Londra riapre, con varianti

Johnson tira dritto e riapre in UK, nonostante le varianti. Da noi buoni numeri e timori per una nuova Dad a scuola. Ddl Zan in Senato. 5 Stelle, accordo vicino? Mattarella a Parigi. Morta la Carrà

In Inghilterra Boris Johnson ha annunciato la riapertura totale, dichiarando vinta la guerra contro la pandemia. Propaganda o realtà? Ci sono molti dubbi di esperti e anche ministri, solo il tempo saprà rispondere. Da noi i numeri sono molto buoni: mai così pochi decessi in Italia e la crescita dei contagi è ridottissima. La campagna vaccinale ha sfiorato le 800 mila unità di dosi nelle ultime 24 ore. Dalle 6 di ieri mattina alle 6 di stamattina sono state fatte 769 mila 582 somministrazioni. Quasi un record. Ci sono molti timori per il rientro autunnale a scuola. Visto che i giovani non sono vaccinati e nulla è cambiato nelle strutture, si prospetta un ricorso, quantomeno parziale, alla DAD.

Oggi il Ddl Zan farà un passaggio al Senato, prima in Commissione poi in Aula, che però sembra già scontato: non c’è accordo fra i partiti, si va verso la discussione direttamente nel plenum del 13 luglio, fra una settimana. Il Pd non ha accettato la mediazione proposta da Italia Viva e non vuole toccare la legge così come è. Intanto nella politica tengono banco la trattativa fra i 5 Stelle, oggi si registra maggiore ottimismo per un accordo Grillo-Conte, e il centro destra che pare aver trovato un accordo su Milano. Probabilmente presenterà contro Sala il medico Bernardo, mentre sicuramente Vittorio Feltri sarà il capolista di Fratelli d’Italia.

Mattarella è andato a Parigi dove si è incontrato col presidente Macron. Interessante la prospettiva di un’asse franco-italiano che incalzi la Germania e i Paesi del Nord perché si prosegua con un nuovo Recovery e si affronti finalmente il problema dei migranti.

Il Papa sta bene al Gemelli, ma a distanza di qualche ora emergono le difficoltà di un intervento operatorio, programmato in un modo e poi svoltosi in un altro. Diventa probabile che il prossimo Angelus domenicale venga pronunciato da una finestra del Gemelli, invece che da quella del Palazzo apostolico.

Ieri è scomparsa Raffaella Carrà, showgirl iper popolare nell’Italia degli ultimi decenni. Aveva 78 anni, è stata portata via da una malattia incurabile. Vediamo i titoli. 

LE PRIME PAGINE

Ancora la pandemia in primo piano. Il Corriere della Sera: Londra riapre tutto: «Ma qui in Italia serve prudenza». Mentre il Quotidiano nazionale è preoccupato per l’ipotesi di un autunno ancora con la Dad: Ci riprovano con le scuole chiuse. Il Fatto denuncia l’ingresso di inglesi e non solo, poco controllati al loro arrivo in Italia: Aeroporti, ingresso libero alla Variante. Sulla legge contro l’omotransfobia che oggi vive un passaggio al Senato c’è la Repubblica: Ddl Zan, il Pd sfida l’intesa Lega-Renzi. Ed anche Avvenire: Ddl Zan alla prova. Il Manifesto, sempre sul tema, sceglie una foto con Renzi e Salvini, illustrata dal titolo: In brutta coppia. Libero ribalta lo schema e denuncia una: Destrofobia. Dedicano il titolo principale alla scomparsa della Carrà La Stampa: Raffa per sempre, Il Messaggero: La fidanzata d’Italia e Il Mattino: Carramba che tristezza. Il Sole 24 Ore dà la notizia di acquisti stranieri in Borsa: Caccia ai gioielli di piazza Affari. Accelera lo shopping dei colossi esteri. Resta sul tema del pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il Domani: L’aguzzino con i guanti arancioni e gli agenti impuniti della mattanza.

VIRUS, LONDRA RIAPRE. TIMORI PER UNA NUOVA DAD

La campagna vaccinale prosegue spedita ma resta forte la sensazione che ogni Regione vada per suo conto. Paolo Russo su La Stampa parla di “Babele dei vaccini”:

