L'ultimo selfie a Spinaceto

Autoscatto per Meloni e Salvini nel comizio finale in un quartiere romano. Bufera su FdI per un servizio di fanpage. Partita chiave a Roma e Siena per Conte e Letta. Disastro umanitario ad Herat.

Non gli esperti, non i medici, non gli specialisti. Come era già successo per il vaccino della Pfitzer, i più svegli di tutti sono stati i finanzieri. “Follow the money”, vecchia regola vera anche questa volta. Ieri Wall Street ha fatto capire al mondo che c’era una notizia molto importante che potrebbe influire direttamente sulle vite di tutti: c’è il primo farmaco specifico anti-Covid. Stamattina non a caso è il titolo di apertura del Financial Times. Finora la scienza medica conosceva farmaci in grado di contenere o limitare gli effetti del Covid e ovviamente sono stati fondamentali i vaccini. Ma qui si tratterebbe del primo farmaco anti virale specifico contro la malattia. Grande notizia con cui si apre la Versione.

Ovvio che i giornali italiani, pur riportando in prima pagina la vicenda del nuovo farmaco, siano concentrati sull’appuntamento elettorale del fine settimana. Si vota domani e lunedì. La vigilia elettorale è stata segnata negli ultimi giorni da un’inchiesta penale su un importante esponente della Lega, Morisi, da un’inchiesta giornalistica sull’anima nera di Fratelli d’Italia e da una pesante condanna dell’ex sindaco di Riace, candidato a sinistra in Calabria. Tanto sono mosci candidati e motivazioni, tanto è avvelenato il clima.  

A Roma c’è un modo dire: “Non siamo mica a Spinaceto…”. Per dire di un luogo un po’ di serie B, in questo caso un quartiere della periferia sud della città, non proprio rispettabile. Detto con il grande Nanni Moretti che in realtà “Spinaceto è bella” (citazione di “Caro Diario”), è curioso che Salvini e Meloni si siano ritrovati nell’abbraccio pre-elettorale proprio a Spinaceto. Dunque abbraccio riparatore e selfie comune. Basterà per dare credibilità al centro destra? Vedremo. La vera partita di Roma è da una parte su Calenda, spina nel fianco dei partiti. E dall’altra sulla Raggi: non per niente Conte e Grillo si giocano molto sulla tenuta elettorale della sindaca uscente.

Tante altre cose sui giornali e sulla Versione. Interessante il racconto che Avvenire propone sui giovani manifestanti, sfilati con Greta ieri a Milano. Dall’estero impressionanti i reportage da Herat e dal confine fra Bielorussia e Polonia. Chiudiamo con un omaggio a Mario Rigoni Stern, grande scrittore di montagna e di natura, piantò alberi e scrisse libri quando amare la natura non era di moda.

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Vediamo i titoli.

LE PRIME PAGINE

Vigilia elettorale anche per i titoli di apertura dei giornali stamattina. Il Corriere della Sera è didascalico: Al voto tra inchieste e tensioni. Faziosa La Repubblica, che cavalca lo sconcerto suscitato dal lavoro di Fanpage, rilanciato da Piazza pulita: Dai neonazi ai soldi sporchi. I video che accusano FdI. Il Domani dà notizia dell’inchiesta dei Pm aperta subito: La procura di Milano ora indaga sui fondi neri al partito di Meloni. La Stampa vede: Una macchia nera sulle urne. Meloni: ci vogliono fermare. Dall’altra parte dello schieramento politico editoriale Libero la racconta così: L’ultimo assalto. L’inchiesta su Fdi. Mentre Il Giornale torna sulla sentenza contro l’ex sindaco di Riace: Anche i giudici nella rete di Lucano. Il Mattino spiega: Napoli, un voto per la svolta. Così come descrive le cose il Quotidiano Nazionale: Le città al voto tra inchieste e veleni. Sul corteo milanese dei Fridays for future che ha visto la presenza di Greta (quasi tutti i quotidiani mettono la foto) c’è la classica coppia Avvenire e Manifesto. Il primo registra le testimonianze degli stessi giovani: «Pronti a cambiare noi stessi e il clima». Il seconda sogna: Un altro pianeta. Il Fatto attacca il governo per aver concesso nella Nadef più autonomia alle Regioni: Draghi fa il regalone ai leghisti anti Salvini. Il Messaggero si concentra su una curiosa sentenza della Cassazione: Il giudice: tassa sulle mance. Il Sole 24 Ore preoccupato della flessione delle vendite di macchine: Auto, il mercato crolla del 32,7%. Indovinello finale: in che modo oggi La Verità farà il titolo di prima pagina contro il certificato verde? Ecco la soluzione: Piccole imprese terrorizzate dal pass.

IL PRIMO FARMACO CONTRO IL COVID

È la notizia d’apertura del Financial Times, ed è su tutte le prime pagine anche in Italia. Potrebbe essere il primo farmaco contro il Covid. Si chiama molnupiravir ed è un antivirale. Secondo i primi test ridurrebbe del 50 per cento le ospedalizzazioni. La sintesi del giornalista scientifico Daniele Banfi sul magazine della Fondazione Veronesi.   

«Molnupiravir -antivirale sviluppato da Merck e Ridgeback- ridurrebbe del 50% le ospedalizzazioni (e il rischio di morte) nei pazienti con Covid-19. Il condizionale è più che mai d'obbligo poiché al momento tutto si basa su una comunicazione dell'azienda produttrice. La speranza però, come per gli annunci fatti con le vaccinazioni e poi confermati da revisioni indipendenti, è che quanto comunicato trovi conferma nei dati che verranno sottoposti a valutazione presso le autorità regolatorie del farmaco. Se così fosse saremmo di fronte al primo farmaco efficace nel curare l'infezione virale che da quasi due anni è causa della pandemia Covid-19.». Sin dai primi casi registrati nel nostro Paese ad inizio del 2020 è emerso chiaramente che curare le persone affette da Covid-19 era un'impresa. Di fronte ad un virus -e ad una malattia- completamente nuovo la ricerca è andata per tentativi. Mentre da un lato si è cercato di controllare i sintomi della malattia attraverso l'utilizzo di antinfiammatori, dall'altro gli scienziati hanno tentato -nell'attesa di sviluppare nuovi farmaci- di testare "vecchi" antivirali nella speranza che funzionassero anche contro Sars-Cov-2. Purtroppo, tra tutti quelli testati sino ad ora, nessuno si è dimostrato efficace. Ecco perchè, ad oggi, non esiste una cura in grado di agire direttamente sulla causa (il virus) ma solo molecole utili a "limitare i danni". A cambiare radicalmente le prospettive di cura però potrebbe esserci proprio molnupiravir. Sviluppato inizialmente come antivirale contro il virus influenzale, da quando è "scoppiata" la pandemia la molecola è stata oggetto di sperimentazione negli individui positivi a Sars-Cov-2. La molecola in questione, messa a punto dalla Emory University e poi portata in clinica grazie a Merck e Ridgeback Biotherapeutics, è dotata di un meccanismo d'azione unico nel suo genere. A differenza degli altri antivirali, che interferiscono con i processi che il virus mette in atto per replicarsi, molnupiravir è un farmaco in grado di "indurre in errore" il virus compromettendone, di fatto, la sua replicazione. Tradotto: il virus, pieno di errori di "copiatura" nel suo codice genetico, non può replicarsi e sopravvivere. Iniziate le sperimentazioni nei mesi scorsi tra Argentina, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti -al congresso CROI nel marzo scorso furono dati i primi risultati preliminari- oggi Merck ha annunciato l'efficacia di molnupiravir nelle persone con Covid-19 da lieve a moderato. Dalle analisi effettuate su 762 pazienti -lo studio prevedeva il reclutamento di 1500 ma, visti gli ottimi risultati, non è stato più necessario- è emerso che molnupiravir è in grado di ridurre del 50% il ricorso all'ospedalizzazione nei pazienti a rischio. Un effetto possibile quando il farmaco viene somministrato entro 5 giorni dall'insorgenza dei sintomi. Ma c'è di più: molnupiravir sembrerebbe efficace contro tutte le varianti del virus, comprese quelle sorvegliate speciali come la Gamma, Delta e Mu del virus. Risultati straordinari che se saranno confermati porteranno all'approvazione del farmaco nel giro di poco tempo. Il primo vero farmaco contro Sars-Cov-2».

Laura Cuppini sul Corriere della Sera, titolo in prima pagina La pillola anti Covid che riduce i casi gravi, spiega che sarà una pillola per bocca. Entusiasmo di Wall Street.

«Potrebbe chiamarsi «molnupiravir» il primo farmaco antivirale diretto contro Sars-CoV-2. Nello studio clinico di fase 3 (analisi ad interim ) ha mostrato di ridurre del 50 per cento il rischio di ospedalizzazione o morte in pazienti adulti con Covid lieve o moderato ma a rischio di malattia grave (per obesità, età avanzata, diabete o malattie cardiovascolari). Tanto che il reclutamento dei volontari è stato sospeso per manifesta superiorità del farmaco rispetto al placebo. Sul totale di 775 pazienti, il 7,3% di quelli che hanno ricevuto molnupiravir è stato ricoverato (nessuno è deceduto), contro il 14,1% dei malati trattati con placebo, dove i morti sono stati 8. Le nuove varianti (Delta, Gamma e Mu) hanno rappresentato l'80% dei casi valutati. Sulla base di questi dati le due aziende produttrici (Msd, ovvero Merck & Co., e Ridgeback Biotherapeutics) chiederanno alla Food and drug administration americana l'autorizzazione all'uso emergenziale. Il farmaco, intanto, è stato già messo in produzione. L'intento è arrivare a 10 milioni di dosi entro la fine del 2021 e un numero maggiore nel 2022. Msd ha stipulato un preaccordo con il governo Usa per la fornitura di 1,7 milioni di dosi. Ma il dialogo è avviato anche con altri Paesi e agenzie regolatorie. Nessuna notizia ufficiale sul prezzo. Roberto Burioni, docente all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha commentato su Twitter la «fantastica notizia» perché in caso di approvazione «avremo finalmente cure domiciliari», aggiungendo che «il trattamento con questo farmaco costa 700 dollari, mentre la vaccinazione qualche decina di dollari». Msd si è limitata a dire che adotterà «una politica differenziata dei prezzi basata sui criteri di reddito della Banca Mondiale». Inoltre l'azienda ha sottoscritto accordi con produttori di farmaci generici «per accelerare la disponibilità di molnupiravir in più di 100 Paesi a basso o medio reddito». Se sarà approvato, l'antivirale (da assumere per bocca) potrebbe rappresentare una svolta nella lotta alla pandemia. «I dati sono incoraggianti - afferma Francesco Scaglione, docente di Farmacologia all'Università degli Studi di Milano e farmacologo clinico all'Ospedale Niguarda -. Si tratta di un analogo ribonucleosidico, simile ai primi farmaci contro l'Hiv, che determina la comparsa di errori nella polimerasi: la conseguenza è che il virus replica male o non replica affatto. Il medicinale blocca Sars-CoV-2, senza chiamare in causa il sistema immunitario. Dunque funziona nei casi di infezione sintomatica, ma a patto che la somministrazione avvenga nelle prime fasi della malattia». I vantaggi sono potenzialmente enormi, soprattutto per chi non può vaccinarsi o risponde male all'immunizzazione. «Gli antivirali saranno decisivi nei Paesi dove le campagne vaccinali procedono a rilento - aggiunge Scaglione, che è anche membro della Società italiana di farmacologia (Sif) -. Sono una trentina le molecole in fase di studio e sappiamo, dall'esperienza di altre infezioni virali come Hiv ed epatite C, che la carta vincente è rappresentata dalle combinazioni di farmaci». Dopo la presentazione dei dati su molnupiravir la quotazione a Wall Street del titolo Merck ha fatto segnare un balzo di oltre il 9% (alle 22 di ieri, ora italiana)».

