE: SAPPIAMO CHI EVADE

Redditometro, riforma del fisco, cartelle congelate. Ogni giorno si parla di tasse sui giornali e nella politica. Oggi c’è un’intervista del Corriere della Sera al direttore delle Agenzie delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, che dice in sostanza: sapremmo come scovare gli evasori ma la decisione è politica.  

«Come Agenzia delle Entrate ci limitiamo a mettere a disposizione delle istituzioni la nostra esperienza pratica, affinché qualunque scelta il legislatore intenda adottare, possa avere una sua concreta e semplice applicazione e non rimanere solo sulla carta. In altre parole, non si dovrebbe inseguire ad ogni costo la perfezione teorica assoluta, giacché il risultato potrebbe essere un'assoluta imperfezione pratica». Non si nasconda dietro le parole. Ci sta dicendo che una riforma del Fisco non si improvvisa in poche battute. «Ma no. Anzi, i tempi sono sicuramente maturi per una riforma che tenga conto anche del costo di impianto che ogni riforma strutturale comporta per l'amministrazione e per il contribuente, tanto più se potenzialmente complessa. Ma soprattutto per una riforma che sia ampiamente condivisa per garantire che le nuove regole abbiano una certa stabilità nel tempo ed evitare che dai cittadini alle imprese agli operatori del settore - amministrazione compresa - debbano continuamente adattarsi a mutate cornici normative». Ogni giorno scopriamo che si vuol cambiare questo o quello. Lei forse si sarà abituato noi contribuenti proprio no. «Il Fisco è un'opera pubblica, forse la più importante infrastruttura del Paese, perché da essa dipendono tutte le altre che possono essere realizzate solo grazie alle risorse erariali. Ecco perché è oggetto costante di così tante modifiche. Un cantiere sempre aperto che richiede una progettazione di lungo periodo e una costante manutenzione ordinaria e straordinaria. Ma è un'anomalia il fatto che la dichiarazione precompilata abbia istruzioni che superano le 130 pagine, perché devono spiegare altrettante norme e disposizioni». A volte si ha la sensazione che vogliano cambiare qualcosa che non conoscono. «Nessuno può affermare di conoscere il sistema tributario nella sua interezza, proprio per la sua complessità. Tutti dobbiamo districarci in una giungla di leggi confusa e a volte incomprensibile. Eppure, il Fisco tocca ogni fase della nostra vita, a partire dall'attribuzione alla nascita del codice fiscale e della tessera sanitaria, passando per la registrazione dei contratti di affitto e dall'acquisto della prima casa, dall'apertura di una partita Iva fino alla dichiarazione di successione. Proprio per questo è necessaria una riforma condivisa a cui tutti possano offrire il proprio contributo. Perché il Fisco riguarda tutti noi e il futuro della nostra comunità». (…) Ma intanto ritorna il Redditometro. «Sotto varie forme, il redditometro in realtà non ci ha mai abbandonato dagli anni '80 per verificare quei contribuenti che sembrano non svolgere alcuna attività che possa giustificare il loro tenore di vita. Ma il legislatore potrà introdurre anche nuovi e più evoluti meccanismi». Posto che non si decida di fare cambi importanti come le tre aliquote proposte da Berlusconi. «Ho letto con attenzione tutte le proposte avanzate dalle varie forze politiche e mi pare che tutte, nessuna esclusa, rappresentino una fortissima esigenza di cambiamento e di semplificazione. Aspetti questi sui quali sono convinto si possa trovare una sintesi, come quella emersa in questi giorni per i titolari di partita Iva, di superare acconti e saldi e finalmente rateizzare i versamenti mese per mese. L'ultima grande riforma tributaria, quella ideata da Cosciani, risale ai primi anni Settanta. Con il tempo, molte di quelle leggi hanno perso la loro originaria funzione di bussola del contribuente e sono state sommerse da mezzo secolo di legislazione fiscale». E non ci si ferma Letta ha proposto una tassa sulla successione per finanziare i giovani. «Sono scelte che spettano a governo e Parlamento. L'importante è che sia una riforma ampia, in cui il legislatore trovi un punto di equilibrio condiviso». Rimane il tema di trovare risorse per il futuro e per le nuove generazioni. «Abbiamo una grande risorsa che potrebbe essere utile a tutti noi. Mi riferisco alla montagna di evasione fiscale che se recuperata potrebbe essere messa a disposizione di un progetto comune e per far ripartire il motore del Paese, perché con poca benzina non si può andare lontano». Siete voi che dovete cercare gli evasori, perché è così elevata l'evasione? «È ancora troppo elevata per varie ragioni a partire dalle radici storiche e culturali. Cento anni fa, Gobetti affermava che il "contribuente italiano paga bestemmiando lo Stato; non ha coscienza di esercitare, pagando, una vera e propria funzione sovrana. L'imposta gli è imposta". In realtà, però, i dati degli ultimi anni ci dicono che sta lentamente diminuendo. E oggi la pandemia ci ha fatto capire ancora di più quanto sia importante pagare le tasse per avere servizi essenziali efficienti». D'accordo la cultura, ma voi potete fare verifiche? Non è che con la scusa della privacy si blocca tutto? «Premesso che la tutela dei dati personali è doverosa, ma occorre trovare il giusto equilibrio, altrimenti il diritto del singolo prevarica quello della collettività a disporre delle risorse derivanti dal pagamento delle tasse. Negli ultimi anni la digitalizzazione ha permesso significativi passi avanti e il patrimonio di dati e informazioni di cui disponiamo consentirebbe risultati ancora maggiori. Ma se non siamo autorizzati a utilizzarli, la lotta all'evasione fiscale avrà sempre le armi spuntate: è come avere un bolide ma tenerlo parcheggiato in garage».