«Lo strappo destinato a fare più rumore lo ha dato il Lazio, che infischiandosene delle indicazioni del ministero della Salute e delle «raccomandazioni» di Aifa e Cts ha ripreso a somministrare AstraZeneca e Johnson&Johnson agli under 60. Nonostante il rapporto rischio-beneficio rispetto al contagio da Covid sia sfavorevole ai vaccini a vettore virale. Ma non è che le altre Regioni si siano tutte allineate al generale Figliuolo, che più e più volte ha chiesto di privilegiare i richiami soprattutto alla popolazione da sessant' anni in su. Perché se la Lombardia ha deciso di privilegiare la caccia agli over 60 rimasti fuori dai radar e il Friuli-Venezia Giulia punta a convincerli a mostrare il braccio offrendo loro i più gettonati antidoti a Rna messaggero, altre Regioni vanno in direzione opposta. Come la Campania, che vuole completare la vaccinazione dei giovanissimi under 18. O la Sicilia, che i vaccini ora li andrà a somministrare sotto l'ombrellone ai vacanzieri di luglio. Ancora una volta la babele vaccinale regna sovrana sotto il cielo delle Regioni. E con la Delta in espansione rapida vaccinare i più piccoli può essere un problema se le dosi scarseggiano e più del 45% della popolazione generale, ma soprattutto il 48% degli over 60 rischiano anche con una sola dose di finire in ospedale o peggio. Tanto per capire la Gran Bretagna che viaggia al ritmo di circa 25 mila contagi al giorno può ora permettersi il lusso di riempire lo stato di Wembley e togliere le mascherine anche al chiuso perché con quasi il 65% di vaccinati a doppia dose ha praticamente protetto tutte le fasce a rischio della popolazione. E infatti ricoveri e decessi si mantengono a un livello così basso che il virus da pandemico può oramai definirsi endemico, un po' come l'influenza. Da noi l'effetto Delta sui contagi ancora non si vede. Ieri se ne sono contati solo 480, ma questo sabato, domenica e lunedì il numero dei nuovi positivi è comunque del 10% superiore a quello di una settimana fa. Per questo la corsa a vaccinare gli over 60 è considerata prioritaria da Speranza e Figliuolo. Intanto però le Regioni procedono in ordine sparso, pur lamentando un taglio tra il 30 e il 40% delle dosi di luglio che costringe a fare delle scelte. Lazio La Regione ha deciso di ignorare gli appelli di Figliuolo, Cts e Speranza tornando a puntare su AstraZeneca e J&J anche tra i più giovani. Prima ha sdoganato gli open day a partire dai 18 anni con il vaccino adenovirale J&J, che pure l'Aifa e il Cts hanno raccomandato di non somministrare agli under 60. Poi ha deciso di incentivare questi ultimi a utilizzare ancora AstraZeneca per i richiami, anticipandoli a 56 anziché a 77 giorni. Mossa che, evitando a molti di dover tornare dalle vacanze di agosto per la seconda dose, potrebbe rivelarsi più efficace dello scetticismo che in tutta Italia, e il Lazio non fa eccezione, ha finito per lasciare nei frigo 2,4 milioni di dosi di vaccini a vettore virale, equamente divisi tra J&J e Az. In realtà in questo modo la Regione non ha formalmente trasgredito alle ordinanze ministeriali, che a chi ne faccia richiesta e dietro parere medico consentono di vaccinarsi anche sotto i sessant' anni con due dosi del vaccino di Oxford. Ma quello di ridurre i giorni di attesa per il richiamo è stato letto come un trucchetto da virologi e epidemiologi che hanno aspramente criticato la decisione della Regione. In Lombardia un over 60 su dieci, 286 mila persone, il vaccino non lo ha nemmeno prenotato e il 41% di ultrasettantenni e sessantenni è coperto con una sola dose, facilmente perforabile dalla Delta. Per questo la Regione ha deciso di dare la caccia ai renitenti della vaccinazione mobilitando anche i medici di famiglia. Il problema è che i vaccini scarseggiano e le agende sono piene fino al 20 luglio. In Piemonte da un lato si tenta di accelerare con i richiami per alzare un muro più solido contro l'ex indiana. E per farlo la Regione ha deciso di concedere a chi lo richieda di anticipare o posticipare il richiamo, pur rispettando i tempi massimi e minimi di intervallo previsti. Un modo per tranquillizzare chi non vuol correre il rischio di dover rientrare dalle vacanze per la seconda dose. Dall'altro però pur mancando all'appello dei vaccinati 208 mila over 60 su 580 mila, si è deciso a metà luglio di far partire dai pediatri le immunizzazioni degli under 16. Toscana. Il presidente Giani per luglio non vede in arrivo più di 650-700 mila dosi rispetto alle 900 mila di giugno. Nonostante tutto però annuncia: «Dopo Ferragosto attiviamo le vaccinazioni dei bambini dai 12 ai 15 anni». Sperando che per quella data siano stati messi a riparo gli anziani che rischiano di più. Emilia-Romagna. Il presidente Bonaccini spera ancora di spuntare più dosi da Figliuolo. Ma per ora il piatto piange e tra le 30 e le 50 mila prime dosi già fissate in agenda potrebbero slittare, lasciando scoperti anche gli over 60. Liguria. La Regione segue il dettato di Figliuolo e punta sugli over 60, ma lo fa con «la notte del vaccino» e altri open day a base di dosi Pfizer e Moderna per riportare sotto i radar il popolo degli scettici. Campania. De Luca lamenta un taglio del 40% delle dosi Pfizer. Ma poi annuncia: «Prepareremo entro questa settimana un piano di vaccinazione straordinario per la popolazione studentesca, completando entro luglio l'immunizzazione degli under 18». Puglia. Con 423 mila dosi in meno di Pfizer la Regione ha deciso lo stop alle prime dosi ma solo per gli under 50. Che probabilmente verranno chiamati a mostrare il braccio in pieno agosto. Sicilia. Le prenotazioni in città crollano, con 370 prenotati venerdì alla Fiera di Palermo contro la media di oltre 4 mila. Così la regione ha deciso di portare la campagna vaccinale sotto gli ombrelloni, firmando un protocollo con i gestori degli stabilimenti balneari. Se poi la voglia di tintarella non sarà contagiosa tra gli anziani non vaccinati dovrebbero intervenire i medici di famiglia. Sempre che avanzino dosi anche per loro».

Incombe ancora sulla scuola la spada di Damocle della DAD: i problemi strutturali non sono stati affrontati in vista del nuovo anno. Alessandra Ziniti su Repubblica.

«La maledizione della Dad minaccia la scuola di metà settembre (prossimo), così simile e conseguente al 2020 azzoliniano e alla prima parte del 2021, condotto in fotocopia dal ministro Patrizio Bianchi. Dal Campus Steam di Bergamo il responsabile dell'Istruzione auspica e fa training: «Lavoriamo per la scuola in presenza, senza se e senza ma». Ma il "ma" è già proprietà di dirigenti e docenti di una scuola che fin qui non ha imparato nessuna lezione. Dopo l'ultimo pronunciamento del Comitato tecnico scientifico - «mascherine e distanziamento, a settembre», Mario Rusconi, responsabile dei presidi Anp nel Lazio, trae le logiche conclusioni: «Questo implica che gli studenti dovranno essere nuovamente impegnati nella Dad. È possibile non essere riusciti a trovare soluzioni alternative in questo anno e mezzo? Le istituzioni comprendono i danni che stanno facendo alle giovani generazioni? Siamo molto delusi, non si è riuscito a trovare rimedio alle aule pollaio e al movimento sui mezzi pubblici». I numeri degli iscritti alle classi sono sempre quelli, nessuna Protezione civile ha alzato tendoni e recuperato spazi extra, nessuna idea degna di nota è uscita dal rapido rapporto tra Patrizio Bianchi e Agostino Miozzo. L'ex responsabile del Cts è uscito di scena con i suoi progetti e ora dice, a sua volta sconsolato: «Settembre è dietro l'angolo e al momento si prevede un altro anno scolastico in emergenza». Nella fascia 12-19 anni «abbiamo l'82,6% non vaccinato». Sono i ragazzi delle scuole. «Non abbiamo fatto interventi strutturali negli istituti, se non li facciamo in questi mesi estivi i problemi saranno gli stessi dell'anno scorso». Rachele Scandella, preside dell'Alberghiero Barbarigo di Venezia: «Spero che si facciano i vaccini a tutti e si riprenda al 100%, altrimenti metteremo i banchi a rotelle in Piazza San Marco». Albalisa Azzariti, dirigente del Liceo scientifico Vittorini di Milano: «Dover mantenere il metro di distanza nonostante le vaccinazioni è sconfortante. Come scuola ci siamo impegnati profondamente per promuovere l'adesione alla campagna. Gli spazi sono sempre gli stessi e le classi numerose, per noi questo significa continuare con la presenza al 50% in ogni classe. Sarà difficile spiegarlo ai ragazzi, vorrà dire ammettere che l'essersi vaccinati non fa differenza. Con il green pass si può andare in discoteca, ma non a scuola». I presidi della provincia di Monza-Brianza rivelano: «Il prefetto ci ha anticipato che faremo i turni d'ingresso alle 8 e alle 9, immaginiamo una Dad al 25-30% fino a Natale». Ripartire nello stesso modo precario delle ultime due stagioni mentre «stiamo svolgendo il Piano Estate per favorire la socializzazione» è disarmante, dicono. Sara Carnelos, insegnante di Pordenone: «Le classi vanno sdoppiate e il numero dei docenti deve essere incrementato. È il terzo anno che lo spieghiamo». Ivan Basile, docente molisano di scuola superiore: «Si riparte con la Didattica integrata istituzionalizzata». I genitori No Dad sono pronti a nuove manifestazioni: «È un tradimento». Le primarie e gli istituti comprensivi riusciranno a mantenere tutti gli alunni in presenza, ma con gli under 12 privi di vaccinazione questa coorte anagrafica resta la più esposta. Per tecnici e licei sarà un'altra partenza con alcuni ragazzi davanti al pc in cameretta. Alfonso D'Ambrosio, preside sperimentatore di Vo' Euganeo, ricorda l'ultima mancanza sul tema: «I fondi del Decreto sostegni possono essere investiti su sistemi di sanificazione più efficienti e aule all'aperto più efficaci». Se ne parla, al ministero, se ne parla. La questione vaccinazioni è centrale: al netto della variante Delta, che può ulteriormente complicare il ritorno a scuola, serve correre e immunizzare».