CAMPAGNA ELETTORALE 1. INCHIESTA SUI NERI

Un quarto d’ora di servizio andato in onda giovedì sera a Piazza pulita, su la 7, curato da un giornalista di fanpage ha raccontato una parte del mondo milanese dei Fratelli d’Italia. Fra nostalgie fasciste e finanziamenti illeciti. L’inchiesta giornalistica ha provocato l’autosospensione dell’europarlamentare di FdI Carlo Fidanza. La cronaca di Davide Milosa e Lorenzo Giarrelli sul Fatto.

«La formula - sempre più utilizzata per uscire dagli imbarazzi - è quella della "sospensione". Meglio: un'autosospensione in questo caso, visto che Carlo Fidanza - capo delegazione di Fratelli d'Italia in Ue e punto di riferimento, insieme a Ignazio La Russa, di Giorgia Meloni a Milano - ha annunciato in autonomia di rinunciare temporaneamente a "ogni ruolo e attività di partito". Colpa di una inchiesta di Fanpage trasmessa da Piazzapulita giovedì sera: poco meno di un quarto d'ora di servizio in cui un giornalista infiltrato registra eventi elettorali di FdI per le elezioni milanesi conditi da slogan nazisti, ironie nostalgiche (come i richiami al birrificio di Monaco in cui Adolf Hitler annunciava le sue tesi antisemite) e personaggi ambigui, tra cui quel Roberto Jonghi Lavarini (già condannato a due anni per apologia del fascismo) protagonista dell'associazionismo di estrema destra milanese e attivo per la propaganda di Chiara Valcepina, candidata in Consiglio comunale con FdI. Ma soprattutto l'indagine racconta il tentativo, da parte di Fidanza, di ottenere un finanziamento in nero per la campagna elettorale, mediante un sistema di "lavatrici" in grado di pulire i soldi donati dal giornalista in incognito. Materiale su cui indaga la Procura di Milano, che ieri ha aperto un fascicolo, senza indagati, affidato al pm Giovanni Polizzi con le accuse di finanziamento illecito ai partiti e riciclaggio. L'indagine è seguita dalla Guardia di finanza che chiederà a Fanpage il girato. Vi è una seconda ipotesi investigativa che riguarda l'accusa di apologia di fascismo. Della presunta triangolazione di denaro - o per lo meno della sua organizzazione - si occupa il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli, competente per i reati nella pubblica amministrazione. Il secondo fronte riguarda invece i riferimenti al fascismo - saluti romani della candidata compresi - e all'Olocausto. Nell'inchiesta di Fanpage lo stesso Fidanza, pur con tono scherzoso, allunga il braccio per il saluto nazista. Il giorno dopo i filmati ecco allora l'autosospensione, nonostante la Meloni rimandi valutazioni definitive: "Chiedo a Fanpage di darmi l'intero girato perché sono una persona molto rigida su diverse materie, però non giudico e non valuto un dirigenti che conosco da più di 20 anni sulla base di un video curiosamente mandato in onda a due giorni dal voto". Anche Fidanza parla di "video confezionato" e giura di non aver "mai ricevuto finanziamenti irregolari": "In più occasioni, purtroppo non mandate in onda, ho ribadito al giornalista infiltrato che se voleva contribuire alla campagna elettorale della candidata doveva farlo secondo la legge". Di fatto FdI - che per Milano sostiene di aver speso meno di 50 mila euro - non si scuote. Detto delle riserve con cui il partito giudica l'inchiesta, domani gli elettori troveranno ancora in lista la Valcepina. Impossibile - spiegano - sbianchettare un nome il giorno prima delle elezioni, ma certo nessuno ha pensato neanche di scaricarla pubblicamente. Anzi, lei stessa rilancia: "La mia campagna elettorale non è stata in alcun modo finanziata da fondi irregolari. Quello di Fanpage è un attacco vergognoso, i video si riferiscono a contesti goliardici". Ben poco goliardico appare però Jonghi Lavarini, detto "Barone nero" riferimento della destra milanese nostalgica e repubblichina. Lavarini, già aderente alla Fondazione internazionale Augusto Pinochet e collaboratore dell'agenzia investigativa Tom Ponzi, fu nel 2007 tra i fondatori del centro di aggregazione della destra radicale Cuore nero. Nel 1998, da presidente del Consiglio di Zona 3 per An, esponeva in ufficio un ritratto di Mussolini. Prima del recente avvicinamento a FdI si era innamorato del Pdl e poi della Lega, sostenendo nel 2014 la candidatura di Mario Borghezio a Bruxelles. Poi i contatti con FdI, con cui però nel 2018 non riesce a farsi eleggere in Parlamento. E allora ecco una nuova svolta leghista: nel 2019 Lavarini partecipa a eventi elettorali in vista delle Europee, a Milano e nel Pavese. Qui familiarizza anche con Angelo Ciocca, eurodeputato della Lega, con cui partecipa a più iniziative. Oggi, anche dopo l'inchiesta, non si smentisce: "La risposta alle provocazioni della sinistra deve essere alle urne. Da uomo libero vi invito a votare FdI e Chiara Valcepina". Come se nulla fosse successo».

Il Corriere della Sera ha intervistato sulla vicenda Vittorio Feltri, fondatore di Libero e in queste elezioni candidato di FdI al consiglio comunale di Milano.

«Vittorio Feltri è il capolista di Fratelli d'Italia a Milano. «Sì, ma non sono mica a capo di una banda di ladri, eh»», risponde al telefono. Dal filmato sembrano emergere fatti gravi. Si fa anche riferimento a finanziamenti elettorali in nero. «Non è certo la prima volta che la politica fa i conti con queste cose. Sono accuse gravi, ma non sono mica la fine del mondo. In ogni caso, se le cose stanno come si dice, ne risponderà Fidanza, non certo io. Io non la faccio nemmeno, la campagna elettorale. Se mi vogliono votare bene, altrimenti non me ne frega proprio niente». Conosce bene Fidanza? «Mai visto». Che idea si è fatto di questa vicenda? «Dopo la questione di Morisi, arriva questa. Mi pare chiaro che vogliano colpire Salvini e soprattutto Giorgia Meloni che sta galoppando nei sondaggi». Scandali a orologeria? «A poche ore dal voto. Come definirli altrimenti?». Ma non è davvero l'ora di finirla, anche a destra, di flirtare col fascismo e con certi simboli? «Ho 78 anni e non ho mai conosciuto un fascista. Dal 25 luglio 1943 sono passati tutti dall'altra parte. Non vedo pericolo di fascismo, perché non conosco proprio fascisti».

CAMPAGNA ELETTORALE 2. IL SELFIE SALVINI MELONI

Ieri, a Roma in un’ultima occasione, Matteo Salvini e Giorgia Meloni si sono presentati assieme pubblicamente. Con tanto di abbracci e selfie. Armonia ritrovata nel centro destra alla vigilia del voto? Per Anna Maria Greco del Giornale sì, e anche grazie a Silvio Berlusconi.

«Mentre a Roma Matteo Salvini e Giorgia Meloni si abbracciano, accanto al candidato sindaco di centrodestra Enrico Michetti, per spazzare via le tensioni degli ultimi giorni, Silvio Berlusconi sceglie di chiudere la campagna elettorale in Calabria con un collegamento telefonico di sostegno all'aspirante presidente della Regione, l'azzurro Roberto Occhiuto. In questa terra, che per il leader di Forza Italia deve diventare «il simbolo del riscatto del Sud», il partito gioca la sua battaglia più importante alle elezioni che domani e lunedì 4 ottobre porteranno al voto oltre 12 milioni di cittadini in tutt' Italia. Elezioni amministrative, in 1.342 Comuni, comprese sei grandi città e nella regione calabrese che ha perso la sua governatrice Jole Santelli e anche suppletive per il parlamento, da Roma a Siena. Elezioni che avranno inevitabilmente un peso politico, al di là di quello locale. Nella Calabria che deve restare a guida azzurra Berlusconi promette un «buon governo come quello già alla guida di tante Regioni italiane», perché di «un centrodestra liberale, cristiano, europeo, capace di pensare in grande ma soprattutto di realizzare i vostri sogni». E dice agli elettori, puntando al loro orgoglio: «Non ci basta vincere, vogliamo trionfare! La Calabria deve far sentire forte la sua voce, per dare il segnale di un sud diverso, deve essere una terra da desiderare, non da lasciare». Ricorda, il Cav, che i suoi sono stati i governi che hanno investito più risorse al Sud-est, che il Ponte sullo Stretto, di cui si torna a parlare, se l'avessero «lasciato fare sarebbe già una realtà». Occhiuto, spiega, è uno dei migliori dirigenti azzurri, capogruppo alla Camera e con la sua squadra può «riportare la Calabria al centro, dell'Italia e dell'Europa». La coalizione deve tenersi unita superando la competizione tra le due forze maggiori, Lega e Fratelli d'Italia, una al governo con Mario Draghi e l'altra all'opposizione. La leadership azzurra, convintamente governativa, deve bilanciare e smussare le esuberanze della destra perché, Berlusconi lo ha ripetuto anche ieri su questo giornale, solo così, al centro, con un forte peso moderato, l'alleanza può ambire ad essere di governo. Nella capitale, tra abbracci, baci e selfie Salvini e Meloni s' impegnano a cancellare l'immagine di divisione della conferenza stampa del giorno prima a Milano, per il candidato sindaco Luca Bernardo, quando è saltata la foto tutti insieme per il ritardo dell'aereo della leader di Fdi e l'impazienza di prendere il treno del Capitano. Ma ora la Meloni, che nella foga sporca di rossetto la camicia del leader del Carroccio, assicura: «La sinistra ha strumentalizzato su presunte nostre divisioni, noi siamo compatti, abbiamo una visione comune, non siamo come la sinistra che sta insieme per le poltrone». Salvini la prende in braccio, stile Guido Crosetto e, quando a un fotografo scappa la battuta (« Mattè, nun ce provà») sorride: «È affetto politico. Siamo destinati a governare insieme, vogliono dividerci ma siamo e restiamo compatti». Lei si dice contenta dell'incontro con Matteo, sottolineando: «Oggi (ieri, ndr) non ci sono aerei o treni a separarci». Lui annuncia: «Qui c'è la squadra che presto governerà l'Italia». Subito pubblica sui social il selfie di coppia con il tweet: «Vinciamo e cambiamo l'Italia!», completo dell'ennesima giustificazione: «Ieri avevo già rinviato un treno, dovevo partire per rispetto degli elettori». Scene di sintonia a Spinaceto, periferia sud-est di Roma, cui assiste Antonio Tajani, che partecipa all'incontro con Lorenzo Cesa dell'Udc. Anche il vicepresidente e coordinatore azzurro butta acqua sul fuoco delle polemiche, sottolinea che si è data «la dimostrazione plastica che il centrodestra è unito» e, precisa, «vince se la componente moderata è forte». Smentisce ancora lo «scambio di battute» sugli alleati del Cav con il direttore de La Stampa e aggiunge: «Piuttosto aspettiamo una conferenza stampa unitaria di Letta, Conte e Speranza, che se noi siamo divisi non so loro...». Salvini intanto puntualizza come pesare i risultati del voto: «Chi avrà più sindaci avrà vinto, secondo monsieur de Lapalisse». E Tajani, gli equilibri di coalizione: «Il partito che ottiene più voti esprime il presidente del Consiglio». Michetti, alla fine, può fare con tutti la sua foto opportunity. Gli dicono che è smagrito e lui scherza sul tour de force da una cena elettorale all'altra, anche 7 a sera. «Fai il discorso e ti tirano per la giacca per correre ad un'altra, che sei in ritardo. Arrivi all'ultima e te dicono Mi spiace, se so già magnato tutto. C'è solo da bere...». Dieta elettorale, non voluta».