DECRETI ATTUATIVI, NE MANCANO METÀ

Approfondimento inquietante del Sole 24 Ore sui decreti attuativi che vanno ancora varati per far diventare operative le nuove norme economiche. Più di 500 solo per Draghi, quasi mille se si considerano anche i due governi Conte:

«Sfiorano quota 500 i provvedimenti attuativi che il Governo Draghi deve ancora adottare per rendere operative le riforme economiche della legislatura. Si tratta della metà dei 969 atti applicativi complessivi previsti dagli interventi messi in capo dai due Governi Conte e dall'attuale Esecutivo. Ciò fa sì che il tasso di attuazione generale al momento raggiunga il 50,2 per cento. I Governi Conte Il peso maggiore arriva dall'eredità lasciata dai due Governi Conte: gli interventi dell'Esecutivo gialloverde richiedevano 245 provvedimenti applicativi, di cui al momento 75 sono ancora al palo; quelli del Governo giallorosso erano, invece, 610, la gran parte dei quali previsti da norme emanate sotto l'urgenza della pandemia, e 298 devono ancora vedere il traguardo. Anche nel lavoro legislativo dell'attuale Governo continua ad avere un peso determinante la lotta al Covid: lo dimostra il fatto che i cinque provvedimenti presi in considerazione sono tutti decreti legge, che rimandano complessivamente a 114 decreti attuativi, di cui solo 4 adottati. C'è, però, da considerare la giovane età delle normative targate Draghi e il fatto che quattro dei cinque Dl siano ancora in corso di conversione. Questo, però, significa anche che il passaggio parlamentare potrebbe far lievitare il numero delle norme applicative, rendendo ancora più faticoso il processo dell'attuazione. Processo che se per il Governo Draghi deve ancora, di fatto, partire, per i Governi Conte fa registrare piccoli passi avanti come risulta dall'elaborazione del Sole 24 Ore sui dati dell'Ufficio per il programma di Governo. Il Conte I è, infatti, passato dal 66,3% di marzo (si veda Il Sole 24 Ore del 25 marzo) al 69,4% di oggi; ancora più evidente l'avanzamento del Conte II, che dal 42,3% sale al 51,1 per cento. Nonostante ciò, il peso dell'attuazione rimane significativo, tanto che nei giorni scorsi il sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Roberto Garofoli, insieme al presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Giuseppe Brescia, e a quello del Comitato per la legislazione, Stefano Ceccanti, hanno fissato le priorità per rendere più spedito il processo di adozione dei decreti attuativi. In particolare, sarà superato il collo di bottiglia della concertazione tra ministeri, che da sempre rappresenta un freno, per quanto nella precedente legislatura si sia fatto un tentativo di snellimento della procedura, istituendo una sorta di silenzio assenso nei confronti del ministero che non produce nei termini. Tra le novità anche la nascita di una task force dedicata, con all'interno di ciascun ministero un referente per l'attuazione e uno per il monitoraggio. Questo dovrebbe permettere di accelerare il processo, consentendo così lo sblocco di decreti e leggi importanti e delle relative risorse».