Il premier inglese Boris Johnson ha deciso di riaprire tutto. Nonostante le varianti. Ma la sua sembra più che altro una posizione politica. Per il Manifesto Leonardo Clausi da Londra.

«Con buona pace della variante Delta che continua a diffondersi, l'immunità è raggiunta, e il gregge libero di pascolare di nuovo: dal prossimo 19 luglio in Gran Bretagna tornerà il business as usual, anche se a questo proposito la comunità medico scientifica è spaccata. È in buona sostanza l'annuncio di ieri del premier britannico Boris Johnson sul mantenimento della data del 19 luglio come riapertura totale delle attività economiche e culturali nel paese a coronamento della fase 4 del programma governativo di ritorno alla «normalità». Che contiene la concessione più desiderata come anche più controversa: il passaggio dall'obbligatorietà della mascherina nei luoghi pubblici - la violazione di questa misura prevedeva una multa fino a circa 7mila euro - al demandarne la scelta («al buonsenso») individuale, soprattutto sui mezzi pubblici e nei negozi. Altre misure includono la fine del distanziamento di un metro nei luoghi pubblici, del lavoro da remoto, degli incontri limitati a un massimo di sei persone, del numero chiuso nei locali pubblici come anche la fine delle «bolle», i gruppi limitati di studenti nelle scuole, la riapertura degli istituti. Ai microfoni di Bbc Radio un esperto ha detto testualmente che togliere l'obbligo di mascherina nei luoghi pubblici «non ha senso», vista la loro comprovata efficacia nel ridurre lo spettro dell'infezione. E come lui svariati altri virologi non facenti parte del comitato governativo di esperti. Si associano i sindacati, soprattutto quello di Transport for London, l'azienda municipale dei trasporti che si oppone vivacemente alla misura in quanto metterebbe sensibilmente più a rischio la salute dei conducenti di autobus e del personale della metropolitana. Sulla questione pro o contro il continuativo utilizzo della mascherina si sono poi espressi contraddittoriamente altri ministri, finendo così per aumentare la confusione in materia. Non sfugga poi il demandare all'arbitrio individuale una scelta che comporta la sicurezza degli altri, la solita deliberata sperequazione fra diritti (propri) e doveri (altrui) nella quale da sempre sguazza il partito conservatore».

DDL ZAN, SI VA IN AULA SENZA ACCORDO

Passaggio, per altro scontato, oggi in commissione e in Aula al Senato per il Ddl Zan. Si andrà al voto in Aula fra una settimana, perché il Pd non ha accettato la mediazione proposta da Italia Viva. La sintesi di Ettore Maria Colombo per il Quotidiano Nazionale:

«Nessuna mediazione sarà possibile oggi in commissione, subito dopo, sempre oggi, si voterà questa volta in Aula la richiesta presentata da Pd-M5s-LeU di calendarizzare il Ddl Zan per l'Aula il 13 luglio. Fin qua, tutto bene: in Aula oggi si vota a scrutinio palese. Ma quando il Ddl Zan tornerà in Aula il 13 luglio per il vero e proprio esame dettagliato sarà possibile a quel punto chiedere dei voti segreti. Zan dice che «il Pd non li chiederà» (ovviamente) ma di certo li chiederà il centrodestra e, allora, potrà succedere di tutto. Sulla carta, ci sono 141 voti 'sicuri' per lo Zan e 135 sicuramente contrari ma l'ago della bilancia non sono solo i 17 di Iv (e i 46 del Misto) ma anche i sei senatori 'cattolici' del Pd che potrebbero cambiare idea, nel segreto dell'urna. Come potrebbe farlo, in senso opposto, qualche liberale di FI. Elio Vito lo dice in modo aperto, criticando Salvini, «uguale a Orbán». Morale, sarà un terno al lotto dal risultato aperto».

Ivan Scalfarotto è l’esponente di Italia Viva che in queste ore è finito nell’occhio del ciclone. Militante gay, ha appoggiato la mediazione proposta dal senatore Faraone, che riprende il suo testo originale. Oggi si difende e spiega la sua posizione sulla prima pagina del Foglio. 

