L'Opa Usa sull'Italia alla francese

Incubo Covid in Europa, Germania compresa. In Italia presto nuovi divieti. Opa americana su Tim, ma i francesi di Vivendi resistono. Che fa Draghi? I 5S: una donna per il Colle. Renzi vuole Gentiloni

L’incubo Covid in Europa è sintetizzato nella brutale frase del ministro della Salute tedesco Spahn. A fine inverno saremo o tutti vaccinati o tutti guariti o tutti morti. Anche da noi sale la preoccupazione per questa ondata di Natale e i Presidenti di Regione spingono perché già questa settimana il governo assuma nuove misure anti Covid. Le possibilità riguardano soprattutto l’anticipazione del richiamo, l’accorciamento del Green pass e nuovi limiti agli ingressi nei luoghi di svago. Domani cabina di regia, entro la fine della settimana un nuovo Consiglio dei Ministri. Dai dati della campagna vaccinale, la notizia positiva è la nuova accelerazione del ritmo delle somministrazioni. Siamo tornati ai livelli di metà settembre, nella media settimanale. Pesano le terze dosi, certo ma è un’inversione di tendenza.

Lanterne verdi. Parliamo ancora della crisi umanitaria fra Polonia e Bielorussia. Ieri il premier Draghi ne ha parlato al telefono con il presidente russo Putin. Mentre Tarquinio su Avvenire rilancia l’iniziativa di accendere le luci verdi per un Natale di solidarietà con i profughi.

Scherzo del destino. Nella settimana del nuovo Trattato Italia-Francia, esplode il caso della Tim. Sull’azienda telefonica il fondo americano Kkr ha presentato un’Opa amichevole, che però non piace affatto ai francesi di Vivendi. Ieri il titolo dell’azienda è schizzato in Borsa. Mentre il governo ha dato tre criteri su una vicenda che è comunque strategica per il nostro Paese. Ma i commentatori oggi si dividono su alcune domande, che non riguardano solo l’economia ma anche la politica. Per chi parteggia Draghi? E per chi fa il tifo Macron, visto che ha pessimi rapporti con il filo sovranista Bollorè, grande finanziatore del suo avversario Zemmour? A turbare la vigilia del Trattato del Quirinale ci si mette oggi anche una rivelazione stampa sugli accordi segreti di Parigi con Al Sisi. Per bombardare la Libia. Folli arriva addirittura a vedere un intreccio fra Tim e corsa al Quirinale.

A proposito di Quirinale il Presidente, ieri in visita alla Sapienza, è sembrato quasi divertito, sicuramente sollevato, nel ricordare che sta lasciando il Palazzo che fu dei Papi. I 5 Stelle pensano ad una donna candidato, Bindi o Finocchiaro. Mentre Renzi vuole lanciare Gentiloni. Gramellini torna a raccomandare: lasciate in pace Mattarella. Ma il Pd insiste perché resti.    

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Incubo Germania per l’esplosione della pandemia. Il Corriere della Sera è ancora sulle nuove regole: Green pass, decisa la stretta. Avvenire sintetizza così: Terze dosi prima. Il Fatto cerca di dare la colpa al governo attuale sulle terapie intensive: Un anno buttato: rianimazioni al palo. Il Giornale si aspetta divieti per chi non si vaccina: No Vax all’angolo per salvare il Natale. Il Quotidiano Nazionale sottolinea l’anticipo del richiamo: Terza dose urgente, si anticipa a cinque mesi. Il Manifesto si concentra sui divieti nei locali: No vax, no party. Il Mattino ancora sul richiamo: La terza dose dopo cinque mesi. Così come fa il Messaggero: La terza dose al quinto mese. Le Regioni: divieti ai No vax. La Repubblica mette nel mirino forze dell’ordine e scuole: Vaccino, verso l’obbligo per agenti e professori. La Stampa è generica: La stretta sui non vaccinati. La Verità è sempre sulle barricate anti siero: Nuove emarginazioni per i no vax ma un’altra via esiste. E funziona. Libero titola con un’equazione su “chi alimenta la pandemia”: No Vax = Sì Covid. Sull’Opa amichevole degli americani criticata dai francesi va Il Sole 24 Ore: Tim, Vivendi: offerta Krk troppo bassa. Domani è ancora contro il Presidente della Liguria: Toti e i soldi dell’armatore. Grandi affari per chi paga i comitati del Presidente.

COVID, LA STRETTA DI NATALE

Domani cabina di regia, in settimana il Consiglio dei Ministri. Molte le ipotesi sul tappeto mentre il Covid avanza in tutta Europa. I Presidenti delle Regioni insistono: senza questi interventi si andrebbe dritti alle chiusure per tutti. Il punto di Sarzanini e Guerzoni per il Corriere.

«Il Covid avanza in tutta Europa, torna a bussare alle porte degli italiani e Palazzo Chigi accelera verso il nuovo decreto, destinato ad avere un forte impatto sulla vita delle persone. Chi non si vaccina non potrà sedersi al ristorante, andare al cinema, a teatro, allo stadio, in discoteca, a sciare, o frequentare palestre e piscine. Per salvare il Natale e la stagione turistica invernale e per smuovere lo zoccolo duro di 7,6 milioni di no vax, il governo sposa la linea dura, come invocano i presidenti delle Regioni: dal super green pass, che non si otterrà più con il tampone, fino all'obbligo vaccinale per alcune categorie. La filosofia di fondo è scongiurare nuovi lockdown generalizzati. «Sono ore molto delicate, stiamo valutando ulteriori scelte nell'interesse del Paese dentro questa battaglia ancora aperta contro il virus», ha detto Roberto Speranza prima di entrare al vertice con le Regioni. Il ministro della Salute guarda con ansia al dramma della Germania, sintetizzato con una immagine agghiacciante dal ministro Jans Spahn: «Alla fine dell'inverno quasi tutti i tedeschi saranno vaccinati, guariti o morti». L'Italia sta meglio, eppure il Covid corre e ora anche Mario Draghi vuole allungare il passo. «Non possiamo aspettare che il virus detti le regole - sprona Attilio Fontana - Dobbiamo tutelare chi ha fatto il proprio dovere». Super green pass Il certificato verde diventerà un «super green pass». Vale a dire che non si otterrà più con il tampone, ma solo con il vaccino o con la guarigione dal Covid. Il nodo da sciogliere, domani nella cabina di regia politica con il premier e poi nel Consiglio dei ministri, è se le nuove regole scatteranno quando una regione entra in zona gialla o arancione, come chiedono tanti governatori, o se debbano valere per tutti anche in zona bianca. «Restrizioni da subito per i non vaccinati a prescindere dal colore», alza l'asticella Forza Italia con il calabrese Occhiuto. Mascherina all'aperto. Il governo potrebbe maturare l'idea di imporre il ritorno della mascherina all'aperto per tutti, sull'intero territorio nazionale. Lo ha proposto il governatore veneto Luca Zaia ma la decisione non è presa. Terza dose. Quel che invece è deciso è l'anticipo della terza dose dopo 5 mesi dal completamento del ciclo vaccinale primario. L'Aifa ha dato il via libera «in un'ottica di massima precauzione». Speranza inoltre sta lavorando per sbloccare la dose booster per tutti, senza più limiti di età. Controlli dall'estero. A Palazzo Chigi assieme al ministro della Salute c'erano Mariastella Gelmini, responsabile dei Rapporti con le Regioni e il sottosegretario alla presidenza, Roberto Garofoli. I governatori, guidati da Massimiliano Fedriga, erano in videocollegamento. «Le chiusure generalizzate dopo le vaccinazioni non sarebbero sopportabili - ha dato la linea il presidente della Conferenza - Chi è vaccinato deve avere minori restrizioni». Per salvare le attività commerciali le Regioni hanno chiesto il green pass per i soli immunizzati e maggiori controlli per chi arriva dagli Stati esteri dove alto è il numero dei contagi. Il sì di Salvini. E poiché proprio ieri Fontana e Zaia avevano incontrato Matteo Salvini, sembra scontato che il leader della Lega non si opporrà alle nuove misure. Sanitari ed Rsa. Nel decreto ci sarà anche l'obbligo di terza dose per i sanitari e i lavoratori delle Rsa. «C'è una certa indolenza anche nel personale medico», ha bacchettato il presidente della Liguria Giovanni Toti. Obbligo vaccinale. È l'arma finale, che mette d'accordo Confindustria e la Cgil e di cui si parlerà già oggi nelle riunioni a Palazzo Chigi che precederanno la cabina di regia e il Consiglio dei ministri di domani. Landini e Bonomi chiedono l'obbligo vaccinale per tutti, ma il governo è cauto e valuta l'imposizione ad alcune categorie, come gli insegnanti, le forze dell'ordine e i dipendenti della pubblica amministrazione che stanno allo sportello. L'obbligo potrebbe partire dal 15 dicembre. Bus e metro. Le Regioni e il ministro Speranza sono favorevoli al green pass per autobus e metropolitane, ma il ministro Giovannini non sarebbe convinto. Green pass breve. Diversi governatori spingono perché la durata del green pass venga accorciata dai 12 ai 9 mesi, o addirittura a 6. Tamponi. Sul tavolo del governo e del Cts c'è anche il tema dei tamponi. Se passerà il green pass cosiddetto 2G, concesso solo a vaccinati e guariti, i tamponi resteranno fondamentali per le persone che devono recarsi al lavoro. Ma nel governo si discute dell'affidabilità dei test. E anche della loro durata, che potrebbe scendere da 72 a 48 ore per i molecolari e da 48 a 24 per gli antigenici».