IRAN, POCHI ALLE URNE PER IL FALCO RAISI

Veniamo agli Esteri. Lucia Capuzzi per Avvenire intervista un esperto, italiano-iraniano, professore all’ Università di Trento. La sua analisi è centrata sulla scarsa affluenza alle urne: gli iraniani, attraverso l’astensione, hanno espresso un “no” al regime.

«La valanga dell'astensionismo ha cambiato la partita diplomatica tra Teheran e l'Occidente. La palla ora passa a Stati Uniti ed Unione Europea». Secondo Pejman Abdolmohammadi, docente di Politiche del Medio Oriente all'Università di Trento, è la decisione di un gran numero di iraniani di disertare i seggi l'elemento decisivo delle ultime presidenziali. «I cittadini hanno espresso in modo pacifico quanto chiaro il loro "no" nei confronti del sistema. Mai era accaduto in modo così netto. Usa e Ue sono disposti ad ignorarlo?». Un problema non da poco soprattutto per Joe Biden artefice di una terza via tra la linea aperturista tout court di Barack Obama e la chiusura a oltranza di Donald Trump. Che effetti produrrà tutto ciò nella trattativa tra Iran e 5+1 per l'accordo sul nucleare? «Con la conclusione dell'era Rohani, termina anche il dualismo che ha caratterizzato la politica estera iraniana negli ultimi otto anni. Non c'è più la dicotomia tra un presidente "morbido" e l'ayatollah Khamenei, meno disponibile a un riavvicinamento con le potenze occidentali. L'élite dirigente ora si è ricompattata ed esprime un'unica visione, profondamente conservatrice. Questo è chiaro». L'incognita è, invece, come reagirà la controparte? «Appunto, come reagirà? Non è facile prevederlo. Un'ipotesi plausibile potrebbe essere quella di un innalzamento dell'asticella. Usa e Ue potrebbero chiedere più concessioni a Teheran per procedere con il negoziato. Questo potrebbe determinare un rallentamento della trattativa». Questo nuovo Iran rischia un maggiore isolamento rispetto ai vicini del Golfo? «Il cambio al vertice acuisce un isolamento che c'è già. Non prevedo grandi scossoni: la luna di miele del 2015 e 2016 si è conclusa già da tempo. Al contempo, la nuova leadership potrà contare su un maggior sostegno della Cina, per far fronte all'ostracismo mondiale. Pechino ha già firmato un accordo di 25 anni con Teheran, il cui contenuto non è stato rivelato. Le indiscrezioni sostengono che preveda concessioni di infrastrutture, di cui i cinesi hanno necessità. Con Raisi questi ultimi aumenteranno ulteriormente la loro influenza, approfondendo in territorio iraniano la competizione strategica con Washington». E per quanto riguarda il conflitto in Yemen in cui Iran e Arabia Saudita combattono per procura? Si prevedono dei cambiamenti? «Ipotizzo piuttosto uno stallo della guerra. Ripeto: nel prossimo futuro, più che dalle azioni di Teheran, l'esito dipenderà dalla linea adottata dall'Occidente, in particolare dall'Amministrazione Biden che ha messo al centro la questione dei diritti civili. Un rapporto troppo stretto con un Iran governato da un leader con scarsa legittimità rischia di essere una contraddizione. Al contempo, il pugno di ferro lo esporrebbe a forti critiche nel suo stesso schieramento. Dovrà trovare una posizione intermedia. E non sarà facile». 