«Faccio l'ennesimo coming out: sono un laicista e un relativista, non credo in alcuna divinità, penso che ciascuno di noi debba avere la totale libertà di autodeterminare il destino suo proprio e del proprio corpo con il solo limite della libertà degli altri. Credo nella responsabilità individuale, nel fatto che debba essere ogni cittadina o cittadino adulto a dover e poter decidere di sé, non lo stato, perché alla fine siamo solo noi che raccogliamo i frutti o paghiamo il prezzo delle nostre scelte. Sono per questo a favore di leggi massimamente liberali su tutti i temi legati alla vita, al nostro privato e al trattamento del nostro corpo: favorevole al divorzio istantaneo, all'aborto, all'eutanasia, al suicidio assistito, al matrimonio tra persone dello stesso sesso, all'adozione da parte di coppie omosessuali, alla gestazione per altri, alla liberalizzazione delle droghe. Tutto a condizione che chi decide di sé lo faccia nell'espressione della propria libertà, senza condizionamenti né da parte di altri né di fattori esterni quali il bisogno economico. Sono omosessuale, sono unito civilmente e non mi spiego per quale motivo la Repubblica di cui sono cittadino si ostini a non capire che il mio è un matrimonio come gli altri. Non ho figli perché non ho alcun istinto paterno, ma credo che mio marito e io saremmo stati potenzialmente buoni genitori: mediamente né migliori né peggiori di qualsiasi coppia eterosessuale, e non capisco come l'ordinamento dello stato si arroghi il diritto di stabilire a priori che una coppia eterosessuale avrebbe automaticamente garantito a un bambino una crescita più serena, equilibrata e circondata di affetto di quella che avrebbe ricevuto a casa nostra. Dico tutto questo per spiegare che la mia massima aspirazione sarebbe di vivere in un'Italia "olandesizzata", uno di quei posti dove si lavora per spingere sempre più avanti e sempre più in alto l'asticella delle libertà individuali. Fosse per me, le leggi italiane sarebbero sempre le più avanzate e aperte del mondo. Posto che questo è il mio sistema di valori, ho dovuto (specie da legislatore) venire presto a confrontarmi con la realtà di uno che la sorte ha voluto nascesse a Pescara e non a Delft e a chiedermi quale fosse il sistema migliore per far avanzare in Italia la condizione di tutte quelle persone che purtroppo non hanno né i diritti che avrebbero in Olanda e nemmeno quelli della cattolicissima cugina Spagna. E rapidamente ho capito che l'unica possibilità di farcela era quella dell'avanzamento progressivo delle libertà. Che tutti i passi in avanti che abbiamo fatto in Italia sono stati dovuti a leggi forse imperfette, ma che hanno cambiato in profondità il nostro Paese. Certo, mai in modo rivoluzionario. Ma se oggi siamo un paese più moderno e più aperto, al punto di poter essere io tranquillo che se mi venisse un colpo sarebbe Federico a decidere di me, lo dobbiamo a chi con pazienza si è fatto carico di portare a casa tutto ciò che si poteva in quel determinato momento. Abbiamo approvato un sacco di leggi imperfette: un divorzio che richiedeva sette (!) anni di separazione legale, una legge sull'aborto con il cavallo di Troia dell'obiezione di coscienza, una legge sulle unioni civili che ancora in qualche modo discrimina tra famiglie etero e gay. Bisogna ringraziare chi ha evitato la trappola del "meglio nessuna legge che questa legge", che alla fine tristemente ti lascia sempre senza nessuna legge. La situazione con il Ddl Zan è di nuovo questa: se aspirare a una legge secondo me molto ben scritta con il rischio concreto che non sia approvata, o se provare a portare a casa una norma che protegga efficacemente persone lesbiche, gay, bisessuali e trans dall'odio, dalla violenza o dalla discriminazione».

Con la consueta grazia si occupa di Scalfarotto anche Il Fatto che lo presenta nel ritratto di Tommaso Rodano (titolo: Ivan lo Zelig ora rinnega se stesso. E gli Lgbt si vendicano: “Eunuco”) come “il politico più odiato dalla comunità gay italiana”.

«Una settimana fa dichiarava "non emendabile" il testo votato alla Camera ("maggiori compromessi sono difficili da immaginare"), ora richiama a un responsabile accordo con i leghisti orbaniani ("senza ampio consenso al Senato si rischia il Vietnam"). È ambizione o una lealtà esasperata quella che gli fa pronunciare imbarazzanti "sì" alle richieste del capo, anche quando sacrificano un traguardo collettivo? Caratteristica indispensabile - la lealtà - per fare carriera nelle relazioni umane (e spingersi magari fino a una carica di sottogoverno), meno per guadagnarsi il rispetto di una comunità di persone. Un ritratto violentissimo, ma efficace dell'onorevole Scalfarotto è quello che gli ha dedicato ieri su Instagram Diego Passoni, conduttore radiofonico e voce ascoltata - lui sì - nel mondo Lgbt. Passoni ha citato Ivan sotto la definizione di "eunuco" ("Individuo privo delle ghiandole genitali, per difetto organico o in seguito a evirazione"). Con una generosa didascalia: "Ivan Scalfarotto incarna la condanna di chi ha fatto coming out da maschio gay in questo Paese: essere fintamente accettato, ma in realtà essere messo sempre nello stesso posto: quello dell'eunuco al servizio del re. Ben pagato per non dar fastidio a chi comanda. E mai autorizzato a essere più di un numero due". Un epitaffio devastante».

5 STELLE, MALDIPANCIA NELLE CITTÀ IN ATTESA DELL’ACCORDO

Prosegue la trattativa, per interposta persona, fra il Garante Grillo e l’aspirante Capo Conte. Ma nei 5 Stelle i timori per una rottura ancora possibile sono tanti. Emanuele Buzzi per il Corriere

«Tre ore di riunione - dalle 17 alle 20 - per lavorare ai punti intricati della trattativa da sbrogliare: il comitato dei sette saggi voluto da Beppe Grillo si muove. Si entra in una fase più calda, operativa, e ovviamente più delicata. I sette agiscono relazionando sia Beppe Grillo sia Giuseppe Conte (e anche i rispettivi legali) sul lavoro svolto. E ieri per la prima volta da giorni dai Cinque Stelle filtra «ottimismo». «Sono stati fatti passi avanti», viene fatto notare: un segnale non da poco in un quadro criptico. Prima dell'incontro già si parla di «problemi risolti per tre quarti, di un'intesa sul 75% sullo statuto». «I nodi sono racchiusi in venti parole, tre o quattro frasi in tutto su cui si può arrivare a un punto di incontro», assicura un pentastellato. La tensione però rimane alta. Uno dei saggi cerca di spegnere ogni polemica e di stemperare le indiscrezioni. «Silenzio totale», invoca. E prosegue: «Chi parla vuol far saltare il tavolo». La situazione è delicata e sia il garante sia l'ex premier soppesano le mosse dei sette con attenzione. La soluzione che si sta cercando deve essere convincente sia da un punto di vista dei contenuti sia da un punto di vista comunicativo: nessuno deve perdere il braccio di ferro. E la cortina del silenzio viene fatta calare anche intorno ai rispettivi staff. Anche i due duellanti fanno mezzo passo indietro. I piani B - gruppi autonomi contiani e triumvirato con Fico, Raggi e Di Maio - sono in naftalina in attesa dell'evolversi del negoziato. Uno dei problemi che il comitato affronta è quello dei tempi: per avere un numero «decoroso» di liste in campo alle Amministrative il M5S deve chiudere la partita delle beghe interne entro e non oltre il 15-20 luglio, in modo da poter dare il via libera nei territori all'uso del simbolo. La pressione è alta. Stefano Patuanelli assicura: «Cercheremo di essere brevi, ma ovviamente il tempo necessario ce lo prenderemo tutto». Anche il contiano Ettore Licheri assicura i senatori: «Andremo avanti a oltranza». Per rendere l'idea di quanto però sia importante ogni minuto, tra i pentastellati circola l'indiscrezione che la riunione interrotta alle 20 riprenda in serata e vada avanti durante la notte. C'è chi taglia corto: «Non c'è bisogno, riprendiamo domani». ma l'attesa nei gruppi è logorante. Le notizie dai sette - anche per evitare che vengano rivelate ai media - arrivano con il contagocce. «Vogliamo capire cosa sta accadendo, spero in un aggiornamento della situazione quanto prima», confida un parlamentare. L'incertezza, dopo settimane di prese di posizione, pesa. E non solo nel Movimento. Anche tra gli alleati c'è chi sottolinea come sia necessario un cambio di passo. Sulle liti interne al Movimento interviene anche Enrico Letta, ospite di «In Onda» su La7. «Temo l'instabilità e la rottura vorrei non accadesse, sarebbe regalo un regalo alle destre», dice il segretario dem. E prosegue: «Ora è fondamentale sostenere il governo Draghi e far sì che duri fino a fine legislatura». Letta al tempo stesso sottolinea le affinità che legano il M5S contiano al Pd: «I sondaggi dicono che Conte è una cosa un po' diversa dal M5S delle origini». «Io e Conte non siamo così diversi dal modo di porsi - aggiunge -. Io credo che alla fine conteranno i contenuti e i percorsi». Sul futuro, però, pesano le incognite che dovranno essere sciolte a breve. Ma dopo giornate a dir poco convulse, quella di ieri, sembra essere una giornata di svolta, la prima in cui tra i pentastellati si torna a guardare l'orizzonte con più serenità. «Un passo alla volta, però, non c'è bisogno di correre». E il primo passo verso il disgelo sembra fatto».