Alessandro Sallusti su Libero vuole puntualizzare, come dice il titolo: il centrodestra comunque c’è, ma la sinistra no.

«Domani si vota per rinnovare i sindaci di alcune delle più importanti città italiane e il governatore della Calabria. Magistrati e giornalisti nelle ultime settimane hanno frugato nel bidone della spazzatura in cerca del colpo grosso per screditare i partiti del Centrodestra ma questa volta, nonostante lo spiegamento di forze, il bottino è stato misero e il tanfo prevale nettamente sulla sostanza. La vicenda condita con droga e sesso dell'ex braccio destro di Salvini, Luca Morisi, col passare delle ore appare sempre più come una bufala costruita a tavolino per trasformare un discutibile fatto privato in uno scandalo politico. Poi c'è il pacco che il sito Fanpage, via Corrado Formigli su La7, ha confezionato contro Carlo Fidanza, plenipotenziario di Fratelli d'Italia a Milano. Per tre anni un giornalista munito di microfono nascosto si è finto supporter di quel partito istigando Fidanza a commettere illeciti finanziari ma cavandone di fatto un ragno dal buco. Ovviamente sono rimaste impresse stupide frasi e un immancabile saluto romano, però sono certo che nessuno, neppure i giornalisti autori e complici di questo pazzesco scoop, uscirebbero formalmente lindi e immacolati da tre anni di microfoni nascosti. Salvo colpi di scena dell'ultima ora la controcampagna elettorale dei nostri eroi democratici quasi tutti amici e sostenitori di Mimmo Lucano - l'ex sindaco di Riace pro immigrati condannato ieri l'altro a tredici anni perché truffava lo Stato - si ferma qui. Non penso che queste cose sposteranno un solo voto, semmai hanno fatto contenti i non pochi nemici nemici interni che Morisi aveva nella Lega e Fidanza in Fratelli d'Italia. La sostanza è che la campagna elettorale più surreale e pasticciata nella storia del Centrodestra si chiude con una foto dei tre leader - Meloni, Salvini e Tajani seduti allo stesso tavolo, e questo fa ben sperare per il futuro. La stessa cosa oggi non possono farla Letta, Conte e Bersani che nelle urne sono avversari dopo settimane passate a darsele di santa ragione. Insomma, nel casino che è la politica il Centrodestra, al dunque, resta una certezza. Dall'altra parte, come al solito, è caos al motto di "nemici al primo turno, semmai amici ai ballottaggi" ma solamente per fermare le destre. Sai che grande programma politico... ».

CAMPAGNA ELETTORALE 3. LA PRIMA DI CONTE E LETTA

Dunque Sallusti sostiene che a sinistra le cose siano messe non bene. Ma Enrico Letta, che corre anche in prima persona alle supplletive di Siena, potrebbe alla fine essere il vincitore di questa tornata elettorale. Giovanna Vitale su Repubblica.  

«Il contachilometri ha appena superato quota 10mila. È la distanza coperta da Enrico Letta in macchina dacché ha accettato di correre nel collegio Toscana 12, battendo palmo a palmo le contrade tra Siena e Arezzo senza rinunciare, da segretario Pd, ad affiancare i suoi candidati sindaci in giro per l'Italia. Una campagna vecchio stile, all'insegna della prossimità, «dell'incontro tra le persone, con le persone», scandisce nell'ultimo comizio prima del silenzio elettorale: rappresentazione plastica del nuovo «partito di popolo» che s' è messo in testa di costruire, lontano dal Palazzo, «vicino alla gente vera». Pochi social e molte suole consumate tra i 35 Comuni del circondario, tutti visitati almeno una volta, alcuni anche due o tre, fra mercati e sagre, aziende e fabbriche. È la bilancia a misurare lo sforzo: già sei i chili persi nella sfida che gli vale la permanenza al Nazareno. «Sarò un deputato di territorio, se avrete bisogno io ci sarò» promette a ciascuno degli elettori incrociati nel giorno della vigilia: nove tappe e una doppia chiusura di piazza - a Cortona e nella città del Palio, entrambe affollatissime, People have the power sparato a palla - per non far torto a nessuna delle due province chiamate a decidere il suo destino. «So di rischiare », ammise il leader dem all'inizio di un'avventura resa più accidentata dalle vicissitudini del Monte dei Paschi che da queste parti è l'industria principale, e se non va come deve «ne trarrò le conseguenze». Non poteva tirarsi indietro, Letta: con la partita del Quirinale alle porte e una maggioranza instabile, il capo di uno degli architravi del governo «deve stare in Parlamento » a guidare le truppe democratiche, scelte a suo tempo da Renzi. Pur consapevole di giocarsi «l'osso del collo». Molto più nel voto delle suppletive che in quello per le città, dove la debolezza dei candidati di centrodestra sta facendo lievitare le chance di successo del centrosinistra. «Prima le divisioni erano soprattutto nel nostro campo, la vittoria di Salvini e Meloni sembrava ineluttabile; adesso la situazione si è invertita, noi siamo compatti e loro spaccati, il vento è girato e il grosso del merito è del Pd, che non è mai stato più unito di così e lunedì tornerà ad essere il primo partito italiano », urla dal palco di Cortona. Un clima d'ottimismo che galvanizza il segretario, deciso tuttavia a non politicizzare un risultato che si profila positivo - «Queste amministrative», ragiona Letta, «non possono considerarsi elezioni di mid-term, cioè un test sull'esecutivo, perché non governiamo da soli ma insieme ai nostri avversari » - e però utile «a verificare la tenuta e l'efficacia delle alleanze». Convinto che, a dispetto delle tattiche pre-partita, «al secondo turno ci saranno sostanziali convergenze ». Tradotto: ai ballottaggi il patto con il M5S e le forze di centro che fin qui si sono sfilate, diventerà la regola, non più un'eccezione. Una strada in prospettiva obbligata: «Si sta andando verso un nuovo bipolarismo dove non c'è spazio per posizioni intermedie», ribadisce l'aspirante deputato di Siena, «o si sta con noi o si fa vincere la destra». Quella sovranista incarnata da Salvini e Meloni «che non ha più nulla di moderato». E quindi «noi abbiamo la responsabilità di costruire attorno al Pd una coalizione che è in grado di prendere un voto in più e di governare», senza più subire i veti e le conventio ad escludendum che hanno condizionato le trattative nelle città, frammentando il campo. Perché una cosa è sicura, promette Letta in un giuramento solenne: «Non staremo mai più in maggioranza con la Lega. E d'ora in poi il Pd andrà al governo solo se vincerà le elezioni », si sgola fra gli applausi. «Perciò dobbiamo perseguire l'alleanza dei progressisti con determinazione », conclude. Quell'Ulivo 2.0 che era il sogno di Prodi e ora anche il suo. A consacrarlo, il segretario è «fiducioso», saranno dopodomani le urne».

Giuseppe Conte ha di fronte la prima prova da leader dei 5 Stelle. Ma i grillini si giocano quasi tutto a Roma. Decisivi i suffragi per la Raggi. Sempre per Repubblica ne scrive Annalisa Cuzzocrea.

«C'è un timore che corre silenzioso tra gli uomini più vicini a Giuseppe Conte. Il presidente del Movimento 5 stelle ha fatto una campagna elettorale cominciata quasi in sordina e poi esplosa dentro piazze piene. Da nord a sud, ma soprattutto al Sud dove il Movimento è storicamente più forte: in Calabria, Puglia, Campania, la popolarità che il suo tour voleva testare è confermata. Il rischio, però, è che non si traduca in voti per le liste M5S. Come se i due mondi fossero ancora sconosciuti l'uno all'altro. Come se non fosse lui, il leader, dopo il braccio di ferro estivo con il fondatore Beppe Grillo. Manca una struttura, manca il partito: la scelta di rimandare le nomine era stata fatta per oscurare un'eventuale débâcle alle amministrative, ma rischia di essere controproducente. Perché se sconfitta sarà, sarà tutta dell'ex premier. Soprattutto dal punto di vista di chi già pensa - dentro i 5 stelle - che la sua guida possa essere messa in discussione. Mediaticamente molto, quasi tutto, dipende da Roma e dal risultato di Virginia Raggi. Se dovesse essere intorno al 15 per cento, se la sindaca arrivasse addirittura quarta, si tratterebbe della certificazione del fallimento amministrativo nella capitale d'Italia. Anche per questo, i big M5S e lo stesso Conte ieri sera erano tutti con lei davanti alla Bocca della Verità a giurare - senza mettere la mano dentro il leggendario mascherone - che il loro sostegno è assoluto. C'è però tutto un pezzo di Movimento che, se la sindaca dovesse fallire, premerà perché l'appoggio al ballottaggio (in caso ci arrivi il pd Roberto Gualtieri) sia ufficializzato. Vorrebbero farlo anche a Torino, dove Valentina Sganga è data per perdente, ma il candidato dem è - a differenza dell'ex ministro dell'Economia - una sorta di nemico giurato. E insomma, l'operazione è più complicata. Conte cercherà consolazione a Napoli con Gaetano Manfredi e a Bologna con Matteo Lepore. Sono candidati di coalizione, più il primo del secondo per il suo profilo civico, e probabili vincitori. Eppure, neanche in nome di questo, i leader dei principali partiti che li sostengono sono riusciti a fare un'iniziativa comune. Quando Conte è andato a Bologna, Letta non c'era. A Napoli, l'ex premier ha voluto un evento separato da quello del Pd. Non è un buon presagio, per i ballottaggi. Dove gli apparentamenti sono tutt' altro che scontati. Soprattutto, è l'immagine di una coalizione per niente convinta di sé, neanche dove ha trovato candidati comuni».

LEGGE ELETTORALE E CORSA AL QUIRINALE

Nel consueto retroscena per il Corriere della Sera Francesco Verderami si concentra sulla prossima legge elettorale, grande tema di fine legislatura, accanto alla corsa al Quirinale.