FRANCIA, SI VOTA PER LE AMMINISTRATIVE

Oggi i francesi vanno alle urne nell’ultima tornata elettorale amministrativa prima delle prossime presidenziali. La Le Pen è data favorita su Macron. La cronaca per il Fatto di Luana De Micco.

«È l'ultimo test elettorale prima delle Presidenziali del 2022, tra meno di un anno. Oggi 47,7 milioni di francesi sono chiamati alle urne per eleggere i presidenti di regione e i consiglieri dei dipartimenti. I sondaggi dicono che il partito di estrema destra di Marine Le Pen, il Rassemblement national (RN), è in vantaggio in sei regioni su tredici. Potrebbe arrivare in testa al primo turno tra l'altro anche in Borgogna, Aquitania, Bretagna e soprattutto in Provenza -Costa Azzurra. Qui il suo candidato, Thierry Mariani, ex ministro di Sarkozy, raccoglie il 41% delle intenzioni di voto ed è dato vincitore anche al ballottaggio. In chiusura di campagna, la stessa Marine Le Pen, che si mostra più moderata e liberale, è andata a sostenerlo a Tolone. Lo spettro dell'ultradestra aleggia dunque sullo scrutinio. L'esito al ballottaggio (il 27 giugno) dipenderà dalle alleanze tra i partiti. Macron, che si pone come sola alternativa all'estrema destra, ha schierato diversi ministri, ha compiuto un "tour de France" per tastare l'umore dei francesi (di cui però si ricorda solo lo schiaffo ricevuto da un simpatizzante dell'estrema destra), ha distribuito pillole di buon umore, abolendo la mascherina all'aperto e anticipando la fine del coprifuoco, incassa la simpatia dei giovani usando con astuzia i social, ma i sondaggi non gli sono favorevoli: dopo i risultati catastrofici delle Municipali di un anno fa, in piena emergenza sanitaria, il suo partito LaREM (La République En Marche ndr) rischia una nuova débâcle. Dall'Eliseo si minimizza lo scrutinio: "Non tirerò conclusioni a livello nazionale da queste elezioni locali", ha assicurato Macron. Pure se i suoi ministri saranno bocciati, non ci dovrebbero essere rimpasti di governo».

IL BATTESIMO DI ELISA FUKSAS

Dario Cresto Dina racconta una storia italiana e intervista per Repubblica Elisa Fuksas, regista e scrittrice, figlia del famoso architetto, che si è accostata alla fede cattolica e si è fatta battezzare.