Luca De Carolis per il Fatto sottolinea le difficoltà a livello locale.  

«I Cinque Stelle che stanno di sopra, quelli nel governo e nei Parlamenti, discutono e discuteranno. Per altri giorni, forse almeno per un'altra settimana. Perché la mediazione del comitato dei sette sullo Statuto, quella per non cadere nel pozzo della scissione, è l'ultima occasione e non si può sbagliare E poi, anzi soprattutto, serve tempo per far sbollire Beppe Grillo, il Garante che è un'eterna variabile. Però sui territori ciò che resta del Movimento mastica rabbia e vorrebbe urlare di dolore. Perché a ottobre ci sarebbero le Amministrative, e mentre ai piani alti si discute di norme, diarchie e agibilità politica, i 5Stelle nelle città rischiano di ritrovarsi sbaragliati senza neppure aver giocato: privi di candidati, coni (pochi) accordi cancellati o sminuiti, insomma ai margini. "E poi dovremmo fare le liste, verificare nomi e curriculum" ricordano da più parti. Ergo, il tempo sarebbe già scaduto. Eppure il contiano dei contiani, il ministro Stefano Patuanelli, deve dire la verità sulla tempistica del comitato di cui fa parte: "Cercheremo di essere brevi, ma ovviamente il tempo necessario ce lo prenderemo tutto". E dal M5S traducono: "Potrebbe servire tutta la settimana". Dovrebbe star bene anche a Giuseppe Conte, il possibile capo che venerdì scorso era in procinto di dire addio e ora nei colloqui privati ripete che lui non ha obiezioni, "il comitato vada pure avanti, a patto di mantenere l'impianto e i punti fermi del mio Statuto, altrimenti...". Altrimenti, l'avvocato è pronto a salutare, perché la diarchia con Grillo non la accetterà mai. Nell'attesa, ci sono i danni già evidenti dello scontro tra il Garante e il rifondatore. E si può ripartire dalla Calabria, dove la candidata dei giallorosa Maria Antonietta Ventura si è fatta di lato venerdì scorso. Così ieri i parlamentari calabresi del M5S si sono riuniti e la maggior parte ha proposto di candidare un 5Stelle come nome della coalizione, "perché ormai è tardi per trovare qualcuno della società civile". Ma c'è anche chi ha rimesso in discussione l'alleanza con Pd e Leu, proponendo di convergere sull'ex sindaco di Napoli Luigi de Magistris. Perché in assenza di guida politica, torna un'ipotesi. Problemi diversi ma ugualmente rumorosi a Bologna, dove il veterano Max Bugani è stato il mastice dell' accordo tra il Movimento e il centrosinistra, cementato dal sostegno dei grillini e dello stesso Conte alla candidatura del dem Matteo Lepore, vincitore delle primarie. Il 14 luglio Lepore partirà con la Fabbrica del programma, dieci tavoli sui temi. Però poi c'è il M5S che non sa ancora se l'ex premier sarà o meno il suo capo. E c'è Bugani che deve tenere i gomiti alti per gli attacchi della renziana Isabella Conti, battuta da Lepore ("Da lei una provocazione continua"). Perché è evidente, una parte del Pd e figurarsi Italia Viva ora puntano a buttare fuori i 5Stelle dalle città dove si è costruita o dove si sta immaginando un'intesa comune. D'altronde la paralisi del Movimento nazionale sta provocando danni anche a Torino, dove l'accordo con il Pd si è già rivelato impossibile. Ma adesso i 5Stelle dovrebbero almeno darsi un candidato. Dovrebbero ma non possono, in tempi di comitati sullo Statuto. Un nodo innanzitutto per la sindaca uscente Chiara Appendino, che Conte vorrebbe nella segreteria del suo M5S. Stasera Appendino sarà a Roma per partecipare domani alla manifestazione nazionale dei sindaci. In programma, assicurano, ha solo incontri istituzionali. Ma chissà se la sindaca troverà tempo per vedere anche alcuni dei maggiorenti del Movimento. Quel M5S dove il comitato si è trincerato nel silenzio. Sulle riunioni, tutte online, filtra pochissimo. Ma uno dei temi è sicuramente l'elezione dei referenti o segretari regionali. E la mediazione potrebbe essere di far votare agli iscritti nomi proposti dal presidente, cioè da Conte. Mentre il reinserimento del Codice Etico sul tavolo ha riportato tra i temi in discussione il vincolo dei due mandati. Un punto su cui sia Grillo sia l'avvocato vogliono consultare la base sul web, certo. Ma il quesito in quel caso farà tutta la differenza del mondo. Un altro nodo, per il M5S che è tutto un guaio».

Torna sulla vicenda del Movimento 5 Stelle Maurizio Belpietro dalle colonne de La Verità.

«La verità è che il partito di Conte sta molto nella testa dello stesso Conte e dei suoi supporter, ma poco nella realtà, perché creare da zero un movimento è cosa che è riuscita a Silvio Berlusconi e anche a Beppe Grillo, due abituati a infiammare le piazze, ma è andata male a tutti gli altri che ci hanno provato. La strada che porta a Montecitorio è lastricata di fallimenti, da quello di Mario Monti a quello di Antonio Ingroia, passando per Italia unica di Corrado Passera e per Fare per fermare il declino di Oscar Giannino, senza dimenticare Possibile di Giuseppe Civati. Sì, tutti erano convinti di fare il pieno, ma una volta aperte le urne sono rimasti a mani vuote o quasi. Conte però, dicono alcuni, non guarda alle elezioni, ma a un orizzonte più vicino, cioè a come non rimanere tagliato fuori dalla nomina del futuro presidente della Repubblica. È possibile, ma capeggiare una scissione non è il miglior modo per sedersi al tavolo delle trattative, perché ci si arriva indeboliti, lasciando spazio al centrodestra, come ha detto con crudo realismo Matteo Renzi, uno che quando c'è da fare qualche operazione spregiudicata è sempre pronto. Dunque, più passano i giorni e più il bluff dell'ex presidente del Consiglio appare evidente. Quando Berlusconi e Gianfranco Fini si scontrarono, il leader di An replicò: «Che fai, mi cacci?». Oggi, a Conte, Grillo potrebbe dire: «Ma 'ndo vai?» e la frase rappresenterebbe l'epitaffio per un'ambizione smisurata».