«Il voto delle Amministrative potrebbe far cambiare il sistema di voto per le Politiche. E c'è un motivo se gli occhi sono puntati su Salvini. Il capo della Lega è considerato l'ago della bilancia nel Palazzo, per via del suo posizionamento nella maggioranza di governo e nel centrodestra. E ancora all'inizio dell'estate appariva disinteressato alle proposte di modifica del sistema elettorale: non ne aveva convenienza, forte del consenso di partito e del vantaggio di coalizione sugli avversari. Ma le cose cambiano. E qualche settimana fa nella barberia di Montecitorio, discutendo con un dirigente del Pd, il ministro Di Maio si è mostrato ottimista: «Se Salvini perderà male le Amministrative, si ravvederà e aprirà al proporzionale». Che per il ministro grillino, certo non contiano, rappresenterebbe l'oasi nel deserto. L'oasi in realtà è ambita anche dai centristi, da un pezzo di Forza Italia e dalla maggioranza del gruppo parlamentare del Pd, quell'area riformista che teme di venir cancellata nelle liste alle prossime elezioni dal nuovo segretario e perciò chiede pubblicamente con il ministro Guerini l'impegno del partito per un cambio di legge elettorale. Tanto basta per capire quanto siano divisi tra loro (e al loro interno) i dem e i cinquestelle: al confronto Salvini e Giorgetti sono una cosa sola. Finora Letta - sostenitore del maggioritario - ha fatto orecchie da mercante agli appelli, malgrado la direzione del Pd avesse deliberato ai tempi di Zingaretti la necessità di tornare al proporzionale per «bilanciare il sistema» dopo il taglio dei parlamentari. Quasi fosse un'emergenza democratica. Ma le cose, appunto, cambiano. Allora il centrodestra appariva ai dem come un'invincibile armata. Adesso ai loro occhi sembra un'armata Brancaleone. E lunedì sera - in caso di vittoria alle Amministrative - potrebbe andare in scena la commedia degli equivoci, se per via di una sbornia elettorale il Pd si convincesse che è meglio insistere con il maggioritario. Ma Letta sta già provvedendo a togliere lo champagne dai festeggiamenti. Lo si è intuito quando ha parlato dell'intesa con M5S: «Vedremo il loro risultato». Deve prima far di conto, verificare il saldo tra la forza del centrodestra e quella dei grillini, capire se un'alleanza con Conte basterebbe per competere nei collegi. Al momento il distacco è ampio. E siccome la scelta del sistema di voto è frutto delle convenienze dei partiti, Letta potrebbe infine accedere all'idea della riforma. Al pari di Salvini, che in queste settimane avrebbe manifestato (guarda caso) un maggiore interesse alla discussione. E infatti Renzi, scettico fino a un mese fa sulla possibilità di un cambio della legge elettorale, adesso sostiene che «qualcosa potrebbe saltar fuori, in base ai calcoli dei voti e agli accordi che si faranno sul capo dello Stato». «La legge cambierà», ha assicurato Cesa ai suoi amici siciliani, rianimando lo spirito proporzionalista dei diccì. D'altronde «il centro - riconosce un dirigente del Pd - avrà un ruolo decisivo sia per la scelta del successore di Mattarella, sia per la scelta del modello elettorale. Se qualcuno tra i miei non l'avesse ancora capito, gli consiglierei di osservare Berlusconi...». Eccolo il Cavaliere, tornato nei panni dell'oste mentre tutti pensavano di fare i conti propri. Non salirà al Colle, ci ha messo (quasi) una pietra sopra, ma si prepara al ruolo di kingmaker. E si vedrà se la riforma prevederà un meccanismo proporzionale con un premio di maggioranza alla coalizione vincente: di questo si parla nei corridoi laterali di Montecitorio, siccome Fico continua a tenere inspiegabilmente chiuso il Transatlantico. Il meccanismo è gradito a un pezzo della Lega e farebbe comodo al Pd e ai grillini, che potrebbero allearsi restando separati in casa, senza cioè doversi mischiare con un candidato comune nei collegi uninominali. Perché il segretario dem sa che «la convergenza naturale» con M5S di cui parla, si registra per ora più a livello di gruppi dirigenti che di base elettorale. Insomma, da martedì si capirà se a tutti converrà cambiare».

GRETA IN PIAZZA COI GIOVANI MILANESI

Grande corteo milanese per i Fridays for future ieri (50 mila per gli organizzatori, 9 mila per la Questura), con la presenza di Greta a guidare gli studenti italiani. La cronaca di Brunella Giovara per Repubblica

«Il nemico numero uno? Il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, che si è preso cori e vaffa a ripetizione, lungo tutto il corteo che ieri ha attraversato la città, in testa Greta Thunberg e Vanessa Nakate, l'anima africana del movimento internazionale per la giustizia ambientale. E magari non erano proprio 50mila come annunciato dagli organizzatori di Fridays for Future, ma solo i 9mila quantificati dalla questura, certo è che ieri hanno dato la sveglia a Milano e anche più in là. Questi giovani (studenti, ma non solo) non si fidano di nessuno, contestano "i potenti", sentono l'urgenza di una situazione climatica non più sopportabile. Propongono alternative, soprattutto: «Le risorse fossili devono restare sottoterra», e il nucleare, per carità. E sfottono: «Cingolani è il ministro della finzione ecologica!». Le risate rimbalzano dalla partenza in piazza Cairoli fino alla chiusura, in piazzale Damiano Chiesa, lì vicino c'è il Portello dove si sono svolti i lavori della Pre-Cop26 e della Youth4Climate, i summit delle Nazioni Unite preparativi verso la Cop26 di Glasgow. Diffidenza totale, infatti Thunberg dice che «i ministri del mondo riuniti qui a Milano pensano di avere la soluzione per il mondo con i loro bla bla bla , e noi siamo stanchi di questo. La speranza siamo noi». Qualcuno l'ha definita «bambina semianalfabeta», ma è un errore grave di sottovalutazione. E comunque sa difendersi da sola, ed è pure dotata di voce potente, quando dice «siamo qui in strada perché sappiamo che il cambiamento può venire dalle strade, da noi, non viene certo da quelle conferenze». E intanto l'hashtag #blablabla vola, sui social (che sono la grande forza degli attivisti), e anche in piazza. Cartelli e striscioni per ricordare che «bisogna cambiare il sistema», e che lo faranno gli studenti. «Un mondo differente non può essere costruito da persone indifferenti ». «Senza scuola non c'è futuro », ma la scuola che vogliono «deve essere libera, pubblica, autogestita ». In piazza Affari, una trentina di "tute bianche" con striscione «O la Borsa o la vita» (e anche un cartello "No Tav"). «Questo è un luogo simbolo. La finanza e alcune grandi aziende sono i maggiori responsabili della crisi climatica», grida lo speaker della manifestazione, che sarà pacifica e provocherà pochi danni: manate di vernice rossa su Palazzo Mezzanotte, imbrattamenti sulla sede di Unicredit in via Edison, nel tardo pomeriggio non risultava altro. Unicredit viene accusata di «arricchirsi con armi e petrolio», Eni è un altro bersaglio, ma ci sono anche tutte le multinazionali e le aziende «colpevoli di greenwashing»: «Dicono di essere verdi, ingannano con packaging fintamente ecologici e campagne pubblicitarie per dire quanto sono green , invece mentono». «I politici dicono bugie», dice Greta Thunberg. «Siamo noi quelli che vogliono cambiare le cose, non loro». E «la crisi climatica può solo peggiorare e più aspettiamo peggio sarà per il Pianeta. Ogni giorno che aspettiamo renderà peggiori le condizioni per le persone che sono più colpite». Perché non è "solo" una questione ambientale, ma di giustizia sociale, e come dirà poi uno dal palco, «c'è un problema di redistribuzione delle ricchezze», e i «migranti che finiscono nei lager del Nord Africa» e poi sui barconi, fuggono da condizioni di vita insopportabili (questo lo spiega poi un attivista di Mediterranea, a chi non lo sapesse ancora). Ludovico Di Muzio, 22 anni, attivista di Fridays for Future: «Abbiamo lavorato tanto per arrivare qui, giorni e giorni di eco social forum. Sfidiamo i governi, perché sulla questione ambientale c'è di mezzo il profitto». Ma in corteo ci sono anche le sorelle Francesca e Giovanna, 78 e 75 anni: «Il problema climatico è talmente enorme che bisogna scendere tutti in piazza. Nei Settanta abbiamo protestato contro il nucleare, ma è stato un flash. Dove sono finiti tutti quei verdi di allora?». Perciò si canta tutti insieme Bella Ciao , e anche One Solution/Revolution».

Raccontato così il corteo di Milano (contro il Ministro, contro le banche, contro la politica) ricorda le manifestazioni in opposizione all’Expo o alla Tav. Avvenire racconta invece le storie dei giovani in piazza, che coi loro volti e nomi cercano di cambiare la mentalità nella vita di tutti i giorni.

