Luci verdi per quel bimbo

L'Europa della solidarietà accende le lanterne verdi per Natale. Covid, l'Italia pensa ad un Super Green pass. Tensione al confine con l'Ucraina. Draghi ha un piano C. Vertice romano per Cl

Parto da una nota personale che nasconde una notizia. Il post di questa Versione di Banfi, rassegna stampa quotidiana via newsletter iniziata l’11 febbraio, più letto in assoluto è stato quello di venerdì scorso intitolato: Morto il piccolo invasore. E dedicato al profugo siriano di un anno morto, probabilmente di freddo sul confine con la Polonia, alle porte dell’Europa. Ha battuto tutti i record di diffusione e lettura, arrivando a quasi tremila persone (ben più dei miei abbonati quotidiani). Quella terribile morte, alla quale i media hanno subito voltato le spalle, è stata, per citare Primo Levi, “come uno squillo di tromba, come la voce di Dio”… È vero, come commenta stamattina Marina Corradi su Avvenire, che non ci sono immagini di quel “piccolo invasore” ed è stato più facile dimenticare. Ma tanta gente buona si sente coinvolta e vuole agire. Anche a me è successo come a Marco Tarquinio, il direttore di Avvenire, di ricevere tante richieste di impegno e di risposta da parte di persone che sono state toccate da ciò che è avvenuto. Un mio caro amico, padre di famiglia numerosa, mi ha scritto un Whatsapp: “È mio figlio!”. Ha ragione, Corradi stamane scrive: “Era un figlio, è un figlio”. Illuminiamo questo Natale (così ricco di stop e di semafori rossi, di muri e di fili spinati) di piccole luci verdi. Noi ci siamo. Diamo il nostro via libera nella notte più buia d’Europa. Quel bambino era nostro figlio.

La pandemia in Europa sta sconvolgendo tutti i Paesi: violenze in Olanda, grandi restrizioni in Austria, emergenza in Germania. Da noi il governo sta prendendo seriamente sul serio l’ipotesi di inasprire le regole del Green pass. Si pensa ad un “super Green pass” da applicare in determinate situazioni. Lunedì si capirà di più. L’obbligo vaccinale, che ha affascinato i commentatori dopo l’esempio austriaco, appare di difficile attuazione. Ammesso che nelle manifestazioni i No Vax non indossano neanche le mascherine. Che si pensa di fare? Di ricorrere al TSO? Davvero arduo pensarlo.

La politica è concentrata sul Quirinale e sui movimenti interni a partiti e schieramenti. Renzi alla Leopolda attacca avversari e magistratura per l’inchiesta Open. Mentre La Stampa racconta di un retroscena di governo interessante: ci sarebbe un Piano C, nei progetti di Draghi al Quirinale. C come Colao. Il Sole 24 Ore esalta un rapporto del Centro studi della Confindustria, secondo cui l’Italia fa la parte della locomotiva d’Europa. E l’inflazione mondiale ci toccherebbe in modo limitato. Speriamo sia davvero così.

È ancora disponibile on line il sesto episodio della serie Podcast Le Vite degli altri da me realizzata con Chora media, in collaborazione con Vita.it e con Fondazione Cariplo. Il titolo è: La Torre più bella. Protagonista è la 50enne Tiziana Ronzio che a Roma, nel quartiere di Tor Bella Monaca, guida un gruppo di donne dei palazzoni popolari che lotta ogni giorno per il rispetto della legalità. Ha cominciato, quasi per caso, ribellandosi all’ennesimo disagio dovuto al degrado e allo spaccio nell’androne della torre, dove lei vive. Hanno fondato un’associazione che ha un nome azzeccato: “Tor più bella”. È una storia fantastica che val la pena conoscere. Cercate questa cover…

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Ancora la pandemia a dominare la scena. Avvenire è ottimista sui vaccini per il resto del mondo: Risposta pronta. Il Corriere della Sera avverte e prevede: In arrivo il super Green pass. Il Giornale vede la scuola nel mirino: Obbligo anche ai prof. Quotidiano Nazionale invece si concentra su viaggi e feste: Allarme turismo, Draghi salvi il Natale. Il Manifesto ironizza sul certificato verde: Passepartout. Il Mattino sottolinea l’inasprirsi delle regole sui trasporti: Green pass per metro e bus. Il Messaggero è simile: «Green pass anche in metro». La Repubblica discrimina: Covid, i nuovi divieti varranno solo per i No Vax. La Stampa è sulla stessa linea anche se è una citazione della Gelmini: “Se i numeri peggiorano non paghino i vaccinati”. La Verità sostiene: Obbligo di vaccino perché è impossibile. Libero vorrebbe più intransigenza: Il governo perde tempo per paura dei no vax. Il Sole 24 Ore è ottimista sull’economia: «L’Italia guida la ripresa europea». Il Fatto attacca il leader di Italia Viva: Balle e toghe rosse: Renzi posseduto da B. Il Domani è sulla corsa al Quirinale: Alle tariffe di Silvio Berlusconi per il Quirinale bastano 60 milioni.

QUEL BAMBINO ERA NOSTRO FIGLIO

Editoriale di Marina Corradi su Avvenire sul bimbo morto di freddo sul confine tra Bielorussia e Polonia.

«Immaginatevi se fosse un film: due giovani siriani fuggono dal loro Paese con un bambino di nemmeno un anno verso l'Occidente, verso la pace. Turchia, Grecia, Bosnia, con mezzi di fortuna: avanti e indietro. Scoprendo barriere sempre nuove, non tutte evidenti, ma dure e impenetrabili. Poi, chissà come, finiscono arruolati in quelle migliaia di disgraziati stretti fra i confini della Polonia e della Bielorussia, spinti dai soldati di Lukashenko verso Ovest, dove si trovano davanti muri, cavalli di frisia e i militari polacchi schierati. Il bambino di quei due, che sopravvive per mesi a ogni stento, è ora nella bolgia di una guerra non dichiarata. Fino a quando - forse perché i genitori sono stati separati e feriti negli scontri - resta solo nell'improvvisato nascondiglio dove la famiglia si era rifugiata. Arrivano i soccorsi infine, i genitori sono salvi: ma il bambino, è morto. Immaginatevi se fosse un film con i nomi giusti di Hollywood, quante lacrime verserebbero gli spettatori. 'Quanto ho pianto', direbbero il giorno dopo le ragazze agli amici. Ma non è un film, è una storia avvenuta, davvero, in queste settimane, a quel confine di cui vediamo fugaci immagini nei tg, tra un bollettino Covid e una partita di tennis delle Atp Finals. Nel tragico braccio di ferro fra Bielorussia e Polonia ci sono stati diversi morti, e di alcuni non sapremo mai. Che però fra i caduti di questa sotto-guerra ci sia anche un bambino di un anno, testimonia della ferocia dello scontro in atto. Solo da poche ore una parte dei migranti è stata accolta in rifugi riscaldati, e medici generosi (e in molti modi ostacolati) hanno potuto soccorrerli. La notizia della morte del bambino siriano viene dalla Ong polacca Polish Emergency Medical Team. Almeno ora qualcuno ha visto, qualcuno ha toccato con mano e lo testimonia. A giudicare però dalla velocità con cui la notizia è scesa e poi sparita nelle home page dei quotidiani, si direbbe che non ce ne importi molto. Siamo sensibili ormai, almeno per un po', a quello che si vede sullo schermo dello smartphone. Di Alan Kurdi, il bambino siriano affogato in un naufragio di migranti, c'era almeno la foto sul web. Del bambino di cui parliamo no. Non un'immagine, qualcosa che ci si stampi negli occhi per il tempo di uno spot. E noi siamo diventati, si direbbe, incapaci di immaginazione. Eppure chiunque ha un figlio o un nipote può capire cos' è avere un bambino di un anno fra le braccia di notte, all'aperto, al freddo; e sentirne la fronte che si fa calda e poi bollente, e non avere nulla, un antifebbrile, un antibiotico, niente. Che incubo, direbbe qualsiasi genitore, al solo pensiero. Siamo incapaci di immedesimazione, incapaci di vedere ciò che accade appena ai confini del "nostro" mondo. Naufragi nel Mediterraneo, prigioni libiche, sentieri dell’Est su cui ora comincia a nevicare: nel mondo superconnesso, tutto è lontano, niente ci riguarda. I ragazzi del ’68, a torto o a ragione, scendevano in piazza contro la guerra nel Vietnam. Il destino di quel popolo lontano almeno li interessava. Oggi cento cortei bloccano le nostre città. Chi sono questa volta? Ci si chiede sugli autobus fermi. Oggi i no-vax, domani i no-pass, l’altro ieri i Green, ragazzi preoccupati per le sorti del pianeta e per il futuro loro e di tutti. Giusto. Ma fra tanti cortei, uno ne manca: manca la passione umana di chi scenda in piazza per il destino – adesso, ora – di migliaia e migliaia di senza più nulla. Perché il Mediterraneo è inquinato, è vero, ma è anche una tomba: di uomini e donne e bambini. E quel bambino piccolissimo in un rifugio improvvisato in Bielorussia, nel gelo, potrebbe, visto che è quasi Avvento, ricordarci qualcosa – o Qualcuno. Era un figlio. È un figlio. Sapete, quando sono grandi come bambolotti, quattro denti appena che si vedono quando la bocca si schiude in un sorriso. Sapete, quando traballano incerti e fieri nei primi passi, stretti alla nostra mano. Uno sforzo, minimo, di immaginazione e d’immedesimazione: non lo vedete? Era un figlio, è un figlio. Proprio come i nostri».

LANTERNE VERDI NEI PRESEPI

La rubrica delle lettere al Direttore di Avvenire è tutta dedicata ai muri d'Europa. Ci sono tre lettere-appello che chiamano alla solidarietà con i richiedenti asilo inchiodati alle frontiere della Ue. Accendiamo luci verdi in case, presepi e alberi di Natale.

«Gentile direttore, mentre rileggevo il dossier pubblicato su "Avvenire" di martedì 16 novembre sulle questioni umanitarie, così sanguinanti, ai confini orientali della Ue (ma non solo lì) mi è arrivata una chiamata: l'amica - ex presidente di un importante Centro di aiuto alla vita romagnolo - si scusa subito, la telefonata è partita per errore, ne approfitta però per esternare tutto il suo dolore e il senso d'impotenza di fronte soprattutto al dramma di quei bambini che freddo e fame stanno torturando e persino uccidendo. Le ho promesso che qualcosa avremmo fatto, ma non vorrei fermarmi a un comunicato stampa. Quindi, direttore, le chiedo: possono le persone "di buona volontà" pensare e trovare un'azione comune? E "Avvenire" può aiutarci? Durante la guerra in Kosovo da questa nostra Emilia-Romagna, insieme alla Caritas, partimmo e arrivammo a Scutari con un convoglio di aiuti; dopo il terremoto in Nepal arrivammo alla casa di accoglienza "Corona di Bellezza" di Katmandu. E il sostegno del giornale fece la differenza. Direttore, ci è d'obbligo trovare cose giuste da fare, oltre le parole. Ci aiuti. Antonella Diegoli presidente Federvita Emilia-Romagna.

Gentile direttore, ho deciso che quest' anno il presepio della nostra chiesa sarà illuminato di verde. Mi presento: sono un religioso dei Betharramiti e rettore della chiesa di Santa Maria dei Miracoli nella centralissima piazza del Popolo a Roma. Come in tante altre parrocchie d'Italia, con alcuni amici laici stiamo riflettendo sulla Natività da allestire in chiesa per le prossime festività. Uno dei temi usciti dal pensiero comune è quello dell'indifferenza, che sempre più vediamo alzare muri intorno a noi. Poi - grazie anche ai reportage del suo giornale - siamo venuti a conoscenza della situazione dei profughi ammassati sui confini bielorussi e sfruttati senza pietà da biechi interessi di politica internazionale: anche lì c'è tanta indifferenza (compresa la nostra di europei "civili"), anche lì ci sono tante Sacre Famiglie con bambini al freddo, senza cibo... Così ci è venuta l'idea di rappresentare la Natività avendo sullo sfondo le drammatiche immagini in formato gigante di questo moderno «non c'era posto per loro», ma anche illuminate da una lanterna verde come quella che tanti cattolici polacchi appendono alle loro case per far sapere che lì c'è soccorso e fraternità. Ecco: l'indifferenza, sì, ma anche la luce di quello che ognuno di noi può e deve fare per rompere almeno un po' il buio della notte. Sarebbe bello che questo Natale tutti mettessero una lanterna verde alla finestra e nel presepe, non trova direttore? pdre Ercole Ceriani scj Roma.

Gentile direttore, grazie, mille volte grazie per lo splendido dossier di martedì 16 novembre 2021 sui migranti e noi intitolato "Se questa è Europa"! Pagine da rileggere, da conservare per avere un quadro dettagliato e reale della situazione internazionale sul problema di migranti e rifugiati. Ho letto più volte l'editoriale, ogni sua parola ha un valore significativo che incide e appassiona, ho apprezzato gli articoli e le mappe dei giornalisti suoi collaboratori che hanno fornito risposte chiare ed esaurienti a tanti miei interrogativi. Grazie ancora davvero. Avevo trascorso una notte insonne, popolata dalle ombre dei migranti respinti dagli idranti e dai lacrimogeni nel freddo dell'inverno bielorusso. Il triste quadro di un'Europa immemore delle sue radici e dei suoi valori mi rattrista profondamente: l'avevo accolta con entusiasmo ed ora vedo appassire tante speranze. Eppure qualcosa mi rincuora e mi salva! Sono quelle lanterne verdi accese ai confini tra Polonia e Bielorussia, che dicono "coraggio! noi ci siamo, siamo la Polonia di Karol Wojtyla, i nostri cuori battono per voi, qui c'è un pane e un rifugio". Per il nostro cammino dell'Avvento accendiamo, allora, anche noi tante lanterne verdi nei cuori e nelle case per rischiarare un Natale di Luce e di Accoglienza. Grazie, direttore, e... continui a "vaccinarci" contro indifferenza e ignoranza. Giulia Borroni Castellanza (Va)

RISPONDE IL DIRETTORE MARCO TARQUINIO:

Ho scelto tre delle molte lettere piovute in redazione negli ultimi giorni dopo il drammatico dossier sui muri d'Europa alzati davanti a profughi e migranti che abbiamo pubblicato all'inizio di questa settimana. Dati e fatti che documentano una realtà di tradimento dei princìpi su cui era stata edificata l'Unione e che, per la loro stessa evidenza, dovrebbero chiamare una volta per tutte a una mobilitazione civile e cristiana. Queste tre lettere sono una prima risposta "dal basso", importantissima anche per la debolezza o l'assenza di risposte "dall'alto", cioè dai palazzi della politica. Soltanto un'europarlamentare del M5s, Laura Ferrara («No ai muri e oltre Dublino: Strasburgo agisca subito », "Avvenire" del 17 novembre 2021), ha reagito e ha preso un impegno personale e politico esplicito. La ringrazio e ringrazio Antonella Diegoli, padre Ercole Ceriani e Giulia Borroni per i tre messaggiappello che precedono queste mie considerazioni. Alla gentile e volitiva presidente di Federvita Emilia-Romagna dico che purtroppo un dramma nel dramma è oggi rappresentato dalla difficoltà di portare soccorso ai poveri inchiodati su certe frontiere geografiche ed esistenziali d'Europa. È una paralizzante conseguenza del virus anti-solidale che purtroppo intossica la politica complessiva del Vecchio Continente e, in diversi Paesi, condiziona persino politici che rivendicano nella propria azione un'intenzione cristiana (ma noi sappiamo che il cristianesimo non si rivendica e non esibisce, si dimostra vivendolo). La realtà è che sul confine che corre tra Bielorussia e Polonia è molto complicato portare qualunque forma di aiuto ai migranti presi in ostaggio, persino a morte, dal cinismo aggressivo dell'autocrate Lukashenko e dal rifiuto "a prescindere" delle autorità di Varsavia. Le sanzioni alla Bielorussia bloccano quasi tutto su quel versante, mentre sul lato polacco della frontiera - come continuiamo a documentare - l'azione delle organizzazioni umanitarie è ostacolata ed è perciò possibile soltanto a misera intermittenza. E questo nonostante gli accorati appelli degli episcopati dei due Paesi e l'impegno delle Caritas locali e di Ong di diversa ispirazione e d'identica generosa dedizione. Ma anche lì, come nei Balcani, nell'Egeo e in altri luoghi mediterranei, la mano tesa di chi non vuol limitarsi alle parole può arrivare attraverso le reti internazionali di soccorso. In particolare, tramite Caritas italiana, (anche nelle sue articolazioni diocesane) è possibile concordare aiuti specifici e si possono sostenere interventi a favore delle persone migranti lungo tutte le rotte europee di terra e di mare. Si può donare on-line su www.caritas.it, oppure, specificando nella causale "Europa/ Rotte migratorie" si possono utilizzare i seguenti conti intestati a Caritas Italiana: Conto corrente postale n.347013; Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma -Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111; Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma - Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474; Banco Posta, viale Europa 175, Roma - Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013; UniCredit, via Taranto 49, Roma - Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119. Meno complicato è far sentire la nostra spinta solidale "dal basso" con gesti semplici ed eloquenti. Uno di questi, come chiedono padre Ceriani e la professoressa Borroni, è certamente l'accensione di Lanterne Verdi nei presepi, sugli alberi di Natale e alle finestre di case e di edifici comunitari, ma anche, come ha proposto sulle nostre pagine («Accendiamo tutti la Lanterna Verde», "Avvenire" del 19 novembre 2021) la direttrice generale di Save The Children Daniela Fatarella, nei canali della comunicazione social (hashtag: #greenlight e #lanterneverdi). Sarà davvero importante se in questa stagione tesa e amara e sulla via del Natale di Gesù una grande luce verde, fatta di tante piccole lanterne, riuscirà a illuminare la notte dell'Europa e la sofferenza di uomini e donne esuli, che bussano alla porta e che non hanno luogo dove andare e dove stare».

RISCHO INVASIONE PER L’UCRAINA

La crisi umanitaria è provocata da un braccio di ferro tra nazioni. L’ultima notizia in quello scacchiere è che truppe russe si stanno concentrando al confine dell'Ucraina: la prova è nelle foto satellitari. Gli Usa temono una nuova invasione dei soldati di Putin. Paolo Mastrolilli per Repubblica.

«Se è vero che un'immagine vale più di mille parole, sull'ammassamento di truppe russe vicino al confine con l'Ucraina è essenziale osservare le foto satellitari scattate il 9 novembre scorso, pubblicate dal Center for Strategic and International Studies con un articolo firmato dal vicepresidente Seth Jones. Perché riportano alla mente quelle che l'ambasciatore americano Adlai Stevenson presentò al Consiglio di Sicurezza dell'Onu il 25 ottobre del 1962, per provare al mondo che Mosca stava costruendo una base missilistica a Cuba e smentire la propaganda sovietica. «Come mostra la nuova analisi delle immagini satellitari del Csis - spiega il testo - di recente c'è stato un aumento del 17 per cento nel numero di strutture militari utilizzate per lo stoccaggio e l'alloggio delle truppe fuori dalla città russa di Yelnya, sede della 144a Divisione di Fucilieri Motorizzati della Guardia. L'analisi mostra anche un continuo aumento di equipaggiamento militare e personale della 41esima Armata Combinata, normalmente presidiata a oltre 2.000 miglia di distanza a Novosibirsk », cioè in Siberia. Resta da capire se si tratta di azioni ordinate per intimidire Kiev, oppure preparare un'offensiva in territorio ucraino più ampia del 2014. Giovedì Putin ha accusato gli Usa di «ignorare le linee rosse» di Mosca, aggiungendo di sperare che «la tensione resti più a lungo possibile» affinché la Russia sia presa sul serio. Il suo obiettivo strategico generale è evidente da tempo: ristabilire il controllo sui territori chiave dell'ex impero sovietico. Il segretario di Stato Blinken gli ha risposto di essere preoccupato «dalle azioni e la retorica» del Cremlino. L'analisi di Jones prosegue così: «La crescente impronta militare della Russia, composta da quasi 100mila soldati russi, comprende una gamma di armi e sistemi offensivi. Gli esempi includono carri armati T-80U, obici semoventi 2S1 Gvozdika e 2S19 Msta, veicoli da combattimento della fanteria, sistemi a lancio multiplo di razzi BM-21 (MLRS), lanciafiamme pesanti TOS-1, sistemi missilistici balistici a corto raggio 9K720 Iskander (Srbm), artiglieria trainata, missili terra-aria (Sam) e veicoli di supporto. Personale e attrezzature sono a circa 160 miglia a nord del confine, a breve distanza dall'Ucraina». Il Wall Street Journal ha poi rivelato che le navi russe pedinano quelle occidentali nel Mar Nero. Per capire bene la geografia, secondo Google Maps Yelnya si trova a 314 chilometri da Hrem' yach, nel Chernihiv Oblast dell'Ucraina settentrionale, poco più della distanza fra Roma e Firenze. Chiunque sia andato in auto dalla città dei Medici a quella dei Papi, capisce che non ci vuole molto tempo per arrivare. Superfluo poi parlare di aerei, elicotteri o missili, che potrebbero colpire in pochi minuti. Per farsi un'idea strategica più precisa, quando durante la Guerra Fredda l'Italia temeva un'invasione dal blocco sovietico usando la Jugoslavia, una base principale dei nostri carri armati, ancora in funzione, era Aviano. La distanza che la separa da Trieste è 133 chilometri, mentre Kranjska Gora, oggi in Slovenia, è a 147 chilometri. Questo conferma che non è necessario trovarsi sulla linea del confine, per rappresentare una minaccia concreta e imminente. Perciò l'analisi del Csis si conclude così: «Sebbene non sia chiaro se la Russia invierà forze convenzionali in Ucraina a breve, gli Usa e i loro alleati europei devono prendere sul serio le azioni di Mosca. Le forze militari russe, inclusi elementi della 41a Armata Combinata e della 144a Divisione di Fucilieri Motorizzati della Guardia, probabilmente supererebbero le forze convenzionali ucraine e invaderebbero Kiev nel giro di poche ore, se invadessero». Jones scrive che l'Occidente non ha la capacità militare di contrastare l'attacco, ma può prevenirlo minacciando punizioni. Questo spiega perché il New York Times ha scritto che la direttrice nazionale dell'intelligence Usa, Avril Haines, è andata a Bruxelles per avvertire gli alleati che «la finestra per evitare l'invasione è breve». Quindi bisogna concordare subito un pacchetto di misure economiche e militari comuni, per dissuadere Putin».  

L’ambasciatore Sergio Romano dedica la sua consueta rubrica diplomatica per il Corriere sulla crisi tra Bielorussia e Polonia.

«Aleksandr Lukashenko, presidente della Bielorussia, ha dichiarato guerra alla Unione Europea. Non è una guerra tradizionale con forze combattenti e bombardamenti dal cielo o dal mare. È una guerra ibrida, come sono stati chiamati dal 2011 i conflitti in cui le forze in campo (fra cui allora quelle del libico colonnello Gheddafi) ricorrono soprattutto ad armi cibernetiche che possono sconvolgere o distruggere l'intero sistema operativo dell'avversario. Ma nel caso di Lukashenko l'arma è inconsueta: una massa di esseri umani che il dittatore bielorusso riesce a muovere sulla sua scacchiera per costringerli ad entrare in Paesi (soprattutto Lituania e Polonia) che appartengono alla Unione Europea. Vuole punire la Ue per avere adottato sanzioni contro la sua persona quando si era brutalmente sbarazzato dei suoi avversari politici, e lo fa costringendo alcuni suoi membri ad accogliere un numero incalcolabile di esuli che provengono soprattutto dal Medio Oriente e che peseranno d'ora in poi sui bilanci dei Paesi in cui verranno accolti. Credo che a questa guerra ibrida si debba rispondere con una operazione militare e che questa operazione spetti alla Ue. Se fosse lasciata alla Polonia sarebbe soltanto l'ennesima guerra di uno Stato per la propria indipendenza e sopravvivenza. Se fosse gestita dalla Ue, invece, dimostrerebbe che l'Europa può difendere se stessa ricorrendo, se necessario, alle armi. Questa esigenza fu avvertita sin dai primi passi di Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi verso l'unificazione dell'Europa all'inizio degli anni Cinquanta. Dalla Comunità Europea del carbone e dell'acciaio, creata nell'aprile del 1951, nacque una nuova iniziativa. I 6 Stati sapevano che la loro creatura aveva bisogno di un esercito e ne prepararono le condizioni con la formazione di una Comunità Europea di Difesa. Ma i tempi non erano maturi e il progetto si scontrò nel Parlamento francese il 30 agosto 1954 contro una innaturale combinazione di comunisti e nazionalisti. Il progetto fu abbandonato ma non dimenticato, e ogni sforzo si concentrò da allora sulla creazione di una Europa economica e sociale. I risultati sono stati straordinariamente positivi. Abbiamo una Unione che ha progressivamente allargato le sue competenze e rafforzato le sue istituzioni. Ma quanto più l'Ue è forte ed efficace, tanto più è necessario dotarla di un esercito; e un esercito è credibile soltanto se può dare una dimostrazione della sua esistenza. Oggi l'occasione esiste. Lukashenko è un dichiarato nemico della Ue e non perderà occasione, se lo lasciano impunito, di colpire l'Ue con tutti i mezzi di cui dispone. Un'operazione militare, se realizzata con le migliori forze dei suoi membri, avrebbe due risultati: darebbe ai bielorussi una occasione per costruire uno Stato democratico e dimostrerebbe che, se necessario, l'Ue può difendersi con le armi. P. S. Non piacerà alla Russia, ma il Cremlino non ama Lukashenko e probabilmente si limiterà a disapprovare l'accaduto».

STRETTA SUL SUPER GREEN PASS

L’altra grande emergenza europea, la nuova ondata del virus, sta provocando reazioni impensabili fino a qualche settimana fa. Dopo Austria e Germania, anche l’Italia sta pensando ad una stretta. Sarzanini e Guerzoni per il Corriere.

«La stretta è ormai inevitabile, il nuovo decreto a cui lavora il governo punta a frenare la quarta ondata di Covid e a smuovere lo zoccolo duro di italiani che non vogliono immunizzarsi. Al vertice con le Regioni di domani o martedì e poi alla cabina di regia di metà settimana saranno sul tavolo diverse ipotesi, dal super green pass, all'obbligo vaccinale. Toccherà al premier Mario Draghi trovare il punto di equilibrio, ma la filosofia che orienterà le scelte è chiara: non far pagare restrizioni e chiusure agli italiani che si sono vaccinati. Il capo del governo ha ancora molti dubbi, eppure non è certo sordo alle pressioni di chi - a cominciare dai governatori Fedriga e Toti - chiede che il prezzo lo paghino i no vax. Speranza parte dai numeri di contagi e vittime e ricorda che «abbiamo un vantaggio rispetto ai Paesi come Austria, Germania, Olanda e Belgio costretti a imporre misure rigorose e chiusure drammatiche». Il primo passo potrebbe essere rilasciare il green pass soltanto ai vaccinati e ai guariti. Chi non lo avrà, dovrà sottoporsi al tampone per andare al lavoro. Obiettivo: evitare di finire in zona gialla entro la fine di dicembre, con obbligo di mascherina all'aperto, riduzione dei posti a sedere nei ristoranti e delle capienze nei luoghi dello spettacolo. E con la chiusura delle discoteche in vista delle festività di fine anno. Si procede dunque, pur consapevoli delle resistenze di Salvini e delle inevitabili proteste del fronte no vax. Green pass sul bus. La novità importante di cui si discute è la possibilità di estendere il green pass alle categorie che erano state lasciate fuori dal decreto del 15 ottobre, a cominciare dai fruitori dei servizi e dei mezzi pubblici. Se passerà la linea del rigore, non si potrà più salire sull'autobus o in metropolitana senza green pass. Sarà richiesto anche al pensionato che dovrà recarsi all'Inps, al cliente dello studio notarile e agli impiegati della P.A. che lavorano a contatto con i cittadini. La durata. Certamente il green pass avrà una durata più breve: non più gli attuali 12 mesi, ma 9 mesi in modo che il calo della copertura vaccinale - calcolato oltre i 6 mesi dall'ultima dose - venga attutito. Obbligo vaccinale: è la prospettiva più estrema, ma a Palazzo Chigi il ragionamento è apertissimo. Se i numeri dovessero peggiorare ancora il governo potrebbe decretare l'imposizione per tutti gli italiani, oppure fermarsi un passo prima decidendo di estendere l'obbligo, già previsto per i sanitari, a categorie come gli insegnanti e gli agenti di pubblica sicurezza. Certificato 2G e 3G: alcuni governatori hanno proposto un modello simile a quello tedesco delle 2G, che sta per vaccinati ( Geimptf ) e guariti ( Genesen ). Il green pass verrebbe rilasciato solo a queste due categorie, mentre con il certificato 3G, che consente di ricorrere al tampone, non si avrebbe accesso alle attività culturali, sociali e ricreative. Nella lista dei luoghi proibiti ai no vax sono inclusi ristoranti e bar, palestre e piscine, cinema e teatri, discoteche e stadi. Impossibile anche partecipare alle feste dopo le cerimonie. Sembra invece confermata la possibilità di poter salire sui treni dell'alta velocità e sugli aerei se si ha soltanto il tampone. Con questa modalità sarà consentito l'ingresso nei luoghi di lavoro, pur non potendo escludere un'ulteriore stretta almeno per alcune categorie, se la situazione dovesse ulteriormente peggiorare. I 5 mesi Appena arriverà il via libera dell'Aifa, il ministero della salute autorizzerà la terza dose o il richiamo del vaccino dopo 5 mesi dall'ultima inoculazione. Una decisione dovrà invece essere presa sulla validità dei tamponi, ma appare scontato che sarà ridotta: 48 ore per i molecolari e 24 ore per gli antigenici. Zone a colori Un altro nodo da sciogliere riguarda l'estensione delle nuove regole a carico dei no vax: per tutta l'Italia, o solo per le fasce di rischio più alte? Per il governatore Fedriga e per il ministro Brunetta i divieti dovrebbero scattare solo con il giallo, l'arancio e il rosso: «Se una regione cambia colore, i divieti li applichi solo ai non vaccinati, quindi se hai solo green pass col tampone non vai a sciare», la posizione del titolare della Pubblica amministrazione. Altri ministri spingono invece per imporre le restrizioni anche in zona bianca».

C’è già chi pensa alle conseguenze politiche di un Natale “rovinato” dal Covid e fa anche il tifo, come dice il titolo del Fatto: Se va avanti così Draghi si gioca il Colle… Convergono i negazionisti del Pd, come Ceccanti: Mattarella e Draghi saranno obbligati a stare ai loro posti, insiste. Giacomo Salvini per Il Fatto:

«Tra i corridoi di Palazzo Chigi, in queste ore, gira un grafico che sta terrorizzando Mario Draghi e i suoi consiglieri. È una previsione dell'European forecast hub e parla chiaro: oggi i contagi settimanali si attestano intorno ai 54mila, ma tra un mese, a metà dicembre, si potrebbe arrivare a superare quota 75mila. E a metà gennaio? A quella data le previsioni non arrivano ma tra i consiglieri del premier è chiaro a tutti che, senza misure restrittive, ci si arriverà con un picco di contagi. Proprio in quei giorni il Parlamento si riunirà in seduta comune per eleggere il presidente della Repubblica. Un passaggio delicatissimo che può diventare esplosivo a causa della quarta ondata di Covid. Perché rischia di impedire a Mario Draghi di essere eletto al Quirinale e di incastrarlo a Palazzo Chigi. Anche perché il 2 febbraio scorso, quando Sergio Mattarella decise di affidargli l'incarico evitando di sciogliere le Camere, i contagi settimanali erano poco più di 85 mila. Allora c'erano 400 morti al giorno e tra due mesi si spera che i vaccini evitino la stessa tragedia, ma con una curva dei contagi simile sarebbe complicato giustificare il passaggio di Draghi al Colle e una crisi al buio. A Chigi recitano come un presagio le parole di Mattarella di nove mesi fa contro il voto anticipato: "Sconfiggere il virus richiede un governo nella pienezza delle sue funzioni per adottare i provvedimenti necessari e non un governo con attività ridotta al minimo". Tra due mesi tutto potrebbe ripetersi. La convinzione che la quarta ondata costringerà Draghi a rimanere dov' è, si sta facendo strada anche tra i ministri che lo vorrebbero al Colle: Dario Franceschini su tutti, ma anche Giancarlo Giorgetti. Dunque, che fare? La prossima settimana sarà decisiva sul fronte delle misure anti-Covid. Una partita che si intreccerà con quella del Quirinale. Draghi domani incontrerà i governatori, poi giovedì il Cdm approverà un nuovo decreto: obbligo della terza dose per i sanitari, riduzione da 12 a 9 mesi del green pass ma il piatto forte saranno le nuove restrizioni. Oltre ai presidenti di Regione, le chiedono tutti i ministri. Ma Draghi è cauto: "Niente allarmismi". L'obbligo vaccinale finora non è sul tavolo e il premier vorrebbe evitare nuove chiusure per non irritare Matteo Salvini e Giorgia Meloni che fino a oggi sono gli unici due leader ad aver sostenuto apertamente la sua candidatura al Colle. Ma qualcosa il governo dovrà fare: l'ipotesi è quella di limitare, già giovedì, la vita sociale dei non vaccinati. Quindi, divieto di andare in palestra, ristorante e cinema. Un provvedimento che Draghi subirà, ma che potrebbe diventare un vantaggio per la corsa al Colle: prima si stringe la cinghia, prima i contagi iniziano a calare. Obiettivo: arrivare al picco a Natale e a metà gennaio con una situazione più sostenibile. A quel punto, la strada di Draghi verso il Colle sarebbe ancora percorribile. Stretta, ma percorribile. Perché, per evitare crisi al buio, servirebbe un accordo di tutti i partiti per eleggerlo al Quirinale e indicare già un sostituto da incaricare con consultazioni lampo. "Ma serve un'elezione ampia al primo scrutinio" dice il senatore Gaetano Quagliariello. In contrario, la partita si complicherebbe. Il premier rischia di rimanere incastrato a Chigi e non si potrebbe eleggere nemmeno un Presidente a maggioranza - di centrodestra o centrosinistra - perché un attimo dopo cadrebbe il governo. Così la quarta ondata fa tornare lo spettro di un Mattarella-bis: "Lui e Draghi - sostiene il dem Stefano Ceccanti - saranno obbligati a rimanere ai loro posti"».

OLANDA, VIOLENZA NO VAX

Manifestazioni No Green pass e No Vax arrabbiate, e limitate nelle adesioni, in Italia al 18 esimo sabato consecutivo di proteste. Grande violenza in Olanda. Da Amsterdam Roberto Brunelli per Repubblica.

«Spalanca gli occhi la signora magra con la zazzera bionda, e grida: «Ma non lo sa degli infarti, della cecità e dell'infertilità provocate dai vaccini? Con la scusa della pandemia ci stanno rubando la libertà». Ha una Stella di David cucita sulla giacchetta, il marchio degli ebrei ad Auschwitz, che attira l'attenzione di due poliziotti, i quali, però, dopo averci scambiato due parole, decidono di non insistere e si limitano a scattare qualche foto. Siamo al Dam, la piazza più importante della capitale olandese, nel day after della manifestazione anti-lockdown di Rotterdam: automobili in fiamme, sette feriti, decine di arresti, le forze dell'ordine che sparano in aria, lanci di pietre e fuochi d'artificio, le strade che sono un tappeto di vetri rotti. E, secondo le autorità, un certo numero di infiltrati di destra. «Un'orgia di violenza», l'ha definita il sindaco della città portuale. La manifestazione che doveva tenersi ad Amsterdam, invece, è stata annullata dopo il fuoco dell'altra notte: ma solo in teoria, perché qualche centinaio di persone ha comunque marciato fino alla stazione centrale, seguite da una colonna di furgoni della polizia. Sugli striscioni "No al lockdown", "Difendiamo la democrazia", "Stop al codice Qr" (l'equivalente del nostro green pass), tante bandiere olandesi. «A Rotterdam è stato un inferno», dicono sul loro sito gli organizzatori, quelli dell'associazione United We Stand : ai tavolini del Dam si accontentano di un'infinità di volantini e di molti slogan. Nessuno indossa una mascherina, altri due o tre militanti portano la stella gialla sul petto. Fa impressione, nella città di Anna Frank. L'Olanda sembra al tempo stesso stordita e incredula di fronte alla nuova violentissima ondata di contagi che l'hanno investita: l'incidenza settimanale conta 749,2 infezioni di Covid su 100 mila abitanti, ieri i nuovi casi erano oltre 23 mila a fronte di una popolazione di 17 milioni di persone, con un trend di crescita del 43%. Da lì il semi-lockdown di tre settimane deciso dal governo: ristoranti, bar e negozi chiudono alle 20, incontri privati con massimo quattro persone, grandi eventi annullati, al cinema ci andranno solo i vaccinati. Il governo di Mark Rutte alla fine di questo 'semi-lockdown'pensa di introdurre anche qui la regola del '2G', ossia l'accesso ai ristoranti e bar solo a chi è immunizzato o guarito dal Covid. Ma la resistenza è forte: quella di Rotterdam è solo l'ultima, la più grave, di una lunga serie di manifestazioni, non sempre pacifiche, l'ultima delle quali la settimana scorsa all'Aja. Il problema è che la quarta ondata sembra aver preso il Paese alla sprovvista. Quando lo scorso giugno fu decretata l'uscita dal precedente lockdown il ministro alla Giustizia Ferdinand Grapperhaus davanti alle telecamere si mise a canticchiare «finisci nell'immondizia, mascherina », mentre Rutte festeggiava «il grande momento». I Paesi Bassi sembravano riscoprire la leggerezza: festival con migliaia di spettatori, ristoranti pieni, stadi gremiti. Difficile spiegare che oggi a spingere i contagi in parte sono anche i minori di 12 anni e gli anziani, ma anche il fatto che l'Olanda è un Paese piccolo e densamente popolato: «Come piace alle epidemie», spiega amaro il virologo Frits Rosendaal. Ma soprattutto pesa il numero dei non vaccinati: quasi il 30% della popolazione olandese. E tra questi uno zoccolo di irriducibili. A loro volta alimentati - a quanto denunciato l'anno scorso dalla ministra dell'Interno Kasja Ollongren in parlamento sulla base di un rapporto dei servizi d'intelligence - anche da una valanga di fake news generate in Russia e diffuse capillarmente attraverso alcuni social media in lingua olandese. E poi c'è l'ultradestra di Thierry Baudet, capo del Foro per la democrazia (Fvd), a soffiare sul fuoco: mercoledì un suo deputato, Pepijn van Houwelingen, ha evocato «un tribunale» per i colleghi social-liberali di Democraten 66. Una minaccia, secondo i giornali olandesi, nata per difendere un tweet del suo leader che paragonava la politica anti- pandemia del governo al nazismo e definiva i non vaccinati «nuovi ebrei». Per capirsi: Baudet è uno che mette le virgolette alla parola Olocausto, ama parlare di «dittatura del coronavirus» e considera il Covid una malattia innocua. La pensa così anche la signora con la zazzera bionda e la Stella di Davide sul petto: «Molto più pericoloso il vaccino», sibila».

SOCCI E I CATTOLICI MILITANTI NO VAX

Su Libero Antonio Socci torna sul tema dei cattolici contrari ai vaccini:

«Con "l'amico novax" c'è ormai "un solco incolmabile". Così lo scrittore Emanuele Trevi sul Corriere della sera: «Pensano che mostrare il green pass in treno sia un attentato alla Costituzione... cascano le braccia alla sola idea di discutere con loro». Secondo Trevi «a sorreggerli c'è l'inconfessato sentimento che tanto a vaccinarsi ci abbiano pensato gli altri». Giovanni De Luna sulla Stampa esprime una sensazione altrettanto forte: «L'irruzione dei novax sulla scena pubblica ha provocato una rottura nella profondità dei legami sociali». Si è aperto un baratro nei rapporti umani, «a cominciare da quelli tra medico e paziente» che pure - all'inizio della pandemia - erano stati spesso eroici e commoventi. Perfino la Chiesa, che potrebbe essere la preziosa e materna presenza che porta saggezza e solidarietà, che riconduce al buon senso, ricucendo un tessuto sociale rabbioso e radicalizzato, è, a sua volta, lacerata perché c'è una parte del mondo cattolico che ha fatto sua l'ideologia novax. Oltretutto è quella parte che, in passato, si era distinta per fedeltà e ortodossia, mentre oggi si contrappone all'insegnamento della Chiesa espresso dalla Congregazione per la dottrina della fede e lo delegittima. I SILENZI Finora la gerarchia ecclesiastica ha sottaciuto questa spaccatura o forse ha sottovalutato le sue traumatiche conseguenze ecclesiali. Solo il cardinale Eijk ha parlato in modo chiaro, ma non si tratta di un prelato italiano, bensì del primate d'Olanda (peraltro ratzingeriano). Il cardinale ha tuonato contro «la cultura iper-individualista contemporanea, che percepisce come una violazione della libertà» quelle limitazioni decise dagli stati durante la pandemia: «(essa) non riesce a comprendere che i governi hanno il diritto e persino l'obbligo di limitare in una certa misura la libertà dei cittadini se ciò è necessario per evitare che agenti infettivi, come il virus Covid-19, si diffondano tra la popolazione». In sostanza il porporato ha messo in guardia i cattolici perché aderendo alle proteste novax e alla loro assurda visione, di fatto abbracciano quell'ideologia individualista che è alla base della cultura radicale e libertaria che avversano su altri temi (come l'eutanasia o l'aborto). Finalmente però nei giorni scorsi anche i vescovi italiani hanno affrontato il problema. Il Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana, nel messaggio sulla 44a Giornata nazionale per la vita, ha espresso riconoscenza ai tanti che «sin dai primi giorni della pandemia» si sono prodigati per salvare vite umane (specie medici e infermieri), a volte pagando «un prezzo molto alto per la loro generosità». Poi i vescovi scrivono: «Non sono mancate tuttavia manifestazioni di egoismo, indifferenza e irresponsabilità, caratterizzate spesso da una malintesa affermazione di libertà e da una distorta concezione dei diritti. Molto spesso si è trattato di persone comprensibilmente impaurite e confuse, anch' esse in fondo vittime della pandemia; in altri casi, però, tali comportamenti e discorsi hanno espresso una visione della persona umana e dei rapporti sociali assai lontana dal Vangelo e dallo spirito della Costituzione. Anche la riaffermazione del "diritto all'aborto" e la prospettiva di un referendum per depenalizzare l'omicidio del consenziente vanno nella medesima direzione». Il messaggio della Chiesa ai cattolici novax, in genere di idee conservatrici (quindi lontane dall'ideologia liberal), è chiarissimo: attenti, state abbracciando la mentalità che avete sempre avversato. Purtroppo però anche questo messaggio è stato ignorato o non è arrivato ai destinatari. Eppure contiene riflessioni che sarebbero preziose per tutti, comunque la pensiamo su vaccini e Green pass. Dopo due anni di pandemia ci sono importanti lezioni da trarre. La prima è che - nonostante tutte le difese che con il progresso scientifico e tecnologico abbiamo costruito - noi restiamo creature fragili e la nostra vita è effimera. LA MINACCIA Quindi - dicono i vescovi - è crollata «ogni illusione di onnipotenza e autosufficienza». È una consapevolezza importante da conquistare, perché noi moderni dimentichiamo spesso la nostra condizione umana. Però - proprio di fronte a questa incontrollata minaccia di morte- la Chiesa stessa avrebbe potuto e dovuto comunicare anche la cosa più importante, quella per cui essa stessa esiste e cioè che la morte non ha l'ultima parola, perché Cristo l'ha vinta, e non fa più terrore, tanto che Francesco d'Assisi poteva chiamarla serenamente "sorella morte" (Laudato si' mi' Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare). Papa Benedetto XVI - per la scomparsa di una delle Memores Domini della famiglia pontificia - spiegò che il Signore non dimentica mai nessuno di noi e questo vale anche se si muore soli in una terapia intensiva: «Il Signore è Memor nostri, ci ricorda con l'amore di un Genitore, di un Fratello, di un Amico, anche nel momento della morte. Sebbene a volte possa sembrare che in quel momento Lui sia assente, che si dimentichi di noi, in realtà noi siamo sempre presenti a Lui, siamo nel suo cuore. Ovunque possiamo cadere, cadiamo nelle sue mani. Proprio là, dove nessuno può accompagnarci, ci aspetta Dio: la nostra Vita». In fondo c'è una cosa che, in questa tragedia collettiva, ha accomunato i novax e tutti noi vaccinati ed è la paura (magari, nel loro caso, paura della cosa sbagliata, cioè del vaccino, ma pur sempre paura). Al fondo sempre paura della morte. LA PAURA Ma fermandoci alla paura, ha scritto Davide Rondoni - poeta di qualità e osservatore intelligente - ci riduciamo alla nostra mera realtà biologica, preoccupandoci solo della durata della vita, che comunque è sempre limitata, mentre dimentichiamo di interrogarci sul suo significato, su ciò per cui vale la pena vivere, su quello che rende l'esistenza degna di essere vissuta. Forse la Chiesa avrebbe dovuto far sentire di più la sua voce su questo che è l'aspetto decisivo, sempre. Ma testimoniano proprio questo i cristiani che donano il loro tempo e le loro energie in tante opere di carità. Magari si poteva e si può fare di più anche durante la pandemia, lo dico da cattolico e lo dico specialmente a tanti amici novax: basta con manifestazioni e post di protesta su internet, facciamo piuttosto opere di carità. Con l'amore testimoniamo - come scrivono i vescovi - che «la vita ha bisogno di essere custodita e che nessuno può bastare a se stesso», che «ciascuno ha bisogno che qualcun altro si prenda cura di lui, che custodisca la sua vita dal male, dal bisogno, dalla solitudine, dalla disperazione». Come fece, nella parabola, il Buon Samaritano il quale poi è Cristo stesso che è venuto fra noi, si piega sulle nostre miserie e le nostre ferite e ci salva».

QUIRINALE, ESISTE UN PIANO C

Sulla Stampa Ilario Lombardo rivela un retroscena: a Palazzo Chigi si starebbe pensando ad un piano C, per l’elezione al Quirinale. C come Colao.

«E se fosse Vittorio Colao? Se fosse lui, l'attuale ministro per la Transizione digitale, a sciogliere il rebus su chi potrebbe andare a Palazzo Chigi se Mario Draghi decidesse di assecondare la propria candidatura al Quirinale? Non è un'ipotesi di scuola, ma è quello di cui stanno concretamente parlando nel governo, al ministero dell'Economia e in ambienti finanziari. Da quanto risulta, ne sarebbe informato anche Francesco Giavazzi, consigliere economico del presidente del Consiglio. Dopotutto, al netto di qualche rallentamento del ministero sui progetti legati alle risorse del Recovery plan europeo, Draghi ha dimostrato non troppo tempo fa di avere fiducia in Colao consegnandogli, a fine agosto, la cruciale delega all'aerospazio. Un'altra leva fondamentale per il supermanager bresciano già incaricato del secondo capitolo più sostanzioso del Pnrr dopo la transizione ecologica. Draghi è consapevole che la digitalizzazione dell'Italia è una sfida troppo importante per poterla lasciare soccombere sotto le spallate dei partiti, i quali, appena sarà eletto il presidente della Repubblica, scivoleranno verso la furiosa contesa elettorale. Un rischio che rende incerto il destino di chiunque possa essere indicato per Palazzo Chigi e rafforza la tesi di chi sostiene che Draghi debba rimanere dov' è. Il punto, però, è proprio questo. È ormai argomento di dibattito quotidiano nei partiti della maggioranza che Draghi dovrà gestire al meglio la propria successione e, al momento opportuno, renderla inevitabile. Sarà altrettanto importante il modo in cui verrà comunicata la decisione alle forze politiche, prigioniere di parlamentari ansiosi di sapere come sopravviveranno per altri dodici mesi. Il M5S ne è il massimo esempio. Presi dal panico del voto anticipato, deputati e senatori 5 Stelle nelle scorse settimane hanno messo in circolazione l'ipotesi che possa essere Daniele Franco il successore di Draghi. Un fedelissimo del premier, discreto uomo dei conti, severo guardiano del bilancio pubblico. «Sarebbe la massima garanzia della continuità» sostenevano i 5 Stelle in coro, anche ai vertici. In realtà, non bastasse l'immagine di lui che nega con un sorriso imbarazzato durante la conferenza stampa di meno di un mese fa, ci sarebbero le testimonianze di chi lo conosce e dei collaboratori, convinti che non abbia le necessarie doti politiche per una missione del genere. C'è da dire che anche Colao suscita simili dubbi. La sua esperienza da manager, una decina di anni in Vodafone, sommata alla solida sponda quirinalizia che gli offrirebbe Draghi, potrebbe però garantirgli qualche strumento in più nella gestione di un governo che, è abbastanza prevedibile, finirà a pezzi. D'altronde, Colao era già stato sfiorato dalle previsioni sul futuro di Palazzo Chigi quando ne era inquilino Giuseppe Conte. Nella primavera del 2020, per volere del Capo dello Stato Sergio Mattarella, l'allora premier lo mise alla testa di una task force incaricata di redigere il piano per la ricostruzione economica dopo la prima tragica ondata del virus, la cosiddetta Fase 2. Il piano arrivò, ma poco prima che i suoi contenuti fossero integrati e dispersi tra i tanti altri contributi degli Stati Generali celebrati a Villa Pamphilj, Colao fu liquidato da Conte. Si disse che l'avvocato lo fece perché ne temeva l'ascesa, perché proprio in quelle settimane apparvero le prime indiscrezioni sul manager come possibile successore. L'altro nome che si faceva, assieme al sempre presente Carlo Cottarelli, era Mario Draghi. Tutte le fonti contattate per questo articolo fanno però notare un particolare da non sottovalutare: il rapporto che pare non essere dei migliori tra Colao e Giancarlo Giorgetti, numero due della Lega e ministro dello Sviluppo economico. Un elemento che porta a interrogarsi su quale sia la maggioranza in grado di restare in piedi dopo l'elezione del Quirinale. Se continueranno a farne parte tutti gli attuali azionisti, oppure se Matteo Salvini si sfilerà. Se così fosse, il governo potrebbe ritrovare una formula politica più classica, sostenuto dai giallorossi e magari da Forza Italia. La cosiddetta coalizione Ursula, che ha imposto la Von der Leyen come presidente della Commissione Ue, avrebbe la sua declinazione italiana. A quel punto potrebbe anche avverarsi l'auspicio di chi, nel centrosinistra e al governo, spinge per richiamare l'ex premier del Pd Paolo Gentiloni, attuale commissario agli Affari economici di Bruxelles. Sono scenari che si reggono tutti su una premessa. Che Draghi vada al Colle, vincendo le resistenze di chi, a partire dal Pd, vorrebbe continuasse a fare il presidente del Consiglio fino, almeno, al 2023. Anche di questo epilogo si è parlato in una cena dei vertici dem, qualche giorno fa, alla presenza del ministro della Salute e leader di Leu Roberto Speranza. Di Draghi ancora a capo del governo e dell'ex premier e giudice della Corte Costituzionale Giuliano Amato al Quirinale».

RENZI IN TRINCEA ALLA LEOPOLDA

Ultimo giorno alla Leopolda per Renzi, che parla di una nuova legge anti omofobia dopo il Ddl Zan. Il leader di Iv attacca anche sulla giustizia. La cronaca sul Corriere di Maria Teresa Meli.

«Settantatré. È il numeretto magico che nella sala della Leopolda viene sussurrato dai fedelissimi di Matteo Renzi. Settantatré come i parlamentari di questo ipotetico centro che forse non vedrà mai la luce, ma che di certo peserà sui giochi per il Quirinale. Non a caso vengono invitati a parlare diversi esponenti di quest' area: Enrico Costa di Azione, Emilio Carelli e il sindaco di Genova Marco Bucci di Coraggio Italia, Benedetto Della Vedova di +Europa. Il leader di Italia viva sta preparando le truppe per la partitissima del Colle, ma quello sarà uno degli argomenti di oggi, quando chiuderà la manifestazione. In questa seconda giornata nebbiosa e umida, invece, l'ex premier preferisce puntare sulla giustizia. Prima con una serie di interventi dal palco e in video: Annamaria Bernardini De Pace, Giandomenico Caiazza, Carlo Nordio e Sabino Cassese (a cui la Leopolda tributa una standing ovation). Poi parla lui. Di Open ovviamente. Per un'ora e un quarto. Chiamando in causa gli ex compagni di partito, i dem: «Mi preoccupa il silenzio vigliacco di chi pure è venuto qui più volte. Ma non vi crediate assolti». E Renzi, comunque, non ha nessuna intenzione di farlo. Hanno accusato Open di finanziare una corrente di partito («e quando un magistrato vuole decidere le forme della politica la democrazia è messa a rischio»). Una tesi che il leader di Iv respinge e provocatoriamente fa scorrere l'immagine di Lorenzo Guerini e Paolo Gentiloni: «Se esisteva una corrente renziana, e non esisteva, i capi erano loro». Poi attacca a testa bassa: «Se noi facessimo come il Csm ci prenderemmo gli avvisi di garanzia per traffico di influenze». I magistrati sono nel mirino: «Hanno impiegato più forze dell'ordine per le perquisizioni di Open che per prendere Matteo Messina Denaro, spendendo i soldi dei contribuenti». Quindi tocca ai 5 Stelle. Nei loro confronti, come sempre, è irridente: «Non so se sia un reato volerli distruggere. Il mio vero reato è stato quello di non essere riuscito a farlo. Ma ci stanno pensando loro con lo scontro sotterraneo tra Conte e Di Maio». Torna ad attaccare Pier Luigi Bersani che «ha ricevuto 98 mila euro dai Riva per la sua campagna elettorale» e da cui non accetta «lezioni di etica». Lo stesso dicasi per Massimo D'Alema che «è riuscito a distruggere il Monte dei Paschi di Siena, cosa che non erano riuscite a fare la guerra e la peste». Va avanti, Renzi: «Io non mi fermo». E infatti fa sapere: «Chiederò di parlare in tutte le udienze». Per raccontare la storia così come la racconta agli «amici» della Leopolda. Una storia di 92 mila cartelle, «in cui ci sono messaggi privati che non hanno nessuna rilevanza penale». Messaggi, alcuni, scritti nelle chat quando era parlamentare: «Una palese violazione». E in questa giornata dei diritti violati o meno, il leader di Iv avanza una proposta: «Con Ivan Scalfarotto abbiamo lanciato un modo per superare il fallimento del ddl Zan. Un semplice articolo per allargare la tutela della legge Mancino ai casi di omofobia, transfobia e abilismo. Chi vuole la legge firma l'emendamento Scalfarotto». Gli risponde Matteo Salvini, pur non citandolo direttamente: «Aumentare le pene per chi discrimina, offende e aggredisce in base all'orientamento sessuale? Per me si può votare anche domani, tanto che esiste una proposta di legge a mio nome al Senato».

ECONOMIA, LA LOCOMOTIVA ITALIANA

Secondo un rapporto del Centro studi della Confindustria, la locomotiva italiana traina la ripresa europea. l'Italia è la settima economia al mondo. Le nostre imprese sarebbero poco esposte alle strozzature delle catene globali. Nicoletta Picchio per Il Sole 24 ore.

«Settimi al mondo. E locomotiva dell'Ue. Dopo il tracollo di oltre 40 punti nel bimestre marzo-aprile del 2020 l'Italia «non solo ha recuperato stabilmente i livelli di attività precedenti allo scoppio della pandemia» ma ha un andamento migliore di Germania e Francia, che sono lontani dal riassorbire lo shock del Covid: la produzione tedesca è il 10% inferiore rispetto ai livelli pre-crisi, quella francese del 5 per cento. È il quadro che emerge dal rapporto Scenari industriali del Centro studi di Confindustria, dal titolo "La manifattura al tempo della pandemia. La ripresa e le sue incognite", presentato ieri in Confindustria. La manifattura italiana, anche nel 2020, si conferma tra le più virtuose al mondo in termini di emissioni ridotte, insieme a quella tedesca e francese, mentre sono aumentate quelle della Cina (+1,6). A livello globale dopo il crollo dei primi mesi del 2020 l'attività industriale ha risalito la china. Ma dopo il rimbalzo, «il percorso di crescita si è sostanzialmente interrotto nel 2021», nel mondo avanzato e in quello emergente. Ci sono stati gli effetti negativi dei lockdown in molti paesi emergenti, l'aumento dei costi del trasporto, la crisi energetica in Cina. A livello mondiale alcuni settori, farmaceutica, elettronica e meccanica strumentale sono andati meglio, male mezzi di trasporto e moda. Per gli investimenti diretti esteri nel 2021 si prevede una crescita tra il 10 e il 15%, a beneficio soprattutto dei settori della salute e della transizione ecologica. Alessandro Fontana, direttore del Csc, ha spiegato i motivi del nostro recupero: una dinamica della componente interna della domanda, grazie alle misure di sostegno varate durante l'emergenza. A fronte di un fatturato estero che ad agosto 2021 ha segnato +2,8% in valore rispetto al picco di febbraio 2020, il fatturato interno ha registrato nello stesso arco temporale un +7,0 per cento. La crescita è trainata innanzitutto dai comparti legati alle costruzioni dove c'è un boom di investimenti: +13,1 nel secondo trimestre 2021 rispetto al quarto 2019, grazie a incentivi e investimenti pubblici; +2,6% quelli in macchinari, attrezzature e hardware, ai massimi dell'ultimo decennio (+2,6% su fine 2019), mentre nei mezzi di trasporto siamo a -18 per cento. Il recupero tra i settori è disomogeneo: si confermano le dinamiche globali, +8,9 le apparecchiature elettriche, dispositivi elettronici +5%, -38,7 abbigliamento, -15,3 pelletteria, - 6,4 automotive e -11,5 altri mezzi di trasporto. Per quanto riguarda le specificità italiane +9,5 legno, +8,2 minerali non metalliferi, -7,2 la farmaceutica, in controtendenza. Pesa in positivo la bassa esposizione delle imprese manifatturiere italiane alle strozzature che stanno affliggendo le catene globali del valore: solo il 15,4% delle imprese intervistate nella seconda parte del 2021 ha lamentato vincoli all'offerta di produzione per mancanza di materiali o insufficienza di impianti, contro una media Ue del 44,3% e il 78,1% in Germania. Bene gli scambi con l'estero, in modo «rapido e robusto» sopra i livelli pre-crisi: l'export ha segnato +2,1% in volume e +7,6% in valore (dati del terzo trimestre 2021 su inizio 2020). La buona performance c'è stata soprattutto rispetto all'export tedesco; da un valore pari al 34% nel 2015, ha spiegato Fontana, è risalito sopra il 37% nel 2021. La tenuta della capacità produttiva, che è stata sostenuta anche da un massiccio ricorso ai prestiti garantiti dallo Stato, ha scongiurato una forte ondata di chiusure ed evitato ricadute negative sull'occupazione: alla fine del secondo trimestre 2021 le ore lavorate nell'industria erano sotto i livelli pandemici del 4,2% rispetto allo stesso periodo del 2019, gli occupati dell'1,1. Per la seconda parte dell'anno, dice il Rapporto, le attese delle imprese manifatturiere restano positive. Il debito contratto dalle imprese, però, nel 2020 è stato pari a 4,1 punti di fatturato rispetto allo 0,3% del 2019. Si sono indebitate e questo pone un problema, ha detto Fontana, di patrimonializzazione per far pronte agli investimenti. Infine, si torna a casa: il 23% di chi ha rapporti di fornitura estera ha avviato questo processo (21% parziale, il 2% totale)».

IL TRATTATO ITALIA FRANCIA

Nuovi equilibri in Europa per il trattato Italia-Francia. Meloni e Salvini attaccano: scandaloso che le Camere siano all'oscuro. Giovedì la firma a Roma di Macron e Draghi. Alberto Gentili sul Messaggero:

«Ora anche il trattato del Quirinale, che verrà firmato dal premier Mario Draghi e dal presidente francese Emmanuel Macron sul Colle giovedì prossimo, spacca il centrodestra. La Lega e Fratelli d'Italia, al contrario di Forza Italia che accoglie con favore il nuovo patto di cooperazione rafforzata tra Italia e Francia avviato nel 2017 dall'allora premier Paolo Gentiloni, denunciano il silenzio che precede la firma. La prima a partire all'attacco è Giorgia Meloni: «E' un accordo importante, peccato che nessuno abbia ufficialmente visto il testo che impegna l'Italia. Non certo il Parlamento che non ne sa nulla. Possibile che solo a noi di Fratelli d'Italia appare scandaloso che un accordo di questa portata sia firmato di soppiatto senza una discussione parlamentare, senza un dibattito politico e nel totale silenzio dei grandi media?». Ancora: «Non siamo tranquilli, visto che questo trattato è nato nel 2017 sotto il governo del Pd, lo stesso del trattato di Caen con il quale l'Italia avrebbe ceduto, se Fdi non avesse sollevato lo scandalo, pregiate parti delle sue acque nazionali alla Francia». Parole dure, segnate da una vena sovranista e nazionalista cui si associa con entusiasmo la Lega. Claudio Borghi, uno degli esponenti più vicini a Matteo Salvini, ha scritto addirittura un'interrogazione parlamentare per domandare a Draghi e al ministro degli Esteri Luigi Di Maio, come «sia possibile che il Parlamento italiano non sia stato informato neanche sommariamente di tale avvenimento, di quali elementi disponga circa il ruolo svolto, nell'ambito della trattativa, dall'ex presidente del Consiglio Gentiloni, e in base a quale mandato». IL PLAUSO DI FORZA ITALIA. Un uno-due che imbarazza Forza Italia, fedele alla linea europeista. Tant' è, che il coordinatore Antonio Tajani si mostra tutt' altro che sospettoso al contrario degli alleati del centrodestra. L'ex presidente del Parlamento europeo accoglie con favore il trattato: «Ben venga, è un passo importante per le relazioni tra Italia e Francia che è un Paese amico. E non ci trovo nulla di strano sul fatto che il Parlamento non conosca ancora il testo: in base alla Costituzione le Camere ratificano i trattati internazionali, non li scrivono. Ciò detto, siccome i francesi sono sempre un po' rapaci, è importante tenere gli occhi aperti e che il patto sia alla pari: ci devono guadagnare entrambi i Paesi». Anche il dem Piero Fassino, presidente della commissione Esteri della Camera boccia la linea della Lega e della Meloni: «Le loro obiezioni sono senza senso, dal punto di vista formale e costituzionale qualsiasi trattato viene sottoposto alla ratifica del Parlamento solo dopo la firma dell'accordo». Il Trattato del Quirinale, come si diceva, era in gestazione dal 2017, quando a Palazzo Chigi c'era Gentiloni. Il lavoro - che impiegò anche una commissione di saggi - si arenò poi con il governo giallo-verde del Conte I, quando le invettive di Matteo Salvini contro Macron e la visita di Luigi Di Maio ai gilet gialli portarono le relazioni italo-francesi al loro punto più basso dalla Seconda guerra mondiale, con il richiamo a Parigi dell'ambasciatore di Francia a Roma. Con gli amati-odiati cugini d'oltralpe, poi, le cose migliorarono grazie all'intervento di Sergio Mattarella e con il vertice di Napoli del febbraio 2020 organizzato da Giuseppe Conte. Il Trattato riprese dunque il suo iter, fino allo sprint finale impresso nei mesi scorsi da Draghi, che con Macron intende stringere un asse strategico anche per il futuro dell'Europa in attesa che a Berlino si insedi il nuovo cancelliere. Dei dettagli del contenuto del Trattato in effetti si sa ancora poco, chi ci lavora nelle due cancellerie spiega che la stesura è suscettibile di limature fino all'ultimo momento. Ma dalle dichiarazioni di chi ha visto il documento - che dovrebbe essere di circa 14 pagine - e dagli annunci ufficiali, si sa che il Trattato del Quirinale rafforzerà la fiducia tra i due Paesi e renderà le relazioni italo-francesi più sistematiche, strutturate e convergenti su temi di «politica europea ed estera, di sicurezza e di difesa, di politica migratoria, di economia, di scuola, ricerca, cultura e cooperazione transfrontaliera». Insomma, come sostiene Fassino, il Trattato «segna un salto di qualità» nelle relazioni bilaterali, impegnando le istituzioni dei due Paesi «ad agire in comune sui principali dossier, con meccanismi di consultazione reciproca». La conferma arriva dalle parole dell'Eliseo nell'annunciare la sua visita di Macron a Roma: «Sarà dedicata alla forte relazione bilaterale tra Francia e Italia. Il Trattato del Quirinale promuoverà la convergenza delle posizioni francesi e italiane, così come il coordinamento dei due Paesi».

IL MISTERO DELLA TENNISTA CINESE

Che fine ha fatto la campionessa cinese di tennis che aveva accusato l’ex vicepremier di molestie? Il punto sul Corriere è di Guido Santevecchi.

«Tre foto della campionessa che posa tra animaletti di peluche e il suo gatto, «scoperte» e diffuse venerdì da un cronista della tv statale cinese. E ieri sera due video di Peng Shuai a cena in un ristorante, con il suo allenatore (il quale informa che «è sabato»). Questi brevi filmati sono stati pubblicati da Hu Xijin, direttore del Global Times , quotidiano in inglese del Partito. Nessuna spiegazione su come siano spuntate le immagini. Il tutto lanciato via Twitter (oscurato in Cina), perché è questo al momento il campo della partita sulla sorte della stella del tennis messa a tacere dal 2 novembre, dopo che aveva sostenuto con un drammatico messaggio sul web di essere stata violentata, anni fa, da un ex membro del Politburo comunista. È il terreno del social network occidentale che a Pechino hanno scelto per giocare con la libertà della giovane donna e per proteggere (con il silenzio ufficiale) il politico in pensione ma evidentemente sempre potente Zhang Gaoli, che fino al 2018 era stato vicepremier e uno dei sette del Comitato permanente del Politburo, il cuore del Partito-Stato. Peng nel suo post, subito cancellato dalla censura, aveva raccontato di aver avuto una relazione con l'anziano mandarino, e che poi lui l'aveva costretta a un rapporto contro la sua volontà. La giocatrice ha ammesso di non avere prove, ma la censura, la scomparsa, ora la diffusione di foto e video per rassicurare gli stranieri tradiscono l'incertezza del potere cinese: il caso di Peng Shuai, che nel 2014 era stata N°1 del mondo vincendo Wimbledon e Roland Garros, è diventato una faccenda internazionale, a meno di tre mesi dalle Olimpiadi invernali di Pechino. Per rompere il muro di gomma costruito intorno a questo #MeToo in salsa mandarina si è coalizzato un fiume di proteste e pressioni mondiali. La Wta (Women's tennis association), minaccia di ritirarsi dal circuito cinese dei tornei «perché questa vicenda vale più degli affari»; stelle come Serena Williams e Naomi Osaka spingono la campagna perché Peng sia ascoltata in pubblico e rilanciano a milioni di follower su Twitter la protesta con l'hashtag #WhereIsPeng. Novak Djokovic appoggia l'ipotesi di boicottaggio tennistico: «Sarebbe strano andare a giocare in Cina senza che la questione fosse risolta». Roger Federer e Rafa Nadal dicono che «tutta la famiglia del tennis si è riunita attorno a lei». L'Onu, con l'Alto commissariato per i diritti umani, invoca «un'inchiesta trasparente sull'accusa di violenza sessuale». La Casa Bianca vuole dal governo cinese «la prova indipendente e verificabile» di dove si trovi Peng. Gli Stati Uniti hanno già in mente un boicottaggio diplomatico dei Giochi a Pechino, a causa delle violazioni dei diritti umani, e la vicenda di Peng potrebbe dare la motivazione finale. Subito dopo la presa di posizione di Washington, venerdì sono arrivate le foto di Peng «a casa che si riposa». Poi i due videoclip al ristorante, con la donna sempre muta. Ma fino a quando Peng Shuai non sarà libera (davvero) di raccontare la storia, questo caso non smetterà di turbare i sogni olimpici del potere cinese. Dick Pound, membro del Cio, avvocato e portavoce per l'etica sportiva, dice che la faccenda può sfuggire di mano e il Comitato olimpico potrebbe essere spinto a prendere una posizione dura su Pechino 2022».

CL, PROSSIMO ATTO A ROMA

Riunione ieri della Diaconia centrale di Cl che ha preso atto delle dimissioni di Carrón. Prossimo atto in Vaticano, per sciogliere i nodi procedurali. Gian Guido Vecchi sul Corriere.

«La «Diaconia centrale» di Comunione e Liberazione, l'organo di governo della Fraternità, si è riunita ieri a Milano «per prendere atto delle dimissioni irrevocabili del presidente, don Julián Carrón», ma non ha potuto eleggere il successore perché il vicepresidente, Davide Prosperi, ha informato «di essere stato convocato dal Dicastero per i Laici per un colloquio nei prossimi giorni». Su Cl, insomma, è intervenuto di nuovo il Vaticano, anche perché si tratta di risolvere il groviglio giuridico nato con le dimissioni anticipate di Carrón, lunedì scorso. Ora si tratta di capire se si troverà una soluzione oppure se la Fraternità rischia il commissariamento come già accaduto al ramo dei «Memores Domini». Da giorni i responsabili di Cl ne discutevano: e adesso che si fa? Perché, prima ancora di pensare al nome del successore di Carrón, si trattava di capire come si potrebbe nominarlo, o nominarla: lo statuto di Cl non pone vincoli, non dev' essere per forza un sacerdote, anche un laico o una laica possono guidare il movimento. Di per sé, però, lo statuto non prevede le dimissioni del presidente. E in ogni caso lo statuto andrà rivisto, e sottoposto al Dicastero della Santa Sede, perché sia coerente con le disposizioni del decreto approvato da Francesco che l'11 giugno ha imposto un limite al governo di tutte le associazioni internazionali di fedeli laici: non più di cinque anni di mandato e al massimo dieci anni consecutivi. Per questo don Carrón, che era stato indicato dal fondatore don Luigi Giussani e guidava la Fraternità dal 2005, si è dimesso. Ma questo ha creato un problema giuridico che Cl dovrà risolvere col Vaticano. Secondo il decreto, la Fraternità dovrà definire un nuovo Statuto, sottoporlo alla valutazione della Santa Sede e, ottenuta l'approvazione, eleggere il presidente. «Un lavoro di mesi se non di oltre un anno», si riflette in Cl. E nel frattempo? Può la Fraternità restare senza un presidente? E la Diaconia, una trentina di persone, avrebbe il potere di eleggerlo anche «pro tempore»? Oppure gli organi di governo, dimesso il presidente, decadono? Si attende l'incontro in Vaticano, Cl scrive: «La deliberazione circa la carica di Presidente è stata rinviata a una nuova riunione della Diaconia che si svolgerà immediatamente dopo il colloquio».

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