FELTRI, IL VERO JOLLY DEL CENTRO DESTRA A MILANO

C’è una certa euforia nel centro destra, perché finalmente Berlusconi avrebbe dato il via libera al medico Bernardo come candidato sindaco di Milano. Ma soprattutto perché scenderà in campo Vittorio Feltri come capolista della Meloni a Milano. Fabrizio De Feo per il Giornale.

«Sondaggi decisamente incoraggianti per Roma e un nome pesante nelle liste milanesi, quello di Vittorio Feltri. Nel cammino di avvicinamento verso la stretta finale per le candidature arrivano due buone notizie per il centrodestra. La prima riguarda il prescelto nella corsa per il Campidoglio. Una rilevazione svela che Enrico Michetti, in ticket con Simonetta Matone, può davvero vincere le elezioni romane. Gli ultimi dati lo danno in testa con il 38% dei consensi. Ma se alcuni sondaggi lo vedevano fino a qualche settimana fa in difficoltà al ballottaggio, ora secondo Termometro Politico anche al secondo turno Michetti potrebbe farcela (fermo restando che resta difficile misurare l'astensione tra primo e secondo turno). (…) Al netto dei sondaggi per Roma, il centrodestra si appresta oggi alla stretta finale per chiudere le candidature ancora in bilico, quelle che riguardano Milano, Napoli e Bologna. La scelta per Palazzo Marino sembra ormai acquisita. Il centrodestra punterà su Luca Bernardo, 54 anni, responsabile della Casa pediatrica dell'ospedale Fatebenefratelli, con Gabriele Albertini vicesindaco e un assessore forte per Fratelli d'Italia. Berlusconi lo ha sentito ieri e ha dato il via libera. Ma la grande sorpresa è stata annunciata ieri. Giorgia Meloni, durante la presentazione del suo libro a Milano, ha tirato fuori un importante jolly dal mazzo. «Sono fiera di annunciare non solo che il direttore Vittorio Feltri ha deciso di iscriversi a Fratelli d'Italia, ma anche e soprattutto che lo abbiamo convinto a guidare la lista di Fratelli d'Italia alle prossime elezioni amministrative. Sono sempre stata certa che Milano fosse contendibile: il fatto di godere di ottima stampa non vuole dire necessariamente godere anche del consenso dei cittadini. Luca Bernardo mi ha fatto un'ottima impressione, è un profilo di grande serietà e umanità, e da madre non posso che avere una passione per un pediatra». Peraltro non è escluso che nella famosa squadra per Milano possano rientrare alcuni degli ex papabili, Roberto Rasia, Annarosa Racca, Oscar di Montigny. Sui social, però, molti attivisti meridionali di FdI protestano per la candidatura di Feltri, reo in passato di aver offeso il Sud. Nel vertice di oggi, salvo sorprese dell'ultimo minuto, si chiuderà l'accordo per Napoli sul pm Catello Maresca che ha stemperato il veto sui simboli di partito: quelli di Forza Italia e Fratelli d'Italia saranno sulla scheda accanto alle liste civiche, la Lega sta ancora decidendo. Resta il nodo Bologna che il vertice cercherà di sciogliere. Le posizioni restano invariate. Silvio Berlusconi insiste su Andrea Cangini, senatore azzurro, già direttore di Qn. La Lega continua a preferire un nome civico, Fabio Battistini o Roberto Mugavero».

IL PAPA OPERATO AL GEMELLI

Con il passare delle ore si è capito che il ricovero di Papa Francesco al Policlinico Gemelli non è stato poi così di routine. Paolo Rodari per Repubblica sostiene che i medici hanno dovuto cambiare programma durante l’intervento chirurgico. Dalla prevista laparoscopia ad un’operazione a cielo aperto.

«Non è stato un intervento chirurgico semplice, quello a cui domenica pomeriggio si è sottoposto papa Francesco al Policlinico Gemelli per stenosi diverticolare del sigma e quindi con la resezione di un tratto del colon. Ma l'esito è stato positivo. Infatti, non è stata necessaria alcuna colonstomia, in sostanza le due parti del colon sono state ricongiunte subito e senza complicanze. Adesso il Papa, 84 anni, si trova nella sua stanza al decimo piano dell'ospedale, ma come tutte le persone della sua età è con i macchinari della terapia intensiva accesi per motivi precauzionali. Le sue condizioni generali, ha comunicato il portavoce vaticano Matteo Bruni, sono «buone», il Papa «è vigile e in respiro spontaneo». L'operazione è iniziata verso le 18.30, dopo tutta una serie di esami necessari. Sarebbe dovuta durare in tutto circa un paio d'ore. Invece, iniziata in laparoscopia, è durata più di tre, con la necessità anche di operare a cielo aperto. Per colpa, infatti, di un piccolo precedente intervento chirurgico addominale, non è stato possibile infilare i "braccini" robotici che servono per operare. Così si è preferito cambiare metodo. Una settimana prima alcuni gendarmi erano passati al Gemelli per visionare che tutto fosse organizzato nel modo giusto. L'ultimo "sì" all'intervento doveva comunque darlo il Papa il quale, alla fine, ha scelto di optare per i primi giorni di luglio, ovvero l'inizio dei suoi consueti giorni di riposo estivo. Francesco, come già a Buenos Aires, ama riposarsi rimanendo a casa propria, continuando a incontrare gente ma senza udienze ufficiali. La situazione al momento è tranquilla. Al Papa non è venuta la febbre, una possibilità che i medici avevano messo in conto a causa di infezioni che in questi casi possono essere frequenti. Francesco, con ogni probabilità, dovrà restare in ospedale almeno sette giorni prima di poter far ritorno a Casa Santa Marta. Per questo c'è chi prevede che la recita dell'Angelus di domenica prossima possa avvenire col Papa che si affaccia dalle grandi finestre del nosocomio romano, come avvenne per Giovanni Paolo II durante i suoi ricoveri. (…) La stanza del Papa ha grandi finestre che si affacciano sull'ingresso principale dell'ospedale. Lo stesso Giovanni Paolo II, per la sua ripetuta frequentazione, ribattezzò questi luoghi "il Vaticano n. 3", dopo il Palazzo apostolico e la residenza di Castel Gandolfo. Tanti fedeli in queste ore stanno pregando per Francesco. Anche Benedetto XVI, Papa emerito, si è unito alle preghiere. Monsignor Georg Gänswein, segretario personale di Ratzinger e prefetto della Casa Pontificia, ha detto: «Papa Benedetto rivolge un pensiero affettuoso e prega fortemente per papa Francesco». E ieri anche il presidente dei Vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti, ha mandato al Pontefice un messaggio augurale: «La attendiamo domenica prossima, dalla finestra del Palazzo Apostolico, per pregare insieme l'Angelus e ascoltare la Sua parola».

Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, commenta nell’editoriale di prima pagina l’operazione a cui si è sottoposto il Papa.

«Domenica 5 luglio, all'Angelus, ha sorriso ancora una volta, dalla romana finestra sul mondo che da qualche settimana è tornata ad aprirsi anche se le soffocanti nubi della pandemia non si sono diradate del tutto. E, ancora una volta, come ogni volta che incontra i tanti o i pochi, ha chiesto: «Per favore, pregate per me». Francesco è fatto così. E ha fatto così pure nel giorno in cui stava andando a operarsi al Gemelli, senza dircelo in quel momento. Anche se in quel momento avrebbe ben potuto annunciarlo, perché il Papa «preso quasi alla fine del mondo» è fatto così. Ma non si vuol scrivere anche qui dell'operazione a cui papa Francesco è stato sottoposto, del problema fisico che - come tanti di noi - ha affrontato, del giusto colore e calore sul «Vaticano terzo», l'eccellente luogo di scienza e di medicina che lo ha accolto e che uomini e donne di fede (con buona pace di chi continua a opporre le une all'altra) continuano a costruire e a custodire. Qui si vuol scrivere di quella richiesta di preghiera, uguale e diversa dalle tante altre che Francesco, anno dopo anno, ci consegna con gentile e familiare semplicità. E non per ragionare sul clamore provocato e sui sentimenti - diciamo così - automaticamente mossi dalla notizia del 'Papa in ospedale', ma su ciò che ha suscitato e può ancora suscitare la conferma della naturale fragilità di questo Papa, ottantaquattrenne ma così 'forte' da farlo scordare a noi che lo seguiamo e lo ascoltiamo. Qui ci vuol soffermare su quella richiesta ripetuta, e nuova: «Per favore, pregate per me». Ogni volta che glielo sentiamo dire, a tanti di noi sembra un po' strano che sia il Papa a chiedere preghiere a sostegno della propria umana debolezza e della necessaria forza nel 'mestiere' che è chiamato a svolgere. Il Papa, ovvero colui che guida il popolo che riconosce e prega quel Dio che Gesù Cristo ci ha pienamente rivelato. Il leader religioso - come si dice oggi - che più di tutti al mondo (in un mondo in cui ancora e sempre si prega in tanti modi diversi) 'orienta' la preghiera che unisce la terra e il cielo. Sembra strano perché parecchi di noi, soprattutto nel Nord del pianeta ricco e disperante, hanno dimenticato persino come si prega e, prima ancora, hanno perso il senso della preghiera (sino a confonderla con gli strumenti che l'accompagnano). Ma sembra strano anche perché un cattolico non dovrebbe aver bisogno di essere chiamato a pregare per il Papa, perché questa preghiera è il 'regalo' che la Chiesa - cioè le persone che la costituiscono e la rendono viva - fa da sempre al successore di Pietro. Non c'è liturgia o grande riunione comunitaria in cui non ci sia anche la preghiera per il Papa. Francesco però - e chi lo conosce da tempo, testimonia che questo accadeva pure prima che divenisse vescovo e, infine, pontefice - chiede insistentemente una preghiera personale a ognuno di noi. Un dono piccolo e grandissimo. E magari più di qualcuno l'ha preso come un invito di maniera. Anche perché, nella mentalità comune, sono casomai gli uomini e le donne di Dio che pregano per noi. E per noi speriamo che preghino - come ripetiamo soprattutto in liete o dolorose occasioni solenni - i Santi e le Sante di Dio. Eppure l'invito non è mai stato di maniera, e soprattutto ora non lo è. Sì, proprio adesso dovremmo saper rispondere come sappiamo e possiamo. Nei giorni più terribili del coronavirus, papa Francesco ha pregato per noi come forse nessun altro. Ha trovato e seminato parole giuste e profonde per parlare a Dio e agli uomini e alle donne di ogni dove, ai cristiani e a coloro che nutrono altre fedi. E ha trovato e seminato pensieri come preghiere buoni per tenere per mano coloro che non credono. Tante di quelle preghiere e tanti di quei pensieri in queste ore sono restituiti con gratitudine, e con affetto di figli e di fratelli. È giusto che il Papa lo sappia».

MATTARELLA A PARIGI, DA MACRON

Marzio Breda, quirinalista del Corriere, spiega il senso della visita oltralpe del nostro Capo dello Stato.

«L'interminabile applauso che riceve alla Sorbona lo imbarazza forse più dell'omaggio, altrettanto lungo, che ebbe alla Scala di Milano, quando lo si vide allungare le mani davanti a sé raccomandando un «basta ho capito grazie». E lo stesso disagio vale per le lodi che ascolta durante il pranzo all'Assemblea nazionale, perché «ha contribuito a rivalutare l'immagine dell'Italia», mentre Macron gli aveva espresso poco prima tutta la propria «ammirazione». Si rischia l'enfasi retorica, nel raccontare la giornata di Sergio Mattarella a Parigi, ieri. Ma il suo successo è un successo dell'Italia ed è un fatto che solo grazie a lui si è definitivamente risolta una dura crisi diplomatica tra i due Paesi. Alla faccia di chi sostiene che i capi dello Stato non dovrebbero mai occuparsi di politica estera. Ricordate? Lo scontro si era aperto nel 2019 con la trasferta in Francia dell'allora vicepremier a 5 Stelle, Luigi Di Maio, «per dare solidarietà ai gilet gialli» (frange violente comprese) in guerra contro il governo francese. Risultato: richiamo dell'ambasciatore a Roma, Christian Masset, e immediato congelamento dei rapporti. Una frattura cui si aggiunse poi l'incresciosa sortita dell'allora nostro ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che volle disertare un vertice sui migranti, convocato qui, perché «noi non prendiamo ordini dall'Eliseo». Incidenti dimenticati, adesso. Clima disteso e amicizia recuperata. Anzi, «più salda di prima», stando a Emmanuel Macron, con una ripartenza della cooperazione bilaterale nel nome di un'Unione europea da far progredire. È soprattutto Mattarella a dare slancio a questa idea, con l'ansia di mettere in cantiere un «patto per una nuova Europa» - potremmo chiamarlo così - assieme al padrone di casa. Certo, serviranno approfondimenti. Ma contano già le riflessioni nelle quali si è confrontato con il collega d'Oltralpe (con il quale ha «una convergenza d'intenti su ogni dossier»), oltre che con le istituzioni e con il mondo della cultura francesi. Il punto politico, nitido nell'intervento alla Sorbona, è la richiesta di un deciso scatto in avanti, per l'Unione. Con l'obiettivo di una sovranità continentale condivisa. Insomma, rispetto a chi (anche in Italia) vorrebbe «meno Europa», il capo dello Stato rivendica «più Europa». E allarga la visione dell'europeismo prossimo venturo, con impliciti no a tesi e «manifesti» che stanno facendo rumore. Un no, senza nominarli ma il suo retropensiero si lascia capire, va ai fautori delle democrazie illiberali, come l'ungherese Viktor Orbán, che si sente troppo stretto nella camicia dell'Ue e a giorni alterni la critica: «Occorre chiarezza, il prezzo è la drastica decisione dell'abbandono», ricorda Mattarella. Un altro no va alle Nazioni cosiddette «frugali», vogliono fare le frugali a casa d'altri e si mostrano per partito preso contrarie al debito europeo e alla fiscalità comune, unico mezzo per superare la doppia crisi, della pandemia e dell'economia. E no, ancora, a certi Paesi del Nord Europa, che pretendono di impartire lezioni su quasi tutto e scordano di riconoscere i diritti umani ai profughi. È il capitolo che sta forse più a cuore a Mattarella, questo. E anche il più delicato, nei colloqui di Parigi, che mantiene controlli arcigni alle proprie frontiere. Ne discute durante il colloquio con Macron, spiegandogli con toni desolati che «in Italia qualcuno si illude che si possa mettere il cartello divieto d'ingresso dall'Africa». Una metafora per sottolineare quanto sia appunto «illusorio» l'approccio muscolare al problema. Mentre, insiste con un suo leit motiv, bisogna «combattere la tratta di uomini» e «la clandestinità, governando il fenomeno tutti insieme». La questione è dunque europea, ripete. Non solo dei Paesi di prima accoglienza, come l'Italia. E qui incontra la piena condivisione di Macron».