«Niente auto, raccolta differenziata, riscaldamento al minimo: parla la generazione green. A colorare le strade di Milano tanti, tantissimi giovani e giovanissimi che non hanno paura di dire: «Il tempo è finito. Punto. Non c'è n'è più, ma noi sì, eccoci qui e ora». Lo cantano, lo scrivono sui cartelloni, lo indossano sulle magliette e soprattutto, lo urlano. Emma studia biologia alla Bicocca e a chi le dice che i giovani non vogliono fare sacrifici risponde: «Sono disposta a rinunciare a tutto quello che serve e servirà e lo faccio ora perché non abbiamo più tempo». Te lo dice guardandoti negli occhi mentre con le mani tiene lo striscione che apre il corteo. Cosa sono disposti a fare concretamente le nuove generazioni per fermare la crisi climatica? Lorenzo Pozzan, 20 anni, studente e lavoratore: «Uso i trasporti pubblici e quando prendo la macchina cerco di farlo in condivisione con gli altri. E non fumo - aggiunge sorridendo -. Dunque niente mozziconi da smaltire». Maria Beatrice Pavanello, 27 anni, si definisce "ecologista imbruttita" sui social e ha iniziato una piccola e personale rivoluzione del quotidiano. «Ho cominciato a pensare a quello che compro per ogni ambiente della casa - spiega -. Sono partita dal bagno: eliminati tutti i prodotti con packaging di plastica». Maria Beatrice non nasconde le difficoltà di abbracciare uno stile di vita green: «La prima volta ho tentato di fare cambiamenti drastici, tutti insieme, ma non sono riuscita a portarli avanti, così mi sono demoralizzata e ho smesso. Non serve essere perfetti, ma iniziare da qualche parte». Walter L., 24 anni, studente di lingue e culture per la comunicazione internazionale e Anna, 23 anni studentessa di relazioni internazionali sono amici e a sfilare sono venuti insieme. «Io sono siciliano e arrivare a Milano mi ha aperto gli occhi, ho capito che si doveva e poteva fare di più». Nella sua quotidianità usa «filtri per l'acqua », evita la plastica e compra soprattutto «vestiti di seconda mano». Anna una volta iniziata l'università ha capito che «il problema è reale e vivendo a mie spese e non più dai miei, mi sono resa conto di quanta plastica produco». Walter sorride: «Salvare l'ambiente costa, però nel nostro piccolo qualcosa dobbiamo fare e quando non ci riusciamo possiamo sensibilizzare gli altri a farlo». Rachele Bugatti di anni ne ha 18, studia scienze politiche, ha una maglietta coloratissima e la faccia dipinta con della tempera verde. È un vulcano: «Sono qui perché un futuro io lo voglio - dice -. Ho capito che dovevo muovermi quando ho sentito parlare Greta per la prima volta e mi ha illuminata ». Nessun dubbio nemmeno sul suo obiettivo per i prossimi anni: «Avere uno stile di vita sempre più green. Ora prendo i mezzi e non uso plastica, ma so che posso fare di più». La stessa cosa pensa Daniela Cerri, 22 anni, laureanda in comunicazione d'impresa: «Io e mia sorella usiamo spazzolini non in plastica ma in bambù, shampoo solido, creme e qualsiasi cosa dentro vasetti di vetro con tappo in alluminio». Cosa fare ancora? «Migliorare l'alimentazione e cercare di comprare sempre meno carne. Io sono una studentessa e ho poco tempo quindi quella già pronta al supermercato è comoda, ma voglio riuscire ad essere più attenta anche in questo ambito. È difficile, lo so, però si può provare». Laura Facci, 29 anni, sta facendo un dottorato di ricerca in psicologia e neuroscienze, è vegana da 9 anni per una scelta etica: «Le emissioni e il disboscamento causate dall'industria dei prodotti animali sono più alte di quelle dei mezzi di trasporto», spiega. Compra vestiti usati, d'inverno si veste di più e accende meno il riscaldamento per non inquinare, fa molto attivismo. Non ci sono solo studenti universitari a protestare pacificamente. Michela e Elena hanno 13 anni, sono in terza media e nel loro piccolo hanno incominciato ad agire. «Faccio la raccolta differenziata, vado sempre a scuola a piedi e cerco di sprecare poca plastica e bere dal rubinetto», racconta Elena, che ha anche un rimprovero da fare: «Dagli adulti mi aspetto che facciano qualcosa anche se, con tutto il rispetto, non mi sembra lo stiamo facendo». Anche Michela è diretta: «Manifesto perché è un problema che riguarda la nostra generazione, non c'è più tempo, ho tredici anni e mi trovo questo peso, devo pensare a come vivere. Questa può essere una cosa che fa crescere, però è anche un po' pesante». Sulla plastica ha le idee chiare: «Non compro mai, ma proprio mai, le bottiglie di plastica, uso sempre quelle di vetro o bevo l'acqua del rubinetto». Si può agire come singoli o come coppia, così stanno facendo Martina Miccichè, 28 anni e Saverio Nichetti, 32 anni. Fotografa e laureata in relazioni internazionali lei, videomaker e fotografo lui, gestiscono un blog che racconta il mondo attraverso i loro occhi. Entrambi vegani, da tempo hanno modificato il loro stile di vita: «Compriamo solo quando una cosa ci serve davvero - dice Martina - facciamo acquisti sostenibili: vestiti di seconda mano e cibo senza imballaggi». In particolare, aggiunge Saverio, «evitiamo di comprare fast fashion » (moda usa e getta, ndr). Scelta vegana anche per Sara Beretta, 22 anni, che ha deciso di dare il suo contributo limitando gli spostamenti: «Se devo muovermi - dice - preferisco non usare veicoli a motore». Come educare le nuove generazioni, se ancora ce ne fosse bisogno? Silvia Pettinicchio ha deciso di farlo portando i figli Margherita, 6 anni e Michelangelo, 9 a manifestare con Greta. «Loro sono molto consapevoli nonostante siano piccoli - sorride -. Ne parlano con le loro maestre e sanno che essere qui è un modo per cambiare le cose». I bambini non hanno paura di sfilare tra cartelli e striscioni e soprattutto Michelangelo si fa sentire: megafono in mano e una grande determinazione, urla slogan come fanno i più grandi e quando i ragazzi intorno a lui lo seguono scandendo le sue parole, lui ride soddisfatto. Giulia viene da Forlì, ha in mano un bel cartellone colorato ed è alla sua prima grande manifestazione. «Mesi fa mia figlia ha visto un documentario con Greta e la lotta per il clima - racconta il papà - e mi ha detto "Babbo io voglio esserci" e così ieri abbiamo preso il treno e siamo venuti qui». Eliana Poillucci, 29 anni fa l'insegnante, crede che i bambini siano i primi a dover essere sensibilizzati, e racconta nelle scuole cos' è il cambiamento climatico: «Siamo persone qualunque, ma ci impegniamo». Non crede nel "noi" e nel "loro": «I problemi sono grandi e bisogna fare comunità, ascoltare tutti gli attori, cittadini e aziende - dice -. Non ci deve essere divisione, non ha senso, perché così non si costruisce nulla e invece noi abbiamo bisogno di costruire insieme qualcosa di buono».

Viviana Mazza sul Corriere della Sera intervista John Kerry, inviato speciale Usa per il clima. Fra un mese l’appuntamento di Cop26 a Glasgow.

«È la più grande transizione economica che il mondo abbia visto dai tempi della Rivoluzione industriale e sono assolutamente convinto che sarà un bene per l'economia, per l'aria che respiriamo, per i nostri bambini che finiscono in ospedale per l'asma da inquinamento e per la sicurezza nazionale, perché le forze armate hanno indicato che il clima moltiplica i rischi». John Kerry, inviato Usa per il clima, ci parla a margine del pre-Cop summit di Milano. Cosa si aspetta dalla Cop26 di Glasgow? Lei ripete «Keep 1.5 alive» (un aumento massimo di 1,5 gradi entro il 2100) ma molti Paesi non hanno definito i piani nazionali promessi a Parigi. «Se saremo più ambiziosi e raggiungeremo una massa critica di Paesi che adottano piani per tenere in vita l'obiettivo di 1,5°, ciò ci permetterà di continuare nei prossimi mesi a portarne altri a bordo. Io penso che vedremo Paesi che non hanno finora definito obiettivi forti farlo per la prima volta. Anche se sarà meno di 1,5°, ci sarà un campo d'azione che ci permette di affinare e accrescere lo sforzo. È una battaglia continua». Quali sono i Paesi su cui fare pressione? «Non voglio isolare nessuno. Speriamo che tutti si facciano avanti. Penso che le maggiori economie del mondo, e tra queste ci siamo noi, devono prendere la guida. Gli Stati Uniti sono il secondo Paese al mondo per emissioni». Riuscirete a eliminare i sussidi per i combustibili fossili, come ha chiesto l'Onu, nonostante l'opposizione dei produttori Usa? «Penso che i sussidi per i combustibili fossili siano una sfida e un problema basilare. Non è stato risolto negli Stati Uniti e bisognerà farlo». La California può essere un modello per il mondo? «La California è già stata un modello: quando ha preso la decisione sulle auto (dal 2035 stop a quelle a benzina e diesel, ndr ) ha avuto effetti sull'intera nazione e anche oltremare. La California è la sesta economia del mondo, le sue decisioni hanno un impatto». Lei ha elogiato la scelta della Cina, primo Paese al mondo per emissioni, di smettere di costruire centrali a carbone all'estero. Riuscirete a tenere separati i negoziati sul clima dalle tensioni geostrategiche? «Il presidente Biden e il presidente Xi hanno avuto una conversazione molto positiva nelle ultime settimane. La nostra speranza è che le parole di entrambi aprano la strada ad una maggiore cooperazione e, forse, ad un cambiamento nelle dinamiche tra i due Paesi. Il presidente Xi ha preso una grossa decisione di recente, che è stata benvenuta, speriamo che negli incontri futuri con la Cina potremo essere costruttivi». (…)Cambierà l'American Way of Life? Meno carne e auto? «Le persone hanno diritto di fare le proprie scelte e non viene detto a nessuno di cambiare o rinunciare alla qualità della vita. Questo non è in discussione. Se decidi di guidare un'auto elettrica anziché a combustione interna, è una libera scelta. Ma l'industria automobilistica ha deciso di passare alle auto elettriche. Il presidente di Ford mi ha detto che sono migliori. Penso che il mercato abbraccerà questa transizione. Non si chiede alla gente di rinunciare a guidare ma di contribuire alla soluzione della crisi climatica aiutando la transizione». La promessa di 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i Paesi più vulnerabili ai cambiamenti climatici non si è realizzata. Chi pagherà, come chiede Vanessa Nakate? Che ruolo immagina per i popoli indigeni? «È una domanda legittima. La risposta è che devono essere completamente integrati nel processo decisionale. Biden ha detto chiaramente che nessuno deve essere lasciato indietro. Deve essere una transizione giusta che tiene conto dei bisogni di tutti. Sui soldi: possono essere mobilizzati dal settore privato. Abbiamo bisogno di migliaia di miliardi, ma ora li stiamo localizzando. Ad esempio la sesta banca degli Stati Uniti ha annunciato che investirà oltre 4 mila miliardi nei prossimi 10 anni nella transizione. Arriveremo a 100 miliardi entro Glasgow. C'è gente che sta lavorando alle promesse fatte. Glasgow ne sarà la prova».».

DALLA NADEF RISPUNTA L’AUTONOMIA REGIONALE

Il Fatto ha dedicato al tema il titolo di prima pagina: insieme alla Nadef giovedì pomeriggio è stato pubblicato sul sito del Tesoro come primo tra i provvedimenti collegati alla prossima legge di Bilancio il ddl "Disposizioni per l'attuazione dell'autonomia differenziata di cui all'articolo 116, comma 3, Cost.". Torna il federalismo, nonostante la non brillantissima prova delle Regioni durante la pandemia? Ivan Cavicchi sul Manifesto è molto critico.