A FINE INVERNO: “VACCINATI, GUARITI O MORTI”

La Germania è in piena emergenza da pandemia. Frase choc del ministro tedesco della Sanità Spahn. Alessandra Muglia per il Corriere.

«Prima è arrivata la previsione choc del ministro della Salute: «Alla fine dell'inverno in Germania saranno quasi tutti vaccinati, guariti o morti» ha ammonito Jens Spahn di fronte all'avanzata feroce della quarta ondata. Poche ore dopo è stata Angela Merkel, in carica per l'ordinaria amministrazione, a ribadire tutta la sua inquietudine sull'inadeguatezza delle misure attuali, decise giovedì scorso, con la politica divisa sul da farsi nel mezzo di un cambio di governo: «Non sono sufficienti - ha detto la cancelliera davanti al presidio della Cdu -. Siamo in una situazione drammatica, che supererà tutto quello che abbiamo avuto finora». Fosca previsione. La Germania ha deciso di limitare gran parte della vita pubblica solo ai vaccinati o ai guariti nelle aree dove ci sono ospedali in sofferenza; in generale l'accesso ai mezzi pubblici e ai luoghi di lavoro è consentito solo a chi è vaccinato, guarito o in possesso di un tampone. Si esclude la chiusura di scuole e negozi, contando su un'accelerata sulle dosi: Spahn vorrebbe immunizzare oltre 27 milioni di tedeschi entro Natale. Ma secondo Merkel né queste misure né una più rapida diffusione dei vaccini (che peraltro ancora languono sotto il 70%, scivolando giù fino al 60% in molte regioni dell'Est) basterebbero a far riprendere il Paese grande malato d'Europa. I dati record sul contagio (con un'incidenza settimanale salita a 386,5 su 100 mila abitanti) e l'allarme delle terapie intensive delineano il «dramma» che Merkel evoca da settimane. Ad aggravare la situazione il fatto che questa quarta ondata è affrontata in Germania con 4 mila posti in meno nelle terapie intensive: molto personale para medico si è licenziato o ha ridotto l'orario di lavoro, sfinito. La Cancelliera ha invitato i 16 Länder, cui spetta la competenza primaria in materia di salute, a prendere provvedimenti drastici. I governatori hanno già accettato la sua proposta di aumentare le restrizioni in base ai ricoveri: sopra 3 nuove ospedalizzazioni settimanali per 100 mila abitanti, entra in vigore in ogni Land la regola che consente l'ingresso a manifestazioni, eventi al coperto e locali pubblici soltanto a vaccinati e guariti. Sopra quota 6 su 100 mila invece verrà richiesto in più anche un test negativo. Diversi Länder stanno già stringendo: la Baviera ha annunciato il lockdown per i non vaccinati e anche Berlino sta valutando un irrigidimento delle misure per escludere i non immunizzati dalla vita pubblica. Mentre da più parti si chiedono misure più severe e i politici iniziano a discutere sulla necessità della vaccinazione obbligatoria, il ministro Spahn, sotto attacco da giorni per la gestione dell'emergenza, è al centro di nuove polemiche. Innanzitutto per la comunicazione infelice fatta sul terzo richiamo: molti cittadini dovranno accettare di incrociare i farmaci e farsi somministrare Moderna pur avendo avuto due dosi di BioNTech-Pfizer, ha annunciato Spahn, a causa della necessità di razionare le dosi prodotte dalla casa tedesca alleata con il colosso americano. Comunicazione dalle modalità «disastrose», le hanno bollate medici e politici, fra cui l'alleato della Csu Markus Soeder». 

GIORNALISTI E NO VAX

Per i lettori di Repubblica Michele Serra interviene su Selvaggia Lucarelli aggredita a testate dal manifestante No vax al Circo Massimo, sabato scorso. Serra si chiede: ma perché i giornalisti debbono rischiare l’incolumità? Non è meglio staccare la spina?

«C'è chi rischia la pelle per fare il reporter su un fronte di guerra. Molti giornalisti e fotografi (pagati sempre peggio, tra l'altro) lo fanno. Ma rischiare la propria incolumità per seguire una manifestazione No Vax, ha senso?Me lo sono chiesto dopo l'ennesimo pestaggio di una giornalista (Selvaggia Lucarelli: solidarietà a lei) aggredita da un energumeno in una piazza No Vax. E non è una domanda retorica: è una domanda funzionale, riguarda lo scopo stesso dell'informazione, che è cercare di capire meglio la realtà, i problemi, i conflitti. La guerra si può raccontare. Il suo orribile farsi ha comunque una logica, ragioni economiche, religiose, ideologiche, politiche, tribali armano gli uomini. Mettere a fuoco quelle ragioni serve a capire per quali cause migliaia di persone uccidono e muoiono. Se la guerra è uno dei motori della storia - e purtroppo lo è - bisogna guardarla in faccia. Dunque scapicollarsi in Afghanistan, in Crimea, nel Corno d'Africa, nel Kurdistan, è un rischio che vale la pena correre. Ma andare al Circo Massimo per sentirsi sputare e insultare da alcuni ossessi, e poi colpire al volto da uno di costoro, a che serve? Le frasi urlate sono le stesse ripetute all'infinito sui social, la dittatura sanitaria e bla-bla, le sappiamo già a memoria, niente di utile, di nuovo, di specialmente efferato o specialmente demente può essere aggiunto. Per cogliere che cosa muove nel profondo il fenomeno No Vax, e per dimostrare ascolto e rispetto ai suoi infelici attori, non servono giornalisti, servono psichiatri e psicologi. Un esercito di psichiatri e psicologi. Così almeno la dittatura sanitaria, tanto evocata, avrebbe una sua evidenza».

Stefano Feltri, che è il direttore della Lucarelli, ragiona per i lettori del Domani sul fatto che non si possono ignorare le pulsioni, anche peggiori, dei No Vax:

«Ormai la questione è se le piazze No-vax sono una espressione di un libero dissenso, da tollerare anche e soprattutto perché prive di basi scientifiche e razionali, oppure un pericolo, per i singoli e per la collettività, dunque da arginare o reprimere. Anche gli squinternati hanno diritto a manifestare. Ma quando la somma di bizzarrie individuali diventa una minaccia alla salute pubblica e all'incolumità individuale, qual è il dovere di un governo e quello dei media? La giornalista di Domani Selvaggia Lucarelli è andata nella piazza No-vax di Roma sabato ed è stata aggredita, come era successo ad altri cronisti in altre piazze. Certo, le sue domande non indicavano condivisione delle tesi della piazza, e il solo fatto che indossasse la mascherina la rendeva una aliena in mezzo ai sedicenti campioni della libertà. Ma ciò che sembrava turbare di più i manifestanti era soprattutto lo smartphone con cui Selvaggia li riprendeva. Eppure di solito le persone scendono in piazza per essere viste, filmate, condivise sui social. È come se i No-vax e i no pass avessero sempre bisogno di sentirsi parte di una minoranza oppressa, ma priva di individualità specifica. Ognuno ha la sua storia, nella quale però non trova sufficienti appigli per renderla generale: per questo ha bisogno di qualche legittimazione esterna - tipo Massimo Cacciari in tv - che validi la sua sensazione di sentirsi ostaggio di un sistema che solo pochi coraggiosi osano denunciare. Si arriva così a uno stallo: se il giornalista va a documentare la piazza No-vax, questa si evolve e diventa aggressiva, perché reagisce al corpo estraneo; se i media ignorano i cortei, come successo a lungo con quelli del sabato a Milano, cementano la convinzione dei manifestanti di essere imbavagliati e oscurati. Se il governo impone le vaccinazioni, offre nuovi argomenti a chi denuncia la dittatura sanitaria; se sceglie compromessi, come il green pass sia per i vaccini che per i tamponi, scatena la rabbia di chi ne contesta l'ipocrisia burocratica. Ora che la quarta ondata minaccia l'Europa, adottare restrizioni conferma il sospetto (infondato) dei No-vax che i vaccini fossero poco efficaci, rinviarle per timore delle reazioni negative delle minoranze esagitate contribuisce a peggiorare il problema e a cementare la percezione (errata) che con o senza vaccini i rischi sono gli stessi. Uscire da questo stallo, dopo quasi due anni di tensioni sociali e frustrazioni individuali, è molto difficile perché la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e delle istituzioni nei cittadini si sta logorando. Un piccolo contributo può arrivare dai media e in particolare dalla televisione: i No-vax e i no pass hanno il diritto di esprimersi in piazza, sui social, dove credono, ma chi parla a milioni di persone ha il dovere di non mettere tutto sullo stesso piano, il professore e l'esaltato, il filosofo e il medico, il giornalista complottardo e l'epidemiologo. Così come il governo ha il dovere di non trattare allo stesso modo i partecipanti alle manifestazioni rabbiose e chi da quelle piazze è spaventato. Da come gestiamo la degenerazione del mondo No-vax dipende molto di quale democrazia vogliamo costruire per il dopo Covid».

Maurizio Crippa sul Foglio ha le idee chiare: meglio il silenzio.

«Sempre grati saremo al professor Aldo Grasso che ci insegnò cosa fosse un paratesto ( ha sempre un po' l'aria del paraculo), cioè quel tipo di stampa che non serve da informazione né da critica, ma a far da contorno allo show e ne vive di luce e vendite riflesse. La differenza tra i Cahiers du cinéma e Sorrisi& Canzoni. Oggi più che la tv vanno forte il web e i social, ma la funzione di paratesto si è soltanto evoluta. Così come si sono evoluti la politica- spettacolo e il giornalismo, che appunto le fa da lucroso paratesto. Per fare un esempio. Gli urlatori No vax, rissosi e persino maneschi, sono una schifezza. Ma lo sappiamo da due anni, e da mesi bravi cronisti ne hanno documentate le gesta: esercizio utile per capire. Ma ora il bisogno di andare a infilare la mano nella gabbia del leone, nella speranza che morda, a che serve? Che tipo di giornalismo è, precisamente? Scopo del giornalista è raccontare, non farsi tirare uno schiaffo o uno sputo affinché si compia la sublimazione: da ricercatore della notizia a notizia in prima persona. Soprattutto quando a praticare questa cronaca d'avventura siano professionisti che hanno ritorno, delle loro gesta, nell'informazione online: la cuggina dei social. E' un acconciarsi a far da paratesto, il sacrificio del reporter è un'altra cosa».

LA BATTAGLIA SU TIM È ANCHE POLITICA

Vicenda Tim. La francese Vivendi rilancia sul prezzo: l’offerta americana non rispecchia i valori reali dell’azienda telefonica. A Piazza Affari i titoli vanno in rialzo del 30%. L’AD Gubitosi è sotto assedio. Mentre il governo dà tre criteri. La cronaca del Corriere

«L'incursione di Kkr rimette Tim al centro dell'attenzione a Piazza Affari. Ieri è scattata una corsa all'acquisto con i titoli ordinari del gruppo telefonico che hanno guadagnato il 30,2% chiudendo a 0,45 centesimi e le azioni di risparmio salite del 29,5% a 0,45 centesimi. I prezzi hanno iniziato ad avvicinarsi agli 0,505 centesimi che il fondo Usa è pronto a offrire con un'offerta pubblica sul 100% del capitale di Tim. La proposta è stata esaminata domenica dal board del gruppo telefonico in una riunione molto animata per via della contrarietà di Vivendi all'offerta americana. Ieri la media company parigina, che controlla il 24,5% del capitale Tim, ha fatto sapere di ritenere «insufficiente» il prezzo offerto da Kkr: «Non rispecchia il valore reale dell'azienda» ha detto un portavoce del gruppo francese. Parole che potrebbero lasciar intendere un interesse di Vivendi a negoziare sul prezzo, cosa che non si può escludere, anche se quello che è emerso nel consiglio di domenica è la contrarietà all'offerta di Kkr. La proposta, almeno per i tempi, ha spiazzato Vivendi che stava spingendo verso un angolo l'ad di Tim, Luigi Gubitosi, con l'intenzione di farlo dimettere. In consiglio i rappresentanti della media company parigina hanno accusato il manager di aver sollecitato la manovra degli americani, che di Tim sono già soci in FiberCop, la società della rete in cui sono entrati un anno fa. Vivendi ha fatto sapere che non intende «al momento reagire in modo ufficiale». Non pensa dunque di contrastare Kkr con una controfferta. Sono circolate voci su contatti con Cvc, smentite dai francesi, che con il fondo Advent si è reso disponibile per un'operazione di sistema su Tim. Di certo Vivendi non resterà ferma. L'idea di spingere Gubitosi alla resa rimane l'obiettivo principale, anche se ora potrebbe essere più difficile. Ma ancora più difficile potrebbe essere fermare Kkr. Domenica il ministero dell'Economia ha emesso una nota su Tim che non era certo ostile nei confronti del fondo Usa. Tra i soci e nel consiglio del gruppo telefonico c'è Cassa depositi e prestiti, controllata del Mef. Venerdì è in programma un consiglio straordinario di Tim, chiesto una settimana fa dalla maggioranza dei consiglieri dopo che si era mosso il collegio sindacale per manifestare al board preoccupazione. Il giorno prima a Roma arriverà il presidente francese, Emmanuel Macron, per firmare il Trattato del Quirinale Italia-Francia. Tra l'inquilino dell'Eliseo e il patron di Vivendi, Vincent Bollorè, non corre buon sangue e Tim ora è anche un tema politico. Il consiglio è stato convocato per una verifica sulle strategie alla luce dell'ultima trimestrale che ha mostrato criticità. È scontato che Vivendi torni a far sentire la sua voce e potrebbe anche tentare di sfiduciare l'amministratore delegato, il quale vorrebbe invece procedere alla nomina degli advisor per l'Opa. La sostituzione del management sarebbe funzionale a controllare direttamente le trattative. Ma i francesi non hanno la maggioranza nel board e, anche se quasi tutti i consiglieri hanno seguito il collegio sindacale sulla richiesta del consiglio straordinario, davanti a una mozione di sfiducia l'esito sarebbe tutt' altro che scontato».

Secondo Stefano Cingolani sul Foglio è la rivincita di Bolloré, il patron di Vivendi. Oggi molto apprezzato da Salvini. E forse anche da Draghi, se il futuro di Tim è senza l’attuale AD Gubitosi. Ma non è che Macron tifa per il fondo americano Kkr?