«Elisa Fuksas è regista e scrittrice. Ha trovato Dio e sembra una bambina di 40 anni. Le domando se nel suo caso si può parlare di conversione e se sì da che cosa. Risponde che la conversione fa pensare più al mondo dei computer che a quello dello spirito, ai file che devono cambiare codice per capirsi. Io non ero niente, dice. «In un ritiro prima del battesimo nella periferia di Firenze un prete ottantenne ha chiesto a noi catecumeni la ragione della scelta. C'era chi si è convertito davvero. Un ragazzo musulmano di 19 anni che aveva attraversato l'Africa a piedi, era stato torturato in Libia e che stava per morire su un barcone. Quando in piena notte una nave lo ha recuperato ha visto Gesù nel primo salvatore in carne e ossa. Ecco io non ho niente a che fare con la potenza di una storia del genere. E lì per lì questa asimmetria mi imbarazzava. Quel sacerdote lo ha percepito e mi ha detto che non è una gara, non è che siamo più umani se la ferita è più profonda o più violenta. Non possiamo essere competitivi anche di fronte al mistero». Come è stata la sua vita precedente? «Simile. Ma più semplice. Credere cambia prospettiva, per me poi non è una promessa di salvezza ma il tentativo di vivere più a fondo oggi. Con più serietà. Questo non vuol dire diventare un'altra, rinnegare il prima o chissà cosa. Per me è stato un atto fondativo, sono nata due volte».Gli architetti Massimiliano Fuksas e Doriana Mandrelli sono i suoi genitori. Come si pongono nei confronti della fede? «Hanno trovato una quasi-religione, fatta di loro due, che sono insieme il mondo e l'ulteriore, cioè quello che di inspiegabile questo mondo evoca e racchiude. Li invidio». Quando è cominciato il suo cammino verso il battesimo? «C'è un momento da commedia. Un tradimento. Lascio il mio fidanzato a casa e vado dal mio futuro fidanzato. Un'alba estiva, lui sulla porta mi chiede di sposarlo in chiesa senza neanche conoscermi. Avevamo fatto un anno yoga insieme, io che con lo yoga non c'entro nulla. In ogni caso non mi stupisco della proposta, l'ego folle, ma penso che senza battesimo anche volendo non potrei dire di sì. Ovvio che tutto questo casino non era legato a un ipotetico matrimonio. La prova è che dopo 4 anni non è ancora successo. Ma a parte questa scena alla Woody Allen, rimandavo sempre l'appuntamento con Dio. Fin da piccola. Per orgoglio e per paura. Mi sentivo più libera e più figa a non sapere le preghiere, a non dover andare a messa la domenica mattina. Poi quando ho capito che poteva essere una alternativa alla paura, della morte soprattutto, ho deciso di avvicinarmi a qualcosa che non avevo mai pensato destinato a me». Lo racconta davvero come se fosse stata una avventura meravigliosa. «Non è una storia meravigliosa, quella di Gesù, soprattutto per chi di storie vuole vivere? Un Dio che si fa uomo, che si fa povero, si sacrifica muore e risorge, che vince la morte per starci sempre vicino». Lei ha combattuto un cancro. Lo racconta in un bel libro. Dov' era Dio allora? «È iniziato molto prima. Anzi, dopo il battesimo mi è successo di tutto. Ho sofferto come un cane per ragioni di lavoro, non mi sono sentita in grado di difendere le mie idee, mi sono detestata e sentita debole, mi sono ammalata, la mia migliore amica ha avuto un linfoma e in più la pandemia. Eppure continuo a credere. Non mi ero mai operata prima, mai stata in un ospedale una notte, e il destino, il caso, quello che è mi ha portato lì ad aprile dell'anno scorso, lo stesso giorno in cui mi ero battezzata un anno prima. Avrei potuto odiarlo Dio, invece mi pareva una cosa normale, ammalarsi. Una cosa in fondo vitale, orrenda e spaventosa, ma vitale. Umana». Come ha giocato la partita con la morte? «Non ho avuto paura di morire per una malattia, in quel caso, quel giorno, ho avuto paura di non svegliarmi dall'anestesia. O di svegliarmi senza voce. O senza memoria. Ho sempre paura di morire e non guarirò mai. In fondo non voglio guarire. La morte è una grande solitudine, un posto senza prima né dopo. Sconfinato». Non pensa che serva attenzione anche alle cose semplici di tutti i giorni? «Faccio attenzione infatti alle cose piccole. Anche se non significa che non faccio caso alla scala. Ma nel micro noto la differenza, e soprattutto leggo il mondo. Ho un problema reale a riconoscere