«Nel consultare il sito ufficiale del ministero dell'Economia e Finanza del 30 settembre si scopre una novità politica che non è presente nel testo del Nadef pubblicato il 29 settembre. E la novità non è certo un dettaglio di poco conto perché si riferisce a un tema cruciale nella battaglia sul servizio sanitario: ovvero sono previste delle disposizioni esplicitamente finalizzate "all'attuazione dell'autonomia differenziata di cui all'articolo 116, comma 3, Cost." La questione ha dell'incredibile perché perfino le regioni, in piena pandemia, con l'acqua alla gola, sono state costrette ad ammettere la pericolosità del regionalismo differenziato e quindi a parlare obtorto collo dell'indispensabilità di avere non solo uno Stato centrale ma uno Stato centrale forte. Tant' è che la questione fu accantonata. E' unanime l'opinione, per altro ben rappresentata dal lavoro del generale Figliuolo, che se la pandemia ci fosse venuta addosso con un sistema sanitario non universale ma differenziato come chiedono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, in ogni senso sarebbe stata una catastrofe nella catastrofe. La questione del regionalismo differenziato che abbiamo già affrontato altre volte su questo giornale, si può riassumere in poche parole: dentro una logica di secessione si tratta di andare ben oltre la riforma del Titolo V della Costituzione che potenziava i poteri organizzativi e gestionali delle regioni e sancire in tema di salute pubblica delle vere autarchie permettendo alle regioni di svincolarsi da alcune leggi dello Stato e di disobbligarsi dai doveri di solidarietà circa il finanziamento del Ssn. In altre parole si tratta di sostituire il decentramento amministrativo con un accentramento ma differenziato per regioni in modo da inficiare la tutela del diritto costituzionale alla salute, come come vuole l'art 32 della Costituzione. La questione diventa ancora più grave perché nel Nadef la brutta sorpresa è proposta accanto ad un'altra disposizione, altrettanto irricevibile, vale a dire quella che recupera il famoso definanziamento progressivo inaugurato da Renzi, quando era al governo: l'idea che in nome della sostenibilità finanziaria si debba ridurre gradualmente la spesa sanitaria in rapporto al Pil. Il Nadef del governo Draghi, nonostante si sia ancora alle prese con una pesante pandemia, ci ripropone il combinato disposto alla base del regionalismo differenziato: la regione accetta di essere finanziata di meno anzi, nella versione veneta, accetta addirittura di autofinanziare la propria sanità con il proprio Pil ma in cambio bisogna dargli più poteri di governo sul sistema. Cioè autarchia. E svincolarla dagli obblighi finanziari di solidarietà. E' il reddito a decidere il diritto non il contrario. Questo ragionamento posso capire che calzi a pennello sulla linea di Giorgetti, ministro leghista dell'economia che senza il regionalismo differenziato rischia di scontentare il Nord, ma dovrebbe destare qualche preoccupazione nel ministro della sanità espressione dell'ala sinistra del governo. Purtroppo non fa ben sperare la sua proposta di Pnrr (missione 6), che è assai probabile indirizzata a dirottare metà dei 20 mld destinati alla sanità verso il privato e il privato sociale. Ma, quello che è più grave, è che nella sua proposta non vi sia un solo accenno alla necessità di arrestare il processo di privatizzazione in atto e neppure riferimenti alla necessità di aumentare i poteri dello Stato centrale, mentre rispunta il regionalismo differenziato».

LA CASSAZIONE SULLE MANCE

Sembra una notizia di Lercio.it ma è invece il Messaggero a scriverne e dedicarci la prima pagina. La Cassazione ha detto che anche le mance devo essere tassate. Michela Allegri.

«Anche le mance devono essere tassate: sulle donazioni fatte da clienti e avventori ai dipendenti di hotel, ristoranti, locali, adesso si abbatte la scure del Fisco. L'ha stabilito la Corte di Cassazione, con una sentenza depositata ieri e che sta facendo discutere: «Le erogazioni liberali percepite dal lavoratore dipendente, in relazione alla propria attività lavorativa, tra cui le cosiddette mance, sono soggette a tassazione», hanno decretato i supremi giudici, introducendo un nuovo principio di diritto. Camerieri, addetti alla reception, facchini e concierge, non potranno più arrotondare gratuitamente lo stipendio: le donazioni - che nelle strutture di lusso spesso sono decisamente sostanziose - devono essere considerate a tutti gli effetti una voce dello stipendio. La Cassazione ha introdotto un netto cambio di passo, sottolineando che l'attuale articolo 51 del Testo unico delle imposte sui redditi, nel testo post riforma Irpef del 2004, prevede una nozione più estesa di reddito da lavoro dipendente, che non viene più limitata alla busta paga e quindi al salario percepito dal datore di lavoro. Secondo la sentenza, infatti, «il reddito di lavoro dipendente è costituito da tutte le somme e i valori in genere, a qualunque titolo percepiti nel periodo d'imposta, anche sotto forma di erogazioni liberali, in relazione al rapporto di lavoro». E ancora: «Sono redditi di lavoro dipendente quelli che derivano da rapporti aventi per oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri, compreso il lavoro a domicilio quando è considerato dipendente secondo le norme della legislazione sul lavoro». Il caso è arrivato di fronte ai supremi giudici con il ricorso presentato dall'Agenzia delle Entrate contro una decisione della Commissione tributaria regionale della Sardegna. Al centro della bagarre, la vicenda del capo ricevimento di un lussuoso hotel a 5 stelle della Costa Smeralda che, in un solo anno, aveva guadagnato circa 84mila euro di mance. Una cifra elevata che, per l'Agenzia delle Entrate, doveva essere dichiarata e sottoposta a tassazione. Circostanza respinta dal dipendente. Da qui, l'accusa di evasione fiscale. L'uomo si era quindi rivolto ai giudici e la Commissione tributaria regionale gli aveva dato ragione: secondo i magistrati tributari, le donazioni fatte dai vacanzieri non potevano essere considerate tassabili, perché non facevano parte del reddito da lavoro dipendente, visto che le mance arrivavano direttamente dai clienti, senza un intervento del datore di lavoro. Ieri, però, la Cassazione ha ribaltato la sentenza. Per gli ermellini, infatti, donazioni e mance derivano direttamente dal rapporto di lavoro e costituiscono un'entrata «sulla cui percezione il dipendente si legge nelle motivazioni può fare, per sua comune esperienza, ragionevole, se non certo affidamento». In sostanza, sottolineano i magistrati, il capo ricevimento del lussuoso hotel sardo ha ottenuto le mance, ovviamente, in quanto dipendente della struttura. Il nesso tra le elargizioni e il rapporto di lavoro, quindi, ha come conseguenza la possibilità di procedere con la tassazione. I giudici fanno anche un parallelo con le mance incassate dai croupiers: in questo caso la norma prevede una deduzione forfettaria del 25 per cento. Ora, la tassazione spetterà anche a camerieri e concierge. Intanto la commissione tributaria della Sardegna dovrà riesaminare il caso del capo ricevimento dell'hotel della Costa Smeralda, tenendo conto del nuovo principio di diritto che è stato formulato nella sentenza».

Sentenza della Cassazione oggetto di ironia di Gustavo Bialetti sulla Verità.

«Mentre i giornaloni fanno credere da settimane agli italiani che il governo dei Migliori stia preparando un taglio fiscale, arriva la Cassazione e statuisce che camerieri e portieri d'albergo devono pagare le tasse anche sulle mance. La scusa è che si tratterebbe sì di «liberalità», ma che sono indissolubilmente connesse allo svolgimento di una mansione lavorativa. Anche se arrivano dalla clientela. Con una sentenza depositata giovedì, la Corte ha dato ragione all'Agenzia delle entrate, che aveva preso di mira non un qualsiasi cameriere di pizzeria, ma il dipendente di un albergo di lusso della Costa Smeralda, che in un anno aveva guadagnato la bellezza di 84.000 euro solo in mance. I supremi giudici sostengono che vanno considerati parte del reddito da lavoro dipendente (ovviamente, se vengono dichiarati) anche se non sono soldi che arrivano dal datore di lavoro. E questo ha valore sia ai fini dell'Irpef che dei contributi Inps. La Cassazione si è basata sull'articolo 51 del Testo unico delle imposte, per cui il reddito da lavoro dipendente comprenderebbe anche tutte le somme percepite nell'ambito del rapporto. Tra queste, ci sarebbero anche le mance, «sulla cui percezione», sostengono i giudici, «il dipendente può fare, per sua comune esperienza, ragionevole, se non certo affidamento». Con questo criterio, quello del ragionevole «affidamento», anche un mendicante che occupi stabilmente una buona posizione, rischia prima o poi di vedersi recapitare un bel modello F24. E con la sentenza di giovedì, il trattamento fiscale delle prestazioni sessuali, al momento esentasse e spesso soggette a cospicua mancia, rischia di diventare un rompicapo giuridico. Scommettiamo che anche per le mance arriverà l'uso obbligatorio del Pos? ».

 NON FERMATE IL TRENO DEL SUPERBONUS

Cresce il successo del Superbonus, l'incentivo introdotto per migliorare le prestazioni energetiche degli immobili. A fine settembre, secondo le rilevazioni dell'Enea, sono stati circa 7,5 miliardi il totale degli investimenti ammessi a detrazione. Boom nei condomini, con un più 35 per cento nell’ultimo periodo. Rimane ancora però nell'incertezza il futuro dell'incentivo che per ora scade nel 2022. Nella Nadef si fa riferimento ad una proroga al 2023, legata però alla prossima legge di Bilancio. Giorgio Santilli sul Sole 24 Ore.

«Non fermate il treno che viaggia veloce. Non fermate il Superbonus e garantitegli lunga vita, almeno fino a tutto il 2023, e non fermate neanche i suoi fratelli più piccoli ma non meno brillanti, in questa fase. Il bonus facciate, anzitutto, che corre di suo, ma nei centri storici è anche un'alternativa al 110% quando i vincoli frenano i cappotti termici. Non fermate gli altri bonus edilizi per il risparmio energetico e per il recupero edilizio semplice. Non fermate il bonus per i mobili. L'appello è rivolto ovviamente al governo che ha promesso già una proroga per il Superbonus ma senza chiarire se sarà una proroga piena o parziale. E non ha ancora detto nulla sulla volontà, o meno, di prorogare gli altri bonus edilizi. Quei bonus vanno prorogati e le ragioni non sono difficili da spiegare. Non si ferma il treno che sta garantendo, più di ogni altro progetto, programma, idea di sviluppo infrastrutturale, la ripresa a due cifre del settore edilizio, un recupero che ha consentito già di superare i livelli del 2019. La spesa attuale è a 5,1 miliardi effettivi e a fine anno arriverà almeno a 7 miliardi, se la progressione continua con questo ritmo. La previsione del governo prevedeva 6 miliardi. I lavori progettati supereranno i 10 miliardi certamente. Per una volta una misura pensata per la crescita - e magari anche per la trasformazione verde di un'industria - risponde meglio di quanto si pensasse. Non succede spesso in Italia. E oggi, mentre aspettiamo la partenza reale di un Pnrr che per ora è ancora sulla carta, il Superbonus e i suoi fratelli garantiscono punti di Pil da non trascurare. Sarebbe sbagliato fermare il treno prima di sapere se i nuovi motori funzionano. Non dimentichiamo, poi, che proprio questi bonus edilizi hanno storicamente contribuito più di ogni altro strumento di politica economica e fiscale a far emergere il lavoro nero che in edilizia raggiungeva livelli gravi. Tutte considerazioni che, quando si andrà a tirare la linea del costo per i prossimi anni, non potranno essere ignorati».

AFGHANISTAN, REPORTAGE DA HERAT

La pagina di esteri si apre anche oggi con un drammatico reportage dall’Afghanistan, In particolare da Herat, la cittadina dove per tanti anni c’è stata la base dei militari italiani. Barbara Schiavulli per Repubblica.