«Vivendi, il socio numero uno di Tim con quasi il 24 per cento, non intende aderire all'offerta del fondo Kkr: "E' totalmente insufficiente". La Borsa gongola, i piccoli azionisti che hanno visto il titolo crollare da un euro quando Vincent Bolloré è diventato il socio numero uno ai 34 centesimi di venerdì scorso, si fregano le mani: una bella battaglia tra colossi può portare frutti copiosi. E' il mercato bellezza e il mercato produce effetti spesso sorprendenti, come, ad esempio trasformare i francesi considerati feroci predatori di ricchezze italiche da un ampio schieramento nazional- populista, in interlocutori affidabili. Secondo una ricostruzione della riunione del Cda di domenica scorsa, l'amministratore delegato Luigi Gubitosi avrebbe voluto accelerare i tempi, ma i due rappresentanti di Vivendi, Arnaud de Puyfontaine e Frank Cadoret, con il sostegno di altri tre consiglieri indipendenti, avrebbero frenato. A Vivendi i 50 centesimi proposti da Kkr non bastano, ma non è solo una questione di prezzo (circolano già possibili mediazioni sopra gli 80 centesimi): vuole la poltrona dell'amministratore delegato il quale per difendersi ha aperto le porte al fondo americano. Ci sarà una nuova seduta probabilmente venerdì, però la ricerca del sostituto è già cominciata con la società specialista Spencer Stuart. Si fanno alcuni nomi: Pietro Labriola che guida Telecom Brasile, Stefano Siragusa capo della finanza e tra gli esterni si parla di Aldo Bisio responsabile per l'italia di Vodafone gestita a lungo da Vittorio Colao attuale ministro della Transizione digitale. Matteo Salvini ( anche lui francofobo pentito?) adesso appoggia la richiesta di Bolloré i cui portavoce ammorbidiscono i toni: "Non abbiamo nulla contro Kkr, lo consideriamo un fondo amico e ci sono ottimi rapporti. Potremmo operare bene insieme, a loro interessa l'infrastruttura a noi i servizi", fanno sapere fonti transalpine che invitano a leggere bene le dichiarazioni ufficiali rilasciate ieri: "Vogliamo lavorare con il governo e le altre istituzioni. Noi siamo azionisti di lungo termine". Il governo italiano si è dichiarato neutrale e ha posto tre vincoli: la rete, la sicurezza, l'occupazione, lasciando sullo sfondo la possibilità di usare il golden power. Ma il governo non è solo arbitro, è anche l'azionista della Cassa depositi e prestiti la quale possiede il 9,8 per cento di Tim ( il presidente Giovanni Gorno Tempini siede nel cda) e controlla Open Fiber la società che deve portare la fibra ottica in tutto il Paese. Proprio Cdp potrebbe diventare lo snodo principale dell'intera partita uscendo da Tim che ha solo prodotto perdite. "Con Kkr e la Cassa potremmo avviare un percorso per esempio sulla rete", dicono ancora le fonti francesi. C'è di mezzo la Ue che vuole una rete aperta a tutti e neutrale senza un azionista dominante, tanto meno l'ex monopolista Tim, tuttavia si potrebbero avere in una prima fase due società: Open Fiber concentrata sulla fibra ottica e una compagnia nella quale far confluire la rete primaria di Tim e l'ultimo miglio oggi in FiberCop della quale è azionista anche Kkr. A Tim restano le connessioni mobili in Italia e in Brasile (dove ha da poco venduto la rete fissa). Probabilmente occorre riflettere anche su dove collocare Sparkle (i cavi internazionali) e i data center. In una fase successiva si vedrà se formare o no quella "Terna" delle infrastrutture telecom che non piace a Colao, ma trova favorevole Giancarlo Giorgetti. Bolloré non getta la spugna. La sua campagna d'italia gli ha provocato più guai che altro. E' stato bloccato dalla politica e dai magistrati, il tentativo di prendere il controllo di Mediaset per creare una "Netflix europea" è fallito, da Mediobanca si è via via ritirato. Adesso vorrebbe che la partita delle telecomunicazioni finisse sul tavolo delle relazioni italo- francesi. Giovedì verrà firmato al Quirinale il trattato bilaterale che ha implicazioni anche economiche e industriali ( soprattutto nella difesa), il presidente Emmanuel Macron incontra Draghi. A côté potrebbe essere discussa anche l'opa americana su Tim? Difficile che Draghi, a questo punto, si sbilanci. Troppo presto, il mercato deve fare il suo corso».

Stefano Folli su Repubblica constata che la battaglia su Tim non è solo strategica per l’economia. Ma anche per la politica, interna e internazionale.

«Sulle manovre di palazzo che preparano la disputa sul Quirinale è piombato come un meteorite l’affare Tim-Krk. È una questione di mercato ma ovviamente anche e forse soprattutto politica, visto che si parla del settore strategico delle telecomunicazioni. E si capisce che sono in campo potenti interessi americani, da un lato, e francesi, dall'altro. La vecchia immagine dell'Italia come terra di conquista è abusata e probabilmente poco adatta a descrivere quello che sta accadendo, tuttavia il tema di come reagire - e prima ancora, se reagire - è all'attenzione di Palazzo Chigi. Ambienti del ministero dell'Economia hanno guardato al bicchiere mezzo pieno: il fatto che "investitori stranieri manifestino interesse per le aziende italiane" è la prova che il nostro sistema è sano e attrae capitali. Tuttavia in questo caso sono in gioco numeri talmente grossi che gli interrogativi appaiono altrettanto rilevanti. E non tutti trovano una risposta immediata. È una fase d'incertezza e non potrebbe essere altrimenti, per cui le forze politiche nel loro complesso cercano di guadagnare tempo, liete di lasciare che sia Draghi con i suoi collaboratori a sbrogliare la matassa. Ne deriva che si fanno riferimenti generici al golden power come a un paracadute di sicurezza; si chiede che il Parlamento sia interpellato al più presto ed è una corretta esigenza, a meno che non diventi invece un modo per nascondere la mancanza di idee. Comunque sia, la reazione prudente della politica serve anche a evitare lacerazioni. Un dibattito pubblico che propone ogni giorno conflitti su dettagli spesso ininfluenti, stavolta è attento alle parole. Al punto che non si registrano distanze troppo grandi tra sinistra e destra, unite sotto l'ombrello della maggioranza di semi-unità nazionale. Ad esempio, un esponente del Pd - Misiani, responsabile del settore Economia - ha ricordato che le reti delle telecomunicazioni "sono un punto chiave del Pnrr e un asset strategico per il Paese"; quindi la vicenda va seguita avendo come priorità "l'occupazione e la sicurezza nazionale". E in fondo anche Salvini dice qualcosa di simile quando afferma di temere "uno spezzatino", ossia la frantumazione dell'azienda, per cui a suo avviso "servono un piano industriale e un partner che valorizzino l'azienda, non un'operazione finanziaria". A voler leggere tra le righe, Salvini abbozza un'analisi che può piacere a Vivendi, mentre altri stanno alla finestra, vale a dire al di sopra della mischia. Ma non potranno restarvi a lungo perché è difficile immaginare una conclusione pacifica della battaglia in atto. Non c'è un nesso diretto, naturalmente, ma il cronista non può fare a meno di notare quello che si muove sullo sfondo. In primo luogo, la firma a giorni del famoso Trattato del Quirinale tra Italia e Francia, vale a dire la conferma di un rapporto privilegiato tra le due nazioni (anche su questo il Parlamento dovrebbe essere coinvolto). E in un cerchio ancora più largo ci sono i sussulti politici Oltralpe. Bolloré, impegnato a difendersi dall'americana Kkr nella Tim, è anche uno dei maggiori protagonisti della campagna elettorale francese: Zemmour, il quasi candidato della destra non rappresentata dai partiti, gode del sostegno del finanziere e attende solo di rendere ufficiale la sua sfida a Macron. Questi ha ottime amicizie in Italia e conta anche sul loro aiuto per restare all'Eliseo. Affari e politica s'intrecciano come non mai».

ACCENDIAMO LE LANTERNE VERDI

Crisi umanitaria fra Bielorussia e Polonia. Stamattina Avvenire dedica gran parte della rubrica delle Lettere al Direttore alla vicenda.

«Caro direttore, ho condiviso ogni parola del suo editoriale del 16 novembre 2021 «Una corona di filo spinato». Ho provato pietà, ma soprattutto, tanta, tanta impotenza. Mi sono sentito come Idefix, il cagnolino di Asterix e Obelix, il fumetto di Goscinny e Uderzo. Con la coda tra le gambe, quando i legionari romani comandati da Cesare, abbattono foreste intere e invece di costruire ponti costruiscono palizzate per le loro guarnigioni. Non mi riconosco in nulla, nell'Europa del presidente del Consiglio Europeo Charles Michel, il presidente con le mani in tasca sbracato vicino a Erdogan mentre Ursula von der Leyen era confinata su un divanetto, il presidente dell'Europa dei muri e del filo spinato. Per me avrebbe già dovuto dimettersi. Meno male che ci sono le Lanterne Verdi. Ecco: mi piacerebbe se a partire dall'Avvento, tutti i lettori accendessero una Lanterna Verde, sul balcone o alla finestra, vicino alle bandiere italiana ed europea, in segno di solidarietà per i profughi e i migranti in tutto il mondo. Grazie e cordiali saluti con un abbraccio e tanti complimenti per lei e tutta la Redazione. Bruno Generale Momo (No).