le persone, un problema che è clinico. Perché vedo i dettagli, un paio di occhiali, un modo di fare, il colore degli occhi. Ma anche cose esteriori. E allora se leggi il giornale camminando per strada puoi essere mio padre. Ho abbracciato sconosciuti». Che cosa significa credere? «Mi sento cristiana, non cattolica. Mi piace l'origine, mi piace Cristo. Gesù è un grande rivoluzionario, irresistibile ribelle, liberatore, che istilla un principio nuovo nel mondo e nelle sue relazioni: il mistero dell'amore. Che oltre la retorica è la forma più evoluta di interazione, per me, tra esseri umani. Credere? Non lo so con certezza. Penso abbia a che fare con il dubbio più che con il dogma. Non è aderire a una serie di norme e precetti quanto trovare una direzione convincente in questa vita a tratti parecchio insensata. Non è morale. Non è ideologia. Credere però alla fine per me significa avere fiducia nella parola. Di Dio. E dell'uomo che è diventato». Ricorda i dettagli del suo battesimo? «La notte di Pasqua. Una pace mai provata mista a un grande caldo e freddo. Ricordo solo dettagli: mia madre che si lamentava per il freddo, mia sorella che mi sorrideva, l'odore della veste bianca che ho messo sopra gonna e giacca. Il rumore dell'acqua nel fonte di rame, il buio lì dentro, la voce di Betori, il fuoco davanti al sagrato di Santa Maria del Fiore a Firenze. E poi il battesimo da grandi prevede anche comunione e cresima. A un certo punto, ecco sì ricordo, sono andata dietro l'altare e vedevo la scena da un punto di vista inconsueto e in fondo impensabile. Giuro che lì mi sentivo capace di tutto, pure di un miracolo. Ma non è mitomania, è la forza della parola, e della liturgia». Crede nello spirito santo così come lo interpreta Bergoglio? «Ecco, mi piace il suo modo di starci vicino. Papa Francesco è un mio amico, anche se lui non lo sa. Ogni volta che dice non dimenticatevi di pregare per me mi emoziona. E poi durante la pandemia è stato l'unico che ha ammesso la nostra piccolezza di fronte alla vita ma anche la potenza dell'uomo di immaginare e quindi di avere un futuro». E lei prega? «Prego sì, ma in modo libero. Prego quando vado a correre, quando mi sveglio di notte, quando ho paura, ovviamente, e mi sento in colpa di chiedere e basta e mi piacerebbe dare qualcosa in cambio, prego sotto la doccia. Di solito l'Ave Maria. Mi piace non dover scegliere le parole. Poi a volte parlo con il mistero, di solito gli scrivo». Tutto si spiega in questo mondo in un modo o nell'altro, tranne la grazia di Dio. Lei dove la vede? «Quello che è successo a me è stata una sua manifestazione. Non sono invasata o fondamentalista. Resto piena di difetti, miserie e orrori». Ci sono stati presagi? «Una ragazza morta per strada, giovane, faceva jogging. Qualche cresima in cui io però fingevo di essere di un'altra religione per spiegare la mia ignoranza fiera. Il matrimonio in chiesa dei miei genitori, l'omelia: di fronte al mistero l'uomo ha un solo atteggiamento adeguato che è l'ascolto». Prima o poi la vita di chiunque si fa tragedia. Come si spiega un Dio che punisce allo stesso modo peccatori e no? «Sì, è vero che si fa tragedia perché prima o poi tutti finiamo e questo è già inaccettabile come premessa. Eppure non vedo in Dio la causa di questo avvicendarsi di destini e di certo non credo sia una sua punizione il morire. E poi i peccatori di oggi chi sono? Quelli che contraddicono i dieci comandamenti? O quelli che mancano il centro della propria vita? Come la parola amartia , greca, suggerisce». E se Dio esistesse solo perché noi esistiamo? «Sarebbe troppo facile e forse funziona in un mondo drammaticamente egoista. Per esempio come Epicuro risolve il problema della morte: se ci sono io lei non c'è e viceversa, funziona solo se sei il primo o l'ultimo uomo sul pianeta». Finiamo su strade terrene. Dove sta andando? «Un nuovo romanzo, la ricerca di una tomba della mia famiglia. Il film dall'ultimo libro. E proprio ora, nel prossimo mese, giro un documentario su e con Ornella Vanoni. Ma visto che non so raccontare la realtà in modo realistico, questo documentario si sta trasformando in un film, come pure Ornella si trasformerà in qualcos' altro. Tra fantasia e memoria, una sirena che è una specie di ex voto, capace di continue metamorfosi e di poesia».