«Maryam si sistema il velo, aspetta diligentemente il suo turno in una lunga fila divisa tra maschi e femmine dentro a un capannone cocente. Mostra i documenti agli operatori del World Food Program al centro di distribuzione di Herat, intinge il dito nell’inchiostro indelebile che indica che ha preso la sua razione e poi si affretta verso il pacco che darà un po’ di sollievo alla sua famiglia. 50 kg di farina, 8,5 di lenticchie, quattro bottiglie di olio e un kg di sale. Le durerà un mese e mezzo se sarà abbastanza brava a razionare. Ha sei figli, un marito e una nipote. «Ormai tutto è caro, 80 euro di affitto, il prezzo del gas per cucinare è raddoppiato, abbiamo venduto i mobili, tappeti, guardami, ho dovuto prendere le scarpe in prestito per venire qui», ci dice con il viso rigato da lacrime che non riesce a controllare. «Non ho più niente, mi restano solo le lacrime per piangere». Suo marito ha perso il lavoro con l’arrivo dei talebani, come decine di migliaia di persone in Afghanistan. Ha anche perso un figlio e il genero. Secondo le Nazioni Unite il 97 per cento della popolazione rischia di essere sotto la soglia della povertà entro il 2022. La mancanza di circolazione di denaro per la chiusura delle banche, la sospensione dei fondi internazionali, l’aumento dei prezzi, il cambio di regime e quello climatico stanno facendo nascere una nuova classe di affamati. Due milioni di minori soffrono di malnutrizione, il 95% delle famiglie non ha abbastanza da mangiare. 14 milioni di persone vivono delle razioni del WFP che continua a lavorare nel Paese avendo deciso di non andarsene, ma ogni giorno affronta una serrata negoziazione con i talebani per poter aiutare la popolazione. «Abbiamo bisogno di 200 milioni di dollari e ne abbiamo bisogno oggi», dice Mary Ellen Mc Groarty, direttrice del WFP in Afghanistan in una visita congiunta con l’Unicef ad Herat. «Dobbiamo far arrivare il cibo alla gente per prima che arrivi la neve». I Paesi donatori due settimane fa, hanno promesso in un summit a Ginevra, più di un miliardo di dollari, ma «servono fatti, gli afghani rischiano letteralmente di morire di fame. Non c’è più tempo». Zamina ha 22 anni e 5 figli. La dottoressa in una clinica mobile alla periferia della città le spiega che deve subito portare il figlio di 10 mesi all’ospedale. Pesa 4 chili in meno di quello che dovrebbe, si tratta di malnutrizione acuta, rischia danni fisici e mentali se non si interverrà subito. Anche lei verrà assistita perché se le madri non mangiano abbastanza, non possono nutrire i figli. «Come posso andare in ospedale? Non ho i soldi per mangiare, figuriamoci per le medicine», mormora rivestendo uno scricciolo troppo magro e silenzioso per la sua età. Sembra un girone dell’inferno, la zona intorno alla clinica, dove famiglie che vengono da tutta la provincia scappate dalla guerra e dalla siccità hanno trovato rifugio nei campi sfollati. Costruiti su terra gialla, vivono in cubi di mattoni e fango che si snodano in un labirinto di casupole senza finestre. In ogni ambiente buio vivono tra le 5 e le dieci persone, senza pavimento, acqua, elettricità, senza bagni. Sono 550 mila gli sfollati interni in Afghanistan. «Non basta avere i soldi per aiutare, dobbiamo anche capire come contrastare il cambiamento climatico. Il collasso economico ha fatto precipitare la situazione, sta costringendo la gente a muoversi. Mi appello alla comunità internazionale per queste persone che a causa della lotteria delle vita, si ritrovano a lottare per sopravvivere», incalza Mc Groarty. Abdul Rafur, 60 anni, ha tre figli, e gli restano due pezzi di pane, ci dice mostrando il suo cubo di fango incredibilmente ordinato, i piccoli giocano fuori nello spiazzo. «I bambini mi aiutano a raccogliere la plastica – sospira raccontando che viveva a circa 160 km da Herat, ma la siccità ha distrutto il suo raccolto. Mia moglie, aveva 31 anni, è morta di parto. E ora sono solo, circondato da persone che anche non hanno niente, speravo che i miei figli studiassero per non essere come me». Il divieto dei talebani all’istruzione per le ragazze oltre le medie li sgomenta. Fatima, 30 anni, è rimasta ferita durante i combattimenti nella città di Baghdis, le è caduto un muro addosso, si è rotta una gamba che non è mai tornata a posto non avendo i soldi per andare in ospedale. Le 4 figlie giocano tra i mattoni delle casupole in quel campo che ospita più di 10 mila famiglie. «Tra dieci giorni saremo tutte morte, non abbiamo niente, neanche la speranza che una delle mie figlie possa studiare e lavorare». Dall’altra parte della città in un’azienda che sembra uscita da una navicella spaziale, sacchi di grano che poi diventeranno farina, vengono sfornati a ripetizione per poi essere caricati sui camion del WFP e distribuiti alla gente, 29mila ad Herat nel solo mese di settembre. Si punta a fare di più, ma il direttore avverte che con le banche chiuse non riesce a pagare gli stipendi e che nel giro di due mesi dovrà fermare la produzione. «L’Italia è stata qui tanti anni, con i vostri soldati avete rischiato la vita per noi - dice Daud, uno sfollato che ha 10 figli, due dei quali mostrano gravi sintomi di dimagrimento – non abbandonateci».

LA FAME DEI BAMBINI DEL TIGRAI

La fame, la fame vera, non è purtroppo solo in Afghanistan. Ma anche in Etiopia. Paolo Lambruschi su Avvenire pubblica questo articolo accanto ad una foto straziante di un bambino ricoverato a Macallè.

«Il bambino scheletrico della foto ha quattro anni ed è uno dei 22 ricoverati per malnutrizione severa all'ospedale Ayder di Macallè. Un'immagine simbolo di una guerra oscurata e fratricida combattuta anche con il blocco degli aiuti umanitari e iniziata, 11 mesi fa, il 3 novembre scorso con il conflitto tra le forze locali ( Tplf) e il governo federale con gli alleati eritrei e forze regionali Amhara. Un'immagine che riporta l'Etiopia, Paese guidato dal primo Nobel per la pace africano, tornato indietro di 40 anni alla carestia provocata da mano umana sempre nel Tigrai e sempre per domare il Tplf, anche se allora era il Derg comunista a voler affamare la regione. Mentre quasi un milione di persone rischia di morire di fame chi, tra le organizzazioni umanitarie internazionali e le Ong in questi mesi ha provato a denunciare crimini di guerra e carestia, è stato espulso dal Paese. Ultimi in ordine cronologico il 30 settembre sette alti funzionari Onu in Etiopia, tra i quali il responsabile di Ocha, l'agenzia Onu che coordina gli aiuti e quella dell'Unicef accusati di ingerenza. Il governo etiope, con una iniziativa senza precedenti, li ha dichiarati «persona non grata», invitandoli a lasciare il secondo Paese africano entro domani. Nelle scorse settimane l'Onu aveva espresso preoccupazione per il blocco degli aiuti umanitari nella regione. In particolare Martin Griffiths, capo dell'Ocha, aveva riferito di essere preoccupato per un'eventuale carestia e aveva invitato il governo etiope a «far muovere i camion». Mentre il Consiglio di sicurezza ha discusso ieri a porte chiuse, su impulso di Usa, Gran Bretagna e Francia, l'espulsione dei funzionari - ma Russia e Cina da tempo ritengono il conflitto un affare interno dell'Etiopia - il segretario generale Onu Antonio Guterres si è detto sotto choc ribadendo che «tutte le nostre operazioni umanitarie sono guidate dai principi fondamentali di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza ». L'espulsione è stata condannata anche dall'Alto rappresentante dell'Ue Josep Borrell. Due mesi fa erano stati allontanati Medici senza Frontiere e il Norwegian refugee council, tra le poche Ong attive sul campo, accusati di diffondere notizie false sulla guerra da Addis Abeba. In settimana il premier Abiy ha dovuto incassare un altro colpo d'immagine: le dimissioni lunedì scorso per «ragioni personali di coscienza» di Filsan Abdullahi, ministra delle Donne, dei bambini e della gioventù che aveva denunciato l'uso degli stupri come arma di guerra in Tigrai. Dove già un mese fa, secondo una lettera del vescovo cattolico di Adigrat Medhin Tesfalelassie pubblicata sui social media dal sacerdote eritreo Mosè Zerai, la situazione provocata dalla carestia era drammatica. Il prelato parlava del blocco di aiuti e merci provenienti da Addis Abeba e del taglio della corrente elettrica da giugno che provocavano una drammatica carenza di cibo e generi di prima necessità soprattutto per gli sfollati. Chiedeva aiuto per porre fine con il negoziato a una «guerra incredibilmente devastante che sta portandosi via le vite di decine di migliaia di civili e soldati». Ora la situazione sta peggiorando».

REPORTAGE DAL CONFINE TRA POLONIA E BIELORUSSIA

Non solo in Africa, anche in Europa si sta consumando un disastro umanitario senza precedenti. Lo racconta Monica Perosino per la Stampa dal confine fra Bielorussia e Polonia.