Caro direttore, la Polonia è grande poco più dell'Italia (312.695 kmq) ed ha una popolazione di 38,5 milioni di abitanti; confina con 6 Stati, tra i quali la Bielorussia con cui condivide un confine di oltre 200 km. La Bielorussia ha una superficie di 207.600 kmq ed una popolazione di 9,5 milioni di abitanti; confina con 4 Stati, oltre che con la Polonia. Ebbene, su quei 200 km quadrati (o parte di essi) si stanno svolgendo dei fatti, come riportano i media, che ci fanno davvero piangere. Due distinti sistemi autoritari stanno schiacciando, con consapevole violenza, migliaia e migliaia di esseri umani disarmati. E non cercano - in accordo con le varie Autorità internazionali - soluzioni diplomatiche. L'Unione Europea, per quanto riguarda la Polonia che ne fa parte, fa fatica a intervenire, anche per la sua nota debolezza e ambiguità, almeno sino a poco tempo fa, sul capitolo immigrazione (l'Italia ne ha fatto e ne fa le spese). Ma deve intervenire: questi orribili fatti avvengono in casa sua! Spostare le Lanterne Verdi dalle finestre di coraggiosi polacchi dentro le teste e i cuori dei Governanti, è un "transfert" urgente e necessario. Se si va avanti con i muri, con i "primati", con gli egoismi, l'Europa si perderà e assisteremo, prima di quanto pensiamo, a una nuova epoca di nazionalismi, con quello che ciò comporta, come la storia dovrebbe averci insegnato. Un sussulto di politica vera e di vera umanità ci potrebbe salvare. Non lasciamo solo papa Francesco e, con Lui, quelle parti di Chiesa capaci di leggere "sine glossa" il Vangelo, soffrendo, invece, per quelle altre parti di Chiesa - pur tristemente presenti - che accompagnano il Vangelo stesso con menzogne, filo spinato, proiettili, prigionie, torture e prostituzione del diritto. Renato Omacini Venezia

RISPONDE TARQUINIO:

Accendiamo le Lanterne Verdi, cari amici. Accendiamole insieme, alle finestre, sui balconi, sui presepi e sugli alberi natalizi. Punteggiamo anche con esse la strada verso il Natale di Gesù. Ne abbiamo bisogno. Perché spezzano il buio della notte, dicendo che è ancora e sempre possibile uno sguardo umano e cristiano sulla vita. E perché le Lanterne Verdi non sono contro nessuno, sono "per". Le hanno accese per primi, in Polonia, coloro che rigettano sia i cinici calcoli dell'autocrate di Minsk (e dei suoi alleati e protettori), sia l'ideologia dei muri alzati "a prescindere" ai confini della Ue. Regimi che però, vorrei dirlo al caro amico Omacini, oggi non sono affatto uguali. Anche se ugualmente autoritari rischiano di diventare davvero lungo la china che ha portato l'attuale governo di Varsavia a prove di forza pericolose e sbagliate con l'Unione Europea e a interpretare in modo così algido e per nulla cristiano anche la vicenda dei profughi dal Vicino Oriente attirati in Bielorussia e usati da Lukashenko (e Putin). Non sono bandiere di guerra, le Lanterne Verdi. Sono segni di pace e di solidarietà. Quella pace e quella solidarietà che la Chiesa tutta - dal Papa ai vescovi polacchi e lituani e bielorussi - testimonia e invoca insieme ad altre voci e coscienze in tutte le società che vogliono essere e restare civili».

CRISI UMANITARIA, DRAGHI TELEFONA A PUTIN

Ieri il nostro Premier ha chiamato al telefono il presidente russo Putin. Fra i temi la crisi dei migranti. Leo Lancari sul Manifesto:

«E' sempre più chiaro che i tempi e i modi per trovare una soluzione alla crisi in corso al confine tra Polonia e Bielorussia si decidono a Mosca. Ieri il premier Mario Draghi ha chiamato il presidente russo Vladimir Putin e oltre che di Bielorussia i due hanno discusso anche dei prezzi dell'energia e della crisi in Ucraina. Una nota del Cremlino spiega come Putin abbia accusato ancora una volta la Polonia di violare i diritti dei profughi e per i «casi di trattamento crudele dei migranti da parte delle guardie di frontiera polacche». Entrambi i leader si sarebbero infine trovati d'accordo sull'opportunità di avviare una cooperazione tra Ue e Minsk in modo da risolvere al più presto possibile la crisi. Niente di nuovo, insomma. La scorsa settimana era stato Emmanuel Macron a chiamare al telefono Putin. Il Presidente francese aveva spinto perché il suo omologo intervenisse su Lukashenko mettendo così la parola fine alla tormentata vicenda dei migranti ammassati lungo la linea di frontiera dal dittatore bielorusso. Putin ha assicurato che avrebbe parlato con Lukashenko. Difficile capire se l'abbia fatto davvero e cosa si siano detti. Di certo c'è solo che una parte dei profughi spinti verso l'Europa è stata spostata in un magazzino adattato a ricovero e altri sono stati rimpatriati volontariamente. Ma altri ancora continuano a essere usati da Minsk per tenere alta la tensione alla frontiera. La solita tattica del bastone e della carota, in attesa di capire cosa accade anche lungo altri confini. Nel frattempo la parola torna oggi di nuovo all'Unione europea. A Strasburgo verranno discusse le sanzioni contro le compagnie aeree sospettate di portare i migranti in Bielorussia, mentre per i primi di dicembre sono attese restrizioni simili anche da parte degli Stati Uniti. Nel mirino ci sono in particolare le compagnie di Paesi medio orientali e africani, mentre ieri il rappresentante della politica estera dell'Ue Josep Borrell ha annunciato che l'Uzbeskistan ha accettato di limitare i voli verso Minsk per determinate categorie di passeggeri. Se si fa eccezione per le sanzioni, la soluzione della crisi sembra davvero essere ancora lontana. Dopo i tentativi fatti dalla cancelliera Merkel di aprire un dialogo con Lukashenko, ieri a scanso di equivoci un portavoce della Commissione europea ha ribadito come i contatti con Minsk servano solo a verificare la possibilità di rimpatriare i migranti. Nessun dialogo, e tanto meno riconoscimento, del dittatore bielorusso. Parole commentate con durezza da Mosca dove la portavoce del Cremlino ha accusato l'Occidente di «trascinare» la Russia nella crisi migratoria in modo da poterla incolpare per quanto sta accadendo. A ruota anche Lukashenko. Il presidente bielorusso ha avvertito «leader e politici selvaggi» della Polonia a riflettere sulle conseguenze delle loro minacce, ma ha anche accusato l'Ue di rifiutare qualunque dialogo sul destino dei duemila migranti ancora bloccati al confine con la Polonia. Persone che per Lukascenko la Germania dovrebbe accogliere attraverso un corridoio umanitario. Secca la replica di Berlino, con un portavoce del governo che ha definito la soluzione come «non accettabile per la Germania e l'Ue». Varsavia intanto si prepara a chiudere la frontiera con la Bielorussia. A dirlo è stato il premier Mateusz Morawiecki da Tallinn, in Estonia, dove si è recato nel fine settimana al termine di un tour diplomatico che lo ha portato anche in Lituania e Lettonia. Il blocco riguarderà i veicoli commerciali e verrebbe seguito da altre misure punitive. «La Polonia è faccia a faccia con un nuovo tipo di guerra, nella quale i migranti e l'informazione fuorviante vengono utilizzati come armi», ha detto Morawiecki».

QUIRINALE 1, MATTARELLA LASCIA

Sergio Mattarella ieri è tornato a dire che sta per scadere il suo mandato. Ugo Magri sulla Stampa:

«Tutti sono utili e nessuno indispensabile, tantomeno insostituibile. Perciò chi regge le sorti della Repubblica, confida Sergio Mattarella, fa bene a non prendersi troppo sul serio, a non esagerare nella considerazione di sé; così, quando arriverà il momento di lasciare il palcoscenico della politica, quel giorno sarà più lieve. E il giorno del congedo, per l'inquilino del Colle, si sta avvicinando. Mancano «poche settimane alla conclusione del mio ruolo, della mia funzione di presidente della Repubblica», ripete stavolta senza suscitare sorpresa o stupore, perché la sua contrarietà a un «bis» è universalmente nota, bisogna solo prenderne atto. Ma davanti a docenti e studenti dell'Università La Sapienza a Roma, dove da giovane si era laureato, Mattarella aggiunge qualcosa che non riguarda soltanto lui e la sua esperienza al Colle: è una riflessione su come ci si dovrebbe porre al servizio delle istituzioni. «Tempo fa al Quirinale un giovane mi ha chiesto com' è possibile per chi esercita il potere - per usare un termine un po' brutale - non farsene condizionare. La mia risposta è stata che per fortuna esistono, per quanti rivestono ruoli primari di carattere istituzionale, diversi strumenti», atti a impedire che il potere li «catturi». Mattarella ne indica tre. Anzitutto «l'articolazione delle funzioni tra organismi diversi», per cui almeno da noi non è previsto un uomo solo al comando; in secondo luogo, «la temporaneità degli incarichi» che in democrazia non sono mai assegnati a vita, tantomeno (è il sottinteso) quello presidenziale. A questo proposito va segnalata l'iniziativa di due senatori Pd, Dario Parrini e Luigi Zanda, che in linea con l'auspicio di Mattarella stanno per presentare una proposta di riforma della Costituzione volta a escludere la possibilità di un secondo settennato. La scelta di presentarla adesso è quantomai azzeccata, segnala il giurista "dem" Stefano Ceccanti, perché se arrivasse dopo l'elezione del nuovo presidente della Repubblica potrebbe venire fraintesa e sembrare una sgradevole manifestazione di sfiducia nei suoi confronti. Al di là degli aspetti costituzionali, Mattarella indica un terzo rimedio contro l'attaccamento al potere, che lo riguarda in prima persona. Serve, assicura, «una buona dose di auto-ironia su se stessi», in modo da mantenere «quel distacco che rende sempre autentico, e non alterato, il rapporto con la responsabilità». In democrazia guai a perdere il senso della misura e a considerarsi salvatori della patria altrimenti, come spesso scherza con i collaboratori più stretti, «va a finire che il peso delle decisioni ti sotterra». Nel discorso all'Ateneo romano il presidente è tornato in polemica contro l'anti-scienza che, intervenendo prima di lui, il Nobel per la Fisica Giorgio Parisi aveva equiparato alla stregoneria. Ha lasciato chiaramente intendere come certe proposte di legge, tipo quella sull'agricoltura biodinamica, faranno ben poca strada perché il Parlamento dovrebbe prima approvarle e, comunque, servirebbe in calce un'improbabile controfirma presidenziale. Quanto ai vaccini, Mattarella ha rimarcato con gusto la sostanziale sconfitta del fronte no-vax e di chi lo spalleggia politicamente. «Le vaccinazioni», ha osservato, «sono state anche in fondo, una sorta di referendum sulla scienza»; e dal momento che quasi il 90 per cento degli italiani sopra i 12 anni hanno scelto di immunizzarsi, ciò significa che «questo referendum sulla scienza e sul suo valore, in Italia, vede 9 a 1 a vantaggio della scienza». Un risultato a valanga».

Massimo Gramellini, nel suo caffè per il Corriere, torna a chiedere ai partiti: lasciate in pace Mattarella.

«Non ne può più e non sa più come dirlo. Perciò lo dice di continuo. Anche ieri, nell'inaugurare l'anno accademico alla Sapienza: «A poche settimane dalla conclusione del mio ruolo». Sono convinto che nel suo ufficio al Quirinale abbia fatto montare una gigantesca clessidra, di quelle che per girarle non bastano due corazzieri, e la tenga d'occhio senza tregua, sospirando di gioia a ogni granello che transita. Nei giorni scorsi Paolo Mieli ha raccontato sul Corriere come i politici italiani si ispirino al metodo Ambrogio, vescovo di Milano controvoglia. Da noi il modo più sicuro per ottenere un posto è sempre stato quello di fingere di non ambirvi. Rifiutandolo persino, ma solo quel tanto che serve a farselo riproporre, salvo poi accettarlo «per spirito di servizio». Invece la riluttanza di Mattarella è sincera, non foss'altro perché lui in quel posto c'è già. E non vede l'ora di lasciarlo per una lunga serie di ottime ragioni, la più incontestabile delle quali è che a rimanervi avrebbe tutto da perdere. Un attimo dopo la rielezione, la curva dei consensi comincerebbe inevitabilmente a flettersi e la sua uscita di scena avverrebbe in una condizione di saturazione anziché, come adesso, di affettuoso rimpianto. Per venirne fuori, forse, gli converrebbe inaugurare un metodo Ambrogio al contrario. Se cominciasse a dire che spera di restare al Quirinale altri sette anni, gli aspiranti alla successione si prenderebbero così tanta paura che lo lascerebbero finalmente in pace».

QUIRINALE 2, 5S PER BINDI O FINOCCHIARO

Luca De Carolis sul Fatto spiega che nei 5 Stelle si sta pensando ad un candidato donna per il Colle.

«A rilanciare l'idea, due giorni fa, ha provveduto un contiano piuttosto arrabbiato, Stefano Patuanelli: "Vorrei che il prossimo capo dello Stato fosse una donna". E dietro le sillabe dette al Corriere della Sera dal ministro dell'Agricoltura, c'è innanzitutto la voglia di pungere il presidente del Consiglio, Mario Draghi. L'uomo a cui Giuseppe Conte e un pezzo del M5S imputano la disfatta sulla Rai, col Movimento rimasto con le mani vuote al tavolo delle nomine. E a cui ora i 5Stelle contiani provano a dire che no, non è indispensabile che lui traslochi al Quirinale. Anche per questo da una parte del Movimento soffiano nomi diversi, sempre nella speranza che alla fine Sergio Mattarella conceda il bis, come si augurano sia Conte che Luigi Di Maio. Nell'attesa, dal M5S parlano di possibili candidate. Come Rosy Bindi, che da presidente dell'Antimafia fu apprezzatissima dai grillini. E come Anna Finocchiaro, a quanto raccontano popolare tra alcuni maggiorenti del M5S a Palazzo Madama. Proprio lei, la veterana del Pd, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato ai tempi della riforma costituzionale Renzi-Boschi, testo di cui fu anche relatrice di maggioranza. Ma Finocchiaro ha comunque costruito rapporti cordiali con alcuni dei senatori a 5Stelle. Ed è un'opzione che da qualche settimana riaffiora nelle conversazioni grilline, come figura di sintesi con Pd e LeU. Lo confermano anche da ambienti dem. "Ma i deputati la pensano diversamente" avverte un big dei 5Stelle di stanza alla Camera. L'ennesimo motivo di divisione nel Movimento dove la frammentazione è regola. A Montecitorio, insomma, è decisamente più popolare Bindi. E comunque, per ora, siamo alle ipotesi che riempiono un'attesa. Mentre a pesare sono i timori, diffusi. E il primo rimane sempre la tenuta dei gruppi parlamentari. Raccontano che Luigi Di Maio sia preoccupato per il rischio di forte instabilità del M5S e di quasi tutti i partiti nel voto segreto per il Colle. Di fatto, un'occasione quasi unica per vendette e operazioni politiche. Per questo un parlamentare giallorosa fa notare: "Matteo Renzi dà per certo il voto anticipato perché vuole mettere i gruppi contro i propri segretari e seminare caos, così da pesare di più al tavolo". Facile la carta della paura da alimentare nei tanti parlamentari che temono le urne. E il primo nemico di cui il capo di Iv cerca la gola è sempre Conte. Dopodiché nel M5S lo dicono in diversi: "Berlusconi al Colle non è solo qualcosa di cui sorridere". L'apertura del Caimano sul Reddito di cittadinanza, rilanciata ieri da forzisti come Anna Maria Bernini e Alessandro Cattaneo, è la conferma che Berlusconi punta a pescare nel malessere grillino e nel corpaccione degli ex 5Stelle. "Ma il Pd sottovaluta il problema, anche se da FI hanno già provato ad avvicinare alcuni dei nostri" dicono dal M5S . Dove la parola Quirinale evoca sempre un verbo: esplodere.».

QUIRINALE 3, RENZI VUOLE GENTILONI

Renzi gioca invece la carta Gentiloni. Il nome dell'ex premier per il Quirinale può dividere il centrodestra e anche i giallorossi. Concetto Vecchio su Repubblica.

«E se nel Risiko per individuare il prossimo inquilino del Quirinale il disegno di Matteo Renzi fosse quello di candidare il commissario europeo Paolo Gentiloni al Colle? Un umore che del resto circola da qualche settimana nel piccolo mondo politico romano. E che la cena tra Renzi e Gentiloni, dopo anni di gelo, rivelata ieri da Repubblica, indirettamente avvalora. Il movimento c'è. Renzi non ha pubblicamente annunciato la sua mossa (avrebbe potuto usare il palcoscenico della Leopolda), ma è noto che Gentiloni al Colle è una ipotesi che l'Europa vedrebbe di buon occhio, anche perché consentirebbe la permanenza di Mario Draghi a palazzo Chigi, e scongiurerebbe le elezioni anticipate, tranquillizzando la pancia del Parlamento. Perché Renzi dovrebbe provarci? Qual è il disegno? Per vanità, anzitutto. Nel 2018 si disse contrario all'alleanza Pd-M5S, e nacque il governo gialloverde. L'anno dopo propiziò il Conte bis. E c'è il suo disimpegno, nel gennaio scorso, alla base dell'arrivo di Mario Draghi. Ora, in pesante difficoltà nei sondaggi, e con qualche grattacapo giudiziario, punta a ricostruire il centro, nell'ottica dei due forni: mantenendo rapporti con l'ala moderata del centrodestra, vedi l'alleanza in Sicilia con Micciché, e con la sinistra, come rivela il rapporto riannodato con Gentiloni a Bruxelles. E se si vuole stare al centro bisogna puntare a scompaginare i due poli, mettendo in contrapposizione Letta con Conte, Berlusconi con Salvini. Tutta l'azione di Renzi appare volta a inserirsi tra le linee, cercando di scompaginare l'asse tra il Pd e l'M5S. «Renzi vuole fare lo sparigliatore », dice un ex ministro. «In un momento in cui Draghi è alle prese con le prime difficoltà, la quarta ondata è in pieno corso e i progetti del Recovery non decollano ancora come si sperava, l'ex premier prova a giocare d'anticipo, perché il centro si va affollando di personaggi in cerca d'autore». C'è Carlo Calenda, l'eterno rivale, che ieri ha dichiarato «del grande centro di Renzi nun me ne pò fregà de meno...». Ma il senatore di Azione, Matteo Richetti, ha avvalorato l'eventuale disegno renziano: «La nostra soluzione sarebbe immaginare un Draghi oltre il 2023 con un presidente della Repubblica come Paolo Gentiloni, figura di altissimo profilo e credibilità», ha detto intervistato da Formiche.net. E sempre al centro ci sono le ambizioni al Sud di Clemente Mastella, che il 4 dicembre farà una convention al Teatro Brancaccio a Roma, per lanciare il suo progetto politico. Insomma, la mossa Gentiloni è un modo per uscire dall'imbuto nel quale si è cacciato. Ma Renzi, fa osservare un altro protagonista del Palazzo, «sottovaluta il movimentismo di Berlusconi. L'ultima uscita sul reddito di cittadinanza è la conferma che fa sul serio, e che giocherà la sua partita fino in fondo. Il Cavaliere è in piena campagna, manda lettere ai suoi parlamentari, vorrà mettersi di traverso in ogni modo. Sarà un osso duro per tutti». Benché vista di buon occhio dall'Europa, e dal Ppe, l'operazione Gentiloni è tutta fuorché agevole, perché significherebbe eleggere al Colle un altro candidato di centrosinistra, dopo Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella. «Difficile che tocchi a un pd», ammette un esponente democratico. «La verità è che Renzi è in difficoltà, fa ammuina, ben sapendo che sarà dura entrare nel prossimo Parlamento. E così vede Gentiloni, si dipinge come perseguitato della magistratura, fa l'alfiere del centro, e in Sicilia va con Forza Italia».

TRAVAGLIO CONTRO IL CAPO DI GABINETTO

Attingendo ancora alle carte giudiziarie dell’inchiesta Open, Marco Travaglio chiede la testa del Capo di gabinetto del governo Draghi, Antonio Funiciello. Sul Fatto rivendica l’elenco della “carachter assasination” (copyright Rondolino) già compiuta: Durigon, Tabacci, Farina e De Pasquale.

«Spiace disturbare il premier Draghi, che ha già il suo daffare. Ma quella che gli sottoponiamo non è una vicenda minore, anche se forse gli è sfuggita perchè la grande stampa - al solito - non ha scritto una riga. Riguarda il suo capo di gabinetto Antonio Funiciello, da lui nominato il 12 aprile con un atto che lo richiamava a perseguire "unicamente finalità di interesse generale". Draghi allora non poteva sapere ciò che è poi emerso dagli atti dell'inchiesta Open, in cui Funiciello è ripetutamente citato nelle sue precedenti vesti di turborenziano e capo di gabinetto del premier Paolo Gentiloni (2016-'18). Carte che dimostrano come il Funiciello interpretasse le "finalità di interesse generale" a cui era ed è tenuto: come finalità di interesse privato per favorire, nella legge di Bilancio del 2017, due lobby - British American Tobacco e gruppo Toto - che finanziavano Open. Il pr di BAT Gianluca Ansalone lo attivò per far cancellare, prima al Senato poi alla Camera, un emendamento che aumentava le tasse sulle sigarette. Funiciello obbedì, informandolo via via dei progressi: "Ok, cerco di capire", "Sono già all'opera, complicato però", "Non ancora chiusa, ma bene", "In via di rassicurazione". A missione compiuta, il lobbista lo ringraziò sia per la sparizione dell'emendamento al Senato ("Un grazie non formale per aver condiviso merito e contenuto delle nostre preoccupazioni. Abbiamo evitato una cosa molto pericolosa") sia alla Camera ("Caro Antonio, finalmente dopo un nuovo round alla Camera possiamo rilassarci un attimo. Ti voglio ringraziare sinceramente per il tuo ascolto e il supporto"). Lo stesso avvenne con Alfonso Toto, ceo del gruppo autostradale abruzzese e concessionario dello Stato, che si scrisse un emendamento, poi lo fece presentare e approvare dagli amici renziani: un aiutino da decine di milioni che passò - scrive la Gdf - per l'"interessamento di Boschi, attivata da D'Alfonso, e del capo gabinetto Funiciello". Toto scrisse a D'Alfonso com' era andata: "Sono stato da Funiciello e Canalini (la segretaria, ndr) che hanno lavorato ventre a terra avendo compreso la drammaticità della ns infrastruttura". Essendo ben nota la sua correttezza, siamo certi che mai Draghi, se avesse saputo queste cose quando un amico (Gentiloni?) gli segnalò Funiciello, l'avrebbe scelto come capo di gabinetto. Ma ora le sa e il Fatto gli domanda se quelle marchette siano compatibili con le "finalità di interesse generale" che gli aveva prescritto. Per ruoli e condotte meno rilevanti, ha già meritoriamente rimosso o degradato personaggi imbarazzanti come Durigon, Tabacci, Farina e De Pasquale. Quando dirà e farà qualcosa su Funiciello?».

L’ALLEANZA SEGRETA FRANCIA-EGITTO

Non bastassero la Tim, la crisi umanitaria fra Polonia e Bielorussia e i problemi della Ue, clamoroso scoop alla vigilia del vertice Italia- Francia. Secondo “Disclose” ci sarebbe stato un patto segreto fra Francia ed Egitto per intervenire con le bombe in Libia. Stefano Montefiori sul Corriere:

«Si chiama Operazione Sirli: cominciata nel febbraio 2016 quando all'Eliseo c'era ancora Hollande e continuata sotto la presidenza Macron, è una missione segreta dell'intelligence francese volta ad aiutare l'Egitto del presidente Al Sisi nella lotta contro i terroristi islamici alla frontiera occidentale con la Libia. Secondo i documenti riservati del ministero della Difesa francese pubblicati dal media indipendente online «Disclose», l'Egitto si serve delle informazioni fornite dalla Francia per bombardare invece contrabbandieri e trafficanti di droga e di esseri umani. La ministra della Difesa, Florence Parly, ha annunciato ieri di avere aperto un'inchiesta sulle nuove rivelazioni di «Disclose», dopo quelle di due anni fa sulla vendita di armi allo Yemen. I documenti passati al sito da una talpa mostrano che gli agenti francesi sul campo hanno avvertito i superiori a Parigi della violazione degli accordi di partenza, ciò nonostante la collaborazione tra i due Paesi è continuata. «L'Egitto è un partner della Francia con il quale intratteniamo relazioni nel campo dell'intelligence e della lotta al terrorismo. È una scelta rivendicata, al servizio della sicurezza regionale e della lotta al terrorismo», si legge nel comunicato diffuso ieri dal ministero della Difesa. Quanto alla segretezza della missione, «per ragioni evidenti di sicurezza e di efficacia non daremo altre informazioni sulla natura dei dispositivi di cooperazione». La lotta al terrorismo è il motivo ufficiale della cooperazione tra Francia e Egitto, al quale si aggiungono ragioni meno esplicite: una intesa più ampia in funzione anti-Turchia, gli interessi comuni in Libia e la vendita, nel maggio scorso, di trenta caccia francesi Rafale per quattro miliardi di euro. Nonostante i casi Regeni e Zaki e i proclami in difesa dei diritti umani, l'imbarazzante cooperazione Francia-Egitto è culminata neanche un anno fa nel conferimento ad Al Sisi della Legion d'Onore, con una cerimonia poco pubblicizzata a Parigi e strombazzata al Cairo. Altre puntate di «Disclose» nei prossimi giorni.».

AFGHANISTAN, NO ALLE DONNE NELLE SOAP

Manca il cibo, ma i Talebani del nuovo regime di Kabul pensano a censurare la tv troppo “femminile”. Marta Serafini sul Corriere.

«Non importa che nel Paese non ci sia più cibo e il sistema finanziario sia al collasso. Fondamentale - per i talebani - è che nelle soap opera non compaiano le donne e le presentatrici televisive siano ben coperte mentre leggono le notizie. È l'ultimo provvedimento del governo talebano che ha rilasciato una serie di linee guida ai canali con otto nuove regole. Sebbene le indicazioni sulla lunghezza del velo delle anchor non sia molto precisa, la censura spazia. Si va dal divieto di film considerati «contrari ai principi della sharia e ai valori afghani». Sono poi vietate le riprese «che espongano parti intime del corpo». E sono sospesi gli spettacoli comici e di intrattenimento che insultano la religione o possono essere considerati «offensivi per gli afghani». Infine, niente film stranieri. «Regole inaspettate», secondo Hujjatullah Mujaddedi dell'associazione dei giornalisti. Ma soprattutto regole che, oltre ad essere lesive dei diritti delle donne - nel Paese alle giovani è già stata vietata l'istruzione superiore e sono interdetti alle donne la maggior parte dei lavori - non hanno alcuna aderenza alla realtà. In Afghanistan, così come in buona parte del mondo musulmano, le soap opera più diffuse sono quelle prodotte in Turchia, «drama» dove le donne sono quasi sempre protagoniste. Difficile pensare di non mandarle più in onda dando un dispiacere all'«alleato» turco. E ancora: questo provvedimento rischia di calpestare i piedi ai signori della guerra che possiedono la maggior parte delle televisioni locali, fiorite in Afghanistan dopo il crollo dei talebani nel 2001. Secondo Hujjatullah Mujaddedi molte emittenti, se costrette a sospendere i programmi più popolari, dovranno chiudere. Una situazione che non farà sicuramente piacere ai narcotrafficanti locali e che rischia di far salire la tensione già alta Il giro di vite sulle televisioni arriva mentre le Nazioni Unite lanciano l'ennesimo appello, chiedendo azioni urgenti a sostegno delle banche afghane ed evidenziando come le conseguenze di un collasso del sistema sarebbero «colossali». Tradotto, il crollo definitivo del Paese è a un passo, mentre il freddo è sempre più rigido, le interruzioni di elettricità sono sempre più frequenti e il cibo scarseggia mentre i prezzi sono raddoppiati. In questo quadro la settimana scorsa ha fatto molto discutere l'immagine di Farzanah Ayoubi, una giornalista abbastanza nota in Afghanistan prima del 15 agosto. Da sette anni lavorava per diversi media del Paese ed era spesso in televisione. Oggi un suo collega la mostra su Twitter mentre in strada è accovacciata di fianco a una pila di oggetti messi in vendita. «Farzanah ha perso il lavoro, in quanto donna non può trovarsi un'occupazione ed è costretta a fare la venditrice ambulante», ha denunciato Miraqa Popal, ex direttore di «Tolo News», principale network afghano. E come Farzanah, migliaia di altre donne e uomini che ogni giorno affollano le strade di Kabul. E, mentre i talebani si preoccupano delle soap e della lunghezza del velo, l'Unicef avverte: dal 15 agosto è cresciuto il numero di spose bambine e le famiglie sono costrette a vendere le loro figlie per 50 dollari».

SUDAN, COMPROMESSO CON I MILITARI

La «pace» di Khartoum, con la repentina riabilitazione dell’ex Premier, piace a tutti. Tranne ai sudanesi. Marco Boccitto per il Manifesto.

«A quasi un mese dal golpe e dopo altre 41 vittime - bilancio aggiornato a ieri con la morte di un altro adolescente rimasto ferito negli scontri dei giorni scorsi - il Sudan torna al punto di partenza. Quanto meno, il premier Abdalla Hamdok torna sulla sua poltrona e il generale Abdel Fattah al Burhan che lo scorso 26 ottobre l'aveva bruscamente liquidato torna a più miti consigli. Tutti contenti, o quasi. Se il Segretario di Stato Usa Blinken definisce «incoraggiante» il passo compiuto a Khartoum, vuol dire che la Casa Bianca è pronta a scongelare i copiosi fondi stanziati a suo tempo per sostenere l'economia sudanese. E che al Burhan poteva sognarsi senza questo passo. Ma la farsa di questa storia che si ripete sembra aver scavato un solco profondo stavolta, tra chi è disposto a credere alla buona fede rinnovata dei militari e chi invece pensa che enough sia enough. Le Forze per la libertà e il cambiamento, l'ampia coalizione di forze politiche e associazioni professionali cui si deve la lunga mobilitazione che ha portato prima al tramonto di Omar al Bashir e poi al faticoso accordo con l'esercito per una transizione ipoteticamente condivisa, sono decisamente per la seconda. Dopo quanto successo un accordo al ribasso non è sostenibile, avanti con le mobilitazioni contro quella che di fatto «è una legittimazione del golpe». La protesta nella strade è proseguita anche domenica, mentre il generale e il premier, autore e vittima del golpe, esibivano fianco a fianco la cartellina rosso porpora dell'accordo appena siglato. Tra i 14 punti che contiene c'è il rilascio di tutti i prigionieri politici, i membri del governo deposto come i manifestanti finiti in cella nell'ultima tornata di repressione. Si riafferma inoltre la validità della dichiarazione costituzionale del 2019 come base per la transizione democratica. Hamdok passa così dagli arresti domiciliari alla guida di un governo «a guida civile» come chiedeva la comunità internazionale. E poco importa se la prima e l'ultima parola sul mandato e la composizione dell'esecutivo spettano sempre al Consiglio sovrano, presieduto dallo stesso al Burhan. Ieri Hamdok in un'intervista rilasciata a al Jazeera ha provato a calmare gli animi: dice che sarà un governo ad interim di tecnocrati che «in piena autonomia» porterà il Paese al voto entro giugno 2023. C'è pure l'impegno ad aprire un'inchiesta sulle violenze commesse dalle forze di sicurezza sui manifestanti nell'ultimo mese. E c'è da finire l'opera iniziata con la rimozione del Sudan dalla black list dei Paesi che sostengono il terrorismo, ha rivendicato Hamdok. Il quale però ammette che l'accordo era «l'unica strada per evitare un altro bagno di sangue». Risultato, 12 dei "suoi" ministri si sono dimessi in segno di protesta, dissociandosi dall'accordo politico raggiunto con il Consiglio sovrano. Il nuovo governo Hamdok nasce così senza Esteri, Giustizia, Lavoro, Trasporti, Sanità, Agricoltura, Irrigazione, Investimenti, Energia, Istruzione superiore, Gioventù e Affari religiosi».

Leggi qui tutti gli articoli di martedì 23 novembre:

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