Daniel Cohn-Bendit dalle colonne de La Stampa commenta i rapporti fra Italia e Francia, spiegando che dall’alleanza fra Parigi e Roma può arrivare la spinta ad allargare la linea europea del Recovery Fund:

«L'Italia e la Francia devono fare squadra per spingere la Germania ad accettare un nuovo Recovery Fund. È il messaggio di Daniel Cohn-Bendit, l'ex leader del Maggio '68 che tra il 1994 e il 2014 è stato per quattro legislature al Parlamento europeo con i Verdi. Secondo il politico franco-tedesco, però, non sarà tanto l'uscita di scena di Merkel a cambiare gli equilibri, quanto un possibile ingresso degli ecologisti nel governo di Berlino. Quindi si illude chi pensa che il post-Merkel regali più spazi all'asse franco-italiano? «Credo che il potere di Merkel in Europa sia stato un po' sovrastimanto, nel senso che il suo potere era legato alla forza economica della Germania e non tanto a Merkel in sé. Anche chi prenderà il suo posto sarà alla testa del Paese più potente economicamente. L'Ue deve trovare la forza di adottare un secondo Recovery Fund e questo dipenderà dalla capacità della Francia e dell'Italia, oltre che della Spagna, di fare da contrappeso a una politica tedesca molto centrata su se stessa». Seppur non sufficiente, però, l'asse franco-tedesco viene considerato indispensabile per l'equilibrio dell'Europa: non trova? «Sì, ma l'asse franco-tedesco ha funzionato molto bene con Schmidt-Giscard d'Estaing e con Kohl-Mitterrand per lanciare l'euro, mentre con la coppia Chirac-Schroeder ha funzionato soprattutto sull'Iraq. Ma da allora, ogni volta che bisognava pensare a un piano di stabilizzazione economica, non c'è stato un asse franco-tedesco per via della Germania. Ricordiamoci che Hollande ha dovuto tirare il freno d'emergenza all'ultimo momento per impedire a Merkel di spingere la Grecia fuori dall'Eurozona». Con Macron e Merkel l'asse non ha funzionato? «Da tempo Macron cercava di convincere Merkel ad accettare un piano di ripresa con debito comune, ma c'è riuscito soltanto grazie alla pandemia, quando lei ha capito che non si poteva fare altrimenti. Si è sempre rifiutata perché bloccata dalla Bundesbank, dal suo partito. Ma ora, per superare la crisi, serve un piano per la modernizzazione dell'economia europea». Il fatto che al governo italiano ci sia Mario Draghi può fare la differenza? «Se Francia, Italia e Spagna si mettono d'accordo, la maggioranza della Bce seguirà su questa linea. Certo, magari il governatore tedesco sarà contrario, ma Draghi ha una sua legittimità economico-finanziaria».

LA SCOMPARSA DI RAFFAELLA CARRÀ

È scomparsa a 78 anni, per una grave malattia che da tempo l’aveva colpita, la show girl Raffaella Carrà. Molti i ricordi e gli articoli della stampa italiana a lei dedicati. Per la Versione abbiamo scelto il Caffè di Massimo Gramellini sulla prima pagina del Corriere.

«Raffaella Carrà era tante cose, troppe per un articolo smilzo come questo. Ma per le generazioni cresciute con «Canzonissima» e «Milleluci» è stata anzitutto la scoperta dell'eros. Un eros bonario: intriso di mistero, ma privo di perversione. Quelle gonne lunghe, gettate via a metà del balletto per scoprire gambe che in tv sembravano infinite. Il caschetto biondo, dimenato davanti agli occhi come un sipario instabile. Il mantello stellato di Maga Maghella. Le braccia aperte in posture benedicenti da madonna. E naturalmente l'ombelico: il primo, il definitivo. La Carrà era la personificazione della femminilità e piaceva agli uomini, alle donne, ai gay e ai bambini, soprattutto agli orfani: in lei, che non aveva figli, vedevano un surrogato accogliente della madre. Quando lo raccontai in un libro, mi mandò un biglietto: «Le sere in cui eri piccolo e solo, avrei voluto uscire dal televisore per abbracciarti». E di sicuro lo avrebbe fatto, perché il suo talento era guardare la telecamera come se fosse sempre sul punto di attraversare lo schermo per venirsi a sedere sul divano accanto a ciascuno di noi. Senza carrambate, con la forza tranquilla della consuetudine. Raramente la morte di un personaggio pubblico aveva prodotto una sensazione così lancinante di perdita e al tempo stesso di incredulità. Forse la Carrà ci è stata davvero seduta accanto per tutta la vita. E forse è ancora lì, con l'ombelico e il resto, perché le maghe come lei non muoiono fino a quando restiamo vivi noi».

Per chi vuole, ci vediamo dalle 16.50 su 10alle5 Quotidiana  https://www.10alle5quotidiano.info/ per gli aggiornamenti della sera.