«Piove a Usnarz Górny, gocce fini e ghiacce picchiettano sui corpi stretti gli uni agli altri, riparati da poche coperte, teli di fortuna, due tende sgangherate ancora in piedi. È qui, in un bosco al confine tra Bielorussia e Polonia, che l'umanità finisce. È qui, nel cuore dell'Europa, che si sta consumando un disastro umanitario senza precedenti. Da 50 giorni 32 migranti afghani sono intrappolati nella terra di nessuno, stretti da una gabbia di filo spinato e guardie armate. Non possono andare avanti, non possono tornare indietro. Se provano a camminare verso la Bielorussia vengono picchiati e ricacciati indietro, dove trovano una cortina di militari polacchi che sbarra loro la strada. «Fate di noi quello che volete, qualsiasi cosa, ma non fateci morire qui». Gulchera Rashidy ha 53 anni, l'8 luglio è fuggita da Kabul con i suoi sei figli, quattro ragazze e due ragazzi. Non ha avuto scelta. Una sera come tante il marito, medico, non è più tornato dalla clinica in cui lavorava. Sparito nel nulla. I taleban si stavano avvicinando a Kabul, «ma non se n'erano mai andati veramente», avevano già minacciato la famiglia in passato e Gulchera ha capito che doveva fuggire: «Loro (i taleban, ndr) non cambiano. Le mie figlie studiavano, la più grande faceva l'insegnante, una donna che lavora... Per loro sarebbe stata la fine». Cinquemila dollari a testa e 28 giorni di viaggio nascosti sui camion in cerca della salvezza: «Non sapevamo dove eravamo diretti, sapevamo solo che avevamo pagato per arrivare in Europa». La famiglia di Gulchera, insieme al loro gatto, è finita in un campo, spintonati da uomini nascosti da passamontagna, che hanno puntato il dito verso un bosco: «L'Europa è di là». "Di là", hanno trovato la polizia di frontiera bielorussa, le botte, poi il respingimento oltre la frontiera. Altre guardie, questa volta polacche, un altro respingimento, di nuovo verso la Bielorussia. Un "gioco" crudele di rimpalli di vite umane finite nella terra di nessuno, dove ora sono bloccate, creato da un regime alle strette, quello del dittatore bielorusso Alexander Lukaenko, che usa i migranti come arma contro l'Unione europea, per vendicarsi delle sanzioni. Tra gli alberi rigogliosi del bosco sono stati trovati già 6 cadaveri, pare morti per ipotermia. Uno di loro apparteneva a un ragazzino di sedici anni. Ma ora, con le temperature in picchiata, si teme che il bilancio sarà ben peggiore. Loro, i 32 afghani bloccati da 50 giorni, sono gli ostaggi di una situazione che va ben oltre la loro odissea personale. Muoiono di freddo, per le ferite, la fame, gli stenti, di fronte agli occhi accecati dallo stato di emergenza dichiarato il 3 settembre da Varsavia (e rinnovato ieri per altri due mesi), che ha deciso che nessuno, tranne i militari, può vedere cosa succede né portare aiuti. I volontari della Ong Fundacja Ocalenie sono costretti a lanciare viveri, coperte, vestiti asciutti, medicinali e acqua oltre il filo spinato. Le comunicazioni arrivano con quel che resta delle batterie dei cellulari portati ai migranti dai volontari. Quando Gulchera Rashidy è stata scaricata in mezzo al nulla (forse in Bielorussia), degli uomini le hanno detto di camminare. Hanno marciato per un giorno e una notte, stanchi, confusi: «Non sapevamo dove fossimo». Agli inizi di settembre le arrivano notizie dalla sorella rimasta a Kabul. I taleban continuano a tornare nella loro casa, le cercano ancora, ogni giorno. Vogliono le ragazze, le figlie di Gulchera. Mursal (28 anni), Nargis (23 anni), Hajera (21 anni) e Mariam (16 anni) sono già circondate dal filo spinato europeo, precipitate da un incubo all'altro. «Chi è riuscito a scappare prima dello stato di emergenza ed è riuscito a entrare in territorio polacco è stato arrestato - dicono dalle Ong -, chi non ce l'ha fatta è disperso o morto, come i due migranti trovati congelati alcuni giorni fa in un bosco da una troupe della Bbc». Gli altri sono con Gulchera che aspettano, resistono ai dolori e al freddo. Ma ogni giorno che passa è più difficile: «Sono sempre più debole. Da entrambe le parti, gli agenti possono vedere la nostra condizione. Chiediamo loro pietà». Secondo Pawel Soloch dell'Ufficio della sicurezza nazionale di Varsavia, a partire da settembre circa 7.000 immigrati hanno tentato di raggiungere la Polonia, mentre il ministro degli Interni, Mariusz Kaminski, ha dichiarato che il 95% di loro è stato respinto in Bielorussia con il metodo push back. I 418 chilometri della frontiera fra i due Stati sono sorvegliati da 4 mila funzionari della Guardia di frontiera e 2,5 mila soldati. Tutto lecito per Varsavia, un po' meno per le autorità europee e Amnesty International, che ha dimostrato la «chiara violazione dei diritti umani da parte della Polonia: «Riteniamo il governo polacco responsabile della drammatica situazione che si è venuta a creare lungo il confine - dice Eve Geddie, direttrice dell'ufficio di Amnesty alle istituzioni europee -. La dichiarazione dello stato d'emergenza è illegittima, non c'è alcuna emergenza pubblica in quella zona. Respingere richiedenti asilo senza esaminare una per una le loro richieste di protezione è contrario alle norme europee e internazionali». La Corte europea per i diritti umani, con un provvedimento provvisorio adottato il 25 agosto e poi esteso fino al 27 settembre, ha dato istruzioni alle autorità della Polonia affinché fornissero forme di assistenza adeguate, tra cui «cibo, acqua, vestiti, cure mediche e se possibile riparo temporaneo». Ma secondo le testimonianze sul campo, è avvenuto esattamente il contrario: «All'inizio la polizia portava acqua e cibo, poi ha improvvisamente smesso». Ora la sopravvivenza del gruppo è sulle spalle di Fundacja Ocalenie e sulla clemenza del tempo. Intanto dai boschi al confine arrivano le notizie di piccoli gruppi di migranti originari di Iraq, Iran, Turchia e Siria, portati in Europa da Minsk e lasciati ad arrangiarsi nel nulla. Dormono all'aperto in aree disabitate, nascosti dalla vegetazione, senza acqua né cibo. Un gruppo di curdi con bambini sarebbe accampato nella foresta da dieci giorni. «Questo è un gioco terribile del governo bielorusso - denuncia Fundacja Ocalenie - portato avanti dalla complicità di Varsavia».

L’UOMO CHE PIANTAVA ALBERI

Cento anni fa, il primo novembre, nasceva un grande scrittore, Mario Rigoni Stern, che ha raccontato e celebrato come pochi altri la natura e la montagna. Rigoni Stern viene ricordato in questi giorni da un’iniziativa speciale della casa editrice Einaudi che ristampa tutte le sue opere. La Stampa di Torino oggi anticipa la prefazione ad “Arboreto selvatico” di Paolo Cognetti.

«Mario Rigoni Stern aveva poco più di quarant' anni quando cominciò a piantare alberi intorno a casa sua. Questo gesto che in città è un gesto gentile, ecologico, perfino poetico, in montagna assume un senso diverso, quasi sovversivo. I montanari hanno l'anima di tagliaboschi, è sempre stato il loro destino: abbattere piante, cavare ceppi, ammucchiare pietre, terrazzare i terreni in pendenza, irrigare e concimare per ottenere campi e pascoli. Il bosco è tutt' intorno, esiste per conto suo, così rigoglioso e infestante che appena ti volti si riprende ogni piccola e faticosa conquista umana, perciò chi mai rovinerebbe un prato mettendo giù pini e betulle, che non danno nemmeno frutto? Solo un bastian contrario. Mario tutto questo lo sapeva benissimo: la civiltà alpina comincia con l'uomo che taglia gli alberi, non con l'uomo che li pianta. Il fatto è che di mezzo, sulle sue montagne e nella sua vita, c'era stata la guerra. Anzi due: la prima, quella che lui non aveva visto, era passata sull'Altipiano dei Sette Comuni nel 1916, come una tempesta. In un anno di battaglie tra austroungarici e italiani, non solo gran parte dei paesi erano andati distrutti ma anche la quasi totalità dei boschi, incendiati o rasi al suolo dai bombardamenti o tagliati per le esigenze degli eserciti. Poi la tempesta si era spostata altrove. A un certo punto girò voce che era finita e i montanari sfollati in pianura poterono tornare al loro Altipiano. Se il paesaggio è una forma di scrittura, cioè è la storia della presenza umana impressa sulla terra, quel che trovarono era l'equivalente di una biblioteca andata in fumo. Del lavoro di secoli non era rimasto più nulla. A Mario capitò di nascere subito dopo, nel 1921. Durante la sua infanzia il mondo di ieri popolava i ricordi dei familiari, le storie ascoltate davanti al fuoco e le sue fantasie. Il mondo di oggi era un cumulo di macerie: dovunque rivoltavi una zolla saltava fuori un residuato bellico oppure un cadavere, la cui nazionalità non aveva più alcuna importanza. Fu allora che sull'Altipiano cominciarono a fare qualcosa che non avevano fatto mai: piantare alberi. Piccoli abeti, soprattutto, per rimboschire le loro montagne martoriate. Un giorno all'anno perfino le scolaresche venivano portate a «piantar piantine». La guerra - non solo in quanto guerra ma irruzione violenta della modernità, come più tardi l'industrializzazione o il turismo di massa - aveva invertito il rapporto tra uomini e bosco. Ora non si trattava più di strappargli terreno, di civilizzare il selvatico, ma il contrario: piantare alberi era un chiedere scusa per i danni dell'uomo, ricostruire l'antica biblioteca, provare a rendere di nuovo abitabile il proprio mondo. Poi di guerra ce ne fu un'altra per Mario, questa vissuta in prima persona e lontano da casa. Quasi sette anni da soldato tra il 1938 e il '45, le campagne di Francia, di Grecia, di Russia, la terribile ritirata nella neve del gennaio '43, e ancora un anno e mezzo di campo di prigionia prima di tornare al paese a piedi, attraverso le montagne, e strapparsi finalmente l'uniforme di dosso. Ora l'Altipiano non mostrava ferite, ma le ferite erano sue: era lui, Mario, la landa desolata, era da lui che saltavano fuori solo rottami e cadaveri. Fu proprio il bosco a curarlo, lentamente. Stare da solo, in silenzio, in quel tempio della vita, diventò per lui una forma di preghiera. Dentro di sé, più tardi, le due guerre sarebbero diventate una sola, la guerra dell'uomo che è sempre la stessa e non lascia che distruzione. Quasi vent' anni dopo, quando cominciò a piantare alberi, quel gesto aveva ancora il significato di curare se stesso e la propria terra. Ecco perché l'arboreto è salvatico, «un salvatico che diventa salvifico, che conduce alla salvezza». Due alberi tra tutti erano i suoi preferiti. Uno era il larice, il re dei versanti sud delle Alpi, fratello dell'abete che preferisce il nord, l'umido e l'ombra. Il larice invece ama il sole, vuole aria, luce, cielo, e credo che Mario ci ritrovasse i tratti del suo carattere. È un albero che può crescere tra i suoi simili ma diventa più bello quando è solitario, in mezzo a un pascolo o in alta montagna. Questi esemplari, esposti alle intemperie, sono anche i più tormentati dal vento, dalla neve, dal fulmine, belli come sono belle le facce segnate dalla vita, e anche Mario era così. Uno scrittore che scelse di vivere appartato, sul suo Altipiano, all'aria e al sole, impegnato nel lungo lavoro di trasformare le proprie ferite in una forma di bellezza. L'altro albero è la betulla, che gli ricordava la Russia. Quella terra in cui aveva combattuto, sofferto, visto morire tanti amici, che aveva attraversato a piedi nella neve, maledetto e infine amato. La betulla cantata dai poeti e ritratta dai pittori è per i russi la vergine, la sposa, per via della sua corteccia bianca, ma anche simbolo di fecondità e rinascita. Mario che, da scrittore, doveva sentirsi un po' estraneo alla letteratura italiana, proprio perché da sempre cosí lontana dai boschi, così urbana, trovò invece la sua letteratura d'adozione in quella russa, nelle campagne di Tolstoj, nelle battute di caccia di Turgenev, nei giardini di Cechov. Proprio Cechov divenne l'autore che sentiva piú vicino, un altro cercatore di semplicità, di chiarezza, di luce, un altro scrittore che intorno a casa sua in Crimea piantava gli alberi. Questo Arboreto salvatico è l'esito di quella ricerca. Di Rigoni Stern è il libro piú poetico e insieme piú scientifico, se non gli valse premi letterari ma una laurea honoris causa in Scienze forestali. È un libro luminoso e misterioso che Mario scrisse non a quarant' anni ma a settanta: dunque il libro di un uomo che si addentra nella vecchiaia, che vede davanti a sé l'ultima parte della vita, e che comincia a pensare alla morte. Chi pianta alberi sa che, per quanto possa accompagnarli nella crescita, non farà in tempo a vederli adulti: un larice di una trentina d'anni è ancora un alberello alto come una casa, è verso i cento che raggiunge il suo pieno sviluppo, a duecento diventa maestoso e ne esistono, sulle Alpi, di oltre duemila anni. Per un albero di duemila anni, la vita di un uomo con tutti i suoi amori, le sue guerre, i suoi sogni, i suoi ricordi e i suoi libri non dura che una stagione, breve come le estati di montagna. Ma in quel tempo passato insieme l'uomo e l'albero hanno potuto curarsi a vicenda. «Un salvatico che conduce alla salvezza», questo ha lasciato scritto Mario Rigoni Stern, il larice secolare della letteratura italiana: piantiamo gli alberi perché gli alberi salvino gli uomini dopo di